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martedì 18 ottobre 2016

ISOLAMENTO E SEDUZIONE OMOSESSUALE – BIRIBI

“Biribi”, ossia il titolo dato da Raddalovich al capitoletto di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, richiede qualche chiarimento: è il titolo del secondo romanzo di Geoges Darien (1862-1921), un libro sostanzialmente autobiografico.
Darien perde la madre da bambino ed è educato da una matrigna rigidamente cattolica che gli ispirerà, per reazione, l’anticlericalismo radicale dell’età adulta.
Entra nell’esercito il 16 marzo del 1881, pochi giorni prima di compiere 19 anni, ma il 23 maggio del 1883, da poco ventunenne, è accusato di insubordinazione ed è condannato a trascorrere 33 mesi in un campo militare di disciplina nel sud della Tunisia, questo campo era detto “Biribi” nel gergo dei soldati.
L’esperienza di quei 33 mesi porterà Darien 26enne, nel 1888, a scrivere un romanzo (“Biribi”, appunato), sulla base dei suoi ricordi personali, ma l’editore lo pubblicherà solo nel ’90, perché il libro, a parte l’omosessualità, metteva in evidenza i modi di procedere violenti e arbitrari dell’esercito francese, sostanzialmente sconosciuti all’opinione pubblica e quindi era potenzialmente in grado di suscitare uno scandalo e il conseguente sequestro del libro stesso.
La finalità del campo di punizione era in teoria quella di ricondurre comunque il soldato alla disciplina militare, ma nella realtà i militari subivano abusi e violenza sia fisica che psicologica di tutti i generi.
Ovviamente l’omosessualità dei soldati francesi rinchiusi nel campo di disciplina non si poteva ridurre solo ad uno sfogo fisico ma rappresentava qualche volta una vera ricerca d’amore e di attenzione in una condizione in cui l’omosessualità poteva rappresentare l’unico barlume di umanità per ragazzi richiusi per lunghi periodi in condizioni di brutalità e di totale privazione affettiva.
Il dott. Saint-Paul (“Dr. Laupts”), come chirurgo dell’esercito che ha servito a lungo in Africa testimonia (come anche Rebierre nel suo Joyeux et demifous) la frequenza dell’omosessualità tra i battaglioni africani dell’esercito francese (Dr. Laupts, L’Homosexualité, 1910, pp. 413, 420.). Havelock Ellis, nel suo trattato “Inversione sessuale”, riporta un’ampia testimonianza sulla omosessualità tra i militari, alla quale faccio rinvio (“Inversione sessuale” Edizione online della Biblioteca di Progetto Gay, pp. 29-31: http://gayproject.altervista.org/inversione_sessuale.pdf)
I gay della mia generazione, nel leggere i brani del libro da Darien, citatati da Raffalovich, si ricorderanno probabilmente di brani per parecchi aspetti analoghi che hanno letto nei romanzi Jean Genet. Non voglio qui aprire un discorso su Jaen Genet, che richiederebbe approfondimenti seri e spazio adeguato, mi limito a sottolineare l’aspetto epico e anche romantico dell’omosessualità presente sia in Genet che in Darien.
Invito il lettore a leggere anche le note, man mano che procede nella lettura del testo, che non è sempre immediatamente comprensibile.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A Biribi – Isolamento e Seduzione
La seduzione di un eterosessuale per noia, isolamento, lussuria, è violentemente descritta in Biribi, un Romanzo di Geroges Darien.
Quello che è notevole in questo romanzo è la contraddizione tra la rivolta che precede l’unisessualità e la passione d’amore che la segue. A priori ci si aspetterebbe piuttosto il contrario.
“Ah! Sì, vorrei che si nascondessero, gli infami che, vicino a me, si prestano alla soddisfazione dei desideri che la mancanza di donne ha sovreccitato. Vorrei che si nascondessero perché è già da molto tempo che il mio sangue ribolle in loro presenza, e sono stato colto, troppe volte, dal desiderio terribile di ucciderli o di amarli. Non vedo più loro, non è più la loro fisionomia che guardo con sdegno; sono le intonazioni femminili che io vado cercando nella loro voce, sono i tratti femminili che spio in modo febbricitante – e che scopro – sui loro volti; sono facce di donne appassionate, profili di innamorate che io ricavo da queste figure la cui ignominia viene meno.”
“Questa cristallizzazione [concentrazione della passione amorosa] infame mi riempie di una gioia acre che mi distrugge.”
“Oh! I sogni che faccio, sonnambulo lubrico, in queste interminabili giornate in cui il mio corpo si infiacchisce a poco a poco sotto l’azione dell’idea che mi turba! Oh! Le allucinazioni che mi stringono in queste notti senza sonno …, queste notti piene di accessi frenetici, di speranze ardenti, di convulsioni dolorose, di attese insensate e di ansie angosciose, in cui il mio cuore cessa di battere improvvisamente a un minimo soffio di vento come se fosse un sussurro d’amore, in cui mi sorprendo, trasalendo di vergogna, a tendere le mie mani tremanti di desiderio verso i pagliericci dove i pallidi raggi della luna, penetrando la tela, mi facevano intravedere nei copri distesi dei dormenti della libidinose escrescenze.”
“Ah! Non voglio proprio cedere alla tentazione! Qualsiasi cosa, piuttosto… In fede mia, sì, qualsiasi cosa! Sono sceso al burrone dove passano gli asini che il mio vicino chiama suoi marmocchi, e ho fatto la corte anche io a mademoiselle Pelle d’Asino[1] … Sarebbe stato lo stesso fermare la mia sete con l’aceto.”
“Adesso è finita … sono preda del sogno malsano … Vedo una cosa sola, … qualcosa di mostruoso, di vago, di innominabile, il brutto risultato della fantasia infame: due cosce aperte e nell’allargarsi attraente del compasso di carne, il vuoto senza forma, senza nome, la cosa qualsiasi, ma vivente, intelligente, umana, consolante, la sola che può dare soddisfazione … Chi mi strapperà davanti agli occhi questa immagine che mi esaspera, questa i greca di carne…”
“Non ho un uomo di fatica, me ne serve uno. – Sergente, non ho un uomo di fatica. – Te ne scelgo uno, il primo che uscirà dalla sua tenda. Gabriele. Vieni qui…”
“Resto incollato al mio posto, Gabriele, Lui! Lei! … e all’improvviso sento le mie mani che si gelano, tutto il sangue che mi ritorna al cuore. Lui mi ha appena guardato sorridendo …”
…
“Lo adoro…”
“Ah! Se potessi passarli qui in questo modo i nove mesi che mi restano da fare…!”
Quest’uomo, evidentemente, non reclamava solamente lo spasmo dell’onanismo, della masturbazione, della bestialità, della sodomia, ma qualcosa di umano, di appassionato, di amoroso. Tra tutti quelli che in circostanze simili non si sono accontentati né di se stessi, né di Pelle d’Asino, alcuni di questi appassionati che non lo sono solo fisicamente, che hanno resistito e lottato, che cosa sono diventati dopo, hanno potuto tornare completamente alla donna? Mi sembrerebbe che quelli che hanno preso il maschio semplicemente, senza dare alla cosa troppo significato, solo per rimpiazzare la donna assente, hanno avuto meno difficoltà a dimenticarsi di questi intermezzi sessuali; ma quelli nei quali una cristallizzazione amorosa si è formata intorno al maschio, che cosa diventeranno? Lo si indovinerebbe se non lo si sapesse già. Acquisteranno un certo grado di inversione, dopo il massimo, l’uranismo acquisito, l’inversione acquisita, fino ad un minimo: delle velleità unisessuali persisteranno malgrado la loro eterosessualità riconquistata.
Si piange ancora nel sonno,
a Biribi.
A Birbi si respira affannosamente,
si respira così quando si è eccitati.
La notte si sente il maschio urlare,
il maschio che non avrebbe creduto
che un giorno sarebbe stato forzato a conoscere
la signorina Bibi,[2]
perché prima o poi bisogna stare
a Biribi [3]
Dopo tutto, non bisogna forse fare un po’ di spazio anche per l’ideale, in quelli che non si accontentano come gli altri della masturbazione e dell’onanismo? Non cercano forse un affetto, una consolazione più che un piacere? Non cercano forse la devozione e la sincerità? E la trovano, si sa.
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[1] Il testo usa il termine “mômes” (marmocchi) tipico del gergo familiare. Dire che “gli asini sono i miei marmocchi” indica che chi lo dice ha avuto rapporti sessuali con un’asina. Peau-d’Âne è il titolo di una fiaba francese, una versione della quale si deve a Perrault. Peau-d’Âne è un bellissima principessa che, per sfuggire ad un possibile incesto, fugge dal regno di suo padre coperta soltanto di una pelle di asino. La fiaba ha molte analogie con la storia di Cenerentola, ma l’espressione Peau-d’Âne, qui usata, indica che nei rapporti con l’asina ci si poteva immaginare, paradossalmente, che sotto la pelle dell’asino ci fosse una bellissima principessa.
[2] “Conoscere mam’zelle Bibi” è espressione gergale che significa essere omosessuale.
[3] Bruant. [Canzone di Aristide Bruant, 1891 dedicata a Biribi.]
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5715

