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martedì 10 gennaio 2017

THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.
Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.
Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.
In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.
Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.
Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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THOMAS LOVELL BEDDOES
Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.
Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.
Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.
Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.
Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.
Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..
Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.
(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)
Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.
 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.
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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.
[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.
[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.
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martedì 24 aprile 2012

GAY E CAPACITA' DI SCELTA

Questo post intende trattare di una capacità, non scontata, ma fondamentale, e cioè della capacità di correggere le proprie scelte. I gay, come tutte le persone di questo mondo, sono soggetti a tentazioni di varia natura. Ci sono ragazzi che possono subordinare le scelte affettive a questioni di ruolo sociale, di opportunismo o anche di utilità economica, altri possono mettere un crisi rapporti consolidati da anni per un’avventura di una notte, altri possono finire per adeguarsi alle richieste sociali al punto da sacrificare la propria sessualità. Tutti questi comportamenti vanno capiti “in situazione” cioè dal punto di vista specifico di chi li mette in pratica e in relazione a tutto il vissuto precedente. Si tratta spesso di scelte sbagliate, indotte in buona parte da fattori esterni, che rischiano di provocare conseguenze anche molto pesanti. Partiamo da un presupposto: si può sbagliare, le debolezze sono tante. L’attrazione per il denaro, per il ruolo sociale o per il sesso esiste ed è forte. Va sottolineato che la qualità di una persona non si rileva nel suo non sbagliare mai, che non sarebbe umano, ma nella capacità di correggere i propri errori e di fare delle scelte. Spesso però alle scelte oggettivamente e soggettivamente sbagliate, per le quali cioè si prova anche una sensazione di disagio morale, si aggiunge l’idea che “ormai” non si può tornare indietro e che basta un cedimento per mettere in crisi una persona in via definitiva. Chiediamoci: perché un programma come word è migliore della classica carta e penna per scrivere una lettera? La risposta è una sola: perché usando il computer è possibile correggere facilmente gli errori e migliorare il testo progressivamente. I programmatori sanno bene che nella scrittura di un programma di una qualche complessità si commettono inevitabilmente degli errori e la ricerca e la correzione di questi errori è una fase fondamentale del lavoro che porta alla realizzazione e alla ottimizzazione di un programma. Così accade anche nella vita individuale: inevitabilmente si commettano errori ma è fondamentale che quando, per restare nella metafora informatica, il programma non gira, si eviti la tentazione di azzerare tutto e di distruggere quanto si è costruito fino a quel punto e ci si metta invece di impegno a correggere gli errori e ad aggiustare il tiro. Alcuni punti devono essere sempre tenuti presenti: innanzitutto le scelte, tutte le scelte, anche quelle sbagliate, sono reversibili e sono reversibili in qualsiasi momento. In secondo luogo: la reversibilità delle scelte è assai più agevole se la correzione di rotta è rapida perché con l’andare del tempo le abitudini si consolidano e ci si abitua all’idea molto comoda della irreversibilità e quindi della irresponsabilità morale. Mi fermo su una metafora: non si diventa obesi per aver mangiato un pasticcino in più, ma quando l’abitudine alla trasgressione delle regole della dieta si radica, diventa particolarmente difficile tornare all’osservanza delle corrette regole alimentari. La metafora aiuta anche da un altro punto di vista: mangiare un pasticcino in più può essere gradevole e la tentazione è grande ma continuare senza regola a mangiare pasticcini non solo non porta alla soddisfazione individuale ma porta allo stare male e al convincersi di essere naturalmente destinati all’obesità, il che nella grande maggioranza dei casi non è vero. Le scelte, tutte le scelte, vanno fatte con lo sguardo rivolto al futuro cercando di prevedere responsabilmente le conseguenze a lunga scadenza di quello che si sta per fare. Questo discorso vale innanzitutto per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, ma vale anche per la fedeltà di coppia e per la tendenza a seguire i dettami sociali a scapito della propria affettività profonda. La situazione di disagio morale che prova chi fa scelte sbagliate non deve essere seppellita e giudicata una forma residua di inutile moralismo, ma deve essere vista come un campanello di allarme e come un segnale su cui riflettere per tornare indietro prima di commettere errori ancora più grossi. Il disagio morale che si prova di fonte alle scelte sbagliate che comunque si fanno nella vita è proprio il meccanismo di autoregolazione che consente di correggere gli errori. Espressioni come: “tanto non ci posso fare niente”, “è la mia natura”, “è più forte di me” sono le tipiche espressioni che accompagnano l’acquiescenza al cedimento morale cioè all’abdicazione alla capacità di scelta individuale. Un esempio classico è legato al disimpegno nello studio che viene così inquadrato nella luce di una ineluttabilità “per natura”, ma lo stesso si può dire per la tendenza alla trasgressione nella vita di coppia o per il passivo adattamento a regole sociali che non si condividono. La parola “destino” dovrebbe essere cancellata dal vocabolario perché rappresenta una comoda scusante per ogni forma di disimpegno e di perseveranza in situazioni che comunque si ritengono sbagliate. La morale sta nel non abdicare alla propria capacità di fare delle scelte e quindi nella capacità di tornare indietro e di modificare la propria condizione attraverso l’impegno individuale. Vorrei sottolineare che, tra i gay, non è raro trovare forme di rilassamento morale che, lo sottolineo, non consistono in comportamenti specifici sbagliati in sé, ma proprio nell’abdicazione alla propria capacità di scelta e di impegno in nome della ineluttabilità presunta di un destino o di una natura individuale “sbagliata”. La moralità sta nella capacità di reagire e di non perdere comunque la propria capacità di scelta.
Riporto qui di seguito due mail che illustrano la situazione, previa autorizzazione di chi me le ha mandate.
1/4/2012
Caro Project,
Ho 27 anni, [ - omissis -] Adesso vengo al motivo che mi ha spinto a scriverti: mi sono messo da un anno con una ragazza perché non ne potevo più delle pressioni subdole dei miei e anche perché se non lo avessi fatto gli amici prima o poi sarebbero arrivati a capire come stavano veramente le cose. È una bravissima ragazza e io con lei non sto male e, al limite, penso che ci sia pure un certo coinvolgimento sessuale, però quando vedo certi ragazzi e mi immagino come sarebbe stare con quei ragazzi mi bolle proprio il sangue, è proprio un’altra dimensione, solo che con quei ragazzi non ci potrò stare mai e allora tanto vale provare a stare con questa ragazza, che è pure innamorata cotta di me. Mi fa piacere che sia lei a cercarmi e mi fa piacere vederla, ma non è veramente quello che voglio e di questo ne sono certo. In pratica quando mi trovo ad abbracciarla arrivo a pensare come sarebbe bello se al posto suo ci fosse uno di quei ragazzi che mi attirano veramente. Io ho la netta sensazione di imbrogliare questa ragazza, Il coraggio di parlare chiaro con lei non ce l’ho perché temo che mi sputtanerei davanti a tutto il paese, forse non succederebbe, ma pensarlo mi dà la spinta per continuare ad andare avanti così ma non ti nascondo che certe volte mi sento da schifo perché so che la sto solo usando. Quando ci vediamo, cosa che succede in pratica tutti i giorni, la vedo contenta di vedermi e mi sento proprio a disagio, ma che posso fare? Tanto io in pratica non ho nessuna possibilità di scelta e tanto vale andare avanti così. Alla fine penso che potrebbe anche funzionare, o almeno lo spero. E poi a prendere decisioni radicali non ci riesco proprio è contro la mia natura, la forza per fare scelte definitive non ce l’ho e allora lascio che gli altri le facciano per me e non ci posso fare niente, è più forte di me. Non sono nato leone, sono una pecora e a non seguire il gregge non ce la faccio, non ce la farei mai ad andare da solo contro tutto e tutti. [- omissis -].
11/4/2012
Caro Project,
[- omissis -] Sono riuscito a fare il primo passo e pensavo che non ci sarei mai riuscito. È stato difficilissimo ma sono riuscito a parlare con la mia ormai ex-ragazza. La reazione all’inizio è stata gelida, non se lo aspettava assolutamente, in pratica non aveva capito niente, e lì sono stato proprio malissimo, poi mi ha richiamato nel primo pomeriggio e mi ha chiesto di vederci perché voleva restituirmi i regali che le avevo fatto, la cosa non mi piaceva ma non potevo farci nulla, così ho messo anche io insieme i regali che mi aveva fatto lei e ci siamo visti il pomeriggio, mi ha detto che però la fedina col mio nome voleva tenerla e lì mi è venuto un sorriso spontaneo e lei si è messa a piangere, mi diceva che mi voleva bene ma che capiva che la mia vita sarebbe stata un’altra e che non mi avrebbe dimenticato. Ci siamo stretti le mani per qualche secondo. Io ho cercato di spiegarle le cose dal mio punto di vista ma ha detto che non ce n’era bisogno e ci siamo salutati con un abbraccio che non mi aspettavo. Effettivamente penso che anche io non mi dimenticherò di questa ragazza. Il giorno appresso mi aspettavo che mi chiamasse ma non lo ha fatto e ci sono rimasto male, il sabato successivo ci siamo visti con gli amici ed è stata una bella cosa, con me è stata affettuosa in modo sincero e con gli amici era come se non fosse cambiato nulla, salvo un atteggiamento un po’ più distaccato, ma probabilmente ce ne rendevamo conto solo noi. Insomma, mi sento molto meglio, più libero e soprattutto il fatto che lei abbia capito mi fa stare bene. Il rapporto che c’è adesso è autentico e penso che non si perderà. Questo era probabilmente il passo più difficile ma me ne restano ancora tanti. Cercherò lavoro lontano da qui. So che non è facile trovarlo ma ce la devo mettere tutta. Se resto qui la possibilità di essere me stesso non ce l’avrò mai. Ho cominciato a mandare curricoli in tutta Italia e anche all’estero, adesso spero che qualche proposta concreta mi arrivi ma, se dovesse succedere, il distacco dalla mia famiglia e dai miei amici sarà certamente molto duro. Voglio provare a riprendere in mano il mio destino, a fare le mie scelte e a costruire la mia vita come penso che la vorrei. Speriamo bene Project! [- omissis -].
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mercoledì 10 novembre 2010

AMORE E DISAGIO GAY

Ricevo e pubblico la seguente mail. Ho eliminato soltanto i riferimenti espliciti a luoghi e circostanze che metterebbero a rischio la privacy delle persone.
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Carissimo Project,
Ci conosciamo da tempo ormai, abbiamo avuto le nostre liti ed i nostri momenti di serenità io e te. Durante questi ultimi mesi me ne sono capitate di tutti i colori, e questo mi ha fatto molto pensare.
Mi spiego meglio ... ti ricordi che ti avevo condannato qualche mese fa per il tuo comportamento? Sì, avevo detto che non era giusto che tu ti mettessi a dire che il tuo lavoro non serve a nulla, ed anzi è un danno. Sì, mi sono sentito tradito da queste tue affermazioni e dal fatto che ti ero stato vicino tutto quel tempo, confortandoti e cercando di fornirti mezzi per affrontare la situazione desolante nella quale eri, senza alcun risultato. Come se i miei sforzi non servissero a nulla, come se alla fine il tuo egoismo fosse più importante dell'affetto e rispetto che ci ha legato tutto questo tempo.
Bene. Mesi sono passati da quei giorni, ed ho riflettuto. Ora come ora sto vivendo una situazione per certi versi "simile" con un ragazzo. Mi ritrovo a parlare con lui via sms o msn, mai al telefono men che meno ci siamo visti. Un "rapporto" che dura da 3 mesi circa.
Questo ragazzo non vuole vedermi, perché ha paura che poi le cose sarebbero peggiori, ha paura che alla fine non serva a nulla, non ha alcuno stimolo vitale. Dice che vorrebbe morire.
Gli sono stato vicino, e lui dice di avermi aperto il suo cuore dicendomi che effettivamente mi vuole bene... Ma un affetto senza che ci si possa incontrare, che destino può mai avere?
Tra pochi mesi, in teoria se tutto va come deve andare, mi dovrò trasferire a in un’altra città, lontano dal remoto frammento toscano dove lui abita... e gli ho chiesto ancora per un'ultima volta se volesse vivere con me, anche a costo di doverlo mantenere lavorando il doppio. Cioè la mia famiglia se ne va al nord, ma io per lui sarei restato volentieri qui sebbene sia la sola ragione per la quale me ne starei quaggiù. Perché non ho altro quaggiù, non ho amici né altre forme forti di serenità.
Lui continua a dirmi che il suo proposito di autoannientamento non è stato rimosso, nonostante l'affetto che prova per me.
Ho provato, giuro che ho provato in ogni modo possibile di chiedergli il perché. Di offrirgli un'alternativa piacevole ad una lenta morte da vegetale.
Niente... Insomma: io ancora lo amo!!! Ed al diavolo quello che dicono tutti che "si cerca un ragazzo per non stare soli"... Idiozie !!! Io volevo costruire un futuro insieme a lui, vivere un vero amore (magari eterno).
Ho sempre pensato che amare sia condividere, sia donarsi e ricevere dall'altro, sia costruirsi una serenità e felicità con l'altro. Cosa c'è di male a volere essere felici in due? Perché si deve pensare che voler stare insieme a qualcuno sia necessariamente sintomo di non riuscire a stare soli? [E questo lo dico per tutti quelli che credono questo] Io ci sono abituato a stare solo, è da quando ero piccolo che sono rimasto completamente solo e che non ho più affetti profondi (ora ho 22 anni). Insomma, non è una questione di solitudine, è che volevo davvero stare bene insieme ad una persona bella come questo ragazzo, facendo stare bene anche lui... Volevo che tutti e due si potesse essere felici.
Ma vabbé, giusto per dare un filo logico conduttore tra la prima parte della mail in cui ricordavo i trascorsi con te, Project, e la seconda con questo ragazzo, volevo dire a tutti quanti una cosa che penso sia molto importante (spesso forse sottovalutata, perché data per scontato):
1) Cercate di adottare forme di "pensiero deboli", cioè non granitiche, che possono rivedere facilmente le proprie convinzioni a favore di quelle degli altri, andando in contro a quelle degli altri. Nello specifico della mia situazione prendo il caso del ragazzo: "Ma cosa gli costava provare? Cercare almeno di essere felice?"... perché dopo tutte le prove che gli ho dato di amore e sincerità, lui poteva essere felice con me...
2) Gli ho persino chiesto perché si "ostinava a mettere davanti al suo affetto per me le sue paure"... Insomma! Un vero amore dovrebbe essere più forte di queste debolezze, come pure degli egoismi più stupidi (come non voler mutare almeno di un po’ il proprio modo di vedere le cose). Io sono sempre stato dell'idea che "l'Amore sia più forte pure della morte, in quanto gli sopravvive ad essa". E se non altro, "l'Amore dovrebbe essere più forte dell'orgoglio".
Sempre per ritornare al ragazzo, visto che ci sono, gli ho anche detto che per me un qualsiasi rapporto con lui sarebbe andato bene. E' affetto, o amore nel suo stato più puro, quello che mi lega a lui. Gli ho detto questo perché essenzialmente lui continuava a dirmi che per lui "l'amore è una debolezza" e "non credo che se stessimo insieme le cose andrebbero meglio, né che durerebbero"... Insomma, l'ho fatto perché gli voglio bene, lo voglio vicino a me, ma anche per lui! Per farlo stare più a suo agio, visto che rifugge l'amore. E non c'è stato nulla da fare nemmeno qui.
Mi sono impuntato sul vederlo almeno una volta nella mia vita prima di andarmene per sempre. Non ho intenzione di chiudere una faccenda così umana in un modo così freddo come l'sms.
Insomma... quello che dovevo dire a tutti l'ho detto, e credo di non aver sbagliato nel mio pensiero né con lui o altre persone ancora. Se volete dirmi qualche cosa fate pure, sia critiche che consigli che riflessioni. Qualsiasi cosa.
Tutto è ben accetto, e vi ringrazio già ora per il supporto morale. Perché giuro che sono distrutto dal fare tutti questi sforzi e poi non vederli mai nemmeno accolti e non riuscire mai a raggiungere un briciolo di serenità.
Per favore Project, pubblicala (taglia quello che non ti piace, ma lascia inalterato almeno il succo del discorso)...
Ciao.
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Ciao,
innanzitutto sono contento di risentirti e di vedere che non hai perso la volontà di metterti in gioco, quell’oggetto della mail “scendo in campo” mi è piaciuto veramente moltissimo. È vero che quando ho passato momenti grigi ha cercato di fare di tutto per farmi andare oltre ma poi sei rimesto deluso dal fatto che io fossi portato a vedere le cose soprattutto in negativo. In certi momenti ho sentito anche te su toni molto negativi che mi hanno preoccupato, ma questa mail la vedo di un altro genere, si capisce che dietro ci sono sentimenti veri che ti hanno dato delle motivazioni serissime, si vede che ti sei lasciato coinvolgere dai sentimenti, che è poi l’unica cosa che può dare serenità. Non pensare solo a se stessi e ai propri problemi ma potersi dedicare ad un’altra persona migliora la qualità della vita, il fatto è che poi scattano dei meccanismo incontrollabili e ci si aspetta una risposta, ci si aspetta dall’altra parte un coinvolgimento simmetrico che purtroppo è molto raro, quando poi dall’altra parte trovi toni realmente depressi sei portato a intensificare gli sforzi perché quella depressione sia superata ma spesso vedi che tutti i tuoi sforzi sono inutili, lo dico perché è capitato anche a me parecchie volte, proprio quando tu hai cercato di farmi vedere le cose in una luce più positiva, ma ti devo dire una cosa, che sembra paradossale ma qualche volta è vera, la felicità di un’altra persona alla quale noi possiamo tenere moltissimo può benissimo non dipendere da noi ma altre persone e da altre situazioni che possono realmente cambiare le cose. È molto difficile accettare una cosa del genere perché il bene dell’altro non corrisponde col nostro, in questi casi le risposte più frequenti sono quelle nette: o stai con me o non ci sentiamo più, ma è proprio qui che ha senso quella scelta di atteggiamento debole alla quale facevi riferimento, certe volte accettare ruoli di basso profilo serve realmente al bene dell’altro che deve sentire una presenza vicino se e quando ne sente la necessità ma non deve sentirsi messo alla strette. Certo, se tu potessi pensare alla felicità di quel ragazzo magari lontano da te ma alla sua felicità fuori dalla depressione, allora ti sarebbe più facile accettare anche un ruolo di basso profilo, al momento questo non è lo scenario che ti si presenta e quindi tendi ad essere comunque presente e credo sia inevitabile, ma il basso profilo spesso ha un valore inestimabile, msn, gli sms, non sono banalità e quando trovi una persona che non si lascerebbe coinvolgere ad altri livelli, questi mezzi di comunicazione hanno un’importanza enorme. La serenità di fondo di una persona dipende in gran parte dalla consapevolezza di essere importante per qualcuno. Si può essere importanti in tanti modi, si può addirittura vivere insieme, ma si può essere importanti, e dico importanti nel senso serio del termine, anche solo come punto di riferimento quando se ne sente la necessità. Anche a me è capitato di parlare spesso con ragazzi tendenzialmente depressi e che non sembravano schiodarsi di un millimetro da posizioni di totale negatività e questo fatto mi ha creato ansia e preoccupazioni notevoli, ma poi per un verso i contatti si sono diluiti e per l’altro sono cominciati ad emergere anche elementi positivi. Il mio livello di ansia e di preoccupazione nei confronti di questi ragazzi è diminuito e il dialogo vero non si affatto perso. Capisco che per te il discorso è diverso ed accettare un ruolo di basso profilo verso un ragazzo di cui sei innamorato è difficilissimo, ma anche questo è un modo di amare.
Un abbraccio forte.
Project
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martedì 3 agosto 2010

FRUSTRAZIONI GAY

Parlando su msn con parecchi ragazzi gay, mi trovo spesso di fronte a reazioni che faccio fatica a comprendere ma che, pur essendo piuttosto differenziate, hanno sicuramente alla base motivazioni assai simili. Le reazioni si collocano a vari livelli intermedi tra quelle di frustrazione aggressiva e quelle di totale passività. Provo a dare un’idea dei contenuti più ricorrenti:

FRUSTRAZIONE AGGRESSIVA – “Il mondo fa schifo”, “Io spaccherei tutto”, “La gente è una mer.a”, “A uno come quello gli spaccherei la faccia”, “Sono deficienti e immaturi”, “Li odio tutti quanti”, “Non li sopporto proprio”, “Ho l’impressione di buttare via il tempo”, “È passato un altro giorno e non ho concluso nulla! Io il tempo lo devo buttare via così!”

FRUSTRAZIONE PASSIVA – “Gli altri si possono divertire io no”, “Ma che ci sto a fare?”, “Tanto non serve a niente!”, “Non sarò mai felice.”, “Di studiare non me ne frega niente, tanto non ci riuscirò mai, la mia vita è solo un insieme di fallimenti”.

Alla base di queste forme di frustrazione ci possono essere motivazioni diversamente articolare ma tutte riconducibili alla impossibilità reale o presunta di vivere una vita affettiva soddisfacente e alla convinzione che “gli altri” (etero ma anche gay) la loro vita affettiva la vivano pienamente.
Le frustrazioni si ritrovano in diverse forme in gruppi diversi di persone:

- I ragazzi grandi, oltre i 35 anni, che cominciano ad avere la sensazione di avere “perso il treno” per essere arrivati troppo tardi all’accettazione di sé o all’idea che una realizzazione affettiva è possibile anche per un ragazzo gay.

- Ragazzi con orientamento sessuale specifico verso persone molto più grandi di loro che si rendono conto della difficoltà di realizzare quello che vorrebbero e della condanna sciale (anche tra i gay) delle loro preferenze. Questi ragazzi si sentono emarginati anche tra i gay.

- Ragazzi con orientamenti sessuali specifici minoritari, ossia ragazzi che si innamorano molto raramente e di tipologie di ragazzi con i quali è difficile costruire un rapporto. Questi ragazzi non si innamorano in genere dei ragazzi di cui si innamora la maggioranza dei ragazzi gay e hanno l’impressione che il futuro, per loro, possa consistere esclusivamente o nell’accettazione di soluzioni di compromesso o nella solitudine affettiva.

- Ragazzi che si ritengono inadatti a costituire un centro di interesse affettivo e sessuale per un altro ragazzo sia per ragioni fisiche che per ragioni psicologiche.

Devo aggiungere una riflessione che mi è venuta spesso in mente, trovandomi a parlare con i ragazzi e confrontando le loro reazioni con quelle che avevano i miei coetanei quando avevano vent’anni. Quarant’anni fa, in termini oggettivi, le motivazioni della frustrazione di un ragazzo gay potevano essere anche più gravi perché l’isolamento era totale e tuttavia, per quello che ho potuto vedere parlando con persone della mia generazione, il senso di frustrazione era meno profondo e la tendenza a ricercare soddisfazioni sostitutive nello studio, nella carriera e in una dimensione sociale che prescindesse dall’orientamento sessuale era nettamente più forte. In sostanza c’era all’epoca la chiara coscienza della impossibilità di costruire una vita secondo i propri principi. Oggi, soprattutto grazie ad internet, le possibilità di contatto tra ragazzi gay sono enormemente aumentate ma sono aumentate proporzionalmente anche le attese, e il senso di frustrazione, lungi dall’essere sublimato in attività produttive, si manifesta fortissimo. Uno dei rischi connessi ad una realtà come Progetto Gay consiste proprio nel costituire una cassa di risonanza che amplifica il senso di frustrazione e lo radicalizza. Non solo, ma il contatto diretto con altri ragazzi gay, che all’inizio si presenta come estremamente promettente, smonta poi piano piano il presupposto per il quale due ragazzi gay hanno necessariamente un mondo comune e fa risaltare le differenze che sono spesso radicali. La discussione tra gay non è facile perché mette in evidenza che anche tra gay esistono meccanismi di emarginazione sociale e di competitività. Tutto questo rischia di radicalizzare la frustrazione: “Mi sento emarginato perfino tra gli altri gay!”

Ma veniamo ai rischi specifici del senso di frustrazione, in primo luogo alle forme depressive che talora accompagnano l’adolescenza e la giovinezza di un ragazzo gay, forme depressive complicate dal fatto che parlare con i propri genitori è praticamente impossibile e che si è costretti ad una recita senza fine.
La depressione può arrivare a manifestarsi in crisi di pianto, in senso di abbandono e di inutilità. Accade talvolta che alcune idee connesse alla depressione diventino insistentemente ricorrenti e addirittura dominanti. È il caso dei ragazzi che costruiscono un discorso razionale a sostegno della loro idea depressiva dandole un’apparenza di oggettività. È il caso tipico delle cosiddette estrapolazioni, che sono frequentissime: “Se non mi sono innamorato in vent’anni non mi capiterà mai!”, “Tutto quello che ho fatto mi è andato sempre storto e sarà sempre così!”. In questi discorsi si parte da premesse che possono essere anche oggettive ma si giunge a conclusioni improprie caratterizzate da “sempre” e da “mai”, cioè a conclusioni radicalmente negative. Ho imparato per esperienza che parlare con ragazzi che vivono fasi depressive non è facile e che la prima cosa che bisogna tenere presente è che non bastano quattro chiacchiere positive per uscire dall’umore depresso. Se per un verso la depressione non deve essere alimentata, per l’altro deve essere rispettata. Vista dall’esterno sembra una cosa quasi banale, superabile con un po’ di incoraggiamento, ma vista dall’interno provoca sofferenza profonda. Il rispetto verso un ragazzo depresso si deve manifestare mettendo da parte ogni aggressività nei suoi confronti e ogni atteggiamento predicatorio, tutto questo non è affatto facile perché, per chi depresso non è, è decisamente difficile rendersi conto dei meccanismi della depressione. L’insistenza è vissuta da un ragazzo depresso come una forma di aggressività. Ciò che invece ha realmente valore è una presenza che non viene meno. Ma il discorso è molto complesso e andrebbe approfondito in altra sede.

Il secondo rischio tipico della frustrazione consiste nel tentativo di “risolvere il problema” attraverso le strade che sembrano le più facili o forse le uniche praticabili, ossia le chat erotiche e i siti di incontri. Le interviste di Progetto Gay
http://nonsologay.blogspot.com/2010/07/ ... i-gay.html dimostrano che la percentuale di ragazzi che frequenta chat erotiche e siti di incontri più o meno abitualmente non è trascurabile. È comunque piuttosto probabile che una buona percentuale di quei ragazzi non vada realmente nelle chat o nei siti di incontri per cercare sesso facile, in parecchi casi quei ragazzi sono spinti dal senso di frustrazione a ricercare in quei siti quello che non trovano altrove, ossia una vera vita affettiva. Da quello che vedo quotidianamente, molti ragazzi escono profondamente delusi dall’esperienza dei siti di incontri e delle chat erotiche e questo non fa che incrementare il senso di frustrazione. A parte il rischio hiv, l’alternativa tra l’andare sui siti di incontri e immalinconirsi in una forma di depressione radicale può apparire l’unica possibile, anche se realmente non lo è. Ciò che spesso condiziona è la fretta di arrivare alla soluzione. Tra l’altro la fuga dalla solitudine depressiva può essere così radicalmente condizionante da portare i ragazzi a sottovalutare i rischi reali delle chat e dei siti di incontri sotto il profilo delle malattie sessualmente trasmesse e a considerare i rapporti sessuali come indicativi di un sicuro substrato affettivo anche dove non è realistico aspettarsi nulla di simile. Ci sono ragazzi che tentano di avviare rapporti di coppia con ragazzi incontrati in chat o nei siti di incontri spendendo completamente se stessi in questo tentativo e riportandone alla fine, dopo molte peripezie, delusioni profonde. L’idea che la realizzazione di un contatto sessuale sulla base della sola gradevolezza fisica non realizza il benessere affettivo è difficile da accettare, tanto più da parte di un ragazzo in fuga dalla depressione. Sarebbe fondamentale creare rapporti affettivi veri, di semplice amicizia, che potrebbero, se si tratta di amicizia vera, consentire una vita affettiva meno centrata sulla sola vita di coppia. L’idea che la vita di una persona si identifichi con la sua vita di coppia e solo con essa, oltre ad essere del tutto irrealistica, non fa che amplificare le aspettative, prima, e il senso di frustrazione, dopo, dato che la vita affettiva si può costruire solo in due e non come risposta alle esigente di uno solo, per quanto profonde esse siano.

La frustrazione comporta anche un terzo tipo di rischio ed è il rischio connesso al trascurare o all’abbandonare tutte le altre attività che contribuiscono a costruire la vita vera di un ragazzo gay, parlo dello studio, del lavoro, del rapporto con la famiglia di origine e con gli amici di vecchia data. Quando l’idea di realizzare la vita di coppia diventa dominante, tutto il resto perde proporzionalmente peso e diventa oggetto di disprezzo e di esplicito disinteresse. Trascurare gli studi perché ci sono problemi più importanti da risolvere non solo non risolve i problemi ma ne aggiunge altri e allontana nel tempo l’autonomia economica che potrebbe essere invece uno degli elementi più utili a ridurre il senso di frustrazione e di depressione che accompagna la giovinezza di tanti ragazzi gay. Purtroppo l’idea che la vita di un individuo non si gioca sull’unico elemento “vita di coppia” è difficile da accettare per un ragazzo che è abituato e spinto a considerare la vita di coppia come totalizzante.
Che si può fare? Me lo sono chiesto una infinità di volte ma finora non sono riuscito a trovare nessuna risposta soddisfacente.
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venerdì 18 giugno 2010

GAY CHE REAGISCONO

Ciao Project,
sorvolo sui complimenti e cerco di entrare subito in argomento. Sono un 25enne direi piuttosto soddisfatto della sua vita, almeno negli ultimi due anni, perché da due anni sto con un ragazzo che la vita me l’ha cambiata. Noi gay abbiamo tutti (o quasi) un enorme difetto e cioè ci piangiamo addosso a livelli incredibili: sono gay o non sono gay? Oddio sono gay! Come faccio a campare? Ecc. ecc.. Anche io ho fatto così in pratica fino a due anni fa, avevo paura, pura della mia ombra e mi facevo un sacco di complessi, poi ho conosciuto Paolo e tutte le mie elucubrazioni se ne sono andare a zampe all’aria. Lui era più forte di me, cioè aveva più carattere. Ci siamo conosciuti all’università, proprio casualmente, abbiamo cominciato a parlare. Dopo un mese abbiamo cominciato a parlare anche di cose gay. Io mi sono sentito autorizzato a cominciare con lui la solita litania di lamentazioni, quella che non avevo mai fatto con nessuno  ma che credevo mio diritto poter fare con lui, ma mi ha fermato subito e mi ha detto: No! Così non va! Niente lagne! Io ho continuato per parecchi minuti. Siamo andati alla fermata del tram. È passato il tram che andava dalla parte sua ma lui di solito aspettava che passasse prima il mio, io davo per scontato che sarebbe successo così anche quella volta, ma quando il suo tram ha aperto le porte lui è entrato mentre io stavo ancora parlando e sono rimasto lì come una baccalà, neanche mi ha salutato. Lo avrei ammazzato! Mi ha chiamato dopo pochi secondi e mi ha detto: Ti sei spaventato eh? Se continui lo faccio veramente! Vieni alla fermata successiva io sto scendendo. Io sono andato di corsa alla fermata successiva e lui mi ha abbracciato davanti a tutti (un po’ imbarazzante!) e mi ha detto: Niente lagne, ok? Io ho fatto cenno di sì con la testa, poi ha cominciato a dirmi che non dovevo perdere tempo con gli esami, lì per lì mi sono sentito piccato, poi  ci ho ripensato. Non facciamo la stessa facoltà (purtroppo) e adesso è troppo tardi per cambiare. In pratica ha preteso che io andassi a studiare da lui, ma da lui vuol dire a casa sua dove ci sono i suoi (che non sanno che è gay). Io mi sono sentito imbarazzatissimo ma ci sono andato. Pensavo che mi permettesse anche di giocare un po’ ma mi ha messo al tavolino a fare esercizi, io da una parte e lui dall’altra, ciascuno studiava per conto suo. Ho cominciato effettivamente a lavorare sugli esami, d’altra parte non potevo scappare. Mi ha imposto orari ai quali non ero abituato, dalla mattina alle 8.00, facevamo colazione insieme al bar prima delle 8.00, fino alla sera alle 21.00 con solo 30 minuti di pausa pranzo. Dopo una settimana così pensavo che almeno il sabato mi avrebbe mollato e invece mi ha fatto studiare anche il sabato, però la domenica è stata una delle più belle giornate della mia vita. Siamo andati al mare, abbiamo preso una cabina e vabbe’, il resto te lo puoi immaginare. Non mi sono mai sentito meglio di così, ma non tanto per il sesso ma perché non mi ha permesso di andare a fondo. Cioè si è preso cura di me in tutto, come non aveva mai fatto nessuno. Dopo un anno mi sono rimesso in pari con l’università e tra poco finisco la specialistica. Non ho fatto più la lagna con lui e con nessun altro. Adesso penso che se una cosa la vuoi fare seriemente e sei disposto a impegnarti a fondo ci riesci eccome, prima parlavo di destino, di sfortuna e di cose del genere che adesso mi sembrano assurde. Forse non capisco la vera vita dei ragazzi che si abbandonano alle malinconie però facevo così anche io, ho riletto certe cose che scrivevo anni fa e mi sembrano proprio assurde. Le malinconie non si risolvono andando a caccia del perché ma facendo cose concrete e evitando di impegolarsi dentro i propri ragionamenti. Spero, da qui a due anni di poter andare a vivere col mio ragazzo, a 27 anni, lo so, non sono pochi, ma a 27 anni penso di poterci arrivare concretamente, a me sembra una cosa fondamentale. Certo, se non lo avessi incontrato penso che starei ancora adesso a lamentarmi di questo e di quello e mi sarei fatto divorare dalle malinconie e della solitudine, però l’ho incontrato e l’ho incontrato quando oramai stavo proprio per gettare la spugna, non ci credevo più che avrei trovato un ragazzo che mi avrebbe voluto bene veramente e invece è successo. Però devo dire che pure io cerco di fare di tutto per lui per fargli capire che per me è proprio la metà della mia vita. Insomma, Project, diglielo ai ragazzi, cerca di farglielo capire in tutti i modi che non si devono perdere d’animo! Se pensi che sia utile, pubblica questa mail, io l’ho scritta per cercare di trasmettere un po’ di coraggio a tanti ragazzi del forum che vedo un bel po’ giù di corda.
Grazie per tutto quello che fai, Project! Un’ultima cosa, questo è il mio msn [omissis] mi piacerebbe fare due chiacchiere con te.
Andrea
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lunedì 10 maggio 2010

GAY MA USANDO IL CERVELLO

L’esigenza  questo post nasce dai colloqui con i ragazzi, la sua finalità è sottolineare l’equilibrio che un ragazzo gay deve avere senza sconfinare per un verso in comportanti irresponsabili e per l’altro in atteggiamenti aprioristicamente rinunciatari e depressi.

Non insisterò mai abbastanza sulla necessità di mantenere un atteggiamento “razionale”, di pensare prima di agire, di valutare la portata “oggettiva” dei problemi, con un’espressione sintetica, di essere gay pensanti.

Capire di essere gay, tanto più se si vive in contesti in cui l’omosessualità non è accettata, non è facile e le delusioni che un ragazzo gay deve trovarsi a fronteggiare possono essere molto forti. Tutto questo ha una sua dimensione oggettiva e deve essere affrontato razionalmente, né sottovalutando la portata dei problemi fino a mettere in pratica comportamenti sconsiderati e imprudenti, né sopravvalutandola sentendosi di conseguenza schiacciati da cose tropo più forti di noi.

La prudenza, l’equilibrio e il buon senso  devono essere i principi guida nell’assunzione di qualsiasi decisione. La precipitazione, la faciloneria, e per l’atro verso la tendenza ad una visione negativa delle cose, ad ingigantirne la portata, a vedere come tragedie cose che fanno parte della vita ordinaria di tutti, sono le peggiori consigliere per un ragazzo gay, che rischia di sconfinare in comportamenti pericolosi senza neppure rendersene conto o, per l’altro verso, di sentirsi schiacciato ed oppresso da fantasmi che non esistono.

A che serve un forum? A che serve una chat? La risposta è semplice, serve a confrontarsi con altri ragazzi, a capire come essi affrontano gli stessi problemi, a moderare gli eccessi, ad imparare a controllare la propria emotività, a capire che cosa vuol dire prevenzione, a non dare all’idea di essere gay nessuna valenza tragica, con un’espressione sintetica, potrei dire che serve ad imparare a vivere la propria omosessualità con equilibrio e con buon senso.

Mi accade spesso di parlare con ragazzi che si sentono quasi condannati a priori dalla sorte, che non vedono davanti a sé nessuna prospettiva, che si sentono assolutamente incapaci di dominare gli eventi. Questi ragazzi presentano una visione radicalmente negativa della vita che rasenta concezioni di pessimismo filosofico totale. Eppure questi ragazzi hanno desideri, sogni, hanno un’idea precisa di come vorrebbero realizzare la loro vita, le delusioni li hanno spesso resi incapaci di reagire, tanto che un insuccesso nella vita professionale, negli studi o nella vita affettiva dà loro la sensazione di non essere all’altezza, di essere marginali, di non contare nulla e questo fatto li travolge in una deriva di sentimenti negativi fino alle ipotesi più estreme. In realtà manca in tutto questo un atteggiamento di equilibrato realismo. Gli insuccessi nella professione, nello studio e  nella vita affettiva sono una componente ordinaria della vita di tutti della quale bisogna essere coscienti. 

Che cosa si può fare di fronte a questi eventi negativi? La risposta è semplice: affrontare “il problema concreto” nello specifico, mettendo da parte gli atteggiamenti catastrofistici e le risposte in termini di rassegnazione a una propria incapacità costitutiva. Se il problema è di lavoro, si cerca di superarlo, se è ambientale si cerca di cambiare lavoro, ma in concreto, se è di studio ci si mette a studiare, senza lamentazioni di principio e senza atteggiamenti di “o tutto o nulla!” L’intelligenza non sta nel non avere problemi ma nell’affrontare quelli che si presentano con una atteggiamento operativo. Se il problema è di tipo affettivo bisogna guardarlo in termini oggettivi: innamorarsi in mood unilaterale porta solo sensi di frustrazione, se ne prende atto e si va per la propria strada. Se in un rapporto di coppia le cose vanno male si parla chiaro, se la risposta non è soddisfacente si passa oltre e non si cerca di ottenere l’impossibile. Il mondo è grande e le opportunità sono moltissime. Le soluzioni ai problemi sono sempre specifiche a mai globali, ogni problema va risolto per se stesso, nel suo specifico, mantenendo un atteggiamento di relativo coinvolgimento, senza farsi travolgere dai sentimenti e soprattutto da visioni troppo assolutistiche delle cose. Una relazione affettiva tra due ragazzi gay, una relazione seria, non è una favola di due principi azzurri, ma è la storia vera di due ragazzi con tutti i problemi e i condizionamenti che si portano appresso, ha un senso proprio perché  è reale e ha tutti i caratteri della realtà, le favole sono belle ma non sono vere.

Mi capita spesso in chat di trovarmi davanti a ragazzi che non ammettono gli insuccessi, che alla prima difficoltà hanno l’impeto di buttare via tutto, ragazzi che di fronte al primo risultato negativo ad un esame si sentono inadeguati e vogliono abbandonare tutto, o ragazzi che cominciano a non andare più a scuola e, quando c’è ancora modo di rimediare, si rifugiano in un atteggiamento catastrofistico che li porta alla depressione, ma a una depressione che potrebbe essere superata con un po’ di impegno serio, che risolverebbe il problema alla radice. Per l’altro verso vedo persone che sottovalutano nettamente le difficoltà e, cosa realmente pericolosa, nei contatti sessuali trascurano le cose fondamentali per la prevenzione.

L’equilibrio di un ragazzo gay deve essere la sua prima caratteristica: pensare prima di agire, agire a ragion veduta, non deprimersi ma saper reagire in termini operativi e oggettivi, evitare i catastrofismi e mettersi al lavoro per risolvere i problemi reali. La maturità di un ragazzo si manifesta nel suo saper affrontare le difficoltà senza sopravvalutarle e senza fuggire, nel saper tenere i piedi per terra e nel saper apprezzare quanto di buono c’è nella vita (ed è tantissimo!) e poi nel saper accettare un confronto vero, nel non chiudersi in posizioni aprioristiche e assolute, nel saper cambiare parere e atteggiamento quando è necessario, nel non abbandonarsi alla depressione mettendosi invece a lavorare per costruire un futuro migliore.
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domenica 2 agosto 2009

UN RAGAZZO GAY DEPRESSO

Ciao Project, ti scrivo, superando la ritrosia, perchè ho voglia di parlare con qualcuno, di confidarmi, di dire a qualcun'altro che cosa mi sta succedendo e con i pochissimi amici con cui potrei farlo non ne ho voglia perchè chiederebbero, indagherebbero, s'interesserebbero ed io voglio solo essere lasciato in pace.
Molto tempo fa io e te parlavamo ma poi non l'ho più fatto.
Ho 23 anni ed ho passato gli ultimi due anni della mia vita a lavorare come un matto.
Due mesi fa ho lasciato tutto quanto. Un pò perchè mi avrebbero dato un quarto di tutto quel che mi spettava e mi sono sentito offeso. Un pò perchè ero arrivato allo stremo delle forze ed un pò per il bisogno di "ritrovare il senso delle cose".
Non ho più voglia di fare nulla. Non ho più obbiettivi, sogni, speranze, progetti. Un tempo, anche quando non avevo elementi reali che mi potessero far sperare in qualche buona nuova cosa per il futuro, andavo di immaginazione e vagheggiavo con la mente. Quando mi sentivo troppo solo e cominciavo ad avere le smanie di dolore, prendevo un lenzuolo, lo attorciavo, fingevo fosse il mio ragazzo e convincendomene riuscivo ad addormentarmi.
Adesso invece so che non ho un obbiettivo nè una prospettiva futura e non mi sforzo neppure di immaginarlo e la notte, quando mi sento solo, resto sveglio e mi lascio corroborare da quella sorta di smania che ti da il senso del non aver senso.
Credo d'essere depresso ma non oso dirlo a me stesso figuriamoci agli altri.
In questi ultimi due anni ho lavorato per costruirmi un futuro e magari una famiglia ma è andato tutto a farsi fottere. Il lavoro al quale ho dato tutto me stesso non c'è più e i due ragazzi con i quali ho avuto una sorta di storia sono tornati ciascuno alla propria vita senza ch'io abbia lasciato traccia. L'ultimo di questi, che era il mio capo, mi ha proposto una "relazione aperta". L'ho mandato a fanculo, adesso però penso che forse avrei fatto bene ad accontentarmi di quello perchè tanto non vedo come si possa trovare qualcosa di meglio.
Non ho più alcun impulso sessuale nei confronti di niente e di nessuno. Non ho più voglia di lavorare nè di fare null'altro.
Nella vita credo d'aver sempre convissuto, più o meno bene, con questi stati d'animo ma ho sempre avuto un qualche sogno, un obbiettivo. La depressione per un ragazzo gay è una cosa normale. E' una sorta di compagnia perenne e costante e fino a qualche tempo fa credevo d'essere riuscito a superare il periodo critico; quello in cui te ne stai chiuso nella tua stanza con le finestre chiuse perchè la luce ti da fastidio e piangi per non si sa bene cosa. E invece quel periodo credo non sia tipico solo della fase dell'autoaccettazione. Arriva anche quando ti sei accettato, e sono passati anche un pò di anni da quando lo hai fatto, ma capisci che non t'è servito a un cazzo perchè tanto sei solo lo stesso e al più puoi accontentarti di una "relazione aperta" che non è esattamente il modello di famiglia che avevi in testa.
Adesso non ho più voglia neppure di piangere. Non ne vedo l'utilità.
Ti saluto con una cosa che so essere assurda: mi piacerebbe essere salvato.
ciao project

p.s. se vuoi pubblicala ma tanto non credo possa essere utile a nessuno.

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giovedì 7 agosto 2008

BELLEZZA E SESSO GAY

Ciao Project,
mi sento molto strano a scriverti questa lettera, non ti conosco, ho solo letto un po’ (un bel po’) il forum. In genere diffido molto delle persone. Sono due giorni che ho la grandissima tentazione di mandarti una e-mail, l’ho scritta ma quando sto per fare il clic definitivo mi fermo. Ma adesso ho deciso, provo a fidarmi e te la mando qualunque cosa succeda (e poi non ho capito che cosa potrebbe succedere).

Facciamo che mi chiamo Marco (poi, se ci sentiamo, ti dico il nome vero, ma tutte le cose che hai scritto sulla privacy ma spingo ad essere prudentissimo, faccio male?) ho 25 anni, vivo in un paesetto della Lombardia, praticamente sotto le Alpi, un posto bello a livello naturale ma molto isolato, una frazione di poche case su una strada di montagna. Se non ci fosse internet io sarei tagliato fuori dal mondo. Adesso mi sento perfino in imbarazzo nell’andare avanti. Fino a 23 anni il sesso è stata la mia ossessione ma in un senso molto particolare, in pratica è stata la mia preoccupazione. Almeno quando andavo a scuola c’era l’ora di educazione fisica, poi all’università ho solo studiato e adesso proprio da pochissimo, ho finito anche la specialistica e ho avuto diverse offerte di lavoro tramite l’università e di questo vado molto fiero. In fondo queste cose mi hanno dato soddisfazioni grosse e penso me ne daranno ancora. Ma perché scrivo a Project? Per dirgli che sono tanto bravo e che mi sono laureato e che in fondo me ne sento orgoglioso? No, Project, il fatto è che dietro la scorza del ragazzo modello e di quello che non perde un colpo, c’è in realtà un mondo che fa pena. Dal punto di vista affettivo sono stato sempre solo, a casa mia, arrampicata sui monti, non ci viene nessuno, nel mio paese la gente è pochissima, pensa che ci sono10 negozi in tutto! E di ragazzi della mia età non ce ne sono proprio. Io amici non ne ho mai avuti, ho conosciuto dei ragazzi all’università ma li sentivo lontanissimi da me. Tu, poi, che vuol dire essere gay e essere solo lo puoi capire. I miei sono brava gente che sogna il figlio sposato e i nipotini. Quando mi sono laureato sono stati felicissimi e quando hanno visto che è arrivato anche il lavoro sembrava mi volessero dire che ormai era ora di mettere su famiglia. Da ottobre sarò a Milano per un master, oltre che per il lavoro, e almeno potrò stare lontano da casa. Che io possa trovare amici a Milano non mi sembra realistico, visto che non ne ho trovati fino adesso. E adesso vengo al capitolo dolente, quello del sesso. Nelle cose del sesso mi sento proprio un ragazzino, penso che un quindicenne ne sappia molto più di me. Non sono mai stato con un ragazzo e, quello che è paggio, credo che non sarò mai capace di stare con un ragazzo. È come se io avessi rimosso la sessualità, mi ci vorrebbe una specie di rieducazione. Forse mi sono ammazzato sui libri proprio per non pensare a me stesso. Già al liceo pensavo poco al sesso e molto allo studio, ma col sesso per i cinque anni dell’università c’è stato il black out totale o quasi. A casa mia non ho uno spazio mio dove posso stare da solo, la casa è piccolissima e la privacy non è mai esistita, anche farmi una sega è un problema (a 25 anni!), lo posso fare solo di notte con un minimo di comodità oppure la mattina quando faccio la doccia ma in questo caso devo fare molto in fretta. Quanto ai contatti con i ragazzi, non sono mai esistiti. Te l’ho detto, ho conosciuto dei ragazzi solo all’università ma, lo dico chiaro, non ho mai pensato che un ragazzo potesse innamorarsi di me e il motivo è semplice: io non sono un bel ragazzo. Il miglior commento che ho avuto su di me è stato: non hai nulla che non va! Cioè non sei proprio uno schifo, ma stai su quella strada. Ho quasi l’impressione che quando avvicino un ragazzo (non un ragazzo gay, perché di ragazzi gay non ne conosco), ma “avvicino” non nel senso che ci parlo, in chat o al telefono, perché a questo livello non c’è mai stato nessun problema, ma proprio quando mi avvicino fisicamente, quel ragazzo prova una specie si senso di repulsione nei miei confronti. Non so se la cosa è oggettiva, ma io l’avverto così. Saranno magari ragazzi etero, ma se sono ragazzi etero che repulsione potrebbero provare nei miei confronti? Tanto non ci sarebbe nessun rischio di contatto fisico, ma l’impressione è che non piaccio comunque. E se poi si trattasse di un ragazzo gay? Non bisogna essere ipocriti, un ragazzo bello fa presto a trovare quelli che si innamorano di lui, uno come me non ne trova e basta. All’università c’è un ragazzo bellissimo e gli vanno tutti dietro, ragazze, ragazzi e pure i professori, e ovviamente anche io, ma tanto quello non mi guarderà mai, quello ha solo il problema della scelta. Project, tu mi dirai che magari tutto questo con la sessualità c’entra poco e invece, secondo me, c’entra moltissimo. Ma io che me le faccio a fare le seghe su un bel ragazzo che non mi guarderà mai? Un anno fa avevo la fissazione della ginnastica da camera, almeno per irrobustirmi un po’, avevo pure comprato gli estensori e i pesi. Lavoravo come un matto ma non si vedeva nulla. Lo stesso il look. Prima vestivo sempre nello stesso modo, adesso no, sono un po’ più sciolto, ma al massimo guardano il vestito, mica me! Certe volte sul fatto di essere brutto ci faccio pure gli incubi, sogno di stare vicino a un ragazzo che mi parla, poi io gli pendo la mano e lui si ritrae schifato e mi lascia da solo sulla panchina e io mi metto a piangere. Project, non ti scandalizzare di quello che ti dirò adesso, c’è una sola cosa in cui non mi sentirei proprio in imbarazzo: il mio sesso, quello, onestamente, credo che sia di prima categoria (mi vergogno un po’ a dire una cosa del genere ma non la cancello perché è vero. Ma tanto che ci faccio? Uno che vuole stare con te ti valuta dalla bellezza in generale e, se quella non soddisfa, al sesso non ci arriverà mai. Quindi, mi trovo come ad avere un’arma segreta che tanto non potrò mai adoperare. Mi piacerebbe eccome avere un ragazzo vicino e non è solo una storia di sesso, mi piacerebbe essere in due con lui in ogni cosa: nelle coccole, nelle preoccupazioni, nell’essere felici insieme e ovviamente anche nel sesso. Sto tanto a fantasticare su queste cose, cerco di immaginarmele nei minimi dettagli, quello che farei per farlo stare bene, le sensazioni che si provano a fare i progetti insieme, il modo come fargli capire che ho voglia di fare l’amore con lui. Ma alla fine a che serve fissarsi con queste fantasie? Se sei bello c’è pure qualche possibilità che diventino reali, ma se sei brutto come me lo sai benissimo che tanto non andrai da nessuna parte e che nessuno ti desidererà mai. Project, i ragazzi brutti che conosci tu hanno fatto tutti la fine miserevole che ho fatto io? In pratica sono forzato a sublimare la sessualità studiando, perché, diciamocelo chiaro, una sega fatta pensando a un ragazzo con l’idea che prima o poi sarà il tuo ragazzo è una cosa, ma fatta con l’idea nettissima che tanto a te non ti guarderà nemmeno è proprio un’altra cosa ed è pure deprimente. Insomma, io mi masturbo poco perché so benissimo che “fantasie sono e fantasie resteranno”. Project tu hai scritto che le fantasie masturbatorie servono a strutturare la sessualità, ma io che la strutturo a fare? Per arrivare alla conclusione che in testa c’è già tutta la commedia ma che tanto l’attore è sempre uno solo? Un po’ farei il bis della storia del pene, c’è, e pure di prima categoria, ma tanto non serve a niente! Io sono brutto soprattutto di faccia. Sono arrivato a pensare seriamente di farmi una plastica, l’ho detto a mia madre e mi ha guardato come se stessi scherzando, per lei sono “bellissimo”. A Napoli si dice: “pure ‘o scarrafone (scarafaggio) è bello a mamma sua!” Io ci sto scherzando sopra ma per me è un problema grossissimo. Ho letto di tutti i ragazzi che hanno il problema di essere gay e di farsi accettare, ma io sto molto più indietro di questo livello. Certe volte penso che in fondo una ragazza la troverei (forse) ma non è il mio genere! Quindi resterò “solo” a vita. Project, ma quando eri giovane, eri bello? Che domanda stupida! Eppure uno come me le grandi aziende se lo contendono! Quando sento qualche ragazzo che mi parla della paura dell’aids con molta partecipazione mi viene da sorridere e quello mi dice: “Ma che ti credi? Queste cose possono capitare pure a te!” E invece a me non possono capitare!

Project, faccio pena? Dai dillo senza ipocrisia! Ultima cosa e poi ti saluto. Questa è una domanda! Siccome da ottobre lavorerò a Milano, che faccio? Mi ci iscrivo a una palestra o meglio a una piscina? Questa tentazione ce l’ho, e poi, dai, io almeno lì sono sicuro di non sfigurare!

Scherzi a parte (ma non sono scherzi!) mi piacerebbe fare due chiacchiere con te, naturalmente se ti va. A dire la verità mi piacerebbe parlare con te faccia a faccia e forse mi sentirei meno imbarazzato, ma tanto non sarà possibile (anche se io un viaggetto dalle parti tue me lo farei) e allora mi accontento della chat, per il momento. Non ti rompo più. Mi puoi rispondere allo stesso indirizzo.

Ciao Project
Fabio

Se volete, potete partecipare alla discussione di questa testimonianza aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=30844436

giovedì 24 luglio 2008

UN GAY 43ENNE NUOVO PROF ASHENBACH

Project, ciao.

Mi vergogno un po’ a scrivere in un forum dove ci sono tanti ragazzi, io che ragazzo non sono più, la parola mi piace tanto ma purtroppo non mi guarda di persona. Per fortuna non puoi vedere una mia foto, non sono giovane, ho 43 anni, non sono bello e non lo sono mai stato. I ragazzi non mi sono mai venuti appresso, nemmeno quando avevo 20 anni. Sembra paradossale ma a 43 anni non ho mai fatto l’amore con nessuno, con un paio di ragazze la possibilità c’era ma la volontà mancava del tutto, con un paio di ragazzi la volontà c’era ma la possibilità mancava del tutto. Ho trovato solo uno che mi fatto la corte, aveva 14anni più di me, una brava persona indubbiamente, l’ho conosciuto quando avevo 19 anni e lui 33, mi sembrava vecchissimo e io allora guardavo solo i ragazzi della mia età, mi è stato tanto appresso, anche se sapeva che da me non avrebbe avuto nulla. Adesso siamo amici, non credo che non sia più innamorato di me e poi un po’ le parti si sono invertite, lui regge benissimo e io invece sono in preda alla decadenza galoppante, quando andiamo in giro io sembro più vecchio di lui, ma ormai anche questa è una storia finita. Lui sarebbe stato l’unico forse ad amarmi veramente ma io non ero innamorato di lui ed è finita così. Altre storielle tante, specialmente negli ultimi 7/8 anni, diciamo dai 35 in su, ma proprio storielle, ragazzi che vedi per la prima volta e che vogliono fare l’amore con te, tu una mezza tentazione pure pure per la testa ce l’hai ma poi ti dici: che faccio? Mi metto pure a rischio di beccarmi un malanno e tutto per 10 minuti senza cervello? No, non lo faccio! E allora dici a quei ragazzi che non sono il tuo tipo e li scarichi subito, perché tanto il problema è se scaricarli subito o scaricarli dopo un po’ di sesso, allora meglio subito. Poi, sai, giocando giocando, nemmeno ti accorgi che gli anni passano e che stai uscendo di scena, prima hai il piacere di sentirti più grande ma pi ti prende l’angoscia. Tra i 39 e i 40 anni più mi guardavo allo specchio più mi spaventavo, stavo facendo la faccia del vecchio o almeno di quello che chiamano l’uomo di mezza età, di quelli che ormai stano proprio chiudendo un ciclo, e io lo chiudevo con bilancio a zero, senza guai, senza pasticci, senza vere preoccupazioni, ma senza nessuna realizzazione concreta. Ormai la giovinezza era passata e io stavo ancora a zero, due ragazze sui 35 mi correvano appresso perché non avevano trovato niente di meglio nemmeno loro o forse il fatto che io non volessi andare di corsa a letto con loro le tranquillizzava, con una delle due c’è stato un abbozzo di storia, lei lo voleva e io non ce la facevo a tirarmi indietro, poi alla fine quando stava per diventare pericoloso mi sono defilato. Un ragazzo non lo avrò mai e va bene, ma certo non poso passare la vita a fare cose che non sento. Quindi adesso ho 43 anni, sono solo come un cane, esperienze sessuali nessuna, gay sì, fino al midollo, tanto che quando vedo un bel ragazzo ci sto proprio male perché non riesco a mettermi in mente che per me quelle cose sono ormai partita chiusa. Ho parecchi capelli bianchi, una bella pancetta. Dove lavoro ci sono dei ragazzi giovani che mi trattano con molto rispetto, hanno quasi paura di me, mi vedono come uno di un’altra generazione, quando stanno parlando tra loro e io mi avvicino cambiano subito discorso e questo fatto mi dà molto fastidio, con me sorridono sempre ma recitano, non si fidano, non so, non pensano che il mio mondo possa essere simile al loro. Adesso ho lasciato le chat e non cerco più nessuno in rete quindi la mia attenzione si concentra sui miei colleghi di lavoro ma li guardo come uno zoologo guarda i gorilla, senza una immedesimazione, quel mondo per me non ha più senso. Certe volte guardo la pelle di quei ragazzi e poi guardo la mia: gli anni si vedono tutti, la vecchiaia non è una cosa teorica, si diventa proprio diversi a livello fisico: rughe, pelle disidratata, capelli bianchi, fatica a sorridere. E allora mi rifugio in altre cose per cercare di mascherare la frustrazione, ho comprato una bella macchina, non eccessiva, ma non proprio utilitaria minima, chi la vede mi fa i complimenti, ma non a me, alla macchina. Vado spesso dal medico, faccio le analisi tutti gli anni, mi sono fatto rimettere a posto i denti e ho speso un patrimonio, cerco di concedermi qualche passatempo, vado al mare da solo, mi porto un libro e mi metto sotto l’ombrellone, non mi metto sulla spiaggia, ma sulla terrazza del bar, non vado mai in costume da bagno ma sempre vestito di chiaro, con gli occhiali da sole graduati e fotocromatici (un altro lusso). Lascio cinque euro di mancia al ragazzo del bar. Insomma, se qualcuno di voi ha mai visto Morte a Venezia di Visconti, beh io sono un po’ come il prof. Ashenbach, spero però di non fare quella fine. Per me non c’è nessun Tadzio a rubarmi l’anima. Vedo i ragazzi di 20 anni che giocano a pallone ma poi torno al mio libro. Project non sai che cultura letteraria mi sto facendo adesso! Romanzi russi, romanzi americani moderni. Tutta droga per non pensare . Ho anche un modo di fare molto pacato, da signore di mezza età, mi rispettano tutti, io d’altra parte non pesto i calli a nessuno, mi faccio gli affari miei e dico bene pure delle persone che ammazzerei. Ho una casa discreta che ho attrezzato di tutto, è il mio paradiso e la mia tana, quando torno a casa mi metto in libertà, un altro privilegio di chi vive solo e mi godo la mia tecnologia: tutto razionalizzato, fatica ridotta al minimo. C’è solo un dettaglio: a casa mia non ci viene mai nessuno. Fino a poco tempo fa andavo a caccia di sesso in rete, ma poi mi sono stancato pure di quello che in pratica non mi fa più nessun effetto. Preferisco un libro o meglio ancora un audiolibro. Mi stendo sul letto e sento leggere un libro. Sto così anche tre ore di seguito a luce spenta o qualche volta metto un po’ di musica jazz, un’altra mia passione. Project, ho visto che tu sei molto più grande di me e che stai cercando di dare alla tua vita un’impronta di impegno gay forte, beh, io ho fatto il contrario, il mio essere gay piano piano l’ho rimosso, perché oltre certi limiti non puoi trovare niente di serio e allora preferisci non pensare. Non mi sento veramente anziano ancora e, al limite, non ho proprio perso tutte le speranze però diciamo che il mio futuro lo vedo di solitudine al 99,9%. La mia sembra una proposta di svendita della vita forse svendita per fallimento, sì probabilmente è così, ma fare finta del contrario sarebbe ancora più patetico.

La mail pubblicala se vuoi e se proprio ti resta uno scampoletto di tempo, aggiungimi. Mi trovi in rete solo dalle 12.00 alle 14.00 ma due parole mi farebbero piacere, chissà che tu non possa contagiarmi un po’ del tuo mitico entusiasmo! Il mio contatto è [omissis].

Un possibile amico.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=30366185

lunedì 21 luglio 2008

MALINCONIA E DEPRESSIONE GAY

e-mail di Paolo di lunedì 7 luglio 2008

Ciao Project,

ti ricordi ancora di me? Sono Paolo, il ventiduenne indomabile di Brescia. Ti ricordi? Ci siamo conosciuti quasi quattro mesi fa, era il 21 di marzo e mi avevi fatto notare che era il primo giorno di primavera. Intanto grazie per averci provato allora a mettermi in testa quattro idee non stupide, ma io allora ero proprio refrattario. Ti ho fatto perdere la pazienza per due settimane, poi ti ho mandato a quel paese e ho cancellato il tuo contatto msn. Adesso te lo ricordi vero? Io sono un cafone, lo avrai pensato certamente, lo so, ma mi dava enormemente fastidio che tu potessi guardarmi dentro. Ti avevo cercato io, ma non volevo che arrivassi alla soluzione anche se lo sapevo benissimo qual’era la soluzione. Lo so che è pazzesco a 22 anni non sapere ancora se vuoi andare con un ragazzo o con una ragazza, però io non lo sapevo o facevo ancora finta di non saperlo. Poi quello che volevi tirarmi fuori non mi piaceva proprio, ti ho raccontato balle, lo so che è pazzesco pure venirti a cercare per parlare con te e poi raccontarti balle, ma comunque tu non ci sei cascato, abbiamo perso decine di ora a girarci intorno, tu a cercare di capire e io a cercare di non farti capire. Io mi aspettavo che tu mi dicessi: Ok, sei gay. E basta. Ma tu hai avuto paura della mia reazione (Confessalo, è così! Sei stato vigliacco pure tu! Di me hanno paura tutti), l’hai presa alla larga, me lo ricordo benissimo, hai fatto una lunga pausa e poi hai cominciato a dirmi che stavo fingendo anche con me stesso e avrei fatto bene a non coinvolgere altre persone nella mia finzione e lì non c’ho visto più, in fondo stavi solo dicendo che sono gay e io lo sapevo benissimo, ma non mi piaceva il modo, proprio con un gesto di stizza ho chiuso tutto e ti ho cancellato. Ero proprio furioso nero. Poi, ovvio, lo sapevo che avevi ragione. Era l’inizio di Aprile e avevo gli esami alla fine di Maggio ma ho preso tutti i soldi che avevo e me ne sono andato da casa, ma senza dire niente a nessuno. Ai miei ho fatto prendere un accidente, loro non sanno nulla di me, avevo staccato il cellulare, poi dopo tre giorni quando l’ho riattaccato ho trovato 100 messaggi dei miei e li ho chiamati. Loro non c’entrano proprio per niente, ma non sono tornato a casa, poi il cellulare si è scaricato e si è spento. Sono stato a Milano e ho cercato di restare lì spendendo il meno possibile, volevo arrivare fino a primi di giugno e passare lì il tempo degli esami, randagio, e provare il piacere di mandare tutto alla malora per dire che io sono più forte di tutte quelle stronzate dell’università. Dormivo sulle panchine o nelle sale d’aspetto delle stazioni. Così sono arrivato al 9 giugno e con gli ultimi soldi contati che mi erano rimasti ho ripreso il treno e sono tornato a casa. I miei non hanno detto nulla, come se nulla fosse accaduto, mi hanno salutato affettuosamente (in modo un po’ falso) come se fossi tornato da un viaggio. Probabilmente pure loro ormai hanno paura di me e delle mie reazioni. All’università la sessione l’ho perduta e poi non ho voglia nemmeno di provarci. Fino a ieri sera ho fatto la vita del vegetale e non mi va proprio di fare nulla e di spiegare niente a nessuno, sono proprio stufo della vita e non so nemmeno bene perché ti mando questa mail.

Paolo

p. s. scusami la chiusa secca ma non sono in vena di smancerie

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e-mail di Paolo di martedì 8 luglio 2008

Ciao Project,

devo chiederti scusa, ma ieri sera è successa la stessa cose di 4 mesi fa. Ma perché non facciamo due chiacchiere e basta? Ma a te che te ne frega della vita mia, ne senti centomila! È inutile che ti metti in testa di portarmi sulla buona strada tanto ormai io sono fuori ed è proprio di vivere che non me ne frega più niente.

(e-mail non firmata)

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e-mail di Project di mercoledì 9 luglio 2008

Senti Paolo,

non mi piaccino questi giochi al massacro, sei stato già cretino abbastanza, io i giochi dei ragazzini non li sopporto! Ma non ti accorgi che fai pena? Ti comporti come un deficiente, te ne vai da casa, fai prendere un accidente ai tuoi, salti una sessione intera di esami, passi che mi rispondi a parolacce, ma che cominci a fare i discorsi stupidi sulla vita e la morte non lo sopporto proprio! Bello mio, ma è possibile che tu faccia tutta questa commedia perché sei gay, si lo hai capito benissimo che sei GAY, ma il patologico non è nell’essere gay ma nel fare tutta questa commedia, ma per che cosa? Per farti compatire? Bello! Di ragazzi gay ne ho visti centinaia ma stupidi come te no! È gente seria che non fa il pagliaccio come fai tu, è gente che ha una dignità!

Paolo, capiamoci bene! Se hai veramente intenzione di fare le cose serie puoi stare certo che su di me ci puoi contare, ti do pure l’anima! Ma se per caso vuoi giocare con la morte perché sei deficiente fino a questo punto allora dimenticati che esisto!

Ti aspetto in chat domani mattina alla 10.00, ma se non ci sei con me hai chiuso.
Un abbraccio (se per te vale ancora qualche cosa)

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e-mail di Project di giovedì 10 luglio 2008

Ciao Paolo,

queste sono un po’ le mie riflessioni a freddo. Intanto fammi dire che avevo una paura forte di non sentirti stamattina alle 10.00. Quando ti ho visto comparire sono stato felice. Ispido sei stato come lo sei stato sempre, però per la prima volta (perché non era mai successo!) abbiamo parlato seriamente. E qui tocca a me chiederti scusa perché non pensavo che le cose stesero a questo punto, è vero che non avevo nemmeno la possibilità di capirlo, ma indubbiamente ho semplificato troppo il quadro. Se devo dire la verità, mi vergogno molto dei toni aggressivi che usato con te, erano manifestazioni della mia stupidità e del fatto che io, invece di cercare di capire, consideravo stupide le tue reazioni. Stamattina, te lo confesso, mi sono sentito un verme. Ma è la prima volta che mi sono realmente sentito vicino a Paolo. Dovrei avere una giornata completamente libera entro fine luglio e penso di poterti venire a trovare, ma ci metteremo d’accordo via chat. Intanto ti mando questa, poi appena ti vedo in linea ti chiamo subito.

Un abbraccio fortissimo

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e-mail di Paolo di domenica 20 luglio 2008

Ciao [omissis],

adesso sei tu a non essere in linea e invece ne avrei un bisogno disperato. Almeno ti scrivo questa per colmare il vuoto, perché mi sento proprio uno schifo. Che devo fare? Ormai con l’università un anno l’ho perso, non ho proprio la forza di andare avanti, per me non è un problema di laurea e nemmeno di gay o non gay, quella è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, io non ce la faccio più a stare solo, ho bisogno di sfogarmi, ma sono proprio al limite. Adesso la storia la sai tutta, tu dici che alla fine si risolvono pure quelle cose, ma io qui non ci voglio più stare, me ne voglio andare via, da un’altra parte, voglio stare solo, non so se ce la farò a cominciate tutto da capo ma io all’università non ci voglio più andare, non ce la faccio proprio. Per gli esami avevo pure studiato, però se quelli poi me li ritrovo davanti che faccio? È un rigetto fisico. Si potrebbe pure pensare di andare a Milano, su questo hai ragione, e i miei un supporto economico me lo darebbero eccome, sono brave persone, ma loro non sanno nulla e se mio padre lo venisse a sapere gli prenderebbe un infarto. Io è da più di un anno che non mi faccio mai vedere in giro con loro perché non voglio che la gente mi associ a loro. Sto sempre in giro, esco presto di casa e torno di notte o, quando sono stanco, non esco proprio per giorni. Quando non sto a casa parto la mattina prestissimo, prendo il treno e vado a passeggiare sul lago di Garda, il treno parte prestissimo e sto lì praticamente alle sei di mattina e resto lì fino alla sera, mi porto un libro, ma non lo apro mai, vado solo avanti e dietro per il lungo lago, mi siedo sulle panchine e aspetto. Adesso è estate e si sta bene, praticamente ci vengo due o tre volte alla settimana, ma ci venivo pure d’inverno e allora si motiva di freddo e passavo le giornate alla sala d’aspetto della stazione, allora magari, d’inverno, il libro un po’ lo leggevo. Gli esami che non ho fatto li ho preparati così e li ho preparati perché pensavo che a rimette piede lì ce l’avrei fatta e invece sono stato un vigliacco totale. Quando arrivo sul lago la mattina, adesso che è estate, è bellissimo, fresco, un posto meraviglioso e la paura di vivere mi passa è sto bene fino a mezzogiorno, poi mi mangio la mia pagnottella e mi rimetto a passeggiare e mano mano che passano le ore mi prende un’angoscia tremenda. So che non posso tornare a casa troppo presto e allora aspetto che venga la notte ma è proprio un incubo. Adesso magari ti posso mandare un sms ma prima era zero totale, sai che vuol dire “solo” nel senso più assoluto, ecco così! Poi adesso andare al lago mi fa un effetto stranissimo, è pieno di ragazzi. Stanno tutti insieme, sono contenti, giocano, scherzano, loro la loro gioventù se la vivono e io che faccio? Li osservo e basta. Io con loro non c’entro niente. E adesso ti dico di ieri perché dopo che avevo parlato con te stavo un po’ meglio, ma dopo quello che è successo ieri sto uno schifo peggio di prima. Arrivo al lago, scendo dal treno e mi trovo davanti due ragazzi bellissimi, non un ragazzo e una ragazza, ma proprio due ragazzi, sicuramente turisti americani. Mannaggia [omissis]! Giocavano tra loro, ma sai proprio in un modo così dolce, ma con qualcosa di disinibito, di sensuale, che mi strappavano l’anima. Ma io non mi sono mosso, poi uno di loro è venuto a chiedermi un’informazione, volevano andare a Sirmione. Io un po’ di Inglese niente male lo parlo, ho risposto che erano circa 9 km e che io c’ero andato più volte a piedi. Quel ragazzo, Patrick, ha fatto un’espressione di stupore, poi ha aperto le braccia come a dire: “Sì, ma noi non sappiamo nemmeno per dove si va”. Mi sono proposto di accompagnarli, Patrick è andato a parlare con l’altro ragazzo, Steven, che ha fatto cenno di sì. Mi hanno offerto la colazione al bar e poi ci siamo messi in strada. Io i posti li conoscevo benissimo perché le guide turistiche del posto le so a memoria. Insomma, abbiamo fatto 10 km a piedi! Piano piano l’atmosfera si è sciolta, loro parlavano anche un po’ di Italiano e capirsi era piuttosto semplice. A Sirmione ormai parlavamo come se fossimo amici, poi Patrick ha guardato negli occhi Steven e si è girato verso di me e mi ha detto: “Penso che sia giusto dirti che noi siamo due ragazzi gay che si vogliono bene”, e lo ha detto in Italiano, evidentemente era una farse alla quale aveva pensato parecchio. Io ho risposto nel modo più gentile possibile ma di me non ho detto nulla, ho detto che avevo un amico gay (me stesso) che la viveva malissimo e che aveva passato pure parecchie brutte avventure, perché da noi, in Italia essere gay è ancora una situazione difficile, poi ho detto che a quel mio amico io volevo molto bene “as a friend, obviously” e che però non credo che tutti i gay siano come quel mio amico, e ho raccontato la storia di quello che è successo a me. Patrick era perplesso, quel “non credo che tutti i gay siano come il mio amico” gli aveva dato fastidio, mi ha guardato un istante in modo interrogativo, ho avuto l’impressione che volesse misurare le mie reazioni, poi ha detto: “Posso?” e ha preso la mano di Steven ma l’ha lasciata subito perché ha avuto l’impressione che la cosa mi desse fastidio e mi ha chiesto pure scusa. Da quel momento hanno tenuto con me un comportamento apparentemente amichevole ma molto formale e anche tra loro non hanno parlato quasi più: comportamenti disinibiti zero! Un silenzio gelato! In pratica dalle due del pomeriggio non vedevo l’ora di stare per conto mio. Io non ho detto nulla di me a quei due ragazzi che, tra l’altro, non avrei mai più rivisto ma loro non lo hanno capito nulla e anzi hanno proprio frainteso il mio atteggiamento, una cosa penosa. Insomma, io sono diventato l’etero cortese. Per tornare indietro abbiamo preso l’autobus. All’arrivo li ho salutati in modo molto freddo. Non ci siamo nemmeno scambiati gli indirizzi e i contatti msn, niente. Era finito tutto in uno schifo! Sono rimasto solo dalle tre e mezza fino alle nove di sera con un’amarezza dentro che non te la immagini nemmeno, poi sono tornato a casa e non ho nemmeno acceso il computer. [omissis], non ce la faccio proprio ad andare avanti così!

(e-mail non firmata)

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e-mail di Project di domenica 20 luglio 2008

Ciao Paolo,

ho letto e l’angoscia è venuta pure a me. Domani se ti va sono su msn dalle 6.00. Ti dico solo che ti voglio bene! E ti abbraccio!

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Se volete potete partecipare alla discussione di questa tesimonianza aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=30245374