sabato 9 marzo 2013
SESSUALITA' GAY E ANSIA
domenica 15 gennaio 2012
RAGAZZI GAY E ANSIA DI NORMALITA'
mi fa proprio strano scriverti questa mail perché non ho mai parlato con nessuno di queste cose. Dove vivo io devo stare attento a tutto e preferisco stare solo perché se avessi amici, diciamo così che si farebbero anche gli affari miei. Qui va così, e allora resto solo, ma è dura, ho solo internet, un po’ di foto e di video li cerco pure io, però quelle cose degli incontri oppure delle chat per farsi le se..e non mi interessano, magari sono rimasto un bambino dentro perché mi incanto a guardare certe foto, non mi piace il porno spinto, mi piacciono le foto dove di un ragazzo di vede tutto ma anche il sorriso, però delle cose naturali, come nella vita di tutti i giorni, cioè un po’ come farei io. Adesso queste cose in rete si cominciano a trovare e mi piacciono molto, proprio mettere insieme la faccia del ragazzo e tutto il resto, non lo so, sarò pure tarato che penso a queste cose ma le immagino dolci quando mi faccio una se.a, non mi piacciono quelle cose esagerate che si trovano in giro, un ragazzo mi piacerebbe carezzarlo, baciarlo, pure il resto certo, ma se viene spontaneo a tutti a due, se no non fa niente, penso che mi starebbe benissimo anche solo stare abbracciato con un ragazzo, cioè non con uno qualunque ma col ragazzo mio. Se mi vuole bene, di quello che facciamo non me ne importa niente ma voglio che mi voglia bene. Mi dico tante volte che il ragazzo io non ce lo avrò mai, anzi diciamo che in pratica ne sono sicuro, non ci so fare coi ragazzi, mi considerano un ragazzino anche se ho quasi 19 anni perché sono timidissimo, avere un ragazzo vicino mi imbarazza, divento rosso e non parlo, lo so che sembra stupido ma succede e poi non sono proprio un bel ragazzo, insomma non male, almeno non bruttissimo, quelli belli li vedo e sono belli veramente, io sono diciamo passabile e poi mi sentirei terribilmente in imbarazzo proprio a stare con un ragazzo, cioè a starci nudo insieme, e fare altre cose, sono molto complessato in queste cose e penso che potrei essere proprio una frana e questo mi frena molto, poi non mi so vestire, mi dicono che sono uno zombi ecc. ecc.. Ho paura che queste paure non me le leverò più dalla testa e poi non ne posso parlare con nessuno. A parte che amici non ne ho, anche se ne avessi che faccio? Se gli dico cose così mi prendono per un matto. Allora ho pensato di scriverti così mi dici quello che pensi di me e poi, se ti va, parliamo un po’ su msn. Magari a parlare non cambia niente però almeno uno si sfoga un po’. Aspetto con ansia la tua risposta.
Luca
Ciao Project,
ieri notte è stata stranissima, all’inizio mi tremavano proprio le mani, mi faceva proprio un effetto tipo panico, poi invece sono stato a mio agio, mi dispiace di averti trattenuto fino a quell’ora a raccontarti tutte quelle cose, te ne dicevo una e poi stavo in ansia per la tua risposta. In pratica mi sono sentito meno strano, cioè allora non sono poi tanto fuori. Tante cose che a me sembravano strane a te non lo sembravano affatto e questo mi tranquillizzava. Mi dicevo ma vuoi vedere che alla fine sono un ragazzo normale pure io!! Allora il modo mio di pensare a un ragazzo non è così assurdo e di ragazzi come me ce ne sono tanti! Magari!! Questa cosa mi fa stare meglio. Mi è piaciuta alla fine quando mi hai detto che io in fondo veri problemi non ne ho, mi sembrava quasi incredibile, ma detto da te dopo tante ore che parlavamo voleva dire che era proprio così e in effetti grossi problemi non ne ho, un po’ imbranato sono ma penso che di ragazzi imbranati come me ce ne siano tanti. Io in fondo l’idea di essere uno un po’ fuori me l’ero messa in testa anche per dirmi che la timidezza tanto non la potevo superare però se lo trovassi veramente un ragazzo che mi vuole bene, penso che tutta questa paura sparirebbe completamente. Certe volte mi sento scemo a cercare l’amore quando vedo che magari gli altri cercano solo il sesso, ma io voglio di più, sarò pure ingenuo ma voglio di più, cioè un ragazzo se sta con me deve essere proprio felice di stare con me, lo so che sono uno un po’ mediocre, ma io mica voglio uno bello come il sole, mi sta bene uno come me e pure peggio, però mi deve volere bene e allora sì che saprei volergli bene anche io. Grazie Project, mi sa che ti scoccerò ancora, ma già così mi sento più normale e mi piace.
A presto.
Luca
Se vuoi mettere le mail nel forum, fallo, non mi dispiace mica.
sabato 26 settembre 2009
ESSERE GAY E SENTIRSI BENE CON SE STESSI
Dedico questo post ad un tema che in questi ultimi giorni mi è capitato di affrontare più volte con ragazzi di età molto diversa ed è il tema dello stare bene con se stessi.
Quando non si sta bene con se stessi si prova un senso di inadeguatezza, di incapacità di far fronte ai problemi della vita ordinaria in modo efficace o una specie di progressivo disinteresse verso settori molto importanti della vita sociale ma anche della vita affettiva e sessuale.
