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martedì 4 settembre 2012

HO UN FIGLIO GAY CHE NON MI PARLA NEMMENO

Ciao Project,
mi ha fatto bene leggere la storia di quel padre separato e in attesa di divorzio che ha ritrovato il figlio, è una bella storia ma purtroppo a me non succederà così. Sono una mamma di 37 anni, mio figlio ha fatto da poco 19 anni e ho l’impressione che lo sto perdendo. È ormai un anno che con me non parla quasi più. Io sono sola. Quando lui è nato ero giovanissima, una povera illusa pronta a dare fiducia al primo venuto, volevo sentirmi emancipata e hai capito quello che è successo. Quando sono rimasta incinta lui è sparito, io volevo abortire e l’ho detto a mia madre e lei mi ha convinto a non farlo e mi ha detto che mi avrebbe aiutato ad andare avanti. Poi è nato Luca (chiamiamolo così ma non si chiama così). Io non avevo voglia di studiare e ho cominciato a fare dei lavoretti dove ne trovavo, tanto avevo mamma alle spalle che mi dava sicurezza. Ovviamente quando hai un figlio a 18 anni con uno che del fatto di avere un figlio se ne frega totalmente, dopo non ti vuole nessuno, perché il figlio di un alto non lo vuole nessuno, non sarebbe una bella famigliola tradizionale. Mia madre mi ha portato a ragionare su tante cose e a capire che non era a mio figlio ma a me stessa che dovevo addossare la colpa di tutto quello che era successo. Confesso di avere fatto la mamma più per dovere che perché la sentivo una cosa veramente mia. Ho cercato di lavorare e di non fare mancare niente a Luca, ma naturalmente le mie possibilità sono piuttosto limitate anche se lavoro il più che posso. Luca si è reso conto molto presto di non avere un papà. Io non gli ho raccontato fandonie ma gli ho detto da subito come stavano le cose, forse lui era troppo piccolo per capire e la cosa l’ha un po’ presa male. So che sono stata impulsiva e anche stupida ma ormai è successo da tanti anni. Mio figlio è un bravo ragazzo, certamente molto meglio della madre e anche molto meno stupido. Studia, si impegna e cerca di fare tutto quello che può. Il mio problema, quello che mi fa stare proprio male è un altro. Luca, fino all’anno scorso aveva una ragazza e sembrava che le cose andassero bene, l’aveva portata a casa un paio di volte, era una ragazza molto taciturna ma sveglia e aveva occhi bellissimi. Io ero contenta e lui ne parlava spesso, poi a un certo punto ho notato che qualcosa nella vita di mio figlio è cambiata, non ha più parlato della ragazza, quando gliel’ho chiesto specificamente mi ha detto che non sono affari miei e fin qui potevo pensare che magari fossero in crisi per qualche ragione, poi una volta lui se ne esce il pomeriggio e io me ne vado a fare la spesa, il mercato è chiuso e vado da un’altra parte e camminando mi vedo davanti, a una certa distanza, mio figlio che cammina vicino a un signore che non conosco, uno vestito piuttosto bene, che a occhio avrà potuto avere 40-45 anni. Mi sono chiesta: ma questo chi è? Ho cominciato a seguirli a distanza. Sono andati alla villa pubblica e io li osservavo da lontano. Sono stati un’oretta, poi sono andati alla fermata dell’autobus e mio figlio ha preso l’autobus. Io ho continuato a seguire quel tipo e poi mi sono avvicinata per vederlo più da vicino e l’immagine me la sono stampata nel cervello. Torno a casa, chiedo a mio figlio che ha fatto tutto il pomeriggio e mi risponde che sono cavoli suoi, io non so che dire, se digli che lo avevo seguito ma alla fine non dico nulla, cerco di cambiare discorso e di parlare di scuola. Mio figlio è sempre andato bene a scuola, mi dice che è tutto a posto, il discorso finisce lì. Poi arriva il periodo di natale e il girono del ricevimento dei professori, chiedo a mio figlio se vuole venire anche lui ma mi dice di no, ci vado da sola. I professori li conosco tutti, salvo il professore di matematica che è nuovo, mi metto in fila, entro, lo guardo in faccia e mi prende un colpo: è lui! Non porta la fede, è stata la prima cosa che ho guardato. Mi parla molto bene di Luca ma in modo nettamente professionale. Non so se si sia ricordato che per un attimo ci eravamo guardati in faccia il girono che io ho seguito mio figlio ma non ha detto nulla, dopo cinque minuti mi ha confermato che andava tutto bene e mi ha congedato dicendo che c’era molta fila. Che ci faceva mio figlio al parco col suo prof di