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lunedì 6 ottobre 2008

CORAGGIO E PAURA GAY

Parlando in chat con molti ragazzi gay osservo piuttosto spesso che quanti fanno fatica ad accettarsi come gay, in buona sostanza, finiscono per concentrarsi sulla dimensione soggettiva dell’essere gay e per trascurare, talvolta pericolosamente gli aspetti oggettivi che sono invece quelli potenzialmente più pericolosi.

Provo a fare una rapida sintesi degli elementi più ricorrenti. Un ragazzo gay che non si accetta:

1) Manca del tutto, nella grande maggioranza ei casi, di informazioni serie circa la vita reale degli altri ragazzi gay, in buona sostanza non sa con esattezza che cosa sta rifiutando e si fa spaventare dalla comune visione dell’essere gay in chiava patologica. In sostanza il rifiuto dell’identità gay deriva proprio dal non avere alcuna idea concreta di che cosa significhi essere gay, di come vivano realmente gli altri ragazzi gay, di quali siano le reali potenzialità di vita affettiva che si prospettano ad un ragazzo gay.

2) È portato a pensare che essere gay sia una questione legata soprattutto alla pratica della sessualità concreta trascurando in notevole misura e addirittura del tutto la dimensione affettiva della omosessualità che resta così ridotta a una realtà apparentemente più marginale e controllabile da parte della volontà.

3) Si ritiene “unico” e il confronto con i suoi amici etero non fa che incoraggiarlo in questa valutazione. Mi capita molto spesso di sentirmi raccontare episodi che sono assolutamente tipici dei ragazzi gay come se si trattasse di cose assolutamente uniche segno di una qualche “perversione” o patologia. Classico è il caso delle storie dei ragazzi gay frequentatori di piscine o di palestre che considerano “eccessivo” (patologico) sentirsi fortemente attratti da un bel ragazzo che hanno visto nudo nelle docce e altrettanto classico è il caso delle esperienze sessuali in età preadolescenziale. Molti ragazzi parlano di queste cose come se fossero capitate soltanto a loro anche se in realtà si tratta di sentimenti e di esperienze comuni praticamente a tutti i ragazzi gay e spessissimo anche ai ragazzi etero.

4) Ha problemi con la masturbazione e tende a reprimerla, a limitarla, o a ridurla a puro esercizio fisiologico, privandola delle fantasie masturbatorie a forza di volontà, proprio perché la masturbazione lo induce a rendersi conto del suo orientamento gay.

5) Sviluppa sensi di colpa legati alla sessualità in quanto ritiene che siano “normali” alcuni comportamenti ed alcune “fantasie sessuali” mentre ritiene che altre siano “perverse”. L’identificazione del “perverso” è condotta sulla base del sentito dire e delle opinioni comuni. La categoria del “perverso” tende ad allargarsi fino a ricomprendere quasi tutte le fantasie sessuali. Il rifiuto radicale della omosessualità è mascherato sotto forma di rifiuto delle “perversioni” lette in chiava patologica. Per questi ragazzi, in sostanza, l’interpretazione della omosessualità come psicopatologia è ancora viva e invade prepotentemente la scena.

6) Tende a giustificare le proprie pulsioni sessuali, vissute come patologiche, in chiave di malattia “congenita”, contro la quale il singolo non può nulla. Classiche sono affermazioni del tipo; “Non ci posso fare nulla se sono così, non è colpa mia!” In cui l’essere gay è anche verbalmente associato, come tale, all’idea di colpa.

