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mercoledì 4 febbraio 2015

GAY E ANSIA

L’ansia è una forma di timore connesso a qualcosa di indefinito e indeterminato che è avvertito come un pericolo dal quale però è impossibile tenersi lontani. L’ansia ha manifestazioni fisiche di vario livello, dall’irrequietezza, all’insonnia, alla tachicardia, alla extrasistolia, all’ipertensione e sconvolge talora i ritmi della vita ordinaria rendendo difficile se non impossibile la realizzazione di azioni quotidiane che prima dell’insorgere dello stato ansioso erano considerate banali.
Ci sono forme di ansia del tutto prive di cause oggettive individuabili e ci sono forme di ansia in cui si individua una causa oggettiva ma la reazione ansiosa va ben al di là di quanto ci si potrebbe razionalmente aspettare. L’ansia è connessa ad una errata valutazione del pericolo e alla prevalenza della reazione emotiva su quella razionale. Si possono rilevare manifestazioni ansiose di intensità molto variabile in molte patologie anche gravi ma se ne possono riscontrare, quantunque di grado più lieve, anche in situazioni che hanno oggettivamente ben poco di patologico.
Oggi l’ansia comincia ad essere studiata non solo a livello descrittivo ma anche a livello biochimico, si tratta di studi affascinanti ma siamo agli inizi di una biochimica dei fenomeni psichici che resta comunque materia per alti specialisti. Le terapie farmacologiche dell’ansia possono andare ben oltre i classici ansiolitici minori ma devono essere gestite sotto stretto controllo specialistico. Intendo dire che le competenze biochimiche e farmacologiche per gestire i moderni psicofarmaci vanno oltre le competenze del medico di base e richiedono intervento di specialisti.
In questo post prenderò in considerazione il peso dell’ansia in particolare in relazione all’accettazione della omosessualità e agli aspetti della vita ordinaria di un omosessuale. Preciso che non mi occuperò di ansia patologica, che, come detto, ha bisogno di un approccio specialistico, ma di ansia “normale”. Per quanto possa sembrare paradossale, l’ansia, entro certi limiti, è una componente normale della vita di tutti ed è addirittura necessaria per mantenere, quando se ne presenta la necessità, i dovuti livelli di attenzione e di allarme.
C’è una nozione sulla quale vorrei fermarmi in particolare: l’ansia, o meglio la predisposizione all’ansia, in molti casi si trasmette per via educativa. Ogni forma di educazione che tenda ad accentuare il clima di incertezza e di paura, ogni forma di educazione che trascuri di valorizzare adeguatamente un approccio razionale è di per sé ansiogena. Al contrario ogni forma che educazione che fornisce al bambino spiegazioni di tipo razionale lo abitua a pensare con categorie razionali e lo immunizza nel confronti degli eccessi di emotività. Non c’è bisogno di dire che la migliore profilassi dell’ansia dell’adulto sta in una educazione rassicurante e gratificante, che non induca mai timori irrazionali.
L’ansia è alimentata nel bambino dal mancato rapporto con gli adulti e coi genitori in particolare. È la tipica ansia di rifiuto. Talvolta il rapporto con l’adulto c’è ma è ansiogeno perché punitivo, distaccato e formale. Al di là della volontà educativa, resta il fatto che un adulto ansioso induce ansia nel minore e lo porta per imitazione ad assimilare i meccanismi ansiogeni (dubbi ricorrenti, sensi di insicurezza assecondati, eloquio frenetico e ripetitivo e simili, innalzamento del tono della voce, tono allarmato, o nell’altro senso, mutismo, ansia depressiva, passività ecc. ecc.). Un sano ambiente familiare è la migliore profilassi dell’ansia anche a lunga scadenza, cioè a distanza di anni.
Va tenuto per presente che influiscono sulla genesi dell’ansia molte altre componenti al di fuori della stretta cerchia familiare, tra le altre sono fondamentali l’educazione religiosa e la sessualità. Non è la religione in sé ad essere ansiogena ma è innegabile che un rapporto distorto con la religione può portare ad alti livelli d’ansia. La religione può essere vista in modo positivo e tranquillizzante, come una spinta all’impegno personale e alla disponibilità verso il prossimo, ma può anche essere vista in modo ansioso può cioè ingenerare timore, smarrimento e sensi di colpa del tutto immotivati, in questi termini si trasforma in una causa di preoccupazione, il timore di essere giudicati e di non essere all’altezza delle attese porta al crollo dell’autostima e a stati d’ansia che possono essere anche molto profondi.
Per quanto riguarda la sessualità il discorso si fa particolarmente complesso, perché tornano in campo le dinamiche familiari, quelle legate alla religione e tutta la sfera relazionale, dalle amicizie al clima sociale in cui si vive. La reazione davanti alla scoperta della sessualità fisica e della masturbazione è fortemente dipendente dall’ansia. Per molti ragazzi i primi contatti con la sessualità sono assolutamente tranquilli perché per loro la sessualità non è mai stata un tabù ma un argomento del quale era possibile parlare seriamente con gli adulti. Per altri ragazzi i primi contatti con la sessualità sono invece causa di ansia profonda, accentuano la solitudine in ambito familiare, sono percepiti come qualcosa di sporco o comunque di strano, come un elemento di eccezionalità che per ciò stesso marginalizza la persona, la isola dall’ambiente familiare e sociale e la chiude nella sua solitudine a viversi i suoi sensi di colpa.
