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sabato 3 novembre 2018

GAY E SINODO DEI GIOVANI

Nell’Ottobre del 2014, solo quattro anni fa, a conclusione del Sinodo sulla famiglia, mi trovai a scrivere un articolo intitolato “Il Sinodo sulla famiglia e il topolino gay”. Il titolo alludeva al fatto che dopo le grandi aspettative suscitate dall’”Instrumentum laboris”, cioè dal documento preparatorio, la “Relatio post discerptationem “ aveva enormemente ridimensionato le cose, e la “Relatio Synodi” cioè il documento finale, aveva definitivamente mortificato qualsiasi aspettativa, limitandosi alla materiale ripetizione dei contenuti delle ”Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” firmata da Joseph Ratzinger, allora Prefetto delle Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno del 2003. La montagna, dopo un lungo e faticoso travaglio, aveva partorito il topolino ma i padri sinodali ne erano rimasti così terrorizzati da affrettarsi a divorarlo prima che uscisse dall’aula del Sinodo. Ma “Sic transit gloria mundi!”
Il 28 Agosto di quest’anno scrissi un altro articolo “Papa Francesco non sa cosa sia l’omosessualità” quando Papa Francesco, nel volo di ritorno da Dublino, parlando a braccio, come è solito fare, rispondendo ad una domanda relativa all’atteggiamento che dovrebbe prendere un genitore di fronte al coming out del figlio, così si espresse:
“In quale età si manifesta questa inquietudine del figlio, è importante, una cosa è quando si manifesta da bambino, c’è… ci sono molte cose da fare… con la psichiatria… per vedere come… come sono le cose. Un’altra cosa è quando si manifesta un po’ dopo vent’anni o cose del genere, no?…”
Ero stupito che il Papa non avesse assolutamente le idee chiare su quello che la Psichiatria seria dice della omosessualità, anche se oggettivamente l’omosessualità non appare e non è certo la tematica fondamentale o il pensiero ossessivo di Papa Francesco. Va sottolineato però che, a parte questo cenno improvvido, negli atteggiamenti personali di Papa Francesco sono del tutto assenti i toni della crociata anti-gay tipici di Benedetto XVI, ai quali si ispirava anche il Sinodo sulla famiglia del 2014.
Da pochi giorni si è concluso il Sinodo sui giovani e cercherò qui di seguirne lo sviluppo relativamente al tema della omosessualità.
Il Documento finale pre-sinodale, così si esprime sul tema:
“Problemi come la pornografia distorcono la percezione della sessualità umana da parte dei giovani. La tecnologia usata in questo modo crea una ingannevole realtà parallela che ignora la dignità umana.”
“C’è spesso grande disaccordo tra i giovani, sia dentro che fuori la Chiesa, riguardo ad alcuni dei suoi insegnamenti che oggi sono particolarmente dibattuti. Tra questi troviamo: contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio e la modalità di percezione del sacerdozio nelle diverse realtà della Chiesa. E’ importante notare che, indipendentemente dal livello di comprensione degli insegnamenti della Chiesa, continua ad esserci disaccordo e dibattito aperto tra gli stessi giovani su queste controverse questioni. Di conseguenza, può darsi che essi vogliano che la Chiesa cambi i suoi insegnamenti o, perlomeno, che fornisca una migliore spiegazione ed una maggiore formazione su tali questioni. Nonostante questo dibattito interno, i giovani cattolici le cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa desiderano comunque farne parte. Molti giovani cattolici accettano questi insegnamenti, trovando in essi una fonte di gioia. Desiderano che la Chiesa non solo continui ad attenervisi nonostante la loro impopolarità, ma che li proclami insegnandoli con maggiore profondità.”
“Noi, la Chiesa giovane, chiediamo alle nostre guide di affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù. Alcuni percepiscono la Chiesa come “antiscientifica”; per questo il dialogo con la comunità scientifica è certamente importante, in quanto la scienza è in grado di illuminare la bellezza della creazione.”
Vorrei soffermarmi in particolare su ciascuno di questi punti.
È un fatto evidente che la pornografia distorce la percezione della sessualità e non solo quella dei giovani, tuttavia la Chiesa condanna come pornografia anche la rappresentazione non distorta della sessualità. Ho insistito spesso anche io sul fatto che la pornografia non rappresenta correttamente la sessualità ma ritengo che una rappresentazione realistica della sessualità, che non la banalizzi e non la riduca a mera performance, sia non solo utile ma necessaria perché si capisca che la sessualità può essere espressione di un’affettività profonda, ma può anche essere vissuta in modo leggero ma comunque rispettoso dell’altro, e può perfino trasformarsi in una forma di sopraffazione e di violenza e questo vale sia in ambito gay che etero. Sento molti ragazzi gay usare espressioni del tipo: “Preferisco mille volte vedere una storia d’amore gay con un po’ di sesso che un porno, che alla fine non ha alcun senso ed è stato costruito solo per fini commerciali.” Bisognerebbe meditare sull’idea di una educazione sessuale (anche degli adulti) costruita sulla realtà per non lasciare spazio alla sola strumentalizzazione della sessualità, ma su questo terreno la Chiesa non si è mai espressa seriamente.
Quanto al disaccordo tra i giovani, sia dentro che fuori della Chiesa, su temi che adesso sono particolarmente dibattuti, tra i quali si trova anche l’omosessualità, va detto che il disaccordo non esiste solo tra i giovani ma anche tra le persone di età matura e anche all’interno della stessa Chiesa gerarchica. Quando il documento preparatorio parla di “giovani cattolici le cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa, che desiderano comunque farne parte” afferma che ci si può sentire cattolici e nello stesso tempo in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa e questo accade proprio perché si ritiene che quell’insegnamento sia comunque non conforme allo spirito evangelico e sia viziato da visioni pregiudiziali, da eredità di altre epoche che andrebbero radicalmente riviste alla luce di una visione scientificamente fondata sulla realtà, basti a questo proposito ricordare che il Catechismo della Chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica” , “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio”.
Tutte queste cose sono, oltre che pericolose, perfino ridicole per chi ha un minimo di conoscenza della realtà, del tutto lontane della oggettività scientifica e frutto di puri pregiudizi, queste cose andrebbero riviste radicalmente con onestà intellettuale. L’idea della omosessualità come “colpa” o come “patologia” ha ormai fatto il suo tempo ed è stata archiviata dalla comunità scientifica da decenni. L’affermazione secondo la quale « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati », contenuta nell’art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica stride fortemente con l’affermazione più volte ripetuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale l’omosessualità è “una variante naturale e non patologica” della sessualità umana.
Il documento preparatorio afferma che la dottrina della Chiesa è per molti cattolici fonte di gioia. Da quello che vedo ogni giorno tra i giovani gay, la dottrina della Chiesa in tema di omosessualità è una delle motivazioni di fondo per le quali i gay abbandonano la Chiesa, migrando talvolta verso altre confessioni religiose. I giovani gay abbandonano una Chiesa che li bolla come gravemente depravati, come persone che scontano le funeste conseguenze di un rifiuto di Dio, come individui sessualmente non normali, casi patologi che mettono in pratica comportamenti intrinsecamente cattivi dal punto di vista morale, secondi per gravità solo all’omicidio volontario! Mi chiedo come sia possibile provare gioia di fonte a queste affermazioni che non sono solo pericolose e violentemente omofobe ma sono radicalmente anticristiane.