Esistono alcuni elementi sintomatici dello stare male con se stessi, alcuni di questi elementi non hanno a prima vista nulla che vedere con la sessualità, altri invece sono esplicitamente di tipo affettivo/sessuale. Provo ad elencarne alcuni, sulla base di quello che emerge nelle chat:
2) Elementi legati alla propria fisicità sessuale. Un numero non piccolo di ragazzi gay finisce per mettere da parte l’idea di vivere una sessualità di coppia per motivi legati al senso di inadeguatezza della propria fisicità sessuale. Anche in queste situazioni, come nelle precedenti, la percezione della inadeguatezza può essere assolutamente non realistica e la ricerca di soluzioni a presunti problemi può creare inconvenienti anche seri e spesso, quando un ragazzo pensa che la soluzione al presunto problema non ci sia o sia irrealizzabile, la risposta è la rinuncia alla sessualità fisica. Questa rinuncia non è esplicita ma si manifesta attraverso continui rinvii oppure quando la situazione non è più rinviabile, attraverso il moltiplicarsi di esitazioni e di riserve che arrivano ad esasperare l’altro partner che non è a conoscenza della vera causa di quelle esitazioni e di quelle riserve. Talvolta la rinuncia alla sessualità comporta perfino il rifiuto della masturbazione, il cui esercizio, specialmente se condotto con riferimento alle immagini dedotte della pornografia, diventa causa importante di frustrazione sessuale. Non è raro il caso in cui i ragazzi finiscono inconsciamente per nascondere anche a se stessi la vera motivazione del senso di inadeguatezza e per coprirla con altre motivazioni in cui il riferimento alla fisicità sessuale è del tutto rimosso. Sul problema delle dimensioni del pene è fiorito un florido mercato di pseudo-rimedi di carattere medico e chirurgico che promettono soluzioni sicure del problema con prezzi che oscillano conformemente alla categoria sociale oggetto dei messaggi promozionali. Per stare bene con se stessi è necessario accettare la propria fisicità sessuale e cominciare a capire che la sessualità di coppia non è l’imitazione di un video porno ed ha una dimensione essenzialmente affettiva piuttosto che prestazionale.
3) Elementi di natura psicologica di tipo pessimistico e depressivo, che si manifestano in espressioni del tipo: “gli altri alla mia età hanno già realizzato tutto”, “tanto non combinerò mai niente”, “tanto so che prima o poi mollerò tutto”. Spesso gli elementi di natura psicologica che spingono allo scoraggiamento e alla visione di sé come “elemento debole” si incrociano con elementi di reale o presunta inadeguatezza fisica. L’idea del disimpegno o dell’inutilità dell’impegno occupa in molti casi la mente dei ragazzi che si sentono psicologicamente inadeguati, le scelte diventano problematiche e l’irresolutezza finisce per prevalere. Questi ragazzi in genere non entrano in storie d’amore proprio perché, per loro, prendere una decisione impegnativa è difficile ma si innamorano in modo serio e sostanzialmente unilaterale di ragazzi “impossibili” ossia quasi sempre di ragazzi etero o di ragazzi gay che non li corrispondono, con i quali una relazione di coppia risulta di fatto impossibile.
4) Elementi di natura psicologica tendenti a coinvolgere altri nella soluzione dei propri problemi, che si manifestano con espressioni del tipo: “però se conoscessi un ragazzo penso che le cose sarebbero molto diverse”, “con un ragazzo vicino non avrei paura di nulla”e simili. Vedo spesso ragazzi indecisi, dotati di scarsa autostima e facili allo scoraggiamento, mettersi alla spasmodica ricerca di un compagno, o di una compagnia, per cercare di trovare una risposta ai propri problemi. Si tratta di ragazzi che in genere da questa ricerca finiscono per ottenere ulteriori frustrazioni legate al fatto che in ragione della loro insicurezza, prestano scarsa attenzione alla scelta del proprio compagno e sono disposti a dare troppo rapidamente fiducia al primo ragazzo che mostri loro una qualche forma di disponibilità, con questi ragazzi cercano di creare rapporti molto stretti, che sono visti dall’altra parte come asfissianti e per ciò stesso non graditi. Un ragazzo insicuro che tende a coinvolgere altri nella soluzione dei suoi problemi, ha bisogno di continue rassicurazioni, le chiede, le pretende, reagisce male quando non le trova, tende, inconsciamente, a costringere il suo compagno ad ascoltarlo per ore, lo tempesta di sms e di mail pretendendo continue conferme e non offrendone alcuna. Una caratteristica di queste situazioni è il discorso unidirezionale, il ragazzo insicuro parla e il suo compagno deve ascoltare, se ciò non accade il ragazzo insicuro si sente vittima e lo dimostra in modo molto chiaro, nel tentativo di richiamare l’attenzione del suo compagno. Meccanismo, questo, che esaspera la situazione.
Mi capita spesso, nel parlare in chat con ragazzi che non hanno mai vissuto la realtà della vita di coppia, di osservare come per loro la vita di coppia sia una forma si simbiosi totale in cui tutto è e deve essere comune: si devono avere gli stessi amici, si deve andare sempre insieme agli stessi posti, e così via. Ma tutto questo ripropone il modello di coppia come subordinazione dell’altro, come un portare l’altro nel nostro mondo e tenerlo in una condizione di sostanziale dipendenza attraverso una serie di ricatti affettivi. In meccanismo è semplice ed è analogo a quello che si manifesta nel rapporto tra un bambino e il genitore: il bambino vuole una determinata cosa, il genitore dice di no, allora il bambino piange e il genitore dice di sì per non vederlo piangere, in bambino è gratificato più che per aver raggiunto quello che desiderava, per essersi reso conto di avere un potere sul genitore. Questi meccanismi però sono naturali solo quando agiscono tra soggetti che non si trovano su un piano di parità, e tra due ragazzi gay che dovrebbero volersi vene su ben altre basi, sono sostanzialmente il segno di una forte asimmetria e di una sofferenza di coppia.
Spesso chi non sta bene con se stesso ritiene che la sua spontaneità debba essere in qualche modo sostituta con comportamenti più adeguati o addirittura che i discorsi spontanei debbano essere sostituiti da discorsi che sembrano essere teoricamente più adeguati. Mi capita talvolta in chat di incontrare ragazzi che si sforzano di dire solo cose che a loro parere diano di loro un’immagine positiva e li facciano apparire come bravi ragazzi. L’elemento più tipico è la sublimazione della sessualità e la sua totale rimozione dal discorso. Con questo sistema si crea un dialogo che ha il sapore evidente della mancanza di spontaneità. Quando si riesce a superare il muro della sublimazione e i ragazzi riescono a parlare in modo libero della sessualità tendono a sottolineare la dimensione strana se non patologica di certi loro comportamenti, come la masturbazione e le fantasie sessuali sui loro amici, come se queste cose fossero il segno evidente della loro inadeguatezza. Dopo un discorso finalmente serio, frutto di una sincerità faticosa, noto lo stupore dei ragazzi che si aspettano chissà quali discorsi e si sentono solo dire: “Ok, ma dov’è il problema?” In sostanza questi ragazzi hanno una percezione del loro essere gay come cosa strana e della loro sessualità come cosa unica e assai lontana dalla sessualità altrui, e in particolare dalla sessualità degli altri ragazzi gay, che però loro non conoscono se non attraverso rappresentazioni decisamente poco realistiche.
Molte volte parlare serenamente della sessualità aiuta a ridimensionare e a vedere le cose in termini più oggettivi e fa capire che la sessualità è una dimensione ordinaria della vita di tutti e che essere gay significa essenzialmente innamorarsi di un ragazzo invece che di una ragazza.
Un’attenzione particolare in questa sede va dedicata al disagio derivante dall’idea stessa di essere o di poter essere gay. Mi è capitato più di qualche volta di essere contattato da ragazzi etero che avevano dubbi circa il loro orientamento sessuale, non cioè da ragazzi gay che avevano problemi di accettazione. Per alcuni di questi ragazzi parlare con me ha avuto realmente il senso di chiarirsi le idee per superare i dubbi. Con alcuni di questi ragazzi si sono mantenuti buoni rapporti anche a distanza di tempo. Per altri ragazzi etero, invece, superare i dubbi era molto più difficile. Pur avendo essi una sessualità che oggettivamente non aveva assolutamente nulla che si potesse considerare gay, questi ragazzi non riuscivano a tranquillizzarsi e mi contattavano più volte perché per loro l’idea di poter essere gay era un contenuto tendenzialmente ossessivo che, anche se oggettivamente del tutto infondato, turbava profondamente la loro sessualità. Un esempio per tutti, quello di un ragazzo etero che non ha mai avuto fantasie matsurbatorie gay, ma che non riesce a masturbarsi in modo soddisfacente pensando a una ragazza perché interviene l’idea di poter essere forse un gay che non si accetta, idea che rovina la sua vita sessuale, ma tutto questo in ragazzi che non hanno mai avuto interessi né affettivi né sessuali orientati verso altri ragazzi. Casi del genere, che si presentono come problemi di orientamento sessuale, di fatto, non hanno nulla a che vedere con la sessualità ma sono legati a stati di disagio legati spesso ai rapporti familiari, alla vita affettiva non sessuale, ai rapporti di lavoro, all’insicurezza economica e a molti altri fattori.
Anche per i ragazzi gay, cioè per i ragazzi con fantasie masturbatorie esclusivamente gay, il fatto di essere gay più costituire una fonte di disagio, anche grave. L’identità sessuale gay può essere inconsapevolmente respinta o, talvolta, diventa oggetto di consapevole e determinata auto-repressione. In questi casi la masturrbazione in chiave gay è vissuta con sensi di colpa anche profondi, come un cedimento al male o come uno scivolamento in una dimensione patologica e l’ipotesi di una corrispondenza affettive e sessuale con un altro ragazzo è allontanata in modo sistematico evitando a priori tutte le occasioni in cui potrebbe crearsi un minimo di intimità (viaggi con altri ragazzi, dormire a casa di amici). È il caso del “non voglio essere gay!” Queste situazioni di disagio sono segno di una dipendenza dal giudizio altrui e della necessità di essere accettati all’interno di un gruppo (famiglia, amici) alla quale si finisce per sacrificare anche la propria sessualità. La pressione della ricerca di omologazione può essere così forte di spingere un ragazzo a fare scelte cosiddette “secondo natura” (sessualità etero e matrimonio) che sono radicalmente “contro natura” per un gay. Spesso, specialmente per ragazzi non giovanissimi, si creano situazioni di disagio quando l’accettazione arriva dopo i 25 o i 30 anni (e anche ben oltre). I ragazzi che si trovano in queste situazioni sono in parecchi casi ossessionati dall’idea di riguadagnare il tempo perduto e vivono tardivamente le esperienze affettive e sessuali tipiche dell’adolescenza. In tali circostanze i primi contatti con la sessualità di coppia possono creare imbarazzi e condizionamenti non piccoli, perché i modelli “a priori” di sessualità gay interferiscono anche pesantemente con la ricerca della sessualità specifica di coppia. È il cosiddetto imbarazzo sessuale che viene dall’inesperienza. Ci sono ragazzi grandi che vanno in crisi per la mancata erezione in situazioni in cui “in teoria” ci dovrebbe essere, o perché hanno difficoltà nel raggiungere l’orgasmo anche nella masturbazione individuale praticata alla presenza del proprio compagno, quando invece l’orgasmo nella masturbazione privata lo raggiungono benissimo. In questi casi il vero timore è che l’imbarazzo e l’inesperienza possano condizionare o addirittura distruggere dei rapporti affettivi serissimi.
La sessualità non va d’accordo con l’ansia e parlare di sessualità aiuta a diminuire l’ansia legata alla sessualità.
_____________________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=442
domenica 14 dicembre 2008
ANSIA E SESSUALITA’ GAY
Questo post è dedicato all’influenza dell’ansia sulla sessualità gay, limitando il campo alla dimensione sessuale in senso stretto. Mi capita parecchie volte in chat di parlare con ragazzi ansiosi per questioni connesse con la sessualità gay. Le manifestazioni di questi stati di ansia possono essere varie, in via puramente esemplificativa cito le più ricorrenti:
1) Ansia derivante da momenti di incertezza circa l’orientamento sessuale
2) Ansia da presunta inadeguatezza
3) Ansia da problematizzazione della sessualità
Si tratta di tre realtà concettualmente diverse che possono tuttavia presentarsi variamente mescolare.
Prima di procedere nel dettaglio va ricordato che l’ansia si identifica con un’avvertita situazione di pericolo, di incertezza o di incapacità di gestire una situazione. L’ansia presenta manifestazioni psicosomatiche talora imponenti, come tachicardia, tremore e pressione alta, talora meno evidenti, come insonnia, disturbi del sonno, incubi. L’ansia può avere anche manifestazioni tipicamente sessuali come l’impotenza, l’eiaculazione precoce, e vari disturbi anche della masturbazione. Tuttavia più che occuparci delle manifestazioni sessuali dell’ansia, parleremo delle situazioni ansiogene connesse alla sessualità attraverso l’esame di alcune situazioni tipiche.
Ansia derivante da momenti di incertezza circa l’orientamento sessuale
Ho parlato più volte della scoperta della propria omosessualità da parte di un ragazzo che si era ritenuto in precedenza etero e di quanto questa scoperta generi ansia derivate soprattutto da una errata rappresentazione dell’essere gay. Qui intendo prendere in considerazione una situazione diversa.
Esempio Un ragazzo che si ritiene gay, che ha fantasie erotiche esclusivamente gay, che si masturba esclusivamente pensando hai ragazzi si trova a sperimentare un contatto sessuale con una ragazza. Contro la sua ipotesi di coinvolgimento impossibile in situazioni simili perché gay, c’è un’evidenza di carattere fisiologico che quel ragazzo non sa spiegarsi: quando si è trovato con la ragazza non solo non è stato a disagio ma ha avuto l’erezione e ha considerato la cosa realmente eccitante. Quel ragazzo, pur continuando nella quasi totalità dei casi a masturbarsi pensando ai ragazzi, si è masturbato qualche volta anche richiamando alla mente il contatto sessuale con la ragazza. Finché questi comportamenti non sono stati oggetto di riflessione essi sono risultati entrambi gratificanti, quando però il ragazzo ne ha preso coscienza, è sopravvenuto uno stato di ansia che ha turbato il precedente assetto e ha creato incertezza e insicurezza.
Quando il contatto eterosessuale è il primo contatto sessuale di un ragazzo esso incide in modo significativo portando un turbamento degli equilibri della sessualità raggiunti in precedenza, resta tuttavia che la nuova esperienza etero di fatto non ha soppiantato la sessualità gay del ragazzo. Quel ragazzo continua a masturbarsi pensando ai ragazzi nella quasi totalità dei casi e finirà quasi certamente per tornare a fantasie sessuali esclusivamente gay in tempi più o meno lunghi. L’ansia deriva da un’errata percezione di tutta la vicenda come un cambiamento del proprio orientamento sessuale, questa errata percezione viene drammatizzata e produce senso di insicurezza. Bisogna prendere coscienza che queste cose accadono e che nella stragrande maggioranza dei casi hanno influssi temporalmente circoscritti e, se così non fosse e se per un caso assai improbabile la vicenda fosse spia dell’affiorare di una identità eterosessuale o di una limitata bisessualità, la cosa non costituirebbe di fatto un problema perché non si deve essere gay per forza ma lo si deve essere in modo libero se lo si è realmente. Come merita il massimo rispetto un ragazzo che dopo essersi creduto etero per anni si riconosce gay, così merita il massimo rispetto il ragazzo che dopo essersi creduto gay per anni scopre la propria eterosessualità. L’evento è comunque molto più raro perché la pressione sociale spinge certo i gay a credersi etero ma non spinge i ragazzi etero a credersi gay. Ma in un paio di casi (eventi molto rari) mi è capitato di parlare con ragazzi che credevano di essere gay perché facevano sesso con i ragazzi ma avevano relazioni affettive profondissime con una ragazza. Ho notato come per questi ragazzi, l’accettazione della loro eterosessualità, dopo esserci considerati gay per anni, fosse ben più difficoltosa del’accettazione della omosessualità da parte di un ragazzo che si è creduto etero per anni. In sostanza per questi ragazzi che avevano fatto una notevole fatica ad accettarsi come gay, le prospettive gay crollano e si tratta di ricostruire tutto da capo in chiave etero. Il fenomeno è analogo a quello traumatico che si presenta per i bisex a periodi all’atto del cambiamento del loro orientamento sessuale.
Ansia da presunta inadeguatezza
L’ansia da presunta inadeguatezza può presentarsi sia in riferimento a situazioni concrete e nell’immediatezza di esse, sia a livello generale e preventivo. Si tratta di situazioni piuttosto diverse.
L’ansia che si manifesta nell’immediatezza di incontri che posso comportare anche un contatto sessuale interviene nel momento in cui una relazione affettiva seria, già costruita, può arrivare a comportare anche un coinvolgimento sessuale. Spesso questo tipo di ansia è legato al fatto che la sessualità è vista come qualcosa di ulteriore e di diverso rispetto al contatto affettivo al quale si è abituati, una specie di secondo stadio che può compromettere il primo. L’ansia si manifesta in modo molto significativo in occasione del primo contatto sessuale gay e consiste nel timore connesso alla inesperienza al “non so come comportarmi”, all’avere paura di sbagliare qualcosa e di indisporre il proprio partner al punto di perderne l’affetto per imperizia nel gestire un rapporto sessuale. Classiche sono le espressioni: “No so come reagirò ma non vorrei deluderlo, lui è così dolce ma io mi sento così imbranato”. In realtà l’ansia da presunta inadeguatezza è una componente costantemente presente nei primi rapporti sessuali e specialmente nel primo, più che di vera ansia di tratta si incapacità di prevedere le reazioni del proprio compagno in una situazione sessualmente coinvolgente quando mancano esperienze precedenti. Il modo peggiore per affrontare l’ansia da inadeguatezza in una situazione concreta è ricorrere a modelli comportamentali. Una coppia deve poter trovare la propria armonia nella sua autonomia.
L’ansia da presunta inadeguatezza che si manifesta a livello generale senza riferimento a situazioni immediate e concrete è in genere il portato di una debole autostima e talvolta la manifestazione di momenti di depressione molto spesso non originati da questioni attinenti il sesso come il vedersi brutti, l’avere in precedenza trovato come risposte affettive solo rifiuti, su questo sostrato di debole autostima si possono inserire timori specifici spesso infondati o ampliati proprio dalla componete ansiosa, come la debolezza erettiva, la percezione del pene piccolo e l’eiaculazione precoce. In situazioni del genere un ragazzo gay tende a evitare ogni forma di dialogo con gli altri ragazzi, si trova a disagio quando sente che gli altri ragazzi parlano di sesso e tende a socializzare poco. Vorrei sottolineare che la parola amicizia, specie tra ragazzi etero, oltre ai contenuti generici di gradevolezza, di rispetto e di attenzione reciproca, ha un’altra componente importantissima che la confidenza sessuale. Quando due ragazzi etero diventano amici nel senso serio del termine non solo non è strano, ma è assolutamente ovvio che confrontino le loro esperienze sessuale. Questo fatto diminuisce di molto la tensione ansiosa concentrata su contenuti specificamente sessuali e contribuisce a dare alla sessualità una dimensione meno mitica, in altri termini della propria sessualità si può parlare tra pari senza timore di censure, in un clima libero, in cui l’attenzione reciproca è la regola. Un ragazzo etero che racconta ad un altro ragazzo etero di essersi masturbato pensando alla sua ragazza non lo fa per uno stupido esibizionismo ma perché parlare con un altro ragazzo etero di queste cose scioglie l’ansia e aiuta a trovare confronti su questi nelle quali il confronto diretto è raramente realizzabile. Tra ragazzi gay, anche se c’è sempre di sottofondo l’idea che ogni amicizia tra due ragazzi gay si possa trasformarsi in un’amicizia a morosa, il meccanismo è esattamente lo stesso e la rimozione del dialogo con altri ragazzi gay su contenuti specificamente sessuali priva di fatto un ragazzo di un meccanismo fondamentale per la riduzione dell’ansia. Faccio un solo esempio. Un ragazzo educato con educazione fortemente repressiva un secolo fa provava in genere forti ansie e forti sensi di colpa anche riguardo alla masturbazione. Oggi, in un ambiente libero, in cui un ragazzo può parlare tranquillamente di queste cose con gli amici e può capire come le vivono i suoi amici, la carica ansiosa connessa alla masturbazione è nettamente diminuita. Certo per un ragazzo gay la cosa è più complicata ma il meccanismo di riduzione dell’ansia è sostanzialmente lo stesso.
Ansia da problematizzazione della sessualità
Per certi ragazzi la sessualità non è un’attività spontanea, la dimensione razionale, particolarmente forte, spesso comprime o reprime la sessualità. È il caso tipico dei ragazzi che voglio arrivare a “capire” tutto della sessualità, che piuttosto che viverla in modo immediato, cercano di analizzarla, di vivisezionarla di comprenderla razionalmente attraverso una spiegazione strettamente concatenata e logica di cause e di effetti. Mi accade spesso che alcuni ragazzi mi chiedano in relazione ad un fatto specifico che hanno osservato nella loro sessualità: “Ma che cosa significa?” come se fosse possibile dare una risposta seria a tutte le domande di questo genere. Questi ragazzi in genere rifuggono dalla sessualità che non è razionalmente dominabile e vogliono programmare la vita affettiva, sono estremamente selettivi nella ricerca del partner ma in base a categorie astratte. Per loro è difficile capire che la sessualità è abbandono ad un livello di vita affettiva profonda che risponde ad esigenze fisiologiche fondamentali. Ragionare troppo sulla sessualità significa perderne l’essenziale.
Come superare le ansie connesse alla sessualità
Una osservazione preliminare: tutti, chi più chi meno, vivono o hanno vissuto ansie connesse alla sessualità. Se un ragazzo non provasse ansie connesse alla sessualità ci sarebbe seriamente da preoccupasi. L’ansia, entro una cera misura molto variabile, è una componente ordinaria della vita sessuale. I problemi si creano quando questa ansia è paralizzante, quando porta all’isolamento e alla sessuofobia. Per superare l’ansia bisogna:
1) Rendersi conto di vivere in una situazione ansiosa
2) Cercare di vedere le cose in una prospettiva più serena e valutando i cosiddetti problemi per quello che sono in realtà e quindi ridimensionandoli
3) Mantenere sempre aperto il dialogo e il confronto con persone che vivono situazioni analoghe
4) Abituarsi a considerare la sessualità come un tema ordinario di conversazione seria e a parlarne effettivamente in modo libero con persone che hanno esperienze analoghe.
Se dovessi riassumere in una sola parola gli elementi fondamentali per superare le ansie connesse alla sessualità, userei la parola “socializzazione”: avere amici, parlare, confrontarsi è la base per poter ridimensionare i problemi e per restituire alla sessualità la qualità che le conviene di componente ordinaria della vita di tutti.
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=35003423
lunedì 6 ottobre 2008
CORAGGIO E PAURA GAY
Parlando in chat con molti ragazzi gay osservo piuttosto spesso che quanti fanno fatica ad accettarsi come gay, in buona sostanza, finiscono per concentrarsi sulla dimensione soggettiva dell’essere gay e per trascurare, talvolta pericolosamente gli aspetti oggettivi che sono invece quelli potenzialmente più pericolosi.
Provo a fare una rapida sintesi degli elementi più ricorrenti. Un ragazzo gay che non si accetta:
1) Manca del tutto, nella grande maggioranza ei casi, di informazioni serie circa la vita reale degli altri ragazzi gay, in buona sostanza non sa con esattezza che cosa sta rifiutando e si fa spaventare dalla comune visione dell’essere gay in chiava patologica. In sostanza il rifiuto dell’identità gay deriva proprio dal non avere alcuna idea concreta di che cosa significhi essere gay, di come vivano realmente gli altri ragazzi gay, di quali siano le reali potenzialità di vita affettiva che si prospettano ad un ragazzo gay.
2) È portato a pensare che essere gay sia una questione legata soprattutto alla pratica della sessualità concreta trascurando in notevole misura e addirittura del tutto la dimensione affettiva della omosessualità che resta così ridotta a una realtà apparentemente più marginale e controllabile da parte della volontà.
3) Si ritiene “unico” e il confronto con i suoi amici etero non fa che incoraggiarlo in questa valutazione. Mi capita molto spesso di sentirmi raccontare episodi che sono assolutamente tipici dei ragazzi gay come se si trattasse di cose assolutamente uniche segno di una qualche “perversione” o patologia. Classico è il caso delle storie dei ragazzi gay frequentatori di piscine o di palestre che considerano “eccessivo” (patologico) sentirsi fortemente attratti da un bel ragazzo che hanno visto nudo nelle docce e altrettanto classico è il caso delle esperienze sessuali in età preadolescenziale. Molti ragazzi parlano di queste cose come se fossero capitate soltanto a loro anche se in realtà si tratta di sentimenti e di esperienze comuni praticamente a tutti i ragazzi gay e spessissimo anche ai ragazzi etero.
4) Ha problemi con la masturbazione e tende a reprimerla, a limitarla, o a ridurla a puro esercizio fisiologico, privandola delle fantasie masturbatorie a forza di volontà, proprio perché la masturbazione lo induce a rendersi conto del suo orientamento gay.
5) Sviluppa sensi di colpa legati alla sessualità in quanto ritiene che siano “normali” alcuni comportamenti ed alcune “fantasie sessuali” mentre ritiene che altre siano “perverse”. L’identificazione del “perverso” è condotta sulla base del sentito dire e delle opinioni comuni. La categoria del “perverso” tende ad allargarsi fino a ricomprendere quasi tutte le fantasie sessuali. Il rifiuto radicale della omosessualità è mascherato sotto forma di rifiuto delle “perversioni” lette in chiava patologica. Per questi ragazzi, in sostanza, l’interpretazione della omosessualità come psicopatologia è ancora viva e invade prepotentemente la scena.
6) Tende a giustificare le proprie pulsioni sessuali, vissute come patologiche, in chiave di malattia “congenita”, contro la quale il singolo non può nulla. Classiche sono affermazioni del tipo; “Non ci posso fare nulla se sono così, non è colpa mia!” In cui l’essere gay è anche verbalmente associato, come tale, all’idea di colpa.
7) Tende a dare al sacrificio della sua sessualità un valore grandissimo, come scelta spiritualmente qualificata. Classica è la promessa di non masturbarsi come segno di “cambiamento di vita” o come rinuncia religiosamente fondata. In alcuni casi la promessa di non masturbarsi è considerata come il corrispondente di un particolare favore del cielo in materie di valore molto variabile, da cose serissime fine fino a cose di valore opinabile:
a) “Se mio padre guarisce non mi masturbo più“
b) “Se il mio amico mi vorrà bene io non mi masturberò più”
c) “Se l’Italia vince il mondiale non mi masturbo più”
Si tratta in realtà di tentativi di sacrificare la propria identità gay emergente nella masturbazione, leggendo la cosa in chiave positiva. È ovvio che queste promesse, assolutamente incongrue, non possono essere mantenute e ne consegue uno stato di frustrazione profonda. Talvolta il rifiuto della masturbazione si manifesta nella limitazione della sua frequenza o nel non condurla fino all’orgasmo. Il vero problema di questa supervalutazione degli elementi psicologici legati alla masturbazione consiste nell’allontanamento del ragazzo da una idea seria della morale. La morale sessuale consistente nel rifiuto della masturbazione diventa “La” morale per eccellenza, questo comporta una chiusura su di sé e rispetto al mondo esterno.
8) Manifesta dubbi circa il suo orientamento sessuale e quando lo accetta tende a manifestare dubbi circa la sostanziale perversione della sua sessualità che finisce per “dover” avere qualcosa di patologico.
Per esperienza diretta, devo sottolineare che, i ragazzi che non si accettano, quando superano il rifiuto del confronto e vengono a contatto con persone gay attendibili, non dimostrano alcuna chiusura e alcuna ritrosia a manifestare i propri dubbi e a parlare di sé in modo serissimo. Direi che, superata la barriera del rifiuto, in sostanza, questi ragazzi entrano in un’altra fase che rappresenta per loro allo stesso tempo un’esperienza attraente e sconvolgente. Cominciano a vedere da vicino il loro vero mondo. Non si deve pensare che questi momenti siano di tranquillità e di liberazione, si tratta in realtà di momenti di vero sconvolgimento di quasi tutti i parametri di vita precedenti, che possono provocare reazioni emotive violente e fortemente oscillanti tra un tono entusiastico e un tono nettamente depresso, tra momenti di fiducia totale e momenti (transitori) di radicale diffidenza. Chi non ha mai conosciuto persone gay affidabili ed ha appena superato il rifiuto del dialogo non si trova automaticamente a suo agio, ha bisogno di saggiare il terreno. Tuttavia i momenti comunicativi, che sono in assoluto prevalenti, dimostrano che in genere i ragazzi che vivono in prima persona queste cose non cercano informazioni o risposte razionali ma cercano una risposta affettiva, ossia cercano attenzione e rispetto, hanno in fondo per la prima volta nella vita la possibilità di essere capiti ed accettati per quello che sono realmente ma nello stesso tempo provano un senso di insicurezza totale che sfocia nelle necessità di punti di riferimento e più che altro di persone di riferimento. Queste forme di dialogo hanno una dimensione di sincerità e di immediatezza assolutamente unica. La cose che mi sento chiedere più frequentemente è “Dimmi tutto quello che pensi senza nessuna restrizione, io voglio sapere!” Quando un incontro avviene sulla base di una sincerità reciproca assoluta non può non avere un valore affettivo importante.
Nei momenti di forte reazione emotiva, questi ragazzi hanno bisogno di rassicurazioni su molte cose che si presentano ai loro occhi come incognite ed oscure. Provo ad elencare le più tipiche.
1) Cercano innanzitutto una rassicurazione personale, cioè un apprezzamento di sé come persona, apprezzamento che non può mancare, quanto meno per lo sforzo di sincerità che ha costi emotivi altissimi. A questi ragazzi non interessa una rassicurazione generica, buona per tutti, ma proprio un apprezzamento della loro persona in riferimento al loro vissuto concreto. Spesso, alle formule di apprezzamento generico seguono da parte loro delle puntualizzazioni che tendono a sottolineare i lati deboli della loro personalità o alcuni comportamenti ai qual associano ansiosamente dei sensi di colpa. La rassicurazione viene accettata come seria solo se tiene presenti effettivamente anche tutti gli elementi che il ragazzo intende come negativi, altrimenti è considerata una formalità, cosa che mina il rapporto di fiducia. Quando il contatto che si crea è autentico, è fondamentale che non sia soggetto al rischio di dissolversi per ragioni banali. Inevitabilmente, nei colloqui che durano molte ore, prima o poi, si arriva a dei momenti di dissonanza, tuttavia, se il contatto è serio, quei momenti di dissonanza si risolvono e il rapporto ne esce ulteriormente consolidato. Nulla stabilizza un rapporto di fiducia reciproca come il rendersi conto che non potrà essere distrutto da cose banali. In altre parole la sensazione di solidità di un rapporto di fiducia reciproca contribuisce a creare una dimensione affettiva seria.
2) Cercano rassicurazioni circa il fatto che gli altri ragazzi vivono esperienze analoghe alle loro e che quelle esperienze sono “esperienze gay” e non il risultato di una qualche patologia mentale. Si tratta della necessità di inquadrarsi e di interpretarsi, per la quale essere gay è comunque meglio che essere esemplari unici non interpretabili se non in chiave patologica.
3) Cercano rassicurazioni circa il fatto che la loro vita per il fatto di essere la vita un ragazzo gay non sarà comunque condannata alla solitudine ma potrà realizzare una dimensione affettiva vera e profonda. È fondamentale, per un ragazzo che si sta accettando, rendersi conto che i suoi sogni repressi, non solo non devono essere repressi, ma possono essere anche perseguiti e realizzati.
In molti casi un approccio non corretto al problema dell’accettazione della identità gay può complicare molto la situazione. I gay nel corso dei decenni hanno sviluppato una vera cultura gay che ha elaborato, ad esempio, meccanismi e comportamenti coscienti di difesa e di ricerca di un compagno che sono “tipicamente gay”, come le questioni legate al coming out che nel mondo etero non esistono affatto o quelle legate all’incertezza circa l’orientamento sessuale del ragazzo di cui ci si innamora, o al rapporto tra l’essere gay e la religione. In tutte queste cose, pur nella variabilità individuale, esiste una risposta tendenziale piuttosto uniforme tra le persone gay.
Quando un padre capisce di avere un figlio gay, nella quasi totalità dei casi non è capace di comprendere che cosa questo significhi. L’accettazione “razionale” e non emotiva di un figlio gay da parte del genitore che, magari in piena buona fede, contribuisce a far vivere al figlio l’identità gay come una condizione patologica, può creare molti falsi problemi che, anche se falsi, sono cionondimeno problemi ansiogeni.
Vorrei insistere su un punto: l’accettazione emotiva, affettiva, d’impeto, non razionale, di un ragazzo gay da parte dei genitori, cioè l’accettazione che si manifesta con un abbraccio caldo e sentito, è una spinta estremamente positiva verso la risoluzione dei problemi di accettazione della omosessualità anche livello individuale, mentre le risposte razionali, più fredde e distaccate, contribuiscono a destabilizzare un ragazzo nel suo percorso di accettazione. Al limite, è forse preferibile un atteggiamento esplicito di rifiuto, che spinge un ragazzo verso la sua autonomia, che un atteggiamento razionale che maschera o agli occhi del figlio sembra mascherare un rifiuto sostanziale. Accettazione vera significa accettazione emotiva e affettuosa del figlio.
Quando un genitore, sulla scorta delle migliori intenzioni, volesse fare qualcosa per il figlio gli mancherebbe comunque la possibilità di essere una guida del figlio nella sua vita gay. Perché si può imparare che cos’è la vita di un ragazzo gay solo da altri gay. È per questo che il primo contatto di un ragazzo che non si accettava con l’ambiente gay ha un valore enorme, perché lo avvicina al modo gay di vedere la vita, cosa che non può fare un genitore e nemmeno uno psicologo che non conosce il mondo gay dall’interno.
Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Poprgetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=32893706
sabato 24 novembre 2007
LETTERA APERTA A UN RAGAZZO
oggi abbiamo scambiato quattro parole, ho atteso una tua riposta che non arrivava, poi sono dovuto andare dal dottore, l’ho scritto e sono uscito. Ho lasciato la chat aperta perché pensavo che sarei tornato in massimo mezz’ora. Ho cercato di fare tutto di corsa, fino all’affanno, per ridurre al massimo i tempi... poi ho trovato che la chat l’avevi chiusa e ne avevi aperta un’altra che conteneva una lunga serie di messaggi inquietanti, li ho letti, mi è presa un’angoscia profonda, mi dici “anche tu mi lasci solo”, ma ti giuro che non ho mai avuto nessuna idea del genere, quello che mi spaventa è quello che dici perché sono le frasi tipiche dei tuoi momenti neri. Le ho sentite in un altro pomeriggio quelle stesse frasi, ma allora una conversazione c’è stata, oggi no, ma te lo posso giurare dovevo solo andare dal dottore, non avevo nessuna intenzione di lasciarti solo, poi ho provato a mandarti anch’io una serie di messaggi... alcuni tornavano indietro e altri no, tu eri in linea ma “non al computer” e ho riprovato, ho riprovato molte volte ma non hai riposto e, ti giuro, ho sentito dentro l’angoscia crescere, ho provato un senso si frustrazione e di impotenza totale, come quello che vuole disperatamente una cosa ma non riesce a farla e riprova e riprova ancora ma sempre senza successo. Stare in una situazione del genere è angosciante. L’ultimo messaggio non è tornato indietro, quindi la tua chat è ancora aperta... ci sto veramente male e non posso fare nulla. Quello che penso di te lo sai benissimo, quanto sei importante lo sai benissimo, non c’è bisogno che io ti ripeta queste cose, mi hai scritto cose bellissime che mi hanno fatto felice perché ti ho sentito sereno. In quei momenti la tua felicità era la mia, ma quando sei nei momenti neri si contagia anche la malinconia, anche l’angoscia, e io adesso sto male perché tu stai male e non è nemmeno possibile parlare, da quando sono tornato a casa sono rimasto incollato al computer ad aspettare che tu finalmente comparissi sulla tua chat, ma non è successo... Cerco di distrarmi facendo altro ma non riesco a concentrarmi su quello che leggo e ho sempre l’occhio sulla tua chat che resta immobile. Poi sento il suono del messaggio in arrivo e vado subito a vedere, ma è il mio ennesimo messaggio che torna indietro. Basta, è tutto quello che avevo da dire. Per contattarti ho solo msn, posso solo aspettare. Ecco, adesso non sei nemmeno più in linea.
sabato 20 ottobre 2007
DUE PAGINE DI DIARIO GAY
Oggi ho tanto da scrivere, stamattina sono stato all’università e lui c’era, sono andato al suo istituto e non sono andato alle mie lezioni, lui stava lì, chiacchierava un po’ con quell’aria un po’ distratta che mi piace tanto. Mi ha salutato, ormai è diventata un’abitudine anche se non sa nulla di me, ha fatto finta (io credo) di cercare qualcosa tra le bacheche degli esami e dei programmi, poi si è girato verso di me e mi ha detto: “Hai da fare?”. Gli ho detto di no e lui: “Allora accompagnami all’autobus...” Siamo andati via insieme dall’università ma era presto, non siamo andati alla fermata dell’autobus e ci siamo messi a camminare per Roma: castro pretorio, la stazione, piazza dell’Esedra. Mi dice che i libri gli pesano e gli dico che se vuole glieli porto io. Non so perché mi è venuta una frase simile che è stupida, ma l’ho detta. Appena gliel’ho detto mi è sembrato di avere detto una sciocchezza grossa, ma lui si è limitato sorridere e a dire “no”. Parlavamo poco, come se parlare non fosse nemmeno necessario, quando parlavamo misuravamo le parole, ma per rispetto, senza aggressività e senza paura, si sentiva che c’era una certa confidenza reciproca, quasi il piacere di cedere all’altro e di lasciarlo parlare. Si stava bene, veramente bene, eppure nei giorni precedenti avevamo parlato al massimo per un quarto d’ora. Abbiamo cominciato a parlare di politica (Moro e Berlinguer) ma abbiamo smesso subito. Ogni tanto sia lui che io provavamo discorsi vaghi per cercare un approccio più personale... era un apparente parlare di niente. In effetti i nostri discorsi vaghi erano dei tentativi di esplorare a vicenda la disponibilità dell’altro per capire fin dove ci si poteva spingere. Poi mi è venuta quasi una folgorazione... rimettendo tutti i pezzi mi sono detto: Forse ho capito bene! Ma c’era quel maledetto forse... L’atmosfera era strana, noi eravamo sostanzialmente due estranei eppure ci scambiavamo sorrisi senza parole come fanno gli innamorati. A un certo punto lui mi ha detto: “Sai che sto proprio bene adesso”, non ha detto “con te”, ha detto “adesso”, però ci teneva a dirmi che stava bene e io gli ho detto che stavo benissimo anch’io. Che vuol dire quando due ragazzi ci tengono a dirsi che stanno bene insieme? Io sentivo la sua presenza fisica, la sua voce, non come parole ma come suono, coglievo le sue esitazioni, le sue pause, a un certo punto mi ha chiesto il numero di telefono [allora non esistevano i telefonini ma solo gli impianti domestici. n.d.r.] e quando me l’ha chiesto aveva una voce diversa, questo l’ho notato in modo chiarissimo. Ci siamo scambiati i numeri, poi siamo andati in un bar per fare colazione, anche se erano passate le dieci, ha cercato di pagare lui, ma ho voluto pagare io e lui non ha fatto resistenza... non ha fatto il teatrino del “pago io”, ha ceduto subito. Siamo arrivati a Villa Celimontana e ci siamo seduti sull’erba, poi si è steso supino nell’erba, in faccia al sole e ha fatto segno con la mano che io mi stendessi vicino a lui, ero imbarazzato ma mi sono steso accanto a lui, siamo rimasti così, in silenzio per parecchi minuti proprio come due innamorati. I sogni volavano alto. ... Lo voglio! Io nel cervello avevo solo questo urlo! Ma perché devo stare fermo? Perché non lo posso baciare? Io lo so che lui lo vorrebbe, ma ce ne stavamo lì senza dire una parola, ma il nostro silenzio urlava! ...Poi mi tornava in mente che era solo il parto della mia fantasia malata... e che lui, il suo cervello, forse stava da tutt’altra parte e con persone che io non conoscerò mai... Poi arriva l’ora di pranzo, l’ora di dirsi ciao e di andare a casa... ma noi non abbiamo il coraggio di separarci, si sente benissimo quando i minuti passano ma tu resti lì, perché sai che quello è il tuo posto... Perché dobbiamo separarci se stiamo bene insieme? Non abbiamo parlato di nulla eppure io ho la sensazione di aver capito tutto. Poi il pomeriggio a casa, un’agonia... passavo cento volte vicino al telefono... lo volevo chiamare ma non lo chiamavo mai, lui non mi chiamava, la sensazione di abbandono diventa angosciosa, ci stavo proprio male. Mi sento solo, provo un senso di vuoto terribile. Non riesco a fare nulla. Ma adesso è venuta la notte. Vorrei dannatamente masturbarmi ma non lo faccio per non sporcare la sua immagine, per me deve essere una persona sacra, assoluta. Adesso sono stanco morto, vado a dormire. Ma perché io non posso sapere? Buonanotte mondo. Buonanotte dolcissimo! Ti prego sognami... sogna che facciamo l’amore in un modo bellissimo. Notte docissimo!
Giovedì 9 Maggio 1974
Oggi la facoltà è chiusa. Diavolo... ma perché non mi hai chiamato? ... ma non lo capisci quanto ci sto male! ...
Ha chiamato, ha chiamato! ... Dio, come mi sento felice!
Che giornata! Sensazione netta di simmetria, di corrispondenza, felicità profonda! Però non lo so se è vero. Discorsi bellissimi ma ambigui, vaghi... ma è o non è? L’angoscia è tutta qui. Io glielo direi pure, ma io non lo voglio perdere. Accidenti, ma perché non si riesce a parlare chiaro... Se la cosa stesse bene a lui potremmo essere felici da subito, se non gli stesse bene eviteremmo stress e angosce varie... e invece no! Tutto giocato sul non detto! Che vita assurda, ma io quasi quasi il passo lo faccio, se lo devo perdere è meglio perderlo senza rimpianti. Domani glielo dico! Giuro che domani glielo dico! ... e poi? Che orrore, non sapere che fare! Notte dolcissimo, almeno oggi sono stato felice.