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mercoledì 4 febbraio 2015
GAY E ANSIA
L’ansia è una forma di timore connesso a qualcosa di indefinito e indeterminato che è avvertito come un pericolo dal quale però è impossibile tenersi lontani. L’ansia ha manifestazioni fisiche di vario livello, dall’irrequietezza, all’insonnia, alla tachicardia, alla extrasistolia, all’ipertensione e sconvolge talora i ritmi della vita ordinaria rendendo difficile se non impossibile la realizzazione di azioni quotidiane che prima dell’insorgere dello stato ansioso erano considerate banali.
Ci sono forme di ansia del tutto prive di cause oggettive individuabili e ci sono forme di ansia in cui si individua una causa oggettiva ma la reazione ansiosa va ben al di là di quanto ci si potrebbe razionalmente aspettare. L’ansia è connessa ad una errata valutazione del pericolo e alla prevalenza della reazione emotiva su quella razionale. Si possono rilevare manifestazioni ansiose di intensità molto variabile in molte patologie anche gravi ma se ne possono riscontrare, quantunque di grado più lieve, anche in situazioni che hanno oggettivamente ben poco di patologico.
Oggi l’ansia comincia ad essere studiata non solo a livello descrittivo ma anche a livello biochimico, si tratta di studi affascinanti ma siamo agli inizi di una biochimica dei fenomeni psichici che resta comunque materia per alti specialisti. Le terapie farmacologiche dell’ansia possono andare ben oltre i classici ansiolitici minori ma devono essere gestite sotto stretto controllo specialistico. Intendo dire che le competenze biochimiche e farmacologiche per gestire i moderni psicofarmaci vanno oltre le competenze del medico di base e richiedono intervento di specialisti.
In questo post prenderò in considerazione il peso dell’ansia in particolare in relazione all’accettazione della omosessualità e agli aspetti della vita ordinaria di un omosessuale. Preciso che non mi occuperò di ansia patologica, che, come detto, ha bisogno di un approccio specialistico, ma di ansia “normale”. Per quanto possa sembrare paradossale, l’ansia, entro certi limiti, è una componente normale della vita di tutti ed è addirittura necessaria per mantenere, quando se ne presenta la necessità, i dovuti livelli di attenzione e di allarme.
C’è una nozione sulla quale vorrei fermarmi in particolare: l’ansia, o meglio la predisposizione all’ansia, in molti casi si trasmette per via educativa. Ogni forma di educazione che tenda ad accentuare il clima di incertezza e di paura, ogni forma di educazione che trascuri di valorizzare adeguatamente un approccio razionale è di per sé ansiogena. Al contrario ogni forma che educazione che fornisce al bambino spiegazioni di tipo razionale lo abitua a pensare con categorie razionali e lo immunizza nel confronti degli eccessi di emotività. Non c’è bisogno di dire che la migliore profilassi dell’ansia dell’adulto sta in una educazione rassicurante e gratificante, che non induca mai timori irrazionali.
L’ansia è alimentata nel bambino dal mancato rapporto con gli adulti e coi genitori in particolare. È la tipica ansia di rifiuto. Talvolta il rapporto con l’adulto c’è ma è ansiogeno perché punitivo, distaccato e formale. Al di là della volontà educativa, resta il fatto che un adulto ansioso induce ansia nel minore e lo porta per imitazione ad assimilare i meccanismi ansiogeni (dubbi ricorrenti, sensi di insicurezza assecondati, eloquio frenetico e ripetitivo e simili, innalzamento del tono della voce, tono allarmato, o nell’altro senso, mutismo, ansia depressiva, passività ecc. ecc.). Un sano ambiente familiare è la migliore profilassi dell’ansia anche a lunga scadenza, cioè a distanza di anni.
Va tenuto per presente che influiscono sulla genesi dell’ansia molte altre componenti al di fuori della stretta cerchia familiare, tra le altre sono fondamentali l’educazione religiosa e la sessualità. Non è la religione in sé ad essere ansiogena ma è innegabile che un rapporto distorto con la religione può portare ad alti livelli d’ansia. La religione può essere vista in modo positivo e tranquillizzante, come una spinta all’impegno personale e alla disponibilità verso il prossimo, ma può anche essere vista in modo ansioso può cioè ingenerare timore, smarrimento e sensi di colpa del tutto immotivati, in questi termini si trasforma in una causa di preoccupazione, il timore di essere giudicati e di non essere all’altezza delle attese porta al crollo dell’autostima e a stati d’ansia che possono essere anche molto profondi.
Per quanto riguarda la sessualità il discorso si fa particolarmente complesso, perché tornano in campo le dinamiche familiari, quelle legate alla religione e tutta la sfera relazionale, dalle amicizie al clima sociale in cui si vive. La reazione davanti alla scoperta della sessualità fisica e della masturbazione è fortemente dipendente dall’ansia. Per molti ragazzi i primi contatti con la sessualità sono assolutamente tranquilli perché per loro la sessualità non è mai stata un tabù ma un argomento del quale era possibile parlare seriamente con gli adulti. Per altri ragazzi i primi contatti con la sessualità sono invece causa di ansia profonda, accentuano la solitudine in ambito familiare, sono percepiti come qualcosa di sporco o comunque di strano, come un elemento di eccezionalità che per ciò stesso marginalizza la persona, la isola dall’ambiente familiare e sociale e la chiude nella sua solitudine a viversi i suoi sensi di colpa.
È ovvio che l’educazione sessuale ha un peso determinante sull’insorgere dell’ansia sessuale. Nulla più dell’atteggiamento verso la sessualità è assimilato dall’ambiente. La logica dei tabù è ansiogena come quella dei divieti e degli obblighi. Tutte le forme di educazione restrittive della libertà, soprattutto restrittive della libertà “senza motivazioni razionali e autentiche”, induce sensi di ribellione e conseguentemente anche sensi di colpa, come tutte le reazioni vissute in clima di ansia.
Per quanto riguarda i ragazzi gay è tipica l’ansia legata al fatto di poter essere individuati come gay in famiglia, a scuola o dagli amici, ma è altrettanto tipica l’ansia legata all’uso della pornografia e all’idea di lasciare traccia dell’uso della pornografa, peggio ancora se si tratta di pornografia gay, nel computer usato da altre persone di famiglia. Non è raro vedere insorgere stati di ansia legati all’idea del tutto irrealistica di essere immorali, sesso-dipendenti o di essere in situazioni oggettivamente patologiche. Mi è capitato più volte di vedere ragazzi che si sentivano in colpa perché secondo loro erano troppo interessati al sesso. Quando si accorgevano che il mio discorso in proposito aveva come unica preoccupazione la prevenzione della malattie sessualmente trasmesse, in genere rimanevano perplessi e ancora più rimanevano disorientati di fronte all’idea che la sessualità non ha schemi e che ciascuno deve viverla liberamente, ovviamente nel rispetto degli altri. L’ansia porta ad espandere a dismisura il limite del patologico ed a sentirsi in una dimensione patologica che oggettivamente è immotivata. Se si potesse parlare della propria sessualità in modo libero, trovando risposte serie e non battute o reazioni scandalizzate, l’ansia sessuale sarebbe enormemente più contenuta.
Tra i ragazzi più grandi, poi, per quanto questo possa sembrare strano nel XXI secolo, esistono ancora molte reazioni ansiose legate ala sessualità di coppia, sia che si tratti di coppie etero sia che si tratti di coppie gay. Direi anzi che la sessualità di coppia è spesso tra le cause più profonde dell’ansia: ansia legata alla propria costituzione fisica più o meno muscolosa, alla propria statura, al fatto di sentirsi brutti, poco attraenti o ormai troppo grandi di età, o di avere pochi capelli, motivi tutti che sono visti come causa a priori di una quasi insuperabile impossibilità di vivere una vita di coppia felice. Altra cosa ansiogena e frustrante è il dovere chiedere il sesso al proprio compagno che non è ben disposto e che tende a defilarsi.
Evito di soffermarmi sulle sull’ansia da prestazione che può arrivare a comportare la perdita dell’erezione e le frustrazioni che ne conseguono, e mi soffermo invece sulla fine di un rapporto di coppia, quando uno dei due partner si ritrova solo, a leccarsi le ferite e a chiedersi che cosa ha sbagliato. Un’esperienza negativa, se non adeguatamente rielaborata, costituisce un condizionamento negativo per il futuro e porta a imitazioni della spontaneità e a comportamento più stereotipati.
Per i ragazzi che non hanno un compagno stabile esiste un’altra forma di ansia legata proprio alla necessità o alla presunta necessità di trovarsi subito un ragazzo per sentirsi come gli altri (in questo si evidenzia una percezione errata della realtà degli altri e una necessità di integrarsi realizzando quello che si ipotizza gli altri realizzino), quest’ansia è per molti aspetti simile all’ansia della fase frenetica attraversata dai ragazzi che si accettano come gay in età ormai adulta e che pensano che sia assolutamente necessario mettersi immediatamente alla ricerca di un ragazzo per recuperare il tempo perduto o per non perdere definitivamente il treno.
Tutti gli stati ansiosi cui ho fatto riferimento non sono inerenti alla omosessualità in sé ma alla sua dimensione sociale, cioè al fatto che “gli altri” possono non accettarla e vederla come una ragione per emarginare l’omosessuale, o almeno l’omosessuale pensa che questo possa accadere. Un problema tipico dei gay è il coming out, che può provocare ansie molto profonde, specialmente quando il timore di perdere l’affetto dei familiari o degli amici è oggettivamente fondato. La questione del coming out è un po’ la cartina di tornasole dell’ansia e della adeguatezza della dimensione educativa e sociale in cui si è vissuti e si vive. Per alcuni ragazzi il coming out familiare è relativamente poco traumatico, per altri è una cosa assolutamente inconcepibile perché oggettivamente pericolosa.
È possibile porre rimedio agli errori educativi e ridurre l’ansia legata a tabù di vario tipo? La risposta è sì. Ogni forma di socializzazione vera, ogni autentico rapporto di amicizia, ogni forma di confronto che stimoli un atteggiamento più critico e meno emotivo è di per sé una terapia dell’ansia. Se l’ansia, come spesso accade, è legata a relazioni problematiche tra l’individuo e il suo ambiente familiare o sociale, un cambiamento di ambiente può portare ad una drastica riduzione degli stati ansiosi. Classico è il caso del ragazzo che reagisce ansiosamente in casa, dove si sente giudicato e non libero, mentre recupera la sua spontaneità quando va a vivere in un’altra città per ragioni di studio o di lavoro. Alzare i livelli di autostima e di libertà individuale significa ridurre proporzionalmente i livelli di ansia.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul Forum di Progetto gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=4960
giovedì 10 febbraio 2011
GAY E ANSIA
L’ansia, ossia la sensazione dell’incombere di qualcosa di pericoloso e di incontrollabile ma nello stesso tempo di indefinibile, si presenta nei modi più vari nella vita di tutte le persone, in pratica nessuno se ne può dire immune al 100%. Spesso la percezione dell’ansia è marcata da sensazioni di vuoto, di irritabilità, di diffusa insofferenza, dal sentire il trascorrere inutile del tempo come una progressiva perdita di possibilità. L’ansia si accompagna spesso a somatizzazioni a livello cardiaco e pressorio o all’insonnia o ad uno stato di agitazione inconcludente. L’ansia compromette spesso le normali attività della vita o le rende più faticose e difficili da affrontare, allontana da una valutazione oggettiva e razionale delle cose ed enfatizza le difficoltà e i rischi, fino ad arrivare a bloccare quasi del tutto le attività di una persona e a costringerla a cercare un sostegno a livello psicoterapeutico e farmacologico.
Nel seguito mi fermerò a parlare solo dell’ansia reattiva, ossia di quelle sindromi ansiose in cui una concausa scatenante e spesso determinante si può individuare a livello ambientale, lasciando da parte l’ansia primaria per la quale non sembra di poter identificare concause determinanti o scatenanti a livello ambientale. Per chiarezza riporto alcuni esempi di ansia reattiva:
1) Uno studente, inserito in una classe scolastica, manifesta frequenti segni di ansia: insonnia, tachicardia episodica, timori immotivati, facile irritabilità, difficoltà di concentrazione, disadattamento ambientale. Quello stesso studente, dopo aver cambiato classe, non manifesta più la stessa sindrome ansiosa, appare tranquillo e bene inserito nella nuova classe.
2) Un uomo sposato che ha difficili rapporti con la famiglia della moglie manifesta segni di ansia, quando si trasferisce in un’altra città, lontano dalla famiglia della moglie, non manifesta più segni di ansia.
3) Un uomo anziano che trova problemi sul lavoro ha tachicardia, si sente oppresso dal lavoro e si aspetta di poter finire nei guai da un momento all’altro per qualche motivo che non riesce neppure ad identificare con chiarezza. Quell’uomo, dopo essere andato in pensione, ritrova la sua serenità e non ha più manifestazioni ansiose.