domenica 16 ottobre 2016

SEDUZIONE DI UN ETEROSESSUALE DA PARTE DI UN OMOSESSUALE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi è tratto integralmente dal “Romanzo di un invertito nato”, un documento molto interessante, in pratica una lunga confessione che un omosessuale italiano 23enne fece a Zola sperando che questi ne facesse un romanzo di successo. Zola, temendo le reazioni del pubblico e della critica (a quanto lui stesso sostiene) o forse per più profonde ragioni legate a una celata omofobia, si limitò a trasmettere il testo ad un suo amico medico, che lo fece pubblicare negli Archivi di antropologia criminale.
Il testo del capitolo di Raffalovich è un condensato della narrazione contenuta nell’originale. A Raffalovich interessa fare risaltare, attraverso la lettura, l’assoluta superficialità della seduzione del ragazzo eterosessuale da parte dell’“invertito nato”. La storia tra i due, in apparenza una vera storia d’amore, termina non solo nella banalità ma in un modo allo stesso tempo tragico e squallido. Il giovane militare sedotto, che sembrava essere destinato a diventare il compagno inseparabile del suo seduttore, viene ucciso da un suo commilitone per questioni banali inerenti al servizio e il suo vecchio seduttore non dà nemmeno molto peso a quella morte, che ormai non lo interessa più. La storia dimostra una terribile mancanza di senso morale da parte dell’”invertito nato” che è volubile e sostanzialmente disinteressato alle persone, anche a quelle che sembravano aver suscitato in lui il massimo dell’entusiasmo.
Mi sono sempre chiesto quanto, nell’ambito di un rapporto affettivo-sessuale, sia riferibile ad una forma di vero amore per l’altro o l’altra come persona, nella sua realtà umana, nelle sue debolezze, nella sua libertà, e quanto sia invece dovuto solo all’idea di sentirsi protagonista di un sostanziale monologo, in cui l’altro o l’altra sono solo comparse, che contano perché recitano un ruolo, e in quel ruolo potrebbero essere benissimo sostituiti da altri. La brevità delle relazioni affettive dei nostri tempi sembra indicare che il peso dei legami affettivi profondi è in realtà assai ridotto. È proprio per questo che il senso di frustrazione è così comune.
In ogni caso, con buona pace di Raffalovich, il racconto dell’”invertito nato” non è certamente il modello, almeno a livello teorico, di un rapporto tra un etero e un gay, Vorrei aggiungere che la vera causa del cinismo dell’”invertito nato” verso il suo ex-amante andrebbe ricercata in territori che hanno poco a che vedere con la sessualità, e cioè nella grande differenza di rango sociale tra i due, differenza che nell’800 rappresentava quasi una differenza ontologica.
Mi sono chiesto se possano ancora oggi trovarsi forme di seduzione analoghe a quelle descritte in questo capitolo, onestamente credo di no. Seduzioni di un eterosessuale da parte di un omosessuale sono pensabili, e accadono realmente, solo se l’omosessuale è ricco, o potente e se l’eterosessuale è un arrampicatore sociale, ma in casi del genere, anche se si parla impropriamente di seduzione di un eterosessuale da parte di un omosessuale, bisognerebbe parlare di una corruzione reciproca, perché assegnare all’eterosessuale arrivista e interessato il ruolo della vittima è oggettivamente molto riduttivo. Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Seduzione di un eterosessuale da parte di un invertito
Testo preso dall’autobiografia di un invertito effeminato comparsa negli Archivi di antropologia criminale. Si noterà la differenza di casta sociale, la leggera differenza di età (l’invertito è più giovane) e l’ardore amoroso del seduttore che facilita o rende possibile la caduta di un giovane uomo onesto.[1]
“Mi sentivo pieno di amicizia per questo ragazzo che faceva così tristemente il suo dovere, era sobrio e usciva poco. Ma io non avevo comunque nessun desiderio su di lui e non pensavo che avrebbe mai avuto la capacità di capirmi. Spesso la sera mi sedevo al suo fianco e mi piaceva fargli raccontare qualche cosa del suo paese, della sua vita di prima, della sua famiglia. Non aveva madre e suo padre aveva avuto parecchi figli da un’altra donna e questo lo aveva spinto a continuare la vita militare. Suo padre era un piccolo impiegato che gli aveva dato una qualche educazione.”
“Cominciai via via a sentirmi sempre più compiaciuto della sua compagnia provai molto presto per lui la più tenera amicizia. Lo invitavo molte volte a venire al teatro con noi e questo non parve contrariare i miei compagni che avevano anche loro simpatia per questo ragazzo. Venne anche a cena con noi qualche volta ma si mostrava sempre molto freddo e riservato. Aveva molti compiti da svolgere e la sera, la maggior parte delle volte, era così stanco che preferiva non uscire dalla caserma. Avrei voluto offrirgli del denaro ma temevo che non lo avrebbe accettato.”
“In poco tempo non potei più fare a meno di lui e cercavo tutte le occasioni per essere gentile con lui. Mi accontentavo di toccare la sua mano e di passare qualche volta la mia sulla sua testa che era bella e seria, con i capelli fini, lisci, castano scuro. Notavo e ammiravo la bellezza dei suoi denti e della sua piccola bocca ornata, ma non nascosta, da piccoli baffetti castani. Rivedevo in lui tutti i miei eroi favoriti, quando lui passava con la sua bella uniforme nera e gialla su un bel cavallo, io lo paragonavo ad Ettore o ad Achille.”
“Ero geloso di lui ma mi piaceva fargli raccontare le sue avventure di guarnigione e i suoi amori passeggeri. Benché dotato di un fisico notevole, non andava a cercare donne se non al massimo due volte al mese perché erano molto care e lui aveva poco denaro.”
“D’altra parte si corrompeva poco con donne e amori, essendo stato sotto le armi dall’età di diciassette anni, aveva poco tempo libero per raffinare i suoi sensi. Io invidiavo furiosamente tutte le donne che, anche una sola volta, avevano tenuto nelle loro braccia e avevano reso felice questo bel ragazzo che io consideravo adesso come un dio! Avrei dato tutta una vita di gioie per poter avere questa soddisfazione almeno una volta.”
”E poi non avrei mai osato dirgli una parola di tutto questo. Sarei morto di vergogna prima di aver finito l’orribile frase. Ma quello che doveva succedere successe. Una sera noi eravamo stati a cena tutti insieme e il nostro amico era della partita. Tutti avevano bevuto e molto. Al rientro agli alloggi parecchi di noi si sentirono ignobilmente male. I soldati non dormivano con noi ma in una sala vicina. I nostri otto o dieci letti si perdevano nell’immensità della sala buia, illuminata da una piccola lampada che si spegneva nel mezzo della notte.”