7) Tende a dare al sacrificio della sua sessualità un valore grandissimo, come scelta spiritualmente qualificata. Classica è la promessa di non masturbarsi come segno di “cambiamento di vita” o come rinuncia religiosamente fondata. In alcuni casi la promessa di non masturbarsi è considerata come il corrispondente di un particolare favore del cielo in materie di valore molto variabile, da cose serissime fine fino a cose di valore opinabile:
a) “Se mio padre guarisce non mi masturbo più“
b) “Se il mio amico mi vorrà bene io non mi masturberò più”
c) “Se l’Italia vince il mondiale non mi masturbo più”
Si tratta in realtà di tentativi di sacrificare la propria identità gay emergente nella masturbazione, leggendo la cosa in chiave positiva. È ovvio che queste promesse, assolutamente incongrue, non possono essere mantenute e ne consegue uno stato di frustrazione profonda. Talvolta il rifiuto della masturbazione si manifesta nella limitazione della sua frequenza o nel non condurla fino all’orgasmo. Il vero problema di questa supervalutazione degli elementi psicologici legati alla masturbazione consiste nell’allontanamento del ragazzo da una idea seria della morale. La morale sessuale consistente nel rifiuto della masturbazione diventa “La” morale per eccellenza, questo comporta una chiusura su di sé e rispetto al mondo esterno.

8) Manifesta dubbi circa il suo orientamento sessuale e quando lo accetta tende a manifestare dubbi circa la sostanziale perversione della sua sessualità che finisce per “dover” avere qualcosa di patologico.

Per esperienza diretta, devo sottolineare che, i ragazzi che non si accettano, quando superano il rifiuto del confronto e vengono a contatto con persone gay attendibili, non dimostrano alcuna chiusura e alcuna ritrosia a manifestare i propri dubbi e a parlare di sé in modo serissimo. Direi che, superata la barriera del rifiuto, in sostanza, questi ragazzi entrano in un’altra fase che rappresenta per loro allo stesso tempo un’esperienza attraente e sconvolgente. Cominciano a vedere da vicino il loro vero mondo. Non si deve pensare che questi momenti siano di tranquillità e di liberazione, si tratta in realtà di momenti di vero sconvolgimento di quasi tutti i parametri di vita precedenti, che possono provocare reazioni emotive violente e fortemente oscillanti tra un tono entusiastico e un tono nettamente depresso, tra momenti di fiducia totale e momenti (transitori) di radicale diffidenza. Chi non ha mai conosciuto persone gay affidabili ed ha appena superato il rifiuto del dialogo non si trova automaticamente a suo agio, ha bisogno di saggiare il terreno. Tuttavia i momenti comunicativi, che sono in assoluto prevalenti, dimostrano che in genere i ragazzi che vivono in prima persona queste cose non cercano informazioni o risposte razionali ma cercano una risposta affettiva, ossia cercano attenzione e rispetto, hanno in fondo per la prima volta nella vita la possibilità di essere capiti ed accettati per quello che sono realmente ma nello stesso tempo provano un senso di insicurezza totale che sfocia nelle necessità di punti di riferimento e più che altro di persone di riferimento. Queste forme di dialogo hanno una dimensione di sincerità e di immediatezza assolutamente unica. La cose che mi sento chiedere più frequentemente è “Dimmi tutto quello che pensi senza nessuna restrizione, io voglio sapere!” Quando un incontro avviene sulla base di una sincerità reciproca assoluta non può non avere un valore affettivo importante.

Nei momenti di forte reazione emotiva, questi ragazzi hanno bisogno di rassicurazioni su molte cose che si presentano ai loro occhi come incognite ed oscure. Provo ad elencare le più tipiche.

1) Cercano innanzitutto una rassicurazione personale, cioè un apprezzamento di sé come persona, apprezzamento che non può mancare, quanto meno per lo sforzo di sincerità che ha costi emotivi altissimi. A questi ragazzi non interessa una rassicurazione generica, buona per tutti, ma proprio un apprezzamento della loro persona in riferimento al loro vissuto concreto. Spesso, alle formule di apprezzamento generico seguono da parte loro delle puntualizzazioni che tendono a sottolineare i lati deboli della loro personalità o alcuni comportamenti ai qual associano ansiosamente dei sensi di colpa. La rassicurazione viene accettata come seria solo se tiene presenti effettivamente anche tutti gli elementi che il ragazzo intende come negativi, altrimenti è considerata una formalità, cosa che mina il rapporto di fiducia. Quando il contatto che si crea è autentico, è fondamentale che non sia soggetto al rischio di dissolversi per ragioni banali. Inevitabilmente, nei colloqui che durano molte ore, prima o poi, si arriva a dei momenti di dissonanza, tuttavia, se il contatto è serio, quei momenti di dissonanza si risolvono e il rapporto ne esce ulteriormente consolidato. Nulla stabilizza un rapporto di fiducia reciproca come il rendersi conto che non potrà essere distrutto da cose banali. In altre parole la sensazione di solidità di un rapporto di fiducia reciproca contribuisce a creare una dimensione affettiva seria.