Come si vede, le cause dell’ansia reattiva non sono collegate solo al soggetto che la prova ma alla sua difficile interazione con l’ambiente in situazioni particolari dette appunto ansiogene. È di tutta evidenza che tra le situazioni ansiogene deve essere ricompresa anche l’omosessualità, ma non l’omosessualità in sé ma l’omosessualità in un ambiente omofobo. Vorrei sottolineare che non intendo qui come omofobia le attività di repressione più o meno violenta della omosessualità ma proprio la fobia della omosessualità, cioè la tendenza ad escluderla e ad emarginarla. L’omofobia è una realtà subdola che si cela spesso anche sotto l’apparenza della tolleranza e del rispetto. La radice dell’omofobia consiste nel percepire l’omosessuale come diverso e come altro da sé ben al di là dell’orientamento sessuale, come se l’orientamento sessuale costituisse una barriera divisoria tra gruppi umani.
L’omofobia non si può valutare in astratto né si può superare razionalmente e spesso le persone omofobe non percepiscono i loro atteggiamenti come omofobi. Naturalmente molto diversa è la percezione della omofobia ambientale da parte di chi la subisce e la vive quotidianamente come una limitazione della propria libertà. Gli omosessuali sono sensibilissimi ai risvolti omofobi dei comportamenti dei loro familiari, dei loro amici e dell’ambiente sociale in cui vivono. Per un gay si tratta di avere l’attenzione sempre concentrata per determinare “reattivamente” il proprio comportamento in modo da diminuire il rischio che l’omofobia ambientale si scateni contro lui.
Alcune situazioni particolari possono essere per un gay particolarmente ansiogene:
1) Essere sottoposto alle domande dei genitori e dei parenti tipo “Ce l’hai la ragazza?”
2) Trovarsi a scuola oggetto di attenzioni da parte di una ragazza seria che è vissuta come un pericolo in rapporto al gruppo.
3) Trovarsi in ambienti di lavoro molto ristretti e molto pettegoli in cui non sia possibile far parte per se stessi e mantenere una propria privacy.
4) Trovarsi anche provvisoriamente in situazioni di convivenza stretta con altre persone con le quali si arriva inevitabilmente a parlare di rapporti affettivi e di sessualità.
Aggiungerei a queste situazioni una quinta e una sesta che per i gay possono essere veramente fortemente ansiogene:
5) Innamorarsi di un ragazzo di cui non si conosce l’orientamento sessuale ed entrare in un percorso senza fine di indecisioni, timori e rinvii.
6) Dovere nascondere il proprio orientamento sessuale, situazione che può presentarsi a tenti livelli, dall’ansia del coming out con un amico fidato al dovere mentire al proprio coniuge da parte di un gay sposato.
Fin qui abbiamo parlato solo di ansia in termini generici, ma per i gay, molto spesso l’ansia si manifesta in dimensioni strettamente connesse alla sessualità. L’interiorizzazione della omofobia ambientale porta i gay alla non accettazione di sé e li spinge spesso inconsapevolmente a tentare la strada dalla sessualità etero. Si tratta di vere e proprie auto-imposizioni che si concretizzano nei cosiddetti “esperimenti sessuali”: provo a stare con una ragazza, se ci riesco vuol dire che sono etero. Si tratta in realtà di un meccanismo di tipo nevrotico in cui l’ansia ha la parte dominante. L’esperimento sessuale è profondamente voluto ma non come forma di sessualità ma come test che possa confermare una presunta identità etero. Non mi stancherò mai di sottolineare l’assoluta assurdità dei consigli che anche alcuni psicologi danno ai loro pazienti quando li vedono non troppo convinti della loro sessualità etero, spingendoli a “provare il sesso gay”. Non ha alcun senso “provare” il sesso gay per valutare le proprie reazioni, come non ha senso andare con una ragazza per verificare il proprio essere etero. L’orientamento sessuale non è legato ai comportamenti ma ai desideri sessuali. Ci sono gay che si sposano, la loro vita di coppia è etero al 100% ma le loro fantasie sessuali non sono etero e la loro masturbazione è in chiave gay. Per capire il proprio orientamento quindi non si tratta di provare un comportamento sessuale gay o etero di coppia, cosa che, tra l’altro, può essere rischiosa per la salute, ma di mettere da parte “gradualmente” i propri condizionamenti per conquistare prima di tutto una vera libertà in termini di fantasie sessuali e di masturbazione. Tra l’altro l’ansia originata da questioni di orientamento sessuale concepite come problema, molto spesso, provoca conseguenze, anche pesanti, in questioni che nulla hanno a che vedere son la sessualità e in particolare negli studi. Quando la mente si concentra sulla ricerca a tutti i costi di una risposta ad un problema connesso alla sessualità finisce per trascurare e minimizzare aspetti fondamentali della vita sociale e di relazione. In alcuni casi l’abbandono dello studio, come conseguenza di un modo ansioso di vivere la sessualità provoca ulteriori insicurezze e sensazioni ansiose che si estendono piano piano anche molto al di fuori della sessualità. In queste situazioni non ha alcun senso cercare a oltranza risposte certe e definitive seguendo una spinta di tipo nevrotico, bisogna invece mettersi bene in mente che in certe cose le risposte certe e definitive non esistono proprio e che l’ansia si supera solo rendendosene conto e mettendo definitivamente da parte l’idea di incasellarsi in questa o in quella categoria, ma aggiungo una cosa, riprendere gli studi, se gli studi sono stati trascurati o messi da parte, significa non solo cercare di non creare ulteriori problemi per il futuro in termini di lavoro e di prospettive economiche ma anche allontanarsi dall’idea di avere un problema che deve essere risolto presto e in via definitiva. In pratica il ritorno alla normale attività di studio o di lavoro rappresenta il sintomo più significativo del superamento dell’ansia e la terapia più utile in quel senso. Aggiungo che l’ansia che viene spesso percepita come derivante da incertezze di orientamento sessuale ha in realtà ben altre origini perché l’orientamento sessuale gay in sé, in un ambiente sereno, non suscita reazioni ansiose. Bisogna partire rendendosi conto che il problema non ce lo portiamo dentro, non lo creiamo noi, ma si tratta di una reazione ad una situazione ambientale difficile. Un problema esterno non deve trasformarsi in un problema interno e la mitizzazione al negativo della omosessualità diffusa in un clima omofobo non deve essere interiorizzata. La sensazione di solitudine deve essere considerata momentanea conseguenza di una situazione ambientale difficile perché è realmente così e queste situazioni possono benissimo cambiare. Quanto detto vale come indicazione per il superamento dell’ansia da parte di chi quell’ansia prova in prima persona, c’è però da tenere presente che la via principale per il superamento dell’ansia è la socializzazione affettiva, ossia l’avere intorno a sé una rete di rapporti affettivi veri che trasmettono sensazioni di sicurezza e di stabilità. Spesso quando ci si rende conto di avere amici ansiosi nascono scrupoli in merito al parlare con loro in modo chiaro di tutto perché potrebbero sentirsi a disagio ed è facile assumere di fonte a persone ansiose atteggiamenti reticenti o palesemente falsi a fin di bene. Come in tutte le relazioni tra persone, la cosa più sbagliata è recitare una parte, assumere un ruolo “per il bene di un’altra persona”. Una cosa da evitare nei confronti di persone molto ansiose è il tentativo di convincerle a forza di ragionamenti e di esempi che l’ansia deve e può essere superata. Nei confronti dall’ansia giova moltissimo sentirsi coinvolti in una clima affettivo vero mentre è addirittura controproducente ogni forma di ragionamento astratto. Accade spesso che questioni che non sono di per sé affatto problemi vengano invece vissute ansiosamente come problemi. In queste situazioni il confronto e il dialogo con persone che abbiano un’esperienza affine è essenziale per rendersi conto di come altri reagiscono a situazioni analoghe a quelle che anche noi viviamo e per sdrammatizzare. Sentirsi l’unica persona al mondo a dover affrontare un problema urgente e di difficile soluzione è stressante e ansiogeno, rendersi conto che il presunto problema in realtà è un problema solo nella misura in cui lo si considera tale e che moltissime altre persone si sono trovate o si trovano ad affrontare situazioni molto simili è molto più tranquillizzante e soprattutto e molto più vero.
Nel seguito mi fermerò a parlare solo dell’ansia reattiva, ossia di quelle sindromi ansiose in cui una concausa scatenante e spesso determinante si può individuare a livello ambientale, lasciando da parte l’ansia primaria per la quale non sembra di poter identificare concause determinanti o scatenanti a livello ambientale. Per chiarezza riporto alcuni esempi di ansia reattiva:
1) Uno studente, inserito in una classe scolastica, manifesta frequenti segni di ansia: insonnia, tachicardia episodica, timori immotivati, facile irritabilità, difficoltà di concentrazione, disadattamento ambientale. Quello stesso studente, dopo aver cambiato classe, non manifesta più la stessa sindrome ansiosa, appare tranquillo e bene inserito nella nuova classe.
2) Un uomo sposato che ha difficili rapporti con la famiglia della moglie manifesta segni di ansia, quando si trasferisce in un’altra città, lontano dalla famiglia della moglie, non manifesta più segni di ansia.
3) Un uomo anziano che trova problemi sul lavoro ha tachicardia, si sente oppresso dal lavoro e si aspetta di poter finire nei guai da un momento all’altro per qualche motivo che non riesce neppure ad identificare con chiarezza. Quell’uomo, dopo essere andato in pensione, ritrova la sua serenità e non ha più manifestazioni ansiose.
Come si vede, le cause dell’ansia reattiva non sono collegate solo al soggetto che la prova ma alla sua difficile interazione con l’ambiente in situazioni particolari dette appunto ansiogene. È di tutta evidenza che tra le situazioni ansiogene deve essere ricompresa anche l’omosessualità, ma non l’omosessualità in sé ma l’omosessualità in un ambiente omofobo. Vorrei sottolineare che non intendo qui come omofobia le attività di repressione più o meno violenta della omosessualità ma proprio la fobia della omosessualità, cioè la tendenza ad escluderla e ad emarginarla. L’omofobia è una realtà subdola che si cela spesso anche sotto l’apparenza della tolleranza e del rispetto. La radice dell’omofobia consiste nel percepire l’omosessuale come diverso e come altro da sé ben al di là dell’orientamento sessuale, come se l’orientamento sessuale costituisse una barriera divisoria tra gruppi umani.
L’omofobia non si può valutare in astratto né si può superare razionalmente e spesso le persone omofobe non percepiscono i loro atteggiamenti come omofobi. Naturalmente molto diversa è la percezione della omofobia ambientale da parte di chi la subisce e la vive quotidianamente come una limitazione della propria libertà. Gli omosessuali sono sensibilissimi ai risvolti omofobi dei comportamenti dei loro familiari, dei loro amici e dell’ambiente sociale in cui vivono. Per un gay si tratta di avere l’attenzione sempre concentrata per determinare “reattivamente” il proprio comportamento in modo da diminuire il rischio che l’omofobia ambientale si scateni contro lui.
Alcune situazioni particolari possono essere per un gay particolarmente ansiogene:
1) Essere sottoposto alle domande dei genitori e dei parenti tipo “Ce l’hai la ragazza?”
2) Trovarsi a scuola oggetto di attenzioni da parte di una ragazza seria che è vissuta come un pericolo in rapporto al gruppo.
3) Trovarsi in ambienti di lavoro molto ristretti e molto pettegoli in cui non sia possibile far parte per se stessi e mantenere una propria privacy.
4) Trovarsi anche provvisoriamente in situazioni di convivenza stretta con altre persone con le quali si arriva inevitabilmente a parlare di rapporti affettivi e di sessualità.
Aggiungerei a queste situazioni una quinta e una sesta che per i gay possono essere veramente fortemente ansiogene:
5) Innamorarsi di un ragazzo di cui non si conosce l’orientamento sessuale ed entrare in un percorso senza fine di indecisioni, timori e rinvii.
6) Dovere nascondere il proprio orientamento sessuale, situazione che può presentarsi a tenti livelli, dall’ansia del coming out con un amico fidato al dovere mentire al proprio coniuge da parte di un gay sposato.
