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lunedì 3 settembre 2018

SEMPRE FIGLI NOSTRI – I VESCOVI USA E L’OMOSESSUALITA’

Leggevo sul sito della Conferenza dei Vescovi cattolici degli stati uniti un documento “Always Our Children: A Pastoral Message to Parents of Homosexual Children and Suggestions for Pastoral Ministers” che merita una particolare attenzione. Era mia intenzione tradurre il teso in Italiano e pubblicarlo “con il dovuto commento” sui siti di Progetto Gay, sia in Italiano che in Inglese. Ho tradotto tutto il testo ma ho notato che non posso riprodurlo nemmeno parzialmente perché è coperto da copyright! Il copyright è nato per impedire lo sfruttamento commerciale di una pubblicazione, ma in questo caso specifico, dove non si capisce quale possa essere l’interesse commerciale da difendere, trattandosi di un documento “pastorale”, il copyright ha ovviamente un altro significato, cioè quello di impedire la pubblicazione anche parziale del testo e quindi il suo commento puntuale da parte di “persone non autorizzate”, in sostanza il copyright qui ha solo il senso di una censura. Devo sottolineare che i documenti ufficiali del Vaticano, che sono di ben altra importanza, non sono difesi con espedienti come il copyright e il Vaticano si espone onestamente alle critiche di chiunque, ma la conferenza episcopale degli USA preferisce difendersi con mezzi tipici del diritto commerciale!
Invito non solo i gay ma tutte le persone che hanno una coscienza civile a leggere questo documento (http://www.usccb.org/issues-and-action/ … ildren.cfm).
Non posso citarne i contenuti per questioni di copyright, mi limiterò quindi a riportare le impressioni che ho avuto durante la lettura del testo.
Noto che il testo è del 1997, in piena epoca di Giovanni Paolo II, anzi di San Giovani Paolo II. I vescovi presentano un approccio non fraterno ma “pastorale” nel senso che non c’è nessuna ricerca in comune della verità ma ci sono i pastori che benevolmente si preoccupano della pecorelle smarrite. La comunicazione è a senso unico, dall’alto al basso, dai vescovi ai fedeli. Il discorso sulla omosessualità è affrontato insistendo molto formalmente sull’accoglienza e il rispetto ma ribadendo l’insegnamento della Chiesa, cioè in sostanza rifiutando radicalmente di aprire gli occhi sulla realtà. Anche Galileo aveva sostenuto che non è il sole a girare intorno alla terra ma la terra a girare intorno al sole e fu condannato dall’Inquisizione sulla base degli insegnamenti della Chiesa, insegnamenti che non avevano nulla di evangelico, come non hanno nulla di evangelico gli insegnamenti della Chiesa sulla Omosessualità. Ho citato centinaia di volte documenti fondamentali su questa materia dell’Organizzazione Mondiale delle Sanità, ma la Chiesa non vuole prendere in considerazione “la realtà”, che non ha niente a che vedere con quello che la Chiesa stessa predica in tema di omosessualità. Sbagliare si può, ma insistere nell’errore evitando ogni forma di confronto vuol dire che l’altro è considerato una realtà di serie B, da compatire, da guidare, una persona che si deve fingere di rispettare senza minimamente cercare di capire quello che pensa, che è considerato sbagliato a priori.
C’è poi un’altra cosa che mi ha molto colpito, il documento è rivolto essenzialmente non ai gay, mai ai genitori di figli gay e coloro che esercitano funzioni pastorali, si dice che il ricorso alle terapie di conversione “non è obbligatorio” e dovrebbe essere accettato volontariamente e anche che non è detto che risolva il problema, ma si consiglia ai genitori cattolici di rivolgersi a specialisti che seguono la dottrina cattolica, e questo è di per se molto significativo.