È ovvio che l’educazione sessuale ha un peso determinante sull’insorgere dell’ansia sessuale. Nulla più dell’atteggiamento verso la sessualità è assimilato dall’ambiente. La logica dei tabù è ansiogena come quella dei divieti e degli obblighi. Tutte le forme di educazione restrittive della libertà, soprattutto restrittive della libertà “senza motivazioni razionali e autentiche”, induce sensi di ribellione e conseguentemente anche sensi di colpa, come tutte le reazioni vissute in clima di ansia.
Per quanto riguarda i ragazzi gay è tipica l’ansia legata al fatto di poter essere individuati come gay in famiglia, a scuola o dagli amici, ma è altrettanto tipica l’ansia legata all’uso della pornografia e all’idea di lasciare traccia dell’uso della pornografa, peggio ancora se si tratta di pornografia gay, nel computer usato da altre persone di famiglia. Non è raro vedere insorgere stati di ansia legati all’idea del tutto irrealistica di essere immorali, sesso-dipendenti o di essere in situazioni oggettivamente patologiche. Mi è capitato più volte di vedere ragazzi che si sentivano in colpa perché secondo loro erano troppo interessati al sesso. Quando si accorgevano che il mio discorso in proposito aveva come unica preoccupazione la prevenzione della malattie sessualmente trasmesse, in genere rimanevano perplessi e ancora più rimanevano disorientati di fronte all’idea che la sessualità non ha schemi e che ciascuno deve viverla liberamente, ovviamente nel rispetto degli altri. L’ansia porta ad espandere a dismisura il limite del patologico ed a sentirsi in una dimensione patologica che oggettivamente è immotivata. Se si potesse parlare della propria sessualità in modo libero, trovando risposte serie e non battute o reazioni scandalizzate, l’ansia sessuale sarebbe enormemente più contenuta.
Tra i ragazzi più grandi, poi, per quanto questo possa sembrare strano nel XXI secolo, esistono ancora molte reazioni ansiose legate ala sessualità di coppia, sia che si tratti di coppie etero sia che si tratti di coppie gay. Direi anzi che la sessualità di coppia è spesso tra le cause più profonde dell’ansia: ansia legata alla propria costituzione fisica più o meno muscolosa, alla propria statura, al fatto di sentirsi brutti, poco attraenti o ormai troppo grandi di età, o di avere pochi capelli, motivi tutti che sono visti come causa a priori di una quasi insuperabile impossibilità di vivere una vita di coppia felice. Altra cosa ansiogena e frustrante è il dovere chiedere il sesso al proprio compagno che non è ben disposto e che tende a defilarsi.
Evito di soffermarmi sulle sull’ansia da prestazione che può arrivare a comportare la perdita dell’erezione e le frustrazioni che ne conseguono, e mi soffermo invece sulla fine di un rapporto di coppia, quando uno dei due partner si ritrova solo, a leccarsi le ferite e a chiedersi che cosa ha sbagliato. Un’esperienza negativa, se non adeguatamente rielaborata, costituisce un condizionamento negativo per il futuro e porta a imitazioni della spontaneità e a comportamento più stereotipati.
Per i ragazzi che non hanno un compagno stabile esiste un’altra forma di ansia legata proprio alla necessità o alla presunta necessità di trovarsi subito un ragazzo per sentirsi come gli altri (in questo si evidenzia una percezione errata della realtà degli altri e una necessità di integrarsi realizzando quello che si ipotizza gli altri realizzino), quest’ansia è per molti aspetti simile all’ansia della fase frenetica attraversata dai ragazzi che si accettano come gay in età ormai adulta e che pensano che sia assolutamente necessario mettersi immediatamente alla ricerca di un ragazzo per recuperare il tempo perduto o per non perdere definitivamente il treno.
Tutti gli stati ansiosi cui ho fatto riferimento non sono inerenti alla omosessualità in sé ma alla sua dimensione sociale, cioè al fatto che “gli altri” possono non accettarla e vederla come una ragione per emarginare l’omosessuale, o almeno l’omosessuale pensa che questo possa accadere. Un problema tipico dei gay è il coming out, che può provocare ansie molto profonde, specialmente quando il timore di perdere l’affetto dei familiari o degli amici è oggettivamente fondato. La questione del coming out è un po’ la cartina di tornasole dell’ansia e della adeguatezza della dimensione educativa e sociale in cui si è vissuti e si vive. Per alcuni ragazzi il coming out familiare è relativamente poco traumatico, per altri è una cosa assolutamente inconcepibile perché oggettivamente pericolosa.
È possibile porre rimedio agli errori educativi e ridurre l’ansia legata a tabù di vario tipo? La risposta è sì. Ogni forma di socializzazione vera, ogni autentico rapporto di amicizia, ogni forma di confronto che stimoli un atteggiamento più critico e meno emotivo è di per sé una terapia dell’ansia. Se l’ansia, come spesso accade, è legata a relazioni problematiche tra l’individuo e il suo ambiente familiare o sociale, un cambiamento di ambiente può portare ad una drastica riduzione degli stati ansiosi. Classico è il caso del ragazzo che reagisce ansiosamente in casa, dove si sente giudicato e non libero, mentre recupera la sua spontaneità quando va a vivere in un’altra città per ragioni di studio o di lavoro. Alzare i livelli di autostima e di libertà individuale significa ridurre proporzionalmente i livelli di ansia.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul Forum di Progetto gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=4960

mercoledì 13 ottobre 2010

SESSUALITA' GAY FRENETICA

Questo post è dedicato ad una particolare fase (la cosiddetta fase frenetica) del processo di accettazione della omosessualità da parte di ragazzi che si scoprono gay in età adulta (dopo l’adolescenza) oltre i 18/19 anni. Anche se su Progetto Gay sono stati già pubblicati diversi articoli concernenti questo argomento, può essere utile cercare di capire in modo più preciso di che cosa si tratta.
Come è noto, un 25/30% dei ragazzi che finiscono per riconoscersi definitivamente gay ha vissuto in precedenza, in modo più o meno convinto, una vita etero, il che significa che ha vissuto, almeno in una percentuale significativa dei casi, un’adolescenza tipicamente etero, spesso con un imprinting sessuale etero e con una sessualità masturbatoria esclusivamente etero. Per questi ragazzi la percezione della propria omosessualità arriva quando ormai hanno strutturato una sessualità adulta in chiave etero non solo a livello esterno e sociale ma spesso a livello di consuetudini sessuali consolidate (sessualità di coppia e masturbazione esclusivamente etero). Nella quasi totalità di casi, questi ragazzi provengono da ambienti in cui l’omofobia o almeno una forte spinta sociale alla eterosessualità è stata un elemento caratteristico di una educazione sessuale praticamente senza nessuna possibilità di scelta autonoma. Devo sottolineare che gli atteggiamenti familiari più pericolosi non si manifestano come repressione della omosessualità, che è argomento del tutto rimosso, ma come induzione dolce, cioè subliminale, non percepibile, alla eterosessualità.
Porto un esempio per essere più esplicito. Un ragazzo 23enne mi raccontò che quando aveva 15 anni la sua famiglia era andata in vacanza al mare con la famiglia di uno zio che aveva una figlia anche 15enne. Il ragazzo, che aveva assimilato del tutto passivamente, cioè senza nessuna esperienza concreta, i modelli di comportamento etero, compresa la masturbazione in chiave etero, non era però di fatto interessato alla cugina ma preferiva giocare a pallone con gli altri ragazzi sulla spiaggia con i quali parlava di sessualità etero anche se quei discorsi risultavano interessanti non perché si parlava di ragazze ma perché erano discorsi a sfondo sessuale condotti appunto con altri ragazzi in un clima quasi di complicità. I genitori è lo zio gli regalarono un battello gonfiabile a due posti e lo indussero ad usarlo per portare la cugina in giro sul mare. Il ragazzo, trovatosi solo con la cugina, ebbe con lei i primi contatti sessuali (imprinting sessuale etero), se ne sentì gratificato e la cosa è continuò. L’incoraggiamento delle due famiglie e una sessualità facile indussero questo ragazzo a ritenersi del tutto etero per diversi anni, ad avere tre ragazze e ad avere rapporti sessuali con tutte e tre. Solo all’età di 23 anni cominciò a riflettere sul fatto che aveva un amico importante e che stare col suo amico senza nessun contatto sessuale era per lui più gratificante che stare con la sua ragazza a avere rapporti sessuali con lei. Un giorno si trovò a parlare di sesso col suo amico, interpretò alcune reticenze dell’amico come una indiretta ammissione di omosessualità e si sentì sessualmente eccitato. Il discorso andò avanti, l’equivoco si chiarì, perché l’amico, che era etero, parlò di ragazze in modo tipicamente etero. Quel colloquio fu per il nostro ragazzo 23enne la scoperta della propria omosessualità.
Ma torniamo alla questione generale. A 18/19 anni, un ragazzo che si è sentito sempre gay ha una percezione piuttosto precisa di che cosa significhi essere gay, di quali siano i meccanismi e i rischi tipici dell’innamoramento gay, in buona sostanza è cresciuto con il suo essere gay, che ormai è maturo ed ha una dimensione solidamente affettiva. Un ragazzo 18/19enne, gay fin dall’origine, ha ormai nella grande maggioranza dei casi una maturità affettiva gay che lo mette al riparo da errori grossolani di valutazione. Per un gay che si scopre gay a 22/23 anni, dopo aver vissuto una vita etero le cose sono piuttosto diverse: manca del tutto la conoscenza e l’esperienza della vita gay, che non ha nulla a che vedere con i modelli mediatici ma ha molto a che vedere con la tutela assoluta della propria riservatezza, con la prudenza sia a livello sociale sia verso i ragazzi dei quali ci si può innamorare, ma, cosa ancora più significativa, quel ragazzo 22/23enne è portato a sopravvalutare la sessualità rispetto alla dimensione affettiva: avere esperienze è di fatto una esigenza molto più urgente che costruire una storia. Le pulsioni gay più direttamente sessuali che un ragazzo che si sente gay fin dall’inizio prova nella prima adolescenza, un ragazzo che si scopre gay a 22/23 anni le prova nettamente più tardi. Nella prima adolescenza c’è il timore del mondo circostante e c’è di solito una dose non piccola di prudenza, a 22/23 anni si ha l’impressione che le pulsioni che si provano e che finalmente non provocano più sensi di colpa possano essere realizzate facilmente. È la fase dell’ “adesso mi sono accettato” come se l’accettazione a livello personale della omosessualità preludesse in modo automatico alla realizzazione di una vita di coppia pienamente soddisfacente. È qui che comincia la