matematica? Da lì è cominciata la mia paranoia, io lo dovevo sapere. Sano andata a vedere il cellulare di mio figlio ma la memoria era disattivata, cosa, penso non casuale. Poi sono andata a vedere nel suo pc, lo so che è una cosa indegna comportarsi come me ma ero e sono tuttora agitatissima. Vado nei preferiti e ci trovo dei siti gay e qui mi è proprio crollato il mondo addosso: mio figlio plagiato dal suo insegnante! Quando è tornano a casa l’ho affrontato a brutto muso, prima gli ho detto dei siti gay e lì già mi ha risposto in modo violento che non me lo sarei mai aspettato, poi quando gli ho detto che lo avevo visto alla villa col suo prof mi detto che ero matta e ce mi inventavo tutto e in pratica ha negato tutto ma io lo avevo visto benissimo. Gli ho detto che sarei andata dalla preside per riferire tutto perché uno così in una scuola non ci deve stare! Lui ha reagito come una vipera e mi ha minacciato che se avessi fatto una cosa simile non lo avrei visto più. Praticamente da allora non ho più parlato con mio figlio. Sono andata dalla preside, non per accusare il prof perché in effetti io non ho nessuna prova ma per chiedere il trasferimento di mio figlio ad un altro Istituto ma la preside mi ha detto che siccome Luca era maggiorenne la richiesta la doveva fare lui e non a lei ma alla scuola dove voleva andare, allora non ci ho visto più e mi sono sfogata con la preside e le ho raccontato tutta la storia ma la risposta mi ha lasciata basita, mi ha detto di nuovo che il ragazzo è maggiorenne e che quanto al prof lei lo conosceva da anni e non aveva mai creato problemi di nessun genere. Io ho alzato la voce con la preside che neanche mi ha risposto, ha suonato il campanello e mi ha fatta accompagnare fuori. Mio figlio era nel corridoio, ha visto la scena e ha capito quello che era successo. Quel giorno non è tornato a casa e io mi sono presa un’angoscia terribile, non è tornato nemmeno la notte, ha staccato il cellulare e io sono stata malissimo, credo di non essere stata mai peggio in vita mia. L’indomani sono andata davanti alla scuola, mio figlio c’era e mi sono tranquillizzata un po’. Il prof invece l’ho aspettato ma non l’ho visto, pensavo che la preside lo avesse richiamato e che magari si fosse preso qualche giorno di permesso. Poi me lo vedo spuntare che viene verso il cancello, lo fermo, lui mi saluta cordialmente, mi dà la mano e mi sorride. Era evidente che di tutta la scena con la preside lui non sapeva nulla, non so che fare, gli dico che da qualche giorno ho dei problemi con mio figlio e che è come se il dialogo tra noi si fosse spezzato, lui mi invita a seguirlo dentro, mentre saliamo incontriamo la preside che si comporta come se non fosse successo nulla e ci saluta cordialmente Il prof aveva un’ora libera e parliamo, piano piano comincio a rendermi conto che il prof stima molto mio figlio e che parla con me in modo molto diretto, si preoccupa del futuro di Luca. Mi rendo conto di avere costruito solo un enorme castello di carte in cui l’unica cosa certa erano le mie paure. Chiedo al prof di darmi una mano a recuperare il rapporto con mio figlio, lui mi assicura che lo farà, poi fa chiamare Luca per parlare in tre. Luca scende con una faccia che mi avrebbe presa a morsi se avesse potuto, poi si rende conto che col prof ho parlato solo di scuola e si tranquillizza. Il prof gli dice che io gli ho chiesto una mano per recuperare il rapporto con lui e Luca gli risponde: “Prof, lo so che lei ha tanta buona volontà, ma queste sono faccende che devo regolare in privato io con mia madre!” Il prof fa un cenno come per dire che Luca ha ragione, rimanda Luca in classe e mi saluta. Io torno a casa tranquillizzata. Il problema scuola era risolto ma restava sempre il problema gay che mi teneva in continua agitazione. Da allora sono passati 10 mesi ma non si è risolto nulla. Luca sta a casa nel senso che ci dorme e nemmeno sempre e qualche volta ci mangia. Con me non parla praticamente mai. Che devo fare project? Lo so che ho fatto tante stupidaggini, ma che posso fare per recuperare un rapporto con mio figlio? Ormai al fatto che sia gay mi sono rassegnata, ma almeno vorrei che non mi considerasse più una nemica, anche se ho veramente tanta paura che possa mettersi nei guai.
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Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

