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lunedì 13 febbraio 2017

ANDY - Romanzo gay 2002

Vi comunico che, in data 13 Febbraio 2017, la Biblioteca di Progetto Gay si è arricchita di un nuovo volume: “ANDY” Romanzo Gay, scritto nel 2002.
Al momento la pubblicazione non è ancora completa, sono stati pubblicati i primi 13 capitoli (più di 400 pagine) su un totale di 24. Gli altri capitoli saranno pubblicati man mano che il lavoro di prima revisione e di formattazione di ciascun capitolo sarà completato.
Il volume si può scaricare, senza nessuna formalità e ovviamente gratuitamente, dalla Home del Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/ (nella sezione “La Biblioteca di Progetto Gay”, basta scorrere ha Home).
Sarò grato a chiunque vorrà farmi pervenire commenti (tramite Forum, o via mail, all’indirizzo reperibile sempre sulla home del Forum: “Contatta Project”), o vorrà indicarmi errori o oscurità ancora presenti nel testo.
Il romanzo racconta la vera storia d’amore di due ragazzi gay, ricostruita nelle sue dinamiche psicologiche e nella sua complessità sulla base di documenti originali (lettere e diari) e sulle testimonianze dirette dei protagonisti.
Non faccio anticipazioni per non togliere al lettore il piacere della scoperta.
Buona lettura.
Project

venerdì 26 marzo 2010

RACCONTAMICHISEI STORIE VERE DI AMORE GAY

Cari amici di Progetto Gay,
ieri sera mi è capitato di parlare con un ragazzo (Andrea), presentatomi da un vecchio amico di Progetto Gay, questo ragazzo ha avviato due blog che mirano a raccogliere storie d’amore tra ragazzi gay, sulla base di esperienze reali. Ho parlato con questo ragazzo e devo dire che l’attività che si propone di avviare è, per alcuni aspetti, abbastanza affine a quella di Progetto Gay, perché la finalità di fondo è quella di dire la verità sulla vita dei ragazzi gay. L’impostazione è decisamente seria e l’iniziativa potrebbe avere un seguito non indifferente. È quindi con vero piacere che pubblico la mail di Andrea, il curatore dei nuovi blog, e vi invito ad andare a vedere di che si tratta. Buona fortuna Andrea!!

Ciao project,
sono Andrea il ragazzo che si occupa del blog "Raccontami chi sei..." e come ti ho promesso ieri sera su msn ti scrivo per raccontare il progetto del mio blog così che tu possa postarlo sul tuo.

Qualche tempo fa mi è capitato di parlare con un uomo a proposito di tematiche omosessuali. Lui mi ha raccontato di non riuscire nemmeno a immaginare che fra due persone dello stesso sesso potesse esistere l'amore, quello con la A maiuscola. Abbiamo discusso abbastanza e alla fine siamo arrivati alla conclusione che per lui è così impossibile pensare all'amore fra omosessuali perché mai aveva conosciuto qualcuno che effettivamente lo vivesse, che lo testimoniasse.
Questo incontro mi ha fatto riflettere molto e ho pensato che chi, come me, tale amore lo sente forte nella propria vita ha il diritto di raccontarlo, di far sentire a tutti gli altri che questo amore esiste ed è vero e sincero. Ho allora aperto un blog, si chiama "Raccontami chi sei" lo potete trovare a questi due indirizzi:

www.raccontamichisei.myblog.it
www.raccontamichisei.blogspot.com

Lo scopo del blog è quello di dare la possibilità a tutti gli omosessuali che lo vogliono di raccontare le proprie esperienze perché finalmente alle persone arrivi un'informazione vera, priva di stereotipi e luoghi comuni sull'omosessualità, ho pensato che un modo per far questo fosse il racconto scritto. Io ho iniziato a raccontare la storia di Marco, un personaggio fittizio al quale farò vivere esperienze mie e di miei conoscenti ovviamente romanzandole un po'.
Purtroppo io non sono molto bravo a scrivere e sicuramente le storie che io conosco sono solo una minima parte delle tante che esistono, è quindi necessario che chi vuole e può prenda carta e penna e cominci a scrivere, in qualsiasi forma, ma sempre rifacendosi a storie reali. Potete poi spedirmi il tutto a raccontamichisei@gmail.com e io lo pubblicherò sul blog. Se invece avete qualche idea o esperienza da raccontare ma non volete mettervi a scrivere allora mandatemela e ci penserò io a trasformarla in un racconto.
Credo che questo blog possa essere una buona opportunità per far scoprire a tutti (etero e omosessuali) che ancora non ci credono che l'amore omosessuale esiste eccome, quindi che il racconto abbia inizio!

Grazie mille per l'aiuto e la collaborazione fammi avere presto quello che vuoi che io pubblichi approposito del tuo blog.

Andrea

sabato 19 aprile 2008

STORIE E REALTA' GAY

Ma perché tutte le storie gay che leggo sono piene di ragazzi bellissimi e disponibilissimi? Perché l’ottimismo verso il futuro è una merce così abbondante? Sono tutti giovani, tutti belli, tutti in perfetto stato fisico, tutti innamorati persi e per di più proprio della persona giusta! … Queste storie gay non sono storie ma fantasie, nessuno racconta la sua vita ma tutti si limitano a raccontare i loro sogni… anche la poesia vive di sublimazioni, ma la narrativa troppo sublimata ha uno strano sapore… è bella, se vuoi, ma irreale, in fondo si tratta solo di belle favole in cui le cose finiscono sempre bene… ma la realtà? La realtà che fine ha fatto? La realtà del quotidiano, dei sogni che rimangono sogni proibiti, dei desideri che non si realizzano, delle dichiarazioni fatte alla persona sbagliata, delle delusioni, della solitudine, dei ragazzi mezzi mezzi, gay e non, o troppo magri o troppo grassi, dei ragazzi non californiani, non palestrati, dei ragazzi qualunque di cui è piena la vita? Quando rivedo qualche vecchio film di Pasolini resto sconvolto proprio dal realismo, dalla crudezza, in qualche modo dalla verità di quello che vedo, ma oggi, nella narrativa gay, se ha un senso chiamarla così, di verità ne trovo pochissima, io stesso sento la tentazione di scrivere inventando e lanciandomi a sognare cose lontanissime dalla realtà. L’alienazione e la fuga dal reale sono divenute un rifugio costante anche per me. In internet c’è tanta narrativa a sfondo gay (ma proprio tanta) ma la dimensione realistica è costantemente messa da parte. Ho trovato un bel sito di narrativa gay con tantissime storie ma sono anche in questo caso lontanissime dal mondo reale, si tratta di un sito creato da un anziano che, evidentemente, ha fatto dell’ottimismo la sua missione, scrive cose molto belle, anche commuoventi ma, purtroppo, non realistiche, se vogliamo, propone modelli “facili” a persone giovani che avranno delle strade molto “difficili” da percorrere e che nella stragrande maggioranza dei casi si adatteranno a vivere una vita di “serie b”. Mi chiedo talvolta se l’ottimismo sistematico non sia in effetti una spia del contrario, spesso la letteratura ha un valore sostitutivo della vita reale. Ciò che mi lascia perplesso è che praticamente quasi tutta la narrativa a sfondo gay non ha nulla a che vedere con la realtà, nella vita della maggior parte dei gay di eros ce n’è veramente poco, la fuga nel mondo irreale non è di un singolo ma di tutti, sembra quasi che le favole premino più della realtà, che guardare in faccia le cose come sono sia deprimente, che, tutto sommato, nessuno voglia riflettere sulla vita che realmente fa.
E se invece scrivessi un romanzo diverso? Un romanzo reale… una storia di delusioni, di fallimenti, di vecchiaia incombente o già arrivata? Se cercassi di dire che cosa si prova e non che cosa si sogna? Un romanzo con un titolo semplice “banalità della vita quotidiana”, la storia di un vecchio depresso, deluso, un poco rincoglionito, che si droga talvolta con le letteratura ma che alla fine resta comunque nel suo buco, la storia del non concludere nulla, del lasciarsi andare senza drammi e con mille rimpianti, ma rimpianti stupidi, cose da stupidi, da delusi del mondo e della vita, che hanno passato sì qualche momento bello ma che in fondo non sono mai stati se stessi… questo romanzo sarebbe reale, coerente, non un manifesto ideologico ma un documento reale, qualcuno leggendolo potrebbe sentirsi meno solo… e sarebbe già molto, forse.
Se volete, potete partecipare alla discussione sull'argomento aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=27214709

martedì 20 novembre 2007

TEMPO PER ACCETTARE UN AMORE GAY

Questo post è dedicato a Codice a compimento di una promessa. Il testo è una riduzione (per motivi di spazio) di un diario scritto da un ragazzo gay ventiduenne nel 2004. Come sempre sono stati cambiati i nomi ma il documento è autentico.

Domenica 1° Febbraio 2004, ore 23.18.
Marco, Marco, Marco, Marco, Marco... oggi per la prima volta ho capito che cos’è la felicità totale. Tu c’eri... sì, stavi vicino a me, a dieci centimetri da me, mi guardavi negli occhi, non sei scappato, non hai detto scemenze... sei rimasto zitto... e quel silenzio era mio, solo mio, tutto per me... poi m’hai dato quel buffetto sulla guancia e hai sorriso. Io prima mi sentivo strano, ma tu mi hai trattato con tenerezza, un buffetto su una guancia non me l’avevi mai dato, io per un attimo ho toccato la tua mano e tu non l’hai ritratta... Mannaggia, come voglio che sia vero! Lo voglio alla disperata... non posso fare a meno di te... Ti prego, dimmi che è vero... E’ vero, io la dichiarazione non te l’ho fatta ma tu hai capito lo stesso... lo so che hai capito lo stesso, lo so, l’ho sentito dentro, mi sono sentito sciogliere dentro, ho sentito che Marco mi ama. Come vorrei che fosse vero. Mi vergogno a scrivere in questo diario le mie reazioni a livello fisiologico, ma ci sono state eccome, per me quella tenerezza era sessuale, lo so che era sessuale, lo so che era sessuale anche per te... perché senza una spinta sessuale non si può sorridere così... Ma io domani ti rivedo, ma come faccio a non saltarti addosso? Ma come faccio a controllarmi? ... ma tanto lo so benissimo che ci riuscirò, ci sono riuscito sempre. Marco! Io ci sono... ti prego un momento come quello di oggi fammelo rivivere di nuovo...

Martedì 3 Febbraio 2004, ore 23.10.
Non so che dire e non so che pensare... mi aspettavo tutto diverso... Perché no? Dimmelo... perché no? ... Io te l’ho chiesto esplicitamente e me l’hai detto tu che sei gay... e allora perché no? Tu hai cercato di dorarmi la pillola il più possibile... mi hai detto che mi vuoi bene... Ma che vuol dire che mi vuoi bene? Ma che vuol dire che mi vuoi bene ma che non puoi stare con me? ... l’hai detto tu che sei gay... e poi non hai detto che non vuoi ma che non puoi... ma perché non puoi? Io l’impressione che tu fossi interessato a me l’ho avuta... forse non ho capito niente... ma non è vero... tu sei interessato a me... e allora perché no? Non puoi... ma che vuol dire? Ti fa schifo stare con me? Ma io questa impressione non l’ho mai avuta. Non sapevo che dire. Istintivamente ti avrei abbracciato strettissimo e ti avrei baciato e la cosa ti avrebbe fatto piacere ma mi sono sentito congelato. Ho pensato che tu volessi chiudere con me ma mi hai dato appuntamento per domenica 8... e oggi è solo martedì... però domenica ti rivedo, non so che pensare, se amarti, se odiarti, adesso sto solo male perché non ci sei.

Domenica 8 Febbraio 2004, ore 22.45.
Se non mi vuoi, perché mi prendi le mano? Prendersi per mano è una cosa intima... che bisogno ce n’è se non mi vuoi? In un’altra situazione mi piacerebbe, ma così mi imbarazza... mi prendi per mano e mi dici che non starai mai con me, mi dici che mi ami, perché questo hai detto e mi dici che non potrai stare mai con me... ma perché? Te l’ho chiesto tante volte: Perché? Perché? Perché? hai detto che non hai una ragazza, che non hai un altro ragazzo, che vuoi bene solo a me, solo a me... e allora perché no? Dimmelo, spiegamelo... io non lo capisco... ma perché ti stai imponendo un sacrificio del genere? Tu mi stai torturando, quello che fai non lo capisco... Marco... ma perché non mi parli chiaro? Di che hai paura, l’hai detto tu che sei gay...

Martedì 10 Febbraio 2004, ore 23.10.
Senza sesso! Ma che vuol dire senza sesso? Ma perché senza sesso? Oggi ci siamo pure baciati ed è stato bellissimo, è stato bellissimo pure per te, non lo puoi negare! ... Tu mi baci... e mi baci in quel modo... e poi mi dici che mi ami senza sesso... ma non è vero! Maledizione, ma come posso farti capire che bacarsi in quel modo è sesso, lo è sotto tutti i punti di vista, in fondo tra quello e andare a letto insieme la differenza è minima... ma per te è enorme. Hai 21 anni caspita! Non sei un ragazzino! Prenditele le tue responsabilità! Marco... ma perché mi baci, se non vuoi stare con me? Se non ti va, vattene via... io ti rispetto lo stesso e ti voglio pure bene... ma perché mi devi fare soffrire così? Vieni da me, mi baci e poi mi dici di no... ma è assurdo!