Per un verso si insiste sul fatto che un figlio gay è comunque un figlio (perché molti cattolici evidentemente erano stati indotti a pensare il contrario!), ma per l’altro si riconosce che un genitore può ben dirsi sconvolto da un evento terribile come accorgersi di avere un figlio gay, si consiglia a quel genitore di rivolgersi alla comunità, alla parrocchia, alla diocesi, alle associazioni di genitori di figli gay, ecc. ecc.. Ma mi sono chiesto se la Chiesa si sia mai resa conto di avere diffuso e di continuare a diffondere messaggi falsi e omofobi che hanno alimentato e continuano ad alimentare l’odio verso i gay. Sul tema del suicidio si dice che l’omosessualità può portare al suicidio ma in realtà non è l’omosessualità che porta al suicidio ma il clima di caccia alle streghe alimentato intorno all’omosessualità da quanti, sotto l’apparenza mite e paterna del pastore, diffondono l’odio. Chi ha orecchio per intendere intenda! Questa era la chiesa di San Giovanni Paolo II ma è stata anche la chiesa di Benedetto XVI e purtroppo è ancora la chiesa di Papa Francesco.
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mercoledì 21 febbraio 2018

RAGAZZI GAY E GENITORI OMOFOBI

Ciao Project,
ho 50 anni, non sono gay, ma ho un figlio gay di 25 anni e mi piacerebbe fare conoscere la mia esperienza ad altri genitori. Devo dirti che sono stato, negli ultimo due anni, un lettore assiduo dei tuoi siti che mi sono stati utilissimi. Ma cominciamo dall’inizio.
Sono nato nel 68, mi sono sposato giovane, nel 90, i miei pensavano che fosse troppo presto ma io l’ho voluto fare perché volevo vivere con mia moglie e non ho mai rimpianto quella scelta perché mia moglie è una persona che mi vuole bene veramente. Mio figlio, che qui chiamerò Diego, è nato nel 92, quando io avevo 24 anni ed ero un papà giovanissimo. Da piccolo Diego era un bambino molto vivace e curioso di tutto, che si sentiva molto il cucciolo di papà e mamma. Ho ricordi bellissimi di quel periodo (6-10 anni). Col crescere si è dimostrato anche bravo a scuola e molto responsabile, a 14 anni ha avuto le chiavi di casa. Tra noi c’è stato sempre un buon dialogo. Mia moglie non è mai stata una mamma-chioccia e ha cercato dai 14 anni in poi, di metterlo in contatto con ambienti sportivi in modo che potesse stare con altri ragazzi. A 14 anni Diego era già molto alto e giocava a basket a discreto livello, portava a casa i suoi compagni di squadra, li invita a pranzo, io e mia moglie cucinavamo e l’atmosfera era molto gradevole. Le cose sono andate avanti così fino ai 17 anni. Mio figlio non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze. In casa non avevamo mai parlato seriamente di sesso. Diego vedeva me e la madre che la sera vedevamo la televisione abbracciati e la cosa per lui era assolutamente naturale. Era capitato qualche volta di parlare un po’ di qualche trasmissione televisiva che accennava alla omosessualità. Sia io che mia moglie abbiamo sottolineato che ciascuno è quello che è e che solo le persone poco intelligenti possono avere pregiudizi in questo campo.
Vorrei chiarire che i nostri non erano atteggiamenti “politicamente corretti” assunti perché chi è di sinistra ragiona così. Io, in gioventù ho avuto un amico gay molto più grande di me, che forse si era innamorato di me, che per me è stato un secondo padre, se non ci fosse stato lui non so che fine avrei fatto ma credo che avrei corso molti rischi e molto seri. Anche mia moglie l’ha conosciuto ed è rimasta molto colpita. Insomma, la faccio breve, per me l’omofobia non esiste perché sarebbe la più radicale contraddizione della mia vita e della mia esperienza.
Quindi Diego, a casa, non mai respirato un’atmosfera omofoba. Comunque quando aveva 17 anni io e mia moglie abbiamo cominciato a porci delle domande, non eravamo prevenuti verso l’omosessualità, ma avere un figlio unico e sapere che è gay non è comunque una cosa facilissima da accettare, non fosse altro perché uno si chiede come si deve comportare per fare il genitore nel modo migliore. Avevamo notato che Diego stava molto spesso con un ragazzo che chiamerò Dany, erano inseparabili. Dany veniva spasso a casa. Diego e Dany (“D&D” così si chiamavano tra loro) andavano al campeggio insieme, passavano le vacanze insieme di Natale e di Pasqua in giro per l’Italia. Diego era contento e si vedeva. Io e mia moglie non ci siamo mai intromessi, però abbiamo capito che tra loro c’era qualcosa di più di una semplice amicizia. Diego però non ci aveva accennato nulla e noi non ce la sentivamo proprio di fare domande in proposito. Dany disegnava benissimo, i suoi disegni erano delle vere opere d’arte, e piano piano casa nostra fu piena dei disegni di Dany. Nel frattempo Diego aveva compiuto 18 anni. La festa di compleanno non era stata un’invasione di amici, come quella dei 17, ma era stata tutta centrata su una gita (Sabato e Domenica) con Dany. Qualche volta Diego restava a dormire a casa di Dany, noi non dicevamo nulla ma nel sottofondo però avevamo qualche preoccupazione, non per l’omosessualità ma per i possibili rischi per la salute e un po’ di ansia la sentivamo eccome. Ho pensato che non se ne potesse fare a meno e ho deciso di parlare con Diego. Siamo usciti insieme un pomeriggio e siamo andati alla villa comunale e gli ho detto: “A me e a tua madre Dany ci sta benissimo, ma abbiamo qualche preoccupazione per la salute…” Lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “abbiamo fatto il test tutti e due… e comunque lui non era mai stato con nessuno e nemmeno io.” Gli ho chiesto: “Ma i genitori di Dany lo sanno?” e lui mi ha risposto: “No! E questo è il problema più grosso, perché non sono come te e mamma… insomma Dany li teme.” Abbiamo parlato molto di questo fatto, Diego era veramente preoccupato. Dany avrebbe anche tagliato i ponti con la sua famiglia ma per lui sarebbe stato un trauma. Parlare con mio figlio non solo mi ha tranquillizzato ma mi ha fatto capire che ho un figlio d’oro e che posso ritenermi un padre felice. A casa ho raccontato a mia moglie del discorso fatto con Diego e lei mi ha guardato perplessa e mi ha detto: “Ma tu pensi che noi possiamo fare qualcosa per questi ragazzi?” Si riferiva al fatto di prendere contatto con la famiglia di Dany e di esplorare un po’ la situazione. Le ho risposto che su questo bisognava sentire non solo Diego ma soprattutto Dany. Un giorno che i ragazzi sono venuti a casa il discorso lo ha avviato proprio Diego, Dany sapeva già che noi sapevamo. Dany però era molto esitante, perché a casa sua nessuno sospettava nulla. In sostanza nessuno di noi quattro aveva le idee chiare. I ragazzi dovevano finire l’ultimo anno di liceo e poi sarebbero andati all’università, ovviamente insieme e in un’altra città, avrebbero fatto entrambi ingegneria e avrebbero preso anche un appartamentino monocamera insieme. Ma lo scoglio della famiglia di Dany restava un problema insoluto.  L’anno successivo i ragazzi sono andati all’università, e come previsto hanno condiviso un piccolo appartamento, metà delle spese le pagavamo noi e metà la famiglia di Dany. Le cose sembravano andare bene, i ragazzi erano contenti, poi Dany ha avuto la malaugurata idea di parlare chiaro con i suoi genitori e da lì è cominciato il disastro. Lo hanno minacciato, in pratica lo hanno minacciato di diseredarlo, e non è una cosa da poco perché è una famiglia che sta bene economicamente. Ho chiarito a Dany che in ogni caso la quota di legittima nessuna gliela avrebbe potuta togliere, ma lui nemmeno mi stava a sentire, voleva tagliare i ponti con la sua famiglia, evidentemente dopo il discorso di chiarimento, doveva essere stato trattato malissimo. La famiglia ha smesso di pagare le tasse universitarie e la quota dell’appartamento per costringere Dany e rientrare a casa, Dany voleva lasciare l’università e mettersi a lavorare ma lo abbiamo convinto che sarebbe stata una follia e che avrebbe fatto un danno grave anche Diego, perché studiando insieme ottenevano ottimi risultati, e lui si è lasciato convincere. Abbiamo pagato noi tutte le spese, che in fondo non erano poi una gran cosa. Dany però si sentiva in imbarazzo per questa cosa e noi non sapevamo che cosa fare per rimettere Dany di buon umore. Per fortuna poi i ragazzi sono stati molto impegnati nello studio e questi problemi sono passati in seconda linea. Ogni settimana o io o mia moglie ci facevamo un viaggetto fino a casa dei ragazzi per portare loro i pasti già cucinati per la settimana, in modo che non perdessero tempo per queste cose. Mia moglie lavava e stirava perché avessero gli abiti sempre in ordine, insomma, non li abbiamo lasciati soli e ormai si sono laureati entrambi brillantemente e hanno cominciato anche a lavorare, si tratta ancora di piccole cose, ma così si fanno conoscere e le prospettive si allargano. Purtroppo i genitori di Dany sono spariti, sembra incredibile ma è proprio così, si sono disinteressati del tutto del figlio, non avrei mai pensato che si potesse arrivare a tanto, ma è quello che è successo. Dany non li vede da anni, e poi adesso vive con Diego nella città dove hanno studiato e secondo me non hanno nessun desiderio di tornare nella città di origine. Noi li andiamo a trovare più o meno un weekend al mese e ci accolgono con entusiasmo. Dany è molto amareggiato dal comportamento dei suoi genitori ma ormai ha perso lo speranza che possa cambiare qualcosa.
Project, anche Diego e Dany ti conoscono e tu hai parlato con loro (prima con Diego e poi con Dany, dopo circa un mese, più o meno un anno fa), stai facendo un lavoro utilissimo. Mi piacerebbe molto che tanti genitori aprissero gli occhi e mettessero da parte i pregiudizi perché per un figlio gay vedere che i genitori tentano di forzare la sua libertà e poi spariscono quando si rendono conto che il figlio ha un suo mondo, significa perdere buona parte della visione positiva della vita. Dany aveva trovato Diego e poi ha trovato anche noi e tutto sommato, per lui la situazione non è stata distruttiva, ma se fosse stato solo sarebbe stato costretto a rinunciare agli studi e avrebbe finito per covare dentro di sé un risentimento violento, e tutto questo assolutamente senza nessuna ragione seria. Io ho un figlio gay ma è un ragazzo felice, né io né mia moglie abbiamo timori per il suo avvenire, perché è riuscito a realizzare quello desiderava e ora è un uomo adulto di cui andiamo orgogliosi, ha un ragazzo che ama e che lo ama e non resterà solo. Mi chiedo come sia possibile che ancora nel XXI secolo ci siano genitori tanto fuori dal mondo di pensare di poter abbandonare un figlio perché è gay. Tutto questo è veramente assurdo!
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lunedì 26 settembre 2016

J. J. ROUSSEAU E L’OMOSESSUALITA’

Nel brano che segue, che rappresenta il terzo caso di eterosessualità analizzato da Raffalovich, nel suo Uranismo e Unisessualità, è del tutto assente ogni commento di Raffalovich, il testo è unicamente costituto da citazioni delle Confessioni di J. J. Rousseau, relative a tre episodi della sua vita, in due di essi (il primo e il terzo) il filosofo fu oggetto di attenzioni da parte di due omosessuali che cercarono di avere con lui dei rapporti sodomitici, nel secondo episodio Rousseau si trova ad essere oggetto di una richiesta di masturbazione “uno accanto all’altro, ma ciascuno per proprio conto”. In tutti è tre i casi la reazione del filosofo è di violento rigetto. In effetti, salvo la richiesta di masturbarsi insieme, negli altri due casi l’autore si è trovato di fronte a forme classiche di adescamento molto comuni nel ‘700 verso ragazzi in precarie condizioni economiche. Non stupisce che Rousseau manifesti tutta la sua repulsione in una situazione simile, penso che anche un ragazzo omosessuale avrebbe provato un senso di repulsione sostanzialmente analogo. Qualche perplessità desta invece la reazione, anche qui molto netta, verso la proposta di masturbazione fianco a fianco ma ciascuno per proprio conto. Rousseau dice chiaramente di esserne rimasto talmente sconvolto da essersi poi astenuto dalla masturbazione per un lungo periodo. Questi brani mostrano un’immagine nettamente eterosessuale di Rousseau. Il filosofo ci dice anche che l’aver visto lo scatenamento e la violenza dell’uomo nel suo eccitamento sessuale ha fatto maturare il lui l’idea che le donne dovessero essere risarcite della violenza che ricevono dagli uomini tramite i servigi dei loro amanti. Da questi discorsi emerge la figura di un Rousseau non solo nettamente eterosessuale ma animato da violento rigetto verso l’omosessualità, anche se Rousseau confonde l’omosessualità con l’adescamento omosessuale e con la prostituzione. Sembra che il filosofo, paladino dell’amore per le donne, sia animato da un vero sdegno morale verso gli omosessuali, in particolare verso gli adescatori e i violenti, ma ci sono da tenere presenti alcuni dati di fatto.
Nel 1732 Claudio Anet, cameriere e giardiniere di Madame Warens, detta da Rousseau maman e considerata da lui come una seconda madre, diviene per Jean Jacques una “specie di precettore”, iniziandolo allo studio della botanica. Ma il rapporto tra Anet e Rousseau aveva un significato molto più complesso, almeno per Anet.
Nel 1733 Rousseau diventa l’amante di Madame de Warens (lei ha 34 anni, lui 21): «mi sentivo come se avessi commesso un incesto» – commenta lui stesso. Si forma un ménage a tre fra Jean Jacques, maman e Anet, il quale «mi mostrava quanto l’amava, affinché io lo amassi ugualmente». La prematura scomparsa di Anet (muore di pleurite nel ‘34) provoca la rovina degli affari della Warens in quanto Rousseau è incapace di sostituirlo.
Nel 1757 nasce un nuovo ménage a tre che vede protagonisti Rousseau, Sophie d’Houdetot e Saint-Lambert (l’amante di quest’ultima), da intendersi secondo la spiegazione dello scrittore ginevrino: «Eravamo ebbri d’amore l’uno per l’altro, lei per il suo amante, io per lei; i nostri sospiri, le nostre lacrime deliziose si confondevano… I nostri sentimenti erano così simili che non era possibile che in qualcosa non si unissero…»
I rapporti a tre di Rousseau sono da lui presentati come forme d’amore sublime vissute in una luce molto paradisiaca ma per molti aspetti poco credibile. A Rousseau non si addicono certo i panni del moralista sconvolto dalla masturbazione, e dagli adescamenti per fini sessuali, i suoi ménage a tre, l’essersi approfittato di una ragazzina appena adolescente, e soprattutto l’abbandono di tutti e cinque i figli all’orfanotrofio, rendono parecchio stonato il suo piglio di maestro eterosessuale di morale capace di insegnare agli altri i segreti dell’amore sublime e dell’educazione dei fanciulli e degli adolescenti. Ma gli uomini sono pieni di contraddizioni e la stessa tormentatissima biografia di Rousseau ne rende comprensibile il carattere.
III. – J. J. Rousseau. – Eterosessualità malgrado la masturbazione e il masochismo.
“ Non esiste anima così vile o cuore così barbaro che non siano suscettibili di qualche forma di attaccamento. Uno di questi due banditi, che si dicevano Mori, si affezionò a me. Mi si avvicinava volentieri, discuteva con me nel suo parlare diretto, faceva per me dei piccoli servizi, qualche volta, a tavola, mi dava una parte della sua porzione e soprattutto mi dava baci frequenti con un ardore che mi era molto sgradevole. Per quanta paura avessi naturalmente di questa faccia di panpepato ornata da una lunga cicatrice e di questo sguardo acceso che sembrava più furioso che tenero, sopportavo i suoi baci, dicendo dentro me stesso: Il pover’uomo ha concepito per me un’amicizia molto viva, avrei torto a respingerlo. Passava per gradi a comportamenti più liberi e qualche volta mi faceva dei discorsi così strani che pensavo che gli avesse dato di volta il cervello. Una sera volle venire a coricarsi con me; io mi opposi dicendo che il mio letto era troppo piccolo. E lui mi fece pressioni perché andassi a coricarmi io nel suo; io rifiutai ancora; perché questo miserabile era così sporco e così puzzolente di tabacco masticato che mi faceva venire la nausea.
L’indomani, molto di buon mattino stavamo tutti e due soli nella sala dell’assemblea; ricominciò con le sue carezze, ma con dei movimenti così violenti che lo facevano sembrare spaventoso. Infine volle passare per gradi alle intimità più scioccanti, e volle forzarmi, disponendo della mia mano, a fare altrettanto. Io mi liberai d’impeto lanciando un grido a facendo un salto all’indietro; e, senza mostrare né indignazione né collera, perché non avevo la più pallida idea di che cosa stesse succedendo, espressi la mia sorpresa e il mio disgusto con una tale energia che lui mi lasciò stare. Ma mentre stava finendo di dimenarsi, vidi partire verso il caminetto e cadere a terra un non so che di colloso e di biancastro che mi dava il voltastomaco. Mi lanciai sul balcone … Non potevo capire che cosa avesse questo disgraziato; pensai che avesse un attacco di epilessia o di qualche altra frenesia ancora più terribile, e in realtà non conosco nulla di più orribile da vedere, per uno che abbia sangue freddo, di questo osceno e sporco contegno e di questa faccia spaventosa infiammata dalla più brutale concupiscenza. Non ho mai visto nessun altro uomo in uno stato simile; ma se noi vicino alla donne siamo così, bisogna che loro abbiano gli occhi molto affascinati per non avere orrore di noi.
Io chiacchierai tanto che l’indomani venne di buon mattino uno degli amministratori a somministrarmi un pistolotto molto vivace, accusandomi di mettere a rischio l’onore di una casa santa e di fare tanto chiasso per un po’ di dolore. Prolungò il suo rimprovero spiegandomi molte cose che io ignoravo, ma che lui pensava che io sapessi già, convinto che io mi fossi difeso sapendo che cosa si voleva da me perché non volevo dare il mio consenso. Mi disse solennemente che era una cosa proibita come la lussuria, ma cercare di realizzarla non era poi così offensivo per la persona che ne era l’oggetto e che non c’era proprio nessuna ragione di irritarsi tanto per il fatto di essere stati trovati amabili fa qualcuno. Mi disse senza troppi giri di parole che pure lui, in giovinezza, aveva avuto il medesimo onore e che essendo stato colto in una situazione in cui non poteva fare resistenza, non ci aveva trovato niente di così crudele. Spinse l’impudenza fino a servirsi dei termini appropriati e, immaginandosi che la causa della mia resistenza fosse la paura del dolore, mi assicurò che questa paura era del tutto immotivata e che non c’era bisogno di allarmarsi di nulla. Ascoltavo questo infame con stupore ancora più grande per il fatto che non parlava per se stesso; sembrava istruirmi soltanto per l mio bene. Il suo discorso gli sembrava così semplice che non aveva nemmeno cercato il segreto del tête-à-tête, e noi avevamo come terzo un ecclesiastico che non era affatto turbato da questa cosa più di quanto non lo fosse lui. Quest’aria naturale mi impressionò talmente che arrivai a credere che fosse senza dubbio un uso ammesso nel mondo, del quale io non avevo avuto alcun modo di essere istruito prima. Questo mi spinse ad ascoltare senza collera, ma non senza disgusto. Il ricordo di quello che mi era successo, ma soprattutto di quello che avevo visto restava tanto profondamente impresso nella mia memoria che quando ci pensavo mi tornava ancora il disgusto. Senza che io ne sapessi di più, il senso di repulsione per la cosa si estese a colui che ne faceva l’apologia … Questa avventura mi mise al riparo per l’avvenire dalle imprese di questi pederasti; e la vista delle persone che si credeva lo fossero, ricordandomi l’aria e i gesti del mio spaventoso Moro, mi ha sempre ispirato un orrore così grande che riuscivo appena a nasconderlo. Invece le donne, a paragone, guadagnarono molto nel mio spirito: mi sembrava che io dovessi loro, con la tenerezza di sentimenti e con l’omaggio della mia persona, una riparazione per le offese del mio sesso, ecc.”
“Nel 1732 ero seduto una sera a Bellecour, dopo una ben misera cena, sognando di tirarmi fuori dai guai, quando un uomo col berretto venne a sedersi vicino a me. Quest’uomo aveva l’aria di uni di quegli operai della seta che a Lione si chiamano taffetatiers. Mi rivolse la parola, io gli risposi. Avevamo parlato a stento per un quarto d’ora, quando sempre col medesimo sangue freddo e senza cambiare tono mi propose di divertirci in compagnia. Aspettavo che mi spiegasse quale sarebbe stato questo divertimento; ma senza aggiungere nulla si ritenne in dovere di darmene un esempio. Noi quasi ci toccavamo e la notte non era così oscura da impedirmi di vedere a quale esercizio si preparava. Non voleva la mia persona, o almeno niente lo lasciava pensare, e il posto non avrebbe favorito la cosa: voleva solo divertirsi, come mi aveva detto e voleva che mi divertissi anche io, ognuno per proprio conto; e questo gli sembrava così semplice che non aveva nemmeno supposto che io potessi non pensarla come lui. Fui tanto sconvolto da questa impudenza che, senza rispondergli, mi alzai precipitosamente e mi misi a correre a più non posso credendo di avere questo miserabile alle calcagna. Ero così turbato che invece di raggiungere il mio alloggio attraverso la via di san Domenico, corsi lungo la riva e mi fermai al di là del ponte di legno, tremante come se avessi appena commesso un crimine. Ero soggetto allo stesso vizio: ma questo ricordo me ne guarì per molto tempo.”
“In questo viaggio ebbi un’avventura più o meno dello stesso genere, ma che mi espose a un rischio molto più grave. Sentendo che i miei soldi stavano per finire, cercai di trattare con cura quel po’ che mi rimaneva. Pranzavo e cenavo meno spesso al mio albergo e poi ben presto non vi mangiai più, potendomi ristorare un po’ alla taverna per cinque o sei soldi … Non mangiandoci più, non sapevo come andarci a dormire. Una sera che faceva molto caldo, decisi di passare la notte in piazza; e già mi ero sistemato su una panca, quando un prete che passava, vedendomi così coricato si avvicinò e mi chiese se io avessi un alloggio. Gli confessai la mia situazione e lui ne sembrò toccato. Si sedette accanto a me e parlammo. Sembrava gentile, tutto quello che mi disse mi trasmise di lui la migliore impressone possibile. Quando mi vide ben disposto, mi disse che alloggiava poco lontano, che non aveva che una sola camera, ma che certamente non mi avrebbe lasciato dormire così nella piazza, che era tardi per cercare un alloggio e che mi offriva per quella notte la metà del suo letto. Io accettai l’offerta sperando di farmi un amico che avrebbe potuto essermi utile … La sua camera mi sembrò pulita nella sua piccolezza; fece gli onori di casa molto educatamente. Prese da una recipiente di vetro delle ciliegie all’acquavite, me mangiammo due per ciascuno e poi fummo sul punto di coricarci.
Quest’uomo aveva gli stessi gusti del mio Ebreo dell’ospizio, ma non li manifestava brutalmente. Forse pensando che io potessi capire di che si trattava, aveva paura di costringermi a difendermi, o forse perché forse non si sentiva confortato nei suoi propositi, non osava propormene apertamente l’esecuzione e cercava di smuovermi senza inquietarmi. Più istruito della pima volta, compresi ben presto il suo scopo, e cominciai a tremarne non sapendo né in che casa né nelle mani di chi io fossi finito, avevo paura, se avessi fatto baccano, di pagarlo con la mia vita. Finsi di ignorare quello che lui voleva da me, ma sembrando molto infastidito dalla sue carezze e molto deciso a non sopportare che andasse oltre, feci in modo che fosse costretto a contenersi. Allora gli parlai con tutta la dolcezza e con tutta la fermezza di cui ero capace e, senza sembrare affatto sospettoso, mi scusai dell’inquietudine che gli avevo mostrato citando la mia vecchia avventura, che feci in modo di raccontargli in termini pieni di disgusto e di orrore al punto che penso di aver fatto venire il disgusto anche a lui e così rinunciò completamente al suo sporco disegno. Passammo tranquillamente il resto della notte; mi disse anche molte cose buone e sensate; non era certamente un uomo privo di meriti, anche se si era comportato come un gran villano. Il mattino, l’abate, che non voleva avere l’aria scontenta, parlò di colazione e pregò una delle figlie della sua ostessa, che era molto carina, di fare portare qualcosa. Quella gli rispose che non aveva tempo. Lui si rivolse alla sorella che non si degnò nemmeno di rispondere. Aspettammo entrambi, non ci fu nessuna colazione. Alla fine entrammo nella stanza della ragazze. Loro accolsero il signor abate con un aria molto poco gentile. Io fui ancora meno contento dell’abate per come accolsero me. Vidi nei loro sguardi insultanti e beffardi un furore nascosto.”
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