2) Cercano rassicurazioni circa il fatto che gli altri ragazzi vivono esperienze analoghe alle loro e che quelle esperienze sono “esperienze gay” e non il risultato di una qualche patologia mentale. Si tratta della necessità di inquadrarsi e di interpretarsi, per la quale essere gay è comunque meglio che essere esemplari unici non interpretabili se non in chiave patologica.

3) Cercano rassicurazioni circa il fatto che la loro vita per il fatto di essere la vita un ragazzo gay non sarà comunque condannata alla solitudine ma potrà realizzare una dimensione affettiva vera e profonda. È fondamentale, per un ragazzo che si sta accettando, rendersi conto che i suoi sogni repressi, non solo non devono essere repressi, ma possono essere anche perseguiti e realizzati.

In molti casi un approccio non corretto al problema dell’accettazione della identità gay può complicare molto la situazione. I gay nel corso dei decenni hanno sviluppato una vera cultura gay che ha elaborato, ad esempio, meccanismi e comportamenti coscienti di difesa e di ricerca di un compagno che sono “tipicamente gay”, come le questioni legate al coming out che nel mondo etero non esistono affatto o quelle legate all’incertezza circa l’orientamento sessuale del ragazzo di cui ci si innamora, o al rapporto tra l’essere gay e la religione. In tutte queste cose, pur nella variabilità individuale, esiste una risposta tendenziale piuttosto uniforme tra le persone gay.

Quando un padre capisce di avere un figlio gay, nella quasi totalità dei casi non è capace di comprendere che cosa questo significhi. L’accettazione “razionale” e non emotiva di un figlio gay da parte del genitore che, magari in piena buona fede, contribuisce a far vivere al figlio l’identità gay come una condizione patologica, può creare molti falsi problemi che, anche se falsi, sono cionondimeno problemi ansiogeni.

Vorrei insistere su un punto: l’accettazione emotiva, affettiva, d’impeto, non razionale, di un ragazzo gay da parte dei genitori, cioè l’accettazione che si manifesta con un abbraccio caldo e sentito, è una spinta estremamente positiva verso la risoluzione dei problemi di accettazione della omosessualità anche livello individuale, mentre le risposte razionali, più fredde e distaccate, contribuiscono a destabilizzare un ragazzo nel suo percorso di accettazione. Al limite, è forse preferibile un atteggiamento esplicito di rifiuto, che spinge un ragazzo verso la sua autonomia, che un atteggiamento razionale che maschera o agli occhi del figlio sembra mascherare un rifiuto sostanziale. Accettazione vera significa accettazione emotiva e affettuosa del figlio.

Quando un genitore, sulla scorta delle migliori intenzioni, volesse fare qualcosa per il figlio gli mancherebbe comunque la possibilità di essere una guida del figlio nella sua vita gay. Perché si può imparare che cos’è la vita di un ragazzo gay solo da altri gay. È per questo che il primo contatto di un ragazzo che non si accettava con l’ambiente gay ha un valore enorme, perché lo avvicina al modo gay di vedere la vita, cosa che non può fare un genitore e nemmeno uno psicologo che non conosce il mondo gay dall’interno.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Poprgetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=32893706

domenica 25 maggio 2008

ESSERE O NON ESSERE GAY

Ricevo oggi il seguente commento sul Bolog Progetto Gay:

Project visto che sei molto bravo ad analizzare le situzione dei ragazzi gay vorrei darti un suggerimento sul prossimo argomento da trattare: l'omofobia interiorizza: i ragazzi hanno veramente paura di essere gay, perché sono spaventati da questo tipo di sessualità, o perché hanno paura della reazione degli altri, cioè di essere discriminati, non accettati ed etichettati.

