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venerdì 5 maggio 2017

DUBBI DI UN GAY DICHIARATO

Ciao Project,
ho pensato molto prima di scriverti e ti spiego perché. Conosco Progetto Gay da anni ormai, quando ci entrai le prime volte, diversi anni fa, intorno al 2010, io ero invaso dal sacro fuoco dell’omosessualità, avevo vent’anni, e un ambiente come quello del forum mi sembrava vecchio, asfittico, l’ambiente tipico di gente senza palle che si rintana nell’anonimato perché non ha la faccia di essere quello che è, parlando molto diretto, mi facevate pena, ti avevo mandato una mail, ma mi avevi risposto raccomandando prudenza e al tempo per me la prudenza era il peggiore dei vizi. Quindi me ne sono andato per la mia strada, una strada molto diversa da quella di progetto gay, ero già dichiarato pubblicamente e non avevo particolari problemi ad andare in un locale gay, insomma, tra internet e locali ho cominciato la vita del gay dichiarato. Ho frequentato anche circoli gay famosi, ma l’aria era troppo ideologica e me ne sono andato anche da lì. La sera del sabato andavo a ballare col ragazzo di turno, con il seguito ovvio di sesso (protetto! Qui la prudenza non l’ho messa da parte!) I primi tempi era tutto molto sciolto, conoscevo tanti ragazzi, fare sesso era facile, ci si divertiva e in buona pare ci si illudeva, poi si cambiava ragazzo, si continuava ad andare a ballare, si aveva una comitiva tutta gay, e anche un bel po’ atteggiata, solo per andare a ballare. Comunque, in mezzo a tutto questo, non ha mondato all’aria le cose importanti, ho continuato a studiare e mi sono laureato. Ho trovato lavoro in un settore molto specialistico e ho cominciato a lavorare, tutto sommato con una certa soddisfazione, perché sul lavoro mi stimavano. Nel frattempo solite cose: comitive gay, gite, andare a ballare il sabato, sesso facile, ecc. ecc., ma col tempo tutte queste cose perdevano progressivamente il loro fascino e mi trovavo ad andare a ballare praticamente senza nessuna voglia di farlo, e lo stesso valeva anche per il sesso, si poteva fare ed era pure facile, ma alla fine era diventata una cosa banale come qualsiasi altra. Un paio d’anni fa ero proprio arrivato alla frutta, totalmente demotivato. Allora è capitato che del tutto casualmente sono finito di nuovo sul forum di Progetto Gay e mi sono messo a leggere una storia, e mi è piaciuta, direi che mi è piaciuta molto, anche se mi dicevo che quelle sono tutte favole, e che quelle cose capitano a uno su un milione, perché il mondo non funziona così. Da allora, però, ho ripreso a leggere il forum con una certa regolarità e devo dire che mi aiutato molto a non cadere nella malinconia. E qui comincia la seconda parte della mia storia. Nella mia ditta io lavoravo come tecnico laureato, quindi a buon livello, ma c’erano anche tanti ragazzi che facevano lavori meno qualificati e oggettivamente più pericolosi. In ditta c’è molta attenzione all’antiinfortunistica ma i rischi ci sono come in tutti i settori industriali. Sei ragazzi erano addetti ai magazzini, io li conoscevo di vista e poco più, mi davano del lei e mi chiamavano dottore, cosa che mi faceva una certa impressione. Uno di questi, un giorno cade da una scaffalatura e lo portano in ospedale, ha delle fratture ma dicono che se la caverà. Io il giorno che è successo non ero al lavoro e l’ho saputo il giorni appresso, ho chiesto a che ospedale lo avevo portato e nel pomeriggio sono andato a trovarlo. Era piuttosto mal concio, ma mi ha riconosciuto subito e mi ha sorriso, gli ho chiesto di darmi del tu e gli ho chiesto anche se erano venuti a trovarlo, ha detto che erano passati due suoi colleghi, gli ho chiesto della sua famiglia e mi ha detto che della famiglia non si era visto nessuno, perché lui non è in buoni rapporti con la famiglia e dell’incidente non aveva detto nulla a casa. La cosa mi è sembrata strana, perché è un ragazzo molto giovane, ma non ho fatto altre domande. Mi sono seduto accanto al letto, abbiamo parlato di quello che dicevano i medici, dei tempi di ripresa, di rientro al lavoro. Era preoccupato dei rapporti con l’azienda, dei certificati di ricovero e di malattia, dell’INAIL e di altre cose del genere, gli ho detto che ci avrei pensato io e che doveva pensare solo a rimettersi in salute presto e bene. Sono rimasto lì finché l’infermiera non ha cacciato via i visitatori perché era ora della cena. Andare a trovare questo ragazzo mi ha fatto un effetto fortissimo, perché era sostanzialmente solo e aveva preferito non avvisare la famiglia, con la quale evidentemente non aveva più rapporti. Lui con me era stato molto gentile e si vedeva che era contento che fossi andato a trovarlo. L’indomani mattina, mi informai in amministrazione delle pratiche da fare e dei documenti e nel pomeriggio tornai in ospedale, questa volta portando anche due dolcetti presi in pasticceria. Lui stava abbastanza bene ma mi disse che avrebbe dovuto subire un intervento per ricomporre una frattura e mi disse che sarebbe stato dopo due giorni. Il tempo della visita passò molto velocemente e questa volta nell’andare via gli strinsi la mano, il giorno prima non lo avevo fatto. Il giorno appresso mi dice che sarà operato l’indomani alle 8.00 del mattino, mentre sono lì passa il chirurgo per il consenso informato e lui dice al chirurgo di considerarmi uno di famiglia a tutti gli effetti. Il dottore non fa una grinza e mi dice: “Guardi, l’intervento non sarà brevissimo perché la frattura è scomposta, ma il ragazzo è giovane e non ci dovrebbero essere problemi particolari, se vuole può venire in chirurgia così può stargli vicino al risveglio che in genere non è un momento facilissimo” Poi il dottore dice all’infermiera di farmi un “passi” per il reparto chirurgia. Quando il dottore se ne va arriva l’infermiera che mi manda via. Il ragazzo (chiamiamolo Enzo) mi dice che non c’è bisogno che io venga l’indomani. Ci salutiamo stringendoci la mano. Esco, telefono in amministrazione e chiedo un giorno di ferie per l’indomani, fanno un po’ di storie ma poi mi danno il giorno. L’indomani alle 7.00 sono in chirurgia, alle 7.15 mi fanno entrare a salutare il paziente per un minuto e lo portano in sala operatoria per la preanestesia. Io vado a sedermi nell’atrio e comincia la mia attesa. Per fortuna c’è un’infermiera, che mi dice che il chirurgo è bravo e mi rassicura, a mi dice che ci vorrà tempo, circa due ore e poi riporteranno Enzo al reparto e lì potrò stargli vicino durante il risveglio.
Io aspetto, sono tranquillo, ci sono dei giornali, leggo, vado avanti e indietro. Alle 10.00 Enzo non è ancora uscito, comincio ad essere ansioso, l’infermiera mi calma, alle 11.00 non è ancora uscito. Supplico l’infermiera di informarsi e di dirmi che succede, lei entra e dopo 5 minuti esce e mi dice: “Hanno finito, stanno suturando, è andato tutto bene, tra venti minuti esce, stia tranquillo!” Effettivamente dopo venti minuti lo portano fuori e lo rimandano in reparto, io aspetto il chirurgo, che esce dopo poco e mi conferma che è andato tutto bene e che la cosa è stata solo un po’ più complicata del previsto, mi dice di andare da Enzo e aggiunge che per il risveglio ci sarebbe voluta un’ora e mezzo o due.
Mi precipito in reparto accanto a Enzo, respira tranquillo, ha le flebo attaccate ma ha un buon colorito e sembra molto tranquillo. Mi sento rassicurato. Lo posso osservare da vicino e molto in dettaglio, è proprio un bel ragazzo, ha un viso dolce, quasi adolescenziale con un po’ di barba chiara. Ha la mascherina dell’ossigeno ma è staccata. Chiedo all’infermiera se deve prendere l’ossigeno, ma mi dice che non ce n’è bisogno e che Enzo respira bene, che, se mai, potrà avere dei dolori al risveglio col venire meno dell’anestesia, mi dice che potrei dargli l’acqua con la cannuccia o bagnargli le labbra. Io mi risiedo vicino a lui, ormai è mezzogiorno. Dopo l’una e mezza comincia a muoversi e dà segno di avere dolori, poi si assopisce di nuovo. Viene l’infermiera, misura la pressione e la saturazione, poi mette una seconda flebo e dice che è l’antidolorifico e aggiunge che va tutto bene. Alle due e mezza Enzo apre gli occhi, mi riconosce e mi dice: “Ciao!” io gli tocco la spalla, non la mano perché ha le flebo da entrambe le parti, ha anche il catetere e c’è la borsa sotto il letto. Gli chiedo come si sente e fa una mossa col viso, gli dico che ho parlato col chirurgo e ha detto che è andato tutto bene e anche l’infermiera dice che il decorso post-operatorio è normale. Mi sorride e mi dice “Io dormo un po’.” Gli rispondo: “Certo! Oramai il peggio è passato.” Resto lì fino alla sera. Quando arriva l’orario di visita c’è un po’ più confusione e Enzo si risveglia, è molto più lucido, mi dice di andare a casa che ormai lui sta meglio, ma gli rispondo che ho il permesso per stare lì tutta la notte e che andrò via l’indomani alle 7.00 per andare al lavoro.
Sono stato a trovare Enzo ogni giorno finché non è stato dimesso e ho notato che a trovarlo ci sono andato solo io. Nel frattempo i miei amici, coi quali andavo in giro per locali gay, mi chiamavo ogni giorno ma io avevo altro per la testa. Enzo era diventato per me una persona importante. Dopo le dimissioni dall’ospedale abbiamo continuato a sentirci praticamente tutti i giorni e anche ad uscire insieme e ad andare insieme a prendere una pizza. Enzo non parlava di ragazze, e l’idea che potesse essere gay cominciava a prendere stabilmente possesso del mio cervello, ma non c’era nulla nel suo comportamento che mi potesse dare un’indicazione precisa. Della famiglia non parlava affatto e meno che mai dei motivi per cui non aveva rapporti coi genitori. A un certo punto gli ho fatto una domanda diretta: “Hai una ragazza?” Ha solo detto che era una questione complicata e che non gli andava di parlarne, al che ho fatto macchina indietro e mi sono tenuto i miei dubbi. Dopo quella domanda con me è più formale, ma le spiegazioni di questo fatto possono essere opposte, può avermi preso per un etero che gli faceva una domanda ovvia per un etero, ma potrebbe anche avermi preso per un gay che esplora il terreno. In ogni caso, adesso la conversazione è più ingessata. E qui vengono i dubbi. Che faresti Project?
Tieni presente che noi lavoriamo nello stesso posto e che in azienda ufficialmente non ci sono gay, non mi sono dichiarato nemmeno io, figuriamoci se potrebbe dichiararsi un ragazzo timido come Enzo, ammesso e non concesso che sia gay.
Dovrei dirgli esattamente come stanno le cose, cioè fare io coming out con lui per costringerlo a fare lui lo stesso con me? E se poi non è gay? Perché la possibilità c’è eccome. Insomma, io non lo vorrei perdere per nessuna ragione, gay o etero che sia, e non vorrei che se ne scappasse per paura di chissà che cosa. Non ho mai avuto tutti questi dubbi per la testa. Tu conosci tanti non dichiarati e forse capisci meglio di me come ragionano.
Ti ringrazio anticipatamente. Ovviamente, se vuoi pubblica pure questa mail, chissà che non la possa leggere anche lui!
Italo (non mi chiamo così, ma mi piace)
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domenica 11 luglio 2010

DA GAY DICHIARATO A NON DICHIARATO

Ciao Project,
mi chiamo D. ho 36 anni, sono un gay dichiarato o meglio dovrei dire un ex-gay dichiarato, non ex-gay, ma ex-dichiarato. Praticamente mi sono dichiarato pubblicamente a 16 anni. I miei genitori hanno reagito male ma poi si sono adeguati e d’altra parte non avevano scelta, con gli amici meno problemi che in famiglia ma in buona parte mi hanno messo al dimenticatoio, e tra quelli che mi hanno messo al dimenticatoio ce n’è uno, chiamiamolo Stefano, che poi ho saputo essere gay, ma di Stefano ti parlerò dopo. A 16 anni ero già uno spirito molto indipendente e anche ribelle, nel senso che non avrei mai fatto quello che volevano gli altri, facevo, o meglio credevo di fare, solo quello che decidevo io. Fino ai 22-23 anni ma anche fino a 24, cioè quando ho cominciato a lavorare, dovevo evitare gli eccessi, facevo il mio comodo, ma siccome non avevo soldi miei c’erano dei limiti. Dai 24 anni ho cominciato ad entrare nel giro gay, quello che tu chiami “etichettato gay” mi dava molto il senso di libertà, mi sentivo emancipato, avevo soldi in tasca e mi piaceva rimorchiare, sono arrivato a portarmi i ragazzi in una camera d’albergo e non è successo una volta sola. Mi ha frenato un po’ la paura delle malattie ma comunque diciamo che dai 24 ai 34 anni ne ho fatte di tutti i colori, andando un po’ per inerzia, seguendo la corrente. Nell’ambiente ero conosciuto, mi chiamavano, mi coinvolgevano e io non mi facevo pregare. A 34 anni, essere apostrofato come gay, essere individuato come facente parte di un ambiente e in pratica dovermi sentire più gay che D. ha cominciato a darmi fastidio, non mi piaceva che i miei amici del giro mi chiamassero e ancora meno che insistessero quando dicevo di no, tra l’altro ero stato con tanti ragazzi ma non mi ero mai innamorato, non solo, ma cominciavo a fare discorsi che non mi sarebbero venuti in mente anche solo un anno prima, mi facevo il conto di quanto denaro avevo speso in dieci anni di quella vita, ed era veramente tantissimo e soprattutto mi sentivo frustrato e insoddisfatto, ero solo, di avventure ne avevo avute tante ma non mi avevano lasciato nulla. Ho deciso di fare un master di due anni per salire un po’ nel lavoro, cosa che non era mai interessata prima, e lì ho ritrovato Stefano. Ovviamente lui di me sapeva tutto, cioè sapeva che ero gay a gay dichiarato, io di lui non sapevo nulla, per me poteva anche avere moglie e figli. I primi giorni mi teneva a distanza, non voleva farsi vedere con me, lo invitavo a prendere il caffè durante le pause ma non ci veniva. Il suo modo di fare mi irritava molto e dopo un po’ non l’ho invitato più. Una volta è venuto alla lezione la mattina col metrò ma poi c’è stato uno sciopero e non poteva tornare a casa, io avevo la macchina  e l’ho accompagnato. Durante in tragitto gli ho detto che ero rimasto male del fatto che mi tenesse a distanza perché sono gay perché magari un etero non può rendersi conto e può pensare chissà che cosa. Mi ha risposto che non voleva farsi vedere con me perché gli avrebbero appiccicato l’etichetta gay. Gli ho detto che lo potevo capire e mi ha risposto che “l’etichetta gay” non piace nemmeno a tanti gay. La risposta mi è sembrata strana ma il discorso è finito lì, poi abbiamo parlato solo di lavoro e del master. Col passare dei mesi il rapporto con Stefano si è sciolto, ci ha messo sei mesi per dirmi che era gay e mi ha raccontato un po’ la sua storia. Era rimasto sempre solo, si era innamorato due volte ma sempre di ragazzi etero, però si era messo un po’ di soldi da parte e si era comprato un piccolo appartamento anche se gli rimaneva il mutuo da pagare. Io gli ho raccontato di me e delle mie storie e poi mi ha chiesto se mi sentivo realizzato e gli ho detto la verità, non solo che non mi sentivo affatto realizzato ma che di stare nel giro non ne potevo più. Mi ha risposto: “E allora cambia aria.” La faccio breve. Non mi sono innamorato di Stefano e credo che lui non sia innamorato di me, tra l’altro ha veramente l’ossessione dell’aids e fa bene, ormai ci frequentiamo da un anno e mezzo, sempre di nascosto perché lui non vuole farsi vedere con me. Un risultato serio con me lo ha ottenuto perché ho smesso di fumare e mi sento veramente meglio e ho pure smesso di bere alcoolici, non che fosse un vizio, ma insomma poteva diventarlo. Con Stefano sto bene e penso che lui stia bene con me. Tra noi non c’è mai stato contatto fisico e non so se ci sarà mai, ma quando c’è provo una forma di serenità di fondo che non ho mai provato prima. La settimana scorsa gli ho detto che mi sento a disagio a fare il gay dichiarato (ho ripreso il discorso) e siamo arrivati all’idea che si potrebbe cambiare aria del tutto, cambiare città. Bisognerebbe cambiare lavoro e andare a vivere in un’altra città. Ci siamo fatti un po’ di conti, il cambio di lavoro, con qualche sacrificio economico si potrebbe anche sostenere e si potrebbe pure prendere un appartamentino ma lui non ne vuole sapere, mi dice che ognuno deve avere un “buchetto” per conto suo perché se dopo non va bene non ci devono essere vincoli di nessun tipo. I problemi economici sono enormi e lo sappiamo benissimo. In termini concreti si potrebbe riuscire a fare tutto in due o tre anni, non prima. Non voglio chiedere soldi ai miei e lui deve continuare a pagare il mutuo. In un weekend siamo andati in un’altra città dove c’è una grossa filiale della nostra ditta e dove potremmo trasferirci. È un ufficio molto grande, con quasi 40 dipendenti. Se e quando (perché non so proprio se succederà) ci trasferiremo, penso (cioè ho deciso) che non dirò a nessuno di essere gay.  Non so se pensare di cambiare città per poter stare vicino ad un amico di cui non sono innamorato (almeno a quello che penso adesso) abbia o non abbia senso, ma ho bisogno di tranquillità e con lui sto bene. Non so se tra noi ci sarà mai altro ma in effetti non mi sembra nemmeno troppo importante. In pratica Stefano è l’unica persona che mi abbia preso sul serio, io le sue attenzioni le sento. Dopotutto siamo in due ad essere soli, è paradossale ma è così. L’idea di cominciare una vita nuova mi attira molto, voglio proprio cambiare ambiente. Non è il rapporto con Stefano che mi spinge a cambiare vita, non ne potevo più neanche prima. Però senza Stefano sarei probabilmente rimasto nella stessa situazione mentre adesso sto cercando “con lui” di rendere concreto il progetto di cambiare ambiente e lui è disposto a vendere il suo appartamento e a prenderne uno in un’altra città per seguirmi, cosa che mi sembra più seria di tante dichiarazioni d’amore (Project, sto diventando vecchio!). Ti sembrerà strano, ma è come se del sesso non me ne importasse più niente, prima era una fissa, adesso penso che ne potrei anche fare a meno, ma di Stefano non credo che riuscirei  fare a meno. Prima, dei gay non dichiarati avevo sempre pensato che fossero “ragazzi senza palle” (un’espressione che ho letto nel tuo forum) ma adesso penso di me stesso che se avessi usato di più il cervello e di meno le palle (scusa la volgarità) adesso starei meglio. Ho letto sul tuo forum tutta la discussione sul coming out e francamente io sono di quelli che lo hanno considerato fondamentale per anni ma alla fine mi sono ricreduto, ho quasi capovolto il mio modo di ragionare, se prima pensavo che un ragazzo gay non dichiarato fosse “senza palle” adesso penso che un ragazzo dichiarato possa non avere fatto realmente una sua scelta ma che in qualche modo di sia fatto portare e che, una volta compiuto il passo, ne debba fare un punto di orgoglio. Devo aggiungere una cosa però, che io non ero solo dichiarato ma ero pienamente inserito nel mondo etichettato gay e che quindi non mi posso rendere conto della condizione dei gay dichiarati ma non frequentatori dell’ambiente e credo che possa essere una situazione molto diversa dalla mia. Project, non mi iscrivo al forum proprio per non farmi trascinare troppo, ma se vuoi pubblica questa mail. È solo il mio punto di vista, non esprime teoremi generali, ma forse può avere un’utilità.
Un abbraccio.
D.
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mercoledì 6 febbraio 2008

CHE COSA E’ IL COMING OUT?

Quando un ragazzo gay vive la sua omosessualità senza rivelarla a nessuno si una dire con espressione inglese che è “In the closet” alla lettera dell’armadio.
“Coming out”, letteralmente “uscure fuori” è il termine inglese con il quale si indica l’azione con la quale si manifesta la propria omosessualità ad una o più persone.
Per secoli gli omosessuali sono stati costretti a vivere la loro omosessualità a livello strettamente individuale senza potersi confidare con nessuno e rinunciando quindi ad ogni possibile rapporto affettivo importante su base esplicitamente gay. Per secoli, anche in Europa, gli omosessuali sono stati mandati al rogo. Ancora oggi in diversi paesi l’omosessualità è punita con la pena di morte. In queste situazioni il coming out è rischiosissimo e in pratica non esiste.

In paesi di civiltà occidentale, come i paesi europei, gli USA o il Canada, la condizione dei gay non è legalmente discriminata ed esistono anzi norme contro le discriminazioni sulla base dell’orientamento sessuale. In questi paesi il coming out, più o meno limitato, è in sostanza realizzato da tutti i gay, per due ordini di motivi:
1) perché sentirsi accettati per quello che si è in famiglia, dagli amici, sul posto di lavoro e nei rapporti sociali è gratificante,
2) perché la ricerca di un compagno senza il coming out almeno parziale è praticamente impossibile.
L’esperienza insegna che nella maggior parte dei casi:
1) Il coming out presenta una dimensione di rischio legata alla poca serietà o alla leggerezza della persona con la quale ci si confida, che può trasformare una confidenza che costa carissima a chi la fa in un vero segreto di Pulcinella.
2) Il coming out si attua gradualmente, cominciando col dichiararsi ad un amico del quale si ha la massima fiducia ed estendendo poi eventualmente il discorso ad altre persone in modo lento e molto meditato.
3) Spesso il coming out resta ristretto di un limitatissimo numero di amici fidati. Il coming out con i genitori è quasi sempre l’ultimo a realizzarsi. Il coming out in una dimensione sociale generale è assolutamente eccezionale.
a) Il coming out non è affatto obbligatorio e chi non lo fa può avere ottime ragioni per non farlo.
b) Le razioni al coming out in ambiente sociale, in genere, non sono positive, le reazioni di pettegolezzo e di intromissione nella vita privata di chi si dichiara, in genere, aumentano dopo il coming out e, in ambienti dove predomina l’ignoranza, si corre il rischio dell’emarginazione e del ricevere una etichetta Gay, ritenuta spesso infamante, cosa che può comportare problemi sociali non piccoli.
c) Le reazioni individuali al coming out sono molto diverse da quelle di tipo sociale. Più volte si vedono persone che condannano l’omosessualità in ambiente sociale che non manifestano alcuna forma di intolleranza in dimensione privata e hanno amici gay con i quali mantengono ottimi rapporti.
Spesso, da parte di persone eterosessuali serie, il coming out di un amico è accettato senza problemi. Comunque prima di dichiarasi è sempre bene chiedersi se valga la pena di farlo, perché si tratta di un comportamento comunque rischioso, anche se la dimensione del rischio è molto contenuta se la scelta della persona con cui confidarsi è fatta in modo ponderato.
Il coming out, per un ragazzo, è una pura formalità quando la sua omosessualità e divenuta di dominio pubblico perché resa evidente da comportamenti di quel ragazzo tenuti in modo deliberato coscientemente o anche per imprudenza.
Un ragazzo che è ritenuto socialmente eterosessuale in genere vive significativi momenti di incertezza prima di dichiararsi, perché la sua dichiarazione è autenticamente rischiosa.
In genere negli ultimi anni si è assistito ad una diminuzione dell’età del primo coming out. Per i ragazzi gay che non hanno mai avuto una vita eterosessuale questa età oscilla intono ai 16/17 anni, per quelli che provengono da esperienze eterosessuali il primo coming out è nettamente più tardivo e più problematico.
Il coming out non è affatto la scelta migliore in tutti i casi, ma le situazioni devono essere vagliate una per una.
Il coming out può aiutare a risolvere i problemi di un ragazzo gay (solitudine, ricerca di un compagno) ma può anche complicargli parecchio la vita se l’ambiente o le persone a cui si rivolge non sono all’altezza della situazione.

martedì 4 dicembre 2007

CIAO V87

Ciao V87,
ho appena letto il tuo commento al post “A caccia di ragazzi gay all’università”... è vero, i ragazzi gay si incontrano sono in internet dove resti sbalordito da quanti sono a dal tipo di persone che sono. Sono tantissimi e sono ragazzi superlativi. Poi vai nella vita reale... e che cosa trovi? Di ragazzi gay non ce n’è la minima traccia... sono spariti, si sono dileguati. E l’università non è certo il paradiso dei gay. In un certo senso potrebbe esserlo perché è il luogo ideale per incontrare ragazzi dai 19 ai 25/26 anni... ma è un posto dove dichiarasi è pericoloso e quindi nessuno lo fa. L’alternativa: vivere una storia affettiva importante con un etero in chiave di amicizia che altro non sarebbe che una forma di amore sublimato. Innamorarsi di un etero è un’esperienza comune per i ragazzi gay non dichiarati (ed è capitato anche a me e più di una volta) ma può essere un’esperienza frustrante non tanto perché la sessualità è vissuta in una dimensione di violenta sublimazione ma perché ci si può rendere conto di essere solo dei sostituti di altri oggetti d’amore che possono non essere effettivamente disponibili. Un discorso del genere si realizza talvolta anche quando si arriva ad avere un rapporto che coinvolge un vero e proprio contatto sessuale... Ricordo con sgomento il racconto che ho ascoltato in chat da un ragazzo che si illudeva di essere “il ragazzo” del suo amico perché aveva anche contatti sessuali con lui, poi, dopo le vacanze l’amico si è rifatto vivo e gli ha detto che non avevano più nulla da dirsi perché ormai aveva trovato “una ragazza vera”. In altri termini, accorgersi dopo anni di relazione anche a livello sessuale di essere stati considerati solo una “ragazza falsa” è veramente sconfortante! Devo dire per la verità che le relazioni che ho avuto con ragazzi etero, relazioni senza sesso ma con una dimensione affettiva profonda, sono state importantissime per la mia vita e in quelle situazioni non mi sono mai sentito strumentalizzato, ma anzi mi sono sentito amato in modo autentico e totalmente disinteressato. Certo se i gay fossero riconoscibili si eviterebbero moltissimi problemi e la vita affettiva di moltissimi ragazzi gay sarebbe molto facilitata ma si tratta di ipoesti di pura fantasia. Sta di fatto che i gay, tutti i gay, ragazzi e non, hanno paura e che l’intolleranza sociale, tramite questo meccanismo di timore, irriconoscibilità e solitudine, si riflette pesantemente nella vita affettiva di tantissime persone condizionandola al punto da condannare di fatto alla solitudine moltissimi ragazzi gay che non se la sentono, o di fatto non possono, rischiare il coming out. Essere gay è difficile!

martedì 30 ottobre 2007

DIFFICILI RAPPORTI TRA GAY DICHIARATI E GAY NON DICHIARATI

Riproduco qui come post un interessantissimo commento di Salvatore (su Progetto Gay), in modo che tutti possano leggerlo facilmente e possa essere corredato di un titolo e di tag adeguati a renderlo facilmente reperibile in rete perché la storia è emblematica. Dopo la storia di Salvatore aggiungerò quello che penso delle situazioni che la storia descrive.
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Grazie, spero sempre di poter contribuire a questo blog, raccontando le mie esperienze personali, sempre attento nella ricerca di un equilibrio interiore che spesso può sfuggire.
Giuseppe, oggi ti parlerò di lui, simbolo di tutti quei gay giovani e non, che non riescono ad accettare la propria condizione di omosessuale. Lo incontrai una sera d'estate nel caos del Sabato sera di una discoteca, e credo che lui non sia mai stato così bello come quella sera (scusami la parentesi). Da quel giorno decise di insinuarsi nella mia vita con sottile maestranza. Cominciò a frequentare il mio atelier, prima da cliente, poi le sue visite furono sempre più frequenti, finché non mi chiese cosa aspettassi ad invitarlo a uscire. Allora lui aveva 19 anni , e io 26, quindi con la responsabilità di un ragazzo più maturo, decisi di compiere il primo passo, anche se per me era difficile lasciarmi andare o fidarmi; ero appena tornato da Milano, e avevo ancora l'amaro in bocca per quei fatti vissuti di cui ti ho già accennato. Lo chiamai; mi rispose la madre, e dopo un pò sentii un rumore di zoccoli di legno in corsa; era lui che si precipitava al telefono, strozzandosi con un boccone in gola perché stava pranzando, colto probabilmente da emozione. Parlava a singhiozzo, ma comunque lo invitai ad uscire. Da quella sera cominciò a circuirmi con molta naturalezza, stavamo bene insieme, anche se mi sembrava di capire che mi stava allontanando dai miei amici, e la sera ormai si usciva sempre da soli. Cominciai a chiedermi perché, cosa volesse, io ero un gay dichiarato, ma lui non mi aveva ancora parlato della sua vita sentimentale, e io non mi permettevo di chiedergli nulla. Eravamo sempre più soli, e creava sempre le condizioni perché restassimo da soli, in più cominciai a notare il suo imbarazzo, se qualche conoscente ci trovava insieme in un ristorante o in un locale. Così per mesi, e ormai eravamo un'anima e un corpo. Ma io soffrivo terribilmente, perché non capivo, finché un giorno decisi di parlare perché non potevo più continuare così e gli chiesi:"Perché? Io voglio sapere cosa stiamo facendo, perché usciamo di nascosto come dei ladri? Perché? Cosa vuoi da me"? Mi assicurò di volere solo la mia amicizia, di non essere gay, e che il suo disagio era dovuto alle dicerie della gente che nei piccoli paesi di provincia, non fanno altro che sparlare, e che non aveva nessuna intenzione di rinunciare a me, perché ero un amico di cui non avrebbe potuto fare a meno. Gli sottolineai che se non fosse gay, non avrebbe avuto motivo di imbarazzarsi, visto che aveva scelto di essere mio amico, e se non aveva nulla da nascondere. Comunque considerando la sua giovane età cercai di assecondarlo per dargli il tempo di capire e di maturare. Ma le cose andarono sempre peggio, notai che diceva molte bugie, finché gli chiesi di non farsi più vedere. Andò in forte depressione, ed io non potevo sopportare che stesse male, così, convinto anche da una nostra amica, ripresi il mio rapporto con lui. Ormai avevo perso la logica di tutte le cose, stavo rasentando la pazzia, versai più lacrime di quante ne avessi, e a volte svenivo per la mia stanchezza mentale. Nonostante lo avessi perdonato, il suo comportamento era sempre più provocatorio, finché un giorno mi accorsi che mi stava usando come specchietto per le allodole; in realtà aveva delle relazioni sessuali con altri omosessuali omertosi, che gli salvavano la reputazione. Lui mi amava, lo so, spesso approfittava di un movimento casuale per sfiorarmi con una mano, ma la mia libertà e il fatto che io fossi dichiarato, lo spaventavano. E' inutile descrivere il mio dolore. Lui aveva deciso di viversi la nostra storia platonicamente, ma io stavo morendo lentamente. Quel giorno che decisi di liberarmi di lui per salvarmi, ho avuto l'impressione di morire, ma dovevo farlo. Ci sono voluti anni perché io lo dimenticassi. Racconto questa storia perché vorrei dire a questi ragazzi che non riescono a convivere con la propria condizione omosessuale, di farsi coraggio e di esprimere liberamente i propri sentimenti, se no, come il mio amato Giuseppe, potreste fare del male, molto male.
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Innanzitutto ringrazio Salvatore per la storia che ci ha voluto proporre, che non è una storia insolita tra ragazzi gay. Se per un verso capisco perfettamente il punto di vista di Salvatore e probabilmente in una situazione analoga avrei agito più meno nello stesso modo, ci tengo a ribadire un concetto. Un gay dichiarato si trova in una situazione molto diversa da quella in cui versa un gay non dichiarato. Dichiararsi o meno non è solo una questione soggettiva e non si può riportare al maggiore o minore coraggio del singolo, le variabili ambientali sono tante e spesso sono realmente determinanti al di là dei desideri dei singoli. Ho incontrato ragazzi che si sono dichiarati non per scelta me perché non potevano farne a meno perché ormai già individuati come gay a seguito, diciamo così, di errori di strategia nel loro nascondersi, e ho trovato ragazzi dichiarati in via assolutamente spontanea fin da quando si sono resi conto di essere gay, perché in fondo vivevano in una specie di isola felice in cui l’omosessualità era considerata una cosa normale. Nel bene o nel male il coming out è liberatorio ma in ambienti non idonei è molto pericoloso e il rischio di linciaggio morale esiste eccome. Su questo ho sentito raccontare e ho visto con i miei occhi cose raccapriccianti. Vorrei dire che i ragazzi che non si dichiarano possono avere fondatissimi motivi per non farlo e spesso i ragazzi gay dichiarati, quasi dall’alto delle loro condizione, diciamo così di libertà, non tengono conto che, in particolare per un ragazzo di 19 anni, in un ambiente come quello di un piccolo paese, il coming out può essere angosciante e al limite veramente distruttivo. Chi, in un modo o nell’altro, ha fatto il passo del dichiararsi si dimentica facilmente delle difficoltà che lui stesso in prima persona ha passato rima di decidersi, se la cosa è derivata realmente da una scelta e non da condizioni esterne determinanti. Devo dare atto a Salvatore che la storia che ha raccontato non lascia trasparire nessun giudizio circa il comportamento di Giuseppe (e questo è un segno d’amore) e mostra che, spesso, i ragazzi non dichiarati o anche quelli che scelgono la via dei lunghi e ambigui approcci platonici possono non rendersi conto che con il loro comportamento infliggono sofferenze pesanti a chi vorrebbe maggiore chiarezza e scelte determinate. In realtà quelli di Salvatore e di Giuseppe sono due diversi modi di essere gay. Nella mia vita ho incontrato ragazzi come Salvatore e ragazzi come Giuseppe ed effettivamente non ho potuto osservare rapporti sereni nel tentativo di far convivere modi di essere gay molto diversi. Ciò che mi pare fondamentale in ogni caso è la chiarezza almeno all’interno della coppia o all’atto delle costituzione di un rapporto affettivo serio. Capirsi fino in fondo, cioè capire l’uno le esigenze vere dell’altro, è fondamentale. I rapporti poco chiari, quelli giocati sul detto e il non detto, sul sottinteso, sulle interpretazioni, sono in sostanza dei defatiganti esercizi di pazienza che logorano un rapporto già prima che si comprenda di che cosa si tratta. Per i gay la chiarezza reciproca nella vita affettiva è irrinunciabile.

martedì 23 ottobre 2007

GAY NON DICHIARATI BISESSUALI E ETERO CURIOSI

Da qualche giorno a questa parte ricevo in chat diverse chiamate da parte di persone che non conosco, con rare eccezioni, si tratta di persone serie che hanno voglia di fare due chiacchiere in modo libero e il mio nick gayprogect seleziona queste persone che o sono gay o hanno almeno qualche seria volontà di conoscere il mondo gay e spesso ne subiscono più meno coscientemente il fascino. In genere non si tratta di ragazzi giovanissimi, sono ragazzi diciamo tra i 25 e 35. Mi limito a parlare qui di quelli “come si deve”, perché quelli interessati solo al sesso non restano in chat con me più di 30 secondi. Che impressione si riporta da queste chat? Limitiamoci a parlare di chat generali, non di chat specializzate, di chat gay o di siti di incontri, che non ho mai frequentato perché preferisco parlare con ragazzi non etichettati come gay. Diciamo subito che se fate una ricerca per nick vi potete rendere conto che i nick esplicitamente gay sono assolutamente eccezionali, il che però non significa che i ragazzi (e non solo) gay in quella chat non esistono, ma solo che preferiscono usare nick neutri. Negli ultimi giorni, in ragione del mio nick gayproject, ho ricevuto chiamate da diverse persone, 5 o 6 al giorno, nella maggioranza cose piuttosto serie e interessanti, persone che meritavano un rispetto non formale. Ormai ho una certa idea di come funzionano queste cose e ve ne riferisco, anche se probabilmente molti di voi ne sanno più di me! Ho trovato un ambiente migliore tra i ragazzi intorno ai 25/30 anni che tra i cinquantenni, in qualche caso qualche lettore cinquantenne ha passato il limite ma non con proposte sessuali ma con forme di invadenza al limite della maleducazione. Un signore eterosessuale (?) ha cercato di sottopormi ad un vero e proprio interrogatorio... una cosa un po’ penosa... senza dire una parola di sé, poi mi ha detto che era etero in un modo un po’ sprezzante... Mh! Un cinquantenne etero che chiama in chat uno sconosciuto col nick gayproject? I conti non tornano! E poi, in chat la cosa più sgradevole è trovare persone che assumono il ruolo di chi indaga senza voler palare di sé... chiedere a qualcuno quanti anni ha senza dire la propria età nemmeno dopo è una cosa scorretta, più di qualcuno mi ha detto la sua età e poi mi ha chiesto la mia e la cosa, in questi termini, aveva un senso. Diciamo che le chiacchierate che si possono fare in chat sono cose abbastanza interessanti in tre casi su quattro, il rimanente 25%, anche su una chat generale, se avete un nick gay, è costituito da proposte sessuali immediate. Ma il 75% ha un senso serio. In sostanza ne ho ottenuto l’ennesima conferma che le chat, in particolare quelle generali, servono ai ragazzi gay per trovare uno sfogo, per poter parlare di vita gay (non essenzialmente di sesso) in modo libero. I ragazzi che ho incontrato, tra l’altro, erano quasi tutti ragazzi gay non dichiarati, anche a 35 anni! Quelli che hanno una indipendenza economica e una abitazione per conto loro, tutto sommato hanno una vita meno stressante, anche se per loro il sesso si riduce alla masturbazione, per quelli che vivono con i genitori le cose sono molto più difficili anche nella vita quotidiana: incomprensioni, aspettative (dovresti pensare a sistemarti... ce l’hai una ragazza? ...), limitazioni sostanziali di libertà e della privacy... paura di essere scoperti... e questo ancora a 28/30 anni! In qualche caso si arriva addirittura ad avere una vita etro di copertura, coinvolgendo ragazze del tutto ignare di essere strumentalizzate. Per un ragazzo gay di 28/30 anni la chat più che un luogo di incontri (ricordate che si tratta quasi sempre di gay non dichiarati) è un luogo di sfogo, in pratica l’unico luogo in cui si può dire chiaramente: io sono gay. In relazione al mio nick è ovvio che sono gay e questi ragazzi quando parlano con me si sentono liberi e quando io parlo di “valori morali gay alti”, di serietà e di bellezza dell’essere gay, questi ragazzi sono contenti come lo sono io, perché in effetti per la prima volta si sentono valorizzati “per il loro essere gay!” e questo (lo so bene per esperienza personale) fa immensamente piacere. Ho trovato in qualche caso persone che sono andate a leggere il mio blog e poi sono tornate in chat per dirmi quello che ne pensavano e la cosa mi dato una grandissima soddisfazione. C’è ancora un’altra cosa che sto imparando in questi giorni e che tendevo a sottovalutare: la bisessualità esiste, esiste in modo serio. E, aggiungo, i cosiddetti etero curiosi sono una realtà. Si tratta di persone che hanno essenzialmente (ma non esclusivamente) una sessualità etero, ma subiscono il fascino del mondo gay, del quale, se non hanno una conoscenza a livello di contatti sessuali, hanno certamente una conoscenza a livello di contatti affettivi non superficiali. Devo ammettere che avevo qualche preclusione verso i bisessuali e verso gli etero curiosi, ma qualche giorno di chat mi ha portato a maturare una valutazione molto meno superficiale. Sono portato a pensare che un bisessuale o un etero curioso tenda a distinguere sessualità e affettività, alle donne è riservata la sessualità, ai gay è riservata l’affettività. Si tratta di situazioni non semplici da gestire perché un bisessuale o un etero curioso può sentirsi fuori posto sia tra gli etero che tra i gay. Ho avuto l’impressione che queste persone gradiscano molto essere accettate in modo serio dai gay, cioè senza preclusioni. Qui il discorso si fa delicato... ma per quanto possa sembrare incredibile, i gay possono operare consciamente o meno in modo da creare in un bisessuale o in un etero curioso la sensazione della chiusura e del rifiuto. Devo dire che io stesso, a voler essere onesto fino in fondo, avevo delle significative riserve mentali in proposito, ma conoscendo in chat alcune di queste persone e vedendo che persone sono e quanto possano apprezzare il fatto di essere accettate dai gay, mi sono completamente ricreduto. Se passeranno su questo sito bisessuali o etero curiosi, sappiano che qui sono graditissimi e che la loro presenza è una ricchezza per tutti. Se un discorso del genere, prima, sarebbe stato un discorso di circostanza, adesso, dopo aver conosciuto alcune di queste persone, lo dico con piena e cosciente partecipazione!