fase frenetica. La totale assenza di conoscenza della realtà gay porta un ragazzo in fase frenetica a considerare automaticamente gay tutte le cose che gli appaiono con quell’etichetta. Essere gay viene identificato non con il costruire una storia di affetto vero con un ragazzo ma col realizzare un contatto sessuale in tempi rapidi e attraverso i canali che si considerano tipicamente gay come le chat erotiche e i siti di incontri. E qui cominciano i rischi della fase frenetica, il primo è quello dell’aids che non deve mai essere sottovalutato e che spesso lo è in modo del tutto irresponsabile. Le chat erotiche e i siti di incontri sono luoghi in cui la quasi totalità dei frequentatori entra per cercare sesso facile, si tratta di persone che hanno molti partner e quindi ad alto rischio. Ma al di là del rischio aids se ne deve registrare un altro di tipo psicologico, legato al fatto che si finisce di fatto per identificare la realtà gay con quello che si trova nei siti di incontri e nelle chat erotiche, cosa del tutto lontana dalla realtà. Un ragazzo in fase frenetica non cerca un amore ma un’esperienza, non ha pazienza, non è prudente come i gay che sono stati sempre gay, tende invece a buttarsi facilmente nella mischia, a parlare d’amore anche di fonte a cose che con l’amore non hanno nulla a che vedere, tende a cercare il ragazzo ideale dove è assolutamente improbabile che possa trovarlo. Sottolineo che la volontà di fare esperienze appare nella grande maggioranza dei casi coperta da dichiarazioni di principio in termini di prudenza e di buoni sentimenti. La pulsione a provare è talmente forte che il ragazzo si autoinganna, non ammetterà mai di cercare sesso perché si sentirebbe squalificato, ma dirà “io ci voglio solo parlare”, “non è il sesso che mi interessa” ecc. ecc.. Un ulteriore rischio della fase frenetica è che si entri nei giri di frequentatori di locali di chat e di siti di incontri e che di fatto non se ne esca più. Quando è nella fase frenetica un ragazzo è particolarmente disponibile alla seduzione, si fa portare facilmente dalle belle parole dell’altro e finisce per seguirlo e quasi per diventarne dipendente, tipica è l’espressione: “non posso dirgli di no”. Dopo la prima delusione non segue un risveglio dalla primitiva illusione ma si passa ad una nuova illusione rimanendo sempre nello stesso ambiente. Perché si arrivi ad una presa di coscienza ci vogliono 6/12 mesi in cui si collezionano delusioni o piccole soddisfazioni che aiutano a ridimensionare e a ridisegnare del tutto il proprio essere gay.  Un’altra caratteristica spesso presente tra i ragazzi in fase frenetica è la frenesia del coming out, considerato un dovere quasi sacro che porterà un gay a vedersi accettato in famiglia, dagli amici e sul porto di lavoro. Non è un caso che i sostenitori del coming out come elemento essenziale dell’essere gay siano più numerosi tra i ragazzi che hanno avuto in precedenza una vita etero. La sottovalutazione del rischio del coming out porta parecchi ragazzi in situazioni difficili che essi poi attribuiscono genericamente all’essere gay mentre dipendono dall’esserlo in modo imprudente e sostanzialmente poco attento alla realtà circostante. Siccome tutti i modelli mediatici, a partire dalla pornografia, puntano sulla sessualità e non sull’affettività, per un ragazzo che arriva alla coscienza della propria omosessualità a 22/23 anni è molto difficile rendersi conto che l’omosessualità non è una questione di pratiche sessuali ma di sentimenti e che la soddisfazione più profonda di una ragazzo gay sta nell’amare un altro ragazzo e nel sentirsene riamato. Il superamento della fase frenetica, che è di fatto un’adolescenza gay ritardata, consiste proprio nel passaggio da una concezione tipicamente sessuale dell’essere gay ad una dimensione realmente affettiva.
Che cosa può aiutare un ragazzo ad uscire dalla fase frenetica più in fretta e senza danni? La risposta almeno in linea di principio è semplice: sono da considerare positive e utili tutte le circostanze che aiutano il ragazzo capire che cosa significa veramente essere gay. In questo senso, un forum come Progetto Gay può avere certamente una funzione come sono importantissimi i contatti, non con finalità sessuali, con altri ragazzi gay, che aiutino a capre ciò che la vita di un ragazzo gay è veramente e allontanino da modelli del tutto irrealistici. Socializzare, interagire con altri ragazzi, discutere con loro seriemente aiuta a superare le visioni mitiche, in positivo o in negativo, della realtà gay e a farsi un’idea più matura dell’essere gay. La fase frenetica, all’inizio è dominata da pulsioni molto forti ma con l’andare dei mesi la fase di passaggio al omosessualità si supera e si recupera una serenità di fondo caratteristica della vita gay adulta.
Va sottolineato che la fase frenetica in diversi casi è accompagnata anche da una permanente sessualità etero che potrebbe essere recessiva (bisessualità di passaggio) ma potrebbe anche preludere a una qualche forma di bisessualità stabile. La sessualità etero, in questi casi, è vissuta in modo limitato e con molti sensi di colpa mentre quella gay segue il tipico sviluppo frenetico.
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martedì 3 agosto 2010

FRUSTRAZIONI GAY

Parlando su msn con parecchi ragazzi gay, mi trovo spesso di fronte a reazioni che faccio fatica a comprendere ma che, pur essendo piuttosto differenziate, hanno sicuramente alla base motivazioni assai simili. Le reazioni si collocano a vari livelli intermedi tra quelle di frustrazione aggressiva e quelle di totale passività. Provo a dare un’idea dei contenuti più ricorrenti:

FRUSTRAZIONE AGGRESSIVA – “Il mondo fa schifo”, “Io spaccherei tutto”, “La gente è una mer.a”, “A uno come quello gli spaccherei la faccia”, “Sono deficienti e immaturi”, “Li odio tutti quanti”, “Non li sopporto proprio”, “Ho l’impressione di buttare via il tempo”, “È passato un altro giorno e non ho concluso nulla! Io il tempo lo devo buttare via così!”

FRUSTRAZIONE PASSIVA – “Gli altri si possono divertire io no”, “Ma che ci sto a fare?”, “Tanto non serve a niente!”, “Non sarò mai felice.”, “Di studiare non me ne frega niente, tanto non ci riuscirò mai, la mia vita è solo un insieme di fallimenti”.

Alla base di queste forme di frustrazione ci possono essere motivazioni diversamente articolare ma tutte riconducibili alla impossibilità reale o presunta di vivere una vita affettiva soddisfacente e alla convinzione che “gli altri” (etero ma anche gay) la loro vita affettiva la vivano pienamente.
Le frustrazioni si ritrovano in diverse forme in gruppi diversi di persone:

- I ragazzi grandi, oltre i 35 anni, che cominciano ad avere la sensazione di avere “perso il treno” per essere arrivati troppo tardi all’accettazione di sé o all’idea che una realizzazione affettiva è possibile anche per un ragazzo gay.

- Ragazzi con orientamento sessuale specifico verso persone molto più grandi di loro che si rendono conto della difficoltà di realizzare quello che vorrebbero e della condanna sciale (anche tra i gay) delle loro preferenze. Questi ragazzi si sentono emarginati anche tra i gay.

- Ragazzi con orientamenti sessuali specifici minoritari, ossia ragazzi che si innamorano molto raramente e di tipologie di ragazzi con i quali è difficile costruire un rapporto. Questi ragazzi non si innamorano in genere dei ragazzi di cui si innamora la maggioranza dei ragazzi gay e hanno l’impressione che il futuro, per loro, possa consistere esclusivamente o nell’accettazione di soluzioni di compromesso o nella solitudine affettiva.

- Ragazzi che si ritengono inadatti a costituire un centro di interesse affettivo e sessuale per un altro ragazzo sia per ragioni fisiche che per ragioni psicologiche.

Devo aggiungere una riflessione che mi è venuta spesso in mente, trovandomi a parlare con i ragazzi e confrontando le loro reazioni con quelle che avevano i miei coetanei quando avevano vent’anni. Quarant’anni fa, in termini oggettivi, le motivazioni della frustrazione di un ragazzo gay potevano essere anche più gravi perché l’isolamento era totale e tuttavia, per quello che ho potuto vedere parlando con persone della mia generazione, il senso di frustrazione era meno profondo e la tendenza a ricercare soddisfazioni sostitutive nello studio, nella carriera e in una dimensione sociale che prescindesse dall’orientamento sessuale era nettamente più forte. In sostanza c’era all’epoca la chiara coscienza della impossibilità di costruire una vita secondo i propri principi. Oggi, soprattutto grazie ad internet, le possibilità di contatto tra ragazzi gay sono enormemente aumentate ma sono aumentate proporzionalmente anche le attese, e il senso di frustrazione, lungi dall’essere sublimato in attività produttive, si manifesta fortissimo. Uno dei rischi connessi ad una realtà come Progetto Gay consiste proprio nel costituire una cassa di risonanza che amplifica il senso di frustrazione e lo radicalizza. Non solo, ma il contatto diretto con altri ragazzi gay, che all’inizio si presenta come estremamente promettente, smonta poi piano piano il presupposto per il quale due ragazzi gay hanno necessariamente un mondo comune e fa risaltare le differenze che sono spesso radicali. La discussione tra gay non è facile perché mette in evidenza che anche tra gay esistono meccanismi di emarginazione sociale e di competitività. Tutto questo rischia di radicalizzare la frustrazione: “Mi sento emarginato perfino tra gli altri gay!”

Ma veniamo ai rischi specifici del senso di frustrazione, in primo luogo alle forme depressive che talora accompagnano l’adolescenza e la giovinezza di un ragazzo gay, forme depressive complicate dal fatto che parlare con i propri genitori è praticamente impossibile e che si è costretti ad una recita senza fine.
La depressione può arrivare a manifestarsi in crisi di pianto, in senso di abbandono e di inutilità. Accade talvolta che alcune idee connesse alla depressione diventino insistentemente ricorrenti e addirittura dominanti. È il caso dei ragazzi che costruiscono un discorso razionale a sostegno della loro idea depressiva dandole un’apparenza di oggettività. È il caso tipico delle cosiddette estrapolazioni, che sono frequentissime: “Se non mi sono innamorato in vent’anni non mi capiterà mai!”, “Tutto quello che ho fatto mi è andato sempre storto e sarà sempre così!”. In questi discorsi si parte da premesse che possono essere anche oggettive ma si giunge a conclusioni improprie caratterizzate da “sempre” e da “mai”, cioè a conclusioni radicalmente negative. Ho imparato per esperienza che parlare con ragazzi che vivono fasi depressive non è facile e che la prima cosa che bisogna tenere presente è che non bastano quattro chiacchiere positive per uscire dall’umore depresso. Se per un verso la depressione non deve essere alimentata, per l’altro deve essere rispettata. Vista dall’esterno sembra una cosa quasi banale, superabile con un po’ di incoraggiamento, ma vista dall’interno provoca sofferenza profonda. Il rispetto verso un ragazzo depresso si deve manifestare mettendo da parte ogni aggressività nei suoi confronti e ogni atteggiamento predicatorio, tutto questo non è affatto facile perché, per chi depresso non è, è decisamente difficile rendersi conto dei meccanismi della depressione. L’insistenza è vissuta da un ragazzo depresso come una forma di aggressività. Ciò che invece ha realmente valore è una presenza che non viene meno. Ma il discorso è molto complesso e andrebbe approfondito in altra sede.