Scritto da : erox 24/5/2008

Caro erox,

mi proponi una questione sulla quale mi sono trovato a riflettere più volte, accennando ad una omofobia interiorizzata e chiedendoti se i ragazzi hanno veramente paura di essere gay, perché sono spaventati da questo tipo di sessualità o perché hanno paura della reazione degli altri, cioè di essere discriminati, non accettati ed etichettati. Cercherò di rispondere sulla base dell’esperienza maturata nelle chat. Credo che porre la questione in termini di alternativa secca per un verso non permetta di esaurire tutta la questione ma abbia il vantaggio di mettere subito a fuoco i due aspetti essenziali della paura di essere gay.

Per evitare un approccio astratto, cercherò di riportare situazioni concrete, naturalmente usando nomi di fantasia.

1) Lorenzo ha 20 anni, ha avuto una ragazza fino a sei mesi fa ed ha avuto con lei rapporti sessuali in modo piuttosto regolare, pur avendo avuto talvolta fantasie sessuali gay mescolate con fantasie etero, si è considerato senza esitazione etero ed ha continuato a masturbarsi pensando alle ragazze fino a circa sei mesi fa. Successivamente ha incontrato in palestra un ragazzo 21enne, Marco, che all’inizio ha considerato solo un buon amico, che si è poi rivelato essere gay. Marco con non poca insistenza ha convinto Lorenzo ad avere con lui forme di intimità sempre più spinta fino ad arrivare alla masturbazione reciproca. Quando Lorenzo mi ha contattato si sentiva sereno e libero, il suo rapporto con Marco gli sembrava soddisfacente. Lorenzo, che si considerava chiaramente gay, mi ha contattato essenzialmente per chiedermi come fare a uscire dal rapporto con la ragazza che sentiva ormai come un vincolo. Il discorso di Lorenzo circa la ragazza dimostrava tuttavia che dietro la determinazione di chiudere il rapporto con lei permanevano valutazioni estremamente positive del contatto affettivo con la ragazza, contatto che a detta di Lorenzo doveva essere comunque “purtroppo” chiuso perché sul piano sessuale le scelte di Lorenzo erano orientate verso Marco col quale però Lorenzo non dimostrava di avere un vero rapporto affettivo. In altri termini l’affettività di Lorenzo era indirizzata verso la sua ragazza mentre la sessualità era orientata verso Marco. Ho cercato di fare riflettere Lorenzo perché decidesse che fare in modo meno impulsivo, ma non c’è stato nulla da fare, Lorenzo ha lasciato la ragazza in un autentico stato di disperazione ed è passato a vivere con Marco una sessualità frenetica, tipica di coloro che hanno appena scoperto l’omosessualità in età ormai adulta. Due mesi dopo il rapporto tra Marco e Lorenzo era completamente logorato. Lorenzo accusava apertamente Marco di avergli rovinato la vita. Dopo un litigio furibondo Marco e Lorenzo si sono lasciati definitivamente. La ragazza di Lorenzo lo ha cercato e lo ha rivoluto con sé. Lorenzo e la sua ragazza hanno ricominciato ad avere rapporti sessuali avvertiti da Lorenzo come poco soddisfacenti. Dopo circa un mese Lorenzo mi ha ricontattato per parlare del suo orientamento sessuale dicendomi che si sentiva “più gay che etero” ma che non ce la faceva ad accettare l’idea di essere gay. Si aspettava da me che io gli dicessi che era gay e che doveva di nuovo e definitivamente lasciare la ragazza. Io gli ho detto solo di prendersi il suo tempo e di capire meglio quali fossero i suoi veri desideri sia a livello affettivo che sessuale e ho aggiunto che mi è capitato per due volte che un ragazzo che mi aveva contattato per parlare di orientamento sessuale si sia orientato verso l’eterosessualità, in entrambi i casi ho mantenuto ottimi rapporti con quei ragazzi. Io sono gay ma se un ragazzo è orientato vero l’eterosessualità è mio dovere aiutarlo a fare la sua scelta verso l’eterosessualità facendogli capire che non sta commettendo alcun tradimento ma sta solo seguendo le sue inclinazioni.