Fin qui abbiamo parlato solo di ansia in termini generici, ma per i gay, molto spesso l’ansia si manifesta in dimensioni strettamente connesse alla sessualità. L’interiorizzazione della omofobia ambientale porta i gay alla non accettazione di sé e li spinge spesso inconsapevolmente a tentare la strada dalla sessualità etero. Si tratta di vere e proprie auto-imposizioni che si concretizzano nei cosiddetti “esperimenti sessuali”: provo a stare con una ragazza, se ci riesco vuol dire che sono etero. Si tratta in realtà di un meccanismo di tipo nevrotico in cui l’ansia ha la parte dominante. L’esperimento sessuale è profondamente voluto ma non come forma di sessualità ma come test che possa confermare una presunta identità etero. Non mi stancherò mai di sottolineare l’assoluta assurdità dei consigli che anche alcuni psicologi danno ai loro pazienti quando li vedono non troppo convinti della loro sessualità etero, spingendoli a “provare il sesso gay”. Non ha alcun senso “provare” il sesso gay per valutare le proprie reazioni, come non ha senso andare con una ragazza per verificare il proprio essere etero. L’orientamento sessuale non è legato ai comportamenti ma ai desideri sessuali. Ci sono gay che si sposano, la loro vita di coppia è etero al 100% ma le loro fantasie sessuali non sono etero e la loro masturbazione è in chiave gay. Per capire il proprio orientamento quindi non si tratta di provare un comportamento sessuale gay o etero di coppia, cosa che, tra l’altro, può essere rischiosa per la salute, ma di mettere da parte “gradualmente” i propri condizionamenti per conquistare prima di tutto una vera libertà in termini di fantasie sessuali e di masturbazione. Tra l’altro l’ansia originata da questioni di orientamento sessuale concepite come problema, molto spesso, provoca conseguenze, anche pesanti, in questioni che nulla hanno a che vedere son la sessualità e in particolare negli studi. Quando la mente si concentra sulla ricerca a tutti i costi di una risposta ad un problema connesso alla sessualità finisce per trascurare e minimizzare aspetti fondamentali della vita sociale e di relazione. In alcuni casi l’abbandono dello studio, come conseguenza di un modo ansioso di vivere la sessualità provoca ulteriori insicurezze e sensazioni ansiose che si estendono piano piano anche molto al di fuori della sessualità. In queste situazioni non ha alcun senso cercare a oltranza risposte certe e definitive seguendo una spinta di tipo nevrotico, bisogna invece mettersi bene in mente che in certe cose le risposte certe e definitive non esistono proprio e che l’ansia si supera solo rendendosene conto e mettendo definitivamente da parte l’idea di incasellarsi in questa o in quella categoria, ma aggiungo una cosa, riprendere gli studi, se gli studi sono stati trascurati o messi da parte, significa non solo cercare di non creare ulteriori problemi per il futuro in termini di lavoro e di prospettive economiche ma anche allontanarsi dall’idea di avere un problema che deve essere risolto presto e in via definitiva. In pratica il ritorno alla normale attività di studio o di lavoro rappresenta il sintomo più significativo del superamento dell’ansia e la terapia più utile in quel senso. Aggiungo che l’ansia che viene spesso percepita come derivante da incertezze di orientamento sessuale ha in realtà ben altre origini perché l’orientamento sessuale gay in sé, in un ambiente sereno, non suscita reazioni ansiose. Bisogna partire rendendosi conto che il problema non ce lo portiamo dentro, non lo creiamo noi, ma si tratta di una reazione ad una situazione ambientale difficile. Un problema esterno non deve trasformarsi in un problema interno e la mitizzazione al negativo della omosessualità diffusa in un clima omofobo non deve essere interiorizzata. La sensazione di solitudine deve essere considerata momentanea conseguenza di una situazione ambientale difficile perché è realmente così e queste situazioni possono benissimo cambiare. Quanto detto vale come indicazione per il superamento dell’ansia da parte di chi quell’ansia prova in prima persona, c’è però da tenere presente che la via principale per il superamento dell’ansia è la socializzazione affettiva, ossia l’avere intorno a sé una rete di rapporti affettivi veri che trasmettono sensazioni di sicurezza e di stabilità. Spesso quando ci si rende conto di avere amici ansiosi nascono scrupoli in merito al parlare con loro in modo chiaro di tutto perché potrebbero sentirsi a disagio ed è facile assumere di fonte a persone ansiose atteggiamenti reticenti o palesemente falsi a fin di bene. Come in tutte le relazioni tra persone, la cosa più sbagliata è recitare una parte, assumere un ruolo “per il bene di un’altra persona”. Una cosa da evitare nei confronti di persone molto ansiose è il tentativo di convincerle a forza di ragionamenti e di esempi che l’ansia deve e può essere superata. Nei confronti dall’ansia giova moltissimo sentirsi coinvolti in una clima affettivo vero mentre è addirittura controproducente ogni forma di ragionamento astratto. Accade spesso che questioni che non sono di per sé affatto problemi vengano invece vissute ansiosamente come problemi. In queste situazioni il confronto e il dialogo con persone che abbiano un’esperienza affine è essenziale per rendersi conto di come altri reagiscono a situazioni analoghe a quelle che anche noi viviamo e per sdrammatizzare. Sentirsi l’unica persona al mondo a dover affrontare un problema urgente e di difficile soluzione è stressante e ansiogeno, rendersi conto che il presunto problema in realtà è un problema solo nella misura in cui lo si considera tale e che moltissime altre persone si sono trovate o si trovano ad affrontare situazioni molto simili è molto più tranquillizzante e soprattutto e molto più vero.
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venerdì 25 gennaio 2008
DISAGIO DEI GAY
Lasciatemi dire la mia sul disagio gay. Il disagio gay esiste e non è affatto riducibile alla omofobia ai comportamenti discriminatori o all’ansia del coming out. La situazione di disagio che un gay prova non lo abbandona in nessuna età della vita. Ci si rende conto di essere gay e di non essere accettati, si è rifiutati in famiglia o costretti al silenzio e alla finzione, si è rifiutati in chiesa e costretti all’ipocrisia o a mettere da parte l’idea della religione, si è rifiutati a scuola, dove di tutto si parla meno che di omosessualità e dove l’omofobia assume l’aspetto dell’aiuto ad un ragazzo in difficoltà. Il disagio c’è poi nel coming out o nell’evitare il coming out. Il disagio c’è nel cercare contatti gay, cosa nella realtà della vita quotidiana molto più difficile che nel mondo virtuale di Internet. Poi c’è il disagio che deriva dal rendersi conto che un altro ragazzo gay è un altro mondo e che la comunicazione è difficile. Per quei pochissimi che riescono a creare un rapporto serio con un altro ragazzo le possibili delusioni sono sempre in agguato e anche quando non esistono in atto, il semplice fatto che potrebbero concretizzarsi da un momento all’altro è fonte di insicurezza. Per quelli che vivono una relazione c’è lo scontro con la famiglia, il diffuso rifiuto di fronte alle coppie gay, la difficoltà si sopravvivere in un mondo in cui il pregiudizio è diventato addirittura dogma e fondamento della morale. Poi, quando gli anni passano, quando le forze diminuiscono, quando si comincia a rinunciare e il tramonto si avvicina c’è il disagio della solitudine. Le coppie di anziani gay sono rarissime. La vita affettiva di un anziano gay è completamente negata perché l’anziano gay, che spessissimo ha vissuto solo tutta la vita, è destinato a morire solo. Non ha nessuno su cuoi appoggiarsi, per i parenti, spesso i nipoti, uno zio gay vecchio è solo una preoccupazione, se ha una casa vive o sopravvive lì finché è autonomo, se non ce l’ha è costretto a chiedere l’aiuto dei parenti che, quando va bene, lo tollerano. Quante coppie anziane vedete voi in televisione raccontare le loro storie, e sono trattate con affetto e con rispetto, ma quante coppie gay anziane vedete? E quante coppie gay giovani? Mai nessuna! Naturalmente c’è la mitologia gay che contribuisce a creare disagio illudendo le persone e proiettandole in un mondo irreale. E poi, diciamola tutta: tra i gay esiste una corsa al si salvi chi può, all’individualismo, al non vedere mai oltre il proprio naso e anche i rapporti d’amore, dopo le fasi iniziali di un innamoramento mitico, sono spesso profondamente deludenti nel quotidiano e negli esiti finali. La depressione è la compagna silenziosa di molti gay, più o meno coperta da ideologie varie. Insomma, non lo devo dire a voi... essere gay è difficile e spesso si fa di tutto per credere alla befana e per non aprire gli occhi. Mi rendo conto che questo mio intervento potrà sembrare (e forse lo è) il sintomo tipico della depressione o almeno della delusione, ma vi dico che non è così, vuole essere solo una presa di coscienza della realtà, senza fughe, per evitare la politica dello struzzo che per un gay è quanto mai pericolosa.
E adesso vi propongo un sondaggio. Vi chiedo, secondo il mio solito modo di procedere, non quali ritenete che siano le cause principali del disagio dei gay, ma quali sono nella vostra vita concreta di oggi le cause principali del vostro disagio. Vi ringrazio anticipatamente per la partecipazione.
accettare di essere gay
omofobia e resistenze verso l’omosessualità in famiglia
silenzio obbligato su argomenti attinenti l’omosessualità
rapporto con la religione
sentirsi estranei nell’ambiente della scuola e percepire l’assenza del punto di vista gay
problemi connessi col coming out
difficoltà di trovare contatti con ragazzi gay
difficoltà di comunicazione e incomprensioni con altri ragazzi gay
delusioni nel rapporto affettivo con altri ragazzi gay (falsità, tradimento)
ansie connesse all’incertezza del futuro di una coppia gay già costituita
essere rifiutato dalla famiglia in quanto gay che vive in coppia
comportamenti discriminatori sul lavoro
pettegolezzi, pregiudizi e moralismo
essere considerato oggetto di scherno
solitudine sostanziale in età matura o senile
depressione
inserimento forzato in contesto sociali ove l’omosessualità non è tollerata
[Potere aggiungere i vostri commenti direttamente sul blog oppure nella specifica discussione di Progetto Gay Forum]
E adesso vi propongo un sondaggio. Vi chiedo, secondo il mio solito modo di procedere, non quali ritenete che siano le cause principali del disagio dei gay, ma quali sono nella vostra vita concreta di oggi le cause principali del vostro disagio. Vi ringrazio anticipatamente per la partecipazione.
accettare di essere gay
omofobia e resistenze verso l’omosessualità in famiglia
silenzio obbligato su argomenti attinenti l’omosessualità
rapporto con la religione
sentirsi estranei nell’ambiente della scuola e percepire l’assenza del punto di vista gay
problemi connessi col coming out
difficoltà di trovare contatti con ragazzi gay
difficoltà di comunicazione e incomprensioni con altri ragazzi gay
delusioni nel rapporto affettivo con altri ragazzi gay (falsità, tradimento)
ansie connesse all’incertezza del futuro di una coppia gay già costituita
essere rifiutato dalla famiglia in quanto gay che vive in coppia
comportamenti discriminatori sul lavoro
pettegolezzi, pregiudizi e moralismo
essere considerato oggetto di scherno
solitudine sostanziale in età matura o senile
depressione
inserimento forzato in contesto sociali ove l’omosessualità non è tollerata
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sabato 19 gennaio 2008
LETTERA DI FEDERICO SULLA COPPIA GAY
Ricevo con autentico entusiasmo e doverosamente pubblico una mail di Federico, uno dei due protagonisti del post precedente “FEDERICO AMA DAVIDE”. Federico ha inteso non solo farci sapere che ha gradito la pubblicazione della sua storia, ma anche precisare che cosa significa in termini oggettivi, per due ragazzi gay, vivere in coppia. Questa mail presenta una quadro molto oggettivo e realistico della vita di una vera coppia gay ed offre uno spaccato di vita gay che merita la massima attenzione se si vuole evitare di credere nella “bella favola” dei due ragazzi gay che si innamorano al primo sguardo e vivono sempre felici e contenti. Se volete capire la “realtà” di una coppia gay, leggete questo post.
Riporto la mail di Federico integralmente augurandomi di incontrarlo quanto prima in chat.
Grazie Federico!
La tua è una testimonianza importantissima!
_________
Riporto la mail di Federico integralmente augurandomi di incontrarlo quanto prima in chat.
Grazie Federico!
La tua è una testimonianza importantissima!
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Ciao,
per prima cosa (la meno importante) ti sto scrivendo su questo indirizzo mail, ma non so se preferisci che ti scriva quì oppure sul contatto che avevo usato la scorsa volta, o se per te fa lo stesso ... fammi sapere!
Poi che ti posso dire ... quando ho letto la tua risposta mi sono sentito un gran groppo dentro, una felicità ed un senso di realizzazione ... ma sai? Mi sono venuti i brividi e la pancia mi si è annodata! Strano no? Certo io sono un tipo che somatizza alla grande ma è giusto per dirti che non pensavo di poterti "colpire" così con le mie parole ... Alla fine scriverti ha fatto un gran bene anche a me, sai. Ho avuto modo di ripensare per bene al mio inizio con Davide, non che non lo faccia mai, anzi a volte con Davide ci mettiamo proprio a parlarne, sai quelle cose che poi ricordando ridi, e dici io facevo così? davvero? e tu come è che mi vedevi? cosa pensavi? che stupido che ero ... ma tu eri, sei troppo bello ... e via sull'andazzo che è troppo dolce farlo e pure divertente, e poi rivedersi un pò più giovani ed immaturi e inconsapevoli è un pò mantenersi come si era ... Dio rinizio con le deviazioni, bhè mi sa che avrai capito come sono e ti toccherà portare pazienza con me ... Dicevo che nel ripensare all'indietro all'inizio della mia storia con Davide per poterla raccontare a qualcuno che non ci conosce affatto, mi sono costretto ad uno sforzo di onestà più per me stesso che per chi mi sarebbe stato ad ascoltare, e nel farlo mi sono arricchito di dubbi, dettagli, critiche verso di me e meraviglia per la persona che ero e per quella che sono diventata perchè seppure io mi continua a riconoscere con linearità come il Federico di 12 ma anche 16 anni fa è indubbio che qualcosa in me allora si è fratturato e poi ricomposto ed è in questa frattura che sta tutta la differenza. A volte mi è venuto da pensare che il dolore ti può inaridire ed ingrigire, ti si piazza dentro e ti succhia via il meglio che hai, ma se sei fortunato a non rimanere del tutto solo, se sei abbastanza forte e perseverante, se ci credi e continui a guardarti attorno con un minimo di fiducia allora questo dolore nel tempo sedimenta e ti si impasta semplicemente dentro, e diventa quella parte di te che sa meglio sintonizzarsi con gli altri, che li sa vedere con più "comprensione" nel senso etimologico del termine, che li sa meglio perdonare perchè nel freddo, nel disincanto, nella cattiveria di quegli altri sa che spesso c'è anche quella parte di te che tu sei riuscito ad elaborare in altro modo, ma la base di partenza era la stessa per te e per loro: DOLORE. Solo tu sei stato più fortunato.