Nel documento preparatorio si legge: “Noi, la Chiesa giovane, chiediamo alle nostre guide di affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù.”
Mi fermo su un solo elemento la cui presenza è sorprendente: il “gender”, una specie rimodernata di “araba fenice” di metastasiana memoria, una cosa della quale tutti parlano ma che nessuno ha mai visto! Ne parla Benedetto XVI in modo insistente, e questo non stupisce troppo, ma perfino papa Francesco ha espresso qualche preoccupazione per la teoria del gender, che però non ha alcun riscontro scientifico, né la sociologia né la psichiatria seria hanno mai parlato di questo fantomatico argomento e meno che mai nel modo assolutamente improbabile descritto dagli atti della Chiesa. La cosiddetta teoria del gender è un’invenzione di Mons. Tony Anatrella. «La teoria del “gender” ci prepara un mondo dove nulla sarà più percepito come stabile», dice lo psicanalista Tony Anatrella. «I danni provocati dal divorzio non sono nulla rispetto a quelli che può causare l’ideologia LGBT» (https://www.tempi.it/e-vietato-dirlo-ma-col-sesso-non-si-gioca/#.WBRzvPmLSUl). Aggiungo solo per inciso che Mons. Anatrella è accusato di abusi sessuali e l’articolo di Mediapart : «De nouveaux témoignages accablent Mgr Anatrella et ses thérapies sexuelles»  fornisce ampi ragguagli in proposito.
Mi chiedo come sia possibile dare spazio alle estemporanee teorie di Mons. Tony Anatrella e trascurare del tutto quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità va ripetendo ormai da diversi decenni. E ci si dovrebbe stupire che qualcuno possa accusare la Chiesa di anti-scientificità? Galileo docet: “il lupo perde il pel ma non il vizio.”
Vengo ora all’esame del documento finale del Sinodo relativamente alle parti concernenti l’omosessualità.
Comincio con un’osservazione: nel documento finale manca del tutto ogni riferimento alla teoria del gender, ed è un grande passo avanti, come dire che si è smesso di fare la lotta contro la befana! Era ora!
Devo aggiungere che la lettura integrale del documento, che richiede tempo e attenzione, lascia al lettore una qualche impressione di novità. I richiami al magistero di Benedetto XVI sono rari, le sottolineature della intangibilità della dottrina sono sostituite da qualche timida apertura alla necessità di un approfondimento, la tendenza è al dialogo e non all’arroccamento, non si individua un nemico in chi non condivide certi elementi della morale cattolica ma si cerca di mantenere aperto un dialogo.
Preciso che il Vaticano ha pubblicato anche gli esiti delle votazioni relative ai singoli articoli del documento. È significativo che gli art. 149 e 150 che trattano di sessualità abbiano registrato il più alto numero di non placet nel Sinodo. L’art. 149, che tratta di sessualità in modo generico ha ottenuto 214 voti favorevoli e 26 contrari, l’art. 150, che tratta più specificamente di omosessualità “senza toni da crociata” ha ottenuto 178 voti favorevoli e 65 contrari, il massimo numero di voti contrari tra tutti gli articoli del sinodo. Ricordo che per essere approvato un articolo deve ottenere ameno i 2/3 dei voti dei presenti. L’articolo 150 è passato ma col quorum più basso rispetto a tutti gli altri articoli.
Colpiscono alcuni riferimenti al lato oscuro del web che è diventato “un canale di diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo.”
Il riferimento all’abuso sessuale e agli scandali sessuali interni alla Chiesa, che pure poteva suscitare polemiche, non è stato omesso.
Si afferma che “Insieme al permanere di fenomeni antichi, come la sessualità precoce, la promiscuità, il turismo sessuale, il culto esagerato dell’aspetto fisico, si constata oggi la diffusione pervasiva della pornografia digitale e l’esibizione del proprio corpo on line.” Si prende quindi coscienza di cose oggettive e oggettivamente pericolose.
Si coglie l’imbarazzo della Chiesa nel presentare e difendere la propria morale sessuale e si sottolinea che: “Frequentemente infatti la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna. Di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l’affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell’autenticità e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all’omosessualità.” E anche qui non emergono giudizi.
L’accenno all’autenticità come valore di fondo della sessualità non era mai stato presente nei documenti ufficiali della Chiesa.
Si accenna allo sfruttamento sessuale, agli stupri di guerra, tutti temi molto sentiti dalla morale laica. In sostanza la distanza tra la morale laica e quella cattolica sembra restringersi almeno marginalmente e forse non solo, perché molti dei grandi valori cristiani sono anche grandi valori laici.
Riporto qui di seguito per esteso gli art. 149-150 che riguardano più da vicino l’omosessualità:
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Sessualità: una parola chiara, libera, autentica
art. 149. Nell’attuale contesto culturale la Chiesa fatica a trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità, così come emerge dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero degli ultimi Papi. Appare quindi urgente una ricerca di modalità più adeguate, che si traducano concretamente nell’elaborazione di cammini formativi rinnovati. Occorre proporre ai giovani un’antropologia dell’affettività e della sessualità capace anche di dare il giusto valore alla castità, mostrandone con saggezza pedagogica il significato più autentico per la crescita della persona, in tutti gli stati di vita. Si tratta di puntare sull’ascolto empatico, l’accompagnamento e il discernimento, sulla linea indicata dal recente Magistero. Per questo occorre curare la formazione di operatori pastorali che risultino credibili, a partire dalla maturazione delle proprie dimensioni affettive e sessuali.
art. 150. Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali. A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro «orientamento sessuale» (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16).
Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé.
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Mi limito ad osservare che il richiamo alla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, redatta da Ratzinger nel 1986 è puramente di stile e cita uno degli elementi meno sostanziali di quel documento dell’oscurantismo più radicale, che suscitò, a dire poco, grosse perplessità.
La parte finale dell’art. 150 contiene una formula volutamente neutra di apertura, rivolta a tutti, nessuno escluso che non rimarca alcuna condanna o esclusione.
In sintesi, il documento finale del Sinodo sembra, almeno nel linguaggio, e forse non solo nel linguaggio, contenere qualche apertura verso un modo non solo più scientifico e oggettivo ma anche più evangelico di concepire l’omosessualità. È pur sempre vero che una rondine non fa primavera e che il vento (anche quello dello Spirito) soffia dove vuole e potrebbe cambiare sempre direzione, ma si avverte l’impressione che il lievito stia cominciando a far fermentare tutta la pasta, o almeno buone porzioni di essa. Il tempo ci permetterà di capire se si tratta solo di un fatto episodico o se è realmente l’inizio di un’apertura, sulla quale mantengo comunque tutte le mie riserve, perché il buon senso e l’esperienza inducono a frenare gli entusiasmi e a seguire l’esempio di San Tommaso.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=6750

mercoledì 6 novembre 2013

THOMAS E KLAUS MANN DUE OMOSESSUALI

Mercoledì 20 Novembre 1968, nel corso di una udienza generale, papa Paolo VI così si esprimeva:
“Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle sue supreme facoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio; è fatto per Lui; e ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine, e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, alla piena verità, che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La così detta «morte di Dio» si risolve nella morte dell’uomo.
Non siamo Noi soli ad affermare una così triste verità. Ecco una testimonianza che è stata lasciata da un coltissimo scrittore d’avanguardia e infelicissimo tipo della cultura moderna (Klaus Mann, figlio di Thomas). Egli scriveva: «Non vi è speranza. Noi intellettuali, traditori o vittime, faremmo bene a riconoscere la nostra situazione come assolutamente disperata. Perché dovremmo farci delle illusioni? Siamo perduti! siamo vinti! La voce che pronunciò queste parole - prosegue la testimonianza -, una voce un tantino velata, ma pura, armoniosa e stranamente suggestiva, era quella di uno studente di filosofia e di letteratura, con cui mi incontrai per caso nella antica città universitaria di Uppsala. Ciò che aveva da dire era interessante, ed era comunque caratteristico: ho sentito analoghe dichiarazioni di intellettuali in ogni punto d’Europa . . . E disse con una voce non più del tutto sicura: Dovremmo abbandonarci alla disperazione assoluta . . .» Figli carissimi, per noi no, non è così.”
Chi è Klaus Mann, l’uomo che Paolo VI considera il paradigma infelicissimo della cultura moderna? E che senso ha il riferimento operato da Klaus Mann a quello studente incontrato nell’antica città universitaria di Uppsala? 
Come ricordato dallo stesso Paolo VI, Klaus Mann è uno dei figli Thomas Mann, cioè di uno degli uomini che più hanno influito sulla cultura europea negli ultimi cento anni, ma non è di letteratura che intendo parlare. Il fatto che Klaus sia Figlio di Thomas riveste un enorme significato, dal mio punto di vista, in quanto sia il padre che il figlio si sono trovati a fare i conti con la loro omosessualità e di fronte ad essa hanno dato risposte diversissime. 
Nell’opera di Thomas Mann le atmosfere sono molto particolari e, in genere, il lettore gay si sente immerso in un mondo che non gli suona affatto estraneo. Emerge spesso il conflitto tra il “sereno” mondo borgese ove tutto è codificato e ordinato e il richiamo dell’arte che ha comunque il fascino dell’abisso. Questo conflitto in “Morte a Venezia” si palesa, fuori di metafora, come il conflitto tra eterosessualità e omosessualità. Thomas Mann, nato nel 1875 a Lubecca, quando era liceale aveva confessato i suoi sentimenti ad un suo compagno che non li condivideva perché semplicemente non poteva condividerli. Quell’esperienza costituì il primo innamoramento di Thomas Mann. Si ha l’impressione che l’immagine di quel compagno di liceo torni spesso nell’opera di Mann.
Ma Mann visse un innamoramento molto più coinvolgente nei confronti di Paul Ehrenberg, un giovane violinista e pittore impressionista di un anno più giovane di lui. Tra il 1899 e il 1903, stando ai diari e alle lettere di Thomas Mann, l’innamoramento divenne una vera infatuazione, che portò a una intensa relazione tra i due. Un quadro di Ehrenberg intitolato Die Hetzjagd (la caccia) rimase appeso per un certo tempo nella stanza di Thomas Mann. In quegli anni, da un insieme di ricordi della vita familiare scritti da Thomas per Paul Ehrenberg, che viveva a Monaco, prese l’avvio la stesura de “I Buddenbrook”. Sia il personaggio di Hans Hansen del “Tonio Kröger” (1903) che il personaggio del pittore nella novella “Gli affamati” (1903) e quello di Rudolf 'Rudi' Schwerdtfeger, anche lui violinista e oggetto di interesse omosessuale nel “Doctor Faustus” rimandano chiaramente a Paul Ehrenberg.
Nel caso del Tonio Kröger le analogie diventano fortissime perché a Monaco, dove aveva modo di incontrare Ehrenberg, Mann vide per caso per la prima volta una ragazza ventenne che discuteva animatamente con il bigliettaio di un tram, cercò di sapere chi fosse, gli dissero che era Katia Pringsheim, una studentessa di matematica, fisica e chimica, figlia del grande matematico Alfred Israel Pringsheim, un professore universitario ricchissimo di famiglia ebraica, che viveva in un grande palazzo la più bella vita che un alto borghese potesse sognare. Il prof. Pringsheim non era un ebreo osservante e lasciò che i figli seguissero il luteranesimo cose che tuttavia non bastò a salvare la famiglia dalle persecuzioni naziste. Mann, tramite amici, riuscì a farsi presentare ai Pringsheim e si “innamorò” (spiegherò dopo perché metto questa parola tra virgolette) di Katia ma lei desiderava godersi la sua giovinezza e non era intenzionata a sposarsi e non se ne fece nulla. Mann partì per la Danimarca dove scrisse il Tonio Kröger, in cui Tonio si innamora profondamente sia del compagno di scuola Hans Hansen che della giovane ragazza Ingeborg Holm, avevano entrambi occhi azzurri, capelli chiari e aspetto nettamente nordico. La forza del Tonio Kröger deriva dal fatto che si tratta di un romanzo sostanzialmente autobiografico in cui sono trasfuse le vere passioni del giovane Mann. Va sottolineato che Tonio è identificato come un “diverso”, in questo caso per ragioni artistiche, cioè come colui che non riesce a godere di ciò di cui godono gli altri. 
In Danimarca Mann non solo scrisse il Tonio Kröger ma scrisse anche delle lettere a Katia Pringsheim che convinsero la ragazza ad accondiscendere alle nozze celebrate l’11 febbraio 1905. Furono nozze “felici” anche qui devo mettere tra virgolette il termine felici, ne nacquero sei figli. Restano comunque molte perplessità nel considerare questo matrimonio come l’esito di una storia d’amore. Nel suo saggio “Sul matrimonio – brindisi a Katia” Mann sostiene che il matrimonio e l’arte sono entrambi un servizio borghese alla vita, un patto etico e un sacramento, perché è proprio attraverso l’arte e attraverso il matrimonio che lo spirito arriva a dominare sulla materia, sulla carne e il sangue.
Va sottolineato che poco prima del matrimonio Mann aveva vissuto con Ehrenberg un rapporto molto forte e non si trattava di un rapporto sublimato, come quello descritto nel Tonio Kröger, ma di una relazione sessuale che decenni più tardi Mann considererà l’esperienza emotiva fondamentale delle sua vita con parole inequivocabili: “Ho vissuto e amato, … finalmente con una felicità nuova perché ho stretto fra le mie braccia qualcuno di cui ero profondamente innamorato”, ma, bisogna sottolinearlo, queste valutazioni del rapporto con Ehrenberg sono maturate in Mann diversi decenni dopo la loro relazione. All’epoca della loro relazione l’atteggiamento di Mann era radicalmente diverso ed era dominato da una specie di rifiuto di sé come omosessuale e dalla condanna della “anormalità”.
In pratica Mann si condannò al matrimonio per cercare di allontanare da sé la passione omosessuale che aveva vissuto profondamente con Ehrenberg. Il fratello di Thomas, Heinrich, che pure aveva sostenuto che il rapporto di Thomas con Ehrenberg fosse una follia e aveva insistito perché il fratello si sposasse presto, ebbe il sospetto che il matrimonio fosse stato accettato da Thomas per ragioni di opportunità sociale, certo è che la posizione sociale del suocero favorì indubbiamente Thomas. Alcuni, visti gli esisti del matrimonio, hanno cercato di parlare di bisessualità di Thomas Mann ma la realtà farebbe pensare piuttosto ad una fuga dalla omosessualità verso un paradiso borghese molto più rassicurante. Al povero Ehrenberg non restò che seguire, anche lui, la via del matrimonio e finì per sposare la pittrice Lilly Teufel.
