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domenica 23 aprile 2017

LA VITA GAY STA CAMBIANDO

Caro Project,
sono molto contento di aver parlato con te ieri sera. Ho trovato conferma al fatto che la situazione dei gay sta oggettivamente cambiando e che l’idea di omosessualità come normalità sta piano piano facendo breccia. Ho pensato di riassumere in un breve scritto la mia esperienza in proposito, che poi penso non sia affatto una cosa rara.
Dopo la laurea triennale, conseguita in una università del profondo Sud, ho cambiato università per frequentare i corsi della specialistica in una del profondo Nord. Nella nuova università ho trovato una didattica e una ricerca di tipo medio, realmente mi aspettavo qualcosa di meglio, quello che invece mi ha letteralmente sconvolto è stato il livello di normalità della vita dei ragazzi gay all’interno della facoltà, qualcosa di veramente inconcepibile per una università meridionale. Qui dove sono adesso l’essere gay non è più un tabu, i ragazzi non si nascondono, o almeno ce ne sono parecchi che non si nascondono e non sono solo i difensori estremi del movimento gay, qui non si nascondono neppure i ragazzi “gay normali” (sembra una strana associazione di parole). Io ero ben determinato a salvaguardare la mia privacy, ma poi, senza bisogno di ammettere o di dichiarare nulla, si è creato un gruppetto di ragazzi (almeno una decina) che si trovavano comunque reciprocamente simpatici e si capivano ad un altro livello. Dopo circa sei mesi ho avuto la prova provata che i ragazzi del gruppo erano tutti gay e qui, caro Project, devo dire che si andava ben oltre il fatidico 8% che tu consideri la proporzione dei gay sul totale della popolazione. Il nostro corso di laurea era frequentato da 51 ragazzi, e più o meno da una ventina di ragazze, su 51 ragazzi 11 sono gay! Più del 20%. E che siano gay ne sono certo perché me lo hanno detto loro. Mi chiedo come siano possibili queste concentrazioni anomale di gay in uno specifico corso di laurea, che è di orientamento nettamente tecnico-scientifico. Non potrebbe forse trovarsi la spiegazione nel fatto che i gay sono ben più dell’8% e che il loro numero è ampiamente sottostimato proprio in ragione del fatto che, salvo che in ambienti molto gay friendly, i ragazzi gay non escono allo scoperto? Mi chiedo se, in altri contesti ugualmente gay friendly, non si trovino percentuali vicine al 20%, cioè sostanzialmente identiche a quelle della mia facoltà.
Ma c’è anche un’altra cosa da rilevare: il dialogo tra gay diventa sempre più libero e spontaneo. Il peso delle chat erotiche e dei siti di incontri, almeno ai livelli culturali più alti, tende a diminuire, lentamente, è vero, ma progressivamente. Per tanti ragazzi etero, il fatto che un amico sia gay non scalfisce minimamente il rapporto di amicizia, ma non solo, nell’ambiente sociale circostante non ci sono pettegolezzi che abbiano ad oggetto l’omosessualità, qui almeno, l’argomento omosessualità è percepito come assolutamente neutro. Gli stessi gay hanno il piacere di stare insieme ma non si rinchiudono in un ghetto. Il loro stare insieme deriva dal loro condividere esperienze e sentimenti in qualche modo omogenei e non è finalizzato al sesso. Le amicizie tra gay durano nel tempo. Le coppie gay durano nel tempo. La rottura di un rapporto di coppia gay non fa venire meno il rapporto di stima e di amicizia, la solidarietà di base si percepisce molto forte. Noto anche un’altra cosa, all’interno del gruppo gay del nostro carso di laurea, i ragazzi parlano pochissimo di sesso e non per imbarazzo o per auto-repressione ma perché ritengono la sessualità una dimensione privata da preservare, però, se non si parla di sesso, si parla comunque d’amore e se ne parla usando categorie tipiche della vita affettiva e dei rapporti di coppia. Oggi un ragazzo gay, almeno nella mia facoltà, non si sente in imbarazzo quando parla di amore gay. Ho conosciuto diverse coppie, ed erano coppie che, almeno all’origine, nascevano come coppie destinate a durare. I rapporti col mondo etero, qui, almeno, non sono mai in termini di contrapposizione e le amicizie serie tra un ragazzo gay e uno etero non sono affatto una rarità, e parlo di amicizie in cui il ragazzo etero è consapevole che il suo amico è gay. Anche i rapporti con le ragazze sono molto tranquilli e, addirittura, accade spesso che una ragazza non si faccia alcun problema se il suo ragazzo frequenta un amico gay. Ho l’impressione che la persona venga valutata in quanto tale, e senza alcun riferimento a categorie generali tipo etero, gay o bisex. Anche un’altra cosa mi ha colpito moltissimo, qui quasi la metà dei ragazzi gay del mio gruppo 5 su 11 hanno fatto coming out coi genitori e, cosa ancora più sorprendente, non hanno trovato ostacoli da parte dei genitori. Nel mio paese d’origine i gay sono del tutto invisibili e il coming out in famiglia è una assoluta rarità. In queste cose il Nord è effettivamente ad un altro livello. Qui essere gay per moltissimi ragazzi non è un problema. Vivendo al Sud non mi ero affatto reso conto di quanto la situazione dei gay fosse diversa da zona a zona dell’Italia e non immaginavo neppure che ci potessero essere situazioni così favorevoli per i gay. Qui i locali gay sono pochissimi, cosa che non immaginavo, non c’è una sottocultura gay separata, però tra le persone anziane c’è ancora la tendenza apparente a ghettizzare i gay come gruppo, dico apparente perché i discorsi strani li fanno solo in rare occasioni, quando si sentono più o meno costretti a farli, cioè quando c’è un’aspettativa sociale in quel senso, ma anche i nonni che fanno i discorsi di maggior chiusura rispetto ai gay, alle fine hanno un nipote gay e lo trattano benissimo, ma in pubblico la recita un po’ omofobica è difficile evitarla. Tra i ragazzi del mio gruppo (gli undici ragazzi gay del mio corso) non ne ho trovato nemmeno uno oggettivamente preoccupato o angosciato del fatto di essere gay, ma per la verità non ne ho trovato nemmeno uno gasato dal fatto di essere gay, sono tutti ragazzi assolutamente tranquilli e la vivono in modo naturalissimo. Uno di questi ragazzi, quando ancora non sapevo che era gay, mi aveva mandato una mail che penso sia molto interessante. Te la riporto integralmente col suo permesso:
Ciao A.,
stamani mi ha fatto veramente piacere parlare con te, ci avrei giurato che eri un ragazzo intelligente, oltre che un fenomeno nello studio. Si dice tanto delle università del sud ma, a vedere te, non devono essere niente male, tu hai un’importazione molto teorica e scientifica, noi siamo molto più ingegneri maneggioni, tu tendi a spaccare il capello e a costruire modelli matematici precisi, noi linearizziamo tutto, e al massimo facciamo delle prove di laboratorio. Io, Andrea (detto il Ministro) e Marco (detto 1 Secco) abbiamo cominciato a studiare insieme e ci troviamo molto bene. Se la cosa per te va bene si potrebbe anche studiare in quattro invece che in tre, loro sono d’accordo. Noi siamo tutti e tre gay, ma non abbiamo pregiudizi verso gli etero intelligenti.
Fammi sapere.
Fabio (Genio Mancato)
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lunedì 9 novembre 2015

GAY IN FUGA DAL MATRIMONIO ETERO

Ciao Project, ti scrivo con molta ansia addosso, non per te ma perché devo uscire il più presto possibile da una situazione che mi sta facendo a pezzi. Ho trentadue anni, sono fidanzato a casa con una ragazza e ormai tutti mi stanno mettendo alle strette perché io mi decida a sposarla. Ho letto su “Essere Gay” dei gay sposati e più ci penso più mi viene il terrore di essere costretto a fare una cosa che non voglio fare. Vivo in un paesetto di una provincia veneta, in un mondo in cui tutto è dato per scontato, in cui il matrimonio è un dovere inderogabile e l’omosessualità è considerata come la peggiore disgrazia. Qui tutti si fanno gli affari degli altri, perché tutti, e specialmente le donne, non fanno nulla dalla mattina alla sera e quindi non fanno che spettegolare. Io non ho dubbi sul mio essere gay, con la mia ragazza ho avuto anche (raramente, molto raramente) dei rapporti sessuali, nei quali una sola volta sono arrivato fino in fondo ma erano cose che riuscivo a fare solo per non deludere la mia ragazza e forzandomi molto. L’unica volta che abbiamo fatto sesso completo (ovviamente col preservativo, perché l’eventualità di figli non voluti mi avrebbe incastrato in via definitiva) ho provato proprio un profondo senso si repulsione e di nausea (e lei non se n’è nemmeno accorta), ma poi nonostante le insistenze della mia ragazza non l’ho voluto rifare più per nessuna ragione e ho rinviato tutto a dopo il matrimonio. Adesso io ho 32 anni e lei 29, sento il fiato sul collo sia della mia famiglia che della sua, che non fanno che insistere perché si fissi la data del matrimonio. Qui in paese io e la mia ragazza usciamo sempre in coppia da anni e la gente dà per scontato che sposeremo prestissimo, lei poi è cattolicissima, in tutto e per tutto dipendente da quello che le dice il parroco che la ha detto che deve affrettare i tempi per evitare il rischio di altri rapporti prematrimoniali! Loro si preoccupano di questo, ma io sono proprio al limite. A casa mia la parola gay è considerata una parolaccia da sempre. I miei sono persone istruite ma del tutto ignoranti su queste cose e anche loro sono profondamente cattolici. Io non vado con loro a messa ormai da dieci anni e loro pensano che io non vada più in chiesa perché faccio sesso con la mia ragazza e non ci voglio rinunciare. Dire ai miei che sono gay sarebbe terribile per loro e soprattutto per me, perché io ancora non ho trovato un lavoro stabile e, al bisogno, non me ne potrei comunque andare di casa. Ma come potrei pensare di rimanere in casa coi miei se sapessero che sono gay? Loro non solo non sospettano nulla ma pensano che io sia uno che con la sua ragazza ne combina di cotte e di crude e anche per questo mi consigliano sposarmi presto, perché così, secondo loro, mi metterei a posto anche la coscienza. C’è anche un altro problema: il mio futuro suocero (mai sia!) ha una piccola industria e ha un sacco di soldi, mentre i miei di quattrini ne hanno pochini e mio suocero si è offerto di prendermi a lavorare nella sua azienda, naturalmente “dopo il matrimonio” che quindi avrebbe anche un ritorno economico notevole, solo che così io sarei legato mani e piedi a una situazione assurda. La mia ragazza ha fatto sesso solo con me e quando l’abbiamo fatto, prima si è sentita in paradiso per una cosa che per me era del tutto forzata e contro natura (ma non se ne è nemmeno accorta!) e poi si è fatta prendere dallo sconforto religioso e si è andata a confessare, e lì sono cominciate le insistenze del parroco. Capisci in che mondo vivo, Project? Tu mi dirai che in questa situazione non mi ci dovevo cacciare e che in fondo non faccio che pagare la mai stupidità, ma con lei abbiamo cominciato quando io avevo 17 anni e lei 14, era tutto un gioco, a me serviva per mettere da parte l’omosessualità, che c’era anche allora, e per darmi arie da ragazzo grande. Che devo fare, Project? Ho veramente paura di non riuscire a venirne fuori, qualsiasi cosa io faccia mi rovino la vita: sposarla, no, proprio non me la sento, io ho sempre desiderato ragazzi e non ragazze, ci sono dei ragazzi ai quali ho pensato come un ossesso, cosa che per lei non è masi successa nemmeno a livello minimo, ma come faccio a rompere il fidanzamento al punto in cui siamo? Non posso dire: “Scusate, non me la sento perché sono gay!” Sento già il comento di mia madre: “Prima te la sei spassata con quella povera ragazza e adesso pensi di potertene uscire fuori in questo modo?” Perché se dicessi che sono gay non ci crederebbe nessuno, proprio nessuno, la considererebbero come una scusa di pessimo gusto, perché non mi hanno mai visto correre dietro ai ragazzi e su di me non ci sono mai state chiacchiere del tipo di quelle che girano su altri ragazzi del paese. Io ho proprio il marchio DOCG dell’etero e questa etichetta non me la schioda nessuno. Ho pensato ad altre vie d’uscita e mi sembra che ce ne possa essere solo una praticabile e cioè quella dell’infertilità, potrei dire che da controlli fatti non posso avere figli, con una motivazione del genere forse potrei riuscire a cavarmene fuori, ma in primo luogo sarebbe un falso e poi c’è il rischio molto concreto che vogliano portarmi per forza a vedere “che cosa si può fare” e lì verrebbe fuori tutto l’inghippo, però potrei rifiutarmi e dire che la cosa è chiara e che non mi sposerò comunque (perché non mi sposerò certamente), che non l’ho detto alla mia ragazza perché non ne avevo ancora la sicurezza… lo so che è un imbroglio, ma io voglio uscire da questa storia il più presto possibile e ne voglio uscire senza danni, perché non sono in condizioni di potermi allontanare dal paese. Che ne dici, Project? Io non mi sentirei in colpa per una cosa del genere, in fondo non è un vero imbroglio ma un modo per concludere in modo accettabile una cosa che non doveva nemmeno cominciare. Certo avrei problemi con i miei, dovrei dare spiegazioni anche a loro, vorrebbero sapere almeno perché ho fatto i controlli della fertilità, perché ho avuto dei dubbi su questa cosa, però penso che riuscirei a zittirli. Mi sono studiato bene le problematiche tipiche dell’infertilità maschile, ne so quasi quanto un dottore e ho letto decine di referti come quello che potrei dire di avere ricevuto io. In fondo, per riservatezza potrei non mostrare niente a nessuno, o, al massimo, potrei scrivere un falso referto di un istituto inesistente … lo so che in un certo senso è un imbroglio ma io non ho scampo e non mi voglio assolutamente sposare, è proprio un’idea che mi fa venire il rigetto, come faccio a fare sesso (e da sposato lo dovrei fare addirittura senza preservativo, cosa che mi sembra assolutamente repellente) con questa ragazza e a “doverlo” fare per tutta la vita? Sarebbe una tortura indicibile e poi con mia moglie non avrei nessuna possibilità di parlare chiaro, sarebbe un imbroglio (quello sì che sarebbe un imbroglio vero!) che dura tutta la vita. Rovinerei la mia vita ma rovinerei anche la sua e questo non deve proprio succedere. Project, tu hai un’altra soluzione praticabile e non distruttiva? Se ce l’hai, per carità, dimmela e dimmela subito, perché io devo arrivare a prendere una decisione e in tempi molto rapidi, o meglio, io la mia decisione l’ho già presa e mi serve solo un po’ di incoraggiamento perché non ci sono alternative e non si può più andare avanti così. Mi sento molto meschino nel pensare a tutti questi raggiri, mentre sarebbe più dignitoso dire semplicemente la verità ma credo che l’infertilità sia una cosa meno traumatica e più accettabile per entrambe le parti. Una ragazza lasciata dal fidanzato che “dice” di essere gay può starci veramente malissimo, può sentirsi una stupida, ingannata e presa in giro in modo pesante da uno che, appunto, “dice” di essere gay per scaricarla ma che aveva anche fatto l’amore con lei e quindi ai suoi occhi non sarà mai gay, mentre se è stata lasciata per motivi di infertilità può accettarlo più facilmente e senza covare sentimenti di odio. Sono ragionamenti meschini che servono solo a salvare la faccia? Non lo so, Project, adesso aspetto solo con ansia la tua risposta.
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venerdì 30 ottobre 2015

SIAMO O NON SIAMO UNA COPPIA GAY?

“Bello? Sì, oggettivamente è bello… e io no. È sexy? Sì, eccome… e io… lasciamo perdere. E allora che dovrei fare? Mi dovrei fare avanti sperando che si accorga che mi sono innamorato di lui? A parte che non so nemmeno se è gay, e ci credo poco, ma pure se lo fosse, uno come quello se capisce che mi sono innamorato di lui si fa etero subito! E poi dove mi vado a nascondere? E se non è gay è proprio da sparire sotto il tappeto. Però è bello, non è un merito ma attira, attira eccome, e io mi ci fisso, come un cretino. Mi devo mettere in mente che non è cosa per me, io lo posso guardare da lontano, e basta, però non è giusto. Quella stupida di Marcella mi ha detto che ho il complesso del brutto anatroccolo, ma è proprio cretina, mi sa che lo dice perché gli sbava dietro pure lei. E lei di me non sa nulla, se lo sapesse mi sentirei sprofondare. Gli vanno appresso tante ragazze e lui ci gioca, come gioca con me a fare il mezzo gay, che ci mette lui a fare cascare una pischella? Un po’ di moine, una frasetta coccolosa e cascano come pere cotte. Mh… ci casco pure io, ok, lo so che sono stupido quando faccio così. Basta! Non ne posso più! Ma perché non è brutto come me? Forse qualche possibilità l’avrei avuta.”
Questo era un pezzo del mio diario di ormai più di tre anni fa (20 Maggio 2012). Il ragazzo bello di cui parlo, lo chiamerò Daniele.  Che è successo dopo? Una valanga di cose, veramente molto inattese, ma andiamo con ordine. Dopo un po’ di farneticazioni tipo quelle che ho appena citato, mi sono messo l’anima in pace. Vedevo Daniele quasi tutti i giorni, sempre pieno di ragazze e non solo, sempre solare. Lo osservavo da lontano, all’inizio andavo nella sua stanza per vederlo, con qualche scusa di lavoro, ma lui nemmeno si accorgeva di me, poi ho lasciato perdere e sono tornato a chiudermi nel mio mondo, dopotutto Daniele era un estraneo e sarebbe rimasto un estraneo. Le cose sono cambiate improvvisamente il 24 dicembre del 2012.
Era un lunedì e quasi tutti i nostri colleghi lo avevano preso come giorno di ferie per fare il ponte e in pratica andarsene in vacanza da sabato 22, per tornare direttamente il 27, in fondo era un’occasione unica. Io e Daniele invece eravamo al lavoro la mattina del 24, in un ufficio semivuoto. All’epoca avevo già messo da parte l’idea di provare ad accostarmi a Daniele, e quindi me ne stavo per i fatti miei a sistemare un po’ di pratiche che ormai stavano invecchiando sul mio tavolo. Aspettavo le fatidiche ore 14.00 per andarmene finalmente a casa. Preciso, per chi non lo sapesse, che io allora vivevo da solo a Roma in un micro (nemmeno mini) appartamento, oltre l’ultima fermata della metro. I miei genitori erano in Canada, ospiti di uno zio che era emigrato lì parecchi anni fa. Io avrei passato il Natale da solo. Di inviti ne avevo avuti tanti, ma alla fine avevo preferito starmene da solo a leggere o a vedere un film.
Verso l’una e mezza mi si presenta Daniele e mi porta un caffè dalla macchinetta distributrice. Facciamo due chiacchiere, mi chiede che farò per Natale, gli rispondo che non farò nulla e che starò a casa, gli chiedo che cosa farà lui e mi dice che anche lui starà solo. Faccio una faccia stupita. Daniele da solo a Natale? Lui nota la mia faccia curiosa e mi risponde che ha avuto degli inviti ma che sono cose che non lo attirano troppo. Dato che lui è di Roma, gli chiedo perché non passa Natale con la sua famiglia e mi risponde che è una storia lunga e mentre lo dice fa un sospiro e alza le spalle. Poi aggiunge: “Se ti va, possiamo pranzare insieme…” e io gli dico di sì, ma senza l’entusiasmo che avrei avuto qualche mese prima, gli dico di sì, come si fa con un collega qualunque che ti fa una proposta simile. Andiamo a sistemare le ultime cose in ufficio e usciamo insieme, mi chiede dove preferisco andare a pranzare  e gli rispondo che non ho alcuna preferenza, poi mi chiede dove abito, perché sa che non sono di Roma e che sto qui solo da qualche mese. Gli dico dove abito. Mi chiede se a casa mia ci sono altre persone, cioè se abito con altri ragazzi, gli dico che vivo solo. Mi chiede se preferisco un ristorante, o se magari si può fare un po’ di spesa e cucinare da me. Resto un po’ perplesso di questa proposta che non mi aspettavo assolutamente, ma gli rispondo che va bene anche a casa. Facciamo un rapido giro in cerca di un supermercato, ma è tutto chiuso. Gli dico che comunque a casa ho già tutto quello che serve, che non è molto ma basta certamente, perché avevo fatto la spesa la sera prima.
Casa mia è piccolissima ma è il mio regno, è pulitissima, quasi in modo maniacale, e potrà sembrare strano ma non c’è nulla di gay. I libri, i dischi, le cassette e tutto il resto, ho lasciato tutto a Catania; qui a Roma le mie cose le tengo nel computer e basta. Il tablet pure è completamente pulito perché lo porto anche al lavoro. Ma torno a Daniele. Arriva a casa, si guarda intorno, mi fa i complimenti. Gli dico di sedersi e stare tranquillo a vedere la televisione, ma mi dice che dobbiamo preparare insieme. Si toglie la giacca e viene in cucina con me. Guarda le provviste e il frigo, mi dice che ce n’è per un esercito. Vede che c’è la farina e che ci sono le uova, gli viene in mente di fare le fettuccine, lo guardo perplesso, ma mi dice che le fa lui e che non sporca niente, si tira su le maniche e comincia a lavorare, gli chiedo che cosa posso fare io, mi dice di scongelare il pesce e di mettere a lessare i cavoli. Gli chiedo: “Ma i cavoli col pesce?” Mi sorride e mi dice: “Beh, perché? … dai vediamo che ne viene fuori, secondo me viene bene!” Insomma, comincia a impastare e ci sa fare, tira la pasta col mattarello, la affina e la avvolge, poi la taglia col coltello e apre le fettuccine sul tavolo. Gli dico che sono troppe, mi risponde che sono anche per domani. Prepara il pesce poi lo mette a cuocere, in cucina ci sa fare, è molto sicuro di sé.
Durante la preparazione del pranzo parliamo molto poco e in pratica solo di cucina. Mi dice di apparecchiare la tavola, gli rispondo che il tavolo è solo uno e che ci sta cucinando sopra, mi dice: “Ok allora ancora cinque minuti e te lo pulisco bene bene.” Toglie il pesce dal fuoco, scola le fettuccine, le condisce col sugo del pesce e con pezzetti di pesce ripassati con i cavoli. Mette nel piatto, spolvera di pepe, niente formaggio. Io assaggio. È una cosa squisita, mi sorride! Poi mangiamo a televisione spenta, nessuno dei due ha intenzione di accenderla. Si parla un po’ di politica, è molto prudente, cerca di capire come la penso, non mi vuole contraddire, trova qualcosa di giusto in quello che dico anche quando non è d’accordo. Restiamo a tavola per quasi un’ora. Mi parla del suo lavoro precedente, ma non mi dice nulla della sua famiglia e non fa nessun cenno a ragazze o a cose che possano richiamare anche da lontano il sesso. Poi si alza e si mette a lavare i piatti. Cerco di seguirlo ma mi dice che c’è troppo poco spazio e che basta solo per una persona. In effetti è così. Ripulisce tutto molto rapidamente. Poi ci risediamo al tavolo perché lo spazio è piccolo.
Si crea un momento di imbarazzo, io penso che lui stia per andarsene, mi guarda stupito e mi dice: “Se hai da fare ti lascio tranquillo…” Gli dico che non ho nulla da fare e mi risponde che allora pensava di trattenersi ma non dice fino a che ora. Gli dico che siccome è la notte di Natale i suoi magari lo aspettano. Qui si fa più cupo, e fa una smorfia: “Loro stanno meglio soli…” gli dico che comunque farebbe bene ad avvisare che rientra più tardi, mi risponde che lo farà ma non lo fa. Mi chiede se può sedersi sul divanetto, gli rispondo che può fare tutto quello che vuole. Si allunga un po’ sul divano e accende la televisione. Girando i canali trova “La vita è una cosa meravigliosa”, che stava proprio incominciando, un vecchio film di natale degli anni ’30 con una bella morale di fondo, cioè che se sei in questo mondo puoi fare tanto di buono, Il film ci prende, si vede che gli piace molto. Alla fine mi chiede se mi è piaciuto e gli dico di sì, molto, mi sorride di nuovo, è la seconda volta nella serata.
Mi chiede di parlargli di me e qui mi mette in crisi, gli dico che c’è poco da dire, che cerco di tirare avanti lavorando… poi mi viene in mente che se non gli parlo di donne la cosa può suonare strana, ma decido di non recitare, in fondo lui con me non lo aveva fatto. Mi fa domande ma mai troppo sul privato, io rispondo e il tempo passa. Gli chiedo che rapporti ha coi suoi, anche questa volta una smorfia e un’alzata di spalle, poi cambia discorso, mi parla un po’ di sé ma sempre senza scendere troppo sul privato. Nessun accenno a ragazze, anche se al lavoro le donne lo cercano con qualsiasi pretesto. Ma se uno passa con me la notte di Natale vuol dire che non ha una ragazza, questo mi sembrava ovvio, e se uno come lui non ha una ragazza un motivo serio ci deve pure essere. Logicamente arrivavo alla conclusione che non poteva che essere gay. Piano piano le ore passano, girando i canali troviamo la messa del papa, allora era ancora Benedetto XVI. Gli chiedo che cosa pensa del papa, mi guarda facendo una smorfia come quando parlava della sua famiglia e alzando le spalle. Questo fatto mi rafforza nell’idea che sia gay, ma mi tengo ben lontano da argomenti troppo privati, come fa lui, d’altra parte.
Dopo la cena, mi chiede se può rimanere a dormire da me. La cosa mi spizza molto, non sono attrezzato per una cosa simile, ma mi affretto a dirgli comunque di sì. Ho nel cassettone una vecchia branda tipo militare, la montiamo. Non ho un secondo materasso, ma si accontenta di una coperta, poi gli do un piumino di scorta che conservavo dal tempo del campeggio. Chiacchieriamo ancora fin dopo l’una, poi andiamo a dormire.
La mattina si alza prima di me, cerca la macchinetta del caffè ma io non ho una macchinetta del caffè. Va in bagno, io mi alzo, poi ci accontentiamo di un pocket coffee e di un po’ di biscotti. Non so che intenzione abbia. Usciamo, è una giornata eccezionalmente calda per essere Natale, direi una bella giornata. A un tratto mi chiede se mi sta rompendo le scatole, gli rispondo che se non ci fosse stato lui il Natale lo avrei passato da solo. Da qui comincia il discorso sugli amici, miei e suoi. È evidente che non ha molti amici, anzi che non ne ha per niente e nemmeno amiche, e per uno come lui è strano. Nel rispondere alle sue domande mi faccio un punto d’onore del non dire bugie, omettere è una cosa, dire il falso è una cosa molto diversa.
Cominciavo a chiedermi che cosa Daniele volesse da me, la fantasie correva lontano, o meglio cercava di correre lontano ma io la trattenevo il più possibile. Abbiamo fatto una lunghissima passeggiata. Con lui stavo bene, era tranquillo, a suo agio anche se il discorso era statico e i confini erano piuttosto rigidi. Passa Natale e resta a casa mia anche nella notte tra il 25 e il 26 e in quella tra il 26 e il 27. Nessuna dichiarazione esplicita. Il dubbio che potesse non essere gay stava sempre lì e d’altra parte nemmeno io avevo fatto discorsi chiari.
Dopo quei giorni, al lavoro, i nostri rapporti si sono fatti più sciolti, lui ha ricominciato ad essere circondato da una nuvola di ragazze, a ridere e a scherzare con loro. Io, dopo qualche giorno di malinconia, mi sono detto che la parentesi era chiusa e che dovevo riprendere la mia strada e le cose sono andate avanti così per parecchi mesi. In pratica mi stavo quasi dimenticando di lui.
Una quindicina di giorni fa nel mio cervello ha ricominciato a suonare il campanello. Durante la pausa pranzo parlo con una collega che in genere stava molto appresso a Daniele e lei mi fa un discorso strano, lasciando quasi intendere che Daniele fosse un seduttore con qualche rotella che non girava nel senso giusto e conclude: “No, non mi convince…” e lei era una di quelle che gli correvano appresso di più. Ho provato a rimettere insieme i pezzi di pettegolezzi che mi arrivavano da varie parti e l’ipotesi che fosse gay ci stava eccome, però, con me, dopo i tre giorni di Natale, peraltro molto neutri, non c’era stato assolutamente nulla. Poteva magari essere gay e non essere interessato a me, però in ufficio c’erano anche dei ragazzi carini e lui non li considerava proprio. Una collega gli aveva proposto una pizza insieme la sera, in fondo una cosa banalissima (anche se una pizza in due tra un uomo e una donna non è mai una cosa tanto banale) e lui aveva rifiutato, lei gli aveva chiesto se era fidanzato e lui aveva detto di no. Insomma il misero si infittiva.
Un giorno ho fatto una cosa scorretta, l’ho pedinato. Sapevo il suo indirizzo ufficiale, quello della casa dei genitori, e pensavo che si sarebbe diretto lì, ma lui va da tutt’altra parte, Alla fine entra in una pensioncina di terz’ordine, penso che ci sia entrato per vedere una ragazza, mi tengo a rispettosa distanza  e aspetto, passano le ore, due, tre, quattro, si fa notte fonda ma lui non esce. Torno a casa mia a dormire, ma l’indomani prestissimo sono sotto la sua pensione e lo vedo uscire per andare al lavoro, lo fermo, lui ha un attimo di smarrimento, capisce che non sto lì per caso e mi chiede che sto facendo e gli dico che l’ho seguito perché avevo l’impressione che in ufficio le cose fossero cambiate e ci volevo capire qualcosa di più. Mi risponde che se ne è andato di casa perché non ce la faceva più a stare con i suoi, ma non aggiunge altro.
Istintivamente, proprio senza rendermi conto di quello che gli stavo proponendo gli dico: “Ma perché non vieni a stare con me?” Si vede che è tentato ma poi gli sembra una cosa assurda e cerca di cambiare discorso. Lo guardo fisso e gli dico in modo perentorio: “Vai a prendere le tue cose e le mettiamo in macchia, e poi andiamo in ufficio che si fa tardi.” Si ferma a guardarmi perplesso, ma gli dico “Vai!” in tono perentorio e lui va. Riscende dopo 10 minuti, carichiamo la valigia in macchina e andiamo in ufficio. Entriamo separati, a distanza di qualche minuto. In ufficio non ci parliamo per tutta la mattina, poco prima di uscire gli dico:  “Ti aspetto al terzo cancello.” Lui fa segno di sì. In macchina è silenzioso e perplesso, a casa le perplessità si fanno più forti, ma non gli do modo di sfuggire, apro la sua valigia e metto i suoi vestiti nell’armadio accanto ai miei.
Mi dice che è in imbarazzo, gli rispondo che deve cucinare senza perdere tempo che dopo mi deve raccontare tante cose. Si mette a cucinare, poi a tavola parliamo. È in rotta con i genitori perché ha rotto il fidanzamento con la ragazza che i genitori volavano fargli sposare e loro che avevano già preparato tutto non lo hanno accettato. Gli chiedo se era innamorato di quella ragazza, mi risponde che era una cosa tutta costruita dalla famiglia e che ha rotto perché per lui sposarla sarebbe stata una follia. Gli dico che il mondo è pieno di ragazze e che ne troverà certamente una che sta bene a lui, ma sorride e mi dice che per lui le ragazze sono sempre state un incubo, perché gli correvano appresso e non riusciva a liberarsene ma lui non aveva mai amato una ragazza, poi aggiunge: “Hai capito?” Gli dico: “Sì ho capito! E con questo?” Mi guarda sconsolato e mi dice: “Ma a casa mia una cosa del genere è un crimine…” Gli rispondo: “Ma lasciali perdere, tu non hai bisogno di loro, hai un lavoro e adesso hai pure una casa … a proposito nemmeno io mi sono mai innamorato di una ragazza…” Mi guarda perplesso e mi dice: “Ma è vero?” Gli ripeto che è vero e che sono molto contento che si sia arrivati a parlare chiaro, lui però a questo punto ci tiene subito a mettere in chiaro che non è interessato a me, gli rispondo che l’avevo capito ma che per essere buoni amici e per condividere una casa non si deve essere per forza amanti. All’ora di cena eravamo entrambi esausti.
Adesso è passato qualche giorno, con lui sto bene, siamo due gay, uno bello e uno no, non siamo una coppia ma piano piano stiamo imparando a volerci bene. Quando torneranno i miei dal Canada, Daniele li potrà conoscere. Io un po’ di fantasie su di lui ce le faccio, anche se so che lui non è interessato, però anche così si può stare bene. Che succederà quando si troverà un ragazzo? Questo proprio non lo so, se non fosse molto geloso si potrebbe prendere una casa in tre, ma se riuscirò e vederlo felice per me andrà bene anche tornare ad essere solo, che poi non sarebbe affatto un essere solo.
Grazie a tutti ragazzi! Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui vuol dire che di pazienza ne avete da vendere!
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giovedì 12 febbraio 2015

GAY, ARMONIA DI COPPIA E CONDIZIONAMENTI SOCIALI

Ciao project,
ti scrivo perché sto passando un momento difficile. Forse tu le considererai cazzate ma per me sono cose importanti e soprattutto condizionanti. Ho 27 anni e da alcuni mesi ho conosciuto un ragazzo (lo chiamerò Davide) e me ne sono innamorato, ma non solo, anche Davide si è innamorato di me e sotto tanti punti di vista la cosa non potrebbe essere meglio di com’è, perché lui rappresenta il ragazzo dei miei sogni, proprio come l’ho sempre desiderato, però adesso comincio a sentirmi in ansia quando lo sento al telefono. Mi fa piacere sentirlo e mi fa piacere anche che lui mi desideri sessualmente, ma certe volte esco male dopo aver parlato con lui al telefono. Lui è molto diverso da me sotto tanti punti di vista, è un ragazzo intelligentissimo, oltre che bellissimo, ma è anche molto autonomo, moto indipendente dalla famiglia, tratta i genitori in modo molto brusco e loro non reagiscono ma se io trattassi così i miei genitori mi cadrebbe la casa addosso. Mi dice che sono succube, che mi faccio mettere i piedi in testa, che ho paura dei miei genitori e che ancora dipendo psicologicamente da loro anche se sono economicamente indipendente. Noi non abbiamo un posto dove incontrarci, e allora ce ne andiamo in macchina da qualche parte. Questo ci condiziona parecchio perché se avessimo un posto tutto per noi avremmo modo di stare molto più tranquilli, ma non è così, comunque ci adattiamo. Sessualmente stiamo bene insieme, lui è esuberante e io resto incantato dal fatto che è un’esplosione di vitalità, lui mi desidera e certe volte me lo dice con un sms anche a notte alta. Insomma, tra noi non ci sono mai stati problemi sessuali. Certe volte riusciamo a vederci con un po’ più di calma ed è una cosa bellissima, voluta da tutti e due e spontanea e allora sto proprio benissimo, ma qualche volta mi mette in grossissimo imbarazzo. Per esempio, mi chiama nei momenti più incredibili e mi dice che ha bisogno di me, che ha bisogno di me per fare sesso, che lo desidera e non ne può fare a meno, ma io in certi momenti non posso uscire di casa perché ci sono i miei o magari anche altri parenti e non posso lasciare tutto alle ore più incredibili per andare da lui e non perché non vorrei stare con lui ma perché proprio non posso e allora cerco di fargli capire che non posso ma lui non lo capisce e insiste, me lo chiede quasi supplicando e siccome io insisto nel dire che non posso mi risponde che allora io non lo considero e che è assurdo che uno non possa lasciare i genitori per un’ora se il suo ragazzo gli dice che vuole fare sesso con lui. Qualche volta mi mette proprio in estrema difficoltà. Lui non è dichiarato pubblicamente, come me, ma i suoi genitori e suo fratello sanno di lui, mentre i miei non sanno niente di me. All’inizio mi voleva convincere a dirlo ai miei genitori e non si rendeva assolutamente conto che le cose a casa mia funzionano in un modo che lui non può capire. I miei non hanno capito nulla di me e anche se io cercassi di spiegare loro come stanno le cose non capirebbero nulla lo stesso e la prenderebbero malissimo. Lui mi dice: scendi per un’ora, poi ti riposto a casa, solo per un’ora, anche meno, ti prego, te lo chiedo per favore, io ho bisogno di te! E allora tra noi si creano tensioni perché lui non riesce a capire il mio mondo. Voglio sottolineare che alla fine anche quando io gli dico di no, dopo che lui ha insistito tanto, non se la prende mai con me e mi saluta in modo comunque tranquillo, ma io so benissimo che ci rimane male e che la prende come un rifiuto. Certe volte mi sottopone quasi ad un interrogatorio per capire perché non lascio la mia famiglia per andare da lui quando ne ha bisogno. Tra noi non c’è mai stata gelosia, cioè nessuno di noi pensa che l’altro possa andarsene con altri ragazzi, i problemi vengono perché lui si sente al secondo posto dopo la mia famiglia e da un certo punto di vista potrebbe anche avere ragione. Io penso che lui abbia paura che io non mi affrancherò mai dai miei e che quindi noi non potremo mai avere una vita nostra. In effetti lavoriamo tutti e due e una nostra vita in comune potremmo anche averla. Lui non ha mai fatto questo discorso perché sa che per me è un problema vero, ma certamente si sente a disagio a pensare che il nostro rapporto debba essere così condizionato, anche se ci sarebbero tutte le possibilità di fare di testa nostra. Solo che se facessi di testa mia dovrei rompere con la mia famiglia e lui non capisce perché io non voglia fare un passo decisivo per uscire fuori di casa. Oggi mi ha chiamato per parlare con me di cose sessuali e per convincermi a scendere in strada, perché sarebbe passato a prendermi, perché aveva bisogno di me e io invece ho fatto solo ragionamenti stupidi per prendere tempo e dire di no. E poi non riesco a capire perché proprio stasera, perché non si può rinviare a domani, io domani riuscirei ad organizzarmi, ma no! Per lui doveva essere stasera e basta, aveva in mente che sarebbe riuscito a convincermi e invece non ci è successo e io sono rimasto a casa ma mi sento dentro un vuoto terribile. Dovrei affrancarmi da tante cose non perché se non lo facessi rischierei di perderlo, ma perché se non lo facessi gli farei male e questo lo so benissimo perché è quello che sta già succedendo, ma per me non è facile fare dei passi senza ritorno. Sogno tante volte una casa nostra, lontano dalla mia famiglia, però bisognerebbe cambiare città e noi lavoriamo tutti e due qui e cambiare è praticamente impossibile. Convivere con lui, qui, nella mia città è impossibile perché qui c’è la mia famiglia. Project, che devo fare? Non ce la faccio ad andare avanti così. So che sto martirizzando il mio ragazzo, ma non ho il coraggio di fare una scelta definitiva e di tagliare i ponti con la mia famiglia, perché è quello che succederebbe se facessi a casa un discorso chiaro. Ma perché devo essere così succube di questi condizionamenti? Rovinare il rapporto col mio ragazzo mi farebbe stare malissimo e lo sto sperimentando già adesso. Come sono diversi i sogni dalla realtà!
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martedì 4 settembre 2012

HO UN FIGLIO GAY CHE NON MI PARLA NEMMENO

Ciao Project,
mi ha fatto bene leggere la storia di quel padre separato e in attesa di divorzio che ha ritrovato il figlio, è una bella storia ma purtroppo a me non succederà così. Sono una mamma di 37 anni, mio figlio ha fatto da poco 19 anni e ho l’impressione che lo sto perdendo. È ormai un anno che con me non parla quasi più. Io sono sola. Quando lui è nato ero giovanissima, una povera illusa pronta a dare fiducia al primo venuto, volevo sentirmi emancipata e hai capito quello che è successo. Quando sono rimasta incinta lui è sparito, io volevo abortire e l’ho detto a mia madre e lei mi ha convinto a non farlo e mi ha detto che mi avrebbe aiutato ad andare avanti. Poi è nato Luca (chiamiamolo così ma non si chiama così). Io non avevo voglia di studiare e ho cominciato a fare dei lavoretti dove ne trovavo, tanto avevo mamma alle spalle che mi dava sicurezza. Ovviamente quando hai un figlio a 18 anni con uno che del fatto di avere un figlio se ne frega totalmente, dopo non ti vuole nessuno, perché il figlio di un alto non lo vuole nessuno, non sarebbe una bella famigliola tradizionale. Mia madre mi ha portato a ragionare su tante cose e a capire che non era a mio figlio ma a me stessa che dovevo addossare la colpa di tutto quello che era successo. Confesso di avere fatto la mamma più per dovere che perché la sentivo una cosa veramente mia. Ho cercato di lavorare e di non fare mancare niente a Luca, ma naturalmente le mie possibilità sono piuttosto limitate anche se lavoro il più che posso. Luca si è reso conto molto presto di non avere un papà. Io non gli ho raccontato fandonie ma gli ho detto da subito come stavano le cose, forse lui era troppo piccolo per capire e la cosa l’ha un po’ presa male. So che sono stata impulsiva e anche stupida ma ormai è successo da tanti anni. Mio figlio è un bravo ragazzo, certamente molto meglio della madre e anche molto meno stupido. Studia, si impegna e cerca di fare tutto quello che può. Il mio problema, quello che mi fa stare proprio male è un altro. Luca, fino all’anno scorso aveva una ragazza e sembrava che le cose andassero bene, l’aveva portata a casa un paio di volte, era una ragazza molto taciturna ma sveglia e aveva occhi bellissimi. Io ero contenta e lui ne parlava spesso, poi a un certo punto ho notato che qualcosa nella vita di mio figlio è cambiata, non ha più parlato della ragazza, quando gliel’ho chiesto specificamente mi ha detto che non sono affari miei e fin qui potevo pensare che magari fossero in crisi per qualche ragione, poi una volta lui se ne esce il pomeriggio e io me ne vado a fare la spesa, il mercato è chiuso e vado da un’altra parte e camminando mi vedo davanti, a una certa distanza, mio figlio che cammina vicino a un signore che non conosco, uno vestito piuttosto bene, che a occhio avrà potuto avere 40-45 anni. Mi sono chiesta: ma questo chi è? Ho cominciato a seguirli a distanza. Sono andati alla villa pubblica e io li osservavo da lontano. Sono stati un’oretta, poi sono andati alla fermata dell’autobus e mio figlio ha preso l’autobus. Io ho continuato a seguire quel tipo e poi mi sono avvicinata per vederlo più da vicino e l’immagine me la sono stampata nel cervello. Torno a casa, chiedo a mio figlio che ha fatto tutto il pomeriggio e mi risponde che sono cavoli suoi, io non so che dire, se digli che lo avevo seguito ma alla fine non dico nulla, cerco di cambiare discorso e di parlare di scuola. Mio figlio è sempre andato bene a scuola, mi dice che è tutto a posto, il discorso finisce lì. Poi arriva il periodo di natale e il girono del ricevimento dei professori, chiedo a mio figlio se vuole venire anche lui ma mi dice di no, ci vado da sola. I professori li conosco tutti, salvo il professore di matematica che è nuovo, mi metto in fila, entro, lo guardo in faccia e mi prende un colpo: è lui! Non porta la fede, è stata la prima cosa che ho guardato. Mi parla molto bene di Luca ma in modo nettamente professionale. Non so se si sia ricordato che per un attimo ci eravamo guardati in faccia il girono che io ho seguito mio figlio ma non ha detto nulla, dopo cinque minuti mi ha confermato che andava tutto bene e mi ha congedato dicendo che c’era molta fila. Che ci faceva mio figlio al parco col suo prof di matematica? Da lì è cominciata la mia paranoia, io lo dovevo sapere. Sano andata a vedere il cellulare di mio figlio ma la memoria era disattivata, cosa, penso non casuale. Poi sono andata a vedere nel suo pc, lo so che è una cosa indegna comportarsi come me ma ero e sono tuttora agitatissima. Vado nei preferiti e ci trovo dei siti gay e qui mi è proprio crollato il mondo addosso: mio figlio plagiato dal suo insegnante! Quando è tornano a casa l’ho affrontato a brutto muso, prima gli ho detto dei siti gay e lì già mi ha risposto in modo violento che non me lo sarei mai aspettato, poi quando gli ho detto che lo avevo visto alla villa col suo prof mi detto che ero matta e ce mi inventavo tutto e in pratica ha negato tutto ma io lo avevo visto benissimo. Gli ho detto che sarei andata dalla preside per riferire tutto perché uno così in una scuola non ci deve stare! Lui ha reagito come una vipera e mi ha minacciato che se avessi fatto una cosa simile non lo avrei visto più. Praticamente da allora non ho più parlato con mio figlio. Sono andata dalla preside, non per accusare il prof perché in effetti io non ho nessuna prova ma per chiedere il trasferimento di mio figlio ad un altro Istituto ma la preside mi ha detto che siccome Luca era maggiorenne la richiesta la doveva fare lui e non a lei ma alla scuola dove voleva andare, allora non ci ho visto più e mi sono sfogata con la preside e le ho raccontato tutta la storia ma la risposta mi ha lasciata basita, mi ha detto di nuovo che il ragazzo è maggiorenne e che quanto al prof lei lo conosceva da anni e non aveva mai creato problemi di nessun genere. Io ho alzato la voce con la preside che neanche mi ha risposto, ha suonato il campanello e mi ha fatta accompagnare fuori. Mio figlio era nel corridoio, ha visto la scena e ha capito quello che era successo. Quel giorno non è tornato a casa e io mi sono presa un’angoscia terribile, non è tornato nemmeno la notte, ha staccato il cellulare e io sono stata malissimo, credo di non essere stata mai peggio in vita mia. L’indomani sono andata davanti alla scuola, mio figlio c’era e mi sono tranquillizzata un po’. Il prof invece l’ho aspettato ma non l’ho visto, pensavo che la preside lo avesse richiamato e che magari si fosse preso qualche giorno di permesso. Poi me lo vedo spuntare che viene verso il cancello, lo fermo, lui mi saluta cordialmente, mi dà la mano e mi sorride. Era evidente che di tutta la scena con la preside lui non sapeva nulla, non so che fare, gli dico che da qualche giorno ho dei problemi con mio figlio e che è come se il dialogo tra noi si fosse spezzato, lui mi invita a seguirlo dentro, mentre saliamo incontriamo la preside che si comporta come se non fosse successo nulla e ci saluta cordialmente Il prof aveva un’ora libera e parliamo, piano piano comincio a rendermi conto che il prof stima molto mio figlio e che parla con me in modo molto diretto, si preoccupa del futuro di Luca. Mi rendo conto di avere costruito solo un enorme castello di carte in cui l’unica cosa certa erano le mie paure. Chiedo al prof di darmi una mano a recuperare il rapporto con mio figlio, lui mi assicura che lo farà, poi fa chiamare Luca per parlare in tre. Luca scende con una faccia che mi avrebbe presa a morsi se avesse potuto, poi si rende conto che col prof ho parlato solo di scuola e si tranquillizza. Il prof gli dice che io gli ho chiesto una mano per recuperare il rapporto con lui e Luca gli risponde: “Prof, lo so che lei ha tanta buona volontà, ma queste sono faccende che devo regolare in privato io con mia madre!” Il prof fa un cenno come per dire che Luca ha ragione, rimanda Luca in classe e mi saluta. Io torno a casa tranquillizzata. Il problema scuola era risolto ma restava sempre il problema gay che mi teneva in continua agitazione. Da allora sono passati 10 mesi ma non si è risolto nulla. Luca sta a casa nel senso che ci dorme e nemmeno sempre e qualche volta ci mangia. Con me non parla praticamente mai. Che devo fare project? Lo so che ho fatto tante stupidaggini, ma che posso fare per recuperare un rapporto con mio figlio? Ormai al fatto che sia gay mi sono rassegnata, ma almeno vorrei che non mi considerasse più una nemica, anche se ho veramente tanta paura che possa mettersi nei guai.
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mercoledì 29 agosto 2012

FIGLIO GAY E PADRE ASSENTE

Buongiorno Project,
ho letto alcune pagine del suo blog, quelle dedicate ai genitori dei ragazzi gay e mi hanno aperto gli occhi su molte cose, ma vorrei avere la possibilità di parlare un po’ con lei perché penso che possa aiutarmi a trovare la strada giusta. Le accenno di che cosa si tratta, poi preferirei magari approfondire privatamente.
Ho 46 anni e sono sposato da 21, mia moglie ne ha 44. Abbiamo avuto un solo figlio, che chiamerò Luca, che adesso ha 18 anni e farà la maturità l’anno che sta per cominciare. Premetto che la mia vita familiare non è mai stata tranquilla. All’inizio il rapporto con mia moglie era buono, è nato Luca e tutto sembrava andare per la strada giusta. Non sono mai stato troppo espansivo, è vero, ma pensavo di avere con mia moglie un rapporto serio, poi si sono messi in mezzo i suoceri, persone di livello sociale ed economico decisamente più altro del mio, che hanno messo in mente a mia moglie che il rapporto che aveva con me non era il massimo, che lei meritava molto di più ecc. ecc.. Sono cominciate le incomprensioni, sempre amplificate dai suoceri (io già all’epoca non avevo più i genitori). Mia moglie ha cominciato a frequentare un suo vecchio amico non sposato, la cosa a me non stava bene ma a lei questo non interessava. Quando Luca aveva 4 anni, mia moglie ha chiesto la separazione. Io non volevo perché c’era mio figlio di mezzo. L’appartamento dove vivevamo era dei suoceri. Le ho detto che non le avrei permesso una separazione consensuale perché lei voleva stare con il suo amico e che era solo quella la ragione della separazione. In realtà penso che il vero motivo fosse che si sentiva frustrata dall’avere sposato un uomo come me, che chiaramente non era alla sua altezza. Convivevamo ancora ma era una cosa insopportabile. Siamo finiti in tribunale, lei aveva i mezzi per farsi valere, io non avevo minimamente pensato a procurarmi le prove della sua relazione col suo amico perché fare una cosa del genere mi ripugnava proprio, lei ha negato spudoratamente tutto e io sono passato come marito e padre psicopatico. Risultato: lei ha avuto l’affidamento di Luca, io me ne sono dovuto andare da casa e ho dovuto pure provvedere al mantenimento di mio figlio. Sono andato a vivere in un appartamentino lontanissimo dal centro e da dove lavoro e sono costretto a fare ore e ore di tram, perché non ho neppure la macchina. Vedevo mio figlio periodicamente, passava con me alcuni pomeriggi, e avevo l’impressione che lo avrei perduto definitivamente perché stava acquisendo la mentalità di mia moglie e di mio suocero, mi chiedeva sempre cose troppo costose, era un po’ come se quando stava con me si sentisse in esilio rispetto al suo paradiso dorato, diciamo che questa azione di plagio è andata avanti finché Luca non ha avuto circa 16 anni, poi a un certo punto mi sono reso conto che qualcosa stava cambiando. Quando ha fatto 16 anni gli ho regalato un pallone di cuoio, era il massimo che potevo fare. Lui è stato contento e mi ha detto una cosa che non mi sarei mai immaginato, cioè mi ha chiesto di portarlo a casa mia. Siccome a casa non ci veniva mai era tutto in situazioni disastrose, come può essere la casa di un uomo solo che non ha un momento libero. Luca, con mio sommo imbarazzo ha visto che avevo le sue foto dappertutto, poi mi ha detto: “Papà, qua bisogna che facciamo un po’ di pulizie!” Era la prima volta che mi chiamava papà! Abbiamo fatto due bucati e poi li abbiamo stesi, poi ha voluto che andassimo a un campetto sterrato che sta vicino casa mia a provare il pallone, io in porta e lui tirava i rigori e li tirava fortissimi. È stata la prima volta che ho sentito veramente la presenza di mio figlio. Giocando a pallone si è tutto impolverato e si è rovinato le scarpe ma mi ha detto sorridendo: “Beh! Meglio!” L’ho riportato dalla mamma ma non sono salito come facevo di solito, ci siamo abbracciati (per la prima volta) sotto casa di mia moglie. Col passare del tempo le cose sono andate sempre meglio, il fatto che io non avessi quattrini non solo non era un problema ma in qualche modo lui lo vedeva come un merito. Circa un anno fa ha cominciato a fare un discorso che non mi sarei mai aspettato, mi ha detto che dopo la maggiore età non voleva restare con la mamma perché c’erano delle incomprensioni e pensava che non si sarebbero mai sanate, poi, rimanendo sempre sulle generali, mi ha detto che la madre pensava che lui fosse un po’ nevrotico e che lo aveva mandato, praticamente per forza, da una psicologa amica sua ma ha aggiunto: “ma a me il lavaggio del cervello non me lo fa nessuno!” Il giorno stesso che ha compiuto 18 anni mi ha chiamato e mi ha detto che sarebbe passato a casa verso le 16.00. Io l’ho aspettato, non sapevo esattamente che cosa sarebbe successo, ma si è presentato con un borsone e in pratica si è stabilito da me. La sera mi ha detto: “Ti devo parlare seriamente” e lì mi ha detto che era gay, che la madre lo aveva scoperto e che aveva fatto di tutto per fargli cambiare idea, dai ricatti economici alla emarginazione. Gli ho chiesto se aveva un ragazzo e mi ha detto di non essere stato mai con nessuno ma che si era preso una “cotta seria” per un suo compagno probabilmente eterosessuale. Io a mio figlio ho detto solo (e mi stavo mettendo a piangere) che io ero così felice che lui si fidasse di me fino a quel punto che non riuscivo a spiccicare una parola. È stato lui che mi ha abbracciato strettissimo, poi mi ha preso la testa fra le mani e mi ha detto: “Mi sa che sono proprio fortunato!” L’indomani siamo andati da Ikea e abbiamo comprato un divano letto da mettere nell’ingresso, in modo che avesse un po’ di privacy. Secondo quello che pensavo lui doveva avere la stanza e io sarei stato nell’ingresso, ma non ne ha voluto sapere e nella stanza ci sono rimasto io. Mia moglie ha avviato le pratiche per il divorzio e questo fatto per me è liberatorio. Quando siamo stati insieme dall’avvocato, l’avvocato stesso ha insinuato che io avessi portato via mio figlio alla madre giocando sul fatto che è gay perché gli avrei promesso di poter fare sesso liberamente in casa mia con i suoi amici. Giuro sulla mia testa che io ho saputo da mio figlio che è gay solo dopo che ha compito 18 anni e che una cosa come quella che ha etto l’avvocato non mi sarebbe mai passata per la mente, comunque mia moglie non si fatta scrupolo di raccontare all’avvocato, deformandoli del tutto, i fatti privati del figlio, cosa che mi sembra vergognosa e odiosa. Comunque da qui a pochissimo non ci saranno più rapporti di nessun genere con mia moglie. Quanto a mio figlio, adesso che ci conosciamo meglio so che è un ragazzo ottimo e che non si è fatto corrompere dai quattrini. Project, io ho bisogno di capire seriamene che cosa significa essere gay perché ho un figlio gay, che ormai e maggiorenne, e voglio fare il papà come si deve, perché mio figlio mi vuole bene e questo è per me il periodo più bello della mia vita.
Sinceramente [lettera firmata]
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mercoledì 1 giugno 2011

UN RAGAZZO GAY ASSILLATO DAI GENITORI

Ciao Project, finalmente trovo un po’ di tempo per scriverti.

Sono successe delle cose in queste settimane, ma ti parlo della mia famiglia.
Sarò molto lungo nella mail, un romanzo.. Ma non preoccuparti, rispondi quando puoi.

Sopportare la situazione è diventato sempre più difficile, il fatto che io viva in una grande città – nonostante torni a casa più volte al mese – manda i miei genitori in uno stato di assoluta frenesia per il semplice fatto che non possono controllarmi. Sono patetici e incredibilmente oppressivi, sono assolutamente convinti ad esempio che io vada in piscina per chissà quale oscuro motivo a sfondo sessuale, magari perché ho conosciuto qualcuno, tant’è che mio padre mi dice “non è che vai lì a fare qualche cazzata ?”, ripetutamente e continuamente entrambi dicono che verranno a fare irruzione in casa senza avvisarmi. Se fosse solo questo non mi preoccuperei, il fatto è che sono ossessionati dal pensiero che io possa essere gay, tanto da dirmi continuamente cose sconce, che davvero fin ora non ho letto nella mail di nessun ragazzo su progettogay.. Appena appaiono delle ragazze in tv, mio padre commenta schifosamente (davanti a mia madre) e poi insieme mi fanno domande del tipo “e a te, ti piacciono ? (riferito alle tette delle ragazze semi-nude), oppure mi chiedono se mi piacciono i culi delle stesse, mi assillano con domande sessuali ! Allora io sarò anche omertoso, ma non ipocrita, quindi davanti a queste domande non rispondo. Al che, mio padre continuava ad insistere, e a chiedere 4, 5 volte consecutive, dicendo che la cosa gli importa eccome. In pratica mi hanno costretto a fare un mezzo coming out semplicemente non facendomi dire che mi piacciono tette e culi femminili. Mia madre non è da meno, anzi. In un servizio di un tg, in cui si mostrava una manifestazione di baci collettivi, lei guardava, e le sue parole erano “hhh… che schifo…che schifo !” con una espressione - che ben conosco - di disgusto tale, che mi sono sentito morire. Ma il vero macigno di tutta questa storia è permanente, c’è sempre e non va via mai.. Quando siamo insieme, avverto sempre un senso di profondo disagio perché non rispondono come dovrebbero, ogni tanto mi fanno strani sguardi, tutto ciò in un clima di apparente normalità, ma nei fatti mi sento perennemente con un senso di colpa. Mi sento trattato come qualcuno che commette, che ha commesso o che continua a commettere degli sbagli, e anche se non me lo dicono, sono sempre lì a ricordarmelo con gli atteggiamenti, ma non con le parole. Non ce la faccio più a vivere come se avessi commesso chissà cosa, mi fanno sentire sbagliato.. E a volte ci credo, e mi dico che se davvero non avessi nulla da nascondere di me stesso, potrei benissimo dire la verità, ma non lo faccio mai. A contribuire a questo quadretto pittoresco della mentalità della mia famiglia, si è aggiunto mio zio. Un bel giorno mentre parliamo mi dice : “mamma mia sai che è successo ieri nel pullman ? Io dormivo, ma dietro di me sentivo delle voci di due fidanzati, a un certo punto mi giro ed erano 2 gay ! Che schifo.. Stavano lì sui sedili a due che si baciavano, si davano effusioni in pubblico.. Mamma mia che schifo (e ride sbalordito).. pure l’autista poteva vederli.. a fianco a me dalla parte sinistra del bus,  c’erano 2 signori – un marito e una moglie - che li guardavano e ridevano, quante risate si sono fatti ! Ma io quel ragazzo l’avevo squadrato bene, si vedeva che era un po’ ricchione, i modi strani e i capelli particolari.. e poi ad aspettarlo all’arrivo come se niente fosse, c’era la madre.. come se fosse tutto normale ! Mamma mia che schifo.. ”
Inutile dire quel che sentivo dentro, ma al che sorrido e dico: vabbè qui siamo di mentalità molto ristretta, già al nord è una cosa molto più comune..
Macché ! Ma dai.. che schifezza, in pubblico !
Conversazione chiusa. Questa è la mentalità del 95 % delle persone del paese sperduto in cui ho la sfortuna di vivere. Basti dire che mio padre – un uomo col chiodo fisso – tempo fa, dopo tutta la violenza psichica che ho dovuto subire da uno psicologo dal quale fui portato forzatamente, mi chiese : allora, sei guarito ? Sicuro che sei guarito ? Per uno come lui, la più grande punizione divina è un figlio gay. Non gli importa dell’università tanto quanto gli importa delle ragazze. Preferirebbe di gran lunga vedermi muratore con una famiglia che avvocato senza.        

A proposito di sessualità, una cosa che invece non ti ho mai detto è la visione distorta che io avevo della sessualità da piccolo. Iniziai presto a rendermi conto di provare attrazione per i ragazzi, ma mi ricordo addirittura che da bambino (circa 8 anni) quando mia madre si assentava, occasionalmente – sarà capitato 3-4 volte nella vita – mi travestivo da donna, con tanto di tacchi e parrucca, e giocai a fare la donna, a recitare nel ruolo di una donna. Capitò una volta che mi beccò, e ricordo che ne fece una vera tragedia, mentre io non davo molta importanza, lo ritenevo semplicemente un “gioco proibito”. Tuttavia nell’adolescenza, quando a 12 anni capii di essere gay, nella mia mente non conoscevo la possibilità di un amore tra uomo e uomo, pensavo al binomio uomo-donna come l’unico possibile, e così – desiderando gli uomini – pregavo tutte le sere chiedendo come mai non fossi nato donna, come mai fossi un ragazzo e non una ragazza. Solo col passare del tempo ho capito che potevo amare un uomo pur essendo me stesso, che non dovevo per forza essere una donna, ma potevo benissimo essere me stesso, e lì finalmente ho capito il mondo. Ciò detto, c’è da dire che non sono assolutamente effeminato, anzi.. Nessuno e poi nessuno conoscendomi superficialmente può pensare a me come ad un gay, tant’è che mi parlano con naturalezza delle varie “schifezze” che vedono in giro, ribadendo tutti la stessa cosa come un disco rotto : che “quelli” si riconoscono subito. Lo psicologo dal quale fui portato di peso, sai cosa disse ai miei ? Che uno è gay se durante l’infanzia si è travestito, se giocava con le bambole (cosa che peraltro non ho mai fatto), se aveva più amicizie femminili che maschili, e cose simili. Immediatamente mia madre mi puntò il dito e disse: si, mi ricordo io che si è travestito, e giocava molto di più con le ragazze.
Oggi penso con rabbia a quel cretino, peraltro non scomparso definitivamente dal mio mondo. Rappresentava l’unica e la grande occasione per spiegare davvero il mondo gay ai miei e spingerli ad accettarmi, nonostante io negassi. Invece, dopo quelle sedute forzate che mi hanno violentato nel profondo, i loro comportamenti sono notevolmente peggiorati, e guarda caso nell’ultimo incontro si videro loro e lui, senza di me . Non so cosa abbia potuto dire, so solo che era molto vicino alla chiesa e il risultato è questo, nonostante mi diceva continuamente “io ho tanti amici gay, apriti con me”. Sono strafelice di non averlo fatto.
Ad oggi sono sempre più convinto che fosse una trappola per farmi “confessare”.
Ti dico ciò perché in qualche maniera si collega a un particolare episodio accaduto. Sono tornato a casa, e nei piccoli paesi come il mio ogni cazzata che si svolge diventa un evento imperdibile, così è accaduto che una semplice commedia (peraltro di mediocre qualità, fatta da ragazzi della mia età all’incirca), divenisse uno di quegli eventi imperdibili ai quali non si può non andare. Sacrilegio ! Ho osato rifiutarmi di seguire capofamiglia, matrona e prole, ed ecco di nuovo gli spietati attacchi al loro ritorno. Me ne hanno dette di tutti i colori, dicono da tempo una frase : “tu non esci per paura ! Hai paura della gente, sei un asociale (a volte anormale) ecc..” E’ da molto tempo che ogni volta che mi rifiuto di uscire (quasi sempre) mi accusano di “paura della gente”. Ho validi motivi per credere che questa stramba teoria gliel’abbia inculcata lo psicologo di allora. E’ proprio da allora che continuano a dire queste cose, ma non hanno capito niente..  E’ verissimo che io non esco affatto nel mio paese, tranne le volte in cui sono obbligato, ma avviene questo per un semplice motivo : non ho come interesse quello di uscire insieme a gente che non mi sarà mai amica, ma al massimo buona conoscente per i motivi che sai, oltre al fatto che non ho un solo argomento in comune con loro, che corrono appresso a gossip e grotteschi eventi paesani come quello di fare un’insulsa commedia di pessima qualità. Ma purtroppo io sono a dir poco isolato. Su una cittadina intera, tutti pensano che uscire sia sacrosanto e doveroso, tutti ! E’ opinione comune, dai bambini agli anziani, che chi non esce la sera ha problemi psichiatrici e va aiutato. Il fatto di preferire un film o un buon libro a una commediucola da strapazzo fatta da 15enni o – comunemente – di preferirli a una semplice uscita la sera in un paesino di 8 mila anime,  li sbalordisce.
 La teoria dello psicologo che posso dedurre abbia inculcato ai miei è questa : “non esce perché si sente a disagio tra  la gente, e questo accade perché sa di essere gay e riconosce di essere in errore, quindi voi (i miei genitori) dovete aiutarlo a sopprimere questa parte malata di sé costringendolo o mettendolo nelle condizioni di frequentare gente normale e uscire”.
Cosa è accaduto ? Proprio domenica pomeriggio mentre ero di ritorno a Napoli dove studio, mi chiama la figlia di un tizio amico di mio padre (col padre presente al momento). Ora, questa tizia che ho visto una sola volta prima nella mia vita, mi chiede candidamente “perché non esci ? Ti ho chiamato perché non ti vedo mai.. Ti volevo dire che vorrei che uscissi con noi o con me..” Allibito. Sono rimasto allibito, oltre che profondamente umiliato, ed ero seriamente tentato di mandare questa sciocca affanculo, ma poi la gentilezza ha avuto la meglio e le ho spiegato con calma che io venerdì sera arrivo tardi, sabato sono impegnato con lo sport e domenica alle 5 torno a Napoli, quindi NON CI SONO.
Mi pare scontato che tutto questo è stato ordito dai miei, guarda caso all’indomani della commediucola mancata.
Un episodio per un 21enne trattato come un bambino, di un’umiliazione che è facile immaginare.
Sai cos’è che li sta mandando in bestia ? Il fatto che ogni giorno di più, come hai potuto notare, alzo la testa e sono sempre più orgoglioso di me, di quello che sono. E lo faccio capire in tutti i modi, in tutte le maniere implicite possibili e immaginabili. Sono fiero di me, e questo non lo accettano. In passato invece mi vergognavo, arrossivo dinanzi ai personaggi gay in tv, e loro ci godevano, come a dire “si rende conto di essere sbagliato, di essere in difetto”. Questo lo hanno capito, e mi stanno rendendo la vita impossibile. Sono solo come non mai, ringrazio ogni giorno Dio per il fatto che almeno sto più tempo a Napoli, lontano, senza di loro. A casa mia non ho nemmeno un briciolo di libertà e dignità, dato che nemmeno in bagno posso andare senza che spiino per vedere se ho pisciato o ho fatto altro.

Non immagino come sarà domani, io mi sto impegnando ma in questa situazione non so quanto resisterò. Sono senza amici e senza – non dico amore – ma quantomeno una storia, e questo mi sta rendendo duro, di pietra, nei confronti della vita. A volte piango ricordando com’era una volta, ai tempi delle prime medie, quando tutto non era ancora iniziato, quando la spensieratezza delle amicizie era l’unica cosa nella mia vita. Adesso sono disilluso, morto dentro, senza neppure una famiglia nel vero senso della parola, con una durezza incredibile, insolita da trovare in un 21enne.
Li vedo i miei coetanei, correre per le discoteche, lottare per le vere amicizie, piangere per i primi amori finiti male, gioire per il primo bacio, la prima volta, e inseguire il sogno di una vita, una vita possibile.
Il mio percorso di vita invece sarà anche non scontato, ma intanto mi sogno di poter andare nelle discoteche per quelli come me, non posso lottare per le amicizie vere, non piango per i primi amori finiti male, non gioisco per il primo bacio o per la prima volta, e inseguo il sogno di una vita impossibile.
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sabato 26 giugno 2010

DA PRETESO ETERO A GAY A 30 ANNI

Ciao Project,
31 anni, quasi sposato, dico quasi perché alla fine non ce l’ho fatta, secondo quanto avevamo programmato con la mia ex ci  mancavano sei mesi al matrimonio. Prima pensavo che l’idea di sposarmi avrebbe messo fine ai miei problemi, ma cominciavo a sentirmi in trappola, alla mia ex non avevo detto nulla. Secondo lei andava tutto benissimo perché con lei riuscivo ad avere dei rapporti soddisfacenti, anche sessuali, ma io immaginavo di stare con un ragazzo e solo così riuscivo ad eccitarmi. In pratica la pensavo del tutto priva della sua femminilità e anche dotata di attributi sessuali maschili. Più mi rendevo conto che non era così e peggio stavo. Lei mi desiderava e faceva di tutto per eccitarmi, la risposta fisica c’era ma io non la desideravo. Non abbiamo mai avuto rapporti penetrativi, non ce l’avrei proprio fatta, insomma provavo quasi un senso di repulsione mi sembrava una violenza su me stesso, e così a sei mesi dalla scelta definitiva ho detto a lei, ma anche alla sua famiglia e alla mia, che non mi sentivo di sposarmi. Apriti cielo quello che è successo! Mia madre ha pensato che io avessi un’altra ragazza e lo ha pensato anche la mia ex, mi hanno tempestato di domande di tutti i tipi, le hanno pensate tutte ma l’idea che io potessi essere gay non li ha neppure sfiorati. Con lei e con la sua famiglia la rottura non poteva essere più traumatica di come è stata, coi miei le cose sono andate diversamente, per mia madre la mia ex aveva ragione a pensare che io la tradissi, per mio padre se non me la sentivo ho fatto bene a troncare prima. Ma al punto in cui sono la situazione è ferma, si aspettano da me che io porti a casa un’altra ragazza, secondo loro la cosa è ovvia e necessaria, ma in realtà non solo non ho nessuna ragazza da portare a casa ma dovrei portare a casa un ragazzo e per di più pure molto più giovane di me, dieci anni meno di me. Se facessi una cosa simile non immagino nemmeno la reazione. Che io sia gay sicuramente non se lo aspettano proprio e che io possa stare con uno che ha dieci anni meno di me meno ancora, anche se tra mio padre e mia madre ci sono 16 anni di differenza, ma loro sono etero e la cosa è considerata normale. Il mio ragazzo l’ho incontrato un anno fa. Ci siamo conosciuti sul treno, abbiamo fatto insieme casualmente un viaggio fino in Ungheria. Buona parte del viaggio è stata di notte, in un treno quasi deserto, sulla carrozza ci saranno state 5/6 persone e avevamo un scompartimento solo per noi. Abbiamo parlato parecchio, poi si è addormentato sui sedili ed era proprio bellissimo stare di fronte a lui, che, tra l’altro, è anche un gran bel ragazzo. Poi si è svegliato e abbiamo ricominciato a parlare, inevitabilmente di ragazze (discorso avviato da lui) e mi ha detto che non era il suo genere. L’ho guardato stupito e lui mi ha chiesto: “e tu?” e a quel punto gli ho detto la verità. L’imbarazzo ma anche l’interesse reciproco è stato enorme, mi ha chiesto delle mie esperienze a livello sessuale e gli ho detto che non ero mai stato con nessuno, salvo un po’ di petting, anche spinto, con la mia ex, e mi ha risposto che anche lui non era mai stato con nessuno ma che voleva che succedesse solo se si fosse innamorato veramente e fosse stato ricambiato. Ci siamo scambiati i numeri di cellulare. Mi ha detto tante cose anche della famiglia, insomma si è creato un bel clima. Abbiamo parlato fino all’arrivo. Lui è sceso prima di me. Qual viaggio mi ha letteralmente sconvolto la vita. Speravo con tutte le mie forze che mi richiamasse e così è successo, poi ci siamo visti spesso quando è tornato in Italia perché abita in una città che sta a 20 minuti di treno dalla mia. Quindi abbiamo passato sempre la domenica insieme. Mi faceva una tenerezza infinita e lo desideravo eccome anche a livello sessuale ma dato quello che mi aveva detto non ho mai fatto un passo che potesse metterlo in difficoltà. All’inizio non gli avevo detto nulla della mia ex, ma poi ho dovuto dirglielo e lì ho capito che si era innamorato di me. Ha reagito proprio con manifestazioni di panico, era preoccupatissimo, mi diceva che non dovevo mettermi nei guai ma parlava sempre di me e mai di sé, alla fine mi ha detto chiaro che il suo sogno sarebbe stato stare con me, proprio perché con lui non ci avevo provato spudoratamente e mi ha baciato per la prima volta. Dopo due giorni ho troncato con la mia ex. Ho desiderato tantissimo fare sesso con lui ma per mesi non l’ho mai fatto perché mi sentivo come se in qualche modo stessi per fare una cosa sbagliata. Ci vedevamo, uscivamo, stavamo benissimo insieme, io ero tentatissimo ma cercavo di evitare, poi alla fine ci siamo arrivati. Ha preso lui l’iniziativa e io l’ho lasciato fare. Non è stata una cosa di sesso, era un’esigenza profonda sia sua che mia. Quando lo abbracciavo provavo un trasporto totale, non ho mai avuto il minimo dubbio che il mio ragazzo potesse essere solo lui. Con me è tenerissimo ma anche molto deciso, ha le sue idee in testa e questo mi piace molto, diciamo che sono anche contento che in pratica le scelte le fa soprattutto lui, perché alla fine fa quello che vorrei fare io anche se magari non avrei il coraggio di dirlo. Con lui sto bene e penso che lui stia bene con me (lui sa di questa mail, gliela ho fatta leggere). Ma arrivati a questo punto che si fa? Io penso che ormai siamo una coppia vera ma lui sta all’università e ne avrà per anni, io ho un lavoro precario e non so mai che succederà da qui a sei mesi. Come possiamo pensare a una vita in due? I suoi di lui non sanno nulla ma non la prenderebbero bene, tanto più perché ho 10 anni più di lui. In pratica abbiamo ancora bisogno dell’appoggio delle nostre famiglie per un bel po’ di anni. Lui non mi sembra preoccupato per questo, dice che quello che conta è che io ci sia e che il fatto che gli altri sappiano può essere solo un problema in più non una libertà in più. Di coming out non ne vuole assolutamente sapere e nemmeno di fare progetti a troppo lunga scadenza. Io lo vorrei sempre con me e invece ci si vede al massimo una volta alla settimana, Non mi lamento, per carità, anzi mi ritengo veramente fortunatissimo ma sogno di poter vivere con lui, in una casetta tutta nostra, di potermi addormentare stringendolo fra le braccia, ma adesso la situazione è di stallo totale e resterà così per anni. Un po’ di malinconia me la sento dentro, perché ho trovato un ragazzo meraviglioso ma non posso vivere con lui la vita che vorrei e che vorrebbe anche lui.  E invece potrebbe essere così facile vivere una felicità totale!
Un abbraccio Project. Se vuoi pubblica la storia, lui è d’accordo.
Ex viaggiatore solitario
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mercoledì 3 settembre 2008

ANGOSCE DEL PADRE DI UN FIGLIO GAY

Nel pomeriggio di oggi, 3 Settembre 2008, ho ricevuto una mail che mi ha toccato profondamente e che riporto per espressa volontà dell’autore, al quale ho risposto privatamente.
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Ciao Project,

ti scrivo per un motivo che ormai da qualche anno non mi fa vivere bene, mio figlio è omosessuale. Credimi per me e per mia moglie è stata una cosa difficilissima da accettare e noi, tante cose di quelle che tu consideri assurde, e giustamente voglio dire, le abbiamo fatte perché non sapevamo proprio che fare. Ma la storia te la racconto dall’inizio perché sei una persona che fa tanto per i ragazzi e un parere serio me lo puoi dare.

Io ho quasi 50 anni e mia moglie 47, nostro figlio ne ha 24 e abbiamo anche una ragazza di 16, questo per farti capire. Non siamo ricchi ma lavoriamo in due e grazie Dio non ci manca niente. Noi adesso un dialogo con nostro figlio non ce l’abbiamo più, forse non l’abbiamo avuto neanche prima.

Fino a quando ha fatto le medie era un ragazzo come tutti quanti gli altri poi, io non so come sia successo, ma è cambiato completamente, prima con noi ci parlava e poi più niente. Noi all’inizio pensavamo che fossero cose dell’adolescenza e non ci siamo preoccupati. Ha sviluppato presto e a 16 anni era già un bel ragazzo, ma lui da una parte e noi dall’altra. Tutto quello che dicevamo noi era sbagliato. Si chiudeva in camera sua e non ne sapevi più niente, usciva sì e no la sera per mangiare, però a scuola andava bene, non c’ha mai dato problemi, insomma, noi pensavamo che andava bene così. Però voleva sempre soldi, sempre soldi, lui diceva per il cellulare e noi ci siamo insospettiti un poco. Gli ho detto: dammi il numero che la ricarica te la faccio io e a lui gli è stato bene, quindi i soldi erano proprio per il cellulare, da un lato ci siamo tranquillizzati, ma dall’altro no. Ci dicevamo: ma a chi telefona, che spende tutti quei soldi? Pensavamo che c’avesse una ragazza, perché tanti atteggiamenti lo facevano pensare, quando doveva telefonare telefonava sempre dalla camera sua e si chiudeva dentro e non si sentiva niente perché parlava pianissimo. Una volta gliel’abbiamo detto che ce la doveva fare conoscere ma ha risposto che erano solo fatti suoi e che noi ci dovevamo stare al posto nostro.

La vera cosa che ci ha rovinato la vita (lo dico perché così è successo) è sta un giorno quando lui aveva 17 anni. Lui doveva stare a scuola e io dovevo andare a lavorare a Napoli. Sono arrivato a Napoli, dove dovevano lavorare non si poteva accedere perché ci stavano i Vigili del fuoco e ci hanno rimandato a casa. Io torno al paese colla corriera e passo vicino a un posto coi tavolini di legno dove la gente va a mangiare la domenica e mi vedo mio figlio abbracciato con un altro ragazzo che non avevo mai visto. Un attimo è stato ma era lui perché portava un giubbotto che si conosceva subito. Allora ho chiesto all’autista se mi faceva scendere subito e quello s’è fermato, ma l’autobus è andato ancora avanti un bel po’ rispetto al posto dove avevo visto mio figlio. Sono andato di corsa e stavano in un modo che non ti potevi sbagliare. Come m’hanno visto gli deve essere preso un colpo anche a loro. Quello che stava con lui non era un ragazzo, avrà avuto 40 anni, io non c’ho visto più e mi ci sono buttato addosso e mio figlio lo difendeva e m’ha detto di quelle parole che mai me le sarei immaginate da mio figlio. Mi sono messo a urlare che era minorenne e che a quello lo avrei denunciato, ma non ci stava nessuno, lo volevo ammazzare ma quello era più grosso di me e stava ammazzando lui a me e m’ha lasciato per terra che non mi potevo muovere poi s’è pigliato la macchina e se n’è scappato ma il numero i targa l’ho visto. Volevo parlare con mio figlio ma lì m’ha lasciato e se n’è andato per i fatti suoi.

Quando sono tornato a casa e l’ho raccontato a mia moglie, quella stava morendo. Lì per lì ho pensato che mio figlio lo dovevo ammazzare di botte e quell’altro lo dovevo denunciare, ma che fai? In un paese mica puoi andare dall’avvocato del paese. Ho preso l’appuntamento e sono andato a Napoli, il pomeriggio stesso ma l’avvocato mi ha detto che a 17 anni non è reato se non c’è violenza e il giudice se c’è stata violenza lo chiede alla vittima, ma mio figlio prima di dire una cosa del genere avrebbe cavato gli occhi a me.

Come stavo te lo puoi immaginare. Torno a casa che era sera tardi e mio figlio non era tornato. Tu non ti puoi immaginare quello che ho passato io quella notte, mi pensavo che s’era buttato da qualche parte e pure per colpa mia. Al cellulare non rispondeva. Non sapevo se andare dai carabinieri, non sapevo che pesci pigliare. Poi mia moglie ha avuto la pensata e ha detto: tu gli devi chiedere scusa se no quello è capace che qualche pazza la fa, se non l’ha già fatta, abbiamo pensato un sms così: papà ti chiede scusa è stato un momento di follia perdonami! Io l’ho scritto e l’abbiamo mandato ma quanto m’è costato manco te l’immagini.

Dopo una notte di terrore come quella, che mio figlio fosse omosessuale mi sembrava quasi accettabile purché non fosse morto. Ho pregato la Madonna dicendo: se si salva a me basta, mi sta bene pure omosessuale. Lui ha risposto dicendo che gli avevo rovinato la vita e che mi avrebbe odiato per tutta la vita, però ha risposto, gli abbiamo detto che doveva tornare a casa che adesso avevamo capito e che non l’avremmo ostacolato comunque. La sera appresso a casa è tornato ma sbattendo le porte e manco guardandoci in faccia. È entrato e s’è chiuso dentro.

Insomma così è cominciato l’inferno a casa nostra e tutto sotto gli occhi della sorella. Quando noi stavamo a casa lui stava chiuso dentro, con noi non mangiava mai, si pigliava dentro il frigorifero quello che voleva e se lo postava nella camera sua. La mattina usciva per la scuola e io non ne sapevo più niente. Poi sono andato a parlare coi professori e m’hanno detto che aveva fatto tantissime assenze, tutte quante prima che facessi a botte con quel tipo ma dicevano i professori che adesso per fortuna aveva ripreso a andare a scuola seriemente perché si stava giocando l’anno. Quindi a scuola ci andava e studiava pure. A noi non ci chiedeva soldi, perché è pure molto orgoglioso e come faceva a andare avanti proprio non lo so. Però non si poteva andare avanti così. Insomma, io e mia moglie ci siamo fatti coraggio e a nostro figlio l’abbiamo affrontato e qualche cosa abbiamo capito. Quello di 40 anni era sparito e mi figlio era nero. Mi diceva che era omosessuale per colpa nostra e che poi noi ci mettevamo in mezzo per ostacolarlo. Insomma abbiamo litigato violentemente ma almeno abbiamo parlato un po’.

Non sapevamo che fare. Di nascosto da lui siamo andati da uno psicologo di Napoli che c’ha detto che dovevamo andare da lui tutti e tre, che lui ci poteva aiutare a stare meglio tutti e tre ma che se mio figlio era omosessuale, omosessuale sarebbe rimasto e noi abbiamo detto che a questo eravamo rassegnati ma almeno cercavamo un po’ di pace. A dirglielo a nostro figlio ci abbiamo provato ma ci guardava come due deficienti e ci diceva che lo volevano fare diventare eterosessuale. Mia moglie ha provato a dirgli quello che aveva detto lo psicologo ma lui pensava che fosse un trucco e manco la stava a sentire. Quindi pure la storia dello psicologo è finita in niente.

Madonna quanto abbiamo parlato io e mia moglie, dicevamo, beh, se si trova un ragazzetto dell’età sua si può pure fare, se sta attento alla gente, perché qua dove stiamo noi se ti scoprono che sei omosessuale diventi la favola del paese e non campi più, a altri ragazzi è successo. Abbiamo provato a dirglielo e lui è diventato una furia: che quelli erano cavoli suoi e basta. E sai che ha fatto, appena ha fatto 18 ani, il giorno appresso l’ha raccontato a tutto il paese, ma con tutta la storia che mi ero preso a botte con quello. Madonna mia quanto mi sono vergognato non del fatto che fosse omosessuale da di quello che diceva la gente, di come considerava lui e noi. Insomma siamo stati messi in piazza alle chiacchiere della gente, ma il primo a finire male è stato lui, era una cosa che non si poteva proprio andare avanti e a scuola non ci voleva andare più e doveva fare gli esami.

Insomma l’abbiamo dovuto mandare a una scuola privata a Napoli, gli abbiamo preso pure un buco di appartamento, perché stesse un poco libero e noi ce ne siamo andati a vivere in campagna ma per me e per mia moglie erano ore di viaggio in più per andare a lavorare e per la sorella per andare a scuola. Avevamo paura che alla scuola a Napoli non ci volesse andare perché la dovevamo pagare noi e pure la casa, ma poi non ha fatto storie perché pure per lui al paese non ci poteva vivere più. Le nostre telefonate si sono limitate a: come stai? Tutto bene, ciao.

I soldi glieli mandiamo per vaglia, non gli chiediamo mai niente, a 22 anni si è preso la prima laurea ma a noi non ce l’ha detto e noi non abbiamo chiesto niente, l’abbiamo saputo da un ragazzo che studia le cose che studia lui.

In pratica noi con nostro figlio non abbiamo più nessun rapporto, lui ci considera nemici, probabilmente, non lo so, ma adesso ha 24 anni. Ma perché le cose devono andare a finire così. Ho provato a pensare come si può sentire lui e penso che senta male pure lui. Ma perché dobbiamo continuare a andare avanti così? Sono sette anni che avanti così e non si vede luce. È omosessuale, mo l’ho capito, mi sono letto tante cose per capire meglio, pure quelle che hai scritto tu e mi hanno aiutato tanto. Adesso posso dire che io e mia moglie alla fine la cosa l’abbiamo accettata. Se abbiamo fatto sbagli non l’abbiamo fatto per cattiveria ma perché di queste cose non ne capivamo proprio niente. Tu, se fossi adesso al mio posto, che faresti? Credimi io a parlare con mio figlio ci ho provato tantissime volte ma non ne ha voluto sapere, ma noi gli vogliamo bene, se ci porta a casa un ragazzo ci sta bene lo stesso, ma perché ci deve guardare come due nemici? Te lo dico con le lacrime agli occhi, io lo vorrei abbracciare ma ho paura che non succederà più!

Se la vuoi mettere nel forum questa lettera mettila, ma rispondimi solo privatamente.
Adesso arrivo a capire che tu per i ragazzi fai cose buone, ma credimi per un genitore arrivarci è difficile.
Ti stimo tanto.
A. B. [la mail originale riporta nome e cognome per esteso]

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