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lunedì 9 novembre 2015

MALINCONIE GAY E MANCANZA DI LAVORO

Gli anni stanno passando, mi sto avvicinando a 30 ma non mi sembra che sia cambiato nulla, forse sono più disorientato di prima, come un perpetuo adolescente. Prima pensavo che fare esperienze potesse farmi maturare. Le mie esperienze le ho fatte ma non sono maturato affatto, mi sento molto portato dal vento, molto dipendente da come mi gira. Ho fatto anche cose che non avrai mai pensato di poter fare, mi sono laureato, anche se con un po’ di ritardo, ma non ho trovato se non lavori che tutto sono meno che lavori stabili, sarà forse anche questo che contribuisce al mio senso di instabilità … mi pesa il dover dipendere da mia madre che per me si spacca la schiena e ormai è una donna grande, ma non vedo molte prospettive. Lei non sa di me ma sospetta e anche con lei non so che fare, dirglielo o no, in fondo non credo che cambierebbe niente. È stata contenta quando mi sono laureato, ci teneva veramente tanto, adesso si aspetterebbe un lavoro, non credo che si aspetti che le porti a casa una ragazza, penso che questa fase l’abbiano passata da anni e lei stessa non ne parla più, proprio capitolo chiuso. Ma onestamente non credo di avere particolari problemi con mia madre che forse su di me ha perso tutte le speranze e ha finito per adattarsi e basta. Mi sento vuoto, project, comincia a non fregarmene più niente di nessuna cosa, proprio indifferenza, tanto alla fine non cambia niente o quasi. Gay? Ma che vuol dire questa parola? Mi piacciono i ragazzi? Sì, ma non mi sono mai innamorato di nessuno, ho avuto le mie storie ma sono state sempre cose molto incerte, precarie, partite in fondo con delle grosse riserve, un po’ come dire: vediamo che cosa succede questa volta. Leggo sul forum di ragazzi che si prendono cotte tremende, ma a me non è mai capitato. Ho in mente il mio modello di vita ma lo sento diverso da quello degli altri ragazzi. Io vorrei una stabilità, o meglio un’affidabilità nel mio compagno, non vorrei essere per lui un’avventura sessuale o poco più. Diciamo che preferirei una storia non travolgente ma stabile. Ti dico che se il mio ragazzo avesse le sue scappatelle la cosa non mi sconvolgerebbe, ma non dovrebbero essere cose che distruggono il rapporto tra noi, o forse sto delirando, tanto un ragazzo non ce l’ho e non l’ho mai avuto. Gli altri mi dicono che ne ho avuti tre, ma non è un po’ di sesso che mi cambia le cose. Tu dici che si può stare anche soli e che potrebbe anche essere meglio, io adesso sono solo e in fondo lo sono sempre stato ma non sto bene lo stesso e non penso nemmeno di poter trovare un ragazzo che mi vada bene. Ogni tanto torno dai miei ex perché sono il meno peggio che ho trovato, sono diversi da me ma anche se li ho liquidati non mi hanno portato rancore. Ah, una cosa strana, le mie storie non sono mai finite perché c’era un altro ragazzo, ma sono finite solo per stanchezza e sfinimento interno. Dopo ci rimaneva una mezza amicizia che comunque un qualche senso ce l’aveva. Almeno ci si conosceva un po’ e si potevano fare due chiacchiere. Sono andato a fare dei colloqui con uno psicologo che non ha dato quasi peso all’omosessualità e al fatto che non avessi un ragazzo ma ha insistito sul fatto che non riesco a trovare lavoro. Dice che col lavoro avrei molto meno tempo per dedicarmi alle malinconie e dice pure che mi tornerebbero anche un po’ di entusiasmi sul lato ragazzi. Potrebbe non avere torto, ma il fatto è che il lavoro non si trova e passo ogni giorno ore e ore a spulciare internet a alla ricerca di una qualche possibilità e a mandare curriculum senza avere quasi mai riscontro. Avevo conosciuto un ragazzo, quando ho lavorato per l’ultima volta, che mi sembrava simpaticissimo, un ragazzo gay, non proprio dichiarato pubblicamente, ma insomma gli amici lo sapevano e anche i colleghi di lavoro. A me quel ragazzo piaceva, abbiamo parlato un po’ ma mi sembrava strano, gli avevo detto che ero gay anche io ma lui ha insistito per presentarmi una ragazza, francamente non capivo il perché, poi me l’ha presentata e ho capito, era una legatissima a certi movimenti ecclesiali, come lui d’altra parte, e mi voleva portare a una delle loro riunioni, al che la mia reazione è stata immediata e ho capito perché mi sembravano persone strane. Per fortuna la settimana appresso il mio contratto è scaduto. Quel ragazzo e anche la ragazza mi hanno tempestato di telefonate per convincermi a seguirli, ma alla fine ho proprio risposto male, gli ho detto che sono come gli avvoltoi che se vedono uno un po’ messo male gli si buttano addosso per farlo a pezzi. Ci sono rimasti malissimo, non li ho sentiti più e ne sono contentissimo. Non sopporto la gente appiccicosa. C’è stata solo una storia (ma non è nemmeno una storia) che mi ha scosso un po’ in questi ultimissimi anni. Sono stato un paio d’anni fa a fare un corso di pasticceria industriale a Milano, un corso residenziale di una settimana. Ho condiviso la stanza non un ragazzo etero, sul fatto che fosse etero non c’era il minimo dubbio perché è venuta due volte a trovarlo la sua ragazza a Milano. Beh con questo ragazzo mi sono sentito a mio agio, gli ho detto che sono gay e la cosa, tra noi, non ha cambiato nulla, quando è venuta la ragazza una volta siamo andati a cena fuori in tre. Con questo ragazzo ho parlato un po’, certo non era gay ma era intelligente e soprattutto era una ragazzo normale, senza paturnie di nessun genere, mi ci vorrebbe un ragazzo gay più o meno come lui, ma finora non l’ho trovato. Ormai il corso è finito da tanto tempo, noi non abbiamo interessi di lavoro in comune eppure ogni tanto si fa vivo e ci facciamo una chiacchierata su skype, in un certo senso si è creata un’amicizia, è vero che è una cosa molto relativa ma parlare con lui è una cosa che faccio con piacere, ma succede di rado. Io non lo chiamo mai, ma sono contento quando mi chiama. Ah, poi un’altra cosa, penso proprio stupidissima, dunque, io vado a fare la spesa per me e per mia madre e cucino e tango la casa a posto, tanto non ho realmente altro da fare. Beh, quando vado al supermercato, dentro c’è il banco della salumeria, ci sono tanti ragazzi e anche uomini più grandi che servono i clienti e c’è anche un ragazzo che mi ha colpito subito, molto dolce, con un bellissimo sorriso, quando vado al supermercato passo sempre accanto al banco della salumeria,  se lui non c’è passo oltre e non compro nulla, ma se c’è, cerco di fare in modo di prendere il numeretto per potere essere servito da lui, poi  se gli altri salumieri sono più veloci, faccio passare avanti gli altri clienti in modo da essere servito da lui e quando è il mio turno compro tanti salumi, tutti diversi, che mia mamma mi dice che sono proprio troppi. Comunque con quel ragazzo si è creata una simpatia, mi sorride, non mi dà né del tu né del lei, come fa con gli altri clienti, però mi sorride e mi piace tanto vederlo sorridere, è più giovane di me, penso, potrà avere 22 o 23 anni. È una storia questa? Proprio no! Però è una bella cosa. Se avessi tanti soldi proverei ad aprire una salumeria… vabbe’, il cervello deve pure fantasticare! Project, hai capito più o meno chi sono? Un po’ stranetto, certo, però non depresso, diciamo un po’ spento, questo sì, mi godo la storia del ragazzo etero che mi chiama ogni tanto e quella del ragazzo della salumeria, poi sarà quello che sarà. Per adesso mi manca soprattutto il lavoro, lo so che non è poco, ma spero di trovare qualcosa di buono, dicono che c’è la ripresa ma crederci mi sembra come credere alla befana.
Un abbraccio, Project, se ti va, mandami il tuo contatto skype.
Ciao, Fede
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venerdì 30 ottobre 2015

SIAMO O NON SIAMO UNA COPPIA GAY?

“Bello? Sì, oggettivamente è bello… e io no. È sexy? Sì, eccome… e io… lasciamo perdere. E allora che dovrei fare? Mi dovrei fare avanti sperando che si accorga che mi sono innamorato di lui? A parte che non so nemmeno se è gay, e ci credo poco, ma pure se lo fosse, uno come quello se capisce che mi sono innamorato di lui si fa etero subito! E poi dove mi vado a nascondere? E se non è gay è proprio da sparire sotto il tappeto. Però è bello, non è un merito ma attira, attira eccome, e io mi ci fisso, come un cretino. Mi devo mettere in mente che non è cosa per me, io lo posso guardare da lontano, e basta, però non è giusto. Quella stupida di Marcella mi ha detto che ho il complesso del brutto anatroccolo, ma è proprio cretina, mi sa che lo dice perché gli sbava dietro pure lei. E lei di me non sa nulla, se lo sapesse mi sentirei sprofondare. Gli vanno appresso tante ragazze e lui ci gioca, come gioca con me a fare il mezzo gay, che ci mette lui a fare cascare una pischella? Un po’ di moine, una frasetta coccolosa e cascano come pere cotte. Mh… ci casco pure io, ok, lo so che sono stupido quando faccio così. Basta! Non ne posso più! Ma perché non è brutto come me? Forse qualche possibilità l’avrei avuta.”
Questo era un pezzo del mio diario di ormai più di tre anni fa (20 Maggio 2012). Il ragazzo bello di cui parlo, lo chiamerò Daniele.  Che è successo dopo? Una valanga di cose, veramente molto inattese, ma andiamo con ordine. Dopo un po’ di farneticazioni tipo quelle che ho appena citato, mi sono messo l’anima in pace. Vedevo Daniele quasi tutti i giorni, sempre pieno di ragazze e non solo, sempre solare. Lo osservavo da lontano, all’inizio andavo nella sua stanza per vederlo, con qualche scusa di lavoro, ma lui nemmeno si accorgeva di me, poi ho lasciato perdere e sono tornato a chiudermi nel mio mondo, dopotutto Daniele era un estraneo e sarebbe rimasto un estraneo. Le cose sono cambiate improvvisamente il 24 dicembre del 2012.
Era un lunedì e quasi tutti i nostri colleghi lo avevano preso come giorno di ferie per fare il ponte e in pratica andarsene in vacanza da sabato 22, per tornare direttamente il 27, in fondo era un’occasione unica. Io e Daniele invece eravamo al lavoro la mattina del 24, in un ufficio semivuoto. All’epoca avevo già messo da parte l’idea di provare ad accostarmi a Daniele, e quindi me ne stavo per i fatti miei a sistemare un po’ di pratiche che ormai stavano invecchiando sul mio tavolo. Aspettavo le fatidiche ore 14.00 per andarmene finalmente a casa. Preciso, per chi non lo sapesse, che io allora vivevo da solo a Roma in un micro (nemmeno mini) appartamento, oltre l’ultima fermata della metro. I miei genitori erano in Canada, ospiti di uno zio che era emigrato lì parecchi anni fa. Io avrei passato il Natale da solo. Di inviti ne avevo avuti tanti, ma alla fine avevo preferito starmene da solo a leggere o a vedere un film.
Verso l’una e mezza mi si presenta Daniele e mi porta un caffè dalla macchinetta distributrice. Facciamo due chiacchiere, mi chiede che farò per Natale, gli rispondo che non farò nulla e che starò a casa, gli chiedo che cosa farà lui e mi dice che anche lui starà solo. Faccio una faccia stupita. Daniele da solo a Natale? Lui nota la mia faccia curiosa e mi risponde che ha avuto degli inviti ma che sono cose che non lo attirano troppo. Dato che lui è di Roma, gli chiedo perché non passa Natale con la sua famiglia e mi risponde che è una storia lunga e mentre lo dice fa un sospiro e alza le spalle. Poi aggiunge: “Se ti va, possiamo pranzare insieme…” e io gli dico di sì, ma senza l’entusiasmo che avrei avuto qualche mese prima, gli dico di sì, come si fa con un collega qualunque che ti fa una proposta simile. Andiamo a sistemare le ultime cose in ufficio e usciamo insieme, mi chiede dove preferisco andare a pranzare  e gli rispondo che non ho alcuna preferenza, poi mi chiede dove abito, perché sa che non sono di Roma e che sto qui solo da qualche mese. Gli dico dove abito. Mi chiede se a casa mia ci sono altre persone, cioè se abito con altri ragazzi, gli dico che vivo solo. Mi chiede se preferisco un ristorante, o se magari si può fare un po’ di spesa e cucinare da me. Resto un po’ perplesso di questa proposta che non mi aspettavo assolutamente, ma gli rispondo che va bene anche a casa. Facciamo un rapido giro in cerca di un supermercato, ma è tutto chiuso. Gli dico che comunque a casa ho già tutto quello che serve, che non è molto ma basta certamente, perché avevo fatto la spesa la sera prima.
Casa mia è piccolissima ma è il mio regno, è pulitissima, quasi in modo maniacale, e potrà sembrare strano ma non c’è nulla di gay. I libri, i dischi, le cassette e tutto il resto, ho lasciato tutto a Catania; qui a Roma le mie cose le tengo nel computer e basta. Il tablet pure è completamente pulito perché lo porto anche al lavoro. Ma torno a Daniele. Arriva a casa, si guarda intorno, mi fa i complimenti. Gli dico di sedersi e stare tranquillo a vedere la televisione, ma mi dice che dobbiamo preparare insieme. Si toglie la giacca e viene in cucina con me. Guarda le provviste e il frigo, mi dice che ce n’è per un esercito. Vede che c’è la farina e che ci sono le uova, gli viene in mente di fare le fettuccine, lo guardo perplesso, ma mi dice che le fa lui e che non sporca niente, si tira su le maniche e comincia a lavorare, gli chiedo che cosa posso fare io, mi dice di scongelare il pesce e di mettere a lessare i cavoli. Gli chiedo: “Ma i cavoli col pesce?” Mi sorride e mi dice: “Beh, perché? … dai vediamo che ne viene fuori, secondo me viene bene!” Insomma, comincia a impastare e ci sa fare, tira la pasta col mattarello, la affina e la avvolge, poi la taglia col coltello e apre le fettuccine sul tavolo. Gli dico che sono troppe, mi risponde che sono anche per domani. Prepara il pesce poi lo mette a cuocere, in cucina ci sa fare, è molto sicuro di sé.
Durante la preparazione del pranzo parliamo molto poco e in pratica solo di cucina. Mi dice di apparecchiare la tavola, gli rispondo che il tavolo è solo uno e che ci sta cucinando sopra, mi dice: “Ok allora ancora cinque minuti e te lo pulisco bene bene.” Toglie il pesce dal fuoco, scola le fettuccine, le condisce col sugo del pesce e con pezzetti di pesce ripassati con i cavoli. Mette nel piatto, spolvera di pepe, niente formaggio. Io assaggio. È una cosa squisita, mi sorride! Poi mangiamo a televisione spenta, nessuno dei due ha intenzione di accenderla. Si parla un po’ di politica, è molto prudente, cerca di capire come la penso, non mi vuole contraddire, trova qualcosa di giusto in quello che dico anche quando non è d’accordo. Restiamo a tavola per quasi un’ora. Mi parla del suo lavoro precedente, ma non mi dice nulla della sua famiglia e non fa nessun cenno a ragazze o a cose che possano richiamare anche da lontano il sesso. Poi si alza e si mette a lavare i piatti. Cerco di seguirlo ma mi dice che c’è troppo poco spazio e che basta solo per una persona. In effetti è così. Ripulisce tutto molto rapidamente. Poi ci risediamo al tavolo perché lo spazio è piccolo.
Si crea un momento di imbarazzo, io penso che lui stia per andarsene, mi guarda stupito e mi dice: “Se hai da fare ti lascio tranquillo…” Gli dico che non ho nulla da fare e mi risponde che allora pensava di trattenersi ma non dice fino a che ora. Gli dico che siccome è la notte di Natale i suoi magari lo aspettano. Qui si fa più cupo, e fa una smorfia: “Loro stanno meglio soli…” gli dico che comunque farebbe bene ad avvisare che rientra più tardi, mi risponde che lo farà ma non lo fa. Mi chiede se può sedersi sul divanetto, gli rispondo che può fare tutto quello che vuole. Si allunga un po’ sul divano e accende la televisione. Girando i canali trova “La vita è una cosa meravigliosa”, che stava proprio incominciando, un vecchio film di natale degli anni ’30 con una bella morale di fondo, cioè che se sei in questo mondo puoi fare tanto di buono, Il film ci prende, si vede che gli piace molto. Alla fine mi chiede se mi è piaciuto e gli dico di sì, molto, mi sorride di nuovo, è la seconda volta nella serata.
Mi chiede di parlargli di me e qui mi mette in crisi, gli dico che c’è poco da dire, che cerco di tirare avanti lavorando… poi mi viene in mente che se non gli parlo di donne la cosa può suonare strana, ma decido di non recitare, in fondo lui con me non lo aveva fatto. Mi fa domande ma mai troppo sul privato, io rispondo e il tempo passa. Gli chiedo che rapporti ha coi suoi, anche questa volta una smorfia e un’alzata di spalle, poi cambia discorso, mi parla un po’ di sé ma sempre senza scendere troppo sul privato. Nessun accenno a ragazze, anche se al lavoro le donne lo cercano con qualsiasi pretesto. Ma se uno passa con me la notte di Natale vuol dire che non ha una ragazza, questo mi sembrava ovvio, e se uno come lui non ha una ragazza un motivo serio ci deve pure essere. Logicamente arrivavo alla conclusione che non poteva che essere gay. Piano piano le ore passano, girando i canali troviamo la messa del papa, allora era ancora Benedetto XVI. Gli chiedo che cosa pensa del papa, mi guarda facendo una smorfia come quando parlava della sua famiglia e alzando le spalle. Questo fatto mi rafforza nell’idea che sia gay, ma mi tengo ben lontano da argomenti troppo privati, come fa lui, d’altra parte.
Dopo la cena, mi chiede se può rimanere a dormire da me. La cosa mi spizza molto, non sono attrezzato per una cosa simile, ma mi affretto a dirgli comunque di sì. Ho nel cassettone una vecchia branda tipo militare, la montiamo. Non ho un secondo materasso, ma si accontenta di una coperta, poi gli do un piumino di scorta che conservavo dal tempo del campeggio. Chiacchieriamo ancora fin dopo l’una, poi andiamo a dormire.
La mattina si alza prima di me, cerca la macchinetta del caffè ma io non ho una macchinetta del caffè. Va in bagno, io mi alzo, poi ci accontentiamo di un pocket coffee e di un po’ di biscotti. Non so che intenzione abbia. Usciamo, è una giornata eccezionalmente calda per essere Natale, direi una bella giornata. A un tratto mi chiede se mi sta rompendo le scatole, gli rispondo che se non ci fosse stato lui il Natale lo avrei passato da solo. Da qui comincia il discorso sugli amici, miei e suoi. È evidente che non ha molti amici, anzi che non ne ha per niente e nemmeno amiche, e per uno come lui è strano. Nel rispondere alle sue domande mi faccio un punto d’onore del non dire bugie, omettere è una cosa, dire il falso è una cosa molto diversa.
Cominciavo a chiedermi che cosa Daniele volesse da me, la fantasie correva lontano, o meglio cercava di correre lontano ma io la trattenevo il più possibile. Abbiamo fatto una lunghissima passeggiata. Con lui stavo bene, era tranquillo, a suo agio anche se il discorso era statico e i confini erano piuttosto rigidi. Passa Natale e resta a casa mia anche nella notte tra il 25 e il 26 e in quella tra il 26 e il 27. Nessuna dichiarazione esplicita. Il dubbio che potesse non essere gay stava sempre lì e d’altra parte nemmeno io avevo fatto discorsi chiari.
Dopo quei giorni, al lavoro, i nostri rapporti si sono fatti più sciolti, lui ha ricominciato ad essere circondato da una nuvola di ragazze, a ridere e a scherzare con loro. Io, dopo qualche giorno di malinconia, mi sono detto che la parentesi era chiusa e che dovevo riprendere la mia strada e le cose sono andate avanti così per parecchi mesi. In pratica mi stavo quasi dimenticando di lui.
Una quindicina di giorni fa nel mio cervello ha ricominciato a suonare il campanello. Durante la pausa pranzo parlo con una collega che in genere stava molto appresso a Daniele e lei mi fa un discorso strano, lasciando quasi intendere che Daniele fosse un seduttore con qualche rotella che non girava nel senso giusto e conclude: “No, non mi convince…” e lei era una di quelle che gli correvano appresso di più. Ho provato a rimettere insieme i pezzi di pettegolezzi che mi arrivavano da varie parti e l’ipotesi che fosse gay ci stava eccome, però, con me, dopo i tre giorni di Natale, peraltro molto neutri, non c’era stato assolutamente nulla. Poteva magari essere gay e non essere interessato a me, però in ufficio c’erano anche dei ragazzi carini e lui non li considerava proprio. Una collega gli aveva proposto una pizza insieme la sera, in fondo una cosa banalissima (anche se una pizza in due tra un uomo e una donna non è mai una cosa tanto banale) e lui aveva rifiutato, lei gli aveva chiesto se era fidanzato e lui aveva detto di no. Insomma il misero si infittiva.
Un giorno ho fatto una cosa scorretta, l’ho pedinato. Sapevo il suo indirizzo ufficiale, quello della casa dei genitori, e pensavo che si sarebbe diretto lì, ma lui va da tutt’altra parte, Alla fine entra in una pensioncina di terz’ordine, penso che ci sia entrato per vedere una ragazza, mi tengo a rispettosa distanza  e aspetto, passano le ore, due, tre, quattro, si fa notte fonda ma lui non esce. Torno a casa mia a dormire, ma l’indomani prestissimo sono sotto la sua pensione e lo vedo uscire per andare al lavoro, lo fermo, lui ha un attimo di smarrimento, capisce che non sto lì per caso e mi chiede che sto facendo e gli dico che l’ho seguito perché avevo l’impressione che in ufficio le cose fossero cambiate e ci volevo capire qualcosa di più. Mi risponde che se ne è andato di casa perché non ce la faceva più a stare con i suoi, ma non aggiunge altro.
Istintivamente, proprio senza rendermi conto di quello che gli stavo proponendo gli dico: “Ma perché non vieni a stare con me?” Si vede che è tentato ma poi gli sembra una cosa assurda e cerca di cambiare discorso. Lo guardo fisso e gli dico in modo perentorio: “Vai a prendere le tue cose e le mettiamo in macchia, e poi andiamo in ufficio che si fa tardi.” Si ferma a guardarmi perplesso, ma gli dico “Vai!” in tono perentorio e lui va. Riscende dopo 10 minuti, carichiamo la valigia in macchina e andiamo in ufficio. Entriamo separati, a distanza di qualche minuto. In ufficio non ci parliamo per tutta la mattina, poco prima di uscire gli dico:  “Ti aspetto al terzo cancello.” Lui fa segno di sì. In macchina è silenzioso e perplesso, a casa le perplessità si fanno più forti, ma non gli do modo di sfuggire, apro la sua valigia e metto i suoi vestiti nell’armadio accanto ai miei.
Mi dice che è in imbarazzo, gli rispondo che deve cucinare senza perdere tempo che dopo mi deve raccontare tante cose. Si mette a cucinare, poi a tavola parliamo. È in rotta con i genitori perché ha rotto il fidanzamento con la ragazza che i genitori volavano fargli sposare e loro che avevano già preparato tutto non lo hanno accettato. Gli chiedo se era innamorato di quella ragazza, mi risponde che era una cosa tutta costruita dalla famiglia e che ha rotto perché per lui sposarla sarebbe stata una follia. Gli dico che il mondo è pieno di ragazze e che ne troverà certamente una che sta bene a lui, ma sorride e mi dice che per lui le ragazze sono sempre state un incubo, perché gli correvano appresso e non riusciva a liberarsene ma lui non aveva mai amato una ragazza, poi aggiunge: “Hai capito?” Gli dico: “Sì ho capito! E con questo?” Mi guarda sconsolato e mi dice: “Ma a casa mia una cosa del genere è un crimine…” Gli rispondo: “Ma lasciali perdere, tu non hai bisogno di loro, hai un lavoro e adesso hai pure una casa … a proposito nemmeno io mi sono mai innamorato di una ragazza…” Mi guarda perplesso e mi dice: “Ma è vero?” Gli ripeto che è vero e che sono molto contento che si sia arrivati a parlare chiaro, lui però a questo punto ci tiene subito a mettere in chiaro che non è interessato a me, gli rispondo che l’avevo capito ma che per essere buoni amici e per condividere una casa non si deve essere per forza amanti. All’ora di cena eravamo entrambi esausti.
Adesso è passato qualche giorno, con lui sto bene, siamo due gay, uno bello e uno no, non siamo una coppia ma piano piano stiamo imparando a volerci bene. Quando torneranno i miei dal Canada, Daniele li potrà conoscere. Io un po’ di fantasie su di lui ce le faccio, anche se so che lui non è interessato, però anche così si può stare bene. Che succederà quando si troverà un ragazzo? Questo proprio non lo so, se non fosse molto geloso si potrebbe prendere una casa in tre, ma se riuscirò e vederlo felice per me andrà bene anche tornare ad essere solo, che poi non sarebbe affatto un essere solo.
Grazie a tutti ragazzi! Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui vuol dire che di pazienza ne avete da vendere!
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giovedì 11 ottobre 2012

DUE RAGAZZI GAY IN CERCA DI LAVORO


Ciao Project,
ho letto il post con la storia del ragazzo che lavorava in albergo nel Sud-Tirolo, è veramente una bellissima storia. Forse la mia storia è molto più semplice ma penso che valga la pena di raccontarla.

Ho 26 anni, fino a poco tempo fa ho vissuto in una zona che ha gravi problemi dovuti soprattutto al fatto che non c’è lavoro. Ho fatto il fornaio da quando avevo 16 anni. Fino a qualche anno fa vivevo bene. Certamente non ero ricco ma non mi mancava nulla e aiutavo anche economicamente la mia famiglia. Poi il forno dove lavoravo ha chiuso e mi sono trovato a 24 anni completamente senza lavoro e allora ho cominciato la trafila degli uffici per l’impiego, ogni giorno un curriculum, ogni giorno un colloquio. Trovavo al massimo un lavoro come sostituto di qualcuno che era malato, ma il periodo di lavoro più lungo nell’ultimo anno è stato di 21 giorni, con interruzioni anche di due mesi. In pratica sono tornato a dipendere in tutto dai miei genitori, che fanno quello che possono ma non navigano nell’oro. Girando per varie agenzie in cerca di lavoro ho trovato anche tanti ragazzi che stavano peggio di me, ragazzi che in un anno lavoravano al massimo un paio di mesi e qualcuno aveva anche la famiglia da mantenere. 

La storia che voglio raccontare comincia in un’agenzia di collocamento. Una mattina arrivo all’orario di apertura per prendere i numeri per la fila e davanti a me c’è un ragazzo che mi sembra simpatico e mi sembra anche un bel ragazzo. C’eravamo solo noi e lui mi chiede delle informazioni su come funziona il collocamento. È evidente che è la prima volta che va in un’agenzia per l’impiego. Entriamo prendiamo i numeri e ci mettiamo seduti ad aspettare e inevitabilmente parliamo un po’. Mi dice che ha 22 anni e che ha fatto solo piccoli lavori in nero di pochi giorni. Lui non sa nemmeno chi sia suo padre, la madre gli ha detto che non lo ha voluto riconoscere come figlio suo, che lei non aveva soldi per gli avvocati e che è finita così ma forse è pure meglio. La madre è invalida e vive con una pensione minima e stanno proprio in brutte condizioni. Mi chiede se sono sposato e gli dico di no. Mi dice che ha veramente un bisogno disperato di trovare un lavoro e mentre lo dice è profondamente turbato, quasi sul punto di mettersi a piangere, cerco di confortarlo un po’ ma è molto scosso e depresso. Va al colloquio prima di me, poi vado io. Quando ho finito vedo che è rimasto ad aspettarmi. Usciamo insieme, sono circa le 10 di mattina. Io dovrei andare a prendere il treno per tornare a casa ma vedo che lui mi segue sempre. Gli chiedo se deve tornare a casa. Mi dice che non ci vuole andare. Facciamo un bel pezzo di strada insieme e ce ne andiamo in riva al mare, ci sediamo sulla sabbia e cominciamo a parlare ma lui si mette a piangere e io non so che fare, è proprio disperato. Cerco di capire perché reagisce così, dopotutto anche io sono disoccupato ma non mi prende l’angoscia in quel modo. Non capisco perché mi segue, in fondo abbiamo solo fatto due chiacchiere all’agenzia di collocamento, Parliamo, io cerco di capire ma i silenzi sono più delle parole sia da parte sua che da parte mia. Verso l’una gli dico che devo tornare a casa e devo andare a prendere il treno, mi chiede se può venire con me. Con questa espressione, apparentemente così semplice, mi mette in difficoltà. Lui è un bel ragazzo ma si comporta in un modo strano che mi allarma. Ho conosciuto tanti ragazzi ma mai uno che si comportasse come lui. Mi sento in forte imbarazzo. Penso di non aver capito esattamente che cosa vuole da me. Gli spiego che io gli direi di venire con me ma poi non saprei che cosa dire ai miei genitori, e lui mi dice: “Non partire subito, dammi mezz’ora, soltanto mezz’ora.” Io gli dico che va bene, ci sediamo sul piazzale della stazione e comincia a raccontarmi la sua storia. Lo chiamerò Cristian. Comincia col dirmi in pratica che lui è gay, io non mi aspetto una cosa simile ma mi sembra assurdo che uno lo dica a una persona che conosce da poche ore, comunque non faccio commenti. Poi capisco che quella era solo la premessa. Continua dicendomi che nel suo paese c’è un posto dove i ragazzi vanno a prostituirsi e che lui non c’era mai andato, ma aveva bisogno di soldi e allora là c’è andato due volte, la prima volta aveva fatto un po’ di soldi ma la seconda volta lo avevano picchiato e gli avevano rubato tutto. Si è alzato la maglietta ed era coperto di lividi, perché lo avevano preso a calci mentre stava per terra. Adesso aveva paura di tornare al paese perché quelli che lo hanno picchiato sono gente pericolosa. La cosa mi sembrava piuttosto improbabile e io stentavo a crederci ma i lividi erano evidentissimi ed era stato picchiato selvaggiamente, di questo non c’era dubbio. Quando finisce di parlare è molto ansioso e non sa che cosa aspettarsi da me. Gli ho detto: “Andiamo a fare il biglietto” In treno lo vedevo in imbarazzo tremendo, allora ho fatto un passo rischioso e gli ho detto: “Se non ci aiutiamo tra noi…” Lui ha capito immediatamente e ho visto come un lampo nei suoi occhi. Io nel frattempo pensavo a che cosa avrei potuto dire ai miei genitori che non sapevano neppure che io fossi gay. Dovevo comunque trovare rapidamente una soluzione. Arrivati sotto casa, dico a Cristian di aspettarmi perché devo parlare coi miei genitori (mia mamma non lavora e papà è in pensione). Stanno in cucina guardando la televisione. Io ho detto: “Voi mi volete bene?”, loro hanno risposto: “Certo!” e io ho detto: “Allora adesso me lo dovete dimostrare!” Papà ha spento la televisione e mi ha detto: “Che è successo?” Io ho detto: “Ci sono due cose che vi devo dire, parto da quella più facile: io sono omosessuale… ” Mamma stava per parlare ma papà ha fatto un cenno con la mano, come per dire: andiamo avanti e vediamo la seconda cosa. E io ho raccontato la storia di Cristian e di come lo avevo conosciuto. Mamma mi voleva mettere in guardia ma papà ha detto: “Ma adesso dove sta questo ragazzo?” Io ho detto che stava in strada e papà ha detto: “Fallo salire!” Sono sceso, Cristian si aspettava una risposta negativa ma gli ho fatto cenno di salire. Io posso dire di avere due genitori meravigliosi. Papà ha cercato di capire esattamente come stavano le cose mentre mamma apparecchiava la tavola. Il racconto di Cristian era molto preciso e papà si è convinto e gli ha creduto. Cristian ha fatto vedere anche a mio padre e lividi ed era evidente che lo avevano proprio massacrato di botte. Quando Cristian era sul punto di mettersi a piangere papà lo rimproverava in modo un po’ rude e Cristian si calmava. Siamo stati a parlare tutto il pomeriggio, man mano che veniva sera Cristian cominciava ad avere paura di tornare a casa sua. Poi papà lo ha capito e gli ha detto: “Vuoi stare qua stanotte?” Cristian ha risposto: “Magari!” Papà ha aggiunto: “Dove ci stanno tre persone ce ne possono stare pure quattro. Ma tua madre la puoi avvisare?” lui ha detto che aveva il cellulare e la poteva chiamare ma aveva finito il credito, ha chiamato col mio cellulare e ha detto alla madre che non sarebbe tornato per la notte, la madre era agitata ma poi lui è riuscito a calmarla. La mia storia con Cristian è cominciata così. 

Io provo sentimenti di profonda gratitudine per i miei genitori, perché quello che hanno fatto per me e per Cristian va al di là dell’immaginabile. Mi sono sentito sostenuto con forza, in particolare da mio padre, ho percepito il suo rispetto e il suo affetto senza condizioni e Cristian è rimasto affascinato da mio padre. Lui non ha avuto un padre e vedere come si è comportato mio padre gli ha fatto un effetto fortissimo. Mio padre l’indomani ha accompagnato Cristian in città a fare il test hiv e Cristian lo ha presentato come suo padre. Il test è risultato negativo e d’altra parte Cristian aveva usato sempre il preservativo, comunque, poi, ha rifatto il test ed è venuto di nuovo negativo. Cristian è rimasto praticamente a vivere a casa mia. Dopo circa sei mesi ci hanno detto che in una azienda alimentare in Emilia cercavano esperti panificatori. A me hanno fatto un contratto a sei mesi e a lui uno di formazione, poi le cose si sono messe meglio e abbiamo continuato a lavorare lì, in provincia di Modena, avevamo preso in affitto una stanza vicino all'azienda e parlavamo sempre con i miei genitori via msn e Cristian mandava un sms alla madre tutti i giorni. Poi il 20 maggio di quest’anno, era di domenica e noi facevamo il turno di notte per preparare le forniture alle pasticcerie che dovevano partire entro le 5.00 quando alle 4.00 in punto arriva il finimondo, la terra ci balla sotto i piedi, scricchiola tutto e cadono giù pezzi di soffitto. Scappiamo tutti fuori. Per fortuna noi due eravamo vicini. Il panico è stato terribile, almeno finché non siamo riusciti ad uscire all’esterno. Eravamo terrorizzati che potesse crollarci tutto in testa. L’edificio aveva retto ma non sembrava in buone condizioni. Dopo qualche ora è arrivata la protezione civile e ha messo i sigilli perché dovevano passare i Vigili del fuoco. Una parte degli edifici è stata dichiarata non agibile, ma con l’aiuto del vigili del fuoco abbiamo trasferito i macchinari nella zona agibile e dopo otto giorni abbiamo ripreso la produzione. Sembrava tutto superato, ma il 29 maggio, verso l’una, in pieno giorno, c’è stata un'altra scossa violenta di terremoto. Cristian non stava con me ma in un altro reparto, io sono uscito di corsa per andare a cercarlo, credo di non essere stato mai così terrorizzato, ho visto un polverone alzarsi dall’edificio in muratura che era stato lesionato dalla prima scossa, poi ho visto Cristian che correva anche lui verso la palazzina che era crollata. Per fortuna la palazzina era proprio quella già lesionata e non c’era nessuno. Ci siamo abbracciati strettissimi: eravamo vivi tutti e due! Per un attimo ho pensato che se Cristian fosse morto anche la mia vita sarebbe finita. Poi abbiamo dovuto aspettare di nuovo la protezione civile e i vigili del fuoco. L’edificio dove erano i macchinari è stato dichiarato agibile e abbiamo ripreso la produzione, in tutta l’azienda siamo una ventina e abbiamo lavorato tutti, dalla mattina alla notte per fare ripartire la produzione. I proprietari, una famiglia di Modena, pensavano di chiudere la fabbrica perché in pratica metà degli edifici era crollata, però la gente dell’Emilia è veramente eccezionale e abbiamo fatto miracoli. L’azienda non ha chiuso e ormai abbiamo ripreso quasi a pieno ritmo. Per tutto il periodo del terremoto i nostri genitori sono stati molto preoccupati perché nei momenti peggiori non c’era neppure la possibilità di telefonare perché tutto era monopolizzato dalla protezione civile. Dopo la seconda scossa è crollata anche la casa dove io e Cristian avevamo una stanza e abbiamo perso tutto quello che avevamo con l’eccezione del denaro che portavamo sempre con noi, abbiamo perso anche il pc per tenerci in contato coi genitori, l’azienda ci ha dato una tenda e l’abbiamo piantata nel piazzale interno. Al tempo del terremoto ho capito quanta forza e quanto altruismo ha Cristian. Finito il lavoro ce ne andavamo a cucinare ai campi di tende della protezione civile e stavamo lì fino alla sera. L’azienda non ha licenziato nessuno, Ci siamo contentati tutti del salario minimo ma abbiamo continuato a lavorare tutti. Project, quando la sera abbracciavo Cristian stretto mi sembrava così bello essere vivi, così bello potersi stringere forte, anche se sotto una tenda e in un paese terremotato. Adesso siamo ancora in quell'azienda e penso che ci resteremo perché per noi è diventata come una famiglia. Ci siamo aiutati l'uno con l'altro per fare fronte alle difficoltà ed è stata una cosa bellissima. Project io sono felice! Mi sento un uomo completo e so di avere vicino un uomo che vede il mondo come lo vedo io, un uomo onesto, leale, altruista che si merita la felicità. Sono stato incredibilmente fortunato, Cristian ha cambiato la mia vita!
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sabato 21 gennaio 2012

GAY E LAVORO

Ciao Project,
ti scrivo per vedere che effetto fa, cioè che affetto fa a me, tanto non ci conosceremo mai. Non ne posso  più di vedere passare i giorni così uno appresso all’altro senza nessuna prospettiva, solo tempo che se ne va, di anni ne ho finiti 31 da un pezzo a vedo avvicinarsi i 32, che ho concluso nella mia vita? Laurea, grandi sogni, non gradi forse ma qualcosa mi sarei aspettato e invece il mio 110 e lode non è servito a nulla ormai sono anni che faccio di tutto, concorsi che non finiscono mai e per le cose più assurde, lavoretti di tutti tipi che nulla hanno a che vedere con la mia laurea e adesso da un po’ nemmeno quei lavoretti. In pratica un mucchio di promesse fasulle, tanta fatica e poi quasi niente. Potrei fare dei master, sarebbero altri soldi buttati e altro tempo sprecato, alcuni amici miei che li hanno fatti stanno a zero lo stesso, sarà il momento ma è così e poi a tutto questo bel po’ di cose ci aggiungo pure le frustrazioni sentimentali. Coi ragazzi più giovani di me non mi sento a mio agio, loro stanno passando adesso la fase dei sogni e delle pie illusioni, quando parlo con loro mi considerano uno sfigato che ha buttato la spugna. Con quelli della mia età la reazione è duplice: o sono sostanzialmente dei falliti come me e allora ci facciamo buona compagnia accusando di altri di essere ladri e imbroglioni o sono gente arrivata e non capisci nemmeno per quale ragione, qualcuno forse se lo merita ma certi proprio non sai come hanno fatto ad arrivare dove stanno perché anche a livello di competenze professionali fanno pena, e io con questa gente non ho nulla da spartire, mi sento orgoglioso e stupido nello stesso tempo. I gay sono arrivisti e disposti a vendere la madre pur di arrivare dove vogliono, almeno quelli che conosco io. Uno in particolare, di quelli ben piazzati che non ho mai capito come facessero a essere ben piazzati, mi fa sempre la paternale come se fossi un completo imbecille al quale bisogna insegnare ancora l’abbiccì del saper campare in società, e questo è uno dei meno peggio. Allora mi sono detto che se i gay arrivati sono così, io ne voglio uno sfigato come me e pure più sfigato di me che magari potrebbe essere umanamente un po’ meglio e almeno  non mi farebbe prediche sul farmi furbo e cose simili, che poi sarebbe un altro modo per dirmi che è maglio imbrogliare che essere imbrogliati. Ma chi mi dice che un gay sfigato e magari pure io stesso, una volta avuta la poltroncina buona non ci si vende l’anima e non si fa come fan tutti? Un’altra cosa che mi ha fatto strano del tuo forum è che secondo te i gay pensano soprattutto ai sentimenti, ma questa è una balla colossale, io ne ho visti di quelli che del loro ragazzo se ne fregavano alla grande e, passami il termine, se lo sarebbero venduto al migliore offerente pur di fare un passetto in avanti nella scala sociale. Io ho conosciuto ambienti gay, mica quelli dei locali o della gente sbandata, no, ambienti gay su, dove i ragazzi li mettevano proprio sotto i piedi, e non erano nemmeno quelli di 50 o 60 anni che li mettevano sotto i piedi, che quelli almeno un po’ di dignità ce l’avevano, ma quelli di 25 o 30 che si sentivano proprio i padroni e i ragazzi li vedevano solo come servi da attirare con la bella vita e da allontanare con un calcio in culo quando dicevano anche solo mezza parola che avesse un senso. Io questo ho visto, perciò la parola gay usata come la usi tu mi fa strano, ci saranno pure quelli buoni ma io non li ho ancora visti da nessuna parte, anche se realmente conosco forse solo un tipo di gay e li vedo nella competizione del lavoro e non mi piacciono per niente. Mi sento avvilito, Project, praticamente preso nel vortice di un mondo che dovrebbe essere il mio ma certe volte mi fa proprio schifo. È vero che sul lato etero la cosa è esattamene la stessa, non sono solo i gay che fanno schifo ma è il mondo nel suo complesso che fa schifo. Vorrei proprio ricominciare tutto da capo, con gente diversa, sono stufo dell’idea che tutto debba essere sempre e solo un compromesso con la propria coscienza e che ci si debba vendere per forza. Non sai quanto chi ha i soldi si approfitta di chi non ce li ha! E sto parlando di gay che si approfittano di ragazzi gay. Una cosa sola potrebbe migliorare la situazione di un ragazzo gay che non ha i miliardi ed è un lavoro vero che gli permetta di fregarsene di chi lo vorrebbe mettere sotto i piedi. Io non cerco l’amore, di queste cose non me ne frega niente, io vorrei solo un po’ di dignità e la potrei avere solo lavorando, ma un lavoro vero non lo trovo e ho sempre davanti agli occhi il mio perenne dover chiedere, parlo di chiedere lavoro, abbassando la testa di fonte a gente che stimo meno di zero ma che ha su di me quasi potere di vita e di morte. Io sono un professionista serio e un tipo, poco più che un ragazzo, mi ha detto facendomi un sorrisetto, quasi come se mi facesse una grazia, che mi avrebbe fatto avere un contrato a tre mesi perché esiste una “solidarietà fra gay” e io l’ho mandato a cagare lui e il suo contratto e non ha nemmeno capito il perché e mi ha vomitato appresso una valanga di insulti di una violenza inaudita! Ma perché uno non può avere la sua dignità? Perché la mancanza di lavoro deve diventare il sistema per schiavizzare la gente? Il primo problema di un gay, come di chiunque, è avere un lavoro e una dignità senza dover strisciare davanti a nessuno! Tutto il resto viene dopo!
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domenica 19 dicembre 2010

GAY STRESSATI

Ciao Project,
una domenica terribile, proprio vedere bruciarsi così il tempo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, senza nessuna prospettiva. Ho letto i post sui gay anziani, ma per molti giovani come me (ho 27 anni) la vita è già quella. Avevo un ragazzo, adesso sono solo, non ho più voglia di vedere nessuno. Mia madre si preoccupa, lei vede solo gli effetti ma non sa nulla delle cause, mi vede irritabile, strano, mi dice che mi chiudo in camera e sto sempre per i fatti miei, che non esco mai, e poi sempre il solito discorso che dovrei farmi una ragazza, ed è lì che la mando a quel paese. Non è nemmeno depressione, mi sento molto carico ma non faccio nulla. Oggi un amico al quale ero molto affezionato mi ha invitato ad uscire con il suo gruppo, gli ho detto che avevo impegni e che non potevo ma che la prossima volta ci sarò certamente. In realtà non avevo voglia di vedere nessuno. Il mio ragazzo mi manca, lo so che è una cosa stupida e che bisogna passare oltre però mi manca, l’anno scorso stavamo sempre insieme e per natale in pratica ci siamo visti tutti i giorni, adesso tutto questo non c’è più, c’è solo il vuoto. Cercare un altro ragazzo? E per fare che? Per vedere che dopo qualche mese (se va bene) siamo da capo? Mica per colpa sua ma perché io non so vivere. Vorrei buttare all’aria il mio lavoro e fare qualcosa di serio, mettermi a studiare cose importanti e mettercela tutta, oppure fare qualcosa di buono per il prossimo, ma non faccio assolutamente nulla di tutto questo e mi covo dentro la mia rabbia. Passo le ore a non far nulla e di cose da fare ne avrei moltissime, specialmente di lavoro, ma rinvio sempre e poi il carico delle cose da fare mi sembra che mi possa schiacciare da un momento all’altro. Sono ansioso, ho paura di tutto, soprattutto di guai di lavoro. Faccio un lavoro di responsabilità che mi ossessiona, ho scelto questa strada per seguire quello che voleva da me la mia famiglia ma è una cosa che mi provoca solo stress. Guadagno di più che se facessi un altro lavoro ma non in un modo che mi cambi la vita e soprattutto la mia vita mi sembra ormai completamente sacrificata al lavoro. Vorrei buttare tutto all’aria e ricominciare da zero in tutt’altra direzione. In teoria ho anche un po’ di tempo libero, ma il cervello torna sempre lì. Non perdonerò mai alla mia famiglia di avermi portato a fare questo lavoro che odio. Forse è proprio per il lavoro che sono sempre solo e depresso. Il mio ragazzo avrebbe voluto avere un ragazzo vicino che gli volesse bene e invece si è ritrovato un nevrotico irrecuperabile che pensa solo ai suoi problemi, o meglio a quelli del lavoro. Ti dico, Project, ho una rabbia in corpo che spaccherei tutto! Pensa che mi sono ridotto a lamentarmi con te, in pratica con un estraneo, che forse mi ascolterà perché intorno ho fatto il deserto. Io non sono gay, io non sono più niente e rischio di finire proprio male, non ho più sentimenti, il mio ragazzo lo trattavo male, pensavo che fosse lui la causa dei miei guai perché mi faceva perdere tempo quando avrei dovuto lavorare, è assurdo lo so ma è così. Vabbe’ basta, te la mando, vediamo se rispondi. Ciao.
(è solo uno sfogo ma se vuoi pubblicala, magari qualcun altro oltre me mi dirà che sto buttando la vita nel cesso)
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venerdì 28 dicembre 2007

GAY A SCUOLA E IN FABBRICA

[Registrato il 15/3/2006]
Beh, certo, ottimista, sempre ottimista, che a questi ragazzi gli dobbiamo lasciare qualcosa di buono, che le malinconie ci stanno... e poi passano, che pure per noi sono passate o no? Un poco perché sono passate, un poco perché sono passati gli anni... Ma pure noi la vita nostra ce la siamo fatta... perché tu mo’ non sei vecchio come a me ma tu pure gli annetti tuoi li tieni... insomma pure noi la parte nostra l’abbiamo fatta, mo’ se ti dico una cosa tu te le pigli pure... ma tutta questa storia che ai tempi nostri stavamo così male... manco è tanto vera. Certo non era come adesso... o no? Allora che facevi tu? ... il comung out come lo chiamano mo’? E quando mai! ... niente, queste cose non c’erano... mo’ in Spagna si sposano pure e noi che potevamo fare? Zitto e basta! ... però... non era manco così terribile, non ci stavano manco le pretese... che ce ne ho messo io a capire quello che andavo cercando... e chi me ne parlava a me? Come si chiama quella cosa che tieni tu? ... il blog... e che ci stava il blog allora? Allora non ci stava proprio niente ma eravamo ragazzi. Quelli della generazione prima della nostra stavano male, ma non perché erano gay... allora ci stava la guerra e stavano male perché ci stava la guerra, ma io sono nato nel ’40, la guerra è finita quando tenevo cinque anni, quella mio padre se l’è vista io no, io ho fatto 20 anni nel ’60, che già era una cosa, diciamo così, moderna... mo’ che ti devo dire... il 57/58, così... insomma, io più o meno quelli sono gli anni che ho capito come stavano le cose, insomma... e come l’ho capito dici tu... quella è una cosa che si capisce in un modo solo, mo’ non so se qua si può dire perché io poi non è che parlo troppo ricercato... insomma, mo’ lo dico, poi, se non lo vuoi mettere, lo togli... allora andavamo a scuola, era un Istituto Tecnico, ma una cosa colossale, cosa che l’avevano costruito ai tempi del fascismo, io manco mi ricordo che classe facevo mi pare la quarta, tenevo 17/18 anni... insomma allora ci stava una cosa che quando a qualcuno gli volevano fare uno scherzo gli zompavano tutti quanti addosso e gli calavano i pantaloni, dicevano che gli facevano la stira, così si diceva allora, ma non ti credere che era una cosa di sesso, a quelli non gli passava manco per la testa era uno scherzo, una cosa così... io sapevo che queste cose le facevano ma non l’avevo mai vista direttamente, però non era una cosa che qualcuno si offendeva... insomma la pigliavano a ridere, va’... Alla classe mia stava un ragazzo di quelli tutti sistemati, sempre a posto che portava pure la cravatta... insomma uno che gli piaceva andare sistemato... va bene... che poi quelli sono quelli che li mettono in mezzo... Insomma... Il professore di Meccanica non ci stava e noi stavamo soli nel laboratorio. A uno così gli viene in testa “Facciamo la stira a Bianchi!” mo’ non mi ricordo se si chiamava proprio così, ma una cosa come quella... allora uno si mette alla porta per vedere se arriva il professore e gli altri a Bianchi lo mettono in mezzo... quello si difendeva... ma quegli altri erano una ventina... lo buttano a terra, lo tengono fermo lo gli abbassano i pantaloni... lo scherzo doveva finire lì... e invece no, ma non perché quelli volevano... ma è successo... nel togliergli i pantaloni se ne sono venute pure le mutande e Bianchi è rimasto proprio nudo e stava a un metro da me e l’ho visto benissimo, ma è stata una cosa di pochissimi secondi, quello che stava di guardia alla porta ha fatto segno che stava arrivando il preside, allora l’hanno lasciato e se ne sono tonati tutti ai posti loro facendo finta di lavorare. Bianchi s’è salvato all’ultimo momento perché per rimettersi a posto c’ha messo qualche secondo in più... Mo’ tutta questa storia per farti capire... dopo, alle ore successive, quello scherzava con gli altri come niente fosse e gli altri della cosa non ne hanno parlato più. Loro avevano giocato è basta... e io mi dicevo... ma com’è che questi una cosa del genere se la sono dimenticata... io non me la potevo proprio dimenticare, ogni volta che mi dovevo fare una sega io a quello pensavo... solo a quello... e quelli parlavano di ragazze... Pure Bianchi, io l’avevo visto con la ragazza... Insomma io mi dicevo... ma com’è possibile che qua questa cosa m’è rimasta in testa solo a me e non mi sapevo capacitare... mo’ ai ragazzi di oggi può sembrare pure una cosa stupida... però io un ragazzo nudo non l’avevo mai visto, voglio dire un ragazzo della mia età. Noi facevamo ginnastica per modo di dire, palestra non ce n’era e non ci cambiavamo nemmeno, l’unica cosa che facevamo, giocavamo a pallone nel cortile e spaccavamo le scarpe... e quello era tutto. Insomma io la storia di quando hanno fatto la stira a Bianchi non me la sono più levata dalla testa... ma manco mo’... e poi a noi chi ce le diceva certe cose? ... Io occasioni per potere stare con altri ragazzi non ne avevo. Però qualche cosa è successo quando sono andato in fabbrica... io sono entrato che avevo 19/20 anni e sono entrato come perito, allora sai, il 1959... perito non era una cosa da poco... io ero giovane, un ragazzo ma sotto a me ci stavano tanti operai, certi erano padri di famiglia di 40/50 anni e non mi potevo mica mettere con loro, ma ci stavano pure gli operai giovani. Allora c’era molto classismo... io andavo a lavorare vestito col vestito mio, gli operai andavano con la tuta... e siccome erano cose di meccanica si ingrassavano e alla fine del turno si facevano la doccia prima di uscire. Per i tecnici come me c’era un ambiente con degli armadietti chiusi dove potevi lasciare quello che volevi, ma non ci stava la doccia, noi lavoravamo col tecnigrafo, facevamo disegni, misure, calcoli, più era il tempo che si passava nella sala tecnica di quello che si passava nei reparti, ma gli operai no, quelli alla fine del turno la doccia la facevano... e mo’ viene il bello, ma dovrei dire il brutto. Ce ne stava uno, ma che ti dico, bello come il sole è poco. Quello c’aveva si e no 18/19 anni, quanti ne tenevo io, pure meno, era un ragazzo del nord, di Lecco, mi pare... dove sta il lago... sai... alto biondo, occhi chiari, poi un sorriso... vabbe’, che te lo dico a fare... si chiamava Marco... tu non sai quello che ho fatto appresso a quel ragazzo. Gli operai entravano prima di noi e io entravo con loro per non perderlo nemmeno per un minuto, ogni volta che potevo scappavo al reparto per vedere se c’era, però non è che mi potevo avvicinare e quando finiva il turno lo vedevo andare allo spogliatoio degli operai dove ci stavano pure le docce... e quando usciva aveva tutti i capelli bagnati e appiccicati alla fonte. Io allora ho maledetto il fatto che avevo studiato, se fossi stato un operaio pure io sarei andato con lui alle docce, ma un tecnico come me non poteva andare negli spogliatoi degli operai... tutte le fantasie che c’ho fatto... tu manco te le immagini... beh, no... mi sa che te le immagini... gli avevo parlato qualche volta ma di me aveva paura perché ero un tecnico e lui era proprio del reparto che dovevo controllare io, abbiamo scambiato pochissime parole, poi col tempo qualcuna in più... ma non siamo diventati amici... poi un giorno mi chiede di parlare con me e mi chiede di cambiargli un turno di lavoro del sabato pomeriggio perché vuole andare a trovare la sua ragazza che sta a 50 km. Io gli ho detto di sì e lui si è sciolto un po’... per me era stata una doccia fredda, ma poi il rapporto con lui è cambiato, ha cominciato a fidarsi si me... insomma siamo diventati pure amici, l’ho invitato a casa mia, cioè a casa dei miei genitori, e lui c’è venuto con la ragazza, cosa che è stata utilissima per togliere definitivamente dalla testa di mio padre che in me ci fosse qualcosa che non andava in rapporto alle donne. A 22 anni s’è sposato e io gli ho fatto da testimone... Tu mi dirai: Ma quando gliel’hai detto che eri gay e che ti eri innamorato di lui? La risposta è semplice... non gliel’ho detto mai... e siamo ancora amici... ma scusa, ma perché avrei dovuto dirglielo, per metterlo in difficoltà, era tutto pappa e ciccia con la Chiesa... no! Per lui io ero un ottimo amico, come lui lo è per me... a che serve essere chiari? Come lo chiamano adesso? Coming out... sì... adesso mi ricordo. Insomma questa è la storia di Marco, tu puoi dire che è una stupidaggine e invece è stata una cosa importantissima, che i ragazzi di oggi, che pensano solo al sesso, manco lo capiscono... che io dico dico ma dei ragazzi di oggi non ne so proprio niente e magari sono tali e quali a noi... Abbiamo finito o no?

mercoledì 5 dicembre 2007

CIAO LOKI 2

Ciao Loki,
ti ho lasciato un commento al tuo ultimo post che è bellissimo! IN BOCCA AL LUPO PER IL LAVORO!!! e poi ... sì... W i cinquantenni, anche se con quello oggetto del post posso chattare solo la domenica mattina... e poi andare a cercare foto in rete... ecc. ecc. beh... sì, d’altra parte se non si incontrano ragazzi tutti i giorni all’età di Loki, figuriamoci alla mia! ... E adesso voglio dire una cosa a Loki, al cinquantenne e a chiunque mi leggerà: oggi sono felice! E la mia felicità me l’hanno regalata i ragazzi di questo blog! Grazie ragazzi (di qualunque età voi siate)!

martedì 4 dicembre 2007

COLLEGHI GAY

Registrazione effettuata in data 15 Aprile 2005.
Beh, e mo’ che si dice qua? ... è acceso? allora...
Dunque, io ho 61 anni, mi chiamo Paolo, adesso il mio sogno è la pensione, come il tuo... o no? Mo’ se non ci fregano un’altra volta al massimo ci vogliono quattro anni... e poi sto un poco più tranquillo, tu mi dici perché... mo’ mo’ te lo dico... io oramai dove lavoro sono un vecchio che aspetta di uscire, non è che mi sento poi così vecchio, mettiamo bene in chiaro... da noi si dice che sono un senatore, cioè che a me non mi tocca nessuno... e così è, lavoro, va bene, ma senza dover correre appresso alle cose nuove, quelle le lasciano ai giovani... e qua sta la questione... io sono anziano e a me tocca di avviare i giovani al lavoro, cioè, meglio siamo in due io e Maddalena, che è una anziana come me e pure un po’ di più... lei segue le ragazze e io seguo i ragazzi che vengono a lavorare da noi... e sono tutti ragazzi laureati e persone molto sveglie... e qua cominciano i problemi... Insomma, io sono paziente... la pazienza non la perdo mai... poi sono molto alla mano do del tu a tutti. I miei colleghi, anche quelli molto più giovani di me non lo fanno, anche quelli che contano meno di me... sai, la spocchia è una cosa diffusa... loro vivono di queste cose... che li devi chiamare ingegnere e li devi trattare con rispetto... ma sai che rispetto è quello? ... e che puoi fare... mica gli puoi dire... tu sei solo un imbecille... e quelli devi vedere come mi trattano a me... proprio con timore e tremore... all’apparenza eh, poi come abbassi la guardia un pochettino ti fregano nel modo più viscido... Vabbe’, mo’ tutte queste storie non c’entrano niente... però, sai, capisci che ambiente è.. Insomma mi arriva una mail del consiglio di amministrazione che mi dice che devo fare da tutor per sei mesi all’ing. Andrea ... . Per me non è una cosa insolita, mi capita in media una volta l’anno... ragazzi preparati, intelligenti, pure bei ragazzi... perché quando c’hai 25/26 anni brutto non puoi essere... però, per dirlo chiaro chiaro, io vicino a quei ragazzi ci stavo, lavoravamo insieme, qualche volta si andava pure a prendere qualcosa insieme nelle pause del lavoro... ma, con loro, se non stavo male, perché male non ci stavo, però non stavo nemmeno bene... sai quelli carucci carucci, buonini buonini... ma che non te le puoi fidare... loro pensano solo alla carriera... eh beh... sono fatti così... Insomma io pensavo che l’ing. Andrea fosse più o meno lo stesso. Una mattina mi si presenta in ufficio... vabbe’, bello era bello, ma pure gli altri erano belli, ma lui era un’altra cosa, sorrideva... non faceva la faccia professionale... quella tipica dei cretini... un po’ mi aveva colpito, ma neanche tanto. Insomma siamo stati due ore a parlare degli studi che aveva fatto e delle sue aspirazioni a livello di lavoro, sai, si fa per capire un po’ chi sono questi ragazzi... e beh lui non mi ha scodellato il solito curriculum di stupidaggini universitarie con diplomi e diplomini... no... lui parlava di sé... io gliel’ho detto e gli ho detto che apprezzavo moto la cosa, poi è venuto il momento critico... ovviamente dire “diamoci del tu” spetta a me... e io gliel’ho detto, in genere si creano momenti di imbarazzo e i ragazzi faticano a trattare con te dandoti del tu... si sentono in difficoltà, si sentono troppo giovani, ma con lui non è stato così... mi ha guardato e mi ha detto: “Paolo... sai che mi sento contento adesso... lo sai che avevo pensato di darti del tu senza nemmeno chiederti il permesso?”. Alla fine della mattinata Andrea era contento, mi chiamava spesso per nome, cose che altri non fanno mai... Insomma siamo diventati amici. Ma tra un ragazzo di 26 anni e un uomo di 61 ci può essere amicizia vera? Io non lo avrei mai creduto e invece è successo, già dopo la prima settimana abbiamo cominciato a vederci fuori qualche pomeriggio... mi diceva che avrebbe voluto parlare liberamente con me ma si sentiva condizionato... poi... in un momento di pausa, poco prima di scendere dalla macchina per salire a casa sua, in modo del tutto inaspettato mi dice: “Io sono gay, adesso te l’ho detto!” poi scende alla macchina e se ne va senza nemmeno guardarmi in faccia... Io non sapevo che fare gli ho mandato un sms “anche io” e basta. Dopo tre secondi la risposta: “...”. La sera torno a casa, sono sconvolto... una cosa tutto sommato inattesa... io ho avuto spesso rapporti amichevoli con colleghi giovani ma dichiarazioni del genere non ne avevo mai ricevute. A 61 anni, per una gay single, che ha vissuto sempre nell’ombra, l’idea di potere trovare un contatto del genere aveva qualcosa di esaltante... però, poi, il giorno appresso, tutti questi sogni a occhi aperti mi sono caduti addosso in modo traumatico. Era veramente tutto cambiato, ma in peggio, non ci ho messo molto a capire che, se fossi stato etero, Andrea con me avrebbe voluto costruire qualcosa... ma siccome ero gay aveva paura di me, mi evitava, mi trattava in modo formale, non sorrideva più, non mi concedeva nemmeno uno sguardo... niente! Era gelido nei miei confronti... Io mi sentivo in imbarazzo totale, non sapevo che fare e certe volte avevo proprio paura di lui, temevo che quello che sapeva di me lo potesse utilizzare contro di me, e probabilmente lui temeva la stessa cosa da parte mia. Per tutto il tempo in cui avrebbe dovuto fare l’affiancamento l’ho messo vicino ad altre persone ma la cosa ha creato ulteriori problemi, lui ha pensato che lo avessi scaricato e addirittura ha avuto paura di essere licenziato, pensava che io potessi fare una relazione negativa sul suo periodo di prova. Io non avevo nessuna ragione di lavoro per fare una cosa del genere ma, lo confesso, quando dopo quattro mesi di inferno, ho scritto la relazione l’ho fatta particolarmente positiva e un po’ sopra le righe rispetto al solito, proprio perché avevo un po’ di paura delle reazioni di Andrea. Ha superato il periodo di prova ma, dopo, i nostri rapporti si sono ridotti proprio a zero, in pratica erano passati poco più di sei mesi da quando Andrea era entrato in azienda. Un giorno ho visto che era solo nella sua stanza e ho bussato, non se lo aspettava. Abbiamo parlato un po’... non ci siamo nemmeno fatti le scuse reciprocamente. Andrea era contento di parlare con me. Gli ho proposto di vederci nel pomeriggio e di andare a prendere una pizza e lui c’è venuto... era imbarazzato, non voleva parlare, poi mi ha detto che aveva un ragazzo, e si vedeva che aveva paura di dirmelo, come se si aspettasse una mia reazione negativa, ma l’atmosfera si è sciolta un po’, mi ha chiesto: “Ma ti dà fastidio?” Gli ho detto di no e lui mi ha parlato del ragazzo. la loro storia è complicata, se ve la vorranno raccontare lo faranno loro... io posso solo dire che sono contento di aver ritrovato un rapporto serio con Andrea, è un ragazzo splendido, onesto fino all’incredibile. Lui stava già col suo ragazzo prima di venire a lavorare da noi e ha pensato che la sua presenza per me potesse essere un problema... dopo la pizza abbiamo parlato molto, poi l’ho riaccompagnato a casa e gli ho detto solo: “Ti voglio bene”. Lui mi ha risposto. “Anch’io” e mi ha stretto la mano fortissimo, un gesto che non aveva mai fatto prima. Adesso almeno non ho più paura di perdere Andrea.
Basta no? ... E che altro devo dire... spegni, spegni...

lunedì 12 novembre 2007

GAY E CORAGGIO

Dedico questo post a un ragazzo conosciuto tramite questi blog. E’ una persona che ho sentito diverse volte in chat. Ormai si è creato un vero rapporto di amicizia e quando non possiamo chiacchierare mi sento più vuoto, come se stessi spendendo il mio tempo in cose che non sono esattamente le più importanti per me. Aggiungo che quando lo sento su di tono mi sento felice, quando è arrabbiato o triste tendo a vivere dentro di me le sue sensazioni, in un certo senso ha un modo di reagire che somiglia al mio e questo mi colpisce. La sincerità reciproca è totale, nei suoi confronti non ho neanche la minima riserva mentale. Una cosa vorrei dirgli e cioè che si può uscire da qualunque momento di abbattimento, fosse anche il più nero, e si può superare qualunque stato di frustrazione o di rabbia, anche se quando le situazioni sono particolarmente difficili, ci vuole un impegno di anni e una volontà ferrea. Lo scoraggiamento arriva e, in certe situazioni, può essere veramente terribile... Non solo non ti guardo dalla distanza di uno che non sa quello che dici, ma ti sento anzi molto vicino, perché certe forme di abbattimento le ho vissute in prima persona. Non svaluto affatto quello che stai passando e mi rendo conto che ti trovi in situazioni oggettivamente difficili, ma è in queste situazioni che bisogna mantenere la razionalità, che bisogna tenere i piedi per terra e valutare in modo realistico le possibilità concrete di cambiare la situazione. E’ questo che vorrei da te, un po’ più di sguardo distaccato (lo so che è difficilissimo) un non lasciarsi coinvolgere, nei limiti del possibile, in problemi senza soluzione. Anche se la parola futuro ti spaventa, il futuro arriverà e, qualunque cose tu abbia fatto fino ad ora, in quella prospettiva conta solo rimboccarsi le maniche e lavorare. La libertà non piove del cielo, è frutto della fatica quotidiana, del lavoro, di quella sicurezza economica che sembra non interessarti ma che probabilmente è per te una delle preoccupazioni di fondo. Ieri mi hai permesso di ragionare un pochino e te ne sono grato... e poi alla fine hai anche scherzato un po’ e la cosa, non te lo nascondo, mi da dato un bel po’ di serenità. E poi, la conclusine della chiacchierata non la dimenticherò mai, è una delle cose più belle che mi siano mai state dette e detta da te ha un valore enorme. Purtroppo nel pomeriggio sono al lavoro e torno dopo le 20.00, ma oggi ho pensato molto a tutto quello che abbiamo detto ieri. Adesso aggiungo questo post al blog e poi vedo se ci sei su msn, se non ci sei almeno ti lascio un messaggio!

martedì 2 ottobre 2007

AMORE GAY E DISPERAZIONE

Ieri sera ho trovato nella casella postale del sito MSN un messaggio molto importante, in allegato c’erano le chiavi di accesso ad un file depositato su MediaFire. L’ho scaricato. Conteneva un diario di 24 pagine. Il messaggio di accompagnamento spiegava che dal diario erano stati eliminati tutti gli elementi che potessero rendere identificabili i protagonisti, ma che l’autore avrebbe gradito che la vicenda fosse pubblicata al più presto su questi blog, nella speranza che il coprotagonista della storia (che sicuramente conosce questi blog) potesse leggerla. La richiesta, come capirete dal seguito, aveva il sapore della disperazione. In sostanza questo post è un messaggio ad personam, che mi auguro possa arrivare a destinazione. Io ho cercato di non stravolgerlo nel tentativo di ridurlo quantitativamente, in modo che possa rimanere riconoscibile al vero destinatario. Questo diario è uno dei più bei documenti di vita gay che mi sia mai capitato di leggere e ringrazio di cuore chi me lo ha invitato. Non ho aggiunto nulla, mi sono limitato a tagliare ciò che non appariva essenzialissimo.
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Domenica, il giorno prima.
- Domani comincia questo benedetto corso. Il concorso è andato bene e sono contento ma non mi va di partire, non mi va di stare tanto tempo tra gente che non conosco. Che cosa troverò? Io penso che dovrò stare totalmente solo, almeno qui qualcuno lo conosco ma lì si parte da zero. Mi sta cominciando a venire il panico. Mamma mi ha detto che sono ragazzi “come me”, ma non è vero, sotto certi profili almeno non è vero. Ma come posso spiegare a mamma una cosa del genere? Basta! Non ci voglio andare! Potrei trovare pure un altro lavoro qua... Lo so che ci devo andare per forza ma non mi piace... Uffa! Non ci voglio nemmeno pensare, mi voglio godere almeno questi ultimi momenti di libertà. Da domani sarà come vivere in galera, 24 ore su 24, una pazzesca recita continua.
Lunedì, primo giorno.
Che giornata! Mi sento proprio scombussolato: il viaggio, l’arrivo, l’alloggio, le regole, i compagni, gli orari da caserma... un orrore! Io amo la libertà, non posso sopravvivere qua dentro! Ma oggi mi sento strano, perché un po’ c’è lo schifo delle cose in sé e un po’ c’è un’altra cosa. Oggi ho incontrato lo sguardo di un ragazzo, che purtroppo non è del mio gruppo e che quindi non potrò mai vedere. Qui ci organizzano per gruppi di 20, io sto al primo e lui sta al quinto. Stavamo tutti nel grande cotile dopo le prime tre ore di lezione, perché c’era una pausa di mezz’ora... è un bel ragazzo, ma di bei ragazzi qui ce ne sono tanti e io non posso non osservarli. Ne avevo osservati tanti... belli sì, però non so perché non mi dicevano gran che, poi ho visto lui, non so nemmeno come si chiama, e mi sono fermato a guardarlo e se n’è accorto. Mi sono sentito come un ladro preso con le mani nel sacco, ho avuto proprio un brivido, ma quando lui mi ha guardato sembrava quasi compiaciuto, quando io ho distolto lo sguardo lui non l’ha fatto, io ho dovuto guardarlo negli occhi un’altra volta per cercare di mascherare l’imbarazzo, come se fosse una cosa ovvia, e lui mi ha sorriso. Per me è stato un brivido totale! Non ha girato lo sguardo, non ha fatto finta di non vedere e ha sorriso... Dio, come vorrei che fosse vero! Non so se lo amo, forse è stupido dirlo e forse è troppo presto... però quello sguardo me lo sento in fondo agli occhi e mi brucia ancora... ma perché non posso parlare con te? Ma perché devo solo perdere tempo? Non è giusto? Io voglio sapere! Per me è troppo importante.
Martedì, secondo giorno.
Mi sento eccitatissimo, stanotte non potrò dormire... E’ vero! Accidenti! E’ vero! Non me lo sono inventato io! Si chiama Marco, oggi alla pausa abbiamo parlato per dieci minuti, ci siamo presentati, dopo un minimo di convenevoli, dato che si vedeva benissimo che non ce n’era bisogno, io gli ho chiesto a bruciapelo: “... e la vita affettiva come va?”. Lui mi ha risposto: “forse non ho mai trovato la persona giusta...” poi mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “... però credo proprio che le cose stiano per cambiare”, ha accennato un sorriso e mi ha chiesto: “... tu che ne pensi?”. Sempre guardandolo negli occhi io gli ho detto: “... lo credo anch’io” e lui ha detto: “be’ ... quello che pensi tu è fondamentale” poi è venuta gente e la conversazione è finita lì. Tutto questo è successo circa 12 ore fa e da quel momento io non riesco più a pensare ad altro... Conto i minuti fino alla prossima pausa di domani perché non lo posso rivedere prima perché ha altri orari e turni di mensa diversi dai miei, in pratica ci possiamo vedere solo 20 minuti al giorno e io vivo solo per quei 20 minuti. Questo posto l’ho odiato, ma adesso mi sembra il posto più bello del mondo, le attese sono terribili, me lo vedo davanti ogni secondo, mi sembra di sentirne la voce, di vedere la sue mani, che sono perfette, io le bacerei se potessi... Marco! Ricordati che esisto! Non mi lasciare solo!
Mercoledì, terzo giorno.
Oggi sono andato letteralmente in estasi, ma proprio la sensazione di coinvolgimento sessuale è stata fortissima, con momenti anche imbarazzanti. All’ora della pausa ce ne siamo andati in un posto un po’ appartato e Marco mi ha stretto le mani, tutte e due, e le ha strette fortissimo! Le sue erano calde, vive, le sue bellissime mani, poi mi ha mollato di botto e si è allontanato, sul momento ci sono rimesto malissimo, poi ho visto passare gente. In un posto come questo che due ragazzi si appartino anche solo per tenersi per mano non è immaginabile. Non mi sono nemmeno reso conto di quello che è successo dopo, siamo rientrati in aula e adesso devo aspettare fino a domani. Ma io il calore delle sue mani lo sento ancora, è come se ne portassi l’impronta fisica. Marco mi ha voluto regalare un istante di contatto fisico. La mia reazione anche fisica è stata immediata e pure la sua e forse il fatto che sia durato in tutto pochi secondi ha evitato situazioni molto imbarazzanti. Ma io adesso non posso non sognarmelo, non posso non sognare di abbracciarlo nudo contro nudo, di sentirne il respiro sulla pelle. Io lo voglio, non poso stare senza di lui! Mi manca fisicamente! Lo desidero proprio a livello sessuale. Stanotte dovrò accontentami di fantasticare perché non posso masturbarmi perché non sono solo in camera, ma credo che arriverò all’orgasmo anche senza toccarmi perché la cosa è travolgente... ma come posso pensare di stare lontano da lui? Io ho bisogno del suo contatto fisico come dell’aria per respirare...
85° giorno.
Ormai ci manca poco... lo vedo solo 20 minuti al giorno perché anche il sabato pomeriggio e la domenica qui ognuno sta con quelli del suo gruppo... qui funziona così... 20 minuti al giorno per alimentare 24 ore di desiderio bruciante. La presenza di Marco ha assorbito tutte le mie energie sessuali. Vado tranquillamente a fare la doccia con gli altri, li vedo nudi nello spogliatoio e mi spoglio nudo anch’io e non me ne importa nulla! Ma proprio non mi fa alcun effetto! E dire che era una delle cose che temevo di più! Gli altri è proprio come se non ci fossero, ma se penso a Marco anche per un istante vado in erezione incontenibile e io a Marco ci penso 24 ore al giorno, cerco di adottare qualche precauzione per non finire in situazioni imbarazzanti... ma non sempre va bene... qualcuno se n’è accorto ma loro non sanno il perchè, per fortuna ragionano usando il loro metro.
86° giorno
Dovrebbe essere tutto un paradiso ma mi vengono le angosce, mi viene l’idea ossessiva che possa stancarsi di me, che possa tornare nel suo mondo una volta finta questa specie di carcere meraviglioso, mi viene l’angoscia di quello che gli devo dire, non so mai se quello che gli voglio dire è troppo o troppo poco, non lo voglio assillare ma gli vorrei strillare che senza di lui non ce la farei proprio a vivere, perché innamorarsi è bellissimo ma è pure un’angoscia, ho continuo bisogno di rassicurazioni ma non le posso avere... Marco! Pensami! Ti prego pensami! Come vorrei che ti masturbassi pensandomi! Un contatto fisico con te lo voglio disperatamente e al massimo mi stringi le mani per pochi secondi... Ma non è giusto... ma perché devo soffrire come un cane?
89° giorno
E’ finita, domani ci diranno dove ci manderanno, non possiamo chiedere che ci mandino insieme, sarebbe troppo pericoloso, posso solo sperare che succeda, ma la probabilità è bassissima e non mi posso illudere. Oggi mi hai passato una mano tra i capelli! E’ stato un brivido bellissimo!
90° giorno
E’ andato tutto storto, lui in Sardegna e io a Napoli... La vita è uno schifo! Mi prende uno sconforto totale... quando ci hanno congedato ce ne siamo andati a cena insieme, una cosa che me la ricorderò per tutta la vita. Dobbiamo stare separati almeno tre anni! Ma perché? Ma come si può vivere così? Macro! Io a vivere senza di te non ce la faccio!
100° giorno
Marco! Fatti vivo, ti supplico, lo so che dove stai tu è difficile ma basta poco, un sms, solo un sms! Io mi sento solo e disperato, non ce la faccio proprio più ad andare avanti, ti ho mandato diversi sms e tu non hai risposto... ma perché? Non è giusto! Non mi lasciare in questa disperazione!

martedì 4 settembre 2007

GAY E GRANDI FRATELLI

GAY E GRANDI FRATELLI
Lo so che in genere quelli che leggono questi blog sono molto più giovani di me, io ormai non lo sono più, ma credo che posa essere interessante pure per loro, magari in modo molto condensato, sapere come si trova un gay di quarantatre anni in carriera in una multinazionale. Io non so che modelli avere voi del mondo del lavoro, se avete in mente i modelli dei lavori statali o pubblici in genere, vi dico subito che non c’entrano niente. Io sto in una grande azienda internazionale dove come dicono adesso si premia la qualità. La qualità del servizio si misura dal numero di assenze (a va bene), dalla disponibilità a fare quello che ti chiedono, cose come andare all’estero quando meno te lo aspetti e simili (e va bene anche questo), dalla produttività (numero di ore lavorare oltre l’orario d’obbligo. Io non sono proprio un pezzo grossissimo ma non sono nemmeno l’ultima ruota del carro e mi pagano molto bene, in sostanza ho il livello economico di un piccolo dirigente che in situazioni come le mie potrebbe essere un sogno per la maggior parte delle persone. Insomma guadagno molto bene, ma dovrei fare 36 ore di lavoro minimo, in realtà ne faccio più di 50 alla settimana, perché se non faccio così il mio compenso crolla per diminuita produttività, ma anche questo, al limite è accettabile. Quello che non mi piace è il fatto che l’azienda vuole andare molto oltre, vuole selezionale il personale per gli in carichi più importanti sottoponendo le persone ad una osservazione che comprende anche il privato. Mi spiego meglio: loro cercano dei leader di gruppo e così ci mandano insieme in vacanza gratis per due o tre settimane in posti costosissimi con lo psicologo e con un grosso dirigente, per valutare le nostre attitudini e qui scattano dei meccanismi incredibili perché queste cose coinvolgono pure le famiglie. Qualche volta si va in questi training stage con la famiglia, altre volte ti mettono alla prova per vedere per quanto tempo sei disposto a rinunciare alla famiglia in nome dell’azienda. Una specie di grande fratello che ti condiziona in tutto e per tutto. Se stai a queste regole che implicano dei giochi psicologici vergognosi fai carriera più facilmente. Io ho perso una importante promozione perché non sono andato al training per due volte di seguito e i miei capi hanno detto che un vero leader deve essere sempre disposto a socializzare e io non lo avevo fatto. Le prime volte ci sono andato e ho fatto carriera più facilmente, ma a costo di uno sforzo psicologico di adattamento veramente distruttivo da altri punti di vista. Lì tutti si studiano e tutti fingono ma per me era una cosa odiosa, perché dovevo fingere anche comportamenti etero e questo proprio non lo sopportavo. Io non amo andare in vacanza con i miei colleghi e non ci andrei mai spontaneamente, sono molto professionale e non parlo mai di me sul lavoro, ma lì, stando insieme 24 ore su 24 e per di più sotto osservazione, il gioco diventava insostenibile. Per un paio di volte ce l’ho fatta, poi ho detto basta. Tanto di quattrini ne guadagno anche troppi per quello che mi serve. Ho una casa mia e una casa grande, con la stanzetta e il bagno separato per la badante. Non è un paradosso, sto pensando al futuro. Io da vecchio finirò con una badante perché sono figlio unico e non ho più nessuno. Non sopporto che in nome del lavoro si debba rinunciare alla propria vita privata, io non appartengo alla mia azienda, non mi sono mai venduto l’anima e non me la venderò mai, naturalmente questi ragionamenti li posso scrivere solo qui ma lì posso solo recitare. Questo è uno sfogo, per dire a me stesso che non sono cretino del tutto anche se l’idea di fare carriera l’ho messa da parte, perchè in genere tutti i miei collegi mi dicono che sono un cretino perché non faccio come loro. Spero solo (si fa per dire solo!) di trovare un uomo che mi voglia bene, non me ne importa nulla se è ricco o bello, ma mi deve volere bene ma, con la vita che faccio io, non c’è molto spazio per pensare ai sentimenti, nemmeno a livello sublimato. Mi chiedo spesso se sto buttando via la mia vita e in nome di che cosa e penso che alla fine le frustrazioni finiranno per prevalere perché già adesso sto andando in crisi in modo tremendo. Ciao! Ugo.