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venerdì 21 novembre 2014

GAY E STEREOTIPI DI ORIGINE MEDICA

Riporto qui di seguito il breve saggio che ho preposto al “Romanzo di un invertito nato” da poco pubblicato della Biblioteca di Progetto Gay:
Michel Foucault, nell’anno accademico 1974-75 e precisamente da gennaio a marzo 1975, tenne al Collège de France un corso intitolato Gli Anormali.[1]
Foucault affronta il problema degli individui pericolosi, che nel XIX secolo erano chiamati anormali e analizza largamente il fenomeno della medicalizzazione della sessualità in Francia nella seconda metà dell’800. La sessualità era diventata oggetto di studio della medicina legale e dell’antropologia criminale.
Auguste Ambroise Tardieu (1818 – 1879) medico legale e criminologo francese, presidente della Accademia Nazionale di Medicina e professore di Medicina legale all’Università di Parigi, si occupò di pedofilia, di violenza sessuale e in genere di reati di libidine. Scrisse un libro sugli attentati ai buoni costumi,[2] che tra il 1857 e il 1878 vedrà ben sei successive edizioni. Proprio in questo libro si trova una descrizione dei caratteri fisici dei pederasti (questo è il termine che usa Tardieu per indicare gli omosessuali) e in particolare delle cosiddette zie:
“La caratteristica esteriore dei pederasti
Il carattere dei pederasti, di quelli soprattutto che per passione o per calcolo cercano e attirano gli uomini, si manifesta spesso, all’esterno, nel loro modo di vestire, nella loro andatura e nei loro gusti, che riflettono in qualche modo la perversione contro natura delle loro propensioni sessuali.
Se questo non si osserva sempre, è comunque tanto frequente da meritare di essere segnalato: ed è d’altra parte risaputo da tutti quelli che sono stati messi in un certo senso a osservare un gran numero di quei pederasti ai quali si applica il nome di zie.
I capelli ricci, la pelle imbellettata, il collo scoperto, il corpo fasciato in modo da fare risaltare le forme. Le dita, le orecchie, il petto carichi di gioielli, tutta la persona che esala l’odore dei profumi più penetranti e in mano un fazzoletto, dei fiori o qualche merletto, questa è la fisionomia strana, ributtante e a buon diritto sospetta, che tradisce i pederasti. Un tratto non meno caratteristico che ho osservato cento volte, è il contrasto di questa falsa eleganza e di questo culto esteriore della persona con una sordida sporcizia che basterebbe essa sola a tenersi a distanza da questi miserabili.”[3]
Tardieu considera l’omosessuale un vero criminale dal quale ci si deve difendere, e insegna che gli omosessuali maschi passivi sono identificabili da alcune caratteristiche fisiche:
“I segni della pederastia passiva che successivamente esamineremo sono lo sviluppo eccessivo dei glutei, la deformazione imbutiforme dell’ano, il rilassamento dello sfintere, la cancellazione delle pieghe, le creste e le escrescenze che circondano l’ano, la dilatazione estrema dell’orifizio anale, l’incapacità di contenere le feci, le ulcere, le ragadi, le emorroidi, le fistole, la blenorragia rettale, la sifilide, i corpi estranei introdotti nell’ano”.[4]
Per lui gli omosessuali sono pericolosi sovvertitori dell’ordine sociale. Tardieu considera gli omosessuali “la feccia del mondo più vile” e associa sistematicamente l’omosessualità al crimine. Tradieu, lungi dall’essere un vero uomo di scienza, si dimostra succube di incredibili pregiudizi religiosi, e il suo insegnamento finirà per diffondere una radicale omofobia nella classe medica francese.
Nelle descrizioni di Tardieu il lettore del XXI secolo non faticherà a ritrovare i più comuni pregiudizi sugli omosessuali, tuttora molto diffusi.
Cesare Lombroso (1835-1909) non è da meno di Tardieu nel diffondere pregiudizi pseudo-scientifici che sono divenuti luoghi comuni: un uomo che, tra i 15 e il 17 anni, si lascia crescere i capelli, li orna con forcine o pettini, veste attillato o con abiti femminili, scopre il collo e i fianchi, si guarda allo specchio pavoneggiandosi, storpia il proprio nome al femminile, ruba un anello per indossarlo e si interessa d’arte, ha molta probabilità di diventare omosessuale. Allo stesso modo, una bambina che manifesta passione per i giochi maschili, per i vestiti da uomo, che – divenuta fanciulla – ama fumare sigari, ballare con le donne, ubriacarsi, andare a cavallo, addirittura fare a pugni, che disdegna i lavori d’ago, si masturba, vuole fare l’attrice (o la suora) mostra segni preoccupanti.