Ora dopo quel momento di autentica sorpresa e gioia mi sono messo a trotterellare tutto attorno, ho messo sù la canzone giusta e sono saltato sul letto sopra a Davide, svegliandolo un pò male poverino e beccandomi per la verità pure qualche vaffa, e l'ho abbracciato troppo anche da parte tua. Lui non ci capiva un bel niente, era tutto ancora assonnato, lui che ci impiega un pò a carbuare la mattina, mi guardava con gli occhi spalancati e ad un certo punto mi ha detto no, ti prego Fede non dirmi che abbiamo vinto dei soldi ... Ecco,hai capito come ero? Con la faccia di uno che ha appena vinto l'enalotto!!! gli ho stretto la testa, l'ho baciato e gli ho detto si, abbiamo vinto ma è un premio di altro tipo, di quello che anche se sei milionario non ti puoi comprare. Gli ho dovuto spiegare tutto per bene, che ti avevo scritto di noi e che tu mi avevi risposto subito, subito e poi ho aperto il pc e gli ho letto la tua mail e poi gli ho mostrato la mia e la nostra storia ... e vederla là sul pc e sapere che delle persone la potessero leggere bhè faceva strano, davvero strano. Davide non sapeva che dire, lui non è molto bravo a parlare a ruota alle cose come faccio io, però sai era molto felice e poi mi ha detto una cosa che ho trovato davvero bella, mi ha detto "Sai Fede, ora mi sembra che tutto quello che c'è tra noi sia leggittimato, come se il mondo dicesse, ok, ci siete, ne terrò conto, e penso che sia questo che per me vuol dire matrimonio, sapere che ci sia qualcuno che neppure ti conosce che dica questi due si amano e io lo vedo." Il mio Davide ...
Bhè proseguendo ed andando verso quello che è un pò il nocciolo della mia questione, poi io ho continuato a fare il matto, ho telefonato anche a Francesca ed ho buttato temo pure lei giù dal letto, ma tanto la mia stellina non me lo direbbe mai, e le ho detto apri subito il blog e guarda un pò ... Non ci voleva proprio credere, una gioia incredibile anche per lei! Mi ha fatto promettere di dirti che ti abbraccia e ti dà un bacio in fronte da dove ti escono queste parole bellissime. Ed io l'ho faccio.
Riprendo il filo dopo l'ennesima parentesi, ma non preoccuparti sto andando al punto. Ora dopo tutte quelle parole e scoppiettii di gioia sono subentrato qualche ora dopo in uno stato un pò più serio e pensieroso. Davide era uscito a farsi una passeggiata con Nisa, la nostra cagna, ed io mi sono messo a riflettere. Mi sono detto ok, la storia è quella ma si ferma li? No. Assolutamente. Tu dici che potrei pubblicarla su Storie Gay (a parte che al caso mi dovresti spiegare che devo fare che sono un bel pò imbranato con queste cose) e che i ragazzi leggendola potrebbero vedere della luce ma quella luce non rischia di confondere? Mi spiego meglio mi è venuto questo scrupolo: ma alla fine non è che sembra troppo quasi una bella favola? E tutti vissero felici e contenti. Fine. Perchè in realtà non è affatto così semplice e temo che un ragazzo di 18-19 anni come ero io allora potrebbe essere pure sviato da una fine così. Ne ho parlato con Davide quando è tornato, lui dice che il problema semplicemente non esiste perchè la nostra storia non è finita, noi ci siamo, la viviamo, la evolviamo giorno dopo giorno, Francesca ... bhè ha una idea troppo romantica dell'amore e lei ad un finale così ci crederebbe subito senza tanti problemi. Ma io mi chiedo, ma se questi ragazzi che leggono di me pensano che sia tutto semplice? Si può trovare la persona giusta, è una possibilità, magari si soffre ma quando si diventa una coppia il resto è il paradiso, fila tutto alla grande ... sì, se uno di questi ragazzi la pensa così? Io sentirei in coscienza di aver combinato un gran casino. Perchè ripeto le cose non sono così facili nè semplici. Perchè se poi uno di questi ragazzi avesse queste aspettative io gli avrei dato in mano solo gli strumenti per distruggere la sua storia.
Stare insieme non è affatto una favola, non è facile. Riuscire a stare insieme per 12 anni è un viaggio che sai dove inizia ma non sai dove ti conduce e soprattutto non sai come ti può modificare. Stare insieme implica un continuo, serio e costante sforzo. Bisogna lavorare ogni giorno costantemente su sè stessi, bisogna essere onesti uno con l'altro ed esserlo con sè stessi che spesso è molto più difficile di quanto si pensi. Bisogna mettersi in gioco ed esporsi così tanto da averne paura, ma superare quella paura nella fiducia dell'altro. Bisogna mettersi in contraddizione, disfarsi e ricostruirsi. Bisogna pensare all'altro con costanza ma non con abitudine. Bisogna avere dedizione, prendersi cura dell'altro ma non soffocarlo. Bisogna imparare a gestirsi i propri spazi, coltivare i propri silenzi e non sconfinare in quelli dell'altro. Bisogna saper ascoltare. Bisogna tantissimo saper perdonare. Ed essere creativi. Non bisogna mai dare niente per scontato. Anche dopo 12 che conosco Davide so bene che non devo credere di conoscerlo così bene dal mettergli addosso dei pensieri, delle reazioni, delle emozioni senza aver chiesto a lui se sono veramente i suoi. La gente cambia, si evolve e quello che può pensare un giorno per qualche strano evento o passaggio mentale o sedimentarsi di un qualcosa che si è infine elaborato non è più quello che si pensa il giorno dopo. E' fondamentale non dimenticarselo mai. E non è affatto facile, lo assicuro.
Insomma è quasi uno sforzo quotidiano. E può pesare. Certo tu ami e lui ti ama. Cosa c'è di meglio? Però perchè negarlo a volte sei un pò stanco. Ma se tieni duro, se ti ripeti lui è la mia vita, lui lo fa per me bhè alla fine sei felice, sei pieno di lui e sei realizzato. E non sei solo. Mai. Magari lui sta lontano qualche giorno, qualche settimana per vari motivi ma te lo senti comunque vicino, vicino. Senti che lo vuoi e che non ti basta mai. Sai che può durare fino alla fine. A quella famosa fine.
Ora con Davide abbiamo avuto i nostri momenti difficili, se ci fossimo posati sugli allori della nostra felicità non staremmo più insieme. Il fatto è che entrambi anno dopo anno con determinazione e con testardaggine abbiamo scelto di stare insieme. E si, lo posso dire siamo ancora profondamente innamorati l'uno dell'altro. Perchè sai, si tratta solo di una scelta e forse è banale dirlo ma il pensare ogni giorno, io lo voglio, io lo desidedero e farò di tutto perchè questo continui è una scelta di vita che ci si presenta di continuo. E' facile lasciar perdere, trascurare, pensare ok, mi fermo un attimo poi riprendo. Basta quell'attimo e già ci si è persi un pochino e poi riprendersi è un piccolo sforzo in più. Ora magari tutte queste parole sembrano un pò fumose, un predichetta saputella ... ma io non sono il tipo, non lo sono mai stato, che sale in cattedra.
E' che capisci, per dire io e Davide siamo due persone molto diverse. Io sono estroverso, sono impulsivo e tutto quello che penso lo butto fuori, Davide invece è introverso, pensoso, e piuttosto sienzioso. Lo capisci bene che due persone così possono fare un pò di fatica a capirsi. Con il tempo io ho imparato a contenermi un poco e lui ad aprirsi un poco di più. Ma se continuamente ci sforziamo di limare i nostri eccessi, nel contempo non vorremmo mai che l'altro cambiasse troppo, è importante per noi che ognuno rimanga fino in fondo fedele alla sua natura. E neppure questo è così facile in un rapporto forte come il nostro in cui c'è il rischio di una fusione che non fa certo bene alla vita a due, seppure uno potrebbe pensare il contrario. E' importante dire ok, ti vengo un pò incontro ma uno sforzo lo devi fare anche tu, perchè io come sono mi piaccio e non voglio cambiare e non voglio che neppure tu cambi perchè se mi sono innamorato di te è per quello che sei. Abbiamo tanto litigato ed ancora lo facciamo per questi affari strani che sono i nostri caratteri diammetralmente opposti, ma poi so che Davide con una sola frase riesce a sintettizzare tutto quello che io dico con 20.000 parole e per me è un magia, come quando dietro alle mie mille capriole lui con un gesto molto semplice esprime il senso del mio sentimento, io d'altra parte sono un pò la sua voce anche se spesso troppo logorroica. All'inizio si stava per giorni e giorni, anche una intera settimana in uno stato di tensione aspettando che scoppiasse il temporale. Io parlavo, mi rodevo, lo stuzzicavo, lo attaccavo e lui sempre più a riccio. E quando Davide fa il riccio riesce ad essere davvero insopportabile, sembra che non ti veda neppure più. Poi iniziava a parlare,diceva la sua,ci si spiegava e finiva tutta là. Una cosa così semplice che se l'avesse fatto subito ci avrebbe evitato tutte le paturnie del caso. Io allora, che con lui per sdrammatizzare faccio sempre un pò il buffone, gli aprivo la bocca, ci guardavo dentro e gli dicevo, ma Davide sei ben sicuro di aver fatto uscire tutto, ma proprio tutto? O devo buttarti giù per la gola un amo e poi pescare? Lui allora si metteva, lo fa ancora, a ridere e mi chiedeva scusa. Insomma lui è come si dice un pò panza niura, si tiene un pò troppo dentro le cose e si fa un pò troppi trip da sè, ma l'importante è che continui a fare l'etna e che non diventi mai il vesuvio, che poi sarebbe la fine. Però è migliorato il nero se lo tiene per non più di tre giorni. Una altra cosa che ho visto essere terribilmente distruttiva, almeno per noi, è il pensiero del sacrificarsi totalmente per l'altro senza voglierlelo dire. Insomma voler fare gli eroi solitari. Dopo poco che ci eravamo laureati abbiamo rischiato grosso per questa cosa. Non avevamo come al solito che due lire in tasca e si doveva accettare ogni tipo di lavoro. Io lavoravo ad un call center, lui faceva il cassiere nel supermercato di un centro comerciale. Bhè lo puoi immaginare quanto potesse essere frustrante per noi due laureati in biologia lui con 110 ed io con 108, continuare a fare dei lavori così. Avevamo le nostre belle aspirazioni sia io che lui, i nostri sogni. Ma non se ne parlava mai tra noi perchè non si voleva appesantire l'altro e si giocava al tutto va bene comunque. Poi sia io che lui abbiamo avuto delle belle occasioni, ci hanno chiamati per diversi colloqui, abbiamo avuto proposte di cose che ci sarebbero troppo piaciute fare, ma o non ci avrebbero pagati, o troppo poco,o dovevamo pagare noi o andare troppo lontano per troppo tempo. Rifiutavamo, tutti e due senza esitazioni, lo facevamo volentieri per amore dell'altro ma non se ne parlava mai. Nessuno dei due sapeva del rifiuto, nessuno dei due sapeva in realtà neppure dell'occasione semplicemente non se ne parlava, non si voleva mettere l'altro in difficoltà nel mostrargli che si sacrificava qualcosa di prezioso ed importante per lui, non si voleva fargli vedere che esistevano per noi delle priorità e che in cima a queste stava lui, per non doverlo vedere anche solo sentirsi in debito o magari sentirsi costretto a fare lo stesso. Senza accorgercene abbiamo cominciato ad accumulare un mucchio di frustrazioni, di risentimenti anche solo per noi perchè ci si sentiva inadeguati, perchè si avrebbe voluto che per amore niente costasse fatica, neppure il sacrificio della nostra realizzazione lavorativa, ed invece mica è così, la fatica c'è solo che si sa in cuor nostro che è la scelta migliore. Alla fine ci siamo ridotti alla corda. Non si parlava più se non a mugugni, pure io, pensa tu, ci si lamentava delle stronzate, tutto dava fastidio, si è arrivati al punto di pensare continuamente dell'altro ecco guarda un pò, io ho rinunciato ad andare in quel posto e lui non fa neppure lo sforzo di andare a pagare le bollette perchè dice che è troppo stanco ... insomma hai capito cose così. Un giorno è scoppiato il finimondo per una stronzata che più di così non si può. Ci siamo detti di tutto, ci siamo pure menati, tutto un rinfacciare ed accusare e poi ad un certo punto Davide ha detto, che stupidi abbiamo fatto le stesse cose l'uno per l'altro per amore ed ora ci odiamo. Non l'abbiamo fatto mai più di non parlarci delle nostre scelte, ora ne discutiamo sempre insieme.