Il secondo rischio tipico della frustrazione consiste nel tentativo di “risolvere il problema” attraverso le strade che sembrano le più facili o forse le uniche praticabili, ossia le chat erotiche e i siti di incontri. Le interviste di Progetto Gay
http://nonsologay.blogspot.com/2010/07/ ... i-gay.html dimostrano che la percentuale di ragazzi che frequenta chat erotiche e siti di incontri più o meno abitualmente non è trascurabile. È comunque piuttosto probabile che una buona percentuale di quei ragazzi non vada realmente nelle chat o nei siti di incontri per cercare sesso facile, in parecchi casi quei ragazzi sono spinti dal senso di frustrazione a ricercare in quei siti quello che non trovano altrove, ossia una vera vita affettiva. Da quello che vedo quotidianamente, molti ragazzi escono profondamente delusi dall’esperienza dei siti di incontri e delle chat erotiche e questo non fa che incrementare il senso di frustrazione. A parte il rischio hiv, l’alternativa tra l’andare sui siti di incontri e immalinconirsi in una forma di depressione radicale può apparire l’unica possibile, anche se realmente non lo è. Ciò che spesso condiziona è la fretta di arrivare alla soluzione. Tra l’altro la fuga dalla solitudine depressiva può essere così radicalmente condizionante da portare i ragazzi a sottovalutare i rischi reali delle chat e dei siti di incontri sotto il profilo delle malattie sessualmente trasmesse e a considerare i rapporti sessuali come indicativi di un sicuro substrato affettivo anche dove non è realistico aspettarsi nulla di simile. Ci sono ragazzi che tentano di avviare rapporti di coppia con ragazzi incontrati in chat o nei siti di incontri spendendo completamente se stessi in questo tentativo e riportandone alla fine, dopo molte peripezie, delusioni profonde. L’idea che la realizzazione di un contatto sessuale sulla base della sola gradevolezza fisica non realizza il benessere affettivo è difficile da accettare, tanto più da parte di un ragazzo in fuga dalla depressione. Sarebbe fondamentale creare rapporti affettivi veri, di semplice amicizia, che potrebbero, se si tratta di amicizia vera, consentire una vita affettiva meno centrata sulla sola vita di coppia. L’idea che la vita di una persona si identifichi con la sua vita di coppia e solo con essa, oltre ad essere del tutto irrealistica, non fa che amplificare le aspettative, prima, e il senso di frustrazione, dopo, dato che la vita affettiva si può costruire solo in due e non come risposta alle esigente di uno solo, per quanto profonde esse siano.

La frustrazione comporta anche un terzo tipo di rischio ed è il rischio connesso al trascurare o all’abbandonare tutte le altre attività che contribuiscono a costruire la vita vera di un ragazzo gay, parlo dello studio, del lavoro, del rapporto con la famiglia di origine e con gli amici di vecchia data. Quando l’idea di realizzare la vita di coppia diventa dominante, tutto il resto perde proporzionalmente peso e diventa oggetto di disprezzo e di esplicito disinteresse. Trascurare gli studi perché ci sono problemi più importanti da risolvere non solo non risolve i problemi ma ne aggiunge altri e allontana nel tempo l’autonomia economica che potrebbe essere invece uno degli elementi più utili a ridurre il senso di frustrazione e di depressione che accompagna la giovinezza di tanti ragazzi gay. Purtroppo l’idea che la vita di un individuo non si gioca sull’unico elemento “vita di coppia” è difficile da accettare per un ragazzo che è abituato e spinto a considerare la vita di coppia come totalizzante.
Che si può fare? Me lo sono chiesto una infinità di volte ma finora non sono riuscito a trovare nessuna risposta soddisfacente.
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venerdì 28 marzo 2008