Mercoledì 11 Febbraio 2004, ore 23.45.
Che giornata folle! Tre ore fa pensavo che con te fosse finito tutto e adesso mi sento sconvolto. Mi hai aggredito come se fossi il tuo peggiore nemico, nemmeno con durezza, ma con disinteresse, mi dovevi buttare in faccia tutta la tua indifferenza e sei riuscito a farmi piangere. Quando te ne sei andato sbattendo la porta (erano le sei in punto) mi sono sentito morire, eri quasi violento, tu che prima mi baciavi in qual modo oggi eri violento. Sono stato a piangere di rabbia e di disperazione per tre ore. Sono stato proprio uno schifo... non capivo più niente, volevo almeno capire qualcosa ma non capivo più nulla, mi sembravi cattivo, un’altra persona, spietato, ti comportavi come non ti eri mai comportato e allora ti ho odiato... poi mi hai chiamato. Quando ho sentito la tua voce mi sono dimenticato di tutto e ho saputo dirti solo che ti voglio bene. Tu mi hai lasciato parlare, poi finalmente ti ho detto quella parola che non riesco a dirti mai, ti ho detto: “Marco, io ti amo”. E allora tu mi hai interrotto e mi hai detto solo: “Ti prego, dammi ancora un po’ di tempo... non dire nulla... passo da te domani pomeriggio... adesso finiamola qui... non fare commenti, ti prego, passo domani, ciao”. E hai chiuso il telefono. Non ti ho richiamato, volevo mandarti un sms ma non l’ho fatto, avevo un bisogno disperato di sentire di nuovo la tua voce ma non ti ho richiamato. Le tue parole me le sono scritte immediatamente per non cambiare nulla e le ho rilette mille volte... evidentemente per te è difficile, a me sembra impossibile, ma per te è difficile. Marco, io ti starò vicino sempre, comunque. Richiamarmi oggi è stato un gesto d’amore. Ti amo, Marco, non posso vivere senza di te.

sabato 13 ottobre 2007

IL SENSO DI ANDY ROMANZO GAY

Avevo ricevuto alcune segnalazioni circa la necessità di rendere immediatamente reperibili le varie parti del Romanzo Gay ANDY. Ho provveduto ad aggiungere su tutti i blog i link permanenti alla pagina dell’indice. In questo modo la lettura continua del romanzo risulta molto facilitata ma al lettore si richiede comunque un certo sforzo di continuità per avvicinarsi in modo non superficiale ai due personaggi. La vicenda, come ho già detto altrove, è una vicenda reale che è stata ricostruita nel massimo rispetto della oggettività dei fatti, con l’aiuto degli stessi protagonisti. Questa lettura rappresenta la vera vita di due ragazzi gay esattamente come essa si è realizzata. Attraverso questo romanzo, che di inventiva ha veramente ben poco, il lettore può confrontarsi con i sentimenti, con le emozioni, le paure e le delusioni di due ragazzi gay e può seguirli per un buon tratto della loro vita reale. Dietro questo lavoro non c’è nessuna tesi da dimostrare, c’è solo una storia vera che merita di essere raccontata. Ovviamente anche un lettore etero può leggere questo romanzo, se vuole veramente capire che cosa significhi la vita e l’amore per un ragazzo gay, ma questo romanzo è stato scritto essenzialmente per i lettori gay, che sono gli unici che ne possono comprendere il significato fino in fondo attraverso un riscontro con la loro stessa esperienza. Purtroppo, per lasciare questo romanzo su un blog senza restrizioni, cioè non per adulti, ho dovuto fare ricorso con rammarico ad alcuni tagli (non però particolarmente distruttivi) là dove la narrazione aveva implicazioni sessuali troppo dirette o troppo esplicite per un pubblico non adulto. Questi tagli riducono inevitabilmente il significato del romanzo, che è, anche nella versione non censurata, mille miglia lontano da qualunque finalità di pornografia. Ma la vita di due ragazzi gay ha necessariamente delle implicazioni sessuali forti che, se a qualcuno possono sembrare inopportune, non possono essere taciute se si vuole evitare il rischio di falsare completamente la vicenda reale. In altri termini la dimensione sesso in una storia come questa è essenziale. Nei limiti del possibile ho cercato di reintegrare e di riscrivere alcune parti del romanzo perché il senso autentico del discorso fosse comunque ben comprensibile, nonostante i tagli. Sottolineo che se avessi pubblicato la versione integrale su un sito per adulti avrei ottenuto probabilmente molta più audience ma, ci tengo a sottolinearlo, non è a quel pubblico che questo romanzo è rivolto. Alcuni lettori mi hanno fatto pervenire i loro commenti e di ciò li ringrazio di cuore, se altri vorranno fare altrettanto ne sarò felicissimo. Per scrivere questo romanzo nel modo più oggettivo possibile ho impiegato anni, con l’aiuto degli stessi protagonisti, ora sarei ben felice se questa fatica potesse essere utile o almeno gradevole per qualcuno. Vi ringrazio della vostra pazienza e, se volete, buona lettura. La pubblicazione è a metà del quarto capitolo e i capitoli terminati, al momento sono 25, la pubblicazione quindi andrà avanti ancora per un bel po’.