mercoledì 15 luglio 2009

CAPIRE UN FIGLIO GAY

Caro Project,

le scrivo dopo molte incertezze. Sono un uomo di 55 anni e mio figlio alcuni gironi fa mi ha detto che è gay, o forse dovrei dire mi ha fatto capire che è gay, perché non lo ha detto in modo esplicito ma il senso del discorso era chiaro. Sono ancora fortemente perplesso per quello che mio figlio mi ha voluto fare capire, io di queste cose non so nulla ma sto cercando di capire e di non restare alla superficie e in questo il suo Progetto è stato per me illuminante. Vorrei che comprendesse che mi sono sentito veramente spiazzato. Mio figlio ha 21 anni e mi sono posto mille domande, mi sono chiesto che cosa ho sbagliato. Capisco che questo discorso per lei possa essere assurdo, ma io avevo in testa tante idee, forse sbagliate, sul fatto che la sessualità dipende dall’educazione e in qualche modo pensavo (e purtroppo non riesco a liberarmi del tutto dal mio pregiudizio) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato ma penso che lei possa capire anche me. Non ho mai avvertito in mio figlio nessuna situazione di disagio, l’ho sempre visto come un ragazzo normalissimo, per un po’ aveva anche avuto una ragazza e ne sembrava felice. Non ha mai avuto conflitti con me o con mia moglie, o almeno niente di visibile. Insomma non riesco a capire perché sia gay e soprattutto non sono certo che lo sia veramente. Sono stato molto combattuto sull’idea di mandarlo da uno psicologo, poi è capitato che lui ha accennato all’argomento in un modo che non lasciava dubbi circa il fatto che non avrebbe accettato l’aiuto di nessuno e allora, dopo aver sentito mia moglie, abbiamo deciso di non fare nessuna proposta del genere. Non le nascondo che dopo quel discorso i nostri rapporti sono cambiati, è una cosa che mi fa stare male e credo che anche mio figlio ci stia male, ma cambiare rotta è molto difficile, in pratica, se prima parlavamo poco, adesso non parliamo affatto. Che cosa posso fare per mio figlio? Non so proprio come comportarmi, io la sensazione di disagio la sento, non riesco a far finta che non sia così. Ho letto quello che ha scritto nel forum alla sezione genitori, e ho notato che in pratica il Progetto è frequentato solo dai ragazzi e i genitori ci sono capitati solo in pochissime occasioni. Sinceramente leggendo i testi pubblicati sul Progetto ho avuto l’impressione di capire mio figlio come non lo avevo mai capito, riesco a intuire quello che può passargli per la mente. Mi farebbe piacere che frequentasse un ambiente come quello del Progetto ma ho paura che possa prendere altre strade. Caro Project, parliamoci chiaro, ci sono tanti altri modi di vivere l’omosessualità che mi fanno tremare al solo pensiero. Al limite, se mio figlio mi facesse conoscere il suo ragazzo (se e quando ne avrà uno) penso che alla fine lo accetterei perché saprei che sta bene, ma sono terrorizzato all’idea che possa cercare una strada sua e una strada sbagliata senza dirmi nulla. Mi sono accorto di non conoscere per niente mio figlio ed è stata una scoperta difficile da accettare. Che posso fare per non perdere i contatti? Mi sento profondamente inadeguato. Non vorrei per nessuna ragione che mio figlio si cacciasse nei guai. Prima conoscevo i suoi amici, almeno di vista e di nome, adesso ha altri amici dei quali non so assolutamente nulla. Lo so che un ragazzo di 21 anni ha bisogno di privacy e magari si fa anche lui mille complessi, ma io non so che fare. Project, ci sono diverse altre cose di cui avrei bisogno di parlarle con lei, se avrà la bontà di ascoltarmi. Le invio il mio contatto msn (omissis) e spero di sentirla presto perché sto vivendo un momento di grande incertezza. Se lo ritiene possibile, pubblichi questa mail, gradirei moltissimo conoscere che cosa ne pensano i ragazzi.