Alexandre Lacassagne (1843-1924), professore alla facoltà di medicina di Lione, si allontana dall’atavismo di Lombroso. Lacassagne sostiene che c’è una “implicazione mutua tra l’individuo che commette l’atto delittuoso e la società che lo patisce”. Lacassagne dice che se è vero che il criminale è un “microbo” che deve essere eliminato, quel microbo “non ha importanza se non trova un brodo che lo faccia crescere”.[5]
È proprio con Lacassagne che si passa dall’idea della omosessualità come vizio o come circostanza criminale all’idea della omosessualità come patologia; con lui, l’inversione sessuale diventerà una presenza frequente negli archivi di Antropologia criminale, che però, a dispetto del nome, non si limitano al mero aspetto criminologico ma allargano il discorso a situazioni di interesse clinico anche se prive di implicazioni medico legali. La denominazione Archivi di Antropologia criminale è sintetica e impropria, la denominazione completa Archives d’Anthropologie criminelle ed de psychologie normale et pathologique ne evidenzia molto meglio l’ambito almeno in parte innovativo.
Va tenuto presente che l’omosessualità nel secondo Ottocento, in Francia, non emerge attraverso altri canali e arriva alle orecchie della classe medica, in pratica, esclusivamente attraverso l’opera di medici legali e di studiosi di antropologia criminale, che se ne occupano non come tale, ma come circostanza di delitti o di comportamenti patologici emergenti nell’esercizio della psichiatria.
Nell’Ottocento l’omosessualità non congiunta con aspetti criminali o patologici, di fatto, non è minimamente conosciuta, cioè non esiste una vera sociologia della omosessualità e, proprio per questo, i modelli di personalità e di comportamento omosessuale elaborati dalla psichiatria e dell’antropologia criminale finiscono per essere impropriamente generalizzati e riferiti a tutti gli omosessuali. Nascono così gli stereotipi di origine medica sulla omosessualità, che in pratica derivano da una conoscenza dell’omosessualità relativa solo a situazioni patologiche o criminali.
La documentazione sulla omosessualità non criminale e non patologica è rarissima nel secondo Ottocento Francese e per questo i medici la ricercano e la studiano ma sempre con l’ottica deformante della patologia nascosta e della medicalizzazione della sessualità. L’idea di omosessualità come variante normale della sessualità umana è ancora lontanissima.
Zola e il Roman d’un inverti-né
Nel 1889 Émile Zola riceve, in forma anonima, una lunga confessione di un omosessuale italiano, un ragazzo di 23 anni di estrazione sociale molto alta. La confessione è contenuta in quattro documenti inviati a brevissima distanza uno dall’altro, un giorno o poco più. Dalla lettura di quei documenti si evince con chiarezza che il ragazzo italiano intendeva fornire a Zola lo spunto e anche la documentazione necessaria per scrivere un romanzo dedicato alla omosessualità. Zola è perplesso ma crede che il pubblico e la critica lo aggredirebbero se veramente scrivesse un tale romanzo. Inizialmente rielabora forse parzialmente il manoscritto, che poi resta però in un cassetto della sua scrivania fino al 1893, quando conosce il Dr. Georges Saint-Paul (1870-1937), un giovane medico laureatosi a Lione nel 1892, allora ventitreenne e molto interessato all’antropologia criminale, e gli consegna il manoscritto perché lo pubblichi negli Archivi di Antropologia criminale, e il testo viene effettivamente pubblicato da Saint-Paul negli Archivi nel 1895.[6]
Nel 1896 esce a Parigi nella collezione Tares et poisons, per i tipi dell’editore Georges Carré, il libro “Perversion et perversité sexuelles – Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde. La guérison et la prophylaxie de l’inversion.” del Dr. Laupts, con la prefazione di Émile Zola.[7]
Il testo del Roman d’un inverti-né era stato redatto originariamente tutto in Francese, in realtà in un Francese piuttosto approssimativo e con qualche scorrettezza ortografica. Nell’edizione a stampa, come accadeva nell’Ottocento, i brani contenenti riferimento sessuali espliciti appaiono il latino.
Il Dr. Laupts non è che uno pseudonimo del Dr. Georges Saint-Paul.
Nel paragrafo successivo riporto, tradotta da me, la prefazione di Émile Zola a Le roman d’un inverti-né, che è in realtà una lettera di risposta inviata al Dr. Laupts.
La Prefazione di Emile Zola
Dr Laupts, Lione.
Egregio Dottore,
Non trovo nulla di male, al contrario, nel fatto che voi pubblichiate Il Romanzo di un invertito, ed io sono veramente felice che voi, in quanto scienziato, possiate fare quello che un semplice scrittore come me non ha osato fare.
Quando, ormai alcuni anni fa, ho ricevuto questo documento così curioso, sono rimasto colpito dal grande interesse medico e sociale che presentava. Mi ha toccato con la sua assoluta sincerità, perché ci si sente la fiamma e quasi l’eloquenza della verità. Tenete presente che il giovane uomo che si confessa scrive in una lingua che non è la sua; e ditemi se non arriva, in certi passaggi, allo stile emozionato dei sentimenti profondamente provati ed espressi? È una confessione totale, ingenua, spontanea, che ben pochi uomini hanno osato fare, qualità che la rendono veramente preziosa da diversi punti di vista. E così, proprio quando pensavo che la pubblicazione potesse essere utile avevo avuto inizialmente il desiderio di utilizzare il manoscritto, di renderlo accessibile al pubblico in una forma che ho cercato in vano, cosa che alla fine mi ha fatto abbandonare il progetto.