E poi sai per davvero non bisogna mai darsi per scontato perchè capita di continuo che delle cose che per noi sono stupidissime a volte per l'altro sono invece terribili. Ti racconto questa ultima cosa e poi concludo, ma per noi è estremamente significativa. Fin da quando abbiamo iniziato a convivere io avevo questo gesto di portare il caffè a Davide mentre era ancora a letto, perchè io sono un tipo che si sveglia presto, e poi ce lo bevevamo assieme. Magari io mi vestivo, preparavo le mie robe e posavo la tazzina un pò quà ed un pò là ... insomma una sorta di rituale a cui io però non davo molto significato. Poi è successo che la caffettiera da due avesse problemi di guarnizione e si mettesse a sputare acque per tutto il gas. Io mi seccavo troppo, veniva su uno sputo di caffè e pure bruciaticcio e mi toccava pulire, però avevo quasta pigrizia nel dire vado e compro una guarnizione nuova. Mi sono messo a fare il caffè con la moka da uno e per questione di tempo o ancora di altra pigrizia lo facevo solo per me. Mi dicevo bhè per qualche giorno può pure farselo da sè il caffè quando si alza oppure andare a comprarla lui la guarnizione. Davide non diceva niente e non mi chiedeva il perchè non gli portassi il caffè e per me era una cosa tranquillissima vederlo alzarsi e farselo per conto suo, si vede che a lui andava bene pure così. Mi sbagliavo. Per Davide quello era un autentico disastro affettivo. Soffriva come un cane e non me lo faceva capire, una sua vecchia brutta abitudine. Perchè per il mio Davide quel gesto per me tanto banale e routinario aveva invece un significato profondo ed importante. Per lui il vedere che gli portavo la tazzina con il caffè voleva dire che già da subito quando mi alzavo per iniziare la giornata lo pensavo, mi prendevo cura dei suoi bisogni, condividevo con lui un momento della mia giornata, il primo. Senza aveva la sensazione che lo trascurassi, che non lo pensassi più con l'affetto di prima, che già mi stessi stancando di lui. Anche quella è stata una crisi della malora. Per difesa mi ha quasi piantato. Aveva persino già preso degli accordi per andare a vivere in un altro posto. Ora quella nel nostro gergo di coppia è diventata "la crisi del caffè". Tra noi è diventata quasi una vicenda epica, per lo meno molto significativa. A volte ci si dice stiamo andando verso una "crisi del caffè" e ci si intende subito si cambia rotta, anche per gli altri lo si dice per vicende amorose e no. E' successo anche qualche settimana fa, Davide mi ha detto "Bada Fede c'è una crisi del caffè che ti si agita dentro" ed io mi sono messo a ridere perchè era proprio vero. E sai cos'è? Che se si riesce ad accettare che l'altro vede le cose sempre in un modo diverso dal nostro, che ci si deve confrontare di continuo, che si deve fare lo sforzo di non dare mai per scontato un gesto e non impigrirsi o rendere tutto una abitudine le crisi del caffè non verranno mai.
Ora vorrei che i ragazzi che iniziano una storia potessero capire questo che vivere una storia per lungo tempo è un pò come fare gli equlibristi. Raggiungi oggi un certo equlibrio interno, stai bene, sei troppo felice e poi un qualche evento esterno che magari tu proprio non volevi o non pensavi importante sposta tutto il baricentro della coppia e tu devi arrabbatarti per cercare un nuovo equlibrio. Se non lo fai cadi. E' un bello sforzo è indubbio e con gli anni lo diventa di più. Certo se non fosse che tu come coppia ti mantieni in cammino non avresti tutte queste rogne ma alla fine ti fossilizzeresti ed anche quello è un gran brutto modo per uccidere un rapporto. Il difficile allora(o la fortuna se vogliamo dargli un altro nome) è non tanto incontrare la persona giusta per te, perchè di quelle credo ce ne siano magari anche diverse nel corso della vita di ognuno di noi, ma l'incontrare quella persona che vuole rimanerti a fianco per tutta la vita e lo vuole da subito senza mai metterlo in dubbio. E questo, si è solo questo il difficile.
Un conoscente, un gay di 42 anni, qualche anno fa mi disse: sai ho incontrato delle persone meravigliose ma ogni volta che cominciavo a vederne i diffetti finita la sbornia iniziale, alle prime difficoltà mi dicevo, bhè non è la persona giusta, se cerco troverò di meglio. Ora a distanza di tanti anni mi rendo conto che 2-3 persone lo erano quelle giuste ma io non ci ho capito un cazzo ed ora sono solo.
Ecco è tutto qui.
Spero di non averti annoiato, mi dilungo sempre così tanto, lo so. Ma per me è importante esporti questi miei dubbi, queste mie esperienze, alla fine sai a parte Davide e Francesca e pochi altri sono poche le persone con cui puoi veramente parlare e sapere a priori di venire capito. Io ti vedo in fondo un pò simile a me, per lo meno nella costanza e nella dedizione amorosa che ci mette nelle cose che fai e quindi so che di te mi posso fidare.
Ti voglio davvero bene e si anche io spero che presto possiamo sentirci in chat,
tuo Federico
P.S. non è che sono un grafomane è che sono proprio così anche quando parlo mi disperdo nei pensieri, mi dicono che sono una vera esplosione .... mah, migliorerò pian piano anche in questo.
per prima cosa (la meno importante) ti sto scrivendo su questo indirizzo mail, ma non so se preferisci che ti scriva quì oppure sul contatto che avevo usato la scorsa volta, o se per te fa lo stesso ... fammi sapere!
Poi che ti posso dire ... quando ho letto la tua risposta mi sono sentito un gran groppo dentro, una felicità ed un senso di realizzazione ... ma sai? Mi sono venuti i brividi e la pancia mi si è annodata! Strano no? Certo io sono un tipo che somatizza alla grande ma è giusto per dirti che non pensavo di poterti "colpire" così con le mie parole ... Alla fine scriverti ha fatto un gran bene anche a me, sai. Ho avuto modo di ripensare per bene al mio inizio con Davide, non che non lo faccia mai, anzi a volte con Davide ci mettiamo proprio a parlarne, sai quelle cose che poi ricordando ridi, e dici io facevo così? davvero? e tu come è che mi vedevi? cosa pensavi? che stupido che ero ... ma tu eri, sei troppo bello ... e via sull'andazzo che è troppo dolce farlo e pure divertente, e poi rivedersi un pò più giovani ed immaturi e inconsapevoli è un pò mantenersi come si era ... Dio rinizio con le deviazioni, bhè mi sa che avrai capito come sono e ti toccherà portare pazienza con me ... Dicevo che nel ripensare all'indietro all'inizio della mia storia con Davide per poterla raccontare a qualcuno che non ci conosce affatto, mi sono costretto ad uno sforzo di onestà più per me stesso che per chi mi sarebbe stato ad ascoltare, e nel farlo mi sono arricchito di dubbi, dettagli, critiche verso di me e meraviglia per la persona che ero e per quella che sono diventata perchè seppure io mi continua a riconoscere con linearità come il Federico di 12 ma anche 16 anni fa è indubbio che qualcosa in me allora si è fratturato e poi ricomposto ed è in questa frattura che sta tutta la differenza. A volte mi è venuto da pensare che il dolore ti può inaridire ed ingrigire, ti si piazza dentro e ti succhia via il meglio che hai, ma se sei fortunato a non rimanere del tutto solo, se sei abbastanza forte e perseverante, se ci credi e continui a guardarti attorno con un minimo di fiducia allora questo dolore nel tempo sedimenta e ti si impasta semplicemente dentro, e diventa quella parte di te che sa meglio sintonizzarsi con gli altri, che li sa vedere con più "comprensione" nel senso etimologico del termine, che li sa meglio perdonare perchè nel freddo, nel disincanto, nella cattiveria di quegli altri sa che spesso c'è anche quella parte di te che tu sei riuscito ad elaborare in altro modo, ma la base di partenza era la stessa per te e per loro: DOLORE. Solo tu sei stato più fortunato.
Ora dopo quel momento di autentica sorpresa e gioia mi sono messo a trotterellare tutto attorno, ho messo sù la canzone giusta e sono saltato sul letto sopra a Davide, svegliandolo un pò male poverino e beccandomi per la verità pure qualche vaffa, e l'ho abbracciato troppo anche da parte tua. Lui non ci capiva un bel niente, era tutto ancora assonnato, lui che ci impiega un pò a carbuare la mattina, mi guardava con gli occhi spalancati e ad un certo punto mi ha detto no, ti prego Fede non dirmi che abbiamo vinto dei soldi ... Ecco,hai capito come ero? Con la faccia di uno che ha appena vinto l'enalotto!!! gli ho stretto la testa, l'ho baciato e gli ho detto si, abbiamo vinto ma è un premio di altro tipo, di quello che anche se sei milionario non ti puoi comprare. Gli ho dovuto spiegare tutto per bene, che ti avevo scritto di noi e che tu mi avevi risposto subito, subito e poi ho aperto il pc e gli ho letto la tua mail e poi gli ho mostrato la mia e la nostra storia ... e vederla là sul pc e sapere che delle persone la potessero leggere bhè faceva strano, davvero strano. Davide non sapeva che dire, lui non è molto bravo a parlare a ruota alle cose come faccio io, però sai era molto felice e poi mi ha detto una cosa che ho trovato davvero bella, mi ha detto "Sai Fede, ora mi sembra che tutto quello che c'è tra noi sia leggittimato, come se il mondo dicesse, ok, ci siete, ne terrò conto, e penso che sia questo che per me vuol dire matrimonio, sapere che ci sia qualcuno che neppure ti conosce che dica questi due si amano e io lo vedo." Il mio Davide ...
Bhè proseguendo ed andando verso quello che è un pò il nocciolo della mia questione, poi io ho continuato a fare il matto, ho telefonato anche a Francesca ed ho buttato temo pure lei giù dal letto, ma tanto la mia stellina non me lo direbbe mai, e le ho detto apri subito il blog e guarda un pò ... Non ci voleva proprio credere, una gioia incredibile anche per lei! Mi ha fatto promettere di dirti che ti abbraccia e ti dà un bacio in fronte da dove ti escono queste parole bellissime. Ed io l'ho faccio.
Riprendo il filo dopo l'ennesima parentesi, ma non preoccuparti sto andando al punto. Ora dopo tutte quelle parole e scoppiettii di gioia sono subentrato qualche ora dopo in uno stato un pò più serio e pensieroso. Davide era uscito a farsi una passeggiata con Nisa, la nostra cagna, ed io mi sono messo a riflettere. Mi sono detto ok, la storia è quella ma si ferma li? No. Assolutamente. Tu dici che potrei pubblicarla su Storie Gay (a parte che al caso mi dovresti spiegare che devo fare che sono un bel pò imbranato con queste cose) e che i ragazzi leggendola potrebbero vedere della luce ma quella luce non rischia di confondere? Mi spiego meglio mi è venuto questo scrupolo: ma alla fine non è che sembra troppo quasi una bella favola? E tutti vissero felici e contenti. Fine. Perchè in realtà non è affatto così semplice e temo che un ragazzo di 18-19 anni come ero io allora potrebbe essere pure sviato da una fine così. Ne ho parlato con Davide quando è tornato, lui dice che il problema semplicemente non esiste perchè la nostra storia non è finita, noi ci siamo, la viviamo, la evolviamo giorno dopo giorno, Francesca ... bhè ha una idea troppo romantica dell'amore e lei ad un finale così ci crederebbe subito senza tanti problemi. Ma io mi chiedo, ma se questi ragazzi che leggono di me pensano che sia tutto semplice? Si può trovare la persona giusta, è una possibilità, magari si soffre ma quando si diventa una coppia il resto è il paradiso, fila tutto alla grande ... sì, se uno di questi ragazzi la pensa così? Io sentirei in coscienza di aver combinato un gran casino. Perchè ripeto le cose non sono così facili nè semplici. Perchè se poi uno di questi ragazzi avesse queste aspettative io gli avrei dato in mano solo gli strumenti per distruggere la sua storia.
Stare insieme non è affatto una favola, non è facile. Riuscire a stare insieme per 12 anni è un viaggio che sai dove inizia ma non sai dove ti conduce e soprattutto non sai come ti può modificare. Stare insieme implica un continuo, serio e costante sforzo. Bisogna lavorare ogni giorno costantemente su sè stessi, bisogna essere onesti uno con l'altro ed esserlo con sè stessi che spesso è molto più difficile di quanto si pensi. Bisogna mettersi in gioco ed esporsi così tanto da averne paura, ma superare quella paura nella fiducia dell'altro. Bisogna mettersi in contraddizione, disfarsi e ricostruirsi. Bisogna pensare all'altro con costanza ma non con abitudine. Bisogna avere dedizione, prendersi cura dell'altro ma non soffocarlo. Bisogna imparare a gestirsi i propri spazi, coltivare i propri silenzi e non sconfinare in quelli dell'altro. Bisogna saper ascoltare. Bisogna tantissimo saper perdonare. Ed essere creativi. Non bisogna mai dare niente per scontato. Anche dopo 12 che conosco Davide so bene che non devo credere di conoscerlo così bene dal mettergli addosso dei pensieri, delle reazioni, delle emozioni senza aver chiesto a lui se sono veramente i suoi. La gente cambia, si evolve e quello che può pensare un giorno per qualche strano evento o passaggio mentale o sedimentarsi di un qualcosa che si è infine elaborato non è più quello che si pensa il giorno dopo. E' fondamentale non dimenticarselo mai. E non è affatto facile, lo assicuro.