A presto. M. A.

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http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=15&t=334

lunedì 28 luglio 2008

GENITORI DI FIGLI OMOSESSUALI

In questo forum, il post “SCOPRIRE L’OMOSESSUALITA’ DI UN FIGLIO” è il secondo tra quelli assolutamente più cliccati ed è, tra l’altro, il più commentato dai ragazzi in assoluto, questo fatto non è casuale.

Le chiavi di ricerca che fanno pensare che ad accedere siano genitori (come “associazione genitori di figli gay”, “mio figlio è gay”, “accettare un figlio gay”) sono frequenti. Parlando con ragazzi di tutte le età, dai giovanissimi ai quarantenni, si avverte netta la sensazione che spesso l’omosessualità dei figli all’interno della famiglia è avvertita sia dai figli che dai genitori come un qualcosa di dirompente e di pericoloso, capace di mettere in crisi anche i rapporti affettivi più profondi. Questo timore, diffusissimo a tutte le età, genera sia da parte dei genitori che da parte dei ragazzi atteggiamenti di chiusura e di difesa.

I ragazzi, ma anche gli uomini adulti di 40 anni che vivono in famiglia o che sono comunque a stretto contatto con la famiglia, non solo evitano nel modo più assoluto qualunque comportamento che possa spingere i genitori a considerarli omosessuali ma, ciò che è peggio, finiscono talvolta per rinunciare del tutto alla loro sessualità, anche nelle forme più sublimate: non invitano amici a casa, non escono la sera, fanno una vita apparentemente irreprensibile ma del tutto innaturale e forzata. Il fatto che un ragazzo debba sistematicamente rinunciare alla propria sessualità per evitare problemi familiari comporta sensi di frustrazione profonda verso i genitori che sono sentiti come presenza condizionante e castrante. Ci sono ragazzi gay che arrivano a 40 anni non solo senza mai avere avuto un contatto sessuale con un ragazzo, ma senza mai aver vissuto nemmeno l’esperienza di un innamoramento serio. Una cosa del genere non può restare senza conseguenze a livello psichico profondo. I ragazzi gay che vivono così si sentono defraudati della loro stessa vita e della loro identità profonda dai loro più o meno inconsapevoli genitori. Cose del genere creano modi di convivenza solo formali che nascondono recriminazioni profonde.

I genitori, che spesso agiscono in buona fede, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno la più pallida idea di quello che l’omosessualità è realmente e sono del tutto inconsapevoli della loro ignoranza in materia, non si documentano, non cercano di capire ma di “correre ai ripari”, assumendo atteggiamenti anche “violentemente” condizionanti nei confronti dei figli, che si manifestano in due modalità principali:

1) La medicalizzazione del “problema”, volta a “risolvere la questione” con un trattamento psicologico se non addirittura psichiatrico. Uno psichiatra serio non accetterà mai di avere in cura un ragazzo solo perché è gay. Uno psicologo serio potrà anche occuparsi di un ragazzo gay ma per aiutarlo ad essere gay, non certo per tentare di modificare la sua sessualità. Un ragazzo gay costretto o benevolmente costretto ad andare da uno psicologo, quando non vuole, percepirà una cosa del genere come una violenza pesante contro la sua persona, perché in realtà di questo si tratta, cioè non di un’accettazione ma di un rifiuto da parte dei genitori di ciò che il ragazzo è realmente, e di un tentativo di trasformarlo. Aggiungo un’osservazione importantissima: la medicalizzazione dell’omosessualità dei figli da parte dei genitori è, di fatto, un totale scarico di responsabilità oltre che una esplicita rinuncia a cercare con i figli un dialogo sul piano affettivo.