Mann, dopo il matrimonio, scrisse “Altezza reale”, la storia è ambientata nel Granducato di Grimmburg, un minuscolo stato immaginario, ridotto in situazioni di forte disagio economico, e il protagonista è il secondogenito del Granduca che è costretto a sposare una ricca ereditiera per risollevare la sorti dello stato. Il contrasto tra “Altezza reale” e il “Tonio Kröger” non potrebbe essere più stridente.
Thomas Mann ebbe sei figli da Katia, i primi due furono dichiaratamente omosessuali, la primogenita Erika, nata a Monaco il 9 Novembre 1905, si sposò il 25 luglio del 1926, non ancora ventunenne, con Gustaf Gründgens, ma nel 1929 intervenne il divorzio. Erika, dichiaratamente lesbica, ebbe la sua prima relazione intorno al 1932 con Pamela Wedekind, che aveva conosciuto a Berlino e che era fidanzata con suo fratello Klaus, anche lui omosessuale. Sono note, in periodi successivi, almeno altre tre relazioni lesbiche importanti e sessualmente appassionate di Erika Mann, sul cui orientamento sessuale non ci fu mai alcun dubbio. Il padre Thomas ebbe un atteggiamento molto positivo nei confronti delle donne con cui la figlia intratteneva relazioni amorose, non dimostrò però la stessa apertura mentale nei confronti del figlio Klaus . Gli atteggiamenti di Klaus e del padre nei confronti della omosessualità furono radicalmente antitetici e questo non favorì il dialogo tra i due. Non approfondisco qui il discorso sulla omosessualità di Klaus Mann, perché lo riprenderò analiticamente dopo aver concluso quello sul padre.
Anche dopo il matrimonio Mann non abbandonò la tematica omosessuale e nel 1912 pubblicò “Morte e Venezia” che fu la base del film omonimo di Luchino Visconti del 1971 e dell’omonimo melodramma del 1973 di Benjamin Britten. Non c’è bisogno di dire che sia Visconti che Britten erano omosessuali.
La vicenda è intrisa di spirito tragico. Gustav von Aschenbach, un cinquantenne che ha dedicato tutta la vita all’arte, rimasto vedovo, va Venezia e al grand'Hotel des Bains all'isola del Lido, rimane folgorato dalla bellezza di un ragazzo polacco più o meno 14enne, Tadzio, vestito alla marinara alloggiato in Hotel con tutta la sua famiglia. Sul ragazzo Aschenbach costruisce mille ragionamenti apparentemente legati alla sua concezione dell’arte, mentre lo osserva cercando di non farsi scoprire. Ma fa troppo caldo e a Venezia scoppia il colera, le autorità minimizzano ma Aschenbach si rende conto che il pericolo è reale, dovrebbe avvisare la famiglia di quel ragazzo ma non lo fa perché non vuole vederlo partire, nel frattempo, da uno scambio di sguardi Aschenbach è portato a credere che il ragazzo condivida i suoi sentimenti, la presenza di Tadzio si fa ossessiva nella mente di Aschenbach che arriva alla consapevolezza che il suo è un interesse sessuale e che il piano dell’arte è solo una sovrapposizione fittizia. Aschenbach indebolito e malaticcio vede Tadzio  giocare con gli amici e poi alzare un braccio quasi per salutarlo, quella sarà l’ultima immagine di Tadzio che accompagnerà l’ultimo respiro dell’uomo che nascostamente lo aveva amato. Il romanzo ha una sua forza tragica innegabile ma l’associazione tra omosessualità e morte sembra un teorema troppo enfatizzato. 
La difficoltà di Mann nell’accettare la sua omosessualità si riscontra anche nel 1925 quando Thomas scrive un piccolo saggio intitolato “Sul matrimonio”. In questa operetta Mann contrappone il matrimonio (ovviamente eterosessuale) alla omosessualità come se fossero le uniche due opzioni possibili. E la sua posizione contro l’omosessualità appare molto netta, direi fin troppo netta per apparire credibile.
Nel 1927, quando Mann aveva 52 anni, durante una vacanza a Silt, conobbe l’allora 17enne Klaus Heuser e lo invitò nella sua villa di Monaco di Baviera. Quella per Klaus Heuser è stato probabilmente l’ultima grande passione di Mann, tuttavia sempre molto trattenuta. Quando Heuser andò a trovare Mann a Zurigo nel 1935, Mann annotò nel suo diario: "Non è cambiato per niente o solo un po’: magro, ancora ragazzo a ventiquattro anni, gli stessi occhi. Continuavo a guardalo in faccia e a dire 'Mio Dio!' ... Si aspettava che lo baciassi ma non l’ho fatto, però prima che se ne andasse sono riuscito a dirgli qualche parola d’amore ".
Vengo ora ad un momento critico non solo per la vita di Thomas Mann e dei suoi figli ma per l’intera Germania e purtroppo anche per l’intera Europa e non solo per essa. 
Le elezioni del maggio 1928 avevo portato al Reichstag 12 deputati nazionalsocialisti, ma già nelle elezioni del 1930 il partito nazionalsocialista di Hitler era passato a 107 deputati. Nelle elezioni del 1932 i deputati hitleriani passarono a 230  su 608 seggi in totale e il partito nazionalsocialista divenne il primo partito della Germania. Hitler si candidò per le elezioni presidenziali del gennaio 1933. Alle elezioni, Hindenburg, un eroe della prima guerra mondiale, presidente uscente, apparve l’unico candidato in grado di fermare l’ascesa di Hitler e fu sostenuto da una coalizione che andava dai nazionalisti ai socialdemocratici. Hindenburg ottenne nuovamente la presidenza col 53% dei voti contro il 37% di Hitler, che il 30 gennaio fu nominato Cancelliere, a capo di una colazione di partiti (nazisti e partito popolare tedesco-nazionale), ma già pochi giorni dopo, alle elezioni del 5 Marzo 1933, il clima era radicalmente cambiato. Si votò nella settimana in cui era stato dato alle fiamme l’edificio del Reichstag (27 febbraio 1933), dell’incendio fu incolpato Marinus van der Lubbe, un comunista olandese 24enne che fu decapitato per questo motivo il 10 gennaio del 1934. La maggioranza degli storici concorda sul fatto che l’incendio sia stato una montatura voluta dai vertici nazisti, le prove in questo senso sono molte e sono state raccolte da fonti indipendenti. L’incendio del Reichstag divenne il pretesto per bandire una crociata anti-bolscevica contri i partiti democratici. 
Fatto sta che Hiltler convinse Hindenburg a emanare il cosiddetto “decreto del Reichstag” nella stessa giornata del 27 febbraio del ’33, il 28 febbraio il decreto diventava legge e la maggior parte dei diritti garantiti dalla Costituzione di Weimar venivano sospesi per ragioni di emergenza. In questo clima, il 5 di marzo si tennero le elezioni per il rinnovo dei Reichstag. I vertici dei partito socialdemocratico furono costretti alla fuga. Nonostante una serie infinita di minacce e di intimidazioni i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta. Hitler fu quindi costretto a mantenere l’alleanza col partito popolare tedesco-nazionale. Hitler mirava non ad una maggioranza di coalizione ma ad ottenere il cosiddetto “decreto dei pieni poteri” ossia un potere legislativo indipendente dal Raichstag, per far passare il decreto dei pieni poteri occorreva una maggioranza dei 2/3 del Reischstag. Il 23 Marzo il decreto venne approvato con l’appoggio del Centro Cattolico e con il solo voto contrario dei socialdemocratici ed entrò in vigore il 27 marzo. A diversi socialdemocratici fu fisicamente impedito di entrare in Parlamento mentre tutti i deputati comunisti, che costituivano il 17% del Parlamento, erano stati arrestati. 
Dato questo quadro storico ci si chiede quale sia stata la posizione di Thomas Mann e dei suoi figli. Se si tiene presente che nel 1929 era stato conferito a Mann il premio Nobel per la letteratura è facile capire che la sua posizione non sarebbe stata comunque indifferente ai nazisti. Nel gennaio del 1933 Mann tenne all’università di Monaco una conferenza pubblica sul tema “Dolore e grandezza di Richard Wagner” in cui in pratica negò i legami tra nazismo e arte wagneriana, i nazisti presenti in sala diedero segno di nervosismo perché Mann rappresentava una voce apertamente fuori dal coro, proprio nei momenti critici dell’assalto di Hitler al potere. Mann si rese conto del pericolo, tanto più che la famiglia della moglie era di origine ebraica, e si trasferì immediatamente in Svizzera e poi negli Stati Uniti e intorno a lui si riunì un gruppo di esuli tedeschi antinazisti. Mi limito a ricordare che dal 1940 alla fine della guerra Thomas Mann registrò una lunga serie di discorsi in tedesco che vennero messi in onda da Radio Londra perché fossero ascoltati in Germania. In questi discorsi Mann è il primo che faccia riferimento allo sterminio degli Ebrei nelle camere a gas, il resoconto dei delitti perpetrati dai nazisti è documentato e si avverte nettissimo il tentativo di risvegliare la coscienza dei tedeschi mettendoli al corrente di fatti atroci che la propaganda hitleriana nascondeva sistematicamente. Non vi è dubbio che Mann sia stato uno dei pochissimi e tenacissimi animatori “tedeschi” dell’antinazismo.
Subito dopo la capitolazione della Germania l’8 maggio del ’45 Thomas Mann leggerà in tedesco alla radio il messaggio radiofonico intitolato “I lager” annunciando la distruzione della cultura e della vita della Germania e facendo capire ai tedeschi come l’orrore dei campi di sterminio avesse vergognosamente distrutto l’immagine della Germania in Europa, Mann sostiene che è un peccato contro lo spirito tedesco che non può essere perdonato. Se già nel ’45 l’Europa ha ricominciato a fare una differenza tra tedesco e nazista, ciò si deve ai pochi personaggi che si comportarono come Thomas Mann. Ma una cosa va sottolineata Thomas Mann non fece scelte di convenienza ma di coscienza, e quando nel 1952, negli Stati Uniti dilagò più feroce il maccartismo, una specie di caccia alle streghe contro i comunisti o presunti tali, voluta dal senatore repubblicano Mc Carthy coadiuvato da due giovani che avrebbero avuto un peso notevole nella storia degli USA come Richard Nixon e Robert Kennedy, Thomas Mann si indignò e abbandonò definitivamente gli Stati Uniti come fecero i maggiori intellettuali stranieri basti l’esempio di Charlie Chaplin e di sua moglie Oona O'Neil. 
Anche se il discorso meriterebbe ben altri approfondimenti, lasciamo ora da parte Thomas Mann e occupiamoci del figlio, che Paolo VI presenta come paradigma infelicissimo della cultura moderna.
Klaus Henry Mann, secondogenito di Thomas nacque a Monaco il 18 Novembre 1906. Fin dall’età di 19 anni, nel 1925, con la pubblicazione del suo primo romanzo “La pia danza”, un libro autobiografico di una sincerità unica e disarmante in cui si ritrae la vita della Belino gay degli anni ’20, si dichiarò pubblicamente omosessuale. Nello stesso anno uscì anche "Anja e Ester" una delicatissima storia d’amore tra due ragazze. 
Se si pensa che il pretesto per l’assassino di Ernst Röhm e dei vertici delle SA da parte di Hitler nel 1934 fu proprio l’omosessualità, si capisce che nel ‘33, con l’arrivo al potere di Hitler la situazione di Klaus si fece particolarmente pericolosa e Klaus seguì senza nessuna esitazione il padre in esilio. Era un ragazzo 26enne sensibile e fragile, ma fu uno dei più tenaci e coraggiosi avversari del nazismo. Il suo liberalismo era guidato da grandi ideali, era, in sostanza, un fede che per certi aspetti richiamava certi aspetti del socialismo. Affascinato dall’ideale cristiano, Klaus aveva amicizie profonde in ogni strato sociale e ad ogni livello culturale. Lui stesso ci racconta con la massima serietà degli amori fugaci con alcuni marinai del porto di Marsiglia. 
Amò senza essere ricambiato lo scrittore surrealista René Crevel e più tardi ebbe una storia di qualche anno con un giornalista americano Thomas Quinn Curtiss. Strinse amicizia fraterna con la scrittrice lesbica Annemarie Schwarzenbach, con André Gide, premio Nobel per le letteratura nel 1947, e con Jean Cocteau Accademico di Francia, autore di romanzi, di opere teatrali e regista cinematografico. Sia Gide che Cocteau erano dichiaratamente gay.
Un’opera di Klaus Mann è particolarmente nota al grande pubblico per via di una sua rielaborazione cinematografica, che vinse l’Oscar nell’80, ed è “Mephisto o la storia di una carriera”, in cui Klaus descrive la vicenda del suo ex-cognato l’attore Gustaf Gründgens, che aveva divorziato dalla sorella Erika nel ’29, e aveva venduto l’anima al diavolo pur di fare carriera nell’ambito del regime nazista. Ovviamente Gründgens non gradì affatto la pubblicazione dell’opera. Il figlio adottivo di Gründgens, negli anni ’60, si rivolse al tribunale e dopo sette anni di battaglie legali riuscì ad ottenere dalla Corte Suprema tedesca che il libro non fosse ristampato, ma dopo la sua morte il libro venne stampato nuovamente.
Nel 34 Klaus pubblica per una rivista di Praga un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” e compone una biografia romanzata di Piotr Illich Cajcovskij, anche lui omosessuale.
Nel 37 pubblica “Finestra con le sbarre” sugli ultimi giorni di Luigi di Baviera, il re di omosessuale che odiava la guerra e amava l’arte. Luchino Visconti ne trarrà un film, “Ludwig”, nel 1972.
Subito prima della guerra, in America, Klaus vive povero e solo, tenta il suicidio ma poi reagisce e quando gli Stati Uniti entrano in guerra si arruola ed  entra nel corpo dei Ritchie Boys, un gruppo speciale formato da ebrei e da fuoriusciti tedeschi, particolarmente addestrati alla guerra psicologica perché molto motivati e perfetti conoscitori della mentalità tedesca. Nel 1942 il soldato americano Klaus Henry Mann viene aggregato alla Quinta Armata che avrebbe combattuto in Africa e in Italia, prima della partenza Klaus Mann chiede di avere un colloquio con un cappellano militare cattolico perché intende convertisti al cattolicesimo abbandonando il luteranesimo, come risulta dalle lettere (“Briefe und Antworten” Lettere e Risposte). Sembra che l'incontro abbia effettivamente avuto luogo ma che il cappellano abbia rifiutato la conversione probabilmente a causa della omosessualità di Klaus.
In Italia Klaus viene impiegato come cronista di guerra a seguito della Quinta Armata, lavora con Rossellini come sceneggiatore di “Paisà”, finita la guerra va di persona a visitare gli orrori dei campi di sterminio nazisti.
Intossicato dai farmaci, nel 49 va a Cennes per disintossicarsi. Il 20 maggio dopo aver passeggiato a lungo sotto le pioggia, aspettando un certo Luois, ingoia una dose massiccia di barbiturici e il 21 maggio muore a 42 anni. Fu accusato di tutto, perfino di essere una spia di Stalin ma resta un personaggio di altissima nobiltà d’animo per chiunque abbia la capacità di capirlo, ma Paolo VI, nel definirlo il modello dell’intellettuale disperato del ‘900 che nella morte di Dio aveva condannato a morte l’uomo si è comportato verso di lui esattamente come il cappellano cattolico che gli aveva negato la conversione.
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domenica 4 agosto 2013

GESUITI E GAY

Nel 2008 il numero di Giugno di “Aggiornamenti sociali”, rivista della Compagnia di Gesù, pubblicò un lungo articolo (pag. 421-444) intitolato “Riconoscere le unioni omosessuali? : Un contributo alla discussione”
L’articolo così esordisce: “Si può sostenere la disciplina giuridica del legame stabile tra due persone dello stesso sesso sulla base non della sua specifica connotazione sessuale, ma della sua rilevanza sociale e costituzionale? Questa la domanda su cui ha riflettuto un gruppo di studiosi di diverse discipline (etica filosofica e teologica, diritto, scienze sociali). L’obiettivo dichiarato è di contribuire a meglio comprendere, nelle sue molteplici dimensioni e alla luce delle indicazioni del Magistero, una questione controversa e a identificare spazi di dialogo tra opinioni contrapposte.”
 E dopo una dettagliata analisi così conclude:
“Il riconoscimento giuridico del legame tra persone dello stesso sesso, quale presa d’atto di relazioni già in essere, trova la sua giustificazione in quanto tale relazione sociale concorre alla costruzione del bene comune. Prendersi cura dell’altro, stabilmente, è forma di realizzazione del soggetto e al tempo stesso contributo alla vita sociale in termini di solidarietà e condivisione. Ed è proprio per questa relazionalità che il legame tra le persone dello stesso sesso, così come avviene per altre forme di relazione sociale, può essere garantito, non nella forma di un privilegio concesso in funzione della particolare relazione sessuale, ma nel riconoscimento del valore e del significato comunitario di questa prossimità. [...]
In questo quadro la scelta di riconoscere il legame tra persone dello stesso sesso appare giustificabile da parte di un politico cattolico. Essa rappresenta un’opzione confacente al bene comune, di promozione di un legame socialmente rilevante, di un punto di equilibrio in un contesto pluralista in cui potersi riconoscere, di risposta praticabile a una esigenza presente nell’attuale contesto storico. E ciò senza mettere in discussione il valore della famiglia, evitando così indebite analogie, abusi e pericolosi scivolamenti verso ulteriori pretese” (p. 444)”
 “La Repubblica” pubblicò un articolo di Zita Dazzi (30 maggio 2008) “I gesuiti aprono alle coppie omosessuali” Su “Aggiornamenti sociali” il sì alla registrazione delle convivenze. In questo modo l’articolo ebbe ampio risalto.
Queste posizioni sono in fondo strettamente affini a quelle espresse cardinale Carlo Maria Martini, poco prima di morire nella sua conversazione col Senatore Ignazio Marino: “Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili. Io sostengo il matrimonio tradizionale con tutti i suoi valori e sono convinto che non vada messo in discussione. Se poi alcune persone, di sesso diverso oppure anche dello stesso sesso, ambiscono a firmare un patto per dare una certa stabilità alla loro coppia, perché vogliamo assolutamente che non sia? Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio e d’altra parte non credo che la coppia eterosessuale e il matrimonio debbano essere difesi o puntellati con mezzi straordinari perché si basano su valori talmente forti che non mi pare si renda necessario un intervento a tutela.
Anche per questo, se lo Stato concede qualche beneficio agli omosessuali, non me la prenderei troppo. La Chiesa cattolica, dal canto suo, promuove le unioni che sono favorevoli al proseguimento della specie umana e alla sua stabilità, e tuttavia non è giusto esprimere alcuna discriminazione per altri tipi di unioni.”
Adista notizie (Fatti, notizie, avvenimenti su mondo cattolico e realtà religiose), sul n.45 del 2008 pubblica un articolo “SI PUÒ FARE. I GESUITI DI MILANO SOLLECITANO IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO DELLE COPPIE OMOSESSUALI” in cui con occhio laico esamina l’articolo delle rivista dei Gesuiti. (http://www.adistaonline.it/?op=articolo&id=42873).  Adista osserva che: “Riconosciuto che le cause che concorrono a determinare un orientamento omosessuale sfuggono alla volontà del soggetto, Carlo Casalone, vicedirettore del mensile [dei Gesuiti], afferma che “il compito dell’etica non sta nell’insistere per modificare questa organizzazione psicosessuale, ma nel favorire per quanto possibile la crescita di relazioni più autentiche nelle condizioni date”. La richiesta di riconoscimento giuridico da parte di coppie omosessuali è elevata: infatti, come sottolinea Giacomo Costa, caporedattore, “in assenza di alternative, il modello matrimoniale, pur compreso in senso limitato come ‘riconoscimento pubblico di una relazione affettiva’, rimane un punto di riferimento giuridico, oltre che simbolico per le convivenze omosessuali perché, alla base della rivendicazione, sta un desiderio di riconoscimento tout court della propria dignità”. Uno degli aspetti vissuti con maggiore difficoltà dagli omosessuali è infatti l’essere “socialmente invisibili”: “La lotta per il riconoscimento dei diritti civili e sociali – continua Costa – costituisce di fatto uno sforzo per entrare con il proprio progetto di vita nel ‘ciclo di vita’ della società nel suo insieme”.”
Così Adista prosegue l’esame dell’articolo della rivista dei Gesuiti: “Analizzando le argomentazioni che nella riflessione etico-teologica conducono ad una valutazione morale negativa sulle relazioni omosessuali, Massimo Reichlin, professore di Etica della vita all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, conclude che “è dubbio che tali argomenti giustifichino il rifiuto di qualunque disciplina legislativa delle unioni omosessuali”. “Nella misura in cui non le equipari al matrimonio – continua Reichlin -, ma riconosca alcuni diritti, fondati sulla continuità di una convivenza e di una relazione affettiva, pare difficile sostenere che un simile riconoscimento costituirebbe una svalutazione dell’istituzione matrimoniale o una modificazione radicale dell’organizzazione sociale”. Proprio la continuità e la stabilità della relazione costituiscono, come ricorda Angelo Mattioni, professore di Diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano, “il dato cui la Corte Costituzionale ricollega il necessario riconoscimento di un rapporto che dà fondamento all’esercizio di diritti e all’adempimento di doveri”. La Corte, escludendo l’estensione delle norme che configurano la condizione giuridica della famiglia, di cui all’art. 29 della Costituzione, ad altre forme di convivenza, ha ritenuto loro fondamento costituzionale l’art. 2 che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità. Come rileva Mattioni, “risultano sostanzialmente irrilevanti le caratteristiche dei membri che fanno parte di tale formazione sociale”: infatti, riconoscendo “nella stabilità la fonte di questi diritti e doveri, risulterebbe contrario al principio di uguaglianza escludere da queste garanzie certi tipi di convivenze”. “Non spetta al legislatore – evidenzia Mario Picozzi, professore di Medicina legale all’Università degli Studi dell’Insubria – “indagare in che modo la relazione viene vissuta sotto altro profilo che non sia quello impegnativo dell’assunzione pubblica della cura e della promozione dell’altro e di altri”. “Invaderebbe campi che non le appartengono una scelta politica che volesse stabilire a priori forme accettabili di espressione di quel legame e in base ad esse riconoscere e garantire determinate tutele”. “Il riconoscimento giuridico del legame tra persone delle stesso sesso – continua Picozzi – trova la sua giustificazione in quanto tale relazione sociale concorre alla costruzione del bene comune”. “Prendersi cura dell’altro, stabilmente, è forma di realizzazione del soggetto e al tempo stesso contributo alla vita sociale in termini di solidarietà e condivisione”. In questo quadro, la scelta di riconoscere un siffatto legame, “senza mettere in discussione il valore della famiglia ed evitando così indebite analogie” appare, secondo Picozzi, “giustificabile da parte di un politico cattolico”. Essa rappresenta infatti “un’opzione confacente al bene comune, di promozione di un legame socialmente rilevante, di un punto di equilibrio in un contesto pluralista in cui potersi riconoscere, di risposta praticabile a una esigenza presente nell’attuale contesto storico”.”
Come si vede la rivista dei Gesuiti sostiene nel 2008 posizioni che, se suonano comunque minimaliste ad un lettore gay, appaiono per lo meno temerarie alla gerarchia cattolica. Ratzinger si era espresso in proposito in modo radicalmente diverso il 1° ottobre 1986 nella nota  LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA  SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI, quando era Prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede e aveva ribadito e sottolineato le posizioni nella note   CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI del 3 giugno 2003
Il 19 Aprile 2005 Ratzinger divenne papa e va sottolineato che l’articolo sulla rivista de Gesuiti è del 2008. In sostanza la rivista dei Gesuiti sosteneva posizioni contrapposte alle stesse posizioni contenute nei documenti pontifici. Non è dato sapere quali siano state le reazioni degli ambienti più vicini a Ratzinger dopo la pubblicazione del famoso articolo sulla rivista dei Gesuiti, ma l’argomento omosessualità è di fatto sparito dalla rivista della Compagnia di Gesù. C’è da credere che la santa obbedienza abbia finito per prevalere sulla verità. Il Cardinale Martini ebbe il coraggio di dire una volta che la differenza radicale non è tra credenti e non credenti ma tra pensanti e non pensanti. Martini, di fatto, anche se prudentemente come era ovvio, non ha mancato di dire comunque la sua anche in dissenso con i documenti pontifici, altri si sono attenuti all’obbedienza e hanno ritenuto che fosse loro dovere astenersi dal pensare. Chi ha orecchio per intendere intenda.
Dal 13 marzo 2013 Jorge Mario Bergoglio, un gesuita, è papa, ed è il primo papa gesuita della storia.
Il cardinal Bergoglio, quando era arcivescovo di Buenos Aires, si è trovato in posizioni di forte polemica col governo argentino sulla questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il 9 luglio 2010, pochi giorni prima della discussione della legge i sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, i l cardinale primate ha indirizzato una lettera alle monache carmelitane di Buenos Aires in cui ha descritto il progetto di legge sul matrimonio tra omosessuali come “una mossa del diavolo” e ha incoraggiato ad aderire alla “guerra di Dio” contro la possibilità che gli omosessuali possono sposarsi. L’ex presidente Nestor Kirchner ha criticato le “pressioni” della Chiesa su questo punto. La Presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha accusato Bergoglio in termini forti, giudicando la posizione della Chiesa come “tipica del Medioevo e dell’Inquisizione”.
Nella lettera alle carmelitane si sottolinea che “Questa non è solo lotta politica ma è il tentativo di distruggere il piano di Dio”, e si giudica il progetto per consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso di origine diabolica, “una mossa del padre della menzogna. “
Il 29 marzo 2013, per l’editore Mondadori di Milano, nella biblioteca di Repubblica-L’Espresso, è uscito il libro “Il cielo e la terra” di Jorge Bergoglio e Abraham Skorka, traduzione italiana di “Sobre el cielo y la tierra” (in spagnolo), Buenos Aires, Editorial Sudamericana, 2010.
In questo libro sono state raccolte le conversazioni che Abraham Skorka, rabbino e rettore Seminario Rabbinico Latinoamericano di Buenos Aires tenne con l’allora arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio, poi divenuto Papa Francesco.
Nel XVI capito del libro dedicato “al matrimonio fra persone dello stesso sesso”, Skorka così esordisce: “il modo in cui è stato trattato il tema del matrimonio omosessuale è stato, a mio modo di vedere, lacunoso rispetto alla profondità che l’argomento meriterebbe. Le coppie conviventi dello stesso sesso sono un dato di fatto oggettivo e hanno diritto a una soluzione legale di problemi quali la pensione, l’eredità ecc. (che potrebbero inquadrarsi in una figura giuridica nuova), ma equiparare la coppia omosessuale a quella eterosessuale è un’altra cosa. Non è solo questione di credo ma di essere consapevoli che il tema concerne uno degli elementi più delicati alla base della nostra cultura. …”
 http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=3413 Queste espressioni sembrano richiamare, anche se in tono minore, il documento pubblicato sulla rivista dei gesuiti nel 2008.
Bergoglio introduce un elemento di novità indicando quanto “non compete” al ministro religioso che “non ha il diritto di intromettersi nella vita privata di nessuno, certo. Se nella creazione Dio ha corso il rischio di renderci liberi, chi sono io per intromettermi? Condanniamo l’eccesso di pressione spirituale, che si verifica quando un ministro impone le direttive, la condotta da seguire, in modo tale da privare l’altro della sua libertà”. Queste affermazioni, però, non sono finalizzate all’apertura a scelte diverse da quelle proposte (e non imposte) dalla Chiesa, perché Bergoglio si affretta a precisare che “Dio ci ha lasciato addirittura la libertà di peccare. Occorre parlare con chiarezza dei valori, dei limiti, dei comandamenti, certo, ma l’ingerenza spirituale, pastorale, non è consentita”.
Bergoglio considera la legge argentina del 2010 come un “regresso antropologico” perché va ad indebolire “un’istituzione millenaria che si è forgiata in accordo con la natura e l’antropologia”, ecco dunque che il rifiuto delle unioni gay equiparate al matrimonio perde l’aspetto del precetto religioso in nome del quale non si può in ogni caso privare l’altro della sua liberà, e assume quello di tutela della legge naturale in opposizione a ciò che è contro natura, e anche quello tutela di un principio dell’antropologia, secondo il quale l’eterosessualità è propria dell’uomo in quanto tale. In sostanza Bergoglio ritiene che la Bibbia non faccia altro che recepire la “legge di natura” che, in materia sessuale, è identificata con l’eterosessualità.
Bergoglio continua con un’affermazione: ”Sappiamo che durante alcuni cambiamenti epocali il fenomeno della omosessualità registrava una crescita” in realtà in quei periodi di cambiamento si allentava il potere repressivo di istituzioni come la Chiesa Cattolica e l’omosessualità non cresceva ma diventava più visibile.
Bergoglio aggiunge: “Ma nella nostra epoca è la prima volta che si pone il problema giuridico di assimilarla al matrimonio, cosa che giudico un disvalore e un regresso antropologico… Insisto, la nostra opinione sul matrimonio fra persone dello stesso sesso non ha un fondamento religioso ma antropologico” e proprio per questo si giustificherebbe la limitazione della sfera della libertà dei singoli e la non parificazione piena degli omosessuali agli eterosessuali.
Bergoglio ricorda che ha dovuto, per la prima volta in 18 anni da vescovo, richiamare l’attenzione di un pubblico funzionario quando il sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, si rifiutò di proporre appello contro una sentenza di primo grado che aveva autorizzato delle nozze omosessuali. Ma Bergoglio fa presente, per ben due volte, di non aver mai parlato di omosessuali e di non aver mai usato termini dispregiativi nei loro confronti e rimarca di essersi solo limitato ad una questione legale.
Nell’enciclica Lumen Fidei, redatta a quattro mani con Benedetto XVI, viene ribadito e valorizzato il ruolo della famiglia intesa come unione tra uomo e donna nel matrimonio: «Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cfr Gen 2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore.» Si nota che Bergoglio, pur nella sostanziale condivisione delle posizioni di Ratzinger, usa toni assai più moderati.
Le ultime sue dichiarazioni in proposito sono informali e sono state rese in aereo, di ritorno dal Brasile dove Bergoglio ha presieduto la giornata mondiale della gioventù. Così Bergoglio si è espresso: «Le lobby tutte non sono buone. Mentre se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo? Non si devono discriminare o emarginare queste persone, lo dice anche il Catechismo. Il problema per la Chiesa non è la tendenza. Sono fratelli. Quando uno si trova perso così, va aiutato, e si deve distinguere se è una persona per bene.». La stampa ha ovviamente enfatizzato l’espressione “se uno è gay … chi sono io per giudicarlo?” ritenendo di poter vedere in quell’espressione una apertura ai gay, ma l’insieme dei se (se cerca il Signore, se è una persona per bene) e la riduzione del discorso, in linea col catechismo, alla sola tendenza omosessuale e soprattutto quel “se uno si trova perso così va aiutato” indicano il senso reale del discorso di Bergoglio, perfettamente in linea col suo motto episcopale: “miserando atque eligendo” cioè: “commiserando e scegliendo”. In sostanza Bergoglio esprime compatimento e tolleranza verso gli omosessuali che chiedono perdono e che lottano contro se stessi pur di ottenere la qualifica di brave persone da parte di chi la concede solo a chi accetta di essere schiacciato dal pregiudizio morale altrui.
Ecco dove finisce la lungimiranza dei gesuiti, quando interviene l’esigenza imprescindibile di mantenere comunque una continuità di dottrina e di potere.
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martedì 29 gennaio 2013

GAY TRA RELATIVISMO E PREGIUDIZIO


Il 18 Aprile del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella Omelia per la Missa pro eligendo romano pontifice che precedeva l’apertura del conclave dal quale egli sarebbe stato eletto papa il giorno seguente, così affermava: “Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.” Con questa frase si inaugura idealmente il pontificato di Benedetto XVI nel segno del contrasto al relativismo. A detta del futuro pontefice il relativismo consiste nel “lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina” e nel “lasciare come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”. 

Le posizioni del papa sui diritti dei gay sono ben note. Mi limito a citare un articolo in Inglese, pubblicato sul blog Gay Project il 18 gennaio 2013 http://gayproject2.wordpress.com/2013/01/18/pope-and-discrimination-of-gays/

Non entro nel merito delle affermazioni del papa. Vorrei limitarmi a citare e a sviluppare una leggenda indiana riferita da Max Scheler nella prima parte di “Formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori”, un’opera estremamente interessante, pubblicata ormai 100 anni fa, nel 1913, che mirava a chiarire che cosa è il relativismo trattando molto seriamente la questione. L’opera è in tedesco, ma le ascendenze culturali protestanti ed ebraiche, forse più degli stessi contenuti dell’opera, non la rendono molto gradita in ambiente cattolico.

Max Scheler cita una leggenda indiana che mi permetto di ampliare perché ha un notevole valore esemplificativo. 

Molti anni fa, in India, ad un gruppo di “saggi” ciechi fu permesso di avvicinarsi ad un elefante e fu detto loro che si trattava di un elefante, ciascuno ne toccò una parte, poi fu chiesto loro che cosa fosse un elefante: uno disse che era un oggetto duro come il marmo, perché aveva toccato solo una zanna, un altro disse che era come un grossissimo serpente capace di avvolgersi a spire, perché ne aveva toccato solo la proboscide e un altro disse che era una grossa zampa. Fuori di metafora è ovvio che ciascuno dei “saggi” ciechi si rese conto che il suo punto di visita era relativo e comprese che per capire meglio che cosa è un elefante bisogna conoscere e capire che cosa gli altri avessero dedotto dal loro punto vi vista. I veri saggi capiscono che il relativismo non si supera con l’affermazione apodittica di un punto di vista ma con una visione collaborativa che arricchisce tutti e permette una conoscenza migliore della realtà e almeno un relativo superamento del relativismo iniziale. Fin qui Max Scheler e direi che è già una metafora illuminante.

Poniamo ora che tra quei saggi ciechi ce ne fosse uno che avesse avuto modo di stare molto tempo accanto ad altri elefanti, quello certo ne avrebbe avuto una conoscenza assai migliore, certamente anch’essa relativa, ma assai meno relativa di quella di coloro che avevano potuto accostare un elefante solo per un minuto, e quei saggi, per capire che cosa è realmente un elefante, sarebbero stati certamente ad ascoltare chi aveva più esperienza tra loro in fatto di elefanti.

Come è ovvio se quegli stessi ciechi fossero stati poi condotti accanto ad una tartaruga e nessuno di essi avesse mai avuto contatto con altre tartarughe, nessuno di essi avrebbe potuto contribuire a priori più e meglio di altri a capire che cosa è una tartaruga.

Come non verrebbe certo in mente a me, che non so andare a cavallo, di spiegare ad un cavaliere esperto quali siano le posizioni più “naturali” per stare in sella, perché parlare di ciò che non si conosce significa solo manifestare la propria ignoranza su quell’argomento, così chi non è gay e non vive l’essere gay dall’interno, dovrebbe rendersi conto di avere un concetto dell’essere gay paragonabile con l’idea di elefante che può avere un cieco che abbia accostato un elefante solo per pochi secondi.

La mia non è l’apologia del relativismo e rinvio a Max Sheler chiunque voglia entrare seriamente in queste cose. 

Le posizioni fortemente assertive e dogmatiche sono avvalorate non dalla loro maggiore affidabilità derivata dalla maggiore esperienza o dalla maggiore razionalità ma solo da un principio di autorità. I concetti di “legge di Dio” o di “secondo natura” sono pure presunzioni, cioè sono degli atti fede, rispettabili per se stessi ma in nessun caso possono essere la base di visioni che possono comportante la svalutazione di altri punti di vista, o peggio la restrizione della libertà altrui. Questo sarebbe come tentare di imporre la visione secondo la quale l’elefante è una enorme zanna perché uno dei ciechi, particolarmente influente, ha toccato solo la zanna (ammesso che l’abbia toccata). Se quei ciechi cedessero all’autorità di uno solo tra loro, non sarebbero saggi perché rifiuterebbero l’idea di collaborare per una migliore conoscenza delle cose che non è conciliabile con l’idea che qualcuno abbia ragione per definizione. Questo non è come dice il papa “la dittatura del relativismo” ma un principio elementare di buon senso per il quale la libertà non è compatibile con nessuna dittatura ideologica.

I gay conoscono la realtà della loro vita eppure devono vedere ogni giorno imposti con la forza violenta delle legge, come sta accadendo in Russia, o con l’abuso del nome di Dio, come fanno la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa, i punti di vista di chi non sa neppure di che cosa sta parlando. 

Non è il relativismo, inteso riduttivamente alla maniera del papa, la base della democrazia che deve fondare gli Stati ma un principio di rispetto reciproco e di collaborazione per acquisire tutti maggiori livelli di consapevolezza, fermo restando che ciascuno è libero di giudicare come crede ma se alla base del giudizio non c’è una conoscenza reale degli argomenti ma un mero pregiudizio, nessuno può pretendere in nome di quel pregiudizio di limitare la libertà o il diritto altrui.
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