“Noi eravamo più o meno eccitati e i nostri giochi chiassosi si prolungarono parecchio prima della notte. Il furiere, che dormiva in una piccola camera vicina, ubriaco fradicio anche lui, ronfava in modo orribile. Il mio letto era nell’angolo più scuro di fronte a quello di un giovane sottufficiale che, anche lui, era allegro grazie al vino generoso che aveva bevuto e al quale non era affatto abituato per ragioni di vario tipo. I miei compagni erano addormentati da molto tempo quando noi non ci eravamo ancora spogliati. Alla fine mi decisi e sbarazzandomi dell’uniforme mi rannicchiai nella mia camicia di baptiste ed entrai nel mio piccolo letto sul quale avevo fatto sedere il mio giovane amico al quale, nella nostra eccitazione e nell’intossicazione causata dal vino e dal chiasso che avevamo appena fatto, prodigai come per scherzo le più dolci carezze e la parole più adulatrici. Ero steso a metà sul cuscino che ci permettevano di tenere sul nostro letto, lui era mezzo spogliato, sedeva sulle mie cosce piegato verso di me. Io gli parlavo come nel rapimento di una mezza ubriachezza dovuta al sonno e al calore del letto che stavano cominciano ad aver ragione di me, quando lui si abbassò completamente su di me, mi strinse tra le braccia e mi baciò sul volto e contemporaneamente infilò le mani sotto le coperte e afferrò a piene mani la mia carne. Io mi sentii morire e come una gioia immensa mi rapì di colpo. Così per un piccolo momento ci stringemmo, poggiando le teste una accanto all’altra, mentre le gote bruciavano e la mia bocca era attaccata alla sua bocca, sul dolce cuscino. Io non sono stato mai così felice!!”
“La lampada poggiata a terra mandava dei raggi incerti nell’immenso dormitorio dove nei letti lontani i miei compagni dormivano e lasciava nella più profonda oscurità questo angolo dove noi eravamo così felici. Ebbi comunque paura che qualcuno ci vedesse e volendo gioire completamente di quell’abbandono del mio amico, gli dissi all’orecchio baciandolo: “Vai a spegnere la lampada e torna, ma presto”: si alzò inciampando e andò a bere alla brocca che era poggiata a terra vicino alla lampada; spense molto dolcemente la fiammella che stava già per spegnersi da sé. Il dormitorio non fu più rischiarato che dalla lampada del dormitorio vicino, cioè, ci si vedeva un po’ al centro della sala ma tutto il resto era nelle tenebre più dense.”
“Lo vidi nella penombra che ritornava al suo letto di fronte al mio. Lo sentii spogliarsi in fretta e tornare verso di me trattenendo il respiro. Quel piccolo momento mi sembrò un secolo e quando lo sentii vicino a me tra le coperte calde, lo abbracciai alla vita.”
“ “Mai ho provato un piacere così forte con una donna.”, disse, i loro baci e le loro carezze non sono né così caldi né così pieni d’amore” Queste parole mi inondarono di gioia e di orgoglio. Lo avevo dunque conquistato quest’uomo così desiderato, e che uomo affascinate! Qualsiasi donna me lo invidierebbe.”
“Alla fine ci separammo. Promettendoci di amarci sempre e di fare il possibile per restare sempre insieme.”
“L’indomani, quando ci alzammo, non osavamo scambiarci un solo sguardo, la vergogna era subentrata momentaneamente ai nostri folli ardori e l’aria fresca del mattino ci aveva fatto smaltire la sbornia. Per tutta la mattina non scambiammo che qualche parola ma la sera, dopo che andammo a letto, soli nell’oscurità profonda, il desiderio mi assalì di nuovo, mi alzai trattenendo il respiro e andai a trovarlo. Era sveglio e mi aspettava, così mi disse.”
“Da quella notte venne meno ogni freno, e passammo quasi tutte le notti uno nel letto dell’altro ad abbracciarci e a coccolarci. “Che belle guance hai, mi diceva, sono più dolci di quelle delle donne, e i piedi, si direbbero quelli di un bambino”.
“Questi discorsi mi facevano trasalire dalla gioia ; non desideravo più di essere una donna, perché trovavo questa passione terribile molto più saporosa e gradevole, superiore a quello che può offrire l’amore più conosciuto, che d’altra parte non mi attirava affatto. Mi innamorai talmente di questo bel ragazzo che arrivai ad amarlo più di qualunque cosa al mondo e non ebbi pensieri che per lui.”
“Il nostro anno di servizio militare volgeva ormai al termine e (cosa che un anno prima avevo creduto impossibile) vedevo approssimarsi la mia partenza con un vero terrore, l’idea di dovermi separare per parecchio tempo, se non per sempre, dal mio amico, mi era insopportabile, e spesso la notte ne piangevamo insieme. Lui doveva ancora fare parecchi anni e vedeva con dolore il momento di restare solo e isolato lì dove aveva avuto un amico così fortemente attaccato a lui.”
“… io ritardai la mia partenza per poter godere una volta ancora del mio caro ed amato amico. Gli lasciai tutto il denaro che avevo e anche molti oggetti come ricordi e gli raccomandai di scrivermi il più spesso possibile, lui me lo promise e alla fine partii.”
“Al ritorno nella mia casa paterna, provai una spaventosa sensazione di vuoto e le abitudini della famiglia mi sembrarono insopportabili. Tutti mi accolsero nel modo più caloroso e fui coccolato nel modo più tenero.”
“Comunque, dopo tre mesi tornai perfettamente in salute e cominciai ad occuparmi di nuovo di pittura e di letteratura, cose che mi interessavano molto. L’immagine del mio amico si sbiadì ben presto e perse tutto il suo charme e la sua vivacità. Mi scriveva ancora qualche volta ma io non rispondevo che a lunghi intervalli con lettere via via più fredde. Smise ben presto di scrivere e io non ne fui gran che dispiaciuto. Sei mesi dopo la mia partenza, il suo reggimento cambiò guarnigione e lui fu ucciso con un colpo di pistola da uno dei suoi compagni ubriachi che aveva avuto una discussione con lui su una faccenda relativa al servizio. Morì sul colpo sulla strada bordata di abeti che si stende tra la città e la fortezza. Il suo assassino fu condannato al carcere a vita. Non ho rimpianto quella morte, che ho appreso dai giornali e della quale ho saputo dei dettagli da un sottufficiale che ho incontrato più tardi.”[2]
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[1] Uso qui la mia traduzione del Romanzo di un invertito nato, pubblicata nella Biblioteca di Progetto Gay: http://gayproject.altervista.org/romanzo.pdf]
[2] Si vede che l’amore meno vizioso di un effeminato non vale più di quello di una donna leggera e frivola. Questo invertito disse di avere avuto rapporti sessuali piuttosto semplici con questo giovane uomo.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5714

mercoledì 12 novembre 2014

IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (terza parte)

IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (terza parte)
III. – Giovinezza. – Primi atti.
Mi ero molto affezionato ad un magnifico ragazzo, che era da qualche tempo palafreniere nella nostra scuderia. Era veramente magnifico, con dei piccoli baffetti castani. Era di taglia media, robusto e molto ben fatto. Io gli portavo di nascosto delle sigarette che sottraevo nel locale in cui mio padre si fermava a fumare e anche delle torte e dei dolci di cui mi privavo per lui. Era un ragazzo molto onesto, che amava parlare liberamente ma non si permetteva alcuna familiarità. Un giorno in cui scherzando lo pregavo di farsi vedere nudo, mi sgridò e non volle accontentarmi nel mio desiderio. Mi feci prendere dall’amicizia più che mai e il mio desiderio di vederlo, di avvicinarmi a lui, di toccare il suo viso divenne veramente un’idea fissa.
Dato che da lui non potevo sperare nulla, cercai di convincermi, nella fantasia, di essere la sua donna, e la notte sistemavo il mio lungo cuscino accanto a me e lo baciavo e mordevo come se fosse stato una persona viva. Pensavo al bel ragazzo così robusto e fresco e cercavo muovendomi  di illudermi di essere a letto con lui. Facendo così quasi senza volere mi masturbavo e così arrivai per la prima volta ad emettere il seme.
Fui molto sconvolto da quella cosa e malgrado il piacere che ne avevo provato promisi a me stesso di non ricadere più in un simile errore. Mantenni quella promessa per molto poco  e ben presto caddi in uno dei vizi più degradanti in cui noi posiamo cadere. La mia vivace immaginazione mi prestava le immagini più compiacenti  e io mi godevo questo  detestabile piacere evocando immagini di uomini che mi piacevano e coi quali avrei voluto essere.
Benché in apparenza delicata, la mia costituzione era delle più forti e non sentivo alcun disagio di quello che avrebbe certamente ucciso qualunque altro.
A quei tempi gli affari di mio padre andarono male e noi dovemmo lasciare l’Italia e andare in Francia a cercare un’altra volta fortuna. Abitammo allora parecchi mesi a Parigi, – che io avevo già visitato diversi anni prima. Una vita molto semplice prese il posto a quella precedente lussuosa, e posso assicurarvi che quella fu l’epoca più triste della mia esistenza. Il carattere di mio padre si era inasprito; anche a Parigi i suoi affari andavano di male in peggio. La mia istitutrice ci lasciò proprio in quell’epoca ed io entrai come esterno in un pensionato studentesco di Parigi.
Non potevo sopportare le lezioni del collegio e, dato che avevo più tempo per me e non avevo bisogno di seguire un corso regolare di lezioni, dichiarai che non avevo alcuna vocazione per la professione di ingegnere alla quale mio padre voleva destinarmi e che io volevo studiare pittura avendo una predisposizione abbastanza buona per il disegno.
Attraverso le mie carezze e le mie persuasioni  riuscii a convincere mio padre che dovevo lasciare il collegio e stabilirmi presso un pittore, presso il quale del resto non andavo se non molto raramente, dato che preferivo andarmene a spasso per Parigi e visitare le gallerie e i musei. Andavo la mattina dal pittore, che abitava molto lontano da casa nostra e passavo il pomeriggio a leggere e a disegnare.
Quei tempi per me furono abbastanza gradevoli ma il desiderio di appartenere a un uomo mi seguiva sempre e mi sentivo molto infelice di appartenere a un sesso al quale la mia anima non apparteneva.
Continuavo poi nel mio vizio solitario che ben presto non ebbe più alcuna attrattiva per me e che poi abbandonai, perché cominciò ad affaticarmi troppo il corpo e lo spirito e non mi dava quasi più piacere.
Dopo qualche mese di soggiorno a Parigi, ritornammo in Italia dove gli affari richiamavano di nuovo mio padre. Entrai allora in un’Accademia di Belle Arti, ma non avevo più alcuna passione per l’arte e ci andavo per non essere costretto a fare altre cose che nello stato psichico nel quale mi trovavo mi avrebbero assai ripugnato. I ragazzi che mi circondavano nella scuola di belle arti mi sembravano orribilmente comuni e ignobili;  avevano delle mani spaventose e le mie erano le più belle e le più curate che si potessero vedere. E poi io ero molto fiero della mia nascita, dei miei viaggi, della mia istruzione superiore e non avevo alcun interesse a frequentare persone di così basso livello, quasi tutti figli di macellai e di commercianti. Adesso molti di loro sono artisti di classe mentre io non ho fatto un passo avanti nell’arte che avevo scelto – per capriccio, è vero.
Le mie giornate erano libere perché andavo a scuola solo molto raramente e passavo il mio tempo  a meditare e a leggere, fu durante questo periodo che,  spinto da qualcuno dei miei compagni e da dei cugini della mia età, entrai per la prima volta in una casa pubblica (casa di tolleranza). Ne uscii scoraggiato e desolato. Le donne non mi attiravano assolutamente e sentivo solo ripugnanza verso di loro.
Una di loro mi abbracciò e provai un disgusto così violento di questa spaventosa persona, che mi staccai da lei come potei e me ne andai subito, con grande stupore di quelli che mi avevano accompagnato in quel luogo. Ci sono ritornato parecchie volte col desiderio di vincere la mia ripugnanza e di fare quello che fanno gli altri, ma non ci sono mai riuscito. Nascondevo del ghiaccio sotto le mie più ardenti carezze e non provavo che un terribile scoraggiamento.
Uno dei miei amici, un giovane libertino, volle un giorno farmi assistere a uno dei suoi amplessi con una di queste donne ma io non potei vincere l’avversione innata e questa scena di dissolutezza mi lasciò molto freddo.
Questi postacci mi ispiravano comunque una specie di attrazione misteriosa  e molte volte ho invidiato non quelli che ci andavano ma quelle che ci lavoravano.
Arrivai per questo a considerarmi come un essere eccezionale e fantastico, un essere nella fabbricazione del quale la Natura si è sbagliata, e che, pur riconoscendo l’orrore del suo stato, non può far nulla per trovarci un rimedio. Persi il gusto di qualunque cosa. La mia anima triste e oscurata si lasciò andare a uno scoraggiamento profondo e caddi in un abbattimento completo.
Passavo le mie mattinate e le mie intere giornate ad andare a spasso per i giardini, da solo, in preda alla più grande tristezza, dubitavo di tutto, della Natura e di Dio, mi domandavo perché ero nato in una condizione così miserevole e quale crimine avessi commesso prima di nascere per essere punito in un modo così terribile.
Tutti quelli che avevo intorno non si accorgevano di nulla e attribuivano il mio silenzio e la mia tristezza a cattivo carattere o a bizzarria naturale.  Mio padre era troppo assorbito da tutti i suoi affari e dalla ricostituzione del suo patrimonio, di cui si occupava molto, mia madre pensava alla casa e alle sue visite e d’altra parte non era tipo che si potesse preoccupare della afflizioni di un’anima.
I miei fratelli erano lontani, io rimanevo completamente solo in preda dei miei dolori e dei miei tristi pensieri. Vedevo tutta una vita distrutta da una passione orribile che una natura cieca mi aveva ispirato. Sentivo dentro di me dei tesori che nessuno avrebbe mai voluto, che sarebbero rimasti chiusi per sempre dentro la mia anima e che avrebbero finito per uccidermi rapidamente.
Arrivai perfino a desiderare la morte e a chiamarla nell’orribile solitudine in cui mi trovavo. Non potrei mai esprimere le torture orribili che mi affliggevano allora. E da questi lunghi dolori uscivo qualche volta con degli slanci magnifici, con delle gioie senza ragione e delle speranze che non si sarebbero mai realizzate. Tentai di cambiare la mia natura con delle letture serie e con i miei doveri religiosi.
Tutto fu inutile, e da ogni nuova prova uscivo più scoraggiato che mai.
Volevo affezionarmi a delle donne, a delle ragazze, quasi a della ragazzine: ma non ci fu modo di riuscirci.  Le donne mi sembravano delle belle e tenere amiche, che potevano dormire in tutta sicurezza al mio fianco e he non avrei sfiorato nemmeno col desiderio.
