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giovedì 27 dicembre 2007

COMMENTO DI LOKI AL POST - COMING OUT - CORAGGIO O INCOSCIENZA

Concordo pienamente con quanto descritto da Progettista: effettivamente ci sono due diversi esiti di coming out per due diversi tipi di ragazzo gay.
Io, personalmente, mi ritrovo nella categoria "ragazzo gay, non dichiarato, in famiglia leggermente omofobica, quasi fidanzato e non economicamente indipendente".
Secondo me però c'è da aggiungere una cosa.
Cosa spinge un giovane ragazzo gay a cercare il coming out? Ne meno ne più del motivo che descrissi in un commento precedente o nella mia lettera di babbo natale: un po' di serenità.
Il fatto è che noi gay, non dichiarati, essendo spesso in circostanze sfavorevoli al coming out, siamo, come dire, condannati ad una doppia esistenza fatta di bugie, omissioni...
Praticamente viviamo su due binari paralleli. A volte, addirittura, questi binari vanno in direzioni opposte e allora diventa difficile tenere il passo con la nostra vita di tutti i giorni. Questo ci porta sconforto, confusione, ci fa rischiare anche di essere scoperti. E noi abbiamo paura di essere scoperti, perché abbiamo paura di essere rifiutati dalla famiglia che è sostanzialmente l'elemento più importante di sostegno per noi.
Per fare un esempio posso proporre me stesso. Ora che ho trovato un ragazzo preziosissimo per me, ho intenzione di investire su di lui e su di un bellissimo rapporto, il più duraturo possibile. Non rinuncio al mio sogno. E siamo tutti e due coscienti delle difficoltà in atto.
Per me sostanzialmente significherà dividermi in due persone:
Il bravo figliuolo: lavora, torna a casa a mangiare, va in palestra e la sera esce con gli amici.
Il ragazzo gay: lavora, torna a casa a mangiare, si eclissa quando il suo ragazzo lo chiama al cellulare. Va in palestra e se riesce ad incastrare bene gli impegni familiari, si vede col suo ragazzo. I suoi genitori non sapranno mai che dormirà con lui. Forse perché dirà loro di essere andato in discoteca...
E questo modo di vivere mi peserà parecchio... Perché come tutti ho paura di fare coming out: paura di essere rifiutato dalla mia famiglia in un momento in cui di questa non posso fare a meno...
E' una cruda verità...