2) Massimo, 23 anni, gay fin dall’origine, vive a casa dei genitori esplicitamente omofobi, nonostante le pressioni dei genitori non ha mai avuto una ragazza, non è dichiarato perché vive in un paesino minuscolo nelle Alpi lombarde. Recita la parte dell’etero, per necessità di sopravvivenza, fa la corte alle ragazze del paese, stando attento a non esagerare e a non creare mai nulla di troppo personale. Ha fama di donnaiolo (fama usurpata ma da lui alimentata). Non ha amici gay se non in via telematica. I suoi pochissimi amici etero lo credono etero senza ombra di dubbio. Quando mi ha contattato, Massimo era appena uscito da una vicenda giudiziaria: era stato coinvolto in una oscura faccenda perché aveva partecipato a un pestaggio o qualcosa di simile ai danni di un ragazzo gay allora 19enne. Massimo era stato rilasciato perché il 19enne lo aveva scagionato, mentre Massimo diceva che lui al pestaggio c’era e si era comportato peggio degli altri. Quando abbiamo parlato, Massimo mi ripeteva che al pestaggio c’era anche lui ma che il 19enne lo aveva voluto tenere fuori, non sapeva capire come mai si fosse fatto trascinare in una cosa del genere che gli sembrava palesemente assurda. Massimo mi ha raccontato che l’essere stato accusato di aver partecipato al pestaggio lo aveva fatto considerare da tutti ancora più marcatamente etero tanto che il fatto di non aver mai avuto una ragazza era passato in secondo piano. Quando il padre di Massimo ha saputo di che cosa era accusato il figlio non lo ha rimproverato e quando il figlio è stato scagionato il padre ha continuato a dire che il figlio c’era come se si trattasse di una questione di merito. Massimo non ha mai avuto un ragazzo, ha evitato qualsiasi manifestazione esterna della sua omosessualità, attualmente ha un lavoro precario. Lo scorso anno ha lavorato per quattro mesi. Massimo è solo e sa che resterà solo, sogna di trovare lavoro lontanissimo da casa sua e dal suo piccolo paese.

Credo francamente che le due situazioni di cui ho parlato siano un esempio lampante dei due versanti della paura di essere gay: quello soggettivo legato all’orientamento sessuale e quello sociale legato alle reazioni della gente alla omosessualità. In termini reali le situazioni esistono entrambe, ma le situazioni del primo tipo sono certamente meno numerose anche se più gravi. Grazie erox per il tuo suggerimento!

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogay.forumfree.net/?t=28318118

mercoledì 26 marzo 2008

NORMALITA’ GAY E PAURA DI ESSERE GAY

Scrivo questo post perché una mail ricevuta questa sera mi ha indotto a riflettere sulla centralità di un argomento, cioè la paura di essere gay. Mi ha scritto un ragazzo che dice di avere compiuto da poco 16 anni e di non sapere nulla del mondo gay, dice di provare sensazioni che crede possano significare che è gay. Descrive queste sensazioni in modo molto chiaro e lui stesso giunge alla soluzione “Io penso proprio di essere gay”, ma aggiunge subito dopo: “però ho paura di essere gay”. In questa mail “avere paura di essere gay” non significa avere dubbi, perché il mio giovanissimo lettore non ne ha e probabilmente ha ragione a non averne, “avere paura di essere gay” significa letteralmente temere che stia per cominciare qualcosa di terribile e di incontrollabile. E’ a questo concetto di “paura di essere gay” da parte di chi gay comunque ci si sente realmente che voglio dedicare questa discussione.