Insomma è quasi uno sforzo quotidiano. E può pesare. Certo tu ami e lui ti ama. Cosa c'è di meglio? Però perchè negarlo a volte sei un pò stanco. Ma se tieni duro, se ti ripeti lui è la mia vita, lui lo fa per me bhè alla fine sei felice, sei pieno di lui e sei realizzato. E non sei solo. Mai. Magari lui sta lontano qualche giorno, qualche settimana per vari motivi ma te lo senti comunque vicino, vicino. Senti che lo vuoi e che non ti basta mai. Sai che può durare fino alla fine. A quella famosa fine.
Ora con Davide abbiamo avuto i nostri momenti difficili, se ci fossimo posati sugli allori della nostra felicità non staremmo più insieme. Il fatto è che entrambi anno dopo anno con determinazione e con testardaggine abbiamo scelto di stare insieme. E si, lo posso dire siamo ancora profondamente innamorati l'uno dell'altro. Perchè sai, si tratta solo di una scelta e forse è banale dirlo ma il pensare ogni giorno, io lo voglio, io lo desidedero e farò di tutto perchè questo continui è una scelta di vita che ci si presenta di continuo. E' facile lasciar perdere, trascurare, pensare ok, mi fermo un attimo poi riprendo. Basta quell'attimo e già ci si è persi un pochino e poi riprendersi è un piccolo sforzo in più. Ora magari tutte queste parole sembrano un pò fumose, un predichetta saputella ... ma io non sono il tipo, non lo sono mai stato, che sale in cattedra.
E' che capisci, per dire io e Davide siamo due persone molto diverse. Io sono estroverso, sono impulsivo e tutto quello che penso lo butto fuori, Davide invece è introverso, pensoso, e piuttosto sienzioso. Lo capisci bene che due persone così possono fare un pò di fatica a capirsi. Con il tempo io ho imparato a contenermi un poco e lui ad aprirsi un poco di più. Ma se continuamente ci sforziamo di limare i nostri eccessi, nel contempo non vorremmo mai che l'altro cambiasse troppo, è importante per noi che ognuno rimanga fino in fondo fedele alla sua natura. E neppure questo è così facile in un rapporto forte come il nostro in cui c'è il rischio di una fusione che non fa certo bene alla vita a due, seppure uno potrebbe pensare il contrario. E' importante dire ok, ti vengo un pò incontro ma uno sforzo lo devi fare anche tu, perchè io come sono mi piaccio e non voglio cambiare e non voglio che neppure tu cambi perchè se mi sono innamorato di te è per quello che sei. Abbiamo tanto litigato ed ancora lo facciamo per questi affari strani che sono i nostri caratteri diammetralmente opposti, ma poi so che Davide con una sola frase riesce a sintettizzare tutto quello che io dico con 20.000 parole e per me è un magia, come quando dietro alle mie mille capriole lui con un gesto molto semplice esprime il senso del mio sentimento, io d'altra parte sono un pò la sua voce anche se spesso troppo logorroica. All'inizio si stava per giorni e giorni, anche una intera settimana in uno stato di tensione aspettando che scoppiasse il temporale. Io parlavo, mi rodevo, lo stuzzicavo, lo attaccavo e lui sempre più a riccio. E quando Davide fa il riccio riesce ad essere davvero insopportabile, sembra che non ti veda neppure più. Poi iniziava a parlare,diceva la sua,ci si spiegava e finiva tutta là. Una cosa così semplice che se l'avesse fatto subito ci avrebbe evitato tutte le paturnie del caso. Io allora, che con lui per sdrammatizzare faccio sempre un pò il buffone, gli aprivo la bocca, ci guardavo dentro e gli dicevo, ma Davide sei ben sicuro di aver fatto uscire tutto, ma proprio tutto? O devo buttarti giù per la gola un amo e poi pescare? Lui allora si metteva, lo fa ancora, a ridere e mi chiedeva scusa. Insomma lui è come si dice un pò panza niura, si tiene un pò troppo dentro le cose e si fa un pò troppi trip da sè, ma l'importante è che continui a fare l'etna e che non diventi mai il vesuvio, che poi sarebbe la fine. Però è migliorato il nero se lo tiene per non più di tre giorni. Una altra cosa che ho visto essere terribilmente distruttiva, almeno per noi, è il pensiero del sacrificarsi totalmente per l'altro senza voglierlelo dire. Insomma voler fare gli eroi solitari. Dopo poco che ci eravamo laureati abbiamo rischiato grosso per questa cosa. Non avevamo come al solito che due lire in tasca e si doveva accettare ogni tipo di lavoro. Io lavoravo ad un call center, lui faceva il cassiere nel supermercato di un centro comerciale. Bhè lo puoi immaginare quanto potesse essere frustrante per noi due laureati in biologia lui con 110 ed io con 108, continuare a fare dei lavori così. Avevamo le nostre belle aspirazioni sia io che lui, i nostri sogni. Ma non se ne parlava mai tra noi perchè non si voleva appesantire l'altro e si giocava al tutto va bene comunque. Poi sia io che lui abbiamo avuto delle belle occasioni, ci hanno chiamati per diversi colloqui, abbiamo avuto proposte di cose che ci sarebbero troppo piaciute fare, ma o non ci avrebbero pagati, o troppo poco,o dovevamo pagare noi o andare troppo lontano per troppo tempo. Rifiutavamo, tutti e due senza esitazioni, lo facevamo volentieri per amore dell'altro ma non se ne parlava mai. Nessuno dei due sapeva del rifiuto, nessuno dei due sapeva in realtà neppure dell'occasione semplicemente non se ne parlava, non si voleva mettere l'altro in difficoltà nel mostrargli che si sacrificava qualcosa di prezioso ed importante per lui, non si voleva fargli vedere che esistevano per noi delle priorità e che in cima a queste stava lui, per non doverlo vedere anche solo sentirsi in debito o magari sentirsi costretto a fare lo stesso. Senza accorgercene abbiamo cominciato ad accumulare un mucchio di frustrazioni, di risentimenti anche solo per noi perchè ci si sentiva inadeguati, perchè si avrebbe voluto che per amore niente costasse fatica, neppure il sacrificio della nostra realizzazione lavorativa, ed invece mica è così, la fatica c'è solo che si sa in cuor nostro che è la scelta migliore. Alla fine ci siamo ridotti alla corda. Non si parlava più se non a mugugni, pure io, pensa tu, ci si lamentava delle stronzate, tutto dava fastidio, si è arrivati al punto di pensare continuamente dell'altro ecco guarda un pò, io ho rinunciato ad andare in quel posto e lui non fa neppure lo sforzo di andare a pagare le bollette perchè dice che è troppo stanco ... insomma hai capito cose così. Un giorno è scoppiato il finimondo per una stronzata che più di così non si può. Ci siamo detti di tutto, ci siamo pure menati, tutto un rinfacciare ed accusare e poi ad un certo punto Davide ha detto, che stupidi abbiamo fatto le stesse cose l'uno per l'altro per amore ed ora ci odiamo. Non l'abbiamo fatto mai più di non parlarci delle nostre scelte, ora ne discutiamo sempre insieme.
E poi sai per davvero non bisogna mai darsi per scontato perchè capita di continuo che delle cose che per noi sono stupidissime a volte per l'altro sono invece terribili. Ti racconto questa ultima cosa e poi concludo, ma per noi è estremamente significativa. Fin da quando abbiamo iniziato a convivere io avevo questo gesto di portare il caffè a Davide mentre era ancora a letto, perchè io sono un tipo che si sveglia presto, e poi ce lo bevevamo assieme. Magari io mi vestivo, preparavo le mie robe e posavo la tazzina un pò quà ed un pò là ... insomma una sorta di rituale a cui io però non davo molto significato. Poi è successo che la caffettiera da due avesse problemi di guarnizione e si mettesse a sputare acque per tutto il gas. Io mi seccavo troppo, veniva su uno sputo di caffè e pure bruciaticcio e mi toccava pulire, però avevo quasta pigrizia nel dire vado e compro una guarnizione nuova. Mi sono messo a fare il caffè con la moka da uno e per questione di tempo o ancora di altra pigrizia lo facevo solo per me. Mi dicevo bhè per qualche giorno può pure farselo da sè il caffè quando si alza oppure andare a comprarla lui la guarnizione. Davide non diceva niente e non mi chiedeva il perchè non gli portassi il caffè e per me era una cosa tranquillissima vederlo alzarsi e farselo per conto suo, si vede che a lui andava bene pure così. Mi sbagliavo. Per Davide quello era un autentico disastro affettivo. Soffriva come un cane e non me lo faceva capire, una sua vecchia brutta abitudine. Perchè per il mio Davide quel gesto per me tanto banale e routinario aveva invece un significato profondo ed importante. Per lui il vedere che gli portavo la tazzina con il caffè voleva dire che già da subito quando mi alzavo per iniziare la giornata lo pensavo, mi prendevo cura dei suoi bisogni, condividevo con lui un momento della mia giornata, il primo. Senza aveva la sensazione che lo trascurassi, che non lo pensassi più con l'affetto di prima, che già mi stessi stancando di lui. Anche quella è stata una crisi della malora. Per difesa mi ha quasi piantato. Aveva persino già preso degli accordi per andare a vivere in un altro posto. Ora quella nel nostro gergo di coppia è diventata "la crisi del caffè". Tra noi è diventata quasi una vicenda epica, per lo meno molto significativa. A volte ci si dice stiamo andando verso una "crisi del caffè" e ci si intende subito si cambia rotta, anche per gli altri lo si dice per vicende amorose e no. E' successo anche qualche settimana fa, Davide mi ha detto "Bada Fede c'è una crisi del caffè che ti si agita dentro" ed io mi sono messo a ridere perchè era proprio vero. E sai cos'è? Che se si riesce ad accettare che l'altro vede le cose sempre in un modo diverso dal nostro, che ci si deve confrontare di continuo, che si deve fare lo sforzo di non dare mai per scontato un gesto e non impigrirsi o rendere tutto una abitudine le crisi del caffè non verranno mai.
Ora vorrei che i ragazzi che iniziano una storia potessero capire questo che vivere una storia per lungo tempo è un pò come fare gli equlibristi. Raggiungi oggi un certo equlibrio interno, stai bene, sei troppo felice e poi un qualche evento esterno che magari tu proprio non volevi o non pensavi importante sposta tutto il baricentro della coppia e tu devi arrabbatarti per cercare un nuovo equlibrio. Se non lo fai cadi. E' un bello sforzo è indubbio e con gli anni lo diventa di più. Certo se non fosse che tu come coppia ti mantieni in cammino non avresti tutte queste rogne ma alla fine ti fossilizzeresti ed anche quello è un gran brutto modo per uccidere un rapporto. Il difficile allora(o la fortuna se vogliamo dargli un altro nome) è non tanto incontrare la persona giusta per te, perchè di quelle credo ce ne siano magari anche diverse nel corso della vita di ognuno di noi, ma l'incontrare quella persona che vuole rimanerti a fianco per tutta la vita e lo vuole da subito senza mai metterlo in dubbio. E questo, si è solo questo il difficile.
Un conoscente, un gay di 42 anni, qualche anno fa mi disse: sai ho incontrato delle persone meravigliose ma ogni volta che cominciavo a vederne i diffetti finita la sbornia iniziale, alle prime difficoltà mi dicevo, bhè non è la persona giusta, se cerco troverò di meglio. Ora a distanza di tanti anni mi rendo conto che 2-3 persone lo erano quelle giuste ma io non ci ho capito un cazzo ed ora sono solo.
Ecco è tutto qui.
Spero di non averti annoiato, mi dilungo sempre così tanto, lo so. Ma per me è importante esporti questi miei dubbi, queste mie esperienze, alla fine sai a parte Davide e Francesca e pochi altri sono poche le persone con cui puoi veramente parlare e sapere a priori di venire capito. Io ti vedo in fondo un pò simile a me, per lo meno nella costanza e nella dedizione amorosa che ci mette nelle cose che fai e quindi so che di te mi posso fidare.
Ti voglio davvero bene e si anche io spero che presto possiamo sentirci in chat,
tuo Federico
P.S. non è che sono un grafomane è che sono proprio così anche quando parlo mi disperdo nei pensieri, mi dicono che sono una vera esplosione .... mah, migliorerò pian piano anche in questo.
sabato 24 novembre 2007
LETTERA APERTA A UN RAGAZZO
Ciao ... ,
oggi abbiamo scambiato quattro parole, ho atteso una tua riposta che non arrivava, poi sono dovuto andare dal dottore, l’ho scritto e sono uscito. Ho lasciato la chat aperta perché pensavo che sarei tornato in massimo mezz’ora. Ho cercato di fare tutto di corsa, fino all’affanno, per ridurre al massimo i tempi... poi ho trovato che la chat l’avevi chiusa e ne avevi aperta un’altra che conteneva una lunga serie di messaggi inquietanti, li ho letti, mi è presa un’angoscia profonda, mi dici “anche tu mi lasci solo”, ma ti giuro che non ho mai avuto nessuna idea del genere, quello che mi spaventa è quello che dici perché sono le frasi tipiche dei tuoi momenti neri. Le ho sentite in un altro pomeriggio quelle stesse frasi, ma allora una conversazione c’è stata, oggi no, ma te lo posso giurare dovevo solo andare dal dottore, non avevo nessuna intenzione di lasciarti solo, poi ho provato a mandarti anch’io una serie di messaggi... alcuni tornavano indietro e altri no, tu eri in linea ma “non al computer” e ho riprovato, ho riprovato molte volte ma non hai riposto e, ti giuro, ho sentito dentro l’angoscia crescere, ho provato un senso si frustrazione e di impotenza totale, come quello che vuole disperatamente una cosa ma non riesce a farla e riprova e riprova ancora ma sempre senza successo. Stare in una situazione del genere è angosciante. L’ultimo messaggio non è tornato indietro, quindi la tua chat è ancora aperta... ci sto veramente male e non posso fare nulla. Quello che penso di te lo sai benissimo, quanto sei importante lo sai benissimo, non c’è bisogno che io ti ripeta queste cose, mi hai scritto cose bellissime che mi hanno fatto felice perché ti ho sentito sereno. In quei momenti la tua felicità era la mia, ma quando sei nei momenti neri si contagia anche la malinconia, anche l’angoscia, e io adesso sto male perché tu stai male e non è nemmeno possibile parlare, da quando sono tornato a casa sono rimasto incollato al computer ad aspettare che tu finalmente comparissi sulla tua chat, ma non è successo... Cerco di distrarmi facendo altro ma non riesco a concentrarmi su quello che leggo e ho sempre l’occhio sulla tua chat che resta immobile. Poi sento il suono del messaggio in arrivo e vado subito a vedere, ma è il mio ennesimo messaggio che torna indietro. Basta, è tutto quello che avevo da dire. Per contattarti ho solo msn, posso solo aspettare. Ecco, adesso non sei nemmeno più in linea.
oggi abbiamo scambiato quattro parole, ho atteso una tua riposta che non arrivava, poi sono dovuto andare dal dottore, l’ho scritto e sono uscito. Ho lasciato la chat aperta perché pensavo che sarei tornato in massimo mezz’ora. Ho cercato di fare tutto di corsa, fino all’affanno, per ridurre al massimo i tempi... poi ho trovato che la chat l’avevi chiusa e ne avevi aperta un’altra che conteneva una lunga serie di messaggi inquietanti, li ho letti, mi è presa un’angoscia profonda, mi dici “anche tu mi lasci solo”, ma ti giuro che non ho mai avuto nessuna idea del genere, quello che mi spaventa è quello che dici perché sono le frasi tipiche dei tuoi momenti neri. Le ho sentite in un altro pomeriggio quelle stesse frasi, ma allora una conversazione c’è stata, oggi no, ma te lo posso giurare dovevo solo andare dal dottore, non avevo nessuna intenzione di lasciarti solo, poi ho provato a mandarti anch’io una serie di messaggi... alcuni tornavano indietro e altri no, tu eri in linea ma “non al computer” e ho riprovato, ho riprovato molte volte ma non hai riposto e, ti giuro, ho sentito dentro l’angoscia crescere, ho provato un senso si frustrazione e di impotenza totale, come quello che vuole disperatamente una cosa ma non riesce a farla e riprova e riprova ancora ma sempre senza successo. Stare in una situazione del genere è angosciante. L’ultimo messaggio non è tornato indietro, quindi la tua chat è ancora aperta... ci sto veramente male e non posso fare nulla. Quello che penso di te lo sai benissimo, quanto sei importante lo sai benissimo, non c’è bisogno che io ti ripeta queste cose, mi hai scritto cose bellissime che mi hanno fatto felice perché ti ho sentito sereno. In quei momenti la tua felicità era la mia, ma quando sei nei momenti neri si contagia anche la malinconia, anche l’angoscia, e io adesso sto male perché tu stai male e non è nemmeno possibile parlare, da quando sono tornato a casa sono rimasto incollato al computer ad aspettare che tu finalmente comparissi sulla tua chat, ma non è successo... Cerco di distrarmi facendo altro ma non riesco a concentrarmi su quello che leggo e ho sempre l’occhio sulla tua chat che resta immobile. Poi sento il suono del messaggio in arrivo e vado subito a vedere, ma è il mio ennesimo messaggio che torna indietro. Basta, è tutto quello che avevo da dire. Per contattarti ho solo msn, posso solo aspettare. Ecco, adesso non sei nemmeno più in linea.
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sabato 6 ottobre 2007
AMARE UN RAGAZZO GAY NON L'AMORE GAY
Spigolando tra i numerosi blog gay che ho trovato in rete, ho trovato una cosa che un po’ mi ha colpito. Un ragazzo alle 12.30 (orario ipotetico) pubblica un bellissimo post sulla sua storia d’amore. Lo leggo, ne resto ammirato, penso che quel ragazzo debba essere felice, passo ad un altro blog e leggo altre cose, poi, dopo non più di cinque minuti, torno al blog di prima e ci trovo un nuovo post, nel quale quel ragazzo scrive che dopo anni di convivenza col suo ragazzo (non so quanti anni abbiano) da circa un mese è di nuovo solo, da altri elementi si arriva a capire che questo ragazzo è in cerca di nuove esperienze. Ma io mi chiedo, perché veramente non riesco a capire, sarà pure che si sono lasciati da un mese ma è evidente che il ragazzo che scrive è ancora innamorato dell’altro, aggiungo che non solo non dimostra nei suoi confronti nessun tipo di risentimento ma ne scrive cose bellissime. Ora o il ragazzo del blog è stato innamorato dell’amore più che del suo compagno e ha inteso l’amore essenzialmente come un momento suo personale di esaltazione e di sensazioni eccezionali mettendo un po’ da parte l’idea di realizzare un vero rapporto a due, oppure è realmente innamorato del suo ex-compagno? Da quello che è scritto sul blog non è facile decidere tra le due ipotesi perché anche se si parla d’amore verso l’altro ragazzo, prevale comunque il discorso in prima persona o almeno il discorso centrato sull’autore del blog. Proverò ad esaminare entrambe le possibilità.
Innamorarsi dell’amore è possibile, non è certo la migliore forma di innamoramento perché conserva un sottofondo narcisistico e qualche coloritura di egoismo, cose labili, per carità, ma che comunque si percepiscono e rovinano un po’ l’atmosfera ideale dell’innamoramento altruistico. Chi si innamora dell’amore vede le cose solo (o prevalentemente) dal suo punto di vista, ritiene che l’amore sia un insieme di sensazioni più che un incontro con un’altra persona. Se il ragazzo del blog è innamorato dell’amore, in fondo, per lui la fine della relazione precedente non è una cosa veramente traumatica, perché sussiste comunque l’ipotesi di riprodurre le stesse sensazioni (e forse anche migliori) in altre storie e con altre persone. In buona sostanza quello che conta è lo stato di innamoramento e non la persona e ciò ben si concilia con l’assenza di risentimento e addirittura con il continuare a parlare in termini esaltanti di un ragazzo che ormai non appartiene più, in termini concreti, all’orizzonte affettivo di chi scrive. Mi permetto una piccola digressione. La rottura di una relazione affettiva o sessuale comporta un trauma, se questo trauma deriva dalla mancanza di elementi concreti (rapporti sessuali, abitudini acquisite, ecc.) è possibile, come si suoi dire “rifarsi una vita”, anche se con lacune limitazioni; se invece il trauma deriva dall’assenza della persona specifica del proprio compagno, si va incontro ad una forma di vero e proprio stato di vedovanza e l’instaurazione di nuovi rapporti affettivi è molto difficoltosa perché sembra dissacrante nei confronti della presenza ancora psicologicamente molto viva del proprio ex-compagno. In sostanza non ci si può innamorare per tutto il periodo diciamo così di “lutto”, però la presenza dello stato di “lutto” è caratterizzata da una fase depressiva, spesso profonda che nel caso concreto dal blog di cui sto parlando non emerge. Sulla base di questi elementi sarei più propenso a ritenere che la chiave di lettura di quei post non vada cercata nella permanenza di una forma di innamoramento nei confronti dell’ex compagno, quanto proprio nell’essere innamorati dell’amore. Tra essere innamorati di un ragazzo gay ed essere innamorati dell’amore gay c’è una differenza enorme, nel primo caso l’interesse affettivo è altruistico, nel secondo invece è centrato sul soggetto. Per quanto la mia esperienza di vita di coppia sia limitata, non avrei esitazioni nel dire che comunque l’idea di incontrare un’altra persona in senso profondo è sotto ogni punto di vista la cosa fondamentale e non c’è poi molta differenza se si tratta di un’amicizia seria o di un innamoramento che coinvolge la sessualità diretta. Voglio dire che l’altro, in una vera vita di coppia, non è fungibile, è essenziale che sia proprio lui, nessuno potrebbe in nessun caso prendere il suo posto, il tentativo di ricostruire gli stessi rapporti con altri protagonisti sarebbe destinato automaticamente al fallimento. Non è un problema di eros ma un problema d’amore e non si tratta solo di sentirsi innamorati di un altro ragazzo, ma di sentire che lui ci ama, nel capire di essere fondamentali per un’altra persona. Mi è capitato spesso di sentimi amato in modo profondo e non avrei scambiato questa esperienza (che è una esperienza di coppia nel senso più serio del termine) con niente al mondo. Ricorderò sempre un pomeriggio in cui stavo a casa mia con un ragazzo etero che è stato (ed è) una persona fondamentale nella mia vita. Lui studiava in una stanza, io non stavo bene e avevo qualche linea di febbre, mi poggiai sul letto e mi addormentai di un sonno pesantissimo. Lui vide che non tornavo indietro, entro nella mia stanza e mi vide addormentato, se ne andò in cucina, preparò una tazza di tè e me la mise sul comodino, poi scrisse un biglietto: “vado a comprare un’aspirina... torno subito” e uscì di casa. Io mi svegliai sentendo chiudere la porta, poi vidi il biglietto e la tazza di tè e mi sentii felice di una felicità totale. Sentirsi amati, come mi sono sentito io in quel momento, e capire che non si è soli ma si è veramente in due di fronte a qualunque problema della vita reale è l’essenza dell’amore perché si capisce che ormai la nostra dimensione individuale si è sciolta in una dimensione di vita a due.
Innamorarsi dell’amore è possibile, non è certo la migliore forma di innamoramento perché conserva un sottofondo narcisistico e qualche coloritura di egoismo, cose labili, per carità, ma che comunque si percepiscono e rovinano un po’ l’atmosfera ideale dell’innamoramento altruistico. Chi si innamora dell’amore vede le cose solo (o prevalentemente) dal suo punto di vista, ritiene che l’amore sia un insieme di sensazioni più che un incontro con un’altra persona. Se il ragazzo del blog è innamorato dell’amore, in fondo, per lui la fine della relazione precedente non è una cosa veramente traumatica, perché sussiste comunque l’ipotesi di riprodurre le stesse sensazioni (e forse anche migliori) in altre storie e con altre persone. In buona sostanza quello che conta è lo stato di innamoramento e non la persona e ciò ben si concilia con l’assenza di risentimento e addirittura con il continuare a parlare in termini esaltanti di un ragazzo che ormai non appartiene più, in termini concreti, all’orizzonte affettivo di chi scrive. Mi permetto una piccola digressione. La rottura di una relazione affettiva o sessuale comporta un trauma, se questo trauma deriva dalla mancanza di elementi concreti (rapporti sessuali, abitudini acquisite, ecc.) è possibile, come si suoi dire “rifarsi una vita”, anche se con lacune limitazioni; se invece il trauma deriva dall’assenza della persona specifica del proprio compagno, si va incontro ad una forma di vero e proprio stato di vedovanza e l’instaurazione di nuovi rapporti affettivi è molto difficoltosa perché sembra dissacrante nei confronti della presenza ancora psicologicamente molto viva del proprio ex-compagno. In sostanza non ci si può innamorare per tutto il periodo diciamo così di “lutto”, però la presenza dello stato di “lutto” è caratterizzata da una fase depressiva, spesso profonda che nel caso concreto dal blog di cui sto parlando non emerge. Sulla base di questi elementi sarei più propenso a ritenere che la chiave di lettura di quei post non vada cercata nella permanenza di una forma di innamoramento nei confronti dell’ex compagno, quanto proprio nell’essere innamorati dell’amore. Tra essere innamorati di un ragazzo gay ed essere innamorati dell’amore gay c’è una differenza enorme, nel primo caso l’interesse affettivo è altruistico, nel secondo invece è centrato sul soggetto. Per quanto la mia esperienza di vita di coppia sia limitata, non avrei esitazioni nel dire che comunque l’idea di incontrare un’altra persona in senso profondo è sotto ogni punto di vista la cosa fondamentale e non c’è poi molta differenza se si tratta di un’amicizia seria o di un innamoramento che coinvolge la sessualità diretta. Voglio dire che l’altro, in una vera vita di coppia, non è fungibile, è essenziale che sia proprio lui, nessuno potrebbe in nessun caso prendere il suo posto, il tentativo di ricostruire gli stessi rapporti con altri protagonisti sarebbe destinato automaticamente al fallimento. Non è un problema di eros ma un problema d’amore e non si tratta solo di sentirsi innamorati di un altro ragazzo, ma di sentire che lui ci ama, nel capire di essere fondamentali per un’altra persona. Mi è capitato spesso di sentimi amato in modo profondo e non avrei scambiato questa esperienza (che è una esperienza di coppia nel senso più serio del termine) con niente al mondo. Ricorderò sempre un pomeriggio in cui stavo a casa mia con un ragazzo etero che è stato (ed è) una persona fondamentale nella mia vita. Lui studiava in una stanza, io non stavo bene e avevo qualche linea di febbre, mi poggiai sul letto e mi addormentai di un sonno pesantissimo. Lui vide che non tornavo indietro, entro nella mia stanza e mi vide addormentato, se ne andò in cucina, preparò una tazza di tè e me la mise sul comodino, poi scrisse un biglietto: “vado a comprare un’aspirina... torno subito” e uscì di casa. Io mi svegliai sentendo chiudere la porta, poi vidi il biglietto e la tazza di tè e mi sentii felice di una felicità totale. Sentirsi amati, come mi sono sentito io in quel momento, e capire che non si è soli ma si è veramente in due di fronte a qualunque problema della vita reale è l’essenza dell’amore perché si capisce che ormai la nostra dimensione individuale si è sciolta in una dimensione di vita a due.
martedì 2 ottobre 2007
GAY E ANSIA DI ABBANDONO
Premessa doverosa.
Molti lettori non gay (ho ricevuto in proposito due e-mail con osservazioni molto serie di cui ringrazio gli autori) leggendo queste pagine possono rimanere sconcertati. Alcuni potrebbero esserne addirittura irritati. La cosa è comprensibile e mi scuso con loro del disappunto che posso suscitare. Rispetto al 100% gli etero (chi ha letto questo blog se ne è reso perfettamente conto) ed ho amici etero che sono un sostegno fondamentale per me, anche nella gestione di questo blog, mi rendo perfettamente conto che le cose di cui parlo, da altri punti di vista, possono apparire strane e incomprensibili, di nicchia, o anche patologiche o irritanti ma il mio scopo è scrivere per chi mi può realmente capire, e credo che siano in tanti. Le cose di cui parlo non sono favole o teoremi ideologici, e meno che mai discorsi provocatori, sono cose della vita reale, che possono risultare comprensibili oppure no, ma appartengono alla vita di tantissime persone, ed è proprio per queste persone che io scrivo.
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Dedico questo post a un tema come l’ansia di abbandono perché su questo elemento in particolare noto una discrasia significativa tra letteratura gay e realtà concreta. In genere i libri che raccontano storie di rapporti gay insistono su due diversi elementi: il quadro d’ambiente (specialmente i libri più recenti), pittoresco ma esterno, oppure il rapporto tra la coppia gay in sé coesa e le difficoltà di tipo sociale che incontra, oscillando tra due tesi opposte: “l’amore vince tutto” oppure “accettare il fallimento”. In realtà molto difficilmente si affronta un problema che invece condiziona pesantemente le relazioni gay reali, non si affronta la criticità interna alla coppia gay. In particolare, sono in pratica completamente lasciate da parte le problematiche connesse all’ansia di abbandono. Con questo termine non intendo riferirmi al disagio che si prova ad essere abbandonati, ma al disagio che si prova al pensare, spesso in modo ossessivo e condizionante, che si potrebbe essere abbandonati. Ho visto spessissimo queste cose in altre persone e le ho anche vissute direttamente e, aggiungo, sono ben lontano dal dire di averle superate. Perchè esiste un’ansia da abbandono gay tutta particolare? La risposta viene da una osservazione statistica. Per un etero che sia stato abbandonato, uomo o donna che sia, esiste la possibilità di ciò che comunemente si chiama “rifarsi una vita”, per un gay una realtà del genere è decisamente più improbabile e l’abbandono presenta le tinte tipiche di una situazione senza rimedio. Un possibile abbandono “senza rimedio” significa, quando non si è più giovanissimi, un sostanziale fallimento dell’intera vita affettiva. L’ansia di abbandono non condiziona solo i rapporti affettivi importanti e ben sedimentati, ma anche tutta una serie di contatti minori che hanno comunque una valenza affettiva. Quando poi non esistono rapporti affettivi importanti, l’ansia di abbandono si concentra proprio su tutta quella serie di piccoli contatti che finiscono per avere un valore sostituivo. L’ansia di abbandono condiziona spesso pesantemente i rapporti gay, il timore di perdere il compagno non è solo un timore di coppia, è un timore esistenziale, è il timore del fallimento affettivo, nella presupposizione che non ci saranno altre possibilità. Alcuni ragazzi gay sostengono che quando un rapporto non è soddisfacente bisogna troncarlo. Questi ragazzi non vivono l’ansia di abbandono e sentono le alternative come possibili. Evidentemente il costume sta evolvendo, ma onestamente ho l’impressione che l’ansia di abbandono sia tendenzialmente ubiquitaria. Si teme di dire sciocchezze, si teme di non avere espresso pienamente i propri sentimenti, si teme di avere parato troppo, ci si sente colpevoli ed esitanti su moltissime cose, si finisce talvolta per travestire la propria affettività secondo quelle che si pensa siano le esigenze del proprio compagno, spesso sbagliando clamorosamente proprio per l’ansia di non commettere errori. Un altro elemento tipico dell’ansia di abbandono, frequentissimo tra gay non conviventi e spesso anche nei rapporti gay-etero, è quello delle “attese spasmodiche” costellate di interrogativi non risolti, ci si fissa sul computo mentale del tempo tra un contatto e un altro, tra una telefonata e l’altra dando a queste cose una valutazione ansiosa, si dà alle parole sempre il significato più negativo e distruttivo o, per converso, sempre quello più improbabile e favorevole, ci si prepara mentalmente il discorso in anticipo, si cerca di prevedere l’andamento della conversazione. Con queste premesse, il rischio di fraintendimenti è fortissimo, qualunque ombra è interpretata come una minaccia grave, la ricerca di conferme diventa ossessiva al punto di creare panico nel compagno, si arriva a recitare una parte, a perdere la spontaneità, a fare questioni di principio senza principio, a pretendere una risposta affettiva e a sentirsi delusi e depressi se quella riposta effettiva non arriva esattamente come ce la siamo aspettata, ci si irrigidisce per sciocchezze interpretate come l’anticipazione della catastrofe imminente e, così facendo, si provoca veramente la catastrofe. Ho visto andare in fumo dei rapporti cominciati nel modo migliore per delle motivazioni oggettivamente risibili che sono state montate fino a divenire ostacoli insormontabili. Ovviamente mi rivolgo a chi mi può capire: noi gay siamo fragili, abbiamo paura del futuro, paura di restare soli, radicalmente soli, ma è proprio per questo che l’ansia di abbandono dovrebbe essere tenuta bene a freno. Parlate coi vostri compagni se ne avete o coi vostri amici gay o etero non conta, se tra voi c’è un rapporto affettivo forte non avete nulla da temere, se così non fosse è solo parlando apertamente che si può creare un rapporto più profondo.
Molti lettori non gay (ho ricevuto in proposito due e-mail con osservazioni molto serie di cui ringrazio gli autori) leggendo queste pagine possono rimanere sconcertati. Alcuni potrebbero esserne addirittura irritati. La cosa è comprensibile e mi scuso con loro del disappunto che posso suscitare. Rispetto al 100% gli etero (chi ha letto questo blog se ne è reso perfettamente conto) ed ho amici etero che sono un sostegno fondamentale per me, anche nella gestione di questo blog, mi rendo perfettamente conto che le cose di cui parlo, da altri punti di vista, possono apparire strane e incomprensibili, di nicchia, o anche patologiche o irritanti ma il mio scopo è scrivere per chi mi può realmente capire, e credo che siano in tanti. Le cose di cui parlo non sono favole o teoremi ideologici, e meno che mai discorsi provocatori, sono cose della vita reale, che possono risultare comprensibili oppure no, ma appartengono alla vita di tantissime persone, ed è proprio per queste persone che io scrivo.
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Dedico questo post a un tema come l’ansia di abbandono perché su questo elemento in particolare noto una discrasia significativa tra letteratura gay e realtà concreta. In genere i libri che raccontano storie di rapporti gay insistono su due diversi elementi: il quadro d’ambiente (specialmente i libri più recenti), pittoresco ma esterno, oppure il rapporto tra la coppia gay in sé coesa e le difficoltà di tipo sociale che incontra, oscillando tra due tesi opposte: “l’amore vince tutto” oppure “accettare il fallimento”. In realtà molto difficilmente si affronta un problema che invece condiziona pesantemente le relazioni gay reali, non si affronta la criticità interna alla coppia gay. In particolare, sono in pratica completamente lasciate da parte le problematiche connesse all’ansia di abbandono. Con questo termine non intendo riferirmi al disagio che si prova ad essere abbandonati, ma al disagio che si prova al pensare, spesso in modo ossessivo e condizionante, che si potrebbe essere abbandonati. Ho visto spessissimo queste cose in altre persone e le ho anche vissute direttamente e, aggiungo, sono ben lontano dal dire di averle superate. Perchè esiste un’ansia da abbandono gay tutta particolare? La risposta viene da una osservazione statistica. Per un etero che sia stato abbandonato, uomo o donna che sia, esiste la possibilità di ciò che comunemente si chiama “rifarsi una vita”, per un gay una realtà del genere è decisamente più improbabile e l’abbandono presenta le tinte tipiche di una situazione senza rimedio. Un possibile abbandono “senza rimedio” significa, quando non si è più giovanissimi, un sostanziale fallimento dell’intera vita affettiva. L’ansia di abbandono non condiziona solo i rapporti affettivi importanti e ben sedimentati, ma anche tutta una serie di contatti minori che hanno comunque una valenza affettiva. Quando poi non esistono rapporti affettivi importanti, l’ansia di abbandono si concentra proprio su tutta quella serie di piccoli contatti che finiscono per avere un valore sostituivo. L’ansia di abbandono condiziona spesso pesantemente i rapporti gay, il timore di perdere il compagno non è solo un timore di coppia, è un timore esistenziale, è il timore del fallimento affettivo, nella presupposizione che non ci saranno altre possibilità. Alcuni ragazzi gay sostengono che quando un rapporto non è soddisfacente bisogna troncarlo. Questi ragazzi non vivono l’ansia di abbandono e sentono le alternative come possibili. Evidentemente il costume sta evolvendo, ma onestamente ho l’impressione che l’ansia di abbandono sia tendenzialmente ubiquitaria. Si teme di dire sciocchezze, si teme di non avere espresso pienamente i propri sentimenti, si teme di avere parato troppo, ci si sente colpevoli ed esitanti su moltissime cose, si finisce talvolta per travestire la propria affettività secondo quelle che si pensa siano le esigenze del proprio compagno, spesso sbagliando clamorosamente proprio per l’ansia di non commettere errori. Un altro elemento tipico dell’ansia di abbandono, frequentissimo tra gay non conviventi e spesso anche nei rapporti gay-etero, è quello delle “attese spasmodiche” costellate di interrogativi non risolti, ci si fissa sul computo mentale del tempo tra un contatto e un altro, tra una telefonata e l’altra dando a queste cose una valutazione ansiosa, si dà alle parole sempre il significato più negativo e distruttivo o, per converso, sempre quello più improbabile e favorevole, ci si prepara mentalmente il discorso in anticipo, si cerca di prevedere l’andamento della conversazione. Con queste premesse, il rischio di fraintendimenti è fortissimo, qualunque ombra è interpretata come una minaccia grave, la ricerca di conferme diventa ossessiva al punto di creare panico nel compagno, si arriva a recitare una parte, a perdere la spontaneità, a fare questioni di principio senza principio, a pretendere una risposta affettiva e a sentirsi delusi e depressi se quella riposta effettiva non arriva esattamente come ce la siamo aspettata, ci si irrigidisce per sciocchezze interpretate come l’anticipazione della catastrofe imminente e, così facendo, si provoca veramente la catastrofe. Ho visto andare in fumo dei rapporti cominciati nel modo migliore per delle motivazioni oggettivamente risibili che sono state montate fino a divenire ostacoli insormontabili. Ovviamente mi rivolgo a chi mi può capire: noi gay siamo fragili, abbiamo paura del futuro, paura di restare soli, radicalmente soli, ma è proprio per questo che l’ansia di abbandono dovrebbe essere tenuta bene a freno. Parlate coi vostri compagni se ne avete o coi vostri amici gay o etero non conta, se tra voi c’è un rapporto affettivo forte non avete nulla da temere, se così non fosse è solo parlando apertamente che si può creare un rapporto più profondo.
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