domenica 4 novembre 2007

MITI GAY

Questo post è dedicato ad una riflessione sui “miti gay”. Ogni gruppo che si riconosce in una identità tende ad avere una sua mitologia. I gay non sfuggono a questa regola. Se pensate a che cosa è una gay vi vengono in mente immancabilmente alcune alcuni aggettivi: sensibile, creativo, solo, depresso, frivolo ecc. Così se vi chiedete che cosa sia una coppia gay vi verranno in mente alte idee: coppia forte, coesa, unita contro il mondo. Per costruire un bel Romanzo Gay che possa fare audience o un bella fiction gay televisiva bisogna mettere insieme tutti gli stereotipi classici della cultura gay: due ragazzi gay entrambi bellissimi (altro mito galoppante) dopo avere vissuto di angosce e di paure si incontrano, tra loro sboccia un amore fortissimo, con una perfetta intesa sessuale (altro mito). Il mondo è contro di loro (altro mito) ma loro combattono contro tutto e contro tutti e ovviamente riescono a prevalere (altro mito) “e vissero sempre infelici e contenti” (altro mito). Se un lettore gay di questo blog dovesse confrontasi con la trama di una mitica storia gay come quella che ho presentato dovrebbe dire che nella sua vita nulla o quasi corrisponde a quel modello. Quei modelli di vita gay non vengono dai gay ma del mondo del cinema o della letteratura di serie b, eppure quei modelli condizionano pesantemente l’immaginario dei gay e ne condizionano l’agire che con quei modelli finisce inevitabilmente per scontrarsi. La grande narrativa gay (Baldwin, Forster, ma ci aggiungerei anche Leavitt e Tondelli, per non dire di uomini come Pasolini, o Jean Jenet) non ha nulla a che vedere con quei modelli. La grande letteratura storicizza e non mitizza, relativizza al qui e ora e rifugge gli astrattismi buoni per tutte le stagioni. In altri termini la grande letteratura gay non è mitologia ma immagine di vita reale e, tra l’altro, non della vita gay reale più spettacolarizzata, ma di quella più imprevista e imprevedibile. La coscienza collettiva dei gay, purtroppo, non è formata dai Balwin, dai Forster o dai Pasolini ma dalla dimensione più commerciale della cosiddetta cultura gay, che non ha nulla né di gay né di cultura. Ed è purtroppo con questa pseudocultura che bisogna fare i conti ogni giorno, ed è questa pseudocultura che condiziona non solo i gay ma anche il mondo etero, che finisce per avere un’immagine dei gay assolutamente distorta. Chi non conosce il mondo gay da vicino, e spesso anche chi lo conosce e ne fa parte, subisce la presenza di quei modelli, gli etero li identificano come modelli gay e i gay li accettano come propri modelli perché, anche se provengono dal mondo del cinema e dello spettacolo ed hanno scopi commerciali, sono gratificanti. Anche se non hanno nulla a che vedere con la realtà, i miti gay sono in sostanza più o meno belle favole gay e ai gay, come d’altra parte a tutti, piace ascoltare favole, tanto più se a lieto fine, salvo poi doversi rendere conto per esperienza diretta e spesso traumatica che si tratta solo di favole. Per crescere i gay dovrebbero uscire dalla mitologia e confrontarsi con altri gay, per discutere con loro, per capire quello che la vita gay è veramente, ma una ipotesi del genere è ancora oggi molto remota. I gay contrariamente ad un altro mito diffuso, non sono un gruppo ma sono singoli dispersi in un mare etero nel quale stentano a trovare il simile, in buona sostanza sono individui piuttosto solitari almeno a livello sostanziale. E’ ovvio che in una dimensione di ridotto scambio tra loro, i gay finiscano per rifugiarsi nella mitologia gay. Da quello che ho visto più volte, tra persone di tutte le età, sono portato a pensare che la vera crescita di un gay in termini di maturità umana e di coscienza gay si realizzi solo attraverso un bagno di realtà. Ho conosciuto tramite chat diverso tempo fa un ragazzo di 30 anni, un ragazzo veramente notevole che, nonostante tutto, ha finto per sprecare anni della vita nel tentare di mettere in pratica modelli tipici della mitologia gay, aveva conosciuto ragazzi di qualità personali eccellenti ma li ha rifiutati tutti, uno per uno, perché non incarnavano il suo modello di principe azzurro gay. Quel trentenne ha rovinato la vita di quattro ragazzi nel corso di circa di 5/6 anni, illudendoli in una maniera vergognosa a forza di promesse sublimi, nelle quali lui stesso, badate bene, credeva e lasciandoli poi in preda di una disillusione terribile quando li abbandonava perché insoddisfatto. Ho avuto modo di seguire le quattro storie, anche se da lontano e ho conosciuto i quattro ragazzi di cui parlo, ragazzi ottimi. Adesso il 35enne è rimasto solo a leccarsi le ferite e a rimpiangere gli anni buttati dalla finestra a correre dietro i miti dimenticandosi di avere a fianco ragazzi che gli volevano bene. Chi si innamora delle situazioni astratte e non delle persone concrete non ha capito nulla dell’amore, chi cerca di costruirsi nella realtà un mondo di favola rifiuta di crescere e si contenta della mitologia mentre intorno a lui c’è il mondo vero, ci sono i ragazzi veri, con tante contraddizioni, con tante difficoltà, con tante stranezze... ma con tanto amore da poter dare. Tra i tanti miti gay c’è anche quello che sesso: l’idea che il sesso per un gay sia l’essenziale. Questo teorema, in termini generali, non ha senso. Desiderare il contatto fisico con un ragazzo che si ama ha un senso, andare a caccia di sesso da persone sconosciute indica una sofferenza affettiva profonda. Per favore aiutatemi a mettere al bando la falsa mitologia gay!

martedì 18 settembre 2007

GAY E MATRIMONIO

Questo post non ha nulla a che vedere con il matrimonio tra gay, tratta invece di un realtà, minoritaria ma non totalmente marginale nel mondo gay, costituita dai gay sposati. Il fenomeno, col passare degli anni, si è ridimensionato perché il matrimonio non è più un obbligo sociale stringente. Questa storia mi è stata riferita, in versione molto più ampia di quella che riposto qui, direttamente dall’interessato (Guido) che mi è stato presentato da un mio amico, avvocato matrimonialista. Presento la storia in prima persona ma questa storia è decisamente molto lontana dai miei personali orizzonti biografici.

Quando l’Avvocato C. mi ha parlato di te e di quello che stavi facendo non ci volevo credere, poi ci ho pensato un po’ e ho deciso di collaborare e di scrivere questa storia perché qualcuno che sta per mettersi definitivamente nei pasticci eviti di farlo. Adesso ho 41 anni e appartengo alla poco nutrita schiera dei gay sposati o per meglio dire dai gay divorziati. Nota la finezza non dei gay i cui matrimoni sono stati dichiarati nulli ma proprio dei gay divorziati, perché mia moglie (non la chiamo ex-moglie perché è una persona come si deve e sono io che ho rovinato la vita a lei e non vice versa) ha preferito così, anche per la tutela di nostro figlio Giacomo, che ma 19 anni, ma il problema di mio figlio è tutta un’altra questione e, credetemi, essere un gay papà è una cosa che ti crea una marea di problemi ma ti riempie al vita come nessun’altra cosa al mondo. Ma forse è meglio partire dall’inizio. Negli anni ’80, gli anni della mia adolescenza, tra la gente che frequentavo i gay non si nominavano mai né in bene né in male, io mi ero accorto molto presto che tra me e i mie amici c’era un modo diverso di vedere le ragazze, ma io con le ragazze non stavo male. Sottolineo che io non sono propriamente bi, e che fantasie di stare con una donna non ne ho mai avute. Però con le ragazze stavo bene e con loro passavo tantissimo tempo e forse anche per questo non sono mai stato identificato come gay dagli altri ragazzi. I ragazzi comunque mi piacevano e mi eccitavano e di questo fatto, tra i 15 e i 16 anni avevo parlato con un prete della mia parrocchia. Vincere la ritrosia a fare un discorso del genere mi ha richiesto uno sforzo titanico ma alla fine l’ho fatto e il prete è stato molto rassicurante, in pratica mi ha detto che non dovevo preoccuparmi, che la cosa era normale e che col tempo sarebbe passata da sé. Francamente la risposta mi sembrava troppo semplicistica e per nulla in linea con quello che io provavo realmente, io non pensavo affatto che la cosa sarebbe cambiata e praticamente avevo la certezza del contrario. Il risultato di quel colloquio fu solo uno, data la enorme vergogna che avevo provato a fare al prete un discorso come quello, non andai più in chiesa. Don Filippo, così si chiamava il prete, non fece nulla per portarmici per forza e anche se io avevo paura che mi potesse mettere in difficoltà per quello che sapeva di me, sembrava essersi dimenticato di tutto. Ma andiamo avanti coi fatti. Ho conosciuto Marina,mia moglie, quando avevo 19 anni, un po’ la fissa dell’essere gay l’avevo messa da parte perché i ragazzi mi piacevano sì, ma riuscivo a controllarmi, era una continua lotta con me stesso, ma alla fine non mi sentivo veramente dominato dall’idea di essere gay. Marina era una bella ragazza, e poi era buona d’animo, una persona dolce che da te non pretende nulla e che è disposta a darti tutto. Non so se mi sono messo con lei per esorcizzare l’idea di essere gay, è probabile che una componente del genere ci sia stata ma non propriamente a livello cosciente, che fosse vero o che facessi finta io, mi sentivo innamorato di Marina, rispetto alle altre ragazze che avevo conosciuto era proprio un’altra cosa. Alla fine ci siamo messi insieme e in una situazione come quella è andata a finire che abbiamo fatto l’amore, e non una volta sola. Onestamente io un coinvolgimento vero non lo avevo ma la reazione fisica minima per fare quello che si doveva fare c’era. Io pensavo che l’amore fosse quello e non mi sembrava un gran che, non
capivo perché invece gli altri ne parlassero come di una cosa che si desidera con tutte le forze, mi sembrava una cosa come un’altra o poco di più, a lei dicevo quello che pensavo si dovesse dire, ma nemmeno per fingere ma proprio perché pensavo che le cose andassero normalmente così. Questo strano rapporto è durato poco perché lei è rimasta incinta praticamente subito e da quel momento abbiamo sospeso i rapporti, cosa che a me non richiedeva nessun sacrificio ma che giustificavo anche davanti a me stesso come una necessità legata al fatto che lei fosse incinta. Né lei né io avevamo la minima intenzione di abortire, questa ipotesi non l’abbiamo mai presa in considerazione ed è stata in fondo l’unica cosa giusta che ho fatto in vita mia, poi è nato Giacomo. Qualche mese dopo ci siamo sposati e qui la cosa è stata paradossale, Marina ha voluto sposarsi in chiesa, io non volevo ma poi ho preferito non deluderla. Sono andato alla parrocchia per prendere accordi e lì ho trovato don Filippo, gli ho detto che avevo avuto un figlio e che volevo sposarmi in chiesa. Li mi ha guardato con una faccia soddisfatta, come per dire: “Hai visto! Te l’avevo detto io che sarebbe finita così!”. Il giorno del matrimonio mi sono confessato proprio con don Filippo al quale non ho detto nulla che riguardasse l’omosessualità, ma non per imbrogliare o per nascondere qualcosa, ma proprio perché pensavo che il problema fosse superato. Eravamo felici nel senso profondo del termine, naturalmente sesso niente, da parte mia non ne sentivo proprio l’esigenza e da parte sua, probabilmente le prime esperienze dovevano essere state così poco entusiasmanti che ha preferito non pensarci più, l’argomento era stato tacitamente archiviato consensualmente. Insomma eravamo una coppia felice proprio perché tra noi non c’era sesso, e con una donna cattolica come mia moglie c’è sempre modo di dire che non si fa sesso perché il sesso si fa solo per mettere figli al mondo. In pratica io ancora non avevo capito niente, io mi sentivo etero, ero sposato, avevo un figlio, che altro avrei dovuto fare per sentirmi etero... Giacomo cresceva e io ne ero contento, ma qualche domanda cominciavo a farmela. Una sera, per motivi di lavoro mi sono trovato in albergo a condividere la camera con un collega più giovane di me, era una ragazzo di 24-25 anni e non era per niente complessato dalla mia presenza. Insomma io ho capito all’improvviso che cosa fosse l’amore gay, una specie di illuminazione. Non c’era niente a che vedere con le cose che avevo fatto con mia moglie, ho desiderato il mio collega in modo violento ma mi sono imposto di stare al mio posto. Dopo una sola notte in albergo col mio collega, senza che nessuna forma di sesso intercorresse tra noi, l’indomani ormai avevo capito quale era la mia vera vita, ma non era una favola, io ero sposato e con un figlio e cambiare vita sarebbe stato difficilissimo. In primo luogo non sapevo come affrontare l’argomento con mia moglie e, onestamente, cioè sarebbe meglio dire disonestamente, avevo deciso di non dirle proprio nulla, e così ho fatto per qualche mese ma mi sentivo veramente disonesto nei suoi confronti. Per decidermi a parlare ci ho messo tanto, mi sentivo in imbarazzo tremendo e sarei sprofondato sotto la sedia, poi ho preso il coraggio a due mani e gliel’ho detto. La risposta mi ha sconcertato, mi ha detto che l’aveva capito e che si aspettava che prima o poi le facessi in discorso del genere, in pratica a parlare con mia moglie di quello che è successo col mio collega non ho avuto nessun imbarazzo. Lei mi ha detto che aveva apprezzato il fatto che io fossi stato onesto e allora le ho detto che avevo rinviato deliberatamente la chiarificazione ma non si è scomposta per questo, poi mi h detto: “Però c’è un problema enorme: Giacomo è minorenne e se divorziamo ci va di mezzo, se lui fosse maggiorenne sarebbe un’altra cosa”. Io le ho risposto che non avevo alcuna voglia di scappare via e che ci si poteva pure pensare in un secondo tempo perché l’importante è che quando uno ha capito una cosa del genere si comporti onestamente. Quando Giacomo ci ha portato a casa la prima ragazza e ce l’ha fatta conoscere perché per lui era una cosa seria, mia moglie mi ha detto: “Io penso che sia arrivato il momento” e la sera abbiamo parlato con Giacomo, ma la situazione era stranissima, noi eravamo tranquillissimi, pure io. Giacomo è stato a sentire, dopo non sapeva che dire, ha spalancato le braccia e ha detto: “Non so che dire. Che si dice in queste situazioni? Per me non cambia niente, certo, se divorziate potete essere più liberi di...” poi ci ha ripensato e ha detto: “No, papà potrebbe sentirsi più libero...” ma mia moglie ha aggiunto: “No, Giacomo, pure io starei meglio se spessi che lui sta bene”. In sostanza tra noi tre non ci sono stati veri problemi, ci amavamo, io non desideravo sessualmente mia moglie ma al di là di questo fatto le volevo bene. Ma la storia ha avuto anche dei risvolti molto sgradevoli sia con i genitori di mia moglie che con i miei. Io volevo parlare chiaro e dire le cose come stavano, ma lei mi ha fatto ragionare e non abbiamo detto niente a nessuno. Quando Marina ha parlato alla madre del divorzio, mio suocero è diventato furioso, è venuto a casa mia e ha fatto una sceneggiata a forza di urli strillando che avevo un figlio e invece mi ero messo in testa di correre appresso a qualche puttana! I miei con me hanno rotto i contatti completamente ma li hanno mantenuti con mia moglie e con Giacomo. Una volta, dopo il divorzio, sono venuti a trovare Marina senza avvisarla e ci hanno trovati tutti e tre a pranzo insieme. Non capivano più niente, papà pensava che lo stessimo prendendo per i fondelli per chissà quale misteriosa ragione, ma Giacomo l’ha congelato: “Senti nonno, tu con gli affari di casa nostra non c’entri niente!” Per mio padre è stata un’autentica pugnalata, è diventato tutto rosso e ho avuto paura che gli prendesse un infarto. Adesso siamo una coppia divorziata e con un figlio maggiorenne e continuiamo a vivere nella stessa casa in attesa che arrivi per me un principe azzurro, ma francamente, a parte il fatto che siamo ormai fuori tempo massimo, pure se me ne capitasse l’occasione non so se lascerei la mia vita da etero per una vita gay, questa non è la mia vita sotto il profilo sessuale ma sotto tanti altri profili mi ci trovo benissimo. Al punto in cui sono non credo che varrebbe la pena di cambiare strada.

domenica 16 settembre 2007

GAY E MONDO LIBERO

Mi fermo qui a rispondere al commento graditissimo di Sara (su "progetto gay") che mi spinge a dire la mia sul punto. Sara dice che nelle cose che scrivo c’è un po’ di “autocommiserazione”, una specie di “pianto silenzioso” (sono le sue parole). Sara ha ragione, non lo posso negare, ma io non sto scrivendo per fare letteratura o per dare un’immagine positiva dei gay in generale, molto più semplicemente sto solo dicendo quello che provo e quello che vivo tutti i giorni e francamente dover vivere quotidianamente una vita che non è la propria non è una bella esperienza. So benissimo che i miei problemi, in fondo, sono problemi minimi rispetto a quelli gravissimi di tanti gay che sono realmente perseguitati, fino alla condanna alla forca, per il fatto di essere gay, e a quelli di tantissimi altri che, gay o meno che siano, fanno esperienze di vita veramente spaventose. Quando ci penso mi sento quasi un verme perché mi lamento, perché a me in fondo manca solo la liberà, o se vuoi, il coraggio della libertà, ma francamente mi sento solo umano, non sovrumano e la vocazione al martirio non l’ho mai avuta. D’altra parte chi vive come vivo io i conti con la realtà li deve fare per forza, se non vuole essere stritolato. E’ vero che fingere di essere quello che non si è, in fondo non è una cosa così atroce, però penso che solo chi questa situazione la vive tutti giorni possa capire che cosa vuol dire. Non è una cosa che tu puoi sopportare per un periodo perché poi le cose cambieranno, dopo non cambierà niente e io diventerò vecchio senza aver mai vissuto la mia vita. Io la vita la sto buttando via giorno per giorno. Sotto tanti altri punti di vista mi sento realizzato, ma sono punti di vista “non miei” non autenticamente connessi alla mia persona, sono solo quelli pubblici nei quali mi sento accettato e anche stimato ma “solo” perché io in pubblico non sono me stesso! E’ un paradosso sentirsi apprezzati non per quello che si è ma per quello che si finge di essere, ma è proprio quello che succede. Io ho rapporti “falsi” e “bellissimi” con tante persone che stimo sotto certi profili ma che non mi accetterebbero mai per quello che sono veramente. Tu non sai, Sara, che cosa posso provare quando sul lavoro sento discorsi omofobi, ma non a livello violento, perché nessuno ci si sporcherebbe le mani, specialmente tra gente apparentemente evoluta, come quella con la quale lavoro io, ma proprio per disprezzo dovuto alla totale ignoranza. Mi sono trovato a dover dire io stesso barzellette contro i gay e a manifestare il mio sottile disprezzo per loro. Ma questo è assurdo! ... e lo vivi tutti i giorni con uno stillicidio continuo! Tu mi potresti dire che dovrei avere più coraggio e uscire allo scoperto, ecc. ecc. ... no! Come diceva quel ragazzo gay che tu hai citato: “Le chiacchiere stanno a zero!” I discorsi teorici non servono a nulla, lì ci sto io e paradossalmente ci possono essere altri ragazzi gay sostanzialmente costretti a giocare al massacro e questo è ancora più assurdo! Tu mi potresti dire che in fondo basta rinunciare alla propria sessualità per essere accettati, un po’ quello che dice il papa dei Gay! (e scrivo papa minuscolo e Gay maiuscolo), ma io non ci rinuncerò mai! Non vedo di che cosa mi debba pentire, non ho mai fatto male a nessuno, mai e a nessuno, e lo posso dire con tutta tranquillità e in piena coscienza! Io credo che la mia moralità e quella della stragrande maggioranza dei gay non abbia nulla da invidiare a quella di chi si permette di raccontare cose stupide o di dare giudizi che feriscono e che fanno veramente male oltre ad essere totalmente preconcetti. Lo so che tutto questo è autocommiserazione ma è VERO, totalmente e assolutamente corrispondente a quello che vivo tutti i giorni. Come sarebbe bello poter discutere di queste cose su un Forum, io uno l’ho aperto ma non ci va nessuno. L’indirizzo lo riscrivo qui ma non credo che lo userete, perché fino ad ora non lo ha usato nessuno!
Una cosa mi fa veramente piacere, ci sono tantissimi etero “onesti”, (i miei amici “veri” sono etero!) gente che non trincia giudizi sommari e che un dialogo con un gay non lo rifiuta per principio! E’ bellissimo che al mondo esista l’intelligenza perché l’oscurantismo distrugge la libertà che una cosa sacrosanta per tutti, per quelli che già ce l’hanno adesso e per quelli, come me, che la libertà di essere quello che sono non l’hanno mai avuta. Grazie Sara! Ti posso garantire che quando trovo commenti seri come il tuo mi viene il coraggio di dire tutto quello che penso! E ti posso garantire che mi hai dato una mano enorme! Grazie!

BLOG GAY SENZA TRUCCHI

Grazie Luca per il commento (su "progetto gay"). Ti posso garantire che io non ho mai inserito falsi commenti per fare vedere che le persone che aggiungono un commento sano tante. Una cosa mi sono proposto, almeno in questa sede, e cioè di non ricorrere mai a trucchi. Ho ricevuto da utenti dei miei blog tre storie (solo 3 su oltre 60 pubblicate) e i lettori che me le hanno mandate sono solo due! Due su un numero gradissimo di persone che hanno aperto il blog. Non ho mai aggiunto un commento che non portasse la mia firma “gayproject”. I commenti che si possono leggere su questo blog sono tutti rigorosamente autentici. Ho ricevuto (sommando i commenti su tutti i miei blog, soltanto un “unico” commento dichiaratamente gay da Marco, che non conosco e che ringrazio ancora. Fuori dei miei blog uso l’identità “il_progettista” ma chi ha letto questo blog sa che ho dichiarato fin dall’inizio che è la mia seconda identità. Quanto ai contenuti delle storie che pubblico qui, che sono sempre a tematica gay ma sono dei tipi più vari, ho dichiarato più volte che non sono ovviamente tutti miei nel senso di autobiografici nel senso stretto del termine ma che sono rielaborazioni di cose reali, ascoltate da persone reali, qualche volta anche vissute da me in prima persona. Dell’idea della trasparenza e del non usare trucchi ho fatto una questione di principio. Sai che ricevere un commento fa sempre piacere... quindi regolati di conseguenza.

lunedì 10 settembre 2007

GAY E PRESUNTI AMICI

Questo post è strettamente diaristico, i fatti sono rigorosamente reali e autobiografici. Oggi ho fatto un lungo viaggio con un amico o presunto tale. Ma che vuol dire “presunto amico”? In pratica vuol dire amico nella mia dimensione non gay, perché per essere mio amico bisogna essere gay o etero senza preclusioni anti-gay. La necessità del viaggio era oggettiva e dovuta a ragion i tecniche, e la compagnia era tutto sommato gradevole, tuttavia il viaggio non ha fatto altro che richiamarmi alla mente l’idea della doppia vita. Io sono me stesso in pratica solo con le perone che collaborano a questo blog e con qualche altra persona, ma si tratta comunque di un numero limitatissimo di amici dei quali mi fido veramente. Molte delle storie sul coming out riportate in questo blog presentano il problema: “coming out sì” – “coming out no”, come se le alternative fossero solo due, ma, lo dico per esperienza diretta oltre che per notizie di persone che conosco, nella maggior parte dei casi (quasi sempre) si realizza un coming out limitato a poche persone, molto frequentemente amici e non familiari, ne segue che la possibilità di essere se stessi esiste ma limitatamente ad alcune persone e quindi i gay, in genere, vivono due vite parallele, una di facciata e una reale. Questa è anche la mia esperienza. Io scrivo su questo blog e cerco di farlo funzionare al meglio e considero la parola gay una qualificazione alta, nella mia dimensione reale (la dimensione gay) il mio essere gay non crea problemi, né per i miei amici gay né per gli etero, queste persone appartengono al “mio” mondo, quello nel quale posso essere me stesso, poi c’è l’altra dimensione, quella chiamiamola così pubblica. La quasi totalità delle persone che conosco, a quanto posso vedere, mi identifica come perfetto etero, al punto che qualcuno, come il ragazzo col quale ho fatto il viaggio, mi fa anche apertamente discorsi omofobi aspettandosi il mio consenso che, purtroppo, non posso negare, anche se in forma dubitativa. Non conosco molte lesbiche, direi che in pratica ne conosco solo due, una coppia di professoresse dell’università, non siamo amici nel senso vero della parola, ma una mezza simpatia c’è, ebbene tempo fa il ragazzo con il quale ho fatto il lungo viaggio ieri mi ha fatto un discorso tremendo su queste due signore, che ormai hanno quasi 50 anni. Ha detto che a lui le donne omosessuali non piacciono e francamente mi sono domandato perché la sottolineatura delle “donne omosessuali” come se gli uomini omosessuali gli fossero simpatici, però la sottolineatura c’è stata. Mi ha detto che aveva visto le de signore insieme e che lui era certo che fossero lesbiche e me lo ha detto come se mi stesse rivelando il segreto più terribile del mondo, e ha detto che non voleva fare esami con loro e che in pratica la cosa gli faceva schifo, è proprio questo il termine che ha usato. Io con totale faccia di bronzo gli ho risposto che avevo visto insieme anch’io le due signore ma che fossero lesbiche non mi era mai passato neppure per l’anticamera del cervello (cosa non vera, perché le due signore si vedono sempre insieme), quel ragazzo poi ha fatto dietro front: “adesso non vorrei che tu penassi che io ho detto qualcosa che non dovevo dire”, ho risposto che può pensare quello che vuole e che se le due signore sono lesbiche o meno sono affari loro e non capisco perché uno non dovrebbe seguire un corso fatto da una professoressa lesbica che, tanto più per un ragazzo, non vedo quali pericoli posa comportare. In sostanza mi sono trovato a confortare uno che aveva in testa idee omofobe, per la verità non molto convinte. Ho continuato a parlare con quel ragazzo di altre cose, come se nulla fosse accaduto e ho dovuto anche assumere toni incoraggianti e affettuosi nei suoi confronti cosa che non mi veniva affatto spontanea, ma bisognava fare buon viso a cattivo gioco, perché poi scatta una specie di rifiuto di ritorno e tende a scatenarsi una certa aggressività verso chi mi parla male degli omosessuali. Per la verità episodi come quello che ho raccontato sono piuttosto rari, ma ci sono diverse persone che si considerano miei amici anche se io non li considerano affatto tali e non si accorgono minimamente del fatto che il rapporto che ho con loro non mi coinvolge affatto ed è in sostanza una pure recita. Per diverse persone della mia dimensione non gay ho un vero rispetto, e non li coinvolgo nella mia sfera privata solo per motivi di opportunismo, ma altri li deterso e mi sono dato un criterio da seguire: minimizzare gli impegni e gli incontri con le persone che detesto e dare spazio alla dimensione gay, non sprecare tempo in recite, quando c’è di meglio da fare. La sensazione di vivere in due dimensioni parallele che non si incontreranno mai mi stressa ma la vita su due fronti è una necessità sociale imprescindibile. Per curiosità sono andato a vedere su internet i programmi dei corsi delle due professoresse e non avevano nulla a che vedere con l’omosessualità. Certe volte è sgradevole dovere avere due vite ma è la realtà. In qualche caso mi dispiace veramente non poter affrontare un discorso serio con certe persone nella mia dimensione non gay perché si tratta di persone come si deve, ma il rischio è troppo alto e il criterio di selezione dei possibili destinatari di un’amicizia vera deve essere molto restrittivo.