giovedì 11 ottobre 2007

ANDY ROMANZO GAY 4/1

Quella che segue è la prima parte del quarto capitolo di ANDY, Romanzo Gay. Andy sente parlare da Marco dei suoi genitori, ha il primo contatto con loro e si trova immerso in un’atmosfera affettiva seria fatta di rispetto e di attenzioni profonde.
Dedico queste pagine a Francesco per ringraziarlo del graditissimo commento.
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La mattina successiva Andy si svegliò per primo, provava la strana sensazione di essere in un altro letto, all’inizio la sensazione era solo quella e solo fisica, poi pensò a Marco che dormiva accanto a lui, lo osservò con amore, si disse che avrebbe fatto di tutto per meritarselo un ragazzo così, che avrebbe dovuto fare il bravo ragazzo evitando di mettere Marco in difficoltà in qualsiasi modo, si rendeva conto che Marco non si sarebbe mai trovato in difficoltà se lui lo avesse trattato con un po’ d’amore. Decise di andare a preparare la colazione senza svegliarlo, sarebbe stato un segno di voler essere alla pari, di non voler perdere l’occasione per un gesto affettuoso. Si alzò cercando di non far muovere il letto, poi uscì dalla stanza in silenzio e chiuse la porta, entrato in cucina chiuse anche la porta della cucina per evitare di svegliare Marco, mise il latte sul fuoco, preparò due toast, il burro e la marmellata, ormai sapeva dove trovare ogni cosa, la colazione fu pronta in un quarto d’ora, Andy mise tutto su un vassoio grande, aprì la porta della cucina, poi quella della camera da letto e vide Marco che lo aspettava seduto nel letto.
- Buongiorno Cucciolo!
- Buongiorno Andy! Hai fatto tutto tu!
- Adesso siediti comodo e facciamo colazione.
Marco si fece servire, divorò la colazione in pochi secondi poi si fermò a guardare Andy negli occhi.
- Lo sai Andy che sei veramente speciale… tu fai di tutto per farti volere bene ma tanto io non te ne posso volere più di così.
Andy strizzò gli occhi e sorrise.
- Dai, Andy adesso stenditi un po’ vicino a me, Birillo! Ti voglio bene!
- Cucciolo dai tuoi quando ci andiamo?
- Come vuoi tu, o in mattinata o prima di pranzo.
- Allora ci andiamo prima di pranzo e adesso stiamo un po’ qui così, adesso perché non mi coccoli un po’?
- Ma tu sei proprio cucciolone cucciolone.
- Sì Cucciolo, mi piace tanto! Io non mi vergogno mica di queste cose, mi piace sentire che sei caldo, che stai vicino a me, che mi accarezzi, io mi posso lasciare andare completamente.
- Andy…
- Sì.
- Ma quando tu ti sei masturbato con quel tipo che cosa è successo?
- Mannaggia, come sei geloso! Mh… però è bello che sia così! Insomma, quel tipo non mi piaceva granché ma forse allora mi sembrava che fosse l’unico che ci sarebbe stato e io avevo una curiosità fortissima, all’inizio io non ho detto di no, lui ha capito e mi è stato appresso per quattro o cinque giorni, io però non gli avevo dato nemmeno il numero di telefono, mi beccava sempre all’università, fisicamente non mi piaceva un gran che ma non era tanto brutto, a un certo punto mi ha fatto proprio una proposta esplicita.
- Ma una proposta di che?
- Proprio che saremmo potuti andare a casa sua a masturbarci insieme.
- E tu che hai fatto?
- Io ho detto di sì.
Marco fece una smorfia e Andy allargò le braccia, come per dire che ormai era successo.
- Ma io non capivo nemmeno bene dove mi stavo cacciando e la tentazione era fortissima, per me era la prima volta in assoluto, insomma siamo andati a casa sua, ci siamo seduti su due poltrone una di fronte all’altra e abbiamo cominciato a masturbarci, ma ognuno per conto suo, poi lui ha cominciato a chiamarmi con nomi da donna, Paoletta mi pare, proprio così, la cosa mi dava proprio fastidio, poi ha detto espressamente che mi avrebbe in... , proprio questa parola, e allora mi sono tirato su i pantaloni e l’ho lasciato con il c.... in mano, esattamente così, ho tirato la porta e me ne sono andato, all’università si è rifatto vivo ma io ero incazzato nero e quando non c’era nessuno gli ho dato un calcio in culo e l’ho fatto cadere dalle scale, esattamente quello che ho detto, quello non era gay, era uno che cercava qualche emozione sostitutiva, poi è sparito e non l’ho visto più, ormai è passato più di un anno, certo a me la cosa ha lasciato dei brutti ricordi… non lo so, … forse no… soprattutto mi è sembrata una cosa stupida, prima pensavo che sarei stato condizionato da una cosa del genere, che non avrei più accettato di fare sesso con un ragazzo o cose del genere ma poi la cosa è passata da sé…
- Ma quello quanti anni aveva?
- Credo una trentina, ma poi si dava arie da bullo, di quelli: faccio tutto io! Proprio uno stronzo completo, e a trent’anni stava ancora all’università.
- Dai Birillo! Adesso pure noi non siamo mica così brillanti!
- Sì, ma io di anni ne ho ventidue, quello ne aveva trenta, io a trent’anni spero di avere finito… poi magari non è, ma c’è ancora tanto tempo.
- Scusa se insisto, ma come ha fatto a capire, a venirti dietro e a convincerti?
- Ma non era molto difficile, voglio dire che io allora ero talmente in rotta con i miei che avrei fatto qualsiasi cosa anche solo per sputtanare mio padre, adesso credo che non lo farei più, ma allora ero proprio io che andavo a cercare le occasioni pericolose, tu mi hai conosciuto adesso, ma due anni fa ero molto più scatenato di adesso, ne facevo veramente di tutti i colori, ma solo quando stavo all’università, mi vestivo strano, attaccavo bottone con tutti, proprio prendendo io l’iniziativa, insomma se uno era in cerca di un ragazzo disponibile, magari… no, diciamo di un ragazzo che poteva sembrare disponibile… su di me ci poteva buttare l’occhio sicuramente, non ero come mi hai visto tu… e no! Ero scatenato parecchio…vestiti colorati, capelli con la gelatina… il piercing no, ma quello era no perché non mi piaceva farmi fare i buchi, non per altro… certo non andavo nei cinema a luci rosse o nei posti di dragaggio… però all’università mi esponevo molto, insomma chi voleva capire poteva capire benissimo.
- Che vuol dire che ti esponevi molto?
- Beh, insomma, te l’ho detto, attaccavo bottone con tutti anche in modo molto disinvolto… che ti devo dire, certe volte certi ragazzi li ho provocati e stuzzicati io in modo sottile, con discorsi ambigui… non so, forse non erano gay o avevano paura, ma se ci fossero stati dei gay, voglio dire dei gay non troppo condizionati dall’ambiente… credo che non mi avrebbero mollato facilmente.
- Mah! Io credo proprio il contrario, non penso che un ragazzo gay apprezzi molto certi modi di fare.
- Ma non sono tutti come te, tu sei un tipo molto particolare.
- E non avevi paura di metterti a rischio? Voglio dire che ti poteva capitare pure qualcuno poco raccomandabile…
- Sì, ma pensavo che in fondo avrei incontrato altri ragazzi più o meno della mia età e che sarei riuscito a cavarmela in qualsiasi situazione, in fondo non avevo paura vera e non avevo mai fatto esperienze veramente negative.
- Ma in quel modo non avevi l’impressione di buttarti via?
- No, perché io che esistessero cose come quella che stiamo vivendo adesso non me lo immaginavo nemmeno, per me l’amore non esisteva proprio, per me esisteva solo il sesso, io le cose le dovevo brutalizzare il più possibile, anche me stesso.
- Ma a te quello ti piaceva?
- Non mi faceva schifo, è vero, ma realmente non lo desideravo, mi interessava l’esperienza, non la persona.
- Ma come si fa a fare sesso senza amore?
- Per te è impossibile, ma per me era possibile solo così, e se la persona che vorresti non la trovi che puoi fare? E poi per innamorarti devi trovare una persona di cui valga la pena di innamorarsi, se non ci fossi stato tu… non lo so, io che potesse esistere un Cucciolo come te non l’avevo mai pensato, nemmeno che potesse esistere una famiglia come la tua. Tu ti credi che i ragazzi sono più o meno tutti uguali, ma non è vero, non è nemmeno un problema di buoni e cattivi sono solo tanti mondi separati e basta. E per le famiglie è lo stesso.
- Andy perché non mi parli un po’ della tua famiglia…
- No, non mi va, non ne voglio parlare, non voglio sprecare il tempo così. E tu? Sesso proprio niente?
- Vedere e non toccare! E pure vedere poco e rubato e soprattutto amore niente, corrispondenza affettiva niente, solitudine, masturbazione e ancora solitudine, praticamente tutto qui. Sognare tanto, vivere poco.
- Ma ti sarai innamorato almeno una volta!
- No! Fantasie tante e tutto quello che viene appresso, ma per innamorarsi bisogna essere in due e io sono stato sempre solo.
- Ma come facevi ad andare avanti?
- In che senso?
- Per il sesso va be’, ti masturbavi, ma proprio per parlare, per non essere solo del tutto…
- Be’ c’erano i miei che mi volevano bene e in effetti ero solo ma non mi ci sentivo o mi ci sentivo soltanto in un certo senso, voglio dire che mi sentivo comunque al centro dell’attenzione.
- Ma non ti dava fastidio che i tuoi sapessero che eri gay?
- No! Forse ti può sembrare paradossale ma i miei hanno sempre avuto molto rispetto per queste cose, non mi sono mai sentito spiato, giudicato… niente di tutto questo, qualche volta se ne parlava, mio padre mi ha sempre fatto delle specie di prediche morali, ma non come pensi tu, mi diceva che quando si vuole bene a qualcuno si fanno delle scelte e che sono cose serie che devono durare tutta la vita, lui sapeva benissimo che io sono gay ma questi discorsi me li faceva lo stesso, voglio dire che secondo lui servivano a mettermi sulla buona strada per costruire un rapporto con un ragazzo, a mio padre non avrebbe dato fastidio che io vivessi una storia come la nostra ma che io andassi a cercare un ragazzo diverso tutte le sere o che volessi cercare di prevalere o di dominare in modo violento, se l’avessi fatto mi avrebbe preso a schiaffi, ma non per il fatto che era un ragazzo ma per la violenza, per la prevaricazione, queste sensazioni io ce le ho nettissime, a me queste prediche di papà sono sempre piaciute tanto, quando si entrava nel discorso io lo stavo a sentire con una forma di coinvolgimento forte. Andy, ho notato che a te certe cose sembrano assurde ma io credo che i miei ti accoglierebbero benissimo, cioè non “credo”, ne sono sicuro!
- E tua madre?
- Be’, mia madre mi ha sempre coccolato di più, cioè non di più ma in modo più esplicito, ma è sempre stata d’accordo con papà, non li ho visti mai litigare, piangere sì, insieme, quando avevano grossi problemi e non sapevano che fare, ma litigare mai, mamma parlava poco ma quando parlava lei papà le dava ragione, se io non ero d’accordo con loro non mi prendevano di petto, erano possibilisti, cercavano di trovare una posizione più conciliante, magari mamma faceva finta di mettersi in mezzo a fare una mediazione ma papà faceva sempre lui il primo passo, anche verso di me, era sempre il primo a cedere, cioè non dovevo essere io ad ammorbidire la mie posizioni lo faceva sempre prima papà. Mio padre quando ero piccolo mi diceva che quando diventi grande e hai una famiglia devi imparare a cedere per primo, poi, da quando ha capito che ero gay, non ha detto più “quando hai una famiglia” ma “quando vuoi bene a qualcuno”. Io dei miei mi ricordo tante cose belle, papà non ha mai allontanato uno che chiedeva l’elemosina, gli ha dato sempre qualche cosa, quando poi vedeva i vecchi, specialmente le donne, gli dava qualche soldo in più e mi diceva che si ricordava di sua madre vecchia e che quando uno è vecchio e povero se tu passi e fai finta di non vedere non pensi che diventerai vecchio pure tu. Quando parlava degli extracomunitari mi diceva che sono povera gente lontana da casa propria, che viene qui per cercare un lavoro e per campare una vita meno terribile, certe volte mi sembra un po’ troppo ingenuo ma certe volte lo ammiro per questo. Papà mi ha sempre detto che i soldi servono per usarli bene. Mamma manda tante offerte agli orfanelli e alle missioni, papà non ha mai fatto nessuna osservazione su queste cose, anzi dice che quelli certamente sono soldi spesi bene… e pure mamma… cerca la parola buona, non ti aggredisce mai, cerca di fare qualche cosa di buono, in concreto, senza tirarsi indietro, qualche anno fa nel palazzo c’era una signora anziana malata e sola, non aveva nessuno, sopravviveva con la pensione e non usciva mai di casa, mamma andava a casa sua tutti i giorni, le faceva la spesa, le puliva la casa, l’aiutava a lavarsi, le comprava le medicine, a me queste cose sembravano eccessive ma lei le faceva e non ne parlava nemmeno, come fossero state la cosa più naturale del mondo, quando hanno portato quella signora all’ospedale, dove è morta, mamma è stata lì e l’ha vegliata per sei notti di seguito, papà le preparava le cose da mangiare e gliele portava in ospedale. Poi la gente ha detto che mamma lo faceva per i soldi, ma la casa della signora è finita a certi nipoti che non si erano mai fatti vivi prima e mamma che sarebbe finita così lo sapeva benissimo fin dall’inizio, le hanno detto che era stupida e che si era presa una gatta da pelare che le avrebbe creato solo rogne e qui nel palazzo è passata per stupida davanti a tutti, ma lei è andata per la sua strada e papà è stato l’unico a dirle che stava facendo una cosa come si deve. A me tutte queste cose mi sono rimaste dentro, io non vado sempre d’accordo con i miei però sono persone che mi piacciono, forse sono un po’ ingenui ma hanno una dignità, qualche cosa me l’hanno insegnata veramente.
- Si vede, Cucciolo! Accidenti se si vede! Non so che dire… ti invidio, adesso mi hai detto dei tuoi tante cose così belle che mi hai fatto venire voglia di conoscerli.
- E perché non ci vieni? Anzi, se io non ti presentassi ai miei loro la prenderebbero male, sì, avrebbero l’impressione che io non li voglio coinvolgere, per loro il fatto che ci sei tu è come se io mi fossi fidanzato e a loro piacciono i fidanzamenti a casa.
- Va be’ ma io penso che mi vergognerei, non lo so, ma credo che non sarebbe poi una situazione tanto facile.
- Sai che mi sta venendo in testa?
- No.
- Che a prendere il pranzo ci possiamo andare anche adesso… se vuoi.
- Va be’, ma non mi coinvolgere troppo!
- No, io salgo a casa e tu mi aspetti in macchina.
Si prepararono e andarono a casa di Rocco e Rosa, Marco parcheggiò e salì a casa, Andy uscì dalla macchina e cominciò a passeggiare vicino al portone, poi si sentì chiamare.
- Andy!
Andy si girò verso un balcone del primo piano e vide Marco che gesticolava e gli faceva cenno con la mano, ma non era solo, c’erano anche Rocco e Rosa che lo salutavano con la mano, Andy fu naturalmente portato a rispondere al saluto, poi i tre rientrarono e dopo qualche minuto Marco uscì dal portone con una grossa sporta in una mano e con un sacchettino nell’altra.
Marco sistemò la sporta nel portabagagli e passò il sacchettino a Andy.
- Qui c’è il caffè col cornetto, te lo manda mamma.
- Grazie! Non me lo aspettavo.
- Lo sai che hanno detto adesso che ti hanno visto almeno da lontano?
- No, che hanno detto?
- Che sei un bellissimo ragazzo e che sei simpatico e educato.
- Ma va’! Non mi sfottere!
- Ma è proprio così.
- E a te che t’hanno detto?
- Che mi vedono contento e che ti devo volere bene veramente.
- Ma tu mi stai sfottendo!
- Te lo giuro, è tutto vero!
- Aspetta un attimo!
Andy scese dalla macchina e si avvicinò al portone, suonò a casa di Rocco, Rosa rispose al citofono. Nel frattempo Marco lo aveva seguito.
- Pronto!
- Sono Andy, volevo ringraziare per il caffè e per il cornetto.
- Ma di che? Il piacere è nostro! Quando vuoi vienici a trovare. Marco ci ha detto tante cose belle di te…
- Ringrazi anche suo marito! Andy mi ha detto cose così belle di voi che mi hanno commosso.
- Andy! Dio ti benedica! Grazie, Bello, Grazie.
- Ancora grazie a voi e arrivederci.
Quando tornarono in macchina Andy guardò Marco con gli occhi un po’ umidi.
- Ammappete! Ma sono veramente una cosa incredibile!
- Ma io lo so benissimo…
- Marco!!! Ma tu hai tutte le fortune: prima una famiglia come la tua, poi incontrare me… ma che vuoi di più?
- Di più non voglio proprio niente.
- Sai Cucciolo che mi sta venendo un po’ di malinconia perché oggi pomeriggio devo tornare dai miei, questo fatto mi rovina tutto il sogno. Marco! Non voglio tornare a casa mia, voglio essere adottato! Sto così bene adesso che non vorrei andarmene più. Dai, adesso a casa a goderci queste poche ore! Ah! Il test dell’aids lo facciamo domani mattina, c’è un centro vicino casa mia.
- Ok! Andy, lo sai che più ti conosco più mi sento innamorato perso?
- Ma perché? Io non ho fatto nulla!
- No! Tu hai chiamato i miei al citofono e mi hai fatto felice e hai fatto felici anche loro! E questo l’ha fatto il mio Andy, il mio Andy non è un ragazzo come gli altri, è proprio unico! E’ meraviglioso… adesso non ti posso baciare in mezzo alla strada ma credimi mi sento così leggero che potrei volare.
- Cucciolo… io non voglio tornare a casa mia, voglio essere adottato! Sto troppo bene così!
A casa rimasero abbracciati sul divano per delle ore a guardarsi negli occhi, ad accarezzarsi, a coprirsi di baci le mani e il volto, a carezzarsi i capelli, a rimanere in silenzio e a occhi chiusi l’uno tra le braccia dell’altro. Apparecchiarono la tavola intorno a mezzogiorno, Rosa aveva preparato tutto: la lasagna, l’arrosto di maiale, le patatine al forno, i piselli, la macedonia e due fette di torta, c’erano perfino due bottigliette con il caffè già pronto e una bottiglia di vino rosso. In fondo alla sporta c’erano anche tre piccoli barattoli di vetro con l’etichetta scritta a penna.
- E questi che sono?
- Ah queste sono le manie di papà, queste sono per te, me l’ha detto espressamente che te le dovevo fare assaggiare, sono melanzane sotto olio, pomodori secchi sotto olio e capperi fatti da papà.
- Fatti proprio da lui o solo imbottigliati?
- Be’ solo imbottigliati, ma c’è il pepe, la noce moscata, l’alloro, il rosmarino, la menta… è un poema di sapori.
- Me ne metti due pezzettini in un piatto?
- Ecco, così per assaggiare, poi ti prendi quello che ti va.
- Mh! Ma è tutto profumo! Sono buonissimi!
Il pranzo fu rituale, piuttosto lento, Andy assaporava le pietanze e ci sentiva qualcosa di familiare, si rendeva conto che erano state preparate con cura, con amore, che in qualche modo contenevano un messaggio che i genitori di Marco volevano trasmettere al figlio, ma quel messaggio ormai si era esteso anche a lui, non si sentiva un estraneo e la sensazione gli appariva nello stesso tempo nuova e gradevole. Verso l’una si rabbuiò e cominciò a guardare l’orologio in continuazione.
- Cucciolo, mannaggia, alle due me ne devo proprio andare!
- Ti riaccompagno io!
- Grazie, così posso stare altri venti minuti… Cucciolo… voglio essere adottato! Non voglio andare a casa mia!
Alle due e venti uscirono insieme, sotto casa di Andy si abbracciarono in strada e Andy girandosi tantissime volte indietro salì a casa sua. Marco era malinconico, lasciare Andy gli costava moltissimo, girovagò un po’ senza meta, non tornò alla piccionaia ma se ne andò a casa dei suoi.

martedì 2 ottobre 2007

AMORE GAY E DISPERAZIONE

Ieri sera ho trovato nella casella postale del sito MSN un messaggio molto importante, in allegato c’erano le chiavi di accesso ad un file depositato su MediaFire. L’ho scaricato. Conteneva un diario di 24 pagine. Il messaggio di accompagnamento spiegava che dal diario erano stati eliminati tutti gli elementi che potessero rendere identificabili i protagonisti, ma che l’autore avrebbe gradito che la vicenda fosse pubblicata al più presto su questi blog, nella speranza che il coprotagonista della storia (che sicuramente conosce questi blog) potesse leggerla. La richiesta, come capirete dal seguito, aveva il sapore della disperazione. In sostanza questo post è un messaggio ad personam, che mi auguro possa arrivare a destinazione. Io ho cercato di non stravolgerlo nel tentativo di ridurlo quantitativamente, in modo che possa rimanere riconoscibile al vero destinatario. Questo diario è uno dei più bei documenti di vita gay che mi sia mai capitato di leggere e ringrazio di cuore chi me lo ha invitato. Non ho aggiunto nulla, mi sono limitato a tagliare ciò che non appariva essenzialissimo.
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Domenica, il giorno prima.
- Domani comincia questo benedetto corso. Il concorso è andato bene e sono contento ma non mi va di partire, non mi va di stare tanto tempo tra gente che non conosco. Che cosa troverò? Io penso che dovrò stare totalmente solo, almeno qui qualcuno lo conosco ma lì si parte da zero. Mi sta cominciando a venire il panico. Mamma mi ha detto che sono ragazzi “come me”, ma non è vero, sotto certi profili almeno non è vero. Ma come posso spiegare a mamma una cosa del genere? Basta! Non ci voglio andare! Potrei trovare pure un altro lavoro qua... Lo so che ci devo andare per forza ma non mi piace... Uffa! Non ci voglio nemmeno pensare, mi voglio godere almeno questi ultimi momenti di libertà. Da domani sarà come vivere in galera, 24 ore su 24, una pazzesca recita continua.
Lunedì, primo giorno.
Che giornata! Mi sento proprio scombussolato: il viaggio, l’arrivo, l’alloggio, le regole, i compagni, gli orari da caserma... un orrore! Io amo la libertà, non posso sopravvivere qua dentro! Ma oggi mi sento strano, perché un po’ c’è lo schifo delle cose in sé e un po’ c’è un’altra cosa. Oggi ho incontrato lo sguardo di un ragazzo, che purtroppo non è del mio gruppo e che quindi non potrò mai vedere. Qui ci organizzano per gruppi di 20, io sto al primo e lui sta al quinto. Stavamo tutti nel grande cotile dopo le prime tre ore di lezione, perché c’era una pausa di mezz’ora... è un bel ragazzo, ma di bei ragazzi qui ce ne sono tanti e io non posso non osservarli. Ne avevo osservati tanti... belli sì, però non so perché non mi dicevano gran che, poi ho visto lui, non so nemmeno come si chiama, e mi sono fermato a guardarlo e se n’è accorto. Mi sono sentito come un ladro preso con le mani nel sacco, ho avuto proprio un brivido, ma quando lui mi ha guardato sembrava quasi compiaciuto, quando io ho distolto lo sguardo lui non l’ha fatto, io ho dovuto guardarlo negli occhi un’altra volta per cercare di mascherare l’imbarazzo, come se fosse una cosa ovvia, e lui mi ha sorriso. Per me è stato un brivido totale! Non ha girato lo sguardo, non ha fatto finta di non vedere e ha sorriso... Dio, come vorrei che fosse vero! Non so se lo amo, forse è stupido dirlo e forse è troppo presto... però quello sguardo me lo sento in fondo agli occhi e mi brucia ancora... ma perché non posso parlare con te? Ma perché devo solo perdere tempo? Non è giusto? Io voglio sapere! Per me è troppo importante.
Martedì, secondo giorno.
Mi sento eccitatissimo, stanotte non potrò dormire... E’ vero! Accidenti! E’ vero! Non me lo sono inventato io! Si chiama Marco, oggi alla pausa abbiamo parlato per dieci minuti, ci siamo presentati, dopo un minimo di convenevoli, dato che si vedeva benissimo che non ce n’era bisogno, io gli ho chiesto a bruciapelo: “... e la vita affettiva come va?”. Lui mi ha risposto: “forse non ho mai trovato la persona giusta...” poi mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “... però credo proprio che le cose stiano per cambiare”, ha accennato un sorriso e mi ha chiesto: “... tu che ne pensi?”. Sempre guardandolo negli occhi io gli ho detto: “... lo credo anch’io” e lui ha detto: “be’ ... quello che pensi tu è fondamentale” poi è venuta gente e la conversazione è finita lì. Tutto questo è successo circa 12 ore fa e da quel momento io non riesco più a pensare ad altro... Conto i minuti fino alla prossima pausa di domani perché non lo posso rivedere prima perché ha altri orari e turni di mensa diversi dai miei, in pratica ci possiamo vedere solo 20 minuti al giorno e io vivo solo per quei 20 minuti. Questo posto l’ho odiato, ma adesso mi sembra il posto più bello del mondo, le attese sono terribili, me lo vedo davanti ogni secondo, mi sembra di sentirne la voce, di vedere la sue mani, che sono perfette, io le bacerei se potessi... Marco! Ricordati che esisto! Non mi lasciare solo!
Mercoledì, terzo giorno.
Oggi sono andato letteralmente in estasi, ma proprio la sensazione di coinvolgimento sessuale è stata fortissima, con momenti anche imbarazzanti. All’ora della pausa ce ne siamo andati in un posto un po’ appartato e Marco mi ha stretto le mani, tutte e due, e le ha strette fortissimo! Le sue erano calde, vive, le sue bellissime mani, poi mi ha mollato di botto e si è allontanato, sul momento ci sono rimesto malissimo, poi ho visto passare gente. In un posto come questo che due ragazzi si appartino anche solo per tenersi per mano non è immaginabile. Non mi sono nemmeno reso conto di quello che è successo dopo, siamo rientrati in aula e adesso devo aspettare fino a domani. Ma io il calore delle sue mani lo sento ancora, è come se ne portassi l’impronta fisica. Marco mi ha voluto regalare un istante di contatto fisico. La mia reazione anche fisica è stata immediata e pure la sua e forse il fatto che sia durato in tutto pochi secondi ha evitato situazioni molto imbarazzanti. Ma io adesso non posso non sognarmelo, non posso non sognare di abbracciarlo nudo contro nudo, di sentirne il respiro sulla pelle. Io lo voglio, non poso stare senza di lui! Mi manca fisicamente! Lo desidero proprio a livello sessuale. Stanotte dovrò accontentami di fantasticare perché non posso masturbarmi perché non sono solo in camera, ma credo che arriverò all’orgasmo anche senza toccarmi perché la cosa è travolgente... ma come posso pensare di stare lontano da lui? Io ho bisogno del suo contatto fisico come dell’aria per respirare...
85° giorno.
Ormai ci manca poco... lo vedo solo 20 minuti al giorno perché anche il sabato pomeriggio e la domenica qui ognuno sta con quelli del suo gruppo... qui funziona così... 20 minuti al giorno per alimentare 24 ore di desiderio bruciante. La presenza di Marco ha assorbito tutte le mie energie sessuali. Vado tranquillamente a fare la doccia con gli altri, li vedo nudi nello spogliatoio e mi spoglio nudo anch’io e non me ne importa nulla! Ma proprio non mi fa alcun effetto! E dire che era una delle cose che temevo di più! Gli altri è proprio come se non ci fossero, ma se penso a Marco anche per un istante vado in erezione incontenibile e io a Marco ci penso 24 ore al giorno, cerco di adottare qualche precauzione per non finire in situazioni imbarazzanti... ma non sempre va bene... qualcuno se n’è accorto ma loro non sanno il perchè, per fortuna ragionano usando il loro metro.
86° giorno
Dovrebbe essere tutto un paradiso ma mi vengono le angosce, mi viene l’idea ossessiva che possa stancarsi di me, che possa tornare nel suo mondo una volta finta questa specie di carcere meraviglioso, mi viene l’angoscia di quello che gli devo dire, non so mai se quello che gli voglio dire è troppo o troppo poco, non lo voglio assillare ma gli vorrei strillare che senza di lui non ce la farei proprio a vivere, perché innamorarsi è bellissimo ma è pure un’angoscia, ho continuo bisogno di rassicurazioni ma non le posso avere... Marco! Pensami! Ti prego pensami! Come vorrei che ti masturbassi pensandomi! Un contatto fisico con te lo voglio disperatamente e al massimo mi stringi le mani per pochi secondi... Ma non è giusto... ma perché devo soffrire come un cane?
89° giorno
E’ finita, domani ci diranno dove ci manderanno, non possiamo chiedere che ci mandino insieme, sarebbe troppo pericoloso, posso solo sperare che succeda, ma la probabilità è bassissima e non mi posso illudere. Oggi mi hai passato una mano tra i capelli! E’ stato un brivido bellissimo!
90° giorno
E’ andato tutto storto, lui in Sardegna e io a Napoli... La vita è uno schifo! Mi prende uno sconforto totale... quando ci hanno congedato ce ne siamo andati a cena insieme, una cosa che me la ricorderò per tutta la vita. Dobbiamo stare separati almeno tre anni! Ma perché? Ma come si può vivere così? Macro! Io a vivere senza di te non ce la faccio!
100° giorno
Marco! Fatti vivo, ti supplico, lo so che dove stai tu è difficile ma basta poco, un sms, solo un sms! Io mi sento solo e disperato, non ce la faccio proprio più ad andare avanti, ti ho mandato diversi sms e tu non hai risposto... ma perché? Non è giusto! Non mi lasciare in questa disperazione!

giovedì 27 settembre 2007

ANDY STORIA DI DUE RAGAZZI GAY SESTA PARTE

Ormai Marco si preparava alla notte, che cosa avrebbe fatto? Avrebbe letto o riletto uno dei suoi libri che aveva portato in piccionaia, avrebbe riacceso il computer per un po’ di nudo su internet, o avrebbe solo acceso la televisione? Tutto sommato non era così deluso e non sentiva la necessità di leggere Pasolini che si riservava per le giornate peggiori, per accendere il computer in fondo non aveva una spinta vera, si sentiva già tranquillo così, non aveva bisogno di sesso, o forse sì, ma non di quello telematico, scelse la via più facile: la televisione, cominciò a far scorrere i canali senza fermarsi su nessuno in particolare, a un certo punto, stanco di cambiare canali, spense il televisore e si sentì solo, stese le gambe sul divano e fece un lungo sospiro, se fosse stato a casa dai suoi non avrebbe avuto modo di sentirla così quella maledetta solitudine, ma in una casa vuota, con la televisione spenta, Marco si sentiva solo con i propri pensieri. Come sarebbe stato bello vivere in due in quella casa, sapere e sentire che c’è qualcuno che vuole stare con te, che ti vuole bene, Marco cominciava a fantasticare, il letto a due piazze c’era già, come sarebbe stato bello dormirci in due, abbracciarsi la sera e fare l’amore, abbandonarsi nelle braccia del tuo ragazzo e sentirlo vicino, Marco di queste cose cominciava a sentire la mancanza in modo forte, vivere da solo aveva fatto scoppiare la sua solitudine, si mise a girare per la casa, era tutta per lui ma Marco ci si sentiva disperatamente solo, il silenzio era un silenzio di solitudine, non era un silenzio di tranquillità come a casa dei suoi quando suo padre usciva la mattina. Non si sentivano rumori, spense la luce e aprì la finestra, il cielo era velato e non si vedeva nemmeno una stella, la strada, dall’ottavo piano sembrava lontanissima, le macchine piccole piccole e le persone quasi insignificanti, l’aria era umida ma non fredda, era una tipica nottata umida di primavera, dopo un po’ chiuse la finestra ma non riaccese la luce, se ne andò in camera da letto, si tolse le scarpe e si sdraiò sul letto, gli venne in mente che non lo chiamava mai nessuno al telefono, solo i suoi non lo dimenticavano, gli altri si erano tutti allontanati o Marco stesso li aveva allontanati, non voleva amici coi quali non poteva parlare di sé, non sarebbero stati amici, avrebbe voluto un amore vero, si sentiva pronto per un amore vero ma non aveva che la sua fantasia. Si spogliò e si mise a letto, accese la radio per avere una forma di compagnia, ascoltò per un po’ radio radicale ma la trovò poco adatta al suo momento psicologico, trovò finalmente una stazione di musica jazz, i ritmi erano piuttosto lenti e riposanti, Marco aveva apprezzato in diverse situazioni la musica jazz e anche in quella serata provò nell’ascoltarla un senso di distensione e di tranquillità profonda. Allungò un braccio verso l’altra metà del letto, immaginò che non fosse vuota, cercò di capire come ci si potesse sentire ad avere un altro ragazzo vicino e non uno qualunque, Marco aveva la tremenda paura che gli anni sarebbero passati e che si sarebbe trovato vecchio senza avere mai provato che cosa vuol dire essere in due, sentiva di avere già atteso abbastanza, aveva bisogno non di tranquillità ma di innamorarsi, di provare gli sconvolgimenti dell’amore, di sentirsi nell’anima le ansie e le gioie degli innamorati, ma Marco non si era mai innamorato, non era nemmeno un innamorato deluso o un innamorato dell’impossibile, semplicemente non sapeva che cosa fosse l’amore. Di libri con storie d’amore gay ne aveva letti tantissimi, due soprattutto lo avevano veramente toccato: Maurice di Forster e Another country di James Baldwin, di quest’ultimo libro in particolare aveva una specie di culto, si identificava con James Baldwin, aveva l’impressione che l’autore avesse vissuto una vita affettiva per moltissimi aspetti simile alla sua, certo con più disperazione ma con lo stesso sistema di valori. Di Another country Marco aveva cercato l’edizione inglese e l’aveva comprata, ne aveva imparato a memoria dei lunghi tratti, nel libro, dopo la morte tragica di un ragazzo gay nero angosciato dalla solitudine si parlava della storia di un americano che incontra un ragazzo francese di nome Ives: i due si innamorano, Ives è molto giovane, la storia è bella, anzi tenera, e nonostante tutto finisce bene, l’americano torna a Los Angeles, Ives resta in Francia, gli scrive una dolcissima lettera e poi lo raggiunge in America, quando sbarca all’aeroporto il romanzo si conclude con un riferimento quasi mistico: Los Angeles è la città dove gli angeli (leggi i protagonisti del libro) hanno posto la loro dimora. Sarebbe piaciuto tantissimo a Marco sapere scrivere cose come quelle che scriveva Baldwin ma probabilmente non aveva dentro abbastanza disperazione, andò a cercare il libro e ne rilesse qualche pagina, erano pagine piene d’amore, di rispetto, di attenzione reciproca, dove il sesso (e ce n’era pochissimo) era sempre e solo una forma d’amore. A Marco sarebbe piaciuto conoscere Baldwin ma quando Baldwin era morto Marco era ancora un bambino.
Si sentì sereno, non vuoto ma proprio sereno, lo aspettava una giornata di studio, era impegnato a cercare di recuperare il tempo perduto e lo avrebbe fatto, o almeno avrebbe cercato di farlo. Cominciò a fantasticare e a immaginarsi vicino a una ragazzo come Ives del romanzo di Baldwin, un incontro come quello, anche nel libro, era stato casuale ma poi aveva determinato una vita intera, ci sarebbe stato un Ives anche per Marco? Avrebbe potuto Marco donare a qualcuno tutto il suo amore e il frutto di tutte le sue riflessioni? Marco non lo sapeva. Finalmente si addormentò.
Il venerdì mattina si mise al lavoro di buon’ora, prima delle otto era già al tavolino, aveva fatto colazione fuori e aveva intenzione di rileggere le 40 pagine ancora mancanti entro la mattina, il pomeriggio avrebbe cercato di leggere oltre la pagina 180 e la sera sarebbe andato dai suoi, si impose di non accendere il televisore e cominciò a leggere con la solita posa di recitazione, capace di aiutarlo a fissare l’attenzione sui contenuti, Marco diceva: come se stessi tenendo una conferenza sull’argomento. Alle undici aveva finito la rilettura, con netto anticipo sul previsto e gli era anche rimasta l’impressione che la seconda lettura fosse stata molto più proficua della prima, cominciò a procedere oltre la pagina 180: nuovo capitolo, nuove speranze. Cercava di leggere con la massima attenzione in modo da evitare di dover poi rileggere una seconda volta, la lettura era lenta ma utile, all’una era arrivato alla pagina 210 con buoni risultati. Stabilì di fermarsi e di pranzare, nel frigo c’erano ancora un po’ di cose cucinate, di quelle che gli aveva messo da parte Rosa, le mise a scaldare nel forno, poi squillò il telefono.
- Ciao Marco, sono Elvira, ti chiamo per confermare per stasera, mi raccomando.
Marco si era completamente dimenticato dell’appuntamento tanto che aveva detto ai suoi che sarebbe andato a cena da loro quella sera stessa ma con Elvira non accennò nemmeno alla cosa.
- Benissimo, stasera alle otto starò da te.
- Ciao, Marco, allora a stasera.
Marco fece subito il numero dei suoi.
- Ciao mamma.
- Ciao Marco, come stai?
- Tutto bene ma ho avuto un contrattempo.
- Cioè?
- Non posso venire stasera perché avevo preso un altro impegno, Elvira, una ragazza dell’università, mi aveva invitato alla sua festa di fidanzamento e io le avevo promesso che ci sarei andato ma poi me ne sono completamente scordato.
- E com’è che te lo sei ricordato?
- Perché Elvira mi ha chiamato proprio adesso per ricordarmelo. Mamma, mi dispiace.
- Ma non fa niente, ci vediamo domenica, se puoi, o un altro giorno, non ti preoccupare, che dici si può fare domenica?
- Sì domenica si può fare, anzi, facciamo una cosa, quando finisco stasera vengo da voi, però non so a che ora, potrei pure fare molto tardi.
- Non ti preoccupare, vieni quando vuoi e non ti mettere fretta, noi ti aspettiamo, allora, Marco, ci vediamo comunque stasera…
- Sì va bene, allora papà me lo saluti tu…
- Ciao Marco e divertiti alla festa.
Tolto dal forno quello che rimaneva del gateau e dello spezzatino di pollo, Marco si sedette a tavola, questa volta era contento dei suoi sforzi di studio ma non era contento dell’invito di Elvira, lo considerava una palla al piede, avrebbe preferito stare a casa dei suoi ma doveva andare alla festa, senza contare che sarebbe stata una enorme perdita di tempo, per essere da Elvira alle otto, avrebbe dovuto uscire di casa poco dopo le sette e avrebbe dovuto cominciare a prepararsi verso le sei e mezza: un pomeriggio era sprecato ma ormai non c’era più nulla da fare. Più determinato che mai, Marco finì il pranzo in modo molto rapido, scese al bar per prendere un caffè e si rimise a studiare. Il lavoro procedeva con lentezza ma sembrava piuttosto produttivo, Marco riusciva a capire anche un po’ la logica complessiva della disciplina. Non sentì l’esigenza di interrompere la lettura perché leggere gli procurava una certa soddisfazione, cosa che Marco non si aspettava assolutamente, sottolineava con le penne di tanti colori, aggiungeva stelline a margine del testo, tracciava qualche freccia di richiamo tra due brani, qualche volta tornava un po’ indietro e ripeteva in forma molto recitata qualche brano fondamentale. Alle sei e mezza era arrivato quasi alla pagina 250, gli sembrava un risultato eccellente, era contento di sé, cominciava mentalmente a fare qualche progetto positivo sull’università, la considerava una cosa possibile. Interruppe, si vestì con l’abito più bello che aveva, un abito blu che usava per tutte le cerimonie importanti, gli venne in mente che avrebbe dovuto portare un pensierino ad Elvira, ma forse la cosa sarebbe sembrata strana e si risolse per il no. In strada continuava a pensare al suo libro e alle pagine da leggere, stava andando alla festa ma la cosa non lo coinvolgeva affatto.

ANDY STORIA DI DUE RAGAZZI GAY

La serata era fresca, quasi fredda, Marco, con quel po’ di inglese che sapeva, aveva ascoltato i notiziari della BBC in internet per parecchio tempo, ed era rimasto colpito dal fatto che Bush parlasse apertamente di destabilizzare il governo di Saddam Hussein, in sostanza, gli sembrava che la guerra al terrorismo dichiarata da dopo l’11 settembre 2001 si stesse trasformando in qualcosa di diverso e di incontrollabile, Bertinotti aveva difeso i Palestinesi, ma proprio al congresso di Rifondazione si era difeso da accuse di antisemitismo arrivate dalla stampa gridando dal palco: noi siamo ebrei! … aveva aggiunto anche: siamo negri, siamo omosessuali. La cosa nel complesso aveva assai colpito Marco; negli ultimi giorni gli avvenimenti tragici della Palestina avevano occupato la sua mente e lo avevano allontanato dai suoi problemi personali, dalla necessità di studiare, dalla sensazione di solitudine e da tutto il corteo di sentimenti che si portava appresso ormai da anni.
Marco aveva 23 anni e ne avrebbe compiuti 24 in Agosto, aveva preso la maturità tecnica di perito meccanico a 19 anni, quasi venti, nel 1998, non andava particolarmente bene nelle materie tecniche e la meccanica e la matematica erano state un po’ la sua croce, aveva sempre sostenuto di avere sbagliato tipo di scuola, amava la lettura molto di più dei ragazzi della sua età e aveva acquisito un modo di esprimersi decisamente corretto, qualche volta anche ricercato, sulla scia di tutto questo si era iscritto a giurisprudenza e i suoi lo avevano lasciato fare, anche perché, date le esperienze della scuola, ritenevano, senza dirlo esplicitamente, che non fosse in grado di andare a ingegneria. A novembre del ‘98, e quindi a 20 anni compiuti, aveva cominciato a frequentare le lezioni del primo anno, in teoria avrebbe potuto laurearsi nel giugno del 2002, ma le cose erano andate in tutt’altra direzione. Marco era un ragazzo sveglio e di buone capacità ma la sua cultura umanistica era sostanzialmente quella di un autodidatta, non aveva un retroterra culturale adeguato alla facoltà di giurisprudenza, non capiva nulla di latino, non aveva la più pallida idea della storia romana, non gli mancava un qualche interesse per la filosofia ma di tipo estemporaneo ed era comunque privo di quelle basi tipicamente scolastiche che sono il fondamento dello studio universitario, dei 22 esami previsti dal suo corso di laurea ne aveva superati solo quattro e con votazioni basse, piano piano aveva lasciato passare il tempo senza troppo impegno e con la convinzione o, se vogliamo, con il timore piuttosto ben radicato che non sarebbe arrivato da nessuna parte.
Era figlio unico, i suoi, a casa, gli volevano bene, cercavano di sostenerlo in tutti i modi ma non avevano i mezzi economici per permettergli di frequentare quei miracolosi corsi di preparazione agli esami universitari tanto pubblicizzati sulla stampa e in TV, né avevano le capacità culturali per seguirlo e per indirizzarlo; avevano visto svanire giorno dopo giorno il sogno di avere un figlio laureato ma la cosa per loro aveva un peso molto relativo perché se Marco si fosse laureato sarebbe stato il primo e l’unico della sua famiglia a giungere a quel traguardo, ma ormai i genitori di Marco erano portati a credere che non avrebbe nemmeno trovato facilmente un lavoro da perito, anche perché con i suoi voti di maturità si poteva fare ben poco, tuttavia avevano evitato scrupolosamente di metterlo in crisi con discorsi troppo diretti e si aspettavano che Marco prima o poi capisse da sé, o forse continuavano a sperare che qualcosa potesse ancora succedere, anche se Marco si avviava ormai ai 24 anni e aveva fatto in sostanza un esame all’anno.
Marco era gay, i suoi genitori lo sapevano e l’avevano accettato, non senza qualche perplessità iniziale che tuttavia il figlio aveva potuto solo intuire perché avevano fatto di tutto per tenere per sé i propri dubbi e le proprie difficoltà; Marco si sentiva riconoscente per questo, a casa sua non aveva dovuto fingere, ma ancora a 23 anni non aveva mai provato che cosa potesse significare un amore ricambiato, per lui l’omosessualità era soprattutto un problema sessuale, non un problema affettivo, o almeno Marco si sforzava di vederla così, in questo modo la sua solitudine si riduceva ad una astinenza sessuale, o meglio ad una astinenza da rapporti sessuali a due, ma non sembrava coinvolgere la sfera affettiva profonda o quella delle prospettive a più lunga scadenza. Marco aveva l’affetto dei genitori e questo contribuiva a farlo sentire meno solo ma nonostante tutto, specialmente nelle lunghissime domeniche di primavera, cominciava a provare la necessità urgente di conoscere altri ragazzi, di non sprecare la sua vita in attese sterili e di provare a cercare dei contatti affettivi suoi, veri, forti, di questo però aveva anche paura, non aveva mai frequentato ambienti gay di nessun genere e tra i ragazzi che aveva conosciuto a scuola o all’università solo pochissimi lo avevano interessato, gli altri gli sembravano proprio di un altro pianeta, ma anche con quei pochissimi Marco non aveva mai avuto nessun contatto affettivo forte e meno che mai reciproco, aveva alcuni amici che sapevano che era gay e che avevano continuato a frequentarlo anche se in modo piuttosto sporadico, almeno non avevano tagliato i ponti, questo a Marco aveva fatto piacere ma quelle amicizie non comportavano una reciprocità vera come quella che Marco desiderava ma non osava nemmeno sperare.
Marco non aveva piena coscienza della sua solitudine, la percepiva ma la confondeva con altri sentimenti, con la frustrazione per l’università, con le scarse prospettive di lavoro e di indipendenza economica, ma forse non si rendeva ancora conto pienamente che la sua era una solitudine di tipo molto particolare, nel profondo della sua mente Marco percepiva che per lui la felicità legata al sesso non ci sarebbe mai stata, e per questo evitava di sognarla, cercava di accettare questa situazione come se fosse la cosa più ovvia del mondo, mettendola semplicemente da parte perché tanto non ci si poteva fare nulla, ma tutto questo lavorava inesorabilmente nel profondo.
Fino a ventuno o ventidue anni era stato molto socievole, pronto a scherzare e a ridere di tutto, poi, piano piano, la frustrazione aveva cominciato a radicarsi stabilmente dentro di lui, cercava di essere allegro a casa per non preoccupare i suoi, ma non aveva alcuna via di sfogo, le sue malinconie, erano tutte sue, non ne parlava con gli amici, che in fondo le avrebbero ascoltate ma senza partecipazione come Marco ascoltava qualche volta le loro storie d’amore, e non ne voleva parlare in famiglia, è vero che i suoi avevano accettato di avere un figlio gay e gli volevano bene ma parlare con loro delle sue malinconie, dei suoi desideri e delle sue fantasie gli sembrava improponibile e poi Marco si sentiva ormai grande e almeno in quelle cose voleva non dipendere da nessuno.
I suoi si erano accorti di questi stati di disagio e avevano cercato di alleviarli spingendo Marco ad allontanarsi da casa e a vivere per conto proprio, avevano un secondo appartamento sfitto da due anni e Marco ci andò a vivere da solo, gli comprarono un computer, il migliore che si potevano permettere, Marco si collegò a internet, la casa nella quale viveva da solo gli consentiva di trovare qualche momento di evasione cercando delle immagini di nudo e di sesso in rete, all’inizio tutto questo fu per Marco una vera scoperta, ma queste cose avevano ben poco a che vedere con la vita reale e Marco continuava a tornare sempre a casa dei suoi ogni volta che era possibile, apparentemente per evitare di cucinare e di fare la spesa, ma sostanzialmente per non stare solo. Il sesso su internet aveva la funzione di uno sfogo ma sotto il profilo affettivo faceva sentire ancora di più a Marco la sua solitudine, di siti porno cominciava ad essere stufo mentre il sorriso di un ragazzo incontrato per strada lo faceva trasalire.
Alle otto e mezza rientrò nella sua casa vuota, quella che lui chiamava la piccionaia perché era all’ultimo piano, l’ottavo, di un palazzone anni ’60, si tolse le scarpe e si mise le pantofole, ne ebbe un certo sollievo, pensò di accendere il computer ma lo aveva tenuto acceso tutto il pomeriggio e non ne poteva più, accese la televisione, vide la manifestazioni di folla nei paesi arabi per la pace in Palestina, sentì del risorgere dell’antisemitismo, delle sinagoghe incendiate in Francia, delle manifestazioni antiisraeliane, del blocco della chiesa della natività a Betlemme. Tutte queste cose lo coinvolsero profondamente e rimase ad ascoltare, ma alla fine del telegiornale non seppe che fare, chiamò casa.
- Ciao mamma, che fate di bello?
- Niente, tutto come al solito, ma tu come stai? Oggi non ti sei fatto sentire…
- Lo so… ma se vengo adesso?
- Vieni, bello, noi ti aspettiamo, ma hai mangiato?
- No, veramente no.
- Allora vieni che c’è una lasagna buona che l’ha fatta papà, noi non abbiamo ancora mangiato, vieni che ceniamo insieme.
- Va be’, allora arrivo tra una mezz’oretta.

domenica 16 settembre 2007

AMORE FISICO GAY E SUBLIMAZIONI

Una cosa mi sconcerta un po’ su questo blog, si parla più che altro di rapporti gay etero, non solo di amicizia ma anche d’amore gay etero, ma di amore gay gay se ne parla poco. Voglio essere cattivo: ma non è che perché in un rapporto gay gay c’è di mezzo il sesso non sublimato la cosa viene piano piano messa fuori della porta? Scusate, con tutto il rispetto per gli etero, contro i quali io no ho proprio nulla (anche io ho ottimi amici etero) ma volete mettere la differenza che c’è tra un’amicizia bella per quanto possa essere, la potete pure chiamare amore, se volete, è un abbraccio vero, forte stretto, corpo nudo contro corpo nudo... Sono cose senza paragoni, ve lo dico perché io ho provato tutte e due le cose e mi stanno benissimo tutte e due ma quando mi trovo col mio ragazzo mi sento completo in un altro modo, senza sublimazioni. Va bene, posso pure capire che con certi etero ci si stia bene e che ti possano pure voler bene, ma ci sono dei limiti, con un ragazzo gay l’identificazione può essere totale, dico può essere perché in qualche esperienza concreta con ragazzi gay non è stata poi una cosa così esaltante, ma quando ho trovato il ragazzo giusto il mondo per me è cambiato, di sublimazioni con gli etero o di adattamenti con i gay che mi andavano bene solo a metà non ce n’è stato più bisogno. Io il contatto fisico con il ragazzo che amo non lo cambierei con nulla al mondo, non è una sublimazione, lo senti che c’è e c’è proprio in un altro modo, insomma non dite che gay etero è meglio che gay gay, perché non è vero, almeno se trovi il ragazzo giusto non è vero, io col mio ragazzo non mi limito a parlare d’amore, che per quanto sia bellissimo è una cosa che ti lascia deluso dentro, perché vorresti di più e non lo puoi avere, anch’io mi ero innamorato di un etero e nemmeno una volta sola, non erano cose stupide per carità, ma quando avevo davanti un ragazzo al quale volevo bene, perché io a questi ragazzi, a quelli etero dico, volevo bene, avevo voglia di toccarlo, di baciarlo di tenerlo per mano e invece mi dovevo stare tranquillo, per un po’ l’ho fatto, ma non poteva continuare così, non ce la facevo proprio, ma come puoi parlare di sesso con in ragazzo di cui sei innamorato e pensare di finirla lì perché lui è etero? E’ ovvio che bisogna finirla lì ed è già tanto che in qualche modo ti vuole bene, succede, lo so benissimo che succede, ma non mi basta, mi sembra di fare una scelta castrante, se qual ragazzo fosse gay la felicità forse sarebbe totale, ma non è, e francamente mettere tra parentesi la sessualità concreta è una cosa che non riesco a concepire, certe cose per me adesso sono necessarie come l’aria, qualche anno fa ne potevo pure fare a meno ma adesso no, adesso non ne posso fare più a meno, perché quando certe cose ti rendi conto che esistono e che sono possibili, l’idea di tornare indietro e di rinunciarci ti sembra una totale follia. Lo ripeto, io non condanno mica quelli che si contentano delle sublimazioni, ma non mi dicano che lo fanno per amore! Insomma, parliamoci chiaro, secondo me lo fanno perché non hanno trovato l’occasione giusta o perché per loro, in concreto, l’altra strada quella vera, quella giusta, quella gay gay, per qualche ragione non è praticabile. Il mio ragazzo si chiama Màrtin ed è di origine tedesca, l’ho conosciuto ad una corsa ciclistica a Milano, in una domenica di sole, che se devo pensare al paradiso lo posso pensare solo così, io arrivo, mi registro, predo il numero e Màrtin sta davanti a me io uno così non l’avevo mai visto, non lo avrei nemmeno saputo descrivere, ma era dolce, questa era la cosa mi colpiva di più, sorrideva in modo dolcissimo, sembrava più giovane dei 21 anni che aveva. Era proprio davanti a me e scambiare due parole è venuto spontaneo, anche la voce era dolcissima, profonda ma molto giovanile, mentre parlava sorrideva e strizzava gli occhi. Io ho pensato: se questo è etero va a finire che mi innamoro un’altra volta di un etero, ci siamo seduti sull’erba, io lo volevo guardare dritto negli occhi ma mi vergognavo perché lo conoscevo da pochissimi minuti e non lo volevo spaventare, quei minuti di conversazione dovevano assolutamente continuare. Màrtin ha aperto la sacca e mi ha passato una mela io l’ho presa e l’ho addentata, lui ha spalancato gli occhi e io ho fatto una faccia buffa perché mi veniva da ridere ma non potevo perché avevo i denti incastrati nella mela. Poi è suonata la campana della partenza. Io temevo di perderlo ma non è stato così, non abbiamo fatto non una corsa ma una passeggiata in bicicletta camminando sempre uno vicino all’altro. Màtrin aveva i capelli biondi tagliati cortissimi, aveva un corpo meraviglioso, non lo so se queste cose si posso dire qua, ma era così, ma quando voi guardate un ragazzo guardate l’anima? No! Anche l’anima, per carità, ma dopo, prima guardate come è fatto e volete vedere esattamente come è fatto e come stavamo noi, in tenuta ciclistica, il corpo era in piena evidenza, insomma più lo vedevo pedalare più mi piaceva e lui ogni tanto (ma piuttosto spesso) si voltava verso di me e mi sorrideva o mi faceva delle smorfiette deliziose, io sentivo che stava succedendo qualche cosa, lo percepivo in modo esatto. Dopo quasi tre ore siamo ritornati alla base, erano arrivati quasi tutti ormai, eravamo sudatissimi, abbiamo riconsegnato i pettorali e ripreso gli zaini, poi ci siamo allontanati insieme, io avevo una paura terribile che potesse finire tutto così e mi sono fatto venire il coraggio della disperazione e gli ho detto chiaro ma con una voce che mi tremava per l’emozione: “Màrtin, mi sono innamorato di te, ti posso abbracciare?” Lui mi ha subito sorriso e mi ha fatto cenno di sì con la testa... e io non c’ho visto più, l’ho abbracciato strettissimo, l’ho proprio sollevato fa terra, lui mi ha buttato le braccia al collo e gli ho fatto fare un giro di 360° senza che poggiasse i piedi per terra. La gente vedeva ma non diceva niente, e poi qualunque cosa avesse detto, per me sentire che Màrtin era fisicamente tra le mie braccia e ci voleva stare ed era proprio felice di starci... era una sensazione così inebriante che il mondo intorno non lo vedevo proprio. Ormai il ghiaccio era rotto e non c’era più bisogno di fingere, è venuto a casa mia e abbiamo fatto la doccia insieme, sì, insieme. Ma scusate, ma di che vi scandalizzate? Ma voi pensate che ci sia qualcosa di più bello del fatto di non avere segreti l’uno per l’altro nemmeno a livello fisico? Per me quello è il massimo, tutto il resto in confronto è una scelta di serie B. Io voglio ribadire che pure io pensavo che i rapporti gay etero fossero il massimo, ma lo pensavo prima di conoscere Màrtin e ormai non lo posso pensare più. Io e Màtrin non possiamo vivere insieme perché la sua famiglia non lo accetterebbe. Ci vediamo un giorno sì e uno no a casa mia, quando è il giorno che non vedo Màrtrin il tempo non passa mai, quando sto con lui il tempo vola e il desiderio di stare con lui non è una cosa vaga, no, è una cosa fisica, fortissima, se non lo vedo ci sto proprio male ma se lo vedo vado in estasi e prima a me cose del genere non erano mai capitate. Sono stato fortunato lo so ma vi posso solo augurare che vi capiti una fortuna come la mia. Ciao e grazie di essere stati a leggere!

mercoledì 12 settembre 2007

GAY VERAMENTE REALIZZATI

Questa è una storia strana, paradossale ma sostanzialmente vera. La racconto perché io stesso prima non ne capivo il significato ma adesso l’ho capito. Ho 37 anni, quando ne avevo 17 mi sono preso una cotta tremenda per un uomo di 35 anni, come possano capitare certe cose non lo so, però capitano, Diamogli un nome, chiamiamolo Marco, il nome più comune che c’è o uno dei più comuni. L’avevo conosciuto per caso, ero lo zio di un mio compagno di scuola e questo complicava maledettamente le cose, ma non credo che andasse gran che d’accordo col nipote. Era un bell’uomo, proprio bello, un trentacinquenne che poteva figurare pure 25 anni, magro alto, dritto, e poi simpaticissimo, mai musone, gli anni che aveva non li dimostrava proprio. Adesso lo so che i rapporti tra persone di età molto diversa possono fare storcere la bocca a qualcuno ma le cose sono andate proprio così come ve le dirò. Suo nipote non mi piaceva da nessun punto di vista, per me non era proprio nessuno, eppure ho fatto di tutto per diventare suo amico perché quando andavo a casa sua sapevo che avrei visto Marco. Marco faceva cose che uno zio diciamo così normale non avrebbe mai fatto, quando andavo a casa sua ci preparava la merenda e ce la portava, ci portava l’aranciata fatta proprio con le arance, quando me ne andavo via mi accompagnava a casa in macchina e in macchina facevamo pure quattro chiacchiere, il nipote lo trattava a pesci in faccia, ma io a quelle attenzioni ero molto sensibile perché cose del genere per me non le aveva mai fatte nessuno. Quando Marco parlava con me in macchina stava attentissimo a lasciare parlare soprattutto me e a non interrompermi. Non ci siamo mai sfiorati con un dito ma nemmeno ci davamo la mano per circi ciao. Niente. Ma io lo sentivo che c’era qualche cosa di strano, di strano ma di gradevole, con lui stavo bene, che fosse gay l’avevo pensato, certo che l’avevo pensato però ero gay anch’io e l’unico problema era la differenza d’era ma era un problema che mi metteva l’angoscia addosso perché pensavo che prima o poi Marco ci avrebbe provato e io mi sarei sentito un po’ sporco, come se mi avesse violentato, una cosa del genere, io così mi immaginavo che sarebbe successo, però avvertivo anche nell’aria la tensione che Marco si portava dentro per non fare una mossa falsa, all’inizio pensavo che non volesse sbagliare mossa per non perdere l’occasione di portarmi a letto, ma dopo ho pensato che queste cose non c’entravano per niente e che volesse solo non mettere me in difficoltà. Nei nostri discorsi Marco si teneva mille miglia lontano da qualunque cosa potesse avere anche la più vaga allusione di tipo sessuale. Ogni volte che ci vedevamo io pensavo che ci avrebbe provato e invece non succedeva mai niente, eppure il suo non era il comportamento di un etero, Marco la mia presenza la sentiva fortissima. Tutta questa storia è durata così per quasi due anni, due anni in cui io sono stato molto vicino a Marco anche perché per non perderlo mi sono iscritto a Economia, la stessa facoltà che faceva il nipote, lo so che non si dovrebbe scegliere la facoltà in questo modo ma l’amore ha le sue priorità. Insomma siamo andati avanti così per due anni, alla fine io non ce l’ho fatta più, ormai ero maggiorenne e una sera, quando mi ha riaccompagnato in macchina, ho affrontato il discorso in modo diretto. Gli ho detto: “Marco, sono due anni che mi sono innamorato di te” e lui mi ha risposto. “Anch’io”. Sul momento mi sembrava la cosa più bella del mondo, mi aspettavo che finalmente mi abbracciasse ma non è successo niente, però mi ha raccontato tante cose di lui che io non sapevo e mi ha detto che “avrebbe tanto voluto avere un figlio come me”. La cosa per un verso era gradevole ma per l’altro non mi piaceva proprio. Gli ho risposto: “Ma quale figlio! Io mi sono innamorato di te come si innamora un gay” e lui mi ha risposto: “Anch’io”. Non sapevo che dire e ho detto solo: “E allora?” Invece di rispondere ha acceso il motore e mi ha portato sotto casa mia, io non capivo più niente, pensavo che fosse successo qualcosa di terribile, penavo di avere detto io qualcosa di terribile, gli ho chiesto: “Ma ci rivedremo?” e lui ha detto: “Certo, passo domani pomeriggio, come al solito”, gli ho chiesto: “Allora non sei arrabbiato?” e lui mi ha risposto che mi voleva bene. A casa mi sentivo sconvolto, mi sono chiuso in camera e mi sono messo a pensare a Marco, poi mi ha chiamato sul cellulare e mi ha detto: “Grazie! Oggi mi hai fatto felice.” Io pensavo che nei giorni successivi sarebbe cambiato qualcosa ma non è cambiato nulla, si parlava di più, c’era più intimità ma solo verbale, a un certo punto gliel’ho detto: “Voglio fare l’amore con te”, lui m’ha risposto: “Anch’io” ma poi ha aggiunto che anche se lo desiderava moltissimo non avrebbe fatto l’amore con me perché tra noi c’era una differenza di età troppo grande e io avrei dovuto trovarmi un ragazzo della mia età per cercare di costruire una vita insieme, ha detto che lui non se ne sarebbe mai andato e che avrebbe fatto per me qualunque cosa ma non voleva che mi rimanesse nemmeno la minima impressione di essere stato usato da uno più grande di me. Io lo amavo alla follia perché oltre che bello, con me era sempre stato onesto fino all’incredibile e tutto il suo discorso mi sembrava stranissimo, non capivo proprio perché un uomo gay della sua età che era vissuto sempre solo non volesse fare l’amore con me. Non sapevo che dire. Marco mi ha guardato negli occhi e mi ha detto, non te l’ho detta tutta la storia, ma adesso te la dico, poi ha spirato e ha cominciato a parlare. Quando era ragazzo, a sedici anni, Marco è stato violentato da un uomo che aveva vent’anni più di lui. Non è stato sedotto con le promesse ma violentato con la forza, nel raccontarlo si stava mettendo a piangere, io volevo prendergli la mano ma l’ha ritirata e non ha voluto, ha detto che se io avessi avuto anche la minima sensazione che lui stesse approfittando di me si sarebbe sentito come quell’uomo che lo aveva violentato. Ha detto che lui quello non lo odia perché uno così dalla vita non avrà mai niente di buono. Marco c’ha messo tantissimo per riprendersi dopo quello che gli è successo e l’ha dovuto fare da solo perché i genitori non sapevano nulla. Mi ha detto che io ero la prima persona alla quale aveva parlato di quel fatto e mi sono sentito felice che lo avesse fatto e proprio con me. Dopo che mi ha raccontato tutta la storia, se possibile, l’ho amato ancora più di prima e ho cominciato a capire che per me sarebbe stato una persona importantissima, ma non come pensavo io. Piano piano gli anni sono passati e siamo diventati amici in un modo strettissimo, secondo me, quello che c’è in me di buono l’ho preso da lui. Sette anni fa ho incontrato il ragazzo col quale vivo adesso e la prima cosa che ho fatto l’ho presentato a Marco e lui è stato così dolce col mio ragazzo che quello è rimasto incantato. Adesso io ho la mia vita e Marco non ne ha una sua e il senso del non voler andare a letto con me tanti anni fa lo capisco solo adesso. Adesso io e il mio ragazzo invitiamo Marco a cena un paio di volte alla settimana e lo stiamo a sentire mentre ci racconta un sacco di cose, adesso ha 55 anni e gli anni si cominciano a vedere, in fondo noi siamo felici perché lui non lo è o non lo è stato, sembra assurdo ma è così. A me prima certe cose sembravano una pazzia ma non sono una pazzia, sono una forma d’amore che sul momento non capisci. Io adesso a Marco voglio un bene folle! Non credo che potrei volergli bene più di così ormai siamo uomini adulti e lui è un po’ anzianotto ma le felicità, quella vera, quella di dentro, l’abbiamo trovata e io l’ho trovata perché anche lui è felice. Ragazzi, per un gay la vita può essere meravigliosa!

mercoledì 5 settembre 2007

QUESTI LEONI 6

QUESTI LEONI 6
ROMANZO GAY 1986
CAPITOLO 6
(I CAPITOLI SUCCESSIVI SARANNO PUBBLICATI IN QUESTO BLOG TRA POCO)

Angelo pensava o meglio non pensava, si sentiva trasportato, sarebbe uscito per le vie di Roma perché non riusciva a stare fermo, vagò per la casa poi si decise, uscì, la notte era tiepida, andò a viale trastevere, poi lungo il Tevere. Più volte si era fermato a guardare i ragazzi che aspettano i clienti vicino all’Anagrafe o al Virgilio... quante volte aveva pensato che caricare uno di questi ragazzi poteva essere facile... ma aveva messo da parte l’idea, perché avrebbe finito per innamorarsi. Eppure Angelo si sentiva spaventosamente vicino a quei ragazzi che magari lo avrebbero invidiato senza capirlo perché salvava la faccia e aveva una sua rispettabilità, un po’ di denaro, una casa. Quando un’auto si fermava e un ragazzo vi saliva, Angelo si sentiva come se il torace gli fosse stretto in una morsa, si identificava col cliente, un po’ sognava, sognava di possedere il corpo del ragazzo, poi si diceva che lui con quel ragazzo, sarebbe stato a parlare tutta la notte, avrebbe cercato di dimostrargli rispetto, affetto, gli avrebbe dato tutti i suoi soldi in ambio di nulla, o meglio in cambio di un sorriso e dell’anima. Quante volte era stato a fantasticare di questi dialoghi, di questi incontri, lo avrebbero preso per pazzo, ma in fondo sarebbe stato capace di amare , e non è una cosa pazzesca amare? Quella sera Angelo aveva in mente una sola persona, vedere però le solite scene al lungo Tevere lo scosse un po’. Gli passò per la mente che desiderava Marco ma che non lo amava e che, visto che Marco gli voleva bene, avrebbe dovuto parlargli chiaro, anche a costo di perderlo, amare vuol dire anche questo. Questa idea gli si fissava sempre più nella mente: dire la verità. Ma come poteva dire a Marco: sono innamorato di te? E’ difficile, troppo difficile, poteva restarci malissimo, sentirsi a disagio, poteva addirittura soffrire per anni per il ricordo di una cosa detta magari soltanto per l’assurda pretesa di dire una verità che sarebbe meglio non dire. Angelo pensava che Marco avrebbe preso prima o poi al sua strada... tanto valeva dunque non dire niente. Eppure nelle parole di Marco, Angelo aveva sentito un affetto vero e la speranza di questo affetto lo torturava come un sogno ossessivo. Angelo si chiedeva che cosa Marco si aspettasse da lui, poi tornava a pensare all’idea di dire la verità, gli sembrava l’unica cosa giusta, avrebbe risolto tutto nel modo più semplice, ma come si poteva arrivarci? Giunse a una conclusione: se Marco lo avesse trattato con freddezza sarebbe stato prudente e non gli avrebbe detto nulla, ma se avesse voluto da lui la verità, gliel’avrebbe detta in modo semplice, poteva essere l’unico modo per Angelo di sentirsi più a suo agio.
Per Marco problemi di questo genere non ne esistevano, era andato a letto felice, si sentiva amato e non si poneva troppi problemi a riguardo. Non aveva mai scherzato così, non si era mai sentito così libero, così se stesso, era contento di avere ritelefonato, si chiedeva come mai avesse aspettato tanto, era felice anche di tutti i discorsi fatti, delle frasi di Lorca che gli tornavano alla mente e del fatto che in fondo Angelo fosse stato ad aspettare la sua telefonata. La situazione non lo preoccupava più e si sentiva più libero, più sicuro di se stesso, più capace di vivere. Non era più solo con se stesso. Quello era uno strano rapporto, si sentiva amato da un altro ragazzo, ma questo non gli procurava sensazioni di disagio, Marco evitava di chiedersi che cosa lui provasse per Angelo, forse se lo chiedeva timidamente e si diceva che era un amico vero, a un amico vero si deve voler bene, e, in fondo, non aveva mai avuto un amico vero, ciò che provava per Angelo era amicizia, sì, vera amicizia. E’ veramente una cosa meravigliosa avere un amico! Puoi parlare di tutto, ti capisce, ha fiducia in te, ti rispetta, non ti dimentica. Un amico vero è veramente un tesoro, Marco si ripromise che gli avrebbe dato tutto il suo affetto, senza riserve, da amico vero, quella sera si sentiva felice. La mattina dell’indomani fu per entrambi una mattina di passaggio e di attesa. Marco arrivò con venti minuti di anticipo. Angelo aveva atteso contando le ore e Marco era uscito di casa appena gli era stato possibile, senza darsi cura dell’ora dell’appuntamento. All’ingresso di Marco nel portone e quindi nel cortile, Angelo ne era rimasto abbagliato, portava una camicia a strisce rosse, con colletto piccolo, jeans bianchi e scarpe da tennis, si era voltato a guardare la finestra di Angelo e siccome lo aveva visto gli aveva fatto un cenno con la mano. Quando Marco entrò in casa si ripeté lo stesso cerimoniale della prima visita. Si sedettero agli estremi opposti della stanza, poi Marco chiese di aprire la finestra, la aprì, girò una sedia, ci si mise a cavallo, poggiando le braccia sulla spalliera e il mento sulle braccia.
- Allora?
- Mh, sì, e adesso?
Poi Marco prese un tono più leggero, sorridendo...
- Allora che hai fatto ieri notte?
- Be’ se te lo dicessi veramente forse ci resteresti male.
- Perché, che hai fatto?
- Non mi va di parlarne.
- No, dai, parla.
- Niente, sono uscito.
- Ma era notte fonda.
- Lo so, però proprio non riuscivo a stare a casa.
- E dove sei andato?
- Niente qua intorno a fare un giro.
- E perché ci dovrei restare male? Continua.
- Senti, ti posso chiedere una cosa?
- Dai.
- Ma tu da me che cosa ti aspetti?
- Niente, non lo so, e poi non mi fare questi discorsi strani, che cosa mi dovrei aspettare? Non lo so proprio. E poi perché mi fai questa domanda?
Angelo cominciò a tamburellare con le dita sulla poltrona, avrebbe voluto sapere tante cose ma non riusciva a parlare, poi si decise.
- Senti è troppo difficile, io non riesco ad andare avanti oltre...
- Seguì un silenzio di molti secondi.
- Ma perché? Di che hai paura?
- Senti, mi dici come dovrei comportarmi con te? Certe volte vado proprio in crisi e non so che fare.
- Agisci liberamente, spontaneamente...
- Sì, sì... va be’, senti, usciamo? Andiamo da qualche parte.
- ... va be’.
Uscirono senza dire altro. Sul pianerottolo c’era una finestra con una ringhiera, Marco scavalcò la ringhiera con una gamba e fece il gesto di buttarsi giù. Angelo gli rispose ridendo.
- Ma che combini?
- No, non mi butto, ancora non siamo a questo punto.
Quel gesto era servito a rompere l’atmosfera cupa, Angelo vedeva in Marco uno che non è disposto a giocare al massacro.
Andarono all’Eur col 97, Angelo si sentiva agitato, Marco continuava a scherzare sull’autobus, faceva smorfie, dava a Angelo occhiate di intesa su una signora negra con turbante e abito a fiori.
- Ma non mi avevi detto che ti piacevano le donne abbronzate?
- Mh!
Quella battuta dava ad Angelo l’impressione di avere altri significati, si sentì ferito, gelato. Fecero un lungo giro per il parco senza scambiare parola, poi Marco interruppe il silenzio.
- Senti, ci sediamo?
- Sì.
- Ma che c’hai?
- Niente, che ci devo avere?
- Va be’! Vuoi che me ne vado?
- No.
- Ma perché fai tutti questi misteri?
- Perché ho paura di dire sciocchezze.
- Non fa niente, dille lo stesso. Senti, te la faccio io una domanda?
- Sì.
- Tu mi chiedi che cosa mi aspetto io... e tu che cosa ti aspetti da me?
- Ma non avevamo detto di lasciare perdere questi discorsi?
- No! Adesso non scappare, rispondi, guarda che con me non devi giocare, perché non è giusto.
- Senti, io mi sento particolarmente a disagio, è proprio un disagio fisico, senti, dimmelo tu: vuoi che parli chiaro fino in fondo?
- Sì.
- Senti, io evito i preamboli e i giri di frase anche perché non ce la faccio proprio ad andare avanti così. Però ti prego, non ci restare male. Senti, io sono uno dell’altra sponda, ecco adesso mi sento maledettamente in imbarazzo, però di’ qualche cosa.
- Ma perché ti fai tutti questi problemi?
- Ma hai capito bene quello che ho detto?
- Sì, ho capito.
- Senti, ti posso chiedere una cosa? Però ti prego, rispondimi, senti, sei del mio mondo oppure no?
- No, non sono omosessuale, mi dispiace anche di dirlo.
- Ecco, vuoi che vado via?
- Ma perché?
- Perché penso che puoi stare meglio solo e che magari...
- Senti, non ti fare problemi.
- Senti, e poi io ho l’impressione di volerti bene, capisci, di essermi innamorato di te, in tutti i sensi, hai capito?
- Sì, ho capito, ma guarda che non ci resto male, volere bene a qualcuno è sempre una cosa bella, adesso cerca un po’ di stare calmo, io non ho paura di te, che mi volevi bene l’avevo capito, forse non così, però l’avevo capito e poi per fare un discorso come questo ci vuole un coraggio enorme, pure io a mio modo ti voglio bene, anche se in un altro modo, mica adesso meno di prima... adesso c’ho quasi l’impressione che vali di più.
- ...
- Se non ti va di parlare lascia stare, però cerca di capire una cosa, per me un minuto fa non è cambiato niente e se è ambiato qualche cosa è cambiato solo nel senso della chiarezza.
- Senti, preferiresti che tutta questa storia non ci fosse mai stata?
- No!
- Magari preferiresti stare in un altro posto...
- Guarda che se sto qui è perché ci sto bene, se no, non ci starei. Ti giuro che adesso non sto facendo complimenti.
- Mah...
- Dove andiamo?
- Ma l’avevi capito?
- Io avevo capito che non era una cosa... come le altre, quando sono stato tutti quei giorni senza telefonare forse l’ho pure pensato, a me dava fastidio che stesse bene a me, c’avevo paura, mi sembrava che avrei fatto meglio a scappare via, mi pensavo chissà che cosa e invece poi, non lo so, adesso non c’ho proprio nessun problema... Senti, ma non è che adesso ti viene in mente di sparire?
- Mah?!
- Capiscimi bene, non ti fare problemi che non esistono.
- Non esistono?
- Per me non esistono, io adesso mi sento a mio agio, anzi, probabilmente sei la persona che mi conosce meglio... io da te ho imparato tante cose, è difficile pure dire che cosa, però per me è stato importante... ma tu adesso che stai pensando?
- Mi chiedo perché mi fai questi discorsi e poi mi chiedo che ti resterà dopo dell’avere vissuto una vicenda come questa. Mi sa che ho fatto malissimo a fare questo discorso, me ne dovevo andare e basta. E adesso scusa se torno indietro ma per me è fondamentale, ma tu sei sicuro di non aver niente a che vedere col mio mondo?
- Sì, sono sicuro, però, per favore, non me lo richiedere.
- Ti dà fastidio?
- Sì... però capisci bene, mi dispiace solo perché significa che non ti posso capire fino in fondo... ma poi tu pensi che queste cose siano così fondamentali?
- Eh, credo di sì...
- Ma tu ne hai mai parlato con qualcuno?
- Sì un paio di volte... ma poi me ne sono pentito.
- E con chi ne hai parlato?
- La prima volta avevo incontrato una ragazza, abbiamo cominciato a frequentarci, io ci stavo bene, per me era un’amica, poi piano piano, le cose si sono fatte più strette, ci si, anzi, mi telefonava spesso, poi un giorno ha parlato di matrimonio e io pure se con gravissime difficoltà gliel’ho detto, dopo qualche mese si è sposata, io le ho mandato un telegramma, è andata in viaggio di nozze a Parigi e da Parigi mi ha mandato alcune cartoline, come quelle che mi mandava prima. Io penso che si sia sposata per lasciarmi libero, penso pure che mi avrebbe sposato anche solo formalmente, poi ha capito che anche questo mi avrebbe messo in imbarazzo e ha preso proprio un’altra strada. Adesso qualche volta mi telefona e mi dice delle cose bellissime, cioè, per me questa donna è una persona importane, quando mi chiama sono veramente contento, qualche volta per lei ho scritto pure qualche poesia... era una persona come si deve e mi ha voluto bene veramente.
- E allora perché non dovrei volerti bene io?
- Mh!
- Lo vedi che di questa ragazza tu hai conservato un ricordo buono, se non ci fosse stato il problema del matrimonio tu magari avresti continuato a vederla?
- Sì, certo, credo di sì, però per me era un’amica, non ne ero innamorato.
- Sì, va be’, però il fatto che lei ti voleva bene ti ha creato problemi, adesso, a parte il matrimonio? Ti ha dato fastidio sentirti amato senza provare la stessa cosa per lei?
- No... in un cero senso è stata una cosa molto bella e soprattutto molto seria anche per me.
- E la seconda volta?
- La seconda volta è stato con una donna sposata, mi è stata appresso un anno, poi siccome non riuscivo a liberarmene le ho detto come stavano le cose e lei lo è andato a riferire al marito, così si è giustificata cose se avesse fatto una buona azione tipo dame di san Vincenzo. Io ho avuto proprio una sensazione di rigetto totale... una cosa indegna, è come se uno pagasse un miliardo per comprare una caramella a una bambina stupida e viziata. Non mi va di parlarne perché è stata una cosa disgustosa.
- Ma tu ti sei innamorato mai?
- Sì, qualche volta, ma quando succede c’è solo da stare male, non solo non lo puoi dire, devi fare assolutamente fina di niente, proprio guardare dall’atra parte, crearti degli schermi, se no, ti mettono in mezzo e ti fanno a pezzi.
- Ma per te il sesso che cos’è?
- E’ una realtà che mi condiziona completamente perché tanto non deve significare niente. Ma poi il problema non è neppure questo, cioè avere rapporti sessuali con un ragazzo è facile, però è un gioco, è tutta lì l’assurdità. Certe volte mi sono trovato in situazioni in cui si poteva arrivare facilmente a cose di questo genere, ma per me non è un gioco, non è un diversivo, un gioco di sesso. Io vorrei un rapporto d’amore, il sesso mi interessa meno, cioè, non è che io su certi ragazzi non ci faccio le mie fantasie sessuali, anzi, però poi me ne vergogno quasi, più conosco un ragazzo a fondo più cala l’interesse sessuale e cresce quello affettivo...
- ma le fantasie le hai fatte anche su di me?
- Sì, specialmente i primi tempi... ti dispiace?
- No, se io posso fare le mie fantasie su una ragazza...
- Va be’, però non è la stessa cosa.
- E’ identica! Ma adesso come mi vedi?
- Ancora un po’ come prima,... è così, ma quello che mi spiazza è il modo che hai di reagire, non lo so, ma non me lo aspettavo, in un certo senso il tuo modo di fare è fuori schema.
- Mio padre c’ha un amico come te e vanno perfettamente d’accordo, pure un amico di mia sorella, un ragazzo di diciassette anni, io qualche volta c’ho parlato, non lo so, non c’ho mai avuto problemi.
- A che ora devi tornare a casa?
- C’è tempo, alle nove, ma perché? Te ne vuoi andare via?
- Un po’ me ne viene la voglia.
- ... e ieri notte che hai fatto?
- Sono andato al lungo Tevere, lì ci stanno dei ragazzi che si prostituiscono, certe volte penso a quei ragazzi, specialmente quando qualcuno li prende su, un po’ ci faccio le mie fantasie, ma soprattutto peso che mi innamorerei, magari ci starei a parlare tutta la notte... questo era ieri sera.
- Mh!
- Dai, pala, per favore, non stare zitto.
- Senti, ma tu hai mai fatto l’amore con qualcuno?
- No... e tu?
- No. C’ho qualche amica, ma una ragazza non l’ho mai avuta, non mi è mai capitato di riuscire a parlare veramente, sono state sempre delle cose un po’ così, cioè, belle, però non l’ho mai considerata una cosa veramente profonda per la vita. Non lo so, forse non saprei nemmeno dire se mi sono mai innamorato veramente oppure no, certe volte m’è sembrato, però poi... a distanza di tempo, dimentichi e svaluti.
- Mah!
- Vedi, ti può sembrare assurdo, ma ci sono un sacco di cose anche di me stesso che io non riesco a capire...
- Senti ti posso chiedere perché quel giorno stavi piangendo?
- Non lo so, pensavo a casa, a mia madre, a mio fratello... per me queste cose sono fondamentali, poi così, un momento di smarrimento, ma poi passa subito... ma tu come ci sei rimasto?
- Mi ha fatto un effetto terribile, non avevo mai visto piangere un ragazzo della tua età, mi sono sentito importante, l’impressione che ho provato era di tenerezza violenta, quasi sessuale, d’istinto ti avrei preso la mano e te l’avrei stretta forte, però non si può...
- Ho notato che non mi hai mai dato la mano.
- E’ vero, mi farebbe un effetto strano e penso che tu possa preferire evitare, hai visto che non mi siedo mai vicino a te?
- Sì, l’avevo notato, avevo notato pure come scegli le parole quando parli.
- Nei miei discorsi ordinari contano di più le cose non dette di quelle dette, la differenza tra i discorsi come i miei e quelli degli altri è che nei miei discorsi certi argomenti non compaiono mai. Tu hai letto Lorca, è lo stesso, mi piace perché in un certo senso mi somiglia, anche sotto certi punti di vista...
- Non lo sapevo, però accidenti se scrive cose belle! Be’, adesso da quello che dici capisco tante cose in più.
- Ma tu prova a leggere il libro d Pavese e poi mi dici a che cosa ti fa pensare, nonostante le apparenze per me ha un senso solo... ma poi di letteratura di questo genere ne è pieno il mondo, Narciso e Bocca d’oro di Hesse, Tonio Kröger, La morte a Venezia e le Confessioni del cavaliere d’industria di Mann, tutto Proust, tutto Gide, molto Sartre, Wilde, Witman e si può andare avanti con altri cento.
Ma tu tutte queste cose le hai lette?
- Lette è poco, direi piuttosto meditate, ci sono libri che medito tutte le sere, piano piano certe cose diventano come una religione, sono tutto nella vita, guarda che non è una cosa assurda, finisci per vivere attraverso i libri, la vita esterna è tutta una recita squallida, uno si consacra a combattere per una libertà che non vedrà mai, tu rinunci a vivere, ma raccogli libri, articoli, vai predicando criteri di tolleranza, cerchi di mettere in crisi il qualunquismo della gente sicura di sè, in una parola lavori per un domani più libero che non vedrai mai, insomma è proprio come una religione... senti, scusami, mi sento assurdo, sto facendo discorsi che tu stai a sentire per compassione... non mi va.
- Ma tu vivi da solo per questo?
- Sì, non riesco nemmeno a stare a casa con i miei, altrimenti dovrei nascondere i miei libri, non potrei nemmeno parlare al telefono. Prima andavo avanti così, adesso non ce la faccio più... senti, Marco, mi fai andare via, voglio tornare a casa, non mi va di andare in giro, voglio rientrare.
- Va be’, però ti accompagno...
- No, fammi andare via adesso.
- Ma perché fai così, guarda, non ti fare scrupoli che non è proprio il caso... ci prendiamo una cocacola?
- Andiamo
- Senti, invece, perché non mi accompagni tu? A piedi, senza metro...
Il tempo passò veloce, alle nove, prima di allontanarsi nella stazione della metro si salutarono.
- Marco..., grazie, mi hai trattato bene, mi ha messo in una condizione che non mi aspettavo...
- Zitto! Dammi la mano. Sta’ bene! Hai capito?
Marco strinse con forza la mano di Angelo guardandolo fisso negli occhi, poi scese verso la stazione. Angelo era confuso, pensava che dire la verità avrebbe risolto molti problemi ma non era accaduto così, Marco non era omosessuale a gli voleva bene ugualmente, Angelo pensò che si comportasse in quel modo per sentirsi superiore, buono, generoso, ma sentiva che non era così. Si domandò più volte se Marco potesse avergli mentito per timore di scoprirsi, questa poteva essere una speranza, ma non era in fondo una ipotesi credibile, rimase nonostante tutto nel fondo dell’anima di Angelo e sepolta sotto mille altre idee non se ne allontanò mai. Marco aveva in comune con lui almeno una verginità che lo rendeva un’anima libera e sola. Angelo desiderava contare veramente per Marco, quale che ne fosse il motivo, poteva sognare di esserne l’amante, ma non sarebbe stato meno felice se fosse divenuto l’unico amico, l’unico però, quello al quale si dona l’anima. Angelo aveva della verginità uno strano concetto, Marco, ai suoi occhi era vergine non perché non era mai stato con una donna ma perché sembrava non sentirne la necessità, in questo senso la verginità si può perdere e poi ritrovare. Angelo ricordava di essersi innamorato di Fernando, un suo compagno di scuola, in modo inatteso. A scuola Fernando andava molto dietro le ragazze, con alcune andava a letto, ma per un giorno, al mare non perdeva occasione per fare sesso con le ragazze, ma da queste cose non si sentiva implicato a livello d’amore. All’università Angelo diventò molto amico di Fernando, parlavano molto di sè, Fernando si era affezionato ad Angelo, cenavano spesso insieme in pizzeria, quando Fernando raccontava di qualche sua conquista Angelo non ci restava male, una volta Fernando andò al teatro con una sua amica, che avrebbe voluto poi fargli trascorrere la notte a casa sua, dopo il teatro Fernando telefonò ad Angelo e lo andò a trovare, gli disse che andare con quella ragazza in quel momento non lo interessava, Fernando era eterosessuale di stretta osservanza ma non era dipendente dal sesso, questo, per Angelo era verginità. Poi Fernando si innamorò e cominciò a parlare con Angelo solo della sua ragazza, Angelo capiva che il suo rapporto con Fernando era finito, Fernando aveva perso la sua verginità e non sembrava che avrebbe potuto riacquistarla di lì a poco tempo. Tutto finì da sè nel tempo di un paio di mesi.
Angelo pensava a Marco e lo vedeva capace di amare, che poi fosse amore senza sesso non aveva importanza, ciò che gli interessava era essere amato da Marco, il fatto che Marco non fosse omosessuale non distruggeva la speranza di Angelo. Marco poteva pur sempre distinguere sesso e amore. Dal canto suo Marco non sentiva nei confronti di Angelo nè rifiuto nè preclusioni, era anzi felice di non provare nessuna delle sensazioni che aveva preventivato in risposta a quella dichiarazione, tanto attesa quanto inevitabile. Quello che Marco aveva imparato indirettamente in famiglia, lo sperimentava ora da se stesso. Era felice di non sentirsi smentito e d’altra parte non aveva paura e non si sentiva in imbarazzo. Aveva trovato un amico vero! Marco provava una sensazione di incontenibile serenità, sentiva la gioia di essere amato ma si sentiva anche padrone di se stesso fino al punto di non assumere comportamenti stereotipati e di sentirsi anche per questo ancora più libero.
Quando Angelo arrivo a casa si sentiva confuso ma non depresso. Squillò il telefono.
- Ciao... come stai?
- ...
- Che stai facendo? Dai, parla!
- Vuoi sapere che sto facendo?
- Sì.
- Be’, adesso sto piangendo un pochetto.
- ...
- Adesso parla tu!
- Io ti volevo dire che stasera mi sento contento, tutto qua, e vorrei che succedesse pure a te.
- Succede eccome...
- Purtroppo c’è gente e non possiamo parlare.
- Non ti preoccupare, Marco, sei grande!
- Zitto! Adesso dimmi come stai, che devo proprio chiudere.
- Bene!
- Ciao!
- Ciao!