L’uomo mi sembrava invece molto attraente, molto bello nella sua forza e nel suo vigore, ed era verso di lui che mi sentivo attirato da una forza sconosciuta, da un’attrazione irresistibile. Mi piaceva guardare i bei ragazzi passare per la strada e quando qualcuno mi piaceva tornavo suoi miei passi per rivederlo ancora. Ebbi allora degli amanti spirituali, che amavo e che seguivo in silenzio senza che nessuno sospettasse di nulla.  Non frequentavo nessuno per paura di tradire il mio terribile segreto per il quale tremavo e mi vergognavo.
Non vi dirò quello che soffrii allora e gli spaventosi pensieri che sorsero nella mia tesa. Potete immaginarli facilmente.
Raggiunsi così il mio diciottesimo anno senza che tutte queste torture morali  avessero sensibilmente alterato la mia costituzione e la mia salute.
Ero allora quello che sono ancora oggi, più o meno, con delle leggere varianti. Sono di taglia al di sotto della media (1 metro e 63), ben proporzionato, di forme svelte, ma non magro. Il mio torso è superbo: uno scultore non ci troverebbe niente da ridire e non lo troverebbe molto diverso da quello di Antinoo.
Sono molto curvo (forse troppo) e le mie anche sono molto sviluppate; il mio bacino è largo come quello di una donna, le mie ginocchia sono leggermente rientranti e i miei piedi piccoli, le mani sono superbe, le dita ricurve e con le unghie lucide rosee e limate, tagliate a quadrato come quelle delle statue antiche. Il mio collo è lungo e rotondo, la mia nuca è affascinante, ornata di peli lanuginosi. La mia testa è graziosa e a diciotto anni lo era ancora di più. Il suo ovale è perfetto e colpisce tutti per la sua forma infantile, a ventitré anni me ne danno al massimo diciassette. La mia carnagione è bianca e rosa e arrossisce alla minima emozione; la fronte non è bella, è leggermente sfuggente e dalla tempie incavate; per fortuna è coperta a metà da capelli ondulati biondo scuro che sono naturalmente ricci. La forma della testa è perfetta, a causa dei capelli ricci, ma all’osservazione offre una protuberanza occipitale enorme. I miei occhi sono lunghi, grigio blu, con lunghe ciglia castano scuro e con sopracciglia molto folte e arcuate. Lo sguardo è come allargato in un fluido ma i miei occhi sono quasi sempre cerchiati e scuri e sono anche soggetti a flussioni che passano rapidamente. La bocca è abbastanza grande, con labbra rosse e grosse, l’inferiore è cadente; mi hanno detto che ho la bocca austriaca. I denti sono abbaglianti, anche se ne ho tre guasti e piombati, per fortuna non si vedono affatto. Le orecchie sono piccole e con lobi molto colorati. Il mio mento è molto grande  e, a diciotto anni,  liscio e vellutato come quello di una donna. Adesso una leggera barba, sempre rasata, lo supera di poco. Due nei, nei neri e vellutati, sono sulla mia guancia sinistra e contrastano con i miei occhi blu. Il mio naso è sottile e dritto, con le narici molli e una leggera curva quasi impercettibile. La mia voce è dolce si rimpiange spesso il fatto che io non abbia imparato a cantare.
Ecco il mio ritratto; forse vi potrà servire nella ricostruzione dell’essere bizzarro che la natura si è compiaciuta di formare per mia grande disperazione.
A vent’anni avrei dovuto essere arruolato come soldato, una volta raggiunta l’età della coscrizione. Ma la fortuna di mio padre era di nuovo ristabilita e mi permetteva di anticipare il tempo prescritto dalla legge e di partire come volontario. Mio padre scelse l’arma della cavalleria che costava molto di più e di conseguenza era più chic. Gli dissero d’altra parte che la fatica sarebbe stata ben sopportabile in quest’arma e prima di avere compiuto diciannove anni entrai in un reggimento di guarnigione  in una piccola città, lontano dagli occhi dei generali comandanti, e i cui ufficiali, ci veniva assicurato, erano molto istruiti e gentili e trattavano bene i volontari.
Avevo sempre provato un vero orrore per la vita militare. La fatica, la costrizione, la disciplina terribile mi terrorizzavano molto e avrei dato non so che cosa per essere liberato dal terribile fastidio di passare un anno in un modo così sgradevole. I primi tempi mi sembrarono veramente molto duri, ma poco a poco mi abituai a questa vita dove d’altra parte le distrazioni non mancavano proprio.
Avevo molti compagni, piccoli signori molto attaccati alla loro nobiltà e alla loro ricchezza coi quali fraternizzai molto presto. Tutti mi presero subito in amicizia, perché la mia gentile figura infantile formava uno strano contrasto con l’uniforme di ussaro che io portavo e che mi dava la grazia di un travestito.
Le molte occupazioni, le lezioni sul campo, la vita all’aria aperta influirono in modo molto favorevole sulla mia salute e sul mio umore. I giorni di festa, le lunghe passeggiate a cavallo, i pranzi e le cene finirono per riconciliarmi con la vita militare che la compiacenza degli ufficiali ci rendeva comunque abbastanza morbida.
Ciò che ci mandava in estasi più di ogni altra cosa era di fare i principi verso i soldati semplici e di mostrarci in tutto superiori a quella povera gente.
Noi dormivamo tutti insieme con il nostro plotone nelle grandi sale superiori. Avevamo desiderato di avere camere singole ma non fu possibile.  – In seguito non lo rimpiansi.
Il sottufficiale che dormiva con noi era un vecchio scontroso, molto imbronciato e noioso, sul quale non avevamo che una minima presa e che non voleva accettare nulla da noi per la paura di compromettersi e di non poterci rimproverare a suo agio. Gli altri sottufficiali ci apparivano invece amabili e non rifiutavano mai quello che noi offrivamo loro o i nostri inviti a cena.
In questa vita agitata e laboriosa i miei sensi si erano calmati, anche le allucinazioni incessanti dalle quali ero stato perseguitato per tanto tempo, si calmarono e quasi cessarono. Eravamo troppo stanchi per pensare ad altro che non fosse il nostro dovere.  Gli uomini che dormivano con noi fianco a fianco non mi davano alcuna tentazione. Erano troppo grossolani, troppo volgari, troppo stupidi per ispirarmi un qualche desiderio di loro. E poi erano sporchi e mai sono stati per me una tentazione.
Sei mesi erano passati e la primavera stava arrivando. Una parte del reggimento cambiò residenza e altri plotoni vennero a prendere il posto di quelli che partivano. Nella nostra stanza ci fu veramente una grossa rivoluzione il giorno che arrivano i nuovi venuti.
Ne approfittai per cambiare di posto e mettere il mio letto a cinghie nell’angolo più comodo e più arretrato della sala. Proprio di fronte al mio letto prese posto il sergente che comandava il plotone appena arrivato.
Quest’uomo era giovane (venticinque o ventisei anni) e della più bella figura. Non prestai a lui molta attenzione e non me ne occupai molto all’inizio. Era molto silenzioso e modesto, rimproverava poco i soldati e parlava molto poco fuori servizio. Comandava il suo plotone con molta grazie ed energia, e ammirai in seguito la maniera elegante e cavalleresca con la quale governava il suo cavallo. Gli faceva superare, nella piazza d’armi dei fossati e degli ostacoli pericolosi, davanti ai quali io avevo una paura terribile.
Il primo sentimento che provai per lui fu la gelosia e l’invidia. Mi sembrava troppo alto di statura rispetto alla mia statura sottile e piccolina; mi sembrava troppo coraggioso, troppo ardito rispetto a tutti noi. Aveva un modo di comandare che gli invidiavo e che io non avrò mai.
Di norma, andava a letto piuttosto presto, mentre io e i miei compagni andavamo al teatro o restavamo la sera alla mensa del reggimento a fare musica e a cenare molto allegramente. Una sera, preso da non so quale fantasia, abbandonai la compagnia e mi ritirai nel nostro dormitorio. Molti soldati erano già a letto e il loro sergente si stava spogliando.