DI GAY IN MEGLIO

Oh! Beh.... lo so che ci sei rimasto male e mi dispiace... ma che ti posso dire, così, a cuore aperto te lo dico: io me l’aspettavo... ma scusa, con me no, ve bene, tu hai mille ragioni, a me non l’hai detto in faccia brutalmente il perché, ma io lo so benissimo quel’è il perché... io no perché “c’è di meglio”. Dopo che la storia nostra è finita quanti altri ragazzi hai conosciuto? Sei, sette, non lo so, ho perso il conto. Ogni volta che ne mollavi uno il discorso era sempre quello: “C’è di meglio...” Io credo che a forza di ragionare così farai una collezione tale di frustrazioni tale che alla fine dovrai riconoscere che hai buttato via delle occasioni d’oro. Non dico con me, con me forse non avrebbe funzionato, ma con qualcuno di quei ragazzi tu una storia seria l’avresti potuta costruire eccome. Fabio di te era veramente innamorato ed era un ragazzo splendido, se si fosse innamorato di me mi sarei sentito l’uomo più ricco del mondo, ma lui era innamorato di te e tu non lo hai voluto perché hai detto che c’era di meglio e l’hai fatto stare male come un cane e dopo è venuto da me a leccarsi le ferite. E non solo, lo hai illuso gli hai fatto credere che avresti passato la vita con lui. Io mi ricordo ancora di quella volta siamo usciti insieme, l’hai coccolato in modo tenerissimo, l’hai baciato in modo tenerissimo, sei stato abbracciato con lui tutta la sera e io dentro mi dicevo: “Povero Fabio! Quello ci crede...” e puntualmente, dopo un mesetto la fissa di Fabio t’è passata e ti sei rimesso alla ricerca e a lui nemmeno glielo hai detto... Io, magari, sarò anche cretino... io forse non posso capire ma è come se ti prendesse una specie di smania irrefrenabile, per te il sesso è una droga, tu lo usi proprio come la droga, ne sei dipendente. Fai la corte a un ragazzo come la farebbe solo un innamorato perso, poi lui ti cede e allora dici che non ha carattere, che non sa farsi valere, le tiri fuori di tutti i colori... arrivi perfino a dire che non è bravo a fare l’amore e poi a conclusione del discorso arriva la solita frase: “C’è di meglio!”... e il gioco ricomincia un’altra volta... che fai vittime e che distruggi la vita di questi ragazzi, che non si perdoneranno mai di averti dato retta, non te ne accordi nemmeno perché tu pensi soltanto a te stesso... tu non sai nemmeno i danni che fai... però alla fine gli anni passano e tu li butti via così. Tu non cerchi l’amore tu cerchi il “ragazzo perfetto” tu cerchi cose che non esistono e butti via i ragazzi veri che non dico sono meglio di te ma stanno sicuramente al tuo livello... Hai fatto una volta un discorso folle che mi ha irritato molto: hai detto che avresti voluto le mani di uno, gli occhi di un latro, il sorriso di un terzo e perfino il modo di fare sesso di un altro ancora. Ma chi te le ha messe in testa queste stupidaggini? Ma ti rendi conto che hai quasi 30 anni e tu di che cos’è l’amore non ne sai assolutamente niente, tu di ragazzi ne hai fatto una collezione, sai come i lord inglesi che si appendevano nel salone i trofei di caccia, tu ancora la vedi così... tu ancora, a 30 anni, vai cercando il ragazzo perfetto. Mi potresti dire: “ma che me lo dici a fare?” ... beh... siamo amici no? Anzi credo di essere uno dei pochi amici che ti sono rimasti, gli altri ti hanno mollato tutti... tu sei convinto che sei tu ad averli mollati ma in realtà sono loro ad aver mollato te... in tono minore, ma tu la storia del “c’è di meglio” l’hai applicata pure agli amici... hai provato ad applicarla pure a me... e sono io che non ti ho voluto mollare nonostante tutto. Ho continuato a dirti quello che penso veramente e che cioè stai andando verso una dissipazione totale di te stesso, ti stai buttando via in una marea di stupidaggini, nell’andare a 30 anni ancora a caccia di fantasie... secondo me tu sei ancora condizionato dal mito... proprio dal mito del ragazzo ideale... a 30 anni tu vorresti un ragazzo dolce buono, affettuoso, totalmente senza esperienza perché pensi di poterlo educare tu, ma tu non dici nemmeno educare, dici svezzare... Tu? E che cose gli potresti insegnare a un ragazzo pulito? Potresti insegnargli come si finge di essere innamorati... oppure come ci si sente disperati dentro quando si fa finta di continuare a giocare ma ci si rende conto che il castello ci sta crollando addosso? Io non so che cosa tu possa prevedere per il tuo futuro perché tu in effetti cerchi sempre questo benedetto ragazzo ideale. E poi se anche esistesse questo ragazzo ideale, pensi che si innamorerebbe di te? Allora sei tu il ragazzo ideale... certo è ovvio... guardati allo specchio... in effetti sei un bel ragazzo ma non più giovanissimo, ti porti appresso una marea di manie e di frenesie che uno psicanalista ci potrebbe lavorare una vita, quando parti col bla bla non ti fermi più... dici sempre le stesse cose, credi di essere fascinoso ma non lo sei e non te ne rendi conto, Mattia l’hai lasciato tu? Tu ne sei convinto, ma non è così e lo sai come stanno realmente le cose? Mattia ti ha lasciato... è lui che ti ha lasciato e lo sai perché... è lui che me lo ha detto: ti ha lasciato “perché c’è di meglio...”. Tu non ci credi vero? Come è possibile che ci sia uno meglio di te... Eppure Mattia ne era perfettamente convinto... e lo sai chi gliel’ha insegnata questa filosofia? Gliel’hai insegnata tu! Mattia un ragionamento di questo tipo prima non lo avrebbe fatto... io lo conoscevo bene anche prima, lui, prima, cercava un ragazzo vero... ma dopo che ha conosciuto te ha cominciato a cercare anche lui il ragazzo ideale. Adesso ti ho detto quello che avevo da dirti... svegliati finché sei in tempo... non correre appresso alle farfalle. Se uno a 30 anni non ha ancora capito che cosa vuol dire amare deve cercare di capirlo in fretta perché Mattia che ti ha scaricato perché “C’è di meglio...” rischia di non essere un’eccezione ma il primo di una lunga serie di ragazzi che ti scaricheranno e allora capirai... ma allora capire non avrà alcun senso.Queste cose te le dico perché le penso... non ti preoccupare, non sto cercando di rimettermi con te... lo so anch’io che “c’è di meglio!”... ma almeno come amico puoi andare ancora bene.
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