Mi trovavo allora nei momenti più sgradevoli della mia battaglia letteraria, la critica mi trattava ogni giorno come un criminale, capace di tutti i vizi e di tutte le dissolutezze; e mi vedete voi in quell’epoca farmi editore responsabile di questo Romanzo di un invertito? Mi avrebbero accusato subito di avere inventato la trama di tutte le mie opere per corruzione personale. E poi sarei stato necessariamente condannato per avere visto in tutta la questione solo una bassa speculazione sugli istinti più ripugnanti. E che clamore se mi fossi permesso di dire che nessun argomento è più serio e più triste, che lì si trova una piaga molto più frequente e profonda di quanto si creda e che la cosa migliore per guarire le piaghe è studiarle, farle conoscere e prendersene cura.
Ma il caso ha voluto, mio caro dottore, che, discutendo una sera insieme, noi venimmo a parlare di questo male umano e sociale delle perversioni sessuali. E vi affidai il documento che dormiva in uno dei miei cassetti, ed ecco che il documento può alla fine venire alla luce, dalle mani di un medico, di uno scienziato, che non potrà essere accusato di cercare lo scandalo.
In un’altra lettera privata, che ho ricevuto più o meno nel medesimo periodo e che sfortunatamente non ho ritrovato, uno sfortunato mi aveva mandato il grido più acuto di dolore umano che io abbia mai udito. Si proibiva di cedere a degli amori abominevoli, e si chiedeva il perché del disprezzo di tutti, il perché dei tribunali pronti a colpirlo, se lui portava dentro di sé, nella sua carne, il disgusto per la donna e la passione per l’uomo. Mai un indemoniato, mai un corpo umano consegnato alle fatalità sconosciuta del desiderio ha urlato così spaventosamente la sua miseria. Questa lettera, me ne ricordo, mi aveva profondamente turbato e nel Romanzo di un invertito la situazione non è forse la stessa con una più felice incoscienza? Non si assiste forse a una vero caso clinico, a una esitazione, ad un mezzo errore della natura? Nulla è più tragico, secondo me, nulla ha più bisogno di un approfondimento e di un rimedio, se ne esiste uno.
Nel mistero della concezione, così oscuro, si pensa a questo? Nasce un bambino: perché un maschietto, perché una bambina? Non si sa. Ma quale complicazione di oscurità e di miseria, se la natura ha un attimo di incertezza, se il maschietto nasce a metà femminuccia e se la bambina nasce a metà maschietto! I fatti sono lì, nella vita di ogni giorno. L’incertezza può cominciare dal semplice aspetto fisico, dalle grandi linee del carattere: l’uomo effeminato, delicato, rammollito; la donna mascolina, violenta, senza tenerezza. E prosegue fino alla mostruosità costatata, l’ermafroditismo degli organi, i sentimenti e le passioni contro natura. Certo la morale e la giustizia hanno ragione ad intervenire, perché a loro tocca la difesa della pace pubblica. Ma, alla fine, con che diritto, se la volontà è in parte abolita? Non si condanna un gobbo per nascita, perché è gobbo. Perché disprezzare un uomo che agisce come una donna, se è nato per metà donna?
Naturalmente, mio caro dottore, non intendo nemmeno porre il problema. Mi accontento di indicare le ragioni che mi hanno fatto desiderare la pubblicazione del Romanzo di un invertito. Forse questo ispirerà un po’ di pietà e un po’ di equità per certi miserabili. E poi tutto quello che riguarda il sesso riguarda la stessa vita sociale. Un invertito è un disorganizzatore della famiglia, della nazione, dell’umanità. L’uomo e la donna sono certamente qua giù per fare dei bambini, ed essi uccidono la vita il giorno in cui non fanno più quello che è necessario per farne.
Médan, 25 giugno 1895.
Cordialmente vostro Émile Zola
Zola e l’omosessualità
Come vedremo seguendo il testo del Romanzo di un invertito, Zola, come aveva fatto prima di lui Balzac, accenna anche alla omosessualità nei suoi romanzi, ma quasi sempre in chiave negativa. L’influenza di Tardieu e dei suoi pregiudizi verso l’omosessualità è evidente nella Prefazione al Romanzo di un invertito. Il rischio del pubblico scandalo che Zola adduce come scusante al fatto di non aver dato seguito alle aspettative del ragazzo italiano, nasconde probabilmente dei pregiudizi molto radicati, paradossalmente anche qui di origine religiosa, che emergono dai toni sensazionalistici, dall’idea di difendere la morale e la società dagli omosessuali, distruttori di famiglie e della stessa società civile e dalla finale compassione verso quei miserabili.
Il Dr. Saint-Paul nel 1910, dopo la morte di Zola, scrive:
“La vista degli invertiti e soprattutto il loro contatto erano sgraditi a Zola. Ho parlato di loro nel mondo, mi disse un giorno, ma nello stringere loro la mano provo una repulsione istintiva, che faccio fatica a controllare. La prima volta che discutemmo di inversione sessuale, mi venne alla labbra una domanda assolutamente naturale: Perché non avete trattato dell’inversione, perché non consacrate all’inversione uno dei vