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domenica 22 ottobre 2017
UN GAY SPOSATO NON IN CRISI
Ciao Project,
ti ringrazio per la tua ultima mail che non mi aspettavo e che mi ha fatto molto piacere. Viviamo in paesi diversi, siamo di età diverse, ma alla fine riusciamo a capirci abbastanza bene. Forse il fatto che sei veramente lontanissimo da qui mi permette di esprimermi più liberamente. Mi colpisce il fatto che in teoria avremmo dovuto parlare soprattutto se non soltanto di sesso e invece siamo finiti a parlare di lavoro, di prospettive per il futuro e di mille altre cose. Per un gay sposato di 36 anni come me, è molto importante riuscire ad avere un amico con cui parlare liberamente senza sentirsi giudicato. Già la condizione dei gay è complicata perché l’aggressività della gente è forte, ma un gay sposato, almeno qui dove io vivo, è considerato un mostro, un caso patologico, uno che non può essere in nessun caso né un buon marito né un buon padre. Tu conosci già la mia storia e sai che sono stato particolarmente fortunato perché ho con mia moglie un dialogo vero, lei sa tutto di me e mi vuole bene, e anche io le voglio bene. Un tempo mi chiedevo spesso se per caso io non fossi bisessuale piuttosto che gay, perché voglio bene a mia moglie e posso anche avere rapporti sessuali con lei, poi sono arrivato alla conclusione che le voglio bene perché è una brava ragazza che mi vuole bene veramente e che, quando e ho detto quello che pensavo, mi ha aiutato ad essere quello che veramente sono. Lei non mi ha dato nessuna colpa e mi ha detto che ero un ottimo papà e che mi voleva bene senza condizioni. Puoi capire che dopo mesi di esitazioni, sentirmi fare un discorso simile mi ha messo in una condizione di euforia incredibile. Però scambiare qualche mail con te mi permette di capire tante altre cose e di superare tanti problemi o falsi problemi che mi sono portato appresso per anni, come per esempio i sensi di colpa per il matrimonio e l’idea di aver rovinato la vita di mia moglie e poi ho cominciato a mettere a fuoco il problema del rapporto tra affettività e sessualità e a capire quali possono essere le vere paure che mia moglie si porta dentro e delle quali non mi parla. Ho anche capito meglio come mia moglie possa considerare la mia situazione e la sua possibile evoluzione nel futuro. Ti dico onestamente che all’inizio non avevo dato molto peso al fatto che se avessi avuto rapporti sessuali con uomini senza una protezione adeguata non avrei messo a rischio solo me stesso ma anche lei. In pratica ho capito che devo essere sempre molto attento alla prevenzione. Fino a poco tempo fa mi ritornava spesso in mente l’idea di “provare” con un uomo, poi mi hai fatto capire che quello che conta è creare un rapporto affettivo vero, che possa durare nel tempo, con o senza sesso, e mi sono reso conto che posso aver desiderato sessualmente un ragazzo ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse mi servirebbe avere amici gay per poter essere me stesso senza imbarazzo. Mi viene in mente una cosa che ti potrà sembrare strana, adesso mi sento molto meno condizionato nella masturbazione. I primi tempi la prendevo come un vero tradimento di mia moglie, mi dicevo che in fondo avevo già distrutto il matrimonio, poi, parlando con te, ho visto le cose in una luce del tutto diversa. Sono rimasto stupito quando mi hai detto che potevo parlarne a mia moglie, perché non avevo mai considerato possibile una cosa simile. Il giorno appresso mi sono fatto coraggio e ne ho parlato con lei che mi da detto che si sarebbe stupita forse del contrario e che non si riteneva assolutamente tradita o offesa dal fatto che io mi masturbassi pensando ai ragazzi. Project, ma perché non mi sono mai innamorato di un ragazzo? Fantasie sessuali sui ragazzi ne ho fatte eccome ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse sono meno gay di quanto io creda di essere, o forse non ho ancora trovato il ragazzo giusto, e poi perché ho contattato te, che stai lontanissimo da qui e che probabilmente non conoscerò mai di persona, per poter parlare liberamente di queste cose? Sarebbe stato più facile cercare un ragazzo gay qui, ma io non l’ho fatto e ho cercato di mettermi al sicuro evitando scupolosamente ogni rischio di outing. Forse una ragione profonda per cui amo mia moglie è che lei sa tutto, ma non ha raccontato nulla a nessuno, nemmeno ai suoi genitori o alla sorella, lei ha fatto squadra con me e con nessun altro e questo mi rassicura. Io continuo a dormire con mia moglie nel letto matrimoniale e la cosa non mi imbarazza affatto e penso che non imbarazzi nemmeno lei perché tra noi qualche momento di intimità, al limite anche sessuale, c’è lo sesso, cioè lei non mi rifiuta e la cosa mi sembra al limite dell’incredibile. La nostra vita, ora, è tutta con centrata su nostro figlio Matteo che ha compiuto da poco due anni. Quando non lavoro il pomeriggio sto a casa con Matteo e giochiamo insieme, mi butto per terra, lo prendo a cavalluccio e lo vedo contento. Mia moglie ogni tanto viene nella stanza e vede tutto questo movimento e penso che ne sia contenta, poi entra anche lei in scena, si butta anche lei sul tappetto e giochiamo in tre. Due mesi fa Matteo non è stato bene e in quell’occasione ho trovato con mia moglie un momento di sintonia totale, ci siamo guardati negli occhi, senza dire nulla, lei è andata a vestire Matteo e io sono andato a prendere la macchina e lo abbiamo portato al pronto soccorso pediatrico. Lo hanno visitato e ci hanno rimandati a casa, con l’indicazione di una terapia da seguire, cosa che abbiamo fatto con la massima attenzione e Matteo è guarito del tutto in tre giorni. Vedi, Project, io con mia moglie sento di formare veramente una famiglia, so che non mi verrà mai meno, e non mi è venuta meno nemmeno quando ha saputo delle mie fantasie gay! Con un uomo potrebbe accadere qualcosa di simile? Francamente credo di no! Non che io creda che la cosa sia impossibile in generale, ma io credo che sarebbe impossibile nel mio caso, perché io una famiglia già ce l’ho e la sento mia, cioè non la metterei in crisi per nessuna ragione. Con mia moglie abbiamo fatto anche un ragionamento che non avrei mai immaginato, lei mi ha chiesto: “Ma tu pensi che si potrebbe avere un secondo figlio?” e io le ho risposto: “Certo!” Lei mi ha sorriso e ha detto: “Oh, aspettiamo che Matteo abbia tre anni!” Quindi anche mia moglie non considera la nostra come una famiglia in crisi e in realtà non lo è. Le mia fantasie gay non sono distruttive e mia moglie se ne rende conto. So bene che si tratta di una condizione più unica che rara, perché nelle storie dei gay sposati ho letto cose terribili sulle lotte con le mogli per l’affidamento dei figli. In pratica tutti davano per scontata la separazione e poi il divorzio e intendevano costruire una famiglia gay, cioè per loro essere gay era incompatibile con il loro matrimonio etero. E questo valeva anche in presenza di figli, cosa che a me sembra veramente inconcepibile. Però va pure detto che avevano mogli con le quali avevano rapporti solo formali e patrimoniali. Una cosa ancora devo dire di mia moglie: tra me e lei non abbiamo mai, e dico proprio mai, parlato di denaro e certamente non navighiamo nell’oro. Se una spesa la fa lei io so per certo che non si sarebbe potuto fare meglio. Penso sia anche per questo che l’idea del divorzio non mi è proprio mai venuta in mente. Chissà, forse mi basta avere un amico gay oltre oceano! Sono realmente gay? Da tutto quello che ti ho scritto potresti arrivare a dubitarne, ma io credo di esserlo. Faccio pochissimo uso di pornografia, mentre mi piacciono moltissimo i film gay in cui domina la tenerezza, perché è in fondo che quello che vorrei anche io. Chissà come sarebbe un vero rapporto di coppia con un uomo, ci penso spesso ma non riesco ad immaginarlo. Un gay riuscirebbe ad accettare l’idea che io continui a vivere con mia moglie compresa qualche tenerezza? E mi chiedo anche se mia moglie, nel caso io mi trovassi veramente un compagno, continuerebbe a dimostrare tutta l’apertura mentale che dimostra adesso che non ho nessun compagno. Il suo atteggiamento resisterebbe alla prova della realtà? Sarebbe comunque per lei una prova terribile. Adesso sono un gay (perché sono gay, anche se più sessualmente che affettivamente) che vive da etero ma non vive male, sono un individuo anomalo sia come etero che come gay. Ho parlato di te anche con mia moglie e le ho fatto leggere le tue mail, devo dire che le sono piaciute molto, dice che si vede che “ti intendi anche di donne!” Adesso ti lascio, Project, perché sento che Matteo si è svegliato e ha bisogno del suo papà.
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mercoledì 11 ottobre 2017
GAY E RELAZIONI ETERO
Vorrei passare ora ad esplorare un altro lato della questione “gay sposati” e cioè vorrei cercare di illustrare come le donne innamorate consapevolmente di ragazzi gay cercano di far fronte alla situazione.
Riporto qui di seguito, previa approvazione dell’autrice, una mail di una donna che si è resa conto che il suo ragazzo ha dei comportamenti che non sono quelli tipici dei ragazzi etero.
“Ti scrivo perché ho bisogno di chiarirmi un po’ le idee, o forse perché ho bisogno di parlare con qualcuno. Sono una ragazza di 25 anni e mi sono innamorata di un ragazzo di un anno più grande di me. È un ragazzo molto bello e anche molto dolce. Io prima ero stata con altri ragazzi ma un po’ boriosi e pieni di sé e certe volte mi facevano venire i nervi, pensavo che con tipi del genere non sarei mai andata d’accordo, poi ho trovato lui ed è stata una cosa completamente diversa, mi ascoltava, parlavamo molto, si comportava in modo diverso dagli altri ragazzi, mi trattava da amica, non ci provava con me e anche se ti sembrerà assurdo, la cosa mi piaceva moltissimo. Siamo diventati amici intimi, diciamo così, tante coccole qualche bacetto ma di tenerezza, non di passione, quasi non mi sembrava vero. Lui non parlava mai di sé ma lasciava parlare sempre me, a questa cosa all’inizio non avevo fatto caso. Ci vedevano ogni giorno ma non sapevo se avesse una ragazza (evidentemente no) o se ne avesse avuta una prima, sembrava che questi argomenti non esistessero. Poi ho cercato di fare io il primo passo per disinibirlo un po’, l’espressione non mi piace ma, insomma, per me non era solo un’amicizia, e lì ho visto la sua paura, mi sono fatta due conti e ho pensato che potesse essere gay ma a lui non ho detto nulla. Col passare dei mesi ci siamo conosciuti sempre meglio e gli ho addirittura proposto di andare a vivere insieme, e alla fine mi ha detto che era gay. Io, stupidamente, gli ho risposto che per me non faceva nessuna differenza e che si poteva vivere insieme lo stesso, perché io volevo stare con lui comunque, ma lui mi ha guardato e mi ha detto: “Silvia, non ti arrabbiare, ma un gay può stare bene solo con un ragazzo.” Dopo questo discorso mi sono sentita molto ridimensionata, avrei voluto staccarmi da lui perché interpretavo quello che mi aveva detto come un rifiuto, ma non ci riuscivo, insistevo per vederlo, per consolarlo quando era malinconico ma lui si chiudeva sempre di più. Ho saputo da altre persone che probabilmente si è trovato un ragazzo ma ormai non lo vedo da tempo e mi sono rassegnata all’idea di non sentirlo più. Dopo aver vissuto la storia con lui, penso che non riuscirò più a innamorarmi di un altro ragazzo, sono stupida, lo so, non ha senso innamorarsi di uno che non ti vuole perché è gay, però a me è successo. Tu pensi che per me un qualche rapporto con lui sia recuperabile, dico solo come amica, ovviamente, o pensi che preferisca proprio stare alla larga? Per me se ha un compagno va benissimo, la cosa non mi creerebbe nessun problema, ma forse sto continuando a sognare come una stupida, mi sa che non ho capito bene che tipo di rapporti un gay può tenere con una donna, cioè l’ho capito ma non lo voglio capire, mi sa che la vedo ancora in modo troppo etero per poter andare d’accordo con lui.”
Questa è una mail tipica di una donna innamorata ma matura e consapevole della realtà. La storia con il ragazzo gay è finita e lei si rende conto che quel ragazzo non potrà mai essere il suo ragazzo. Gli vuole ancora bene ma capisce che in nome di quel bene non ha alcun senso rivendicare un ruolo che non venga da sé in modo spontaneo e condiviso. Se il ragazzo si allontana significa che deve andare per la sua strada e non ha senso cercare di trattenerlo. In fondo in questa storia il ragazzo non “illude” mai la ragazza, non passa oggettivamente i confini di una semplice anche se profonda amicizia, tiene cioè un comportamento che non favorisce i fraintendimenti.
La mail che segue è di un tenore completamente diverso ma è forse più interessante soprattutto per il diverso modo di agire del ragazzo che, volontariamente e colpevolmente, induce la ragazza in errore e provoca alla fine la sua reazione risentita.
“Bella gente i gay! Lo dico molto ironicamente! Ma che te lo dico a fare? Tanto tu sei convinto che sono tutti bravi ragazzi. Non è vero che sono solo i ragazzi etero che prendono in giro le ragazze, i gay fanno molto peggio e io, purtroppo, ci sono incappata in pieno. Uscivo da una storiaccia con uno str..o che mi piaceva molto fisicamente ma che era proprio grossolano e nello stesso tempo immaturo, insomma uno str..o! Ero nera. Vado una volta in disco con la mia comitiva e lì mi presentano Marco, neanche mi piace, mi sembra scipito, quell’altro era grezzo ma Marco mi sembrava addirittura un po’ viscido, non mi ispirava nemmeno a livello sessuale, e io quanto a ragazzi non ci vado tanto per il sottile. In pratica mi è del tutto indifferente, o anche meno, però mi accorgo che mi tiene d’occhio, quando cerco di guardalo negli occhi gira lo sguardo, ma continua ad osservarmi. Io mi chiedo “Ma questo che cavolo vuole?” mi decido e glielo chiedo. Mi risponde solo: “Sei carina!” Tu sai com’è, una cosa del genere a una ragazza fa piacere, e allora gli dico: “Sei carino pure tu!“ però così, solo per complimento, perché non mi attizzava proprio, poi abbiamo ballato e in pratica io mi sono persa il mio gruppo e ho passato la serata con lui che stava in discoteca da solo! Proprio così! Io con la mia solita logica generica ho pensato che se uno va in disco da solo vuol dire che va a caccia di ragazze e lui, in effetti, mi stava facendo la corte. La settimana appresso abbiamo continuato a sentirci e a scambiarci messaggini. Visto di giorno, alla luce del sole era meno viscido di come sembrava al buio della disco, non era un granché, un po’ troppo grassottello, paffuto va’, però, insomma, si poteva pure fare. Dopo qualche giorno mi sono stufata di questo ragazzo e non l’ho chiamato più, ma lui continuava a farsi sentire a mandarmi messaggini da mezzo innamorato, mi provocava dicendomi che lo avevo colpito molto, che pensava spesso a me e tante altre cose del genere, io però non ero proprio interessata e non rispondevo, o forse solo raramente e solo per educazione, ma cercavo di tenermi molto sul neutro. Una sera mi chiama e mi dice che sta malissimo e che ha assolutamente bisogno di parlarmi di una cosa importantissima. Io gli dico che se deve sfogarsi lo può fare con un amico e con uno psicologo, ma lui insiste, la mette giù pesante ma non mi dice di che si tratta, alla fine non ce la faccio più, mi sfianca a forza di insistere e gli dico: “Ok, ci vediamo domani.” Insiste per vederci subito, ma gli dico che è tardi e che non saprei che cosa dire a mia madre e allora dice che va bene anche l’indomani. La sera appresso ci vediamo e ce ne andiamo a parlare in macchina. Mi aspetto un discorso chiaro e diretto ma comincia a parlare di cose generiche, non riesco a capire dove possa andare a parare, gli chiedo esplicitamente perché mi voleva parlare ma invece di rispondere insiste con le chiacchiere generiche. Gli chiedo: “Ma mi stai prendendo in giro?” Confesso che ho pensato che potesse magari essere uno col cervello un po’ bacato. Mi stavano proprio venendo i nervi, gli ho chiesto: “Che vuoi da me?” e lui mi ha preso la mano, allora gli ho detto: “Mi sa che ho capito! Ma tu non sei il mio tipo…” e lì il contatto tra noi ha preso un’altra piega e ci siamo baciati, cioè è stato lui a baciarmi, non mi piaceva nemmeno troppo però ci sono stata. Quando ci siamo staccati mi ha detto: “Pensi che ci si potrebbe mettere insieme?” Gli ho risposto: “Non lo so.” Lui mi ha detto: “Sei la prima ragazza di cui mi innamoro veramente.” Io l’ho preso come un complimento. Dopo un paio di giorni siamo passati a fare un po’ di sesso, cioè solo a toccarci perché lui ci andava piano. Aveva un modo di fare tutto suo, direi soprattutto contemplativo. Mi diceva che ero bellissima cosa che non è vera perché sono una ragazza molto ordinaria ma lui mi guardava con ammirazione, mi accarezzava, però non prendeva le iniziative che in genere prendono i ragazzi. Comunque ci siamo messi insieme. In genere i ragazzi tendono a stare alla larga dalla famiglia della ragazza, lui no! Voleva conoscere mia madre, mio padre, voleva venire a casa mia, un po’ come si faceva una volta quando c’era il fidanzamento ufficiale. È venuto a casa mia parecchie volte, i miei lo hanno invitato spesso a pranzo e io sono andata dai suoi, in pochi mesi eravamo diventati due fidanzatini ideali. Tutto sommato a me non dispiaceva, lui era serio, non faceva il galletto con le altre ragazze, stava finendo gli studi e si sarebbe trovato una ottima posizione sociale, anche se queste cose interessavano più a mio padre che a me. Dopo un anno di questa specie di fidanzamento in cui tra noi eravamo arrivati anche ad avere rapporti sessuali, sempre e solo su mia iniziativa e insistenza, finalmente comincia parlare di matrimonio. I miei erano contenti e pure io, tutto sommato. Andavamo sempre in giro insieme con gli amici il sabato pomeriggio ed eravamo ormai un coppia a prova di bomba. Un giorno mi dice che purtroppo deve partire perché ha una zia che sta molto male e che non potrà venire con me il sabato successivo, io gli dico che va bene e non ci faccio proprio caso. Il sabato, siccome nella mia comitiva c’era un ragazzo gay, questo propone di andare in una disco gay ma di quelle dove possono andare tutti per divertirsi un po’, si decide e si va. Io mi sento come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente e non vado a ballare ma mi siedo un po’ defilata con due amici di vecchia data. A un certo punto ho l’impressione di vedere Marco sulla pista che balla con un altro ragazzo, le luci sono infernali ed è difficilissimo riconoscere le persone, ma in mezzo ai flash mi pare proprio che sia lui, resto sconvolta, ma non sono sicura e d’altra parte c’è troppa gente e troppo fumo per vedere bene tenendosi a distanza, e certamente non mi sarei mai avvicinata al punto di rischiare di essere riconosciuta. Dico ai miei amici che fa troppo caldo e che devo uscire un po’. La disco è praticamente in campagna e intorno c’è un grande parcheggio per i clienti. Esco, mi metto a girare nel parcheggio e la macchina di Marco sta lì. Mi sono sentita bollire di rabbia! Sono rientrata, ho detto ai miei amici che mi ero stufata e che me ne volevo andare e ce ne siamo andati tutti e quattro. Loro non avevano intuito nulla e non avevano assolutamente visto che Marco stava lì. L’indomani mattina Marco mi manda il solito sms di buongiorno, gli rispondo chiedendo come sta la zia e mi dice che “sta meglio”. Beh, non ci ho visto più! Gli ho risposto: “Ti ho visto dove sei stato veramente ieri sera. Sparisci dalla circolazione perché se mi compari davanti ti cavo gli occhi!” Lui nonostante tutto ha continuato a dire bugie e ad accusare me di omofobia! Io non gli ho più risposto e la storia è finita così. Non ti dico i casini a casa, ai miei non ho potuto raccontare quello che era successo, altrimenti sarei passata per stupida tutta la vita, quindi i miei hanno dato tutta la colpa a me perché: “era un bravissimo ragazzo, ecc. ecc.” Ecco questo è quello che ha fatto a me un ragazzo gay! Vediamo se tu hai il coraggio di pubblicare una mail simile! Comunque con ce l’ho con te, è ovvio, ma non immagini a che livello di viscido possa arrivare un gay che ti deve usare come donna dello schermo, è proprio un modo di fare odioso!”
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giovedì 20 luglio 2017
STORIA DI UN GAY SPOSATO
Ciao Project, ho avuto ieri sera il piacere di parlare con te, era la prima volta che parlavo con uno che sapevo con certezza essere gay ed è stato tutto molto più facile del previsto. La conversazione è stata agevole, si potrebbe dire una normale chiacchierata, anche se gli argomenti non erano affatto comuni, almeno per me, perché a quasi 40 anni, avevo ancora idee piuttosto preconcette sui gay. Per un uomo sposato e divorziato, per fortuna senza figli, con una, chiamiamola così, tradizione etero alle spalle, non è per niente facile avvicinarsi all’idea che in fondo per tanti anni non si è fatto che rimuovere e si è vissuta una vita da etero, matrimonio compreso, che non era in fondo quello che si voleva. Mi sono chiesto se sono stato veramente etero, ma penso che non sia assolutamente così. Ho sposato la mia ex-moglie ma non l’ho amata. Quando eravamo sposti e vedevo un bel ragazzo per la strada non solo mi fermavo a guardarlo ma pensavo che tornato a casa non avrei trovato lui ma mia moglie. A parte la sofferenza psicologica che ho imposto anche a lei, la cosa più atroce, per me, è stata tirare avanti “per non mettere in crisi il matrimonio”. In realtà le cause del tirare avanti erano ben altre e molto meno nobili: avevo paura di una vita da gay, avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia, dei compagni di lavoro. Avere una moglie mi metteva al sicuro. La storia aveva ben poco di sessuale, lei non se ne rendeva conto, ma per me fare sesso con lei era una forzatura, alla fine qualche volta succedeva ma non era quello che volevo, piano piano, anzi piuttosto velocemente, il sesso lo abbiamo messo da parte del tutto, ma il problema non era nemmeno quello, mia moglie si aspettava qualcosa da me, qualcosa che non potevo darle, si era adattata all’idea di un matrimonio senza sesso, ma avrebbe voluto almeno un po’ d’amore, ma per me non era possibile, la nostra era una convivenza, un condividere la casa, un fare i turni per lavare i piatti e fare la spesa, ma tra noi affetto zero. Lei non capiva, io non avevo il coraggio di parlare e si andava avanti così. Io non ho cercato avventure gay, perché di quelle cose avevo il terrore, mi bastava un po’ di pornografia e un po’ di fantasia. Mi dicevo che non ero gay perché non ero mai stato con un uomo e che in fondo avevo fatto anche sesso con una donna, cosa che secondo me un gay non avrebbe mai fatto, e andavo avanti così. Poi ho incontrato Mauro e lì mi è crollato il mondo addosso. Non so se Mauro fosse gay, io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Con lui stavo bene, ci vedevamo spesso, ma per un caffè, per fare due passi e per chiacchierare un po’, ma tra noi c’era una complicità totale, non vedevo l’ora di uscire con lui, di restare solo in macchina a parlare con lui. Ho sempre pensato che lui si aspettasse una prima mossa da parte mia, ma quella prima mossa non c’è mai stata e siamo andati avanti così per quasi tre anni, poi ha trovato lavoro altrove e se ne è andato. Io ci sono stato malissimo, dovevo tornare ad una vita che non era la mia, Mauro mi mancava. Ci siamo sentiti un po’ su skype, poi piano piano non ci siamo sentiti più. Ma alla fine avevo capito che mi mancava un’amicizia maschile, allora non pensavo assolutamente di essere gay, non avevo interessi sessuali su Mauro, o forse li avevo sublimati, però usavo solo porno gay e questo mi avrebbe dovuto fare riflettere. Diciamo che alla fine avevo anche ipotizzato di poter essere gay ma la cosa mi sconvolgeva proprio. Io gay? Io che non ho mai avuto niente di strano, niente di effeminato? Mi sembrava proprio impossibile. Con mia moglie le cose andavano a rotoli: incomprensioni, risposte piccate senza nessun motivo, insomma eravamo in crisi. Devo dire a onore di mia moglie che lei ha tenuto i nostri problemi solo per noi, i suoi genitori non ne sanno assolutamente nulla. Insomma, due mesi fa l’ho vista proprio a terra e sono finalmente riuscito a parlare chiaro e la sua reazione mi ha stupito. Mi ha ascoltato senza dire una parola, quando ho finto il mio discorsetto, mi ha detto che era contenta che fossimo arrivati a chiarirci e si è anche sentita in colpa perché era stata lei che era voluto arrivare al matrimonio, mentre io cercavo di svicolare e di metterla al massimo in termini di convivenza. Poi abbiamo parlato molto del che cosa fare, lei era disposta al divorzio consensuale e non pretendeva nulla, ma la nostra casa l’avevamo comprata e pagata insieme, io ne avevo un’altra piccolina e avrei lasciato casa nostra a lei, ma non l’ha voluta, allora abbiamo stabilito che l’avremmo venduta dividendoci poi il ricavato. Adesso siamo divorziati, ma ci vediamo ancora, non siamo più ragazzi e non so se io o lei riusciremo a rifarci una vita. Ovviamente non viviamo più insieme ma è rimasta una stima reciproca. I miei suoceri sono rimasti perplessi del nostro divorzio, proprio perché abbiamo continuato a vederci anche dopo. Adesso sto cominciando a cercare di capire che cosa è il mondo gay, sarei già contento di trovare un amico gay per parlare un po’, specialmente se avesse un’esperienza analoga alla mia, ma ho ancora molta paura di queste cose. Quello che sarà sarà, oggi come oggi sono soprattutto contento di come sono andate le cose con mia moglie e sto veramente molto meglio di prima. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.
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lunedì 30 gennaio 2017
GRILLPARZER OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH
Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato a Grilllparzer, un grande poeta austriaco dell’800, certamente non molto conosciuto oggi in Italia. Come al solito, Raffalovich, non si preoccupa dell’opera ma dell’uomo e in particolare dalla sua vita affettiva e sessuale.
La biografia affettiva di Grillparzer mostra con chiarezza quali difficoltà dovesse affrontare un omosessuale per avere una chiara coscienza di sé nell’800.
Grillparzer è un uomo colto, un poeta, un drammaturgo affermato, nella sua biografia, per un verso non emergono tracce esplicite di storie omosessuali, ma solo di profonde amicizie maschili, che si esprimono però nel linguaggio tipico dell’amore; per l’altro si nota la tendenza a coltivare relazioni affettuose con donne, potenzialmente orientate al matrimonio, ma il matrimonio non interviene mai, e lo stesso Grillparzer non considera queste relazioni come storie d’amore, insiste anzi nel dichiarare ad un amico l’assenza di un suo coinvolgimento profondo. Grillparzer ebbe una eterna fidanzata che, dopo la rottura dei rapporti poco prima del matrimonio, si riconciliò con lui; vissero insieme per 50 anni, ma la cosa fu possibile proprio per l’assenza di coinvolgimenti profondi, quella donna e le sue sorelle furono come una famiglia per Grillparzer, furono fonte di una tranquillità senza cosse, ma senza un vero calore affettivo.
Dalla corrispondenza di Grillparzer giovane emerge l’amicizia amorosa per Altmüller, piena di passione, di possessività e di gelosie, dalla parte di Grillparzer.
Questa amicizia si presenta come un vero rapporto d’amore unilaterale sublimato, ma non per questo meno violento. Grillparzer parla con Altmüller sempre con espressioni ambigue e non si rivolge a lui dichiarandogli i suoi veri sentimenti e cercando di coinvolgerlo, lo intrattiene soprattutto parlandogli dei suoi rapporti con le donne e della sua passione per l’arte. Un rapporto del genere produsse certamente ansia e attese ma anche disillusioni e senso di frustrazione.
Nella corrispondenza di Grillparzer maturo (quarantaquattrenne) emerge una storia di tipo molto diverso, che fa molto pensare ad un amore omosessuale, questa volto condiviso, anche se comunque sublimato, non fosse altro per la differenza di età, si tratta del rapporto del poeta con Otto Prechtler, un giovane 22enne, un personaggio la cui vita andrebbe studiata molto attentamente, drammaturgo, librettista d’opera e funzionario dell’amministrazione imperiale austriaca. I toni usati da Grillparzer sono estremamente misurati ma affettuosi, quelli usati da Prechtler sono invece i tipici toni dell’innamorato. Prechtler afferma di avere capito quali angosce fanno stare male Grillparzer ma aggiunge che terrà sempre per sé quello che ha capito. Il rapporto tra i due durò per molti anni e fu probabilmente molto più complesso e profondo di come appare dai pochi documenti che abbiamo a nostra disposizione.
La vita di Grillparzer è caratterizzata, al di là dei suoi successi teatrali e poetici, da un senso di insoddisfazione, di frustrazione e di irrequietezza; è molto probabile che all’origine di tutto questo ci fossero una omosessualità autentica ma repressa più o meno consapevolmente e una eterosessualità di facciata costruita con la forza della volontà ma del tutto insoddisfacente.
Vi annuncio fin da ora che il prossimo post, sul quale sto lavorando, più lungo e più complesso di quello che vi presento oggi, sarà dedicato a Von Platen, un personaggio che Raffalovich considera il modello dell’omosessuale superiore. Con l’analisi del personaggio di Von Platen termina “Uranismo e Unisessualità”.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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GRILLPARZER
Franz Grillparzer (1791-1872), il più famoso e anche il miglior poeta dell’Austria, illustre perché è unico in Austria, ma giustamente famoso, merita un lungo studio psicologico. Fu un invertito superiore, sfortunato e onesto.
Nacque a Vienna nel 1791 e morì nel 1872. Dopo Klopstock, nessun poeta tedesco ebbe un simile funerale.
Grazie alla sua autobiografia, breve e incompleta, ma del più alto interesse, ma soprattutto grazie alla Grillparzer Gesellschaft [Associazione Grillparzer] e ad Heinrich Laube, si hanno a disposizione molti documenti per ricostruire la vita e il carattere di Grillparzer. Molto onesto, molto diretto, molto impressionabile, vale a dire, o molto suscettibile o molto indifferente, ha molto sofferto e molto fatto soffrire, ma rimarrà comunque come un ottimo esempio di una vita dedicata all’arte, al disinteresse. Soffrì fino ad indebolirsi, ma fu coscienzioso fino rendersene forte.
Fu uno degli scrittori più degni, più stimabili; un modello di virtù civica e un poeta drammatico di grande interesse, – ma la sua vita intima è sotto certi aspetti più interessante delle sue opere letterarie.
Cresciuto in una famiglia benestante, una fantastica madre musicista, che morì in un modo tragico e misterioso, un padre molto onesto, molto silenzioso, tranne quando si occupava di botanica o si prendeva cura dei fiori, molto riservato, e che morì di dolore nel vedere la sua fortuna distrutta con la rovina dell’Austria, Grillparzer si trovò costretto a diciotto anni a sostenere sua madre e i suoi fratelli.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.
Il suo secondo fratello, che soffriva di forti mal di testa durante l’infanzia, a diciassette anni fuggì dalla casa paterna. Ricomparve dopo lungo tempo con una donna e dei bambini. Grillparzer gli trovò un lavoro, pagò i suoi debiti, poi un giorno Karl scappò di nuovo, e finì per accusarsi falsamente di un omicidio. Fu riconosciuto affetto da follia melanconica.
Un altro fratello, molto bello, Camillo, che, essendo un bambino, prendeva sul serio i suoi lavori di cucito, e si compiaceva nel ruolo di una bambina, aveva talento musicale e fu molto infelice.
Il fratello più giovane si uccise a diciassette anni, lasciando una lettera commovente:
“Ho molto ingannato mamma e Franz, e chiedo loro perdono. Non mi maledicano. O mio Dio, forse soffrirò ancora molto all’altro mondo. Se mai Franz avrà figli, che li educhi e non somigliarmi. Se ho il diritto di chiedere qualcosa, che i miei vestiti siano dati a Bepi.”
Camillo (nato il 15 agosto 1793, morto il primo giugno 1865), scrisse a suo fratello maggiore il 4 maggio 1817 (all’età di 24 anni), una lettera strana e oscura ricordandogli che fin dalla sua nascita era stato più impressionabile di una donna, di costituzione più fragile, sempre desideroso di ciò che era grande in lui senza avere la forza di possederlo o i mezzi per arrivarci.
Fino a 19 anni si consolava della sua imperfezione e si credeva felice, ma la ragione gli mostrò quanto si fosse ingannato. Parlava della sua estrema paura delle impressioni sgradevoli e inevitabili, della singolarità della sua natura.
Una seconda lettera ancora più misteriosa, dell’anno seguente, spiega a suo fratello perché la loro madre non dorme la notte – lui stesso non dorme più di tre ore per notte. Si lamenta di rassomigliare tanto alla madre, ma di soffrire anche più di lei, essendo un uomo. Sappiamo che la madre, andava pazza per la musica, e perdeva tutta la sua dolcezza al pianoforte. La vita intima di Camillo non è stata sufficientemente chiarita perché ci si possa soffermare su questi documenti.
Il diario di Franz Grillparzer e la sua autobiografia ce lo mostrano precoce, inquieto, che non sa esattamente se è un grande poeta o no, casto ma soprattutto puritano, che si crede sempre innamorato di una donna idealizzata, ma evidentemente più preoccupato delle sue amicizie.
Così c’è un certo Altmüller, che egli critica aspramente nel 1808 (Grillparzer è nato nel 1791 e dunque ha diciassette anni), accusandolo di egoismo, di incoerenza, di atteggiarsi, e si sforza di dimostrare a se stesso che Altmüller e Wohlgemuth gli sono amici, ma insiste nel credere quelle amicizie illusorie.
Eppure l’attaccamento di Grillparzer e Altmüller cresce; i due giorni in cui Grillparzer è molto innamorato di Antoinetta, e tutte le sue passioncelle fittizie sembrano ostacolare molto poco questo affetto.
1808 – “Balliamo stasera dai Wohlgemuth, – le due belle W. ci saranno: nessuna delle due mi piace particolarmente, eppure io sono stato per tutto il giorno più inquieto che nei giorni del mio più profondo amore per Teresa, quando la andavo a trovare. Da dove viene tutto questo?”
1808 – “Antoinetta si sposa e non sarà felice con il marito. Ho pietà di lei … lei mi ha amato e mi amerebbe ancora se la mia incostanza non avesse rotto il legame che ci univa.”
“Sarò mai qualcosa di più di un poeta mediocre? Questa domanda mi fa disperare.”
Elenca ciò che ha del poeta: una forte, bruciante immaginazione, comprovata da molte ore felici e molte ore infelici, dalla distruzione della salute fisica, da passioni violente. Ma gli manca, secondo lui, questo furore poetico. La poesia lo raffredda invece di riscaldarlo. Sembra che le donne producano lo stesso effetto su di lui.
Suo padre muore nel 1809.
Nel 1810 dobbiamo soffermarci su un episodio della sua amicizia con Altmüller.
Il 16 giugno, alle undici di sera, era andato a casa di Altmüller, e trovando che era uscito, aveva sfogliato i suoi libri e i suoi manoscritti. In un quaderno del suo diario aveva trovato delle lettere a un certo Karl N. e degli appunti su lui stesso.
Grillparzer non si era mai reso conto fino a quel momento della forza della sua amicizia per Altmüller. Si parlava di lui in quelle confidenze. La sua vanità lo spinse a leggere, sperava di trovare qualcosa di lusinghiero. Lungi da ciò, ebbe la sfortuna di leggere che Altmüller si era sempre ritrovato ingannato nelle sue amicizie. Grillparzer quasi non riusciva a ricordarsi di aver mai accusato un tale colpo.
L’amor proprio, la vergogna e la gelosia lo misero in uno stato che l’arrivo di Altmüller peggiorò ulteriormente.
Lo rimproverò della sua falsità e gettò il quaderno sul tavolo.
“Non si può giustificare, scrisse nel suo diario quella stessa sera, che Altmüller abbia chiamato questo giovane “tu”, e suo caro Karl. Quante volte mi ha detto che era geloso di Mailler, cosa della quale comunque non ha mai avuto motivo, e ora! Il pensiero di venire dopo questo giovane è intollerabile per me comunque.”
Poi si lancia in lamentazioni su se stesso, sulla sua ridotta sensibilità, sulla sua freddezza, sulla sua mancanza di immaginazione.
Lui, che era sempre innamorato, ora vede le ragazze più belle senza un pensiero d’amore, e anche il suo ideale di un’amata comincia a svanire. Si lamenta di diventare sgradevole per i suoi amici. Non capisce la causa della sua malinconia, che comunque cresce ogni giorno.
“Non so pensare a nulla di più accattivante che lasciare Vienna e l’Austria, tenendo Altmüller per mano, cercando in altri paesi una felicità che non riesco a trovare qui.”
Si avvicina all’idea del suicidio, poi torna di nuovo sulla giornata che ha trascorso:
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.
È stato sempre ingannato nell’amicizia ed è per questo che è ricorso a lui. Quindi doveva pur accadere questa cosa che pensavo impossibile, e Wohlgemuth ha ragione, non è per la mia incostanza (che Altmüller mi rimproverava), ma per la sua. Ma dove avevo gli occhi? Perché non ho notato da molto tempo la sua indifferenza? Lui, nelle cui braccia mi sono riposato durante quelle ore sacre, lui che solo, solo tra tutti gli uomini, ha conosciuto le profondità del mio cuore, – lui ha potuto un po’ di tempo fa interessarsi a questo pedante arabo e ora ha potuto conoscere questo ragazzo e scrivergli, dargli del tu. – Oh! quella notte indimenticabile quando gli ho dato del tu per la prima volta, e quando ho con questa parola sigillato per sempre la mia amicizia! Come era sacra per me questa parola, e lui la profana oggi. E prende in prestito da lui venti guldens. Proprio questo mi ha scosso più violentemente. Quale intimità questo fatto fa supporre, oppure … Oh! quanto ti ho capito male, o quanto mi hai ingannato … devo andare a casa sua, ho bisogno di un chiarimento, non posso rimanere più a lungo in questo stato d’animo. Ma a che fine chiarire una cosa che già è così chiara… Sta suonando l’una. Vado a letto e a dimenticare, almeno per un paio d’ore.”
“17 Giugno, ore sette di sera.
“Sono stato a casa sua. Lui è innocente. Le lettere che ho letto sono immaginarie e la nostra amicizia è forte come prima. Un altro al mio posto, Altmüller stesso, avrebbe perso le speranze, ma no, che nessun dubbio venga a turbarmi. Lui è il mio amico, e giuro, non ho l’ombra di un sospetto. Mi sento felice, leggero, ma comunque non è tutto come dovrebbe essere; la mia malinconia che è così inspiegabile per me, non è purtroppo ancora dissipata.”
La sua malinconia, così inspiegabile per lui, cerca delle consolazioni fantastiche.
L’ideale della libertà svizzera lo incanta. Reclama per sé e per George (Altmüller) una casetta in Svizzera con una moglie virtuosa nata in Svizzera! Per quanto riguarda le donne del suo paese, le odia, scrive nel suo diario, questo sesso spregevole che non è mai ciò che sembra, che piange senza dolore, ride senza gioia, – del quale egli ha confuso troppo a lungo la stupidità con l’innocenza e il sentimentalismo con il “cuore”.
Il 29 novembre 1810, gli accade qualcosa di straordinario. Un cantante famoso, il castrato Velluti, era a Vienna e Grillparzer era determinato a non andarlo a sentire, avendo orrore di tutto ciò che è contro natura, e in particolare in questo genere di cose. Infastidito, costretto ad andare a teatro, spinto lì da alcuni amici e dalla sua noia, viene punito. Non appena il castrato cominciò a cantare, una sensazione strana e dolorosa si impossessò di Grillparzer; lui cercò violentemente di sottometterla, ma il suo disagio crebbe talmente che fu sul punto di svenire e di lasciare mezzo morto il teatro. Non ricordava di aver mai avuto nella sua vita una sensazione così sgradevole. (Aveva allora quasi 20 anni).
A 21 anni, si innamora di un’attrice che interpretava il ruolo di Cherubino, e la sua travestita gli strappa dei bei versi di cui egli in seguito si meraviglierà: il sentimento di questi versi è abbastanza sessualmente ambiguo. Egli sostiene nella sua autobiografia che questi versi siano arrivati in un modo piuttosto misterioso e anonimo a Cherubino, e Cherubino, che allora era una ricca mantenuta, abbia dichiarato che, se avesse trovato il poeta che aveva composto quei versi, avrebbe abbandonato il suo protettore per lui. Fu (secondo Grillparzer) il protettore di Cherubino che diversi anni dopo gli recitò quei versi anonimi per dimostrargli che i grandi poeti restavano ignorati, e gli raccontò della inutile infatuazione della signora. È pensabile che una relazione tra Cherubino e Grillparzer avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita sessuale. Cherubino era probabilmente abbastanza virile e abbastanza carina per piacere Grillparzer.
Del resto, le attrici possono sempre (soprattutto quelle che recitano come travestite) sedurre più facilmente delle altre donne gli uomini la cui sessualità è indecisa.
Se si crede che è esagerato parlare già dell’indecisione della sessualità di Grillparzer, il resto della sua vita giustificherà questa asserzione.
Era alto, aveva bellissimi occhi azzurri, un viso pallido e interessante e bei capelli castani. Era molto semplice, gentile, timido, amante del silenzio, e trovava molto doloroso costringersi a parlare quando non lo desiderava. Certamente in gioventù era un uomo molto simpatico, sia agli uomini che alle donne. A 25 anni riportò un enorme successo con il suo dramma L’Antenato, che lo collocò subito in prima fila [tra gli autori di teatro], il successo ben presto proseguì col successo della sua Saffo, dramma che mostrava un notevole progresso. Era considerato unanimemente il poeta dell’Austria.
Alcune donne lo amarono – Marie Piquot, una ragazza, lo amò in segreto, morì e nel suo testamento pregò i genitori di adottare Grillparzer e di occuparsi di lui. Rimpiangeva in questo testamento di non potersi fare amare da lui per esser buona e dolce con lui. Attraverso le banalità di una conoscenza mondana, Maria aveva indovinato l’anima del poeta, le sue difficoltà di carattere, tutto quello che gli rendeva difficile dedicarsi agli altri e accettare il fatto che gli altri si dedicassero a lui.
Grillparzer si rimproverò di non essere abbastanza toccato dalla morte e dalla tenerezza di Maria.
Una bella donna, sposata con uno dei suoi parenti, Carlotta, lo amò anche lei e lo fece passare attraverso le sofferenze dell’odio e dell’amore. Lei lo attivata e nello stesso tempo gli era repellente. Era evidentemente la donna nella sua sensualità che lo tormentava così. Benché Grillparzer dica che questa donna aveva cambiato il platonismo della sua natura (aveva allora 29 anni e si diceva molto interessato), io non penso che sia mai stato il suo amante. Lei gli confessò sul letto di morte di averlo amato più di quanto lui potesse immaginare.
Mi affretto ad arrivare alla grande e misteriosa amicizia-amore di Grillparzer (e alla sua eterna fidanzata Kathi Froehlich), che durò mezzo secolo e stupì i contemporanei col suo enigma. Noi ne conosciamo la chiave.
Una lettera del poeta ad Altmüller ci riassumerà la situazione.
Verso il suo trentesimo anno cercò di fortificare il suo corpo – con l’idroterapia, il nuoto, l’acqua fredda, la scherma – e credette di trovare in questi esercizi la causa della diminuzione della sua fantasia, della sua immaginazione. Forse, si diceva, per essere poeta avrebbe dovuto conservare la fragilità del suo essere fisico.
Evidentemente si sbagliava: osservava i suoi sintomi con acutezza, ma certamente non aveva una visione d’insieme del suo stato fisico e mentale.
A 31 anni fece la conoscenza delle quattro sorelle Froehlich, sorelle musiciste, di cui la terza, e forse la più bella, lo amò per 50 anni. Lei aveva dieci anni meno di lui.
Grillparzer, nel suo affetto per le donne, cominciava sempre dal farsi un’idea di questo affetto e del modo in cui quella donna doveva pensare e comportarsi. Non appena riscontrava una minima differenza tra la sua idea e la realtà si tirava indietro. “In tal modo, egli scrive, ho giocato con le donne il ruolo di un seduttore, e comunque avrei sempre fatto di tutto per essere per loro quello che desideravano. In questo modo, quindi, sono stato la disgrazia di tre donne, tutte e tre di carattere forte. Due sono morte. Ma non ho mai barato su un’inclinazione che io stesso ho invocato.” Vale a dire sul fatto che il suo sentimentalismo superficiale e l’affetto di una donna non erano sufficienti per attirarlo e trattenerlo.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.
La riassumo:
“Tu mi chiedi di descrivere la persona che amo. La persona che amo, tu dici? Piacesse a Dio che io potessi dire sì. Piacesse a Dio che il mio essere fosse capace di questo abbandono, di questa dimenticanza di sé, di tutta questa unione che è l’amore. Ma non so se sia egoismo supremo, o qualcosa di peggio, o un desiderio sconfinato per l’arte e tutto ciò che riguarda l’arte, ma tutte le altre cose non possono tenermi che per un momento. Insomma io non sono in grado di amare. C’è sempre per me qualcosa di più alto di una persona cara, e dopo un oggi dei più teneri, senza intervallo, senza motivo, c’è un domani di freddezza, di dimenticanza, di inimicizia. Credo di aver notato che amo nell’amata solo l’immagine disegnata dalla mia fantasia, in modo che la realtà diventa per me un’opera d’arte che mi affascina per la sua somiglianza con i miei pensieri, e che mi respinge tanto più violentemente quando noto la minima differenza. Si può chiamare amore questo? Abbi pietà di me e di lei che ha ben meritato di essere amata veramente per se stessa.”
“La conoscenza di questa infelice caratteristica del mio carattere mi ha tenuto lontano il più possibile dalle relazioni con le donne alle quali del resto ero abbastanza portato dalla mia natura fisica.
Ma ogni volta che mi sono lasciato trattenere ho fatto questa triste esperienza, tanto più naturalmente perché sono sempre stato attratto esclusivamente verso quelle meno adatte a me – vale a dire, quelle il cui carattere aveva dei tratti decisi, che davano al mio gusto per l’analisi psicologica e alla mia immaginazione di poeta più alimento, e che d’altra parte avevano qualcosa di freddo e di segreto che rendeva impossibile qualsiasi fusione, qualsiasi unione.”
Poi racconta del suo incontro con Kathi, di come lei lo annoiava con le sue lodi la prima volta che si videro.
Si resero reciprocamente molto infelici. Grillparzer si spiegava in molti modi il loro affetto difficile e doloroso. Lui non ammetteva mezze misure e lei ancora non riusciva a contenersi o a sottomettersi. Ma se non ci fosse stata proprio questa impossibilità lei lo avrebbe interessato?
“Dopo tutto, scrive ancora, è un mio capriccio non possedere questa ragazza che mi ha messo in questo stato deplorevole. Capriccio, perché non era una decisione veramente virtuosa, ma forse solo il piacere estetico ed artistico che la purezza di questa ragazza mi deva, che mi impediva di fare ciò che le mie emozioni e i miei pensieri quasi irresistibilmente mi spingevano a fare.”
“Forse” e “quasi” ricorrono costantemente in queste confessioni. Grillparzer racconta come, nella sua lotta contro l’eccitazione sensuale, emanava da lui una tale atmosfera erotica che l’innocente Kathi ne rimase scossa inconsciamente e subì tutti gli effetti dell’istinto sessuale contrastato. Divenne gelosa, violenta, rissosa, e anche il lato intellettuale “così favolosamente bello” di questo affetto fu rovinato.
Non possiamo essere sorpresi che, al momento di sposarsi, malgrado tutto, dopo aver affittato un appartamento, il rapporto si ruppe – dopo una accesa discussione. Fu un accesso di gelosia che per un momento li separò del tutto. Grillparzer se ne andò. Kathi si ammalò gravemente. Lui si trovò preso tra la debolezza e la crudeltà. Cedette. Ritornò come amico, e rimase l’amico per quarantacinque anni. Le sorelle gli avevano detto che Kathi non sarebbe sopravvissuta a una rottura completa. “Ho pranzato dalle Froehlich,” ha scritto –
“Come sempre, dopo una riconciliazione, una specie di desiderio si risvegliò in me. La presi in grembo e l’accarezzai per la prima volta dopo molti anni. Ma l’emozione è spenta. Non posso farla rinascere.”
Kathi, secondo lui, avrebbe potuto fare felice un uomo occupato tutto il giorno che desiderasse la sera un po’ di allegria e di vivacità, ma non lui. Questa singolare catena esisteva da cinque anni quando Grillparzer, annoiato, stanco, cercò riposo in un viaggio. Andò a trovare Goethe, e lì la sua natura nervosa e difficile lo fece soffrire di nuovo. Grillparzer era poco incline all’ammirazione per i suoi contemporanei. Goethe soltanto gli imponeva il rispetto dovuto ad un essere sovrumano. Goethe lo accolse molto bene, lo trovò simpatico. Grillparzer pianse quando lo prese per mano per andare a pranzo. Goethe lo condusse nel suo giardino con l’aria di un re e di un padre. Ma Goethe era troppo grande, troppo arrivato, troppo olimpico, e Grillparzer si allarmò all’idea di trascorrere la serata con lui. Non osava. Non si sentiva abbastanza forte per difendere la sua posizione letteraria. Fuggì, portando con sé la vergogna e il rimorso per la sua debolezza e per la sua ingratitudine. Goethe lo aveva rattristato compiangendolo per il fatto di non avere a Vienna né uguali né le persone che lo potessero capire.
Ebbe sempre un sacco di problemi, problemi di famiglia, di rapporti sociali (perché le protezioni più alte non sembravano evitargli dei veri tormenti burocratici nella sua vita di impiegato nei ministeri), d’ingiustizia, di teatro. Le sue opere non avevano sempre immediatamente successo; doveva sopportare tutte le ingiustizie, nonostante l’ammirazione che non gli veniva rifiutata. Una cosa curiosa: egli fu presente solo alla prima della suo primo dramma. Gli fece un’impressione così sgradevole che giurò di non assistere più a nessuna delle sue opere, e mantenne la parola. Era un uomo molto testardo quando prendeva una decisione, molto determinato e molto coscienzioso.
Verso il suo cinquantesimo anno smise di scrivere versi lirici, personali. Si concesse piuttosto degli epigrammi. Era insieme scontento, rassegnato, triste e coraggioso.
Si è colpiti leggendo il diario dei suoi viaggi in Italia, Grecia, Francia, Germania, dalla nitidezza, dall’interesse, dalla severità e dall’indulgenza di quest’uomo.
Restava facilmente scioccato: le parolacce, i bagni dove gli uomini si mostravano nudi, l’egoismo, la noia, il disagio, fanno una viva e dolorosa impressione su di lui. Ma è ugualmente colpito dalla bellezza dei ragazzi o dei giovani uomini, dalla grazia, dalla bella figura e dal bel viso delle donne, dal buon senso o dalla bontà degli uomini. Per questo si possono leggere tutte le sue impressioni di viaggio con grande piacere. Si sente sempre che è un uomo che scrive, anche quando è sofferente, ingiusto e mal disposto.
Nel 1848 la sua poesia al generale Radetzky fu solennemente letta a tutti gli ufficiali di Radetzky. Fece il suo dovere come poeta patriottico. Stanco delle emozioni di quell’anno, decise di rimanere a casa delle sorelle Froehlich, al quarto piano. Trascorse lì gli ultimi venti anni della sua vita. Ricevette molte onorificenze. Il primo ministro, il principe Schwarzenberg, salì i suoi quattro piani per consegnargli una decorazione, Radetzky lo invitò ad un banchetto, l’Accademia lo cooptò, e per essa scrisse la sua Autobiografia.
Lassù, al quarto piano, trascorse i suoi ultimi vent’anni, scrivendo, leggendo, ascoltando con indifferenza quando gli raccontavano del successo di tutte le sue opere teatrali, che venivano rimesse in scena. Quelle che in precedenza non erano state bene accolte avevano ora successo.
“Incredibile”, diceva, scuotendo la testa.
Kathi Froehlich, sua erede, istituì, con quello che Grillparzer le aveva lasciato, un premio triennale per il miglior dramma austriaco. Dopo la sua morte, furono messe in scena le quattro opere teatrali che non aveva ancora pubblicato.
La maggiore delle sorelle Froehlich, l’unica sposata, Giuseppina Bogner, era un tipo strano, a quanto pare, sembrava più un ragazzo che una donna. Suo figlio Wilhelm fu adottato dal Grillparzer che lo amò molto e si prese cura della sua educazione. Il giovane morì all’età di 22 anni. Grillparzer non lo abbandonò durante la sua malattia – e fu dopo la sua morte che si decise ad andare a vivere con le zie. – La madre diventò sempre più eccentrica e, ci viene detto, finì per essere « un original féminin » [si noti l’articolo al maschile] “un originale femminile”.
La famiglia Froehlich era molto unita e Grillparzer, che amava la musica, amava tutte le sorelle. Ogni volta che voleva rinunciare a vedere Kathi le sorelle lo riportavano indietro. Per lui era una famiglia. La sua non gli procurava che dolore.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.
Lei ha sofferto tanto quanto Grillparzer. Vivendo in un ambiente artistico, in una grande città poco austera, molte persone pensavano che Grillparzer fosse o fosse stato il suo amante, perché non si sposarono. Lei, così impulsiva, così polemica, non sembra aver rimproverato Grillparzer su questo punto.
Quello che c’era di sbagliato, di crudele e di fastidioso in quella situazione si riscatta negli ultimi venti anni della vita di Grillparzer, quando le tre sorelle che erano state così attraenti, così ricercate e così festeggiate, e che Bauernfeld chiamava ora le tre Parche, si dedicarono tutte e tre al poeta.
Si possono leggere le lettere e i telegrammi che i sovrani tedeschi gli indirizzavano, l’imperatore d’Austria, il Re di Baviera, l’imperatrice di Germania.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.
Nel primo volume pubblicato dalla Grillparzer Gesellschaft (Associazione Grillparzer) si trova una lettera singolare e chiara scritta da un giovane uomo di ventidue anni a Grillparzer che aveva allora quarantaquattro anni; è di Otto Prechtler, poeta che succedette a Grillparzer in uno dei suoi posti di lavoro e che morì nel 1881.
“Enigmatico miracoloso, così estraneo eppure così intimo, così pieno di pudore eppure troppo forte per essere sradicato, così unico, mi sembra il rapporto spirituale tra di noi nei quattro anni da quando vi conosco, da quando siete apparso nella mia vita come l’asilo, il faro.”
Trova così strano, essendo lui così giovane, così oscuro e Grillparzer così maturo, così uomo, che ogni periodo della vita di uno corrisponda ad un periodo nella vita dell’altro. Se Grillparzer fosse morto e se lui credesse alla trasmigrazione, avrebbe pensato che l’anima di Grillparzer gli facesse l’onore di vivere in lui.
Gli aveva scritto una poesia, poi era andato a pregare nella grande Stephanskirche (cattedrale di Santo Stefano) di non perdere la fede in Grillparzer.
Aveva amato appassionatamente una certa Eloisa, e assicura Grillparzer che il suo amore per lui assomiglia notevolmente all’amore per lei; la differenza tra questi due amori è la stessa che c’è tra poeta e uomo. – “Vi amo come ho amato Eloisa, con quella tenerezza e quella venerazione che escludono tutti gli altri sentimenti sensuali. Amavo Eloisa come voi, con quella timidezza che arrossisce, con quel desiderio di mostrare il meglio di me.”
Grillparzer lo aveva incoraggiato, lo aveva spinto a credere nel suo talento e gli aveva procurato una posizione sociale. Ricorda a Grillparzer di aver provato il dolore di chiedergli denaro. Gli ricorda anche che una volta aveva detto: Mi dispiace che voi abbiate cercato un rifugio vicino ad una natura così tormentata, così distrutta come la mia.
E, con la chiaroveggenza dell’affetto e di molte altre cose, il giovane uomo proclama con orgoglio di aver capito Grillparzer. Terrà sempre nel suo cuore quello che ha compreso. Si accontenta di dire che la bontà, l’elevazione, la simpatia, la santa mansuetudine e la bontà verso di lui, Prechtler, derivano da questa ammirabile natura distrutta.
Si esalta sempre di più per il piacere che gli danno le attenzioni benevole di Grillparzer e i suoi tratti nobili. Rivede sul suo volto i grandi momenti del lavoro drammatico del maestro, l’entusiasmo di Saffo, la passione Jaromir, ecc..
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”
C’è un’altra lettera dal 1863, quando Grillparzer fece una brutta caduta su una scala, “il solo passo falso della vostra esistenza”, dice Prechtler.
Grillparzer è per me l’uranista con inclinazioni eterosessuali, la cui sfortunata eredità e i cui dolori costanti hanno represso gli istinti unisessuali senza distruggerli, ma non tanto da dare un libero sviluppo agli istinti eterosessuali.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=5951
sabato 28 gennaio 2017
KARL PHILIPP MORITZ OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH
Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, tratta di un personaggio decisamente poco noto in Italia, Karl Philipp Moritz (1756- 1793), un letterato tardo illuminista, la cui vita è la dimostrazione di coma la volontà e l’impegno personale possano portare a risultati estremamente importanti, da qualsiasi livello si parta.
Nato nel 1756, in una famiglia di condizione molto modesta, il padre suonava in una banda militare, è allevato seguendo i principi del quietismo e del pietismo, all’età di 12 anni viene mandato a fare l’apprendista presso un artigiano perché impari l’arte del cappellaio; dal 1771, un benefattore lo mette in condizione di poter studiare, studia teologia prima ad Erfurt e poi a Wittemberg. Nel racconto autobiografico “Anton Reiser” racconta della spietatezza dei suoi educatori, che volevano farne un predicatore. Si sente attratto verso il teatro e vuole essere il grande interprete di Shakespeare e di Goethe, ma la cosa non gli riesce, torna agli studi, nel 1779 aderisce alla massoneria e conosce diversi filosofi illuministi. Nel 1784 è nominato professore al Ginnasio di Berlino, si dedica per un po’ al giornalismo, dopo solo due anni, nel 1786, abbandona l’insegnamento; comincia un viaggio in Italia, dove incontra Goethe che gli dà il suo appoggio e lo considera come un fratello minore. Quando rientra a Berlino, ottiene una cattedra di Archeologia ed Estetica all’Accademia Reale di Belle Arti. Per interessamento di Goethe, il duca di Weimar lo nomina “Hofrath” (Gran Consigliere). Non poté purtroppo godersi la fama che si era conquistato, morì di tubercolosi a 35 anni e 9 mesi.
Questo il ritratto ufficiale di Moritz, ma Raffalovich, dalla lettura dell’Anton Reiser e da altri documenti cerca di ricostruire la vita sessuale di Moritz, che risulta essere fortemente condizionata dall’educazione religiosa e dalla totale ignoranza in materia di sessualità. Sulla base di quanto ci è rimasto non possiamo dire con certezza che fosse omosessuale, ma certo il mondo femminile non è mai entrato nei suoi interessi. Va riconosciuto che le amicizie maschili di Moritz, per quanto molto intense, sembrano essere state vissute solo a livello di forte sublimazione. È difficile capire quali esperienze Moritz abbia fatto in Italia, certo è che quel viaggio e l’incontro con Goethe cambiarono profondamente la sua vita.
Per la comprensione del testo di Raffalovich bisogna fornire qualche elemento biografico su Madame Guyon, che viene citata da Raffalovich senza ulteriori specificazioni.
Jeanne-Marie Bouvier de La Motte nasce il 13 aprile 1648, sposa a 16 anni Jacques Guyon ma resta vedova a 28 anni. Si dedica a vita religiosa, e viene a contatto con le idee del quietismo. Nel 1685 Madame Guyon dà alle stampe il suo “Metodo molto breve e facile per pregare” di chiara tendenza quietista. L’Inquisizione romana ha cominciato nel frattempo a perseguire Miguel Molinos (fondatore del quietismo), che sarà costretto all’abiura nel 1687 e sarà condannato al carcere a vita. Madame Guyon temendo di fare la fine di Molinos, cerca aiuto nell’arcivescovo François de Salignac de La Mothe-Fénelon, noto come Fénelon. Le accuse di quietismo formulate contro Madame Guyon furono affidate ad una commissione di cui facevano parte l’arcivescovo Jacques Bénigne Bossuet e lo stesso Fénelon. La commissione stese un documento in 34 articoli sulla vita interiore che Madame Guyon si convinse a sottoscrivere e ad osservare, ma un malinteso con l’arcivescovo Bossuet determinò comunque il suo arresto e fu condotta alla Bastiglia dove rimase per cinque anni. Per questa ragione Raffalovich la chiama “prigioniera d’amore”. Liberata nel 1703, morirà nel 1717.
L’arcivescovo Fénelon è l’autore delle Avventure di Telemaco, citate da Raffalovich, accusate di contenere critiche alla politica di Luigi XIV. Sia per il Telemaco che per la questione quietista Fénelon cadde in disgrazia e fu bandito dalla corte.
Ma ora lasciano la parola a Raffalovich.
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K. P. MORITZ
Karl Philipp Moritz, che ha scritto la sua autobiografia fino all’età di vent’anni (Anton Reiser) con una chiarezza veramente moderna, ha sofferto molto nella sua infanzia e durante la sua giovinezza. Il padre e la madre non andavano d’accordo su Madame Guyon, che il padre adorava e la madre temeva.
Anche le riconciliazioni familiari erano celebrate con degli inni di Madame Guyon cantati su melodie gioiose. Il bambino la cui lettura fu per lungo tempo limitata a Madame Guyon e a Telemaco (perché Fenelon era stato un amico della prigioniera d’amore), e che era arrivato anche a confondere Calipso et Mme Guyon, aveva un talento invincibile per l’apprendimento, un desiderio insormontabile di diventare qualcuno. La religione, il quietismo e il pietismo all’inizio gli fecero considerare il pulpito come l’ideale in questo mondo, ma le sofferenze di ogni genere, le mortificazioni imposte dalla carità e dalle persone caritatevoli al bambino sfortunato in collegio e all’università e lo stato di paria sociale al quale lo condannavano la sua povertà mal messa e la durezza del suo entourage, gli fecero cambiare il suo ideale e si credette chiamato ad essere il grande attore, l’interprete di Shakespeare e di Goethe. Questa fu per molti anni la sua follia, nata non dal suo talento, ma dal suo desiderio di essere qualcuno in un mondo così freddo e anche sprezzante. Finì per diventare professore e famoso. A trent’anni si recò in Italia dove Goethe lo prese in amicizia, lo curò quando ebbe un incidente al braccio e imparò molto da lui (perché era un uomo molto dotto in metrica ed estetica). – Goethe cercava di renderlo più felice, trovava che sembrasse un fratello più piccolo e maltrattato dal destino ogni volta che il destino aveva sorriso a Goethe. Grazie a Goethe, il duca di Weimar accolse Moritz, e il povero umiliato, che così spesso non aveva avuto nulla da mangiare, finì “Hofrath” (Gran Consigliere) e morì di petto a trentacinque anni e nove mesi. La sua vita sessuale presenta un certo interesse.
L’amore per la domma o per il femminile non compare affatto nella sua autobiografia fino all’età di vent’anni. Al contrario, insiste sulla sua innocenza e la sua ignoranza. A sedici anni aveva scritto il nome dei peccati che temeva, ma non conosceva: la sodomia, il peccato muto [il peccato innominabile], l’abuso di se stessi. La sua ignoranza durò fino a diciannove anni quando vide dei disegni anatomici. Viveva in un mondo completamente immaginario in cui l’amicizia, la religione, gli applausi dalla folla, il successo avevano un ruolo importante, ma non la donna.
Quando fu pubblicato il Werther, si innamorò del libro e dell’autore, avrebbe voluto essere il suo domestico. Werther agì su di lui come Shakespeare che egli allora leggeva tutta la notte ad un caro ed unico amico (amico che, del resto, lo infastidiva raccontandogli i suoi amoretti), ma, questo è curioso, non è la storia l’amore che lo interessa nel Werther. – Lotte e l’amore di Werther lo annoiano. È tutto il resto del libro che adora, lo stile, l’amicizia, il punto di vista rispetto alla natura umana e inanimata. È una chiara evidenza dell’effetto provocato dal Werther sulla gioventù di allora, l’adorazione di questo giovane uomo che non pensa nemmeno all’amore. Comprendiamo meglio il successo del Werther: gli invertiti, gli indifferenti, i complicati di quest’epoca poterono infatuarsi ed entusiasmarsi per le opinioni di Werther,[1] per lo stile dell’opera, senza interessarsi a Lotte.
Più tardi, a quanto pare (secondo le confidenze del suo amico Klichnig), non sfuggirà all’onanismo. Era molto passionale, continua l’amico familiare, ed è rimasto vergine fino all’età di trent’anni quando si recò in Italia. Durante i primi venti anni, quelli che Moritz stesso ha descritto, i dolori, il cibo cattivo, le preoccupazioni, intellettuali e della vanità, erano facilmente in grado di allontanare Moritz dalle soddisfazioni sessuali. Più tardi, con il riposo e più da mangiare e da bere, la sua immaginazione che lo aveva sempre tanto maltrattato, lo portò all’onanismo. Fino a ventotto anni, dice l’amico, l’amicizia e l’affetto per l’amico erano bastati a Moritz, e non aveva amato donne sentimentalmente. Di tanto in tanto aveva pensato di sposarsi, ma le donne che erano associate nella sua mente con il matrimonio, raramente lo occupavano per più di quattro settimane. Per quanto riguarda il piacere fisico, una vergogna naturale, una certa paura e i principi della sua educazione religiosa lo avevano sempre allontanato dalle donne – e Klichnig giura sul suo onore e su quello del suo amico che Moritz arrivò vergine in Italia, quando aveva trent’anni. Klichnig, di otto anni più giovane di lui, era il suo allievo, e vissero insieme per tre anni lavorando, condividendo le loro gioie e le loro fatiche intellettuali, viaggiando insieme, vedendo poca gente. – Verso la fine di quell’epoca, quando il più giovane aveva ventun anni (si stava preparando per l’università) Moritz si innamorò di una donna sposata, amore casto e rispettoso. Il giovane amico furioso per essere abbandonato per un amore finto, perché l’amore di Moritz per la signora era determinato dal dovere, si lamentò talmente che il povero Moritz si trovò infelice e preoccupato sia con l’amata, che con l’amico, ognuno lo tirava verso di sé.
Secondo Moritz, allora l’amicizia era più forte, l’amore più tenero. Il giovane amico si lamentava tanto che un amico disse loro, “Miei buoni amici, se vi conoscessi meno bene, avrei pensato che non si tratta di amicizia tra voi, ma di amore greco …”
In Italia, da dove Moritz spesso scriveva al suo amico, si innamorò, si dice, di donne, e quando tornò (migliorato da Goethe), volle sposarsi. Fu una cosa difficile, una donna, per esempio, voleva un certificato medico che garantisse che lui non era tisico. Ma si sposò, si separò lo stesso anno, tornò con la moglie l’anno successivo e morì di petto in tre giorni.
La lunga indifferenza Moritz verso le donne non va d’accordo con il suo romanzo alla Werther prima di andare in Italia. Il suo stile, secondo lui, non poté sfuggire all’ossessione del Werther – e il suo amore romantico fu probabilmente in gran parte frutto di immaginazione e di reminiscenze del Werther.
L’Italia ha avuto un ruolo così importante nella vita artistica e sessuale dei letterati e degli artisti tedeschi che si può facilmente immaginare Moritz che impara degli amori che ava trascurato o temuto, ma probabilmente non è mai stato l’uomo che ama le donne, corpo e anima – e i suoi primi trent’anni dedicati all’amicizia, a se stesso e all’immaginazione ne fecero quello che fu – uno dei tanti uomini di talento sui quali la donna non ha avuto nessuna influenza.
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[1] Si veda l’autobiografia di Goethe.
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