Io feci lo stesso e mi preparai a mettermi a letto senza perdere un solo movimento del mio vicino. Era già in camicia, e ben presto seduto sul suo letto, si tolse gli abiti fino all’ultimo, per infilarsi nel letto con la sola camiciola.
Io fui colpito dalla bellezza, dalla perfezione del suo corpo che, alla debole luce della lampada sospesa al soffitto, mi parve di una bellezza meravigliosa, da superare i capolavori antichi che altre volte mi avevano appassionato. Quelli erano di marmo mentre questo bel corpo era pieno di forza e di giovinezza. Mi colpirono soprattutto le gambe; erano di forma perfetta, nervose, sottili e flessibili insieme.  Tutto il suo ben corpo faceva sospettare una forza straordinaria unita alla forma più graziosa. L’indomani lo riguardai con molta attenzione e fui colpito dalla sua figura graziosa e dall’eleganza dei suoi tratti e delle sue mani, molto ben tenute e dalle unghie corte. Mi sentivo pieno di amicizia per questo ragazzo che faceva così tristemente il suo dovere, era sobrio e usciva poco. Ma io non avevo comunque nessun desiderio su di lui e non pensavo che avrebbe mai avuto la capacità di capirmi. Spesso la sera mi sedevo al suo fianco e mi piaceva fargli raccontare qualche cosa del suo paese, della via vita di prima, della sua famiglia. Non aveva madre e suo padre aveva avuto parecchi figli da un’altra donna e questo lo aveva spinto a continuare la vita militare. Suo padre era un piccolo impiegato che gli aveva dato una qualche educazione; scriveva molto bene e leggeva nelle sue ore libere libri tradotti dal Francese (?), soprattutto quelli di Dumas padre.
Cominciai via via a sentirmi sempre più compiaciuto della sua compagnia  provati molto presto per lui la più tenera amicizia. Lo invitavo molte volte a venire al teatro con noi e questo non parve contrariare i miei compagni che avevano anche loro simpatia per questo ragazzo.
Venne anche a cena con noi qualche volta ma si mostrava sempre molto freddo e riservato. Aveva molti compiti da svolgere e la sera, la maggior parte delle volte, era così stanco che preferiva non uscire dalla caserma. Avrei voluto offrirgli del denaro ma temevo che non lo avrebbe accettato.
In poco tempo non potei più fare a meno di lui e cercavo tutte le occasioni per essere gentile con lui. Mi accontentavo di toccare la sua mano e di passare qualche volta la mia sulla sua testa che era bella e seria, con i capelli fini, lisci, castano scuro. Notavo e ammiravo la bellezza dei suoi denti e della sua piccola bocca ornata, ma non nascosta, da piccoli baffetti castani. Rivedevo in lui tutti i miei eroi favoriti, quando lui passava con la sua bella uniforme nera e gialla su un bel cavallo, io lo paragonavo ad Ettore o ad Achille.
Ero geloso di lui ma mi piaceva fargli raccontare le sue avventure di guarnigione e i suoi amori passeggeri. Benché dotato di un fisico notevole, non andava a cercare donne se non al massimo due volte al mese perché erano molto care e lui aveva poco denaro.
D’altra parte si corrompeva poco con donne e amori, essendo stato sotto le armi dall’età di diciassette anni, aveva poco tempo libero per raffinare i suoi sensi. Io invidiavo furiosamente tutte le donne che, anche una sola volta, avevano tenuto nelle loro braccia e avevano reso felice questo bel ragazzo che io consideravo adesso come un dio! Avrei dato tutta una vita di gioie per poter avere questa soddisfazione almeno una volta. Ero decisamente molto sfortunato!! E non avrei avuto mai questo piacere immenso di fronte al quale gli altri impallidiscono.
E poi non avrei mai osato dirgli una parola di tutto questo. Sarei morto di vergogna prima di aver finito l’orribile frase. Ma quello che doveva succedere successe. Una sera noi eravamo stati a cena tutti insieme e il nostro amico era della partita. Tutti avevano bevuto e molto. Al rientro agli alloggi parecchi di noi si sentirono ignobilmente male. I soldati non dormivano con noi ma in una sala vicina. I nostri otto o dieci letti si perdevano nell’immensità della sala buia illuminata da una piccola lampada che si spegneva nel mezzo della notte.
Noi eravamo più o meno eccitati e i nostri giochi chiassosi si prolungarono parecchio prima della notte.  Il furiere, che dormiva in una piccola camera vicina, ubriaco fradicio anche lui, ronfava in modo orribile.
Il mio letto era nell’angolo più scuro di fronte a quello di un giovane sottufficiale che anche lui era allegro grazie al vino generoso che aveva bevuto e a quale non era affatto abituato per ragioni di vario tipo.
I miei compagni erano addormentati da molto tempo quando noi non ci eravamo ancora spogliati. Alla fine mi decisi e sbarazzandomi dell’uniforme mi rannicchiai nella mia camicia di baptiste ed entrai nel mio piccolo letto sul quale avevo fatto sedere il mio giovane amico al quale, nella nostra eccitazione e nell’intossicazione causata dal vino e dal chiasso che avevamo appena fatto, prodigai come per scherzo le più dolci carezze e la parole più adulatrici. Ero steso a metà sul cuscino che ci permettevano di tenere sul nostro letto, lui era mezzo spogliato, sedeva sulle mie cosce  piegato verso di me. Io gli parlavo come nel rapimento di una mezza ubriachezza dovuta al sonno e al calore del letto che stavano cominciano ad aver ragione di me, quando lui si abbassò completamente su di me, mi strinse tra le braccia e mi baciò sul volto e contemporaneamente infilò le mani sotto le coperte e afferrò a piene mani la mia carne. Io mi sentii morire e come una gioia immensa mi rapì di colpo. Così per un piccolo momento ci stringemmo, poggiando le teste una accanto all’altra, mentre le gote bruciavano e la mia bocca era attaccata alla sua bocca, sul dolce cuscino. Io non sono stato mai così felice!!
La lampada poggiata a terra mandava dei raggi incerti nell’immenso dormitorio dove nei letti lontani i miei compagni dormivano e lasciava nella più profonda oscurità questo angolo dove noi eravamo così felici. Ebbi comunque paura che qualcuno ci vedesse e volendo gioire completamente di quell’abbandono de mio amico, gli dissi all’orecchio baciandolo: “Vai a spegnere la lampada e torna, ma presto”:  si alzò inciampando e andò a bere alla brocca che era poggiata a terra vicino alla lampada; spense molto dolcemente la fiammella che stava già per spegnersi da sé. Il dormitorio non fu più rischiarato che dalla lampada del dormitorio vicino, cioè, ci si vedeva un po’ al centro della sala ma tutto il resto era nelle tenebre più dense.
Lo vidi nella penombra che ritornava al suo letto di fronte al mio. Lo sentii spogliarsi in fretta e tornare verso di me trattenendo il respiro.
Quel piccolo momento mi sembrò un secolo e quando lo sentii vicino a me tra le coperte calde, lo abbracciai alla vita, lo palpavo e lo baciavo ardentemente, facendo rumore, quasi oltre la gioia e il piacere. Mi si offrì in modo veementissimo come amante e ben presto nudi, costituivamo un solo corpo, strettissimamente abbracciati. Mai avrei creduto che si potesse godere di un piacere così grande. Le nostre lingue si congiungevano nelle nostre bocche, eravamo stretti in un abbraccio così forte che a stento potevamo respirare. Con le mani esploravo quel corpo bellissimo tanto desiderato, quella testa marmorea e virile che era così diversa dalla mia testa. Poi i nostri godimenti arrivarono al culmine e ciò che più ci diede piacere fu che ebbero termine nello stesso momento. Rimanemmo poi a lungo abbracciati scambiandoci carezze e parole dolci. “Mai ho provato un piacere così forte con una donna, disse, i loro baci e le loro carezze non sono né così caldi né così piedi d’amore”
Queste parole mi inondarono di gioia e di orgoglio. Lo avevo dunque conquistato quest’uomo così desiderato, e che uomo affascinate! Qualsiasi donna me lo invidierebbe.
Alla fine ci separammo. Promettendoci di amarci sempre e di fare il possibile per restare sempre insieme.
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sabato 3 maggio 2008

GAY MILITARI DI LEVA

Ricevo e pubblico

Sono nato nel marzo 1986, quindi a gennaio del 2004 ho ricevuto, ultimo fra gli ultimi, la terribile cartolina di chiamata alla visita di leva. Si ventilava della sospensione del servizio militare obbligatorio, ma ancora le cose erano nel vago. Avevo sperato fino all’ultimo momento di farla franca, ma la mia cartolina precetto mi convocava per la visita di leva all’inizio di agosto 2004. Dal 30 settembre 2004 le visite di leva sono state abolite. In buona sostanza io sarei stato negli ultimissimi contingenti in partenza per il servizio di leva obbligatorio prima dell’abolizione degli obblighi di leva. A scuola ero un anno avanti, giusto in tempo per non poter avere il rinvio per motivi di studio, avrei potuto iscrivermi all’università e l’avrei scampata col rinvio e invece i miei non ne hanno voluto sapere e li ho odiati per questo, ma in effetti questo fatto è stato la mia fortuna, anche se me ne sono reso conto dopo. Mio padre mi ripeteva sempre che nell’esercito mi avrebbero fatto diventare un uomo e diceva: “Chi non è buono per il re non è buono nemmeno per la regina!”, un vecchio modo di dire che chi non ha fatto il servizio militare non è buono nemmeno per il matrimonio. Io avevo il terrore del servizio militare, del nonnismo e di tutto quello che si leggeva allora su queste cose. Non potevo certo dire a mio padre di essere gay e che avrei potuto dichiaralo alla visita di leva proprio per non fare il militare, quindi per me non c’era scampo.

Io penso che tutti i ragazzi abbiano letto un po’ di storie porno sulla vista di leva, beh, vi assicuro che leggere della visita militare quando a doversi sottoporre a una cosa del genere sono gli altri può essere divertente, ma quando a dover passare un’esperienza simile sei tu la cosa ti fa venire proprio l’angoscia. Non era nemmeno per la cosa in sé, perché qualche visita sportiva l’avevo passata anche io e anche con situazioni un po’ imbarazzanti perché doversi abbassare gli slip davanti al dottore non piace a nessuno, ma la cosa che mi preoccupava non era nemmeno quella ma l’erezione, perché per un ragazzo gay, trovarsi in una situazione come quella, in condizioni di nudità o quasi davanti a tanti altri ragazzi e davanti ai dottori che potevano fare coi ragazzi quello che volevano con la scusa della visita medica (e qualcuno esagerava proprio) beh, fa un certo effetto e, volente o nolente, a vedere cose del genere all’erezione un ragazzo gay ci arriva eccome, solo che se ci arrivi in una situazione del genere non c’è solo l’imbarazzo ma il fatto che ti bollano proprio, cioè lì non puoi proprio perdere il controllo. Come si sarebbe svolta la cosa esattamente non lo sapevo proprio, era una paura comune a tutti gli altri ragazzi che dovevano fare la visita, ma io di ragazzi che l’avessero già passata non ne conoscevo. Quelli più grandi di me si divertivano a raccontarmi cose terribili, insomma, cose da film porno. L’ultima settimana ho fatto proprio gli esercizi ioga fino all’incredibile: controllare il respiro, la postura, stare in piedi su un piede solo, trattenere il respiro per lungo tempo, tirare indietro la pancia perché avevo letto che è una cosa che fa diminuire l’erezione, ecc. ecc..

Arriva il girono terribile, stavo male dalla mattina. Ci mandano in una sala d’attesa e, aspetta, aspetta, si fa quasi mezzogiorno, chiacchiero con gli altri, uno mi dice: “Ce n’è uno con la barba, se capiti con quello sei fregato! Quello è gay e ti rigira come un pedalino.” A un certo punto viene un sergente e ne chiama dieci e io tra quelli, ci fa entrare nello spogliatoio e ci dice di metterci in mutande e di poggiare tutto il resto sull’attaccapanni. Ci spogliamo. Ho il cuore che mi batte in modo violento, ci fanno entrare nella sala medica poi ci mandano a due a due davanti ai dottori, proprio di fonte a me capita un ragazzo biondo molto bello. Entrano due dottori, hanno la barba tutti e due, il dottore che viene dalla parte mia ha solo un pizzetto, il ragazzo che sta davanti a me lo rigirano come un pedalino e nudo proprio, e io lì davanti a vedere, quindi mi parte l’erezione e non riesco a trattenermi. Il mio dottore mi fa abbassare gli slip, si rende conto di quello mi sta succedendo, sente i testicoli per mezzo secondo, mi fa tirare su gli slip e mi manda via facendomi segno con gli occhi di andare via in fretta prima che l’altro dottore possa interessarsi a me, mentre il ragazzo biondo il medico suo lo umilia facendo perfino commenti ad alta voce.

Quando siamo usciti di là avevo un batticuore terribile, 120 e oltre, il biondo mi ha spiegato che il medico “finocchio” non era capitato a me ma a lui. Io ero assolutamente certo del contrario ma non potevo spiegargli il perché. Certo che se un medico è gay, fare il medico militare delle visite di leva deve essere il massimo, il medico che era capitato a me, però, non mi ha umiliato affatto e non ha approfittato della situazione e avrebbe potuto benissimo farlo mettendomi in un imbarazzo terribile, ma lui, secondo me, ha capito come stavano le cose, cioè che ero gay, e mi ha permesso di svicolare.

I giorni successivi ci sono stati i test psicologici, ma erano tutte cazzate. Alla fine: abile arruolato!

Il primo novembre mi mandano al corpo. C’era per la verità aria di disarmo, era l’ultimo contingente di leva. Arrivo, mi incorporano, poi la vestizione e poi al reparto. Il solito imbarazzo nelle docce (senza divisorio) ma siccome non c’erano orari fissi, a pranzo mangiavo pochissimo e facevo la doccia nel primo pomeriggio quando non c’era nessuno. Mi sarebbe piaciuto moltissimo farla in ora di punta, insieme con tanti altri ragazzi, ma la cosa era troppo pericolosa. Ogni tanto una puntata alle docce in ora di ressa ce la facevo, ma quello è tutto un altro discorso.

Nonnismo? Mah! Io non ne ho visto, ripeto, forse perché era l’ultimo contingente, anzi anche gli ufficiali ci trattavano in modo molto elastico. I primi mesi c’è stata una vera disciplina, poi si accontentavano che non facessimo disastri, è stata una cosa piuttosto blanda. Con gli altri ragazzi le cose si sono sciolte abbastanza rapidamente. Certo non potevo dire in giro di essere gay ma non mi sono mai sentito in difficoltà per il fatto che me ne stavo per i cavoli miei. Uno dei ragazzi si chiamava Bruno, era del Trentino ed era biondissimo, nonostante si chiamasse Bruno (ho un debole per i biondi!), io stavo sempre con lui, facevamo tutto insieme meno la doccia, era educato, non invadente, non pieno di sé, un bel ragazzo ma tranquillo. Insomma mi sono preso una bella cotta per Bruno, stagli vicino, sentilo parlare, stare con lui tanto tempo mi provocava proprio delle reazioni sessuali e certe volte ero in imbarazzo perché pensavo che se ne sarebbe accorto e difatti così è successo, mi ha sorriso e mi ha detto: “Ma che mi combini!” io sono diventato rosso come un peperone, ma tra noi non è cambiato niente, abbiamo continuato a passare tutto il tempo insieme, poi è uscito il discorso della visita di leva e gli ho raccontato quello che era successo a me, il che in pratica equivaleva a dirgli chiaro chiaro che ero gay, mano mano che si andava avanti nel discorso io temevo una reazione negativa e mi sentivo imbarazzatissimo, ma lui sorrideva divertito della storia, poi la cosa imprevista, mi guarda fisso negli occhi e mi dice: “Sapessi che è successo a me, sono proprio partito alla grande e il dottore mio, quello col pizzetto, mi ha detto di andarmene subito”. Quindi anche Bruno era gay! Abbiamo scherzato un po’ su tutte le storie della visita poi gli ho detto: “Ma lo sai che è bellissimo fare il militare!” Adesso voi vi potreste aspettare chissà che cosa, magari tanto sesso e invece no, è sopravvenuta una forma di imbranamento totale, sia da parte sua che da parte mia, io me lo sognavo tutte le notti e quando potevo, cioè quando c’era quel minimo di privacy, mi masturbavo pensando a lui e lui sicuramente faceva lo stesso, ma di questo non abbiamo mai parlato. Una volta abbiamo fatto un campo insieme, vicino Udine, stavamo in tenda insieme ma eravamo in otto e non si poteva avere nemmeno un po’ di intimità. Quando ci capitava di avere libera uscita andavamo sempre insieme, stessa pizzeria, stessa passeggiata. Ci sedevamo sulla panchine e parlavano per ore, mi raccontava tutte le sue fantasticherie, anche cose sessuali ma poco, poi gli ho chiesto se aveva un ragazzo nella vita civile e mi ha detto di no, io gli ho detto che anch’io non avevo un ragazzo, ma anche dopo queste ammissioni non è successo nulla. Un giorno gli ho proprio detto che mi ero innamorato di lui e mi ha detto: “Anch’io sono innamorato di te, ma non me ma sento di cominciare una storia che tanto non più durare.” Mi ha proprio fatto capire che mi desiderava ma lo diceva solo con le parole, nessun gesto, neppure minimo, nemmeno una carezza, andavamo deliberatamente alla docce in momenti diversi della giornata, ma ci desideravamo. Era convinto che siccome abitavano a 400 km di distanza non avremmo mai potuto costruire una cosa seria insieme, ma io per stare con lui di chilometri ne avrei fatti anche mille. Ho provato a insistere, si vedeva che era tentatissimo e stava combattendo contro se stesso per trattenersi, era ansioso, capivo che stava elaborando la sua scelta, che in fondo tentava di resistere a se stesso ma avrebbe voluto cedere. Giorno dopo giorno vedevo cadere le sue difese e speravo che il giorno appresso mi avrebbe detto di sì, poi mi sono scoraggiato e non ho insistito più nel dire che volevo fare sesso con lui, a malincuore sono tonato a discorsi più generici, cioè senza sesso, all’inizio sembrava molto sollevato dalla mia decisione di abbassare i toni, poi dopo due giorni, viene da me la mattina e mi dice: “Quando vai alle docce?” Io mi illumino di un sorriso a 34 denti e gli dico: “Alle due e mezza, che non c’è proprio nessuno!” Mi risponde: “Vengo pure io, però guarda facciamo solo la doccia!” Stavamo nel piazzale e c’era gente intorno e quindi non lo potevo abbracciare e non potevo nemmeno mettermi a strillare per la felicità perché mi avrebbero preso per pazzo, ho solo fatto il gesto con la bocca di mandargli un bacetto e mi ha detto: “Ricordati che hai promesso, solo la doccia!”

Beh, siamo arrivati tutti e due alle docce con un quarto d’ora di anticipo. Io mi aspettavo che la cosa si sarebbe facilmente trasformata in un contatto sessuale molto forte e diretto, ma non è successo niente di tutto questo. Mi ha detto che era molto imbarazzato e che non se la sentiva, gli ho risposto che potevo capirlo e che non l’avrei presa male. Ha esitato un po’, poi mi ha detto: “Però a distanza e insieme, capito?” e si è allontanato da me di parecchi metri, si è messo proprio dall’altra parte dello spogliatoio. Ci siamo spogliati insieme e ce ne siamo andati nella sala docce non solo senza toccarci ma stando proprio lontani, però potevo vederlo nudo e non era una cosa casuale, stava lì per me e d’altra parte anche io stavo lì per lui. Il tutto è durato al massimo tre minuti, penso i tre minuti più intensi della mia vita, poi mi ha detto: “Adesso basta!” Siamo tornati nello spogliatoio e ci siamo rivestiti. È stata un’esperienza da brivido. Una volta rivestiti, abbiamo messo la testa sotto il getto di acqua gelata perché altrimenti non eravamo certo in condizione di uscire dal locale docce e di andare in giro per la caserma.

Nei gironi successivi il rito della doccia alle due e mezza è diventato la regola, lui era meno imbarazzato e anche io ma non ci siamo mai toccati per circa due mesi, poi siamo stati congedati e quando ci hanno dato il foglio di congedo e ci hanno detto che potevano andare via perché era finito tutto, beh, mi è preso proprio lo sconforto, mi sentivo agitato, stavo proprio male perché lasciare Bruno mi sembrava una cosa atroce. Lui se n’è accorto e mi ha detto: “Tu pensi che possa funzionare?” Gli ho risposto di sì come un disperato. Siamo andati via dalla caserma e abbiamo cominciato a parlare come una coppia, ormai era evidente che non ci saremmo più lasciati, che avremmo lottato contro tutto e contro tutti per vivere la nostra vita. Era il primo novembre 2005. Ormai stiamo insieme da due anni e mezzo e spero di invecchiare con Bruno al mio fianco.


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