2) La violazione della privacy di un ragazzo, al fine di capire se è gay (leggere un diario privato o la corrispondenza, entrare nel computer dei figli, pretendere di controllare le loro amicizie e soprattutto pretendere da loro la confessione della loro omosessualità come se fosse un obbligo morale nei confronti dei genitori. Per un ragazzo giovane, e a maggior ragione per un adulto, non c’è nulla di più privato della propria sfera sessuale. Un’invadenza in questo settore da parte dei genitori è giustamente vissuta come una violenza. Se un ragazzo vorrà o meno fare il suo coming out di fronte ai genitori, resta in ogni caso una sua scelta assolutamente libera e personale, non un obbligo, perché chi non lo fa, non lo fa perché ha paura. Parlo spesso con ragazzi di 25/30 anni che dicono esplicitamente che non faranno mai coming out in famiglia. Se uno dei questi ragazzi si sentisse in qualche modo costretto dai genitori a parlare della propria omosessualità vivrebbe la cosa come una terribile violazione della sua privacy.

Il cattivo rapporto di un ragazzo gay con i genitori, e peggio la disistima nei loro confronti, impedisce alla radice un rapporto educativo. Il modello di vita affettiva assimilato in famiglia attraverso l’osservazione dei comportamenti dei genitori si incide profondamente anche nella mente dei ragazzi gay. I ragazzi gay che hanno avuto in famiglia esempi di rapporti di rispetto e di affetto tra i genitori hanno sicuramente molti meno problemi relazionali nella vita affettiva. Purtroppo il ragionamento vale anche al negativo.

Io passo le mie giornate, e spessissimo le mie nottate, a parlare con ragazzi gay e molti di loro non hanno rapporti chiari con i genitori, il che non significa solo che non si sono dichiarati gay con i loro genitori ma che tra genitori e figlio non c’è dialogo, che i genitori non hanno e spesso non hanno mai avuto un contatto affettivo con il figlio: alcuni ragazzi hanno letteralmente paura dei genitori e del loro giudizio e altri preferiscono non mettere a rischio la pur fragile pace familiare affrontando discorsi pericolosi senza nessuna prospettiva utile. Questi ragazzi hanno avvertito spesso nella loro famiglia un clima omofobo, hanno sentito discorsi di scherno verso i gay e si rendono conto che i genitori sono troppo condizionati dai pregiudizi per potersi applicare a comprendere realmente che cosa significhi essere gay.

In alcuni casi i commenti dei genitori a trasmissioni televisive o a notizie giornalistiche concernenti i gay hanno definitivamente allontanato i figli dal proposito di parlare apertamente coi loro genitori, in altri casi la condanna morale a priori della omosessualità, sulla scorta dell’atteggiamento della chiesa, ha provocato reazioni analoghe. In queste situazioni un ragazzo avverte chiaramente che, per i genitori, quello che dice la gente o quello che dice la chiesa conta più del figlio e che quindi non c’è nessuno sforzo da parte del genitore per capire che cosa significhi veramente essere gay.

Spesso anche atteggiamenti che possono sembrare di accettazione, in realtà, possono ferire i ragazzi molto pesantemente, quando essi avvertono una discordanza tra le parole dei genitori e il loro reale comportamento, quando, in altre parole, essi avvertono l’ipocrisia del genitori e il loro recitare un ruolo senza farsi coinvolgere troppo. Una parola fuori posto (ti voglio bene “anche” così) manifesta comunque una profonda non accettazione, ma spesso è sufficiente il tono della voce o il fatto che l’argomento viene congelato in modo definitivo.

I ragazzi vorrebbero parlare in modo serio con i loro genitori, vorrebbero capire le loro difficoltà e aiutarli a risolverle. Le vere difficoltà emergono quando manca la fiducia reciproca, quando genitori e figli non si stimano reciprocamente come persone. In situazioni del genere, il fatto che il figlio sia gay non costituisce il vero problema ma fa risaltare le incomprensioni e le sottostanti patologie nel rapporto genitori-figli.

Che significato vorrebbe avere Progetto Gay nei confronti di un genitore che ha un figlio gay? Prima di tutto Progetto Gay non è un sito per genitori di ragazzi gay ma un sito gay e la differenza è enorme. Qui un genitore di un ragazzo gay non troverà nessuno disposto a compartirlo o permettergli di sentirsi vittima di una specie di maledizione biblica, perché queste cose sono solo ridicole e penose e sono il segno evidente di una immaturità da parte del genitore. Qui, su Progetto Gay, un genitore di un ragazzo gay troverà un’immagine reale della vita del figlio e avrà la possibilità di liberarsi dagli stereotipi sui gay diffusi dai mass media, qui avrà la possibilità di creare un dialogo con i ragazzi gay per capire in modo serio, non i problemi dei genitori, ma finalmente quelli dei figli! La mancanza di dialogo tra genitori e figli non si elimina facendo parlare i genitori tra loro, ma spingendoli a parlare con i ragazzi e a mettersi in gioco in prima persona, senza ipocrisie e senza assunzioni pregiudiziali di ruoli.

Cari genitori che leggete questo post, vi siete mai domandati perché, sulle centinaia di genitori che aprono la sezione di Progetto Gay dedicata ai genitori, nessun genitore abbia mai lasciato un commento? Io una risposta ce l’ho. È molto più facile farsi accogliere dalle braccia premurose di un sito “per genitori” di figli gay che in quelle molto più rudi di un sito gay. Chi scappa e non scrive qui, nonostante l’assoluto anonimato, non sta cercando onestamente di risolvere il problema del figlio ma solo il proprio!

Se volete un posto in cui discutere seriamente con dei ragazzi gay per capire il loro punto di vista, non cercate siti per genitori che vi facciano sentire vittime e vi coccolino, ma cercate di capire veramente il punto di vista dei ragazzi e cercate un dialogo serio.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=30394903

mercoledì 10 ottobre 2007

SCOPRIRE L'OMOSESSUALITA' DI UN FIGLIO

Dai siti statistici emerge un fenomeno che ha bisogno di assoluta attenzione. Non sono infrequenti (circa il 2% del totale) le visite di lettori che accedono tramite motori di ricerca inserendo chiavi che fanno pensare che si tratti di genitori che hanno avuto conoscenza della omosessualità dei figli. Questi lettori spesso non leggono altre parti del blog ma solo quelle che riguardano i rapporti tra genitori e figli gay, spesso questi lettori sono senza “reffering link”, cioè hanno memorizzato tra i preferiti le pagine di questi blog che parlano di rapporti tra genitori e figli gay e tornano a leggerle più di una volta. Non è la prima volta che affronto l’argomento ma credo che la cosa sia così importante che ogni ulteriore chiarimento non possa che essere utile... e per questo mi rivolgo direttamente ai genitori che hanno avuto notizia che i figli sono gay.
Cari Genitori,
se avete letto qualcosa di questi miei blog vi sarete accorti che io sono un anziano signore gay che si dedica praticamente a tempo piano a pubblicare blog gay ma, forse lo avete notato, su questi blog non ci sono immagini di nessun genere, si tratta di blog senza restrizioni, per tutti, e questo deriva da una scelta precisa: raggiungere il più grande numero possibile di lettori interessati a conoscere che cosa è veramente la vita dei gay. A me non interessa avere molti lettori ma avere lettori che siano o gay o persone che sono comunque molto interessate alla vita dei gay. In questo senso ho dedicato alcuni post ai rapporti dei gay con le donne che di loro si innamorano, e ad altri problemi che i gay nelle varie situazioni di vita possono incontrare. In questo panorama un ruolo assolutamente fondamentale spetta ai genitori. Preciso che sono in corrispondenza con diversi ragazzi gay, giovani, ma non adolescenti, in genere studenti universitari o ragazzi che hanno già cominciato a lavorare. Per questi ragazzi, anche a 25, 28 o 30 anni, il problema del rapporto con la famiglia in genere non è risolto. Questo significa che questi ragazzi, che ormai sono pienamente adulti, risentono ancora, spesso in modo profondo, della crisi dei rapporti familiari dovuta al loro essere gay. I genitori di questi ragazzi, che hanno anche 60 anni, non sono in grado di dare loro nessun supporto e spesso le incomprensioni si accumulano e si sedimentano, fino ad una separazione totale tra i figli e la famiglia che è terribile sia per i figli che per i genitori e lascia un senso di fallimento profondo della vita affettiva. Ma a 25 anni, se è vero che si può andare in crisi, è comunque vero che in genere ci sono le risorse per gestire la situazione, ma in età molto giovane non è detto affatto che sia così. Noto spesso, anche in figli gay venticinquenni, il desiderio profondo della fuga da casa, non per trovare chissà che cosa, ma semplicemente per trovare una privacy che per un ragazzo di 25 anni è necessaria come l’aria, tanto più se si tratta di un ragazzo gay. Che un ragazzo gay possa avere buoni rapporti con la famiglia non è cosa comune perchè spesso l’accettazione dichiarata della omosessualità dei figli da parte dei genitori è solo di facciata e i figli avvertono che “comunque” qualcosa è cambiato. In una situazione del genere un figlio è portato istintivamente a considerare i genitori ipocriti. Con i figli, e in particolare con i figli gay, è indispensabile essere onesti al 100%. Nella maggior parte dei casi i figli non parlano ai genitori della loro omosessualità e, aggiungo, nella maggior parte dei casi fanno bene a non parlarne. Quanto sto dicendo non è in contrasto con l’esigenza di chiarezza di cui parlavo prima perché deriva dal fatto che i figli “temono” le reazioni dei genitori e quando in un rapporto affettivo subentrano i timori il rapporto ne viene pesantemente viziato. I ragazzi che ho conosciuto tramite questi blog e con i quali mi capita spesso di essere in chat vogliono sentire da me la conferma del fatto che essere gay significa avere una dignità, una moralità, una dimensione umana alta, non inferiore a quella di nessun’altra condizione di vita. Spesso gli adulti che non sanno molto del mondo gay hanno di esso una visione assolutamente pregiudiziale, lo identificano con gli aspetti più strillati e più spettacolari che si vedono in televisione... ma no! Cari genitori, i gay, quelli veri, con queste cose non c’entrano nulla... io ne conosco tanti di tutte le età e sono persone serissime, che lavorano, che cercano di credere in quello che fanno e che spesso vivono in condizioni di non libertà perché nel mondo in cui vivono l’essere gay non è cosa accettata. C’è gente che si nasconde (la grande maggioranza!), io li chiamo “il popolo invisibile” ... e si nasconde perché ha paura, non perché ha qualcosa da nascondere. Ho visto dei gay vivere forme d’amore profondissimo, con o senza sesso non importa, nei confronti di chi dava loro una risposta affettiva seria. Ho visto ragazzi giovanissimi letteralmente distrutti dalla incomprensione dei loro genitori e mille volte pentiti di essersi dichiarati in famiglia. Se avete letto questo blog avrete visto che io in genere invito i ragazzi a pensare molto bene prima di decidersi al coming out e devo dire che il coming out verso i genitori, quando arriva, è sempre l’ultimo, e nella maggior parte dei casi, oltre l’80%, non arriva proprio. Che deve fare un genitore che si accorge che il figlio è gay (che glielo abbia detto il figlio o meno)? La risposta vi potrà sembrare stupida... ma un genitore che si rende conto che il figlio è gay, se gli vuole bene, lo deve aiutare ad essere gay. Un ragazzo mi diceva: “in fondo ho avuto un coraggio da leone a parlarne con i miei... ma loro l’hanno presa bene in un certo senso e dicono che mi devo solo curare”. Un atteggiamento del genere per un ragazzo gay equivale a un abbandono, a una non accettazione. Accettare non significa cercare di modificare la situazione, nemmeno sperare che succeda, se c’è il tentativo di cambiare le cose o la speranza che le cose cambino vuol dire che l’accettazione non c’è. E concludo dicendovi una cosa: essere gay non è una scelta è una qualità di fondo di una persona e io non ho mai visto un ragazzo gay che non volesse essere gay. Rifiutare il fatto che un figlio è gay significa rifiutare il proprio figlio sotto ogni punto di vista. Amare i figli vuol dire amarli come sono!
Se, in qualunque modo, potrò essere utile ne sarò ben contento. Se mi lasciate un commento o mi inviate una e-mail sul blog MSN (ci sono i link in questo blog) cercherò di rispondere.