Intanto, il fatto che un ragazzo di 16 anni non sappia in concreto che cosa significa essere gay sembra indicare delle carenze e delle chiusure educative di base. Nessuna informazione seria sembra essere filtrata a questo ragazzo circa la vita vera dei gay, lui stesso confessa chiaramente di “non saperne nulla”, però questo ragazzo in realtà non è affatto disorientato. A 16 anni usa internet, a quanto lui stesso dice, ha visitato siti definiti “gay” di tutti i tipi, è arrivato a Progetto Gay, ha letto ampiamente i blog e il forum e ha addirittura trovato il coraggio per scrivere a me, cosa che per un ragazzo di 16 anni è assolutamente eccezionale (l’età media dei ragazzi che frequentano Progetto Gay è tra i 25 e i 26 anni). Questo ragazzo, dunque, ha le idee molto chiare sul “che fare” per capire che cos’è la vita vera dei gay. A quanto lascia intendere, mi scrive non per avere informazioni che può avere in quantità tramite i blog e il forum, ma per rendersi conto di come ci si trova in un ambiente come questo, che però, come lui stesso riconosce, è un ambiente molto particolare. Io sintetizzerei la risposta alla domanda “che cosa cerca da me questo ragazzo?” in una espressione brevissima: “cerca una conferma della normalità dell’essere gay”. A questo ragazzo e a tutti i ragazzi che potranno capitare casualmente su Progetto Gay in cerca di normalità, io dedico questo post.

In primo luogo, essere gay non è un atto di ribellione a nulla e a nessuno ma è solo la manifestazione di una identità personale. Grandi istituzioni come Chiesa Cattolica condannano l’omosessualità e tendono a farla apparire come non normale. Sarebbe facile avviare una polemica contro questi atteggiamenti e sciorinare argomenti e testimonianze ma tutto questo accentuerebbe l’idea di gay come non normale, di gay contro qualcosa. La linea di Progetto Gay non è quella della polemica ma quella della presentazione della normalità dell’essere gay. Normalità che non è un dogma ma si avverte direttamente dalla osservazione della realtà nel suo aspetto quotidiano. Progetto Gay non fa discorsi ideologici ma racconta frammenti di vita gay a chi vuole ascoltarli.

Spesso i gay si nascondo, questo è un fatto, i gay pubblicamente dichiarati sono una percentuale minima, molti di dichiarano ad un ristrettissimo numero di amici dei quali si fidano, e molti sono ancora oggi quelli che non si dichiarano a nessuno. La vita gay non si manifesta alla luce del sole non perché o gay abbiano qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi ma perché l’ignoranza e il preconcetto nei confronti dei gay è tale da indirli a un comportamento estremamente prudente. Chi, anche tra gli etero, conosce la vita dei gay da vicino non la considera affatto anormale. Le amicizie serie tra ragazzi gay ed etero sono ormai una cosa piuttosto comune e non perché ci sia “tolleranza” che è una parola che rimarca la non normalità, ma perché l’essere gay è considerato da moltissimi etero assolutamente normale. Spesso questi etero non possono neppure manifestare all’esterno questa loro convinzione nel timore di essere presi per gay e di dover incappare anche loro nelle maglie della omofobia.

I ragazzi gay son ragazzi come tutti gli altri, né migliori né peggiori, tra loro ci sono persone eccellenti e persone inaffidabili esattamente come tra gli etero. Le dinamiche della vita affettiva gay sono del tutto analoghe alle dinamiche della vita affettiva etero, con in più le complicazioni dovute al fatto che i gay non sono distinguibili dal resto della popolazione e che quindi per un ragazzo gay costruire un rapporto affettivo con un altro ragazzo gay è decisamente più problematico, ma con la diminuzione dei livelli di ignoranza e di pregiudizio i gay, specialmente quelli giovani, riescono oggi a prendere contatto tra loro senza eccessive difficoltà.

Molte complicazioni della vita gay non sono imputabili ai gay ma alla mancata parificazione delle unioni gay al matrimonio, che ha portato a problemi di vario tipo. Chiedere che le unioni gay siano in tutto parificate al matrimonio non è una fantasia peregrina ma un’esigenza sociale di giustizia che finirà per prevalere anche in Italia così come accade in altre parti del mondo.

Non è affatto vero che i gay non si realizzano. Ho visto più volte ragazzi gay felici della loro vita di coppia e ho visto matrimoni eterosessuali fallire nonostante la presenza di figli.

Di regola i gay non fanno stranezze, non hanno comportamenti diversi da quelli degli altri ragazzi, non sono effeminati, tanto è vero che non si riesce nemmeno a riconoscerli.

La vita normale dei ragazzi gay e fatta di studio, di lavoro, di affettività e di sessualità come la vita di tutti gli altri ragazzi.

L’essere gay non ha nulla a che vedere col male che è la sofferenza imposta ad un’altra persona. E’ invece un male la limitazione di fatto della libertà dei gay perché crea sofferenza del tutto immotivata. La paura dell’essere gay deriva solo dall’ignoranza e dal pregiudizio.
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Se volete, potete partecipare alla discussione sul tema aperta nel Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=26441737

giovedì 15 novembre 2007

AMORE GAY E VIOLENZA

Quella che segue è una lettera autentica, datata 11 Marzo 2001, realmente inviata al destinatario, che mi è stata consegnata in copia dall’autore nell’Aprile del 2006. Mi sono limitato a cancellare i nomi delle persone e dei luoghi per rendere il testo non riferibile a persone concrete. Il fatto di cui si parla è un fatto grave e manifesta una subdola e infame forma di violenza che infanga il nome dei gay.
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Ma che ci sei voluto entrare a fare nella mia vita? Io non ti avevo cercato, ma tu ti sei messo in mezzo, perché ci sei venuto tu a cercarmi, ti sei inventato tutte le scuse possibili e immaginabili, non mi hai dato pace, per me sei stato una preoccupazione insopportabile, una presenza angosciante che non riuscivo a togliermi di torno in nessun modo. Mi sono chiesto tantissime cose, ma tanto non potevo capire nulla e mi mettevo a ragionare da solo, mi dicevo: Ma questo che vuole? Ma perché insiste? Perché io non ti ho mai dato corda, non ti ho mai fatto capire nulla, sono stato attentissimo a non dire mai una parola fuori posto fin dal primo istante e sono arrivato a non poterne più di te. Le primissime volte era una cosa gradita, perché quando senti che uno ti viene appresso è una cosa gradita, ma poi io volevo fare la mia vita, non ero innamorato di te, volevo stare in pace per i fatti miei, io ufficialmente per te potevo essere pure etero... eppure tu ti sei appiccicato a me e non mi hai mollato più. Ma che volevi? E’ questo che non ho mai capito! Ma se volevi un po’ di sesso te lo potevi trovare da qualche altra parte. Pensa che m’è pure passato per la testa che ti fossi innamorato di me! Pensa fino a che punto posso essere stato stupido. Io non ho mai desiderato di essere amato da te però alla fine sono arrivato a giustificare tutto l’assillo che mi hai procurato col fatto che tu, forse, potevi esserti innamorato di me, e per questo non ti ho mandato a quel paese, mi facevi pena. Certe volte eri così ossessivo che io ho pure pensato di rivolgermi alla polizia, perché il tuo non era un modo di fare la corte ma di distruggere un’altra persona. Hai fatto le cose più vergognose... ti sei appostato sotto casa mia e mi hai costretto a non uscire dei casa per ore per evitare di incontrarti, mi hai torturato di sms finché non ho cambiato scheda telefonica, e ho dovuto cambiare pure il numero di casa e ho saputo da Marco che il numero te lo ha dato lui e che tu lo hai imbrogliato per fartelo dare... e poi le lettere, le e-mail farneticanti, tu parlavi d’amore in un modo tale che mi faceva paura ma tu non te ne rendevi nemmeno conto, sei stato una vera e propria ossessione per me. Prima di uscire di casa guardavo cento volte se la strada era libera, cambiavo orario ogni volta, la mattina uscivo mezz’ora prima perché avevo paura di incontrarti e tutto questo gioco al massacro non è stato breve, hai insistito per mesi, dalla metà di Aprile fino a quella maledetta giornata all’università! Tu i tuoi conti te li eri fatti... non mi aspettavi più sotto casa, mi aspettavi direttamente all’università, perché ero stato così stupido da parlartene. Quello è stato il giorno più assurdo della mia vita perché ho fatto l’errore peggiore che potevo fare: mi sono fermato a parlare con te, e tu hai finto una marea di buoni sentimenti, e io, cretino, ci sono caduto come un deficiente, tu il ragazzetto innamorato! Ma quando mai! Quanto me ne sono pentito dopo! Hai fatto una scena vergognosa... perché era solo una recita e adesso lo so benissimo, hai fatto il debole... tu! Quello che sta in crisi... quello che cerca un amico per parlare, ma io avrei dovuto ciecarti gli occhi ma io ti sono stato a sentire... e io non ero innamorato di te, e non sono mai stato innamorato di te, perché sei solo un verme! Io ti sono stato a sentire perché mi facevi pena, e tu hai visto fino a che punto ero stato stupido e ormai avevi gioco facile... parlavi d’amore, tu che fai schifo! Ma tu parlavi d’amore con un’ipocrisia che non mai visto in nessuno. Mi hai fatto pena e non me ne sono andato e siamo andati alla mensa e tu hai fatto pagare il conto a me, per farmi sentire il salvatore del povero ragazzo depresso... e io sono stato così imbecille da crederci. Te li ricordi, vero, tutti i discorsi falsi che hai fatto! ... e quel pomeriggio non mi hai mollato più, io volevo scappare ma tu mi stavi appresso, non mi facevi nemmeno respirare, io non ne potevo più di averti vicino di sentire la tua voce lamentosa, ti odiavo ma mi facevi pena o, non lo so che cosa fosse, ma non sono riuscito a staccarmi da te. Hai fatto una scena tale che io pensavo almeno che tu fossi sincero e ti ho dato il nuovo numero di cellulare. E dopo quel maledetto giorno hai ricominciato a chiamarmi dieci volte al giorno. Io lo so che gli innamorati chiamano dieci volte al giorno, ma io non ero innamorato di te, non ti sopportavo proprio, ma tanto hai fatto e tanto hai detto che ti sei intrufolato con l’imbroglio nella mia via, a te di me non te ne fregava nulla perché tu non sei capace di sentimenti, tu non pensavi a me ma a non sentirti uno che deve rinunciare a quello che si è messo in mente, tu non avresti mai ammesso di perdere e sei arrivato a fare la cosa più odiosa che potessi fare... tu sei venuto a casa mia e avevi già in mente quello che volevi fare, con le buone o con le cattive, io avrei dovuto capirlo ma non l’ho capito e ti ho fatto entrare, la tua presenza non la sopportavo proprio, tu mi hai costretto a fare l’amore con te, perché tu mi facevi schifo proprio come persona. Non lo hai fatto con la forza fisica perché se solo ci avessi provato ti avrei cavato gi occhi, ma sei stato così perfido, così insinuante, così odioso che alla fine io ho dovuto mollare perché avevo paura... io non ho ceduto per amore, non mi sarebbe mai passato per l’anticamera del cervello, io di te avevo paura, sembravi uno completamente fuori di testa, dicevi stupidaggini a raffica e non sapevo come farti stare tranquillo, e tu hai approfittato vergognosamente della situazione perché tu fai schifo! ... Per me è stato un incubo! Ma tu non capivi niente e pensavi solo a te stesso... e dopo hai avuto la faccia di sorridere, di dirmi che l’avevi fatto per me! Io non ho mai odiato nessuno come odio te, mi hai rubato ma mia dignità mi hai fatto sentire uno schifo, uno che si è fatto mettere nel sacco da uno stron... come te. Non mi fai nemmeno pena, mi fai solo schifo!