Visualizzazione post con etichetta ADOLESCENZA GAY. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ADOLESCENZA GAY. Mostra tutti i post

sabato 25 marzo 2017

GAY E SESSUALIZZAZIONE DELL’AFFETTIVITA’

Dedico le pagine che seguono alla sessualizzazione dell’affettività da parte dei gay e all’evoluzione affettiva di un rapporto nato esclusivamente sessuale. Lo spunto mi è stato offerto da una chiacchierata in chat nella mattinata di oggi, che mi ha fatto riflettere molto.
L’affettività è una caratteristica innata non solo degli umani ma anche di moltissimi animali, è un meccanismo relazionale essenziale alla convivenza e non solo tra individui della stessa specie.
L’affettività ha due aspetti, che sono tipici di tutti i meccanismi relazionali:
1) la manifestazione dell’esigenza affettiva, che consiste nell’inviare messaggi di disponibilità o di richiesta, che possono o meno essere indirizzati a specifici individui;
3) la risposta all’esigenza affettiva altrui, che è per sua natura strettamente individuale.
Quando l’individuo che ha manifestato l’esigenza affettiva accetta la risposta affettiva altrui, si crea una relazione affettiva, cioè uno speciale legame tra i due individui che viene incontro alle esigenze di entrambi. Le relazioni affettive possono consolidarsi e ampliarsi quando il legame è stabilizzato e diviene una forma di confidenza, ossia di fiducia reciproca o di reciproco affidamento. Tra un uomo e un cane si può creare un rapporto affettivo importante proprio sulla base di questi meccanismi, tra umani la sfera dell’affettività ha degli aspetti con una forte componente biologica, come nei rapporti madre figlio, e degli altri in cui la risposta affettiva si costruisce sulla base di affinità di carattere culturale, comportamentale, o sulla base di analogie del vissuto individuale.
La ricchezza delle relazioni affettive, da quelle familiari, a quelle amorose, a quelle con animali domestici, aumenta il livello di gratificazione individuale e di autostima, riduce l’aggressività e il senso di frustrazione, allontana il rischio di depressione e favorisce l’integrazione sociale a tutti i livelli.
Lo sviluppo dell’affettività è un fenomeno molto complesso. Bisogna imparare a comprendere e a manifestare i propri bisogni affettivi e a decodificare le manifestazioni delle esigenze affettive altrui. Lo sviluppo dell’affettività è essenzialmente imitativo. Un bambino che vede i genitori scambiarsi affettuosità non si sente bloccato nell’espressione delle sue esigenze di contatto fisico e inquadra l’affettività in una dimensione di normalità. Il bambino che non vede scambi affettivi tra i genitori e al quale si insegna a controllare la propria emotività finisce per considerare l’affettività come un elemento di debolezza da tenere sotto controllo.
E qui entra in gioco un elemento che rende l’educazione affettiva di un ragazzo gay diversa da quella di un ragazzo etero.
Le manifestazioni delle esigenze affettive legate alla sfera sessuale sono in genere indirizzate verso individui ben precisi. Un ragazzino preadolescente, che indirizza le manifestazioni delle sue esigenze affettive verso una ragazza, è in genere incoraggiato, o almeno non represso, e in questo modo intende lo sviluppo spontaneo della sua affettività verso una ragazza come una cosa normale, che non deve essere frenata.
Per un ragazzino preadolescente gay le cose sono molto diverse, molti messaggi, fin dalla più tenera età, lo mettono sull’avviso che manifestare un interesse affettivo verso un ragazzo è cosa da non fare, una cosa ritenuta socialmente riprovevole e che va evitata in ogni modo.
La repressione dell’affettività gay preadolescenziale può provocare un forte senso di frustrazione, un calo significativo dell’autostima e un netto crollo delle relazioni interpersonali. Questi sintomi sono indice di un tipico disturbo relazionale degli omosessuali. Ovviamente non è l’omosessualità la causa del disagio ma il fatto che le esigenze affettive di un ragazzo omosessuale siano ignorate o addirittura represse.
La repressione dell’affettività omosessuale, che non può essere sostituita con quella eterosessuale, determina una progressiva chiusura affettiva. I ragazzi si concentrano su se stessi, tendono a considerare il disagio comunicativo come una loro caratteristica e nello stesso tempo interiorizzano i valori sociali comuni e covano contro di essi un profondo risentimento. La sessualità, per loro, più che interattiva e interpersonale è solitaria e masturbatoria e si concretizza nel consolidamento di un insieme di fantasie-desideri, quasi del tutto prive di risconti esterni. Talvolta la masturbazione diventa quasi compulsiva in quanto unico surrogato di un’affettività preclusa. L’esperienza della sessualità gay condivisa, quando c’è, è priva delle componenti affettive, non tende a creare un rapporto interpersonale ma ad esaurirsi nella concretizzazione più o meno soddisfacente delle fantasie erotiche individuali.
Accade però, talvolta, che alcuni rapporti, nati come esclusivamente sessuali, finiscano per diventare almeno una componente non episodica della vita e, non fosse altro che per questo, finiscano per assumere un valore tendenzialmente affettivo. Un ragazzo gay che trova un partner sessuale stabile finisce per condividere con lui la sua sessualità e per essere coinvolto in quella dell’amico. In queste situazioni la sessualità diventa gradualmente più disinibita perché i ragazzi hanno bisogno di farsi accettare per quello che sono realmente. In questo caso l’accettazione senza riserve della sessualità dell’altro, il non tirarsi indietro, il non negarsi, significa aprirsi all’altro, sforzarsi di capirlo nelle sue istanze più profonde e contraddittorie. In altri termini, dalla sessualità può nascere un rapporto molto più complesso, basato sulla certezza che l’altro non verrà meno. Non si tratta di una fedeltà, che avrebbe delle sue regole, ma di una disponibilità incondizionata che non viene meno neppure in situazioni in cui ci si sentirebbe sciolti da un obbligo di fedeltà. Dall’esterno il collante di questi rapporti sembra essere la sessualità, ma nella sostanza è l’accettazione dell’altro “senza riserve”, a partire dalla sessualità. In situazioni del genere si può parlare di sessualizzazione dell’affettività.
Parlare di accettazione dell’altro “senza riserve” significa usare formule semplici per cose che in realtà non sono affatto semplici da accettare e da gestire. La trasformazione di un rapporto originariamente soltanto sessuale in un rapporto che comporta l’accettazione integrale dell’altro suscita spesso perplessità e dubbi e richiede una forma particolare di disponibilità e di rispetto ben al di là di un rapporto sessuale disimpegnato. Tuttavia, per un ragazzo gay che non ha avuto modo nell’infanzia o nella preadolescenza di sviluppare la propria affettività, il recupero dell’affettività tramite la sessualità è una delle poche strade possibili per superare il disagio comunicativo. La sessualità compulsiva è spesso la manifestazione di un bisogno affettivo profondo. Va sottolineato che si tratta di coppie di ragazzi gay, che proprio in quanto entrambi gay, vivono un rapporto in cui gli ostacoli di tipo sociale alla comunicazione sono di fatto ampiamente rimossi. Il rapporto che si crea è evolutivo ma non è affatto detto che percorra tutti gli stadi, fino alla reale accettazione dell’altro “senza riserve”. Il rapporto in genere si interrompe o si banalizza quando se ne smarrisce la dimensione affettiva.
Vorrei insistere che in queste situazioni il sesso non è solo sesso o meglio, una richiesta di sesso non è solo una richiesta di sesso ma è una richiesta di accettazione “senza riserve”. Non è certo facile che un rapporto nato come esclusivamente sessuale si trasformi nel tempo in qualcosa di stabile, capace di far crescere una componente affettiva, ma è comunque possibile.
Aggiungo un altro elemento importante: il sesso è anche un diversivo, nel senso che serve a mantenere un rapporto ma nello stesso tempo concentra l’attenzione su un elemento che potrebbe non essere al momento quello critico e la allontana dai veri elementi critici che spesso sono legati a frustrazioni nello studio o nel lavoro, a bassa autostima, se non a momenti di vera depressione. La dimensione affettiva di un rapporto sessuale si manifesta quando si va oltre la dimensione sessuale, sostanzialmente scontata, e si riesce a parlare apertamente delle proprie frustrazioni profonde. Quando il sesso cede a un dialogo sugli argomenti che più ci condizionano, il livello comunicativo sale, sale la sensazione di essere capiti senza essere giudicati e si sperimenta un’altra forma di gratificazione, questa sì tipicamente affettiva.
È proprio attraverso questi episodi che l’affettività cresce e diventa un elemento di stabilizzazione della persona oltre che del rapporto. Aggiungo che attraverso la conoscenza della frustrazioni del partner si impara a conoscerlo meglio, a capire che i suoi momenti di crisi non sono stranezze immotivate e che le sue reazioni sono modulate da un vissuto che può essere molto complesso e contraddittorio. La sessualità, in questi casi diventa una porta di accesso al complesso della personalità del partner. Così, passo dopo passo, una relazione sessuale evolve verso forme di amicizia affettuosa in cui il sesso è una delle componenti di una relazione molto più complessa e forte. Pian piano ci si abitua all’affettività nell’ambito di una relazione gay e si vivono in età adulta le esperienze affettive che non si sono vissute nell’infanzia o nella preadolescenza.
Bisogna sottolineare che lo sviluppo dell’affettività a partire dalla sessualità non è un fenomeno lineare, i momenti di apertura si alternano a momenti di frustrazione o di delusione e talvolta, nonostante la buona volontà, si arriva al limite di rottura e l’esperienza finisce miseramente, ma quando il rapporto ha una qualche solidità non si arriva al limite di rottura, ci si ferma prima, si arriva ad alzare i toni, ad avanzare recriminazioni ma lasciando sempre la porta aperta per soluzioni non definitive. Solo quando esiste una vera fiducia reciproca si arriva a sopportare le fasi negative (banalizzanti o addirittura aggressive) del rapporto, nella speranza e sostanzialmente nella certezza che la fase negativa lascerà il posto ad un vero arricchimento affettivo della relazione. L’evoluzione affettiva di una relazione sessuale può essere profondamente stressante e può mettere pesantemente alla prova i partner. L’evoluzione è lenta, talvolta si trasforma in una recessione, ma alla lunga apre prospettive inizialmente del tutto inattese.
__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6030

giovedì 4 luglio 2013

LA PAURA DI ESSERE GAY

Gran parte dei condizionamenti più profondi sono del tutto inconsci, sono, cioè, dei limiti e dei preconcetti che vengono interiorizzati come scala di valori e come condizione di omologazione in ambiente familiare e sociale. Per essere accettati bisogna essere conformi ai modelli accettati. Quei modelli vengono mitizzati  e assimilati del tutto acriticamente proprio perché trasmessi con dolcezza da persone che a quei modelli danno il massimo credito. L’omofobia può assumere l’aspetto aggressivo dell’emarginazione violenta ma molto spesso si manifesta in modo subdolo e inconsapevole attraverso la trasmissione di modelli ai quali si attribuisce una specie di valore sacro, come se fossero la condicio sine qua non della felicità. I genitori in genere si sforzano di garantire il meglio ai loro figli, ma il meglio secondo i loro criteri. Per un genitore, rendersi conto che quei modelli possono non solo essere non adatti per un figlio ma possono costituire addirittura una trappola è quasi impossibile. Agiscono nella presunzione di fare bene e proprio per questo non hanno colpe, anche se hanno una responsabilità oggettiva. Chiunque più o meno consapevolmente trasmette dei valori dovrebbe avere la capacità di relativizzarli di presentarli come delle possibilità  e non come delle opzioni senza alternative. L’affetto tra genitori e figli non deve essere in nessun modo condizionato a nessuna forma di conformità rispetto a questo o quel tipo di modello. So benissimo che si tratta di cosa molto difficile e forse, per chi ha figli, staccarsi dal proprio modello e pensare che un figlio può essere un ottimo figlio anche senza rispettare alcuni di quei modelli che sono stati fondamentali per i genitori è particolarmente difficile.
La mitizzazione della vita familiare tipo mulino bianco, a parte il fatto che è una rappresentazione lontanissima dalla realtà della vita delle coppie etero, crea il modello al quale, consciamente o meno, si chiede al figlio di conformarsi. Nei comportamenti sociali questa omologazione si realizza, ma la sessualità non ha una base culturale, non si è etero perché si è educati ad essere etero e non si è gay perché si è educati ad essere gay. La sessualità non è riducibile tramite l’educazione, la sessualità sfugge alla omologazione conformistica. O meglio, i comportamenti sociali, apparentemente connessi alla sessualità, rispondono ai condizionamenti culturali, si tratta in fondo di comportamenti sociali  che possono, come in genere accade,  trovare una corrispondenza nella sessualità spontanea di un ragazzo, che diventa un valore socialmente condiviso e uno strumento di integrazione sociale, ma possono anche rimanere dei puri comportamenti sociali del tutto staccati dalla sessualità spontanea. Avere una ragazza, in termini sociali non comporta necessariamente il fatto di essere innamorato di quella ragazza, cioè di provare per quella ragazza un coinvolgimento sessuale e affettivo profondo. È qui che per un ragazzo gay si segna per la prima volta il distacco tra il comportamento sociale assimilato e la sessualità spontanea. Un ragazzo gay, anche quando dice di non accettarsi, è in fondo completamente consapevole di essere gay, lo è almeno a livello sessuale, e dire “almeno” non è riduttivo ma significa che lo è ai livelli fondamentali.
La prima discrasia tra modelli interiorizzati e sessualità spontanea si manifesta attraverso la masturbazione e qui la differenza tra l’esperienza adolescenziale di un ragazzo etero e quella di un ragazzo gay è notevole. Un ragazzo etero, attraverso la masturbazione, e aggiungo attraverso la pornografia, smitizza il modello di coppia etero che aveva interiorizzato ma nello stesso tempo si rende conto che i suoi compagni vivono esperienze analoghe e che la sessualità, per lui, anche se non è più quella dei modelli astratti di famiglia tipo mulino bianco, è comunque una realtà che crea coesione sociale. Un ragazzo etero che cresce si rende conto che la masturbazione e la pornografia “in chiave etero” sono esperienze condivise e socialmente accettate. Per un gay le cose vanno diversamente. Un adolescente gay che scopre la masturbazione e la pornografia gay si rende conto abbastanza presto che il mondo dei suoi compagni è diverso dal suo e a questa consapevolezza si aggiunge spesso quella derivante dal costatare come l’omosessualità sia considerata un disvalore. Un adolescente gay non ha in genere accanto nessuno con cui confrontarsi in modo serio. Parlare coi genitori di queste cose significa trovarsi di fronte a reazioni preoccupate, angosciate,  spesso condizionate da visoni del tutto distorte della omosessualità. Parlarne con gli amici significa esporsi alla gogna in quanto gay, parlarne con un insegnate o con un prete significa, quando va bene, aggiungere ai propri condizionamenti anche i pregiudizi altrui. Per un ragazzo gay, salvo rarissime eccezioni, la scelta è solo quella del rinvio del problema e della svalutazione della masturbazione come elemento indicativo, prevale l’idea che sia solo un momento, che in fondo la masturbazione è un vizio che è possibile togliersi con un po’ di buona volontà o che, semplicemente, con l’andare degli anni questa “omosessualità adolescenziale” lascerà il campo alla eterosessualità adulta.
Per quanto la cosa sia paradossale, la sessualità autentica, quella spontanea che emerge nella masturbazione, viene sepolta da un insieme di false certezze che servono solo a conservare una possibile conformità coi modelli assimilati. Tanti ragazzi arrivano a sublimare la loro sessualità nello studio reprimendo la masturbazione e arrivano perfino ad avere una ragazza, ma non solo, se ne sentono innamorati e sono profondamente incoraggiati dal fatto che quando stanno con la ragazza vanno in erezione e “in qualche modo” si sentono coinvolti, anche se in effetti, la masturbazione continua a realizzarsi solo con fantasie gay.
Pian piano però subentrano anche altri elementi di natura propriamente affettiva orientati verso i ragazzi e il ragazzo gay si rende conto che, anche se per lui, almeno in teoria, è possibile una vita etero, non è in realtà quello che va effettivamente cercando. A questo punto c’è il rischio di vedere crollare tutto il castello di carte costruito in precedenza e la cosa fa paura perché è ormai radicata l’abitudine a vedere l’omosessualità come un fantasma che ci può distruggere, In sostanza non si fanno i conti con la realtà, ma ancora una volta con le mitizzazioni: gay = pericoloso, contro natura, deviante, patologico, ecc. ecc..
Ci possono essere persone che non escono di casa perché sono terrorizzate dai fantasmi, ma i fantasmi “oggettivamente” non esistono, esiste solo la paura dei fantasmi. Lo stesso vale per l’omosessualità, esiste la paura di essere gay, ma il fatto di essere gay, affrontato razionalmente con un minimo di buon senso, non ha nulla di terribile o di pauroso. I gay non sono una confraternita segreta o una lobby, come si suole dire adesso in certi contesti, ma sono circa l’8% della popolazione e sono persone come tutte le altre. Chi conosce il mondo gay da vicino sa benissimo che i gay sono persone come tutte le altre, che vivono la loro normalità e che oggi hanno anche la possibilità di realizzarsi nella vita non solo a livello professionale ma anche a livello affettivo. Oggi le coppie gay non sono una cosa rara, ce ne sono tante, non sono visibili, salvo eccezioni, ma ci sono eccome.
È fondamentale rendersi conto che le paure connesse alla omosessualità sono oggettivamente inconsistenti, è possibile che in certi contesti per un gay o per una coppia gay la vita sia difficile ma è possibile cambiare ambiente e soprattutto, quando si è in due, le possibilità aumentano notevolmente. Per un ragazzo gay è fondamentale aprire gli occhi sulla realtà, avere amici gay e rendersi conto di come vivono, solo in questo modo le paure irrazionali possono essere messe da parte e l’omosessualità può essere vista con una consapevolezza veramente adulta.
_________

martedì 4 settembre 2012

HO UN FIGLIO GAY CHE NON MI PARLA NEMMENO

Ciao Project,
mi ha fatto bene leggere la storia di quel padre separato e in attesa di divorzio che ha ritrovato il figlio, è una bella storia ma purtroppo a me non succederà così. Sono una mamma di 37 anni, mio figlio ha fatto da poco 19 anni e ho l’impressione che lo sto perdendo. È ormai un anno che con me non parla quasi più. Io sono sola. Quando lui è nato ero giovanissima, una povera illusa pronta a dare fiducia al primo venuto, volevo sentirmi emancipata e hai capito quello che è successo. Quando sono rimasta incinta lui è sparito, io volevo abortire e l’ho detto a mia madre e lei mi ha convinto a non farlo e mi ha detto che mi avrebbe aiutato ad andare avanti. Poi è nato Luca (chiamiamolo così ma non si chiama così). Io non avevo voglia di studiare e ho cominciato a fare dei lavoretti dove ne trovavo, tanto avevo mamma alle spalle che mi dava sicurezza. Ovviamente quando hai un figlio a 18 anni con uno che del fatto di avere un figlio se ne frega totalmente, dopo non ti vuole nessuno, perché il figlio di un alto non lo vuole nessuno, non sarebbe una bella famigliola tradizionale. Mia madre mi ha portato a ragionare su tante cose e a capire che non era a mio figlio ma a me stessa che dovevo addossare la colpa di tutto quello che era successo. Confesso di avere fatto la mamma più per dovere che perché la sentivo una cosa veramente mia. Ho cercato di lavorare e di non fare mancare niente a Luca, ma naturalmente le mie possibilità sono piuttosto limitate anche se lavoro il più che posso. Luca si è reso conto molto presto di non avere un papà. Io non gli ho raccontato fandonie ma gli ho detto da subito come stavano le cose, forse lui era troppo piccolo per capire e la cosa l’ha un po’ presa male. So che sono stata impulsiva e anche stupida ma ormai è successo da tanti anni. Mio figlio è un bravo ragazzo, certamente molto meglio della madre e anche molto meno stupido. Studia, si impegna e cerca di fare tutto quello che può. Il mio problema, quello che mi fa stare proprio male è un altro. Luca, fino all’anno scorso aveva una ragazza e sembrava che le cose andassero bene, l’aveva portata a casa un paio di volte, era una ragazza molto taciturna ma sveglia e aveva occhi bellissimi. Io ero contenta e lui ne parlava spesso, poi a un certo punto ho notato che qualcosa nella vita di mio figlio è cambiata, non ha più parlato della ragazza, quando gliel’ho chiesto specificamente mi ha detto che non sono affari miei e fin qui potevo pensare che magari fossero in crisi per qualche ragione, poi una volta lui se ne esce il pomeriggio e io me ne vado a fare la spesa, il mercato è chiuso e vado da un’altra parte e camminando mi vedo davanti, a una certa distanza, mio figlio che cammina vicino a un signore che non conosco, uno vestito piuttosto bene, che a occhio avrà potuto avere 40-45 anni. Mi sono chiesta: ma questo chi è? Ho cominciato a seguirli a distanza. Sono andati alla villa pubblica e io li osservavo da lontano. Sono stati un’oretta, poi sono andati alla fermata dell’autobus e mio figlio ha preso l’autobus. Io ho continuato a seguire quel tipo e poi mi sono avvicinata per vederlo più da vicino e l’immagine me la sono stampata nel cervello. Torno a casa, chiedo a mio figlio che ha fatto tutto il pomeriggio e mi risponde che sono cavoli suoi, io non so che dire, se digli che lo avevo seguito ma alla fine non dico nulla, cerco di cambiare discorso e di parlare di scuola. Mio figlio è sempre andato bene a scuola, mi dice che è tutto a posto, il discorso finisce lì. Poi arriva il periodo di natale e il girono del ricevimento dei professori, chiedo a mio figlio se vuole venire anche lui ma mi dice di no, ci vado da sola. I professori li conosco tutti, salvo il professore di matematica che è nuovo, mi metto in fila, entro, lo guardo in faccia e mi prende un colpo: è lui! Non porta la fede, è stata la prima cosa che ho guardato. Mi parla molto bene di Luca ma in modo nettamente professionale. Non so se si sia ricordato che per un attimo ci eravamo guardati in faccia il girono che io ho seguito mio figlio ma non ha detto nulla, dopo cinque minuti mi ha confermato che andava tutto bene e mi ha congedato dicendo che c’era molta fila. Che ci faceva mio figlio al parco col suo prof di matematica? Da lì è cominciata la mia paranoia, io lo dovevo sapere. Sano andata a vedere il cellulare di mio figlio ma la memoria era disattivata, cosa, penso non casuale. Poi sono andata a vedere nel suo pc, lo so che è una cosa indegna comportarsi come me ma ero e sono tuttora agitatissima. Vado nei preferiti e ci trovo dei siti gay e qui mi è proprio crollato il mondo addosso: mio figlio plagiato dal suo insegnante! Quando è tornano a casa l’ho affrontato a brutto muso, prima gli ho detto dei siti gay e lì già mi ha risposto in modo violento che non me lo sarei mai aspettato, poi quando gli ho detto che lo avevo visto alla villa col suo prof mi detto che ero matta e ce mi inventavo tutto e in pratica ha negato tutto ma io lo avevo visto benissimo. Gli ho detto che sarei andata dalla preside per riferire tutto perché uno così in una scuola non ci deve stare! Lui ha reagito come una vipera e mi ha minacciato che se avessi fatto una cosa simile non lo avrei visto più. Praticamente da allora non ho più parlato con mio figlio. Sono andata dalla preside, non per accusare il prof perché in effetti io non ho nessuna prova ma per chiedere il trasferimento di mio figlio ad un altro Istituto ma la preside mi ha detto che siccome Luca era maggiorenne la richiesta la doveva fare lui e non a lei ma alla scuola dove voleva andare, allora non ci ho visto più e mi sono sfogata con la preside e le ho raccontato tutta la storia ma la risposta mi ha lasciata basita, mi ha detto di nuovo che il ragazzo è maggiorenne e che quanto al prof lei lo conosceva da anni e non aveva mai creato problemi di nessun genere. Io ho alzato la voce con la preside che neanche mi ha risposto, ha suonato il campanello e mi ha fatta accompagnare fuori. Mio figlio era nel corridoio, ha visto la scena e ha capito quello che era successo. Quel giorno non è tornato a casa e io mi sono presa un’angoscia terribile, non è tornato nemmeno la notte, ha staccato il cellulare e io sono stata malissimo, credo di non essere stata mai peggio in vita mia. L’indomani sono andata davanti alla scuola, mio figlio c’era e mi sono tranquillizzata un po’. Il prof invece l’ho aspettato ma non l’ho visto, pensavo che la preside lo avesse richiamato e che magari si fosse preso qualche giorno di permesso. Poi me lo vedo spuntare che viene verso il cancello, lo fermo, lui mi saluta cordialmente, mi dà la mano e mi sorride. Era evidente che di tutta la scena con la preside lui non sapeva nulla, non so che fare, gli dico che da qualche giorno ho dei problemi con mio figlio e che è come se il dialogo tra noi si fosse spezzato, lui mi invita a seguirlo dentro, mentre saliamo incontriamo la preside che si comporta come se non fosse successo nulla e ci saluta cordialmente Il prof aveva un’ora libera e parliamo, piano piano comincio a rendermi conto che il prof stima molto mio figlio e che parla con me in modo molto diretto, si preoccupa del futuro di Luca. Mi rendo conto di avere costruito solo un enorme castello di carte in cui l’unica cosa certa erano le mie paure. Chiedo al prof di darmi una mano a recuperare il rapporto con mio figlio, lui mi assicura che lo farà, poi fa chiamare Luca per parlare in tre. Luca scende con una faccia che mi avrebbe presa a morsi se avesse potuto, poi si rende conto che col prof ho parlato solo di scuola e si tranquillizza. Il prof gli dice che io gli ho chiesto una mano per recuperare il rapporto con lui e Luca gli risponde: “Prof, lo so che lei ha tanta buona volontà, ma queste sono faccende che devo regolare in privato io con mia madre!” Il prof fa un cenno come per dire che Luca ha ragione, rimanda Luca in classe e mi saluta. Io torno a casa tranquillizzata. Il problema scuola era risolto ma restava sempre il problema gay che mi teneva in continua agitazione. Da allora sono passati 10 mesi ma non si è risolto nulla. Luca sta a casa nel senso che ci dorme e nemmeno sempre e qualche volta ci mangia. Con me non parla praticamente mai. Che devo fare project? Lo so che ho fatto tante stupidaggini, ma che posso fare per recuperare un rapporto con mio figlio? Ormai al fatto che sia gay mi sono rassegnata, ma almeno vorrei che non mi considerasse più una nemica, anche se ho veramente tanta paura che possa mettersi nei guai.
__________
Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

lunedì 2 gennaio 2012

DISAGIO GAY

Partiamo da un presupposto che è ampiamente e oggettivamente documentato: la vita di un ragazzo gay presenta spesso motivi di stress che non esistono nella vita di coetanei etero o che esistono ma in modo meno problematico. Solo per fare alcuni esempi, la sessualità per un ragazzo gay è spesso un tabù vissuto come trasgressione e con sensi di colpa, l’accoglienza nel gruppo dei pari evidenzia che il confronto è limitato e ha spesso il sapore di una più o meno marcata emarginazione, il rapporto con la religione è complesso e spesso contraddittorio e le pressioni in direzione etero da parte della famiglia rappresentano parecchie volte condizionamenti molto difficili da superare. Si comprende facilmente quindi perché i ragazzi gay presentino delle forme di fragilità psicologica che sono meno comuni tra i coetanei etero. In buona sostanza esistono serie motivazioni oggettive alla base del disagio dei ragazzi gay. Questo post mira a mettere in evidenza alcuni meccanismi psichici che spesso condizionano i ragazzi gay e li espongono al rischio di marginalità e di atteggiamenti depressivi. Basta scorrere l’indice del Forum di Progetto Gay per notare come il maggior numero di post si concentra proprio sulla sezione “Disagio gay” e su quella relativa al “Coming out”, tipico motivo di disagio per i gay.
Come è ovvio il panorama del disagio gay è quanto mai articolato e complesso in relazione alle condizioni ambientali dei singoli e alla storia individuale ma ci sono elementi ricorrenti che possono essere presi utilmente in considerazione.

LO STAR BENE CON SE STESSI
Mi capita spesso di vedere ragazzi che sono alla spasmodica ricerca di un rapporto affettivo forte dal quale sperano di ottenere la soluzione di tutti i loro problemi, ma la vita di coppia richiede come presupposto lo star bene con se stessi, condizione senza la quale si costruisce su basi molto fragili una serie, talvolta assai estesa, di attese poco realistiche. Che cosa significa stare bene con sé stessi? Significa prima di tutto mantenere un equilibrio interno complessivo che non polarizzi in modo radicale tutta la vita affettiva e mentale di una persona su una sola questione, per quanto importante essa possa essere. Così come una dieta sana è caratterizzata da un equilibrio tra i vari nutrienti, lo star bene con se stessi comporta l’armonia di vari elementi “tutti essenziali” al raggiungimento dell’equilibrio complessivo. In questo senso va sottolineato che l’autostima dipende certamente e in modo molto significativo dal successo negli studi e nel lavoro e che l’abbandono degli studi, il continuo rinvio nell’affrontarli seriamente, o la perdita del lavoro possono essere causa di fortissimo stress al quale si reagisce spesso tramite un meccanismo di compensazione, ossia concentrando tutta la propria attenzione su un oggetto diverso che molto frequentemente è la vita affettiva, che viene così caricata di attese e finisce per fornire una auto-giustificazione del lasciarsi andare. Il vero rischio dei ragazzi gay non è rappresentato da una deriva sessuale della vita affettiva, cosa peraltro piuttosto rara, ma dal lasciarsi andare, dal farsi portate dalla corrente nella convinzione che “tanto” non ci si può fare nulla. In realtà è vero esattamente il contrario, il futuro è nelle nostre mani e, da qualsiasi condizione si parta, la possibilità di migliorarlo esiste certamente anche se richiede uno sforzo serio di volontà. Sottolineo che la volontà non è un sentimento astratto, ma ha un senso quando si traduce in scelte concrete cioè in pratica nel destinare il proprio tempo ad attività produttive di risultati. Vedo ragazzi che, di fonte a difficoltà nello studio o nel trovare lavoro, difficoltà quest’ultima particolarmente seria in periodi di crisi economica come quello che stiamo vivendo, si lasciano vincere  da atteggiamenti passivi e dall’idea di un destino ingovernabile contro il quale nulla può la volontà individuale. Affermazioni come: “Se non avrò un ragazzo accanto a me non avrò mai la serenità per mettermi a studiare seriamente”, oppure come “Tanto nella vita non combinerò mai nulla” sono due modi tipici per abbandonarsi alla corrente. L’abulia, cioè la mancanza di volontà è un segno di sofferenza individuale molto significativo, ne deriva la mancanza di una progettualità rivolta al futuro e la sensazione percepita di essere portati dalla corrente e, gradualmente, partendo da qui, si scivola verso atteggiamenti depressi. In un equilibrio psichico complessivo l’autostima dipende fortemente da elementi legati alla volontà oltre che all’affettività e la volontà va esercitata per gradi, nel concreto, nel quotidiano, con progetti a breve termine e non con discorsi astratti. Per fare ripartire il meccanismo degli studi bisogna andare a lezione tutti i giorni, studiare tutti i giorni per ore e fare gli esami, solo questo lavoro concreto e oggettivamente pesante ha un senso effettivo nella ricostruzione dell’autostima. Qui va chiarito che vanno affrontati risolutamente quei problemi che possono oggettivamente essere risolti con un impegno di volontà “individuale”, questo significa che non ha molto senso cercare di affrontare pervicacemente problemi la cui soluzione dipende dal rapporto con altre persone, l’esempio tipico è il coming out, e in particolare il coming out familiare, sul quale spesso si concentra l’attenzione di molti ragazzi. Riflettere sul coming out familiare e eventualmente realizzarlo quando le condizioni sono effettivamente favorevoli ha un senso e aumenta l’autostima, ma fare del coming out “oggettivamente impossibile” il centro della propria vita quando mancano le condizioni minime per poterlo affrontare senza grossi rischi, significa polarizzare tutta la propria vita intorno a un problema la cui soluzione non dipende da noi e in molti casi è oggettivamente impossibile. Mi spiego con un esempio. Se un ragazzo vive in una famiglia difficile, perché conflittuale, quel ragazzo vivrà indubbiamente una condizione di disagio familiare ma la soluzione del problema non dipende da lui, farà quindi bene ad assumere un atteggiamento di distacco e a farsi coinvolgere il meno possibile in questioni sulle quali può avere solo un’influenza molto relativa. Se volesse cercare di risolvere comunque il problema andrebbe incontro a inevitabili frustrazioni. C’è poi un’altra questione fondamentale, ciascuno è prima di tutto un individuo, poi, eventualmente, è parte di una coppia o di un gruppo sociale più largo in cui si riconosce. Voglio dire che se i problemi di tipo sociale devono essere affrontati in gruppo e quelli di coppia devono essere affrontati in due, quelli individuali devono essere affrontati e risolti essenzialmente a livello individuale e non devono essere trasferiti in dimensione di coppia o in dimensione sociale. Fare pesare sulla vita di coppia o sulla vita sociale i problemi individuali non risolti significa considerare la coppia o il gruppo come un possibile modo di superare il disagio individuale, ma questa impostazione è decisamente fragile. 

LA CONQUISTA DELL’AUTONOMIA

Partiamo da un esempio fisico, una macchina a vapore priva di meccanismi di autoregolazione, se alimentata da una corrente di vapore a pressione progressivamente crescente aumenta progressivamente il numero di giri dell’albero motore, al limite fino alla rottura della macchina, al calare della pressione del vapore diminuisce il numero di giri. Questo significa che il regime di una macchina a vapore priva di meccanismi di autoregolazione è totalmente dipendente dall’alimentazione. Nel 1782 James Watt brevettò il regolatore di Watt, un meccanismo collegato all’albero motore di una macchina a vapore che, all’aumentare del numero di giri, modificando la propria geometria per effetto della forza centrifuga, provvedeva a chiudere progressivamente la valvola di accesso del vapore, in questo modo il regime della macchina a valore poteva rimanere costante anche in caso di aumento della pressione di alimentazione.
Che cos’è l’autonomia? È la possibilità di autoregolarsi anche in casi di sovraesposizione o di aumento di stimoli esterni. Anche il cervello ha bisogno di meccanismi di autoregolazione che impediscano che la sovreccitazione possa portare a condizioni di stress pericoloso. Sono esempi classici di meccanismi di autoregolazione quelli legati all’abitudine che abbassa i livelli di coinvolgimento e quelli relativi all’applicazione di filtri o di tempi di ritardo prima della risposta. Una vera autonomia si raggiunge quando una persona è capace di regolarsi da sé per mantenere un equilibrio interiore tra le varie componenti affettive, volontarie e razionali della sua personalità. Come si acquisisce l’autonomia? La risposta è necessariamente articolata. Come in tutti i comportamenti umani esiste una base solida di tipo genetico sulla quale si inserisce un lungo processo di apprendimento di comportamenti. Come si impara ad amare, così si impara ad essere autonomi vedendo degli esempi, prima di tutto in ambiente familiare e poi anche in altri ambienti. Chi vive in famiglie e in società fortemente gerarchizzate e con un senso della gerarchia molto interiorizzato, difficilmente tende a sviluppare una vera autonomia di comportamento, per quelle persone l’omologazione è un valore e l’essere accettati in famiglia o in società è il giusto premio di quella omologazione, in quei casi raggiungere una vera autonomia è un processo difficile da sviluppare contro-corrente. L’autonomia non è l’indipendenza da un ambiente ma la capacità di autoregolarsi che è il presupposto per potersi allontanare da qualsiasi ambiente. Allontanarsi non significa andarsene  via fisicamente ma rendersi indipendenti. Come accade che uno stato, per rendersi indipendente da un altro, debba sviluppare un suo proprio sistema di regole, così accade anche per le persone: l’autonomia, cioè l’autoregolazione, in pratica la capacità di darsi delle regole che permettano la conservazione dell’indipendenza nel tempo, è la condizione per creare una vita adulta indipendente. Chi scappa da un ambiente ma non è autonomo perché incapace di darsi delle regole che permettano il mantenimento della situazione di indipendenza prima o poi finirà in nuove situazioni di dipendenza.
Esistono alcune regole fondamentali che permettono il mantenimento di un autonomo equilibrio personale. La prima di queste regole consiste nel non trascurare nessuno degli aspetti della propria personalità e nel non farsi travolgere dagli eventi. L’esperienza è maestra di autonomia, in particolare l’esperienza ripetuta della frustrazione e della delusione porta nella dimensione dell’usuale eventi che quando accadono per la prima volta hanno un alto potenziale dirompente. In altre parole l’esperienza insegna ad essere autonomi controllando e riducendo il senso dei delusione e di frustrazione. Un vero scoglio nella conquista dell’autonomia è dato dalla difficoltà di auto-valutarsi che ha come conseguenze la sopravalutazione o la sottovalutazione di sé in diversi campi e la conseguente errata valutazione degli obiettivi in rapporto alla reale possibilità di conseguirli. L’autostima cresce attraverso un meccanismo di determinazione di obiettivi, di impegno per raggiungerli e di effettivo conseguimento di quegli obiettivi. Se l’obiettivo è fuori portata, cioè è scelto senza tenere conto delle proprie possibilità, il risultato finale non sarà un aumento ma una diminuzione dell’autostima.
L’esito più comune della mancanza di autonomia è il vittimismo, purtroppo piuttosto diffuso tra i gay. Il vittimismo da radici oggettive e solide, cioè è spiegabile sulla base di forme di disagio molto concrete ma resta in ogni caso un atteggiamento mentale diametralmente opposto alla vera autonomia. L’atteggiamento vittimistico cerca consolatori, cioè persone che favoriscano e confermino quell’atteggiamento. Nella dimensione vittimistica ogni tipo di impegno della volontà è inutile, le colpe sono integralmente scaricate all’eterno e tutti i ragionamenti conducono inevitabilmente al fatto che “tanto” non c’è nulla da fare. Contro questo atteggiamento esistono varie possibilità di intervento, prima di tutto la socializzazione in un ambiente non votato al vittimismo, possibilmente con degli obiettivi concreti a breve termine che richiedano un impegno immediato e impediscano l’infinito bla bla inconcludente che spesso accompagna il vittimismo. In secondo luogo, alle persone con atteggiamenti vittimistici non bisogna fornire una spalla su cui piangere ma delle alternative concrete, un fare in luogo di un parlare, una fare concreto che abbia un inizio e una fine e che produca dei risultati visibili. Non dimentichiamoci mai che dietro questi atteggiamenti ci possono essere forme di sofferenza profonda, quindi nessun atteggiamento di contrapposizione o di polemica, nessun tentativo di convincere in astratto la persona portatrice di atteggiamenti vittimistici ad accettare altre visioni della vita. Sottolineo che spesso il vittimismo è legato alla netta sopravvalutazione dei livello di soddisfazione altrui e a una netta sottovalutazione del peso della volontà nella costruzione dell’autostima, il confronto con la realtà è quindi essenziale per riportare le valutazioni entro termini realistici.
Il disagio gay esiste ma esistono anche molte vie per superarlo o per imparare a conviverci, in ogni caso però resta essenziale la componente dell’impegno volontario e serio per cambiare le cose.
__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

domenica 30 gennaio 2011

AFFETTIVITÀ E SESSUALITÀ GAY

Questo post mira a puntualizzare il rapporto tra affettività e sessualità nelle persone omosessuali. Quanto segue è un primo tentativo di sintetizzare ciò che emerge dall’esperienza di Progetto Gay e perciò si riferisce essenzialmente a gay non dichiarati.

Cercherò innanzitutto, pur con i limiti che qualunque linguaggio comporta, di chiarire che cosa intendo con i termini affettività e sessualità. Non voglio dare alcuna definizione a termini che sono di per sé alquanto indefinibili ma intendo solo specificare con quali significati userò questi termini nel seguito.

AFFETTIVITÀ
Con la parola affettività intendo riferirmi alla sfera profonda delle relazioni interpersonali “primarie” cioè a quelle relazioni interpersonali che non sono strumentali ad altri fini e trovano in se stesse la ragione del loro potere gratificante. In altri termini intendo quelle relazioni che si costruiscono e si mantengono spontaneamente e che risultano gratificanti per il fatto stesso che esistono. La presenza importante di un rapporto affettivo, spesso, non si rileva mentre quel rapporto è in essere ma quando quel rapporto viene meno, attraverso un senso di mancanza, di vuoto e di insoddisfazione. Il venir meno di un rapporto affettivo produce la sensazione della solitudine. Alla maggior parte dei rapporti affettivi non si attribuisce in genere un valore particolare perché essi non spiccano nell’orizzonte del soggetto ma costituiscono il substrato necessario della sua stabilità affettiva. I rapporti affettivi essenziali consentono e garantiscono la tranquillità di una persona, quando ci sono, sono dati per scontati, quando vengono a mancare se ne percepisce nettamente l’importanza.

SESSUALITÀ
Con la parola sessualità intendo riferirmi a tutto ciò che in modo diretto o indiretto comporta una eccitazione sessuale, ossia è legato alla fisiologia della sessualità, all’erezione, all’eiaculazione, ai sogni erotici, alla masturbazione e alla sessualità di coppia. La sessualità è nettamente percepita dal soggetto come qualcosa di specifico e di chiaramente connotato rispetto all’affettività. Mentre l’importanza e il peso stabilizzante dei rapporti affettivi non sono spesso avvertiti o sono nettamente sottovalutati, il significato e il peso della sessualità sono invece spesso sopravvalutati e messi in relazione biunivoca esclusiva e diretta con lo stare bene o male.

Premesse queste definizioni dei due concetti di affettività e di sessualità, si capisce facilmente che si tratta di fenomeni correlati ma diversi.
Nella sfera affettiva rientrano i rapporti familiari e le amicizie in modo e grado molto vario. Nella sfera sessuale rientra tutto ciò che ha in modo diretto o indiretto per il soggetto un significato in termini di fisiologia sessuale. I due insiemi sono diversi, la sessualità non è un sottoinsieme dell’affettività né l’affettività è un sottoinsieme della sessualità. Esistono dimensioni affettive essenziali, importantissime nell’equilibrio di una persona, che nulla hanno a che vedere con la sessualità ed esistono forme di sessualità in cui manca una vera base affettiva.

Partiamo dall’analisi dell’affettività adolescenziale. Durante l’adolescenza, quando si risveglia la sessualità, quasi tutta l’attenzione dei ragazzi è concentrata sulla sessualità e gli aspetti affettivi della relazionalità sono in genere poco sottolineati ma ciò nonostante sono essenziali. Consideriamo in particolare il periodo critico delle scuole medie, il vero momento di definizione della sessualità di un ragazzo. Ad undici, dodici anni un ragazzo non ha e non può avere un’idea precisa del mondo adulto che avverte ancora come lontano da sé, non può avere una vera autonomia di decisione o di scelta perché manca di riferimenti essenziali che imparerà a conoscere via via negli anni, ha quindi bisogno di “affidarsi” ad altri, di creare meccanismi che lo rassicurino e gli permettano la conquista di gradi di libertà via via maggiori. Il rapporto con i genitori è, a questo punto, fondamentale e tanto più importante, in termini di stabilizzazione affettiva dei ragazzi, quanto meno avvertito. L’elemento fondamentale del rapporto con i genitori si manifesta nella loro presenza non oppressiva. Quando la presenza del genitore si fa pesante il suo ruolo stabilizzante viene meno e il rapporto rischia di diventare conflittuale. Tipico è il caso della violazione della privacy di un ragazzo da parte dei genitori. Non è importante che un adolescente parli effettivamente di tutto con i propri genitori ma che sappia che in caso di necessità potrebbe farlo e troverebbe un ascolto adeguato. La difficoltà del mestiere di genitore nei confronti di figli adolescenti sta proprio nel mantenere un equilibrio adeguato all’età dei figli che permetta loro di sviluppare una progressiva autonomia senza il rischio che si sentano abbandonati a se stessi.

Al tempo delle scuole medie c’è anche un altro elemento fondamentale nelle determinazione dell’equilibrio affettivo di un ragazzo ed è il gruppo dei pari, degli amici, dei compagni di scuola o di giochi. L’inserimento sociale nel gruppo, a questa età, non è analogo a quello degli adulti che si incontrano in situazioni sociali come il lavoro ma ha una intrinseca e importante valenza affettiva. La trasmissione di valori e di codici di comportamento avviene spessissimo attraverso il gruppo dei pari. Qui va fatta una sottolineatura importante. Negli anni della scuola media quando si definisce l’orientamento della sessualità adulta, gli argomenti che riguardano la sessualità non sono quasi mai oggetto di confronto tra un ragazzo e i genitori e la trasmissione di valori e di modelli di comportamento avviene, su questi temi, in modo pressoché esclusivo attraverso il gruppo dei pari. In buona sostanza la prima sistematizzazione del sé come persona sessuata avviene quasi sempre nel gruppo dei pari.

Cerchiamo ora di applicare quanto detto al caso di un ragazzo di 11, 12 o 13 anni che comincia a percepire la propria omosessualità. Al di là di definizioni di qualunque genere, avverte che il modo che hanno i genitori di riferirsi alla sessualità è esclusivamente eterosessuale e che anzi quando i genitori parlano degli omosessuali lo fanno identificando l’omosessualità come una malattia se non proprio come una depravazione. Questo fatto mette un ragazzo giovanissimo in situazione di grave difficoltà, lo disorienta, gli fornisce una percezione distorta e colpevolizzata di sé, il ragazzo non solo si rende conto che non potrebbe parlare comunque con i genitori di quello che gli sta succedendo ma capisce che il giudizio dei genitori su quello che lui è realmente è negativo. Di qui la sensazione di solitudine, di isolamento più che di conflitto aperto, che si manifesta sempre più chiaramente col passare degli anni. Un discorso sostanzialmente analogo vale anche per il gruppo dei pari nei confronti del quale non ci può essere un inserimento sostanziale, dato il peso che la scoperta della sessualità ha a quell’età nel cementare il gruppo. Ne deriva anche qui una sensazione di isolamento e di solitudine. L’educazione sessuale formale o meglio gli elementi base della sessualità presentati dalla scuola sono per di più esclusivamente eterosessuali e questo non fa che complicare le cose. Ma non basta, perché il gruppo dei pari diventa spesso capace di comportamenti autenticamente aggressivi nei confronti dei ragazzi che non si allineano. Il bullismo è una forma pesantissima di violenza che trasforma il gruppo dei pari in autentico persecutore dei ragazzi omosessuali. Parlando su msn con tanti ragazzi gay ho potuto notare quanto il fenomeno del bullismo omofobo sia frequente e violento e quanti danni possa produrre.
In conclusione il rapporto con i genitori e il rapporto col gruppo dei pari, che sono per i ragazzi etero dei rapporti affettivi fondamentali e profondamente stabilizzanti, diventano per i ragazzi gay fonte di sconforto e di senso di solitudine. Devo sottolineare che i ragazzi gay considerano spessissimo il periodo della scuola media come quello peggiore e più traumatico della loro crescita.

Le conseguenze dell’isolamento dei ragazzi gay al tempo della scuola media sono notevoli, in primo luogo la tendenza alla socializzazione si riduce nettamente, i ragazzi si isolano e tendono a chiudersi in se stessi, ma esistono anche conseguenze legate specificamente alla sessualità. Moltissimi ragazzi gay arrivano all’uso della pornografia finalizzata alla masturbazione prima dei 14 anni e inevitabilmente i modelli forniti dalla pornografia diventano la base della loro educazione sessuale, una educazione sessuale in cui lo spazio per l’affettività diretta verso un altro ragazzo è praticamente inesistente.

In genere si registra un netto miglioramento della situazione con il passaggio alla scuola superiore in cui i fenomeni di bullismo tendono a sparire. Tra i 14 e i 15 anni cominciano a svilupparsi delle amicizie amorose, non sempre condivise ma vissute dai ragazzi gay con coinvolgimenti emotivi e affettivi molto forti, spesso queste amicizie sono delle vere e proprie forme di innamoramento in cui la sessualità ha un peso molto significativo. Il valore affettivo stabilizzante di queste amicizie amorose è notevole, almeno all’inizio, ma alla lunga la frustrazione può tornare a prevalere perché questi rapporti sono fortemente dissimmetrici. In questa fase si innesta, dopo la presa di coscienza e l’accettazione del proprio essere gay, l’idea del coming out ristretto ossia del dire ad uno i più amici fidati di essere gay. Il problema del coming out è l’espressione di una ricerca di stabilità affettiva all’interno di un gruppo di amici che sanno e che accettano e con i quali si può essere se stessi. Spesso il coming out diretto verso un amico speciale è nella sostanza una dichiarazione d’amore dalla quale ci si aspetta una risposta che però di norma non arriva nei termini attesi e questo comporta un ulteriore senso di frustrazione. Non è raro che dopo un coming out le cose non solo non migliorino ma si complichino addirittura. Resta tuttavia che l’investimento affettivo sulle amicizie, più o meno sessualizzate, da parte dei ragazzi gay è notevole, il rapporto con i genitori resta invece formale e comincia a venire alla luce il problema del coming out familiare. Nella grande maggioranza dei casi i ragazzi non arrivano al coming out familiare che resta un fenomeno minoritario e limitato a situazioni ambientali particolarmente favorevoli.

Con l’andare dell’età il problema del conflitto o della incomprensione da parte dei genitori viene percepito come meno urgente mentre nasce l’esigenza di crearsi un proprio mondo affettivo attraverso amicizie, questa volta con altri ragazzi gay. Tuttavia la ricerca di amici gay è spesso confusa dai ragazzi gay con la ricerca di un ragazzo, ossia di un partner di coppia. I modelli derivanti dalla pornografia e dal contesto gay visibile accentuano il significato della sessualità e tendono a svalutare la dimensione affettiva e qui interviene un altro elemento tipico di molti ragazzi gay e cioè la sessualizzazione dell’affettività. I due ambiti di amicizia e amore tendono a sovrapporsi e in particolare le esigenze affettive vengono vissute come esigenze sessuali, le amicizie più importanti tendono a sessualizzarsi e a trasformarsi in rapporti di coppia su una base apparentemente o debolmente sessuale. Molto spesso la forza e nello stesso tempo la debolezza e, direi, soprattutto la fluidità dei rapporti tra gay è dovuta proprio a questa sessualizzazione dell’affettività. Un rapporto tra due ragazzi gay parte come un rapporto basato sulla sessualità ma col passare del tempo, in genere in termini brevi, la spinta sessuale in senso stretto si esaurisce e subentra una relazione affettiva forte di tipo amichevole che però talvolta mantiene significati e sbocchi anche sessuali, ma in cui la sessualità non è avvertita come l’elemento primario. In qualche caso i rapporti costruiti su queste basi si sciolgono proprio per il venire meno dello spinta specificamente sessuale ma in genere si mantengono perché sono una risposta concreta ad un bisogno affettivo profondo. I due ragazzi parlano chiaro tra loro, non si giurano amore eterno, sono consapevoli che il loro rapporto potrà venire meno, almeno sul piano sessuale, se uno di loro troverà delle alternative veramente convincenti ma sono anche consapevoli che il rapporto affettivo tra loro “probabilmente” non verrà meno. I ragazzi che vivono rapporti di coppia con sessualizzazione dell’affettività stanno bene insieme, si sentono profondamente a disagio quando in nome di una esclusività sessuale che capiscono di non poter garantire a priori, tentano di allontanarsi l’uno dell’altro, stimano umanamente il loro compagno, gli voglio bene in modo profondo anche se con l’andare del tempo si accorgono di non esserne più o di non esserne mai stati sessualmente innamorarti di lui. Questi rapporti tra ragazzi gay sono di fatto molto più frequenti e molto più stabili di quanto si crede, proprio perché hanno alla base esigenze affettive profonde.

Va detto che la sessualizzazione dell’affettività realizza nella sostanza l’effetto stabilizzante che è tipico delle relazioni affettive anche se lascia una almeno parziale insoddisfazione sul piano sessuale. Perché possa realizzarsi comunque una forma di sessualizzazione dell’affettività in un rapporto tra due ragazzi, tra di loro deve comunque esserci una compatibilità e un’intesa anche sessuale, in caso contrario la cosa non partirebbe neppure. Il grado di compatibilità e di interesse sessuale reciproco può essere molto vario, se è tale che l’esclusività sessuale di coppia è di fatto vissuta come una garanzia e non come un limite, allora il rapporto nasce su ottime basi e non si tratta più di una sessualizzazione dell’affettività in cui la sessualità è marginale e comunque non del tutto soddisfacente ma di un vero rapporto d’amore che coniuga un’attrazione sessuale reciproca e forte con una dimensione affettiva profonda, in pratica il sogno di qualunque ragazzo gay. In questo caso non si può neppure parlare di sessualizzazione dell’affettività ma si dovrebbe parlare di fusione originaria di sessualità e affettività.

La sessualizzazione dei rapporti affettivi è un meccanismo che agisce tra ragazzi che hanno comunque costruito un rapporto di amicizia così importante da potersi trasformare in un rapporto di coppia, eventualità che però non è sempre realizzata. Capita spesso che, nonostante ripetuti tentativi di creare rapporti affettivi con altri ragazzi gay, non si riseca effettivamente ad istaurare rapporti veramente profondi e, con l’andare del tempo la situazione può divenire decisamente frustrante. In genere chi vive queste frustrazioni è solito attribuirle alla mancanza di un ragazzo, ossia al non vivere una relazione di coppia ma in realtà la mancanza di una relazione di coppia difficilmente produce sensazioni di frustrazione profonda in ragazzi che hanno una vita affettiva gratificante, cioè in ragazzi la cui vita è stabilizzata dalla presenza di rapporti affettivi importanti sia in famiglia che con gli amici. In queste situazioni l’assenza di un compagno è compensata da altre gratificazioni. Quando invece la vita affettiva è molto impoverita, quando le amicizie di fatto fono solo formali, i ragazzi sono particolarmente predisposti a percepire il senso della solitudine che sconfina in qualche caso in forme al limite della depressione. In situazioni ci carenza effettiva si instaura spesso il tentativo di costruire deliberatamente un rapporto di coppia per sfuggire alla solitudine, ma in situazioni del genere il tentativo difficilmente si trasforma in una relazione stabile perché alla base manca una dimensione affettiva di amicizia vera, cioè di affettività vera che possa permettere di vivere almeno parzialmente una dimensione sessuale. In pratica si identifica il problema nella difficoltà di realizzare una vita di coppia e si tralascia il sostrato affettivo. In queste situazioni più che cercare un partner di coppia bisognerebbe cercare di crearsi un mondo di vere amicizie gay e non solo. La stabilizzazione derivante da una vita affettiva gratificante consente di vivere anche una sessualità serena.

Vorrei adesso dedicare una riflessione a comprendere perché tanti ragazzi, ma anche tante persone che non sono più né ventenni di trentenni, apprezzano Progetto Gay. La prima spinta che porta le persone ai siti di Progetto Gay tramite i motori di ricerca e legata al cercare di capire come gli altri vivono l’essere gay, ma se la motivazione fosse effettivamente solo informativa l’interesse verrebbe meno in periodi relativamente brevi. In realtà, pur rimanendo il contatto personale diretto un elemento importantissimo dei rapporti affettivi, la rete può offrire delle possibilità reali di creare rapporti sensati e addirittura profondi con altri ragazzi certamente gay, cosa che nella vita reale non è affatto facile, Progetto Gay è in buona sostanza un centro di aggregazione, una piazza mediatica in cui ci si incontra e ci si conosce. Un forum e una chat non appartengono a una dimensione virtuale, non sono film, ma mezzi di comunicazione tra persone reali e per questa via è possibile costruire rapporti affettivi autentici con altre persone. In sostanza il Progetto favorisce la creazione di rapporti affettivi e riduce di molto il senso di solitudine che tanti gay oggi ancora provano e che per i gay della mia generazione era una specie di destino ineluttabile. Barbara ha avviato sul forum una discussione sulla progettogaymania ipotizzando scherzosamente che il Progetto possa creare delle vere e proprie dipendenze. Io invito tutte le persone che frequentano il forum e la chat e pensare come si sentirebbero se per qualsiasi ragione Progetto Gay sparisse definitivamente dalla rete da un girono all’altro. Francamente penso che se ne sentirebbe la mancanza proprio perché alla fine scrivere sul forum e chiacchierare con degli amici gay seri in chat non è una cosa neutra come leggere un’enciclopedia ma ha realmente un valore affettivo.
__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

giovedì 6 gennaio 2011

RAGAZZI CHE NON SI MASTURBANO

[Premessa: tutti i brani di e-mail pubblicati in questo post sono stati pubblicati su esplicita autorizzazione dei rispettivi mittenti, che ringrazio sentitamente.]

Questo post è dedicato a quei ragazzi che per varie ragioni non hanno mai vissuto l’esperienza della masturbazione. Mi accade talvolta di parlare in chat con ragazzi che non hanno alcuna esperienza della sessualità fisica volontaria ma conoscono le manifestazioni fisiologiche della sessualità esclusivamente attraverso le polluzioni notturne vissute tra l’altro come qualcosa di sconveniente e di sporco. Questi ragazzi manifestano a livello personale una sostanziale indifferenza di fonte alla sessualità fisica e sono indotti a considerarla espressione di un vizio o di un mancato controllo su se stessi. Per questi ragazzi anche la distinzione tra eterosessualità e omosessualità, in effetti, è assai poco significativa proprio perché a monte manca una percezione realistica della sessualità. Va sottolineato che spesso non si tratta di ragazzi giovanissimi ma propriamente di giovani adulti tra i 20 e i 30 anni che sembrano a prima vista del tutto refrattari agli stimoli sessuali che i loro coetanei ritengono fondamentali. Chiaramente quando questi ragazzi provano a costruire rapporti con altri ragazzi o con ragazze, la loro concezione solo teorica e tendenzialmente negativa della sessualità li fa apparire strani agli occhi degli altri, sono definiti come sognatori lontani dalla realtà, romantici o meno garbatamente come persone fuori dal mondo. Chiaramente l’impossibilità di un dialogo reale su contenuti relativi alla vita sessuale colloca questi ragazzi in una condizione di isolamento e di marginalità. La loro affettività senza riscontri sessuali può essere adatta ad una vita di relazione formale ma impedisce loro di stabilire contati in cui affettività e sessualità siano entrambe presenti in modo essenziale. In genere questi ragazzi non provano imbarazzo a parlare di contenuti sessuali proprio perché per loro si tratta di argomenti del tutto teorici. Alla impossibilità sostanziale di vivere la sessualità fisica in prima persona si associa una dimensione affettiva molto forte, fatta di tenerezza, di richieste di attenzione e di ricerca di presenze affettuose importanti. La masturbazione è considerata molto negativamente in termini di vizio e lo stesso vale per la sessualità di coppia in tutte le sue forme. Manca in sostanza, almeno in apparenza, qualsiasi desiderio sessuale.

Si impone qui una riflessione su un momento fondamentale dell’adolescenza che è la scoperta della masturbazione. Troppo spesso si banalizza il ruolo della masturbazione considerandola una specie di gioco erotico fine a se stesso, in realtà non si tratta affatto di un’esperienza banale ma della scoperta di una sessualità fisica voluta in rapporto ad un insieme di fantasie sessuali. L’associazione psichica tra sessualità fisica e fantasie sessuali avviene proprio attraverso la masturbazione. La sessualità si struttura non come fenomeno puramente fisiologico ma come fenomeno complesso psico-fisiologico, in cui anche al solo sorgere di una fantasia sessuale segue una reazione fisiologica. La dimensione del piacere sessuale, sperimentata attraverso la masturbazione, dà all’erezione e all’orgasmo una valenza psichica molto forte proprio perché congiunge queste cose con una fantasia proiettiva indirizzata verso altre persone. La fantasie masturbatorie sono in genere tanto fondamentali ed indipendenti dai condizionamenti sociali che, al di là dei comportamenti di coppia, si considera gay un ragazzo che si masturba costantemente con fantasie su altri ragazzi. La masturbazione crea e consolida i cosiddetti archetipi sessuali ossia fissa i tipi fisici dei ragazzi o della ragazze e delle situazioni che per un ragazzo potranno essere fortemente coinvolgenti a livello sessuale nella vita adulta. Non ci si innamora di qualsiasi ragazzo o di qualsiasi ragazza ma solo di quelli che corrispondono significativamente ai nostri archetipi e per di più alcune situazioni che sono sessualmente coinvolgenti per alcuni non lo sono per altri proprio perché non corrispondono ai loro archetipi. Anni fa, quando per i ragazzi era difficilissimo accedere ad informazioni sulla sessualità e la masturbazione era un tabù di cui non si parlava mai, la scoperta della masturbazione avveniva in modo autonomo e casuale nella grande maggioranza dei casi, oggi, con la caduta di molti tabù sessuali e con la diffusione della pornografia anche tra i ragazzi più giovani, la scoperta della masturbazione è molto spesso il risultato di una sperimentazione per imitazione indotta dall’esterno. Resta il fatto che la masturbazione ha certamente un ruolo fondamentale nella strutturazione della sessualità adulta. Aggiungo che, contrariamente a quello che si dice,  la masturbazione non è una realtà esclusivamente o prevalentemente adolescenziale ma accompagna una persona per tutta la vita e per di più convive normalmente con la sessualità di coppia, anzi molte patologie dei rapporti di coppia sono rese evidenti proprio dal fatto che uno dei due partner si masturba con fantasie esterne alla coppia o, se la coppia è etero, anche con fantasie omosessuali. Quando viene a mancare la masturbazione la percezione della sessualità è spesso alterata e riduttiva e questo fatto provoca conseguenze non indifferenti.

Che cosa può impedire ad un ragazzo di arrivare alla scoperta della masturbazione? Le risposte possibili a questa domanda sono sostanzialmente due: in primo luogo gli impedimenti fisici, come l’ipersensibilità del glande, che rende la manipolazione del pene particolarmente dolorosa e quindi scoraggia o impedisce del tutto sul nascere qualunque forma di esplorazione sessuale, in secondo luogo le barriere di carattere psicologico fortemente interiorizzate. Va tenuto ben presente che in genere alcuni impedimenti di tipo fisico tendono ad essere meno limitanti con l’andare degli anni perché, ad esempio, l’ipersensibilità del glande diminuisce in genere con l’età e questo comporta che alcuni ragazzi possano arrivare tardivamente alla scoperta della masturbazione. Aggiungo che siccome in genere l’ipersensibilità del glande tende a ridursi molto gradualmente, in questi casi la scoperta della masturbazione non è del tutto senza problemi perché la masturbazione può provocare comunque dolore o richiedere tecniche che evitino lo sfregamento del glande. In genere le prime impressioni che i ragazzi provano dalla nuova esperienza non sono del tutto gradevoli e per di più la masturbazione è considerata un fatto esclusivamente fisico del tutto indipendente da coinvolgimenti affettivi proprio perché mancano a monte le esperienze dell’innamoramento vissuto sessualmente attraverso la masturbazione, che sono l’elemento fondamentale dell’adolescenza. In pratica durante l’adolescenza i ragazzi imparano ad associare sessualità ed affettività tramite la masturbazione collegata all’innamoramento, la cosiddetta masturbazione affettiva. Per ragazzi ormai oltre i 20 anni che non abbiano vissuto le esperienze tipiche dell’adolescenza, l’associazione tra affettività e sessualità non è automatica ma si presenta come un qualcosa di assolutamente non scontato. Si suol dire che la scoperta tardiva della masturbazione porta ad una adolescenza ritardata, ossia a vivere le esperienze di associazione di masturbazione e affettività in un’età ormai adulta. Si tratta di momenti delicati dell’evoluzione affettiva e sessuale di un ragazzo ma qualora non subentrino forme di rifiuto della sessualità, la cosiddetta adolescenza ritardata si risolve in tempo di 12/18 mesi in cui ad un progressivo aumento della frequenza della masturbazione corrispondono le prime associazioni tra fantasie sessuali e masturbazione. Per un po’ di tempo affettività e sessualità sembreranno ancora realtà separate ma con lo scorrere dei mesi si integrano sempre di più e alla fine si giunge alla piena integrazione delle due sfere e al superamento dell’adolescenza ritardata in una sessualità tipicamente adulta, ossia su base affettiva. Diversa, direi, e più complessa è la situazione e dei ragazzi che non hanno impedimenti fisici alla masturbazione ma che non l’hanno mai praticata per altre ragioni. Sottolineo che non intendo parlare dei ragazzi che hanno praticano la masturbazione ma che la reprimono ma proprio dei ragazzi che non l’hanno mai praticata. Mettiamo per ora da parte le situazioni in cui possono esserci problemi di tipo fisico non meccanico (come nel caso dell’ipersensibilità del glande) ma ormonale e fermiamoci a considerare ragazzi i che hanno avuto uno sviluppo sessuale normale, ossia che hanno delle polluzioni notturne periodiche, segno di un normale funzionamento fisiologico dell’apparato genitale e fermiamoci sulle situazioni in cui la mancata scoperta dalla masturbazione ha motivazioni di tipo psicologico o ambientale. In queste situazioni non è facile aspettarsi che gli impedimenti vengano meno da sé. Alcune cose vanno tenute presenti: questi ragazzi vivono una situazione di disagio e tendono a chiudersi sempre di più. Il rifiuto della sessualità fisica viene inteso quasi come una caratteristica personale ed un valore morale al quale non si deve rinunciare ma d’altra parte questi ragazzi vivono una forma di sensibilità affettiva molto forte, sostitutiva della sessualità.
È  proprio da questo ultimo elemento, letto in una dimensione consapevole, che può cominciare la scoperta della sessualità fisica in età adulta. In realtà questi ragazzi avrebbero bisogno di un approccio alla sessualità molto graduale a partire dalla loro forte dimensione affettiva, cosa certamente non facile da ottenere. Quando questi ragazzi si fanno coraggio e si avvicinano a un ragazzo o a una ragazza si trovano di fonte a tutto un insieme di attese e di comportamenti che per loro sono incomprensibili e addirittura moralmente negativi proprio perché in quei comportamenti leggono una finalità sessuale della quale non capiscono il senso e la portata. Riporto qui un brano di una mail in cui un ragazzo espone la situazione:

“C’era un ragazzo che mi sembrava uno come si deve, uno che non faceva solo battute a doppio senso, ho provato a parlarci, ma alla fine mi sono accorto che era come tutti gli altri, per lui essermi amico significava parlarmi della sua ragazza e voleva che io gli parlassi sella mia, che non ho mai avuto, io non sapevo che dire e lui era perplesso, gli ho chiesto perché dava tutta questa importanza al sesso e lui mi ha detto che era ovvio, io gli ho detto che per me non era affatto ovvio, allora mi ha chiesto se mi piacevano le ragazze e ho detto che mi piacevano ma come amiche e mi ha detto che allora ero gay ma che la cosa non lo sconvolgeva proprio, ma gli ho detto che non ho mai avuto fantasie sessuali gay e che stare con un ragazzo mi piace ma come amico, come stavo con lui, allora ha cominciato a guardami strano e poi mi ha chiesto a chi penso quando mi masturbo ma gli ho detto che non lo faccio e che non capisco che cosa la gente ci trova, e lui è rimasto allibito. Poi con questo ragazzo è finito tutto, evidentemente si è spaventato ma non ho capito perché.”

In un altro brano lo stesso ragazzo così racconta i suoi primi contatti con una ragazza:

“Ho provato anche con una ragazza, stavo bene con lei, le raccontavo tante cose e lei a me, tutto su msn, abbiamo parlato tanto, era affettuosa molto dolce, a un certo punto mi ha chiesto una foto ma io non gliel’ho mandata e ci deve essere rimasta male però mi ha detto che facevo bene. Abbiamo parlato tanto, mi diceva che non ero come gli altri ragazzi, che ero dolce, che con me stava bene e che avrebbe voluto stare con me tutto il tempo possibile. A un certo punto, ma dopo molto tempo, le ho chiesto se voleva incontrarmi ed è stata felice, io pensavo di aver trovato un’amica vera come la desideravo io. Ci siamo visti, abbiamo parlato, poi in macchina lei mi ha preso per mano, era una bella cosa, mi piaceva, poi ci siamo baciati, all’inizio mi piaceva, era una cosa dolce ma poi non mi è piaciuta più, sembrava una recita un po’ come quello che si vede nei film, le ho detto che così non mi sentivo a mio agio e lei ha detto “Perché? Che ho fatto?” Le ho risposto che non ero sessualmente interessato a lei perché a me le ragazze che ci provano non interessano. Si è messa a piangere, è scesa dalla macchina e se n’è andata, ha bloccato il mio contatto su msn e non ci siamo sentiti più.”

Questi esempi danno un’idea delle difficoltà che questi ragazzi incontrano. I ragazzi o le ragazze che si rapportano con loro danno per scontato che la loro visione della sessualità sia quella comune ma si tratta di una presunzione sbagliata. Ci sarebbe bisogno di un approccio molto più morbido in cui la dimensione sessuale possa essere messa da parte per lunghi periodi in modo da non apparire mai aggressiva. Riporto qui di seguito un brano di una mail di un ragazzo che ha scoperto la masturbazione a 23 anni e col quale ho avuto occasione di parlare assai spesso. Quel ragazzo erra arrivato a Progetto Gay nella presunzione che il suo scarso interesse per le ragazze potesse derivare da una qualche forma di omosessualità. Nella realtà si trattava di un ragazzo che non aveva mai vissuto l’esperienza della masturbazione a causa di una educazione rigidissima fortemente interiorizzata. Dopo alcuni tentativi, analoghi a quelli riportati negli esempi precedenti, ha conosciuto una ragazza che si è realmente innamorata di lui, si è convinto, dopo molte esitazioni, a parlare chiaro con quella ragazza, temeva di ottenere l’ennesimo rifiuto ma così non è stato. Il rapporto, del tutto non aggressivo, con la ragazza è andato avanti per mesi in una dimensione esclusivamente affettiva ma estremamente seria. Il ragazzo ha perso il lavoro e la ragazza lo ha sempre sostenuto. Dopo circa un anno e mezzo le cose sono cambiate, la ragazza pur rimanendo con lui ha dovuto allontanarsi per motivi di lavoro. Si vedevano solo il sabato e la domenica. Riporto qui di seguito un brano della mail in cui il ragazzo mi comunicava di avere superato il problema e di avere cominciato a capire il senso della masturbazione e della sessualità.

“Ciao Pro, mi sa che ci sono arrivato, penso proprio di sì. Insomma stanotte me la sono sognata, una cosa tenera, dolce, bella, mi mancava da matti, ma era un sogno bellissimo, è la prima volta che faccio un sogno sessuale, non ti credere chissà che cosa, carezze, baci, cose così ma il fatto sta che sono venuto durante il sogno ed è stato bellissimo. È la prima volta che una polluzione mi sembra una cosa bella. Vabbe’, sarebbe già molto ma non finita qui, il resto te lo immagini, ci sono riuscito! Mi sembra ancora una cosa un po’ strana però non è per niente repellete, in fondo è vero che è un modo di amare una persona! Pro, non immagini come mi sento felice! Le ho mandato un sms e gliel’ho detto e mi ha risposto che si sente più felice di me. Che dici, durerà? Spero proprio di sì. Onestamente mi sento un po’ strano. Pro, potrei pure avere una famiglia, forse corro troppo, mi sa che dovrò capire un sacco di cose, mi sento veramente come un ragazzino che scopre un mondo nuovo!”

Purtroppo situazioni analoghe a quella appena descritta non sono comuni. In sostanza la sessualità in queste situazioni deve essere veicolata attraverso una dimensione affettiva profonda. È comunque evidente che quando un ragazzo che vive queste situazioni non si fa vincere dallo scoraggiamento e accetta il rischio di dire la verità le possibilità aumentano notevolmente. Farsi vincere dalla paura porta alla chiusura in sé ed al rifiuto delle esperienze affettive profonde, superare la paura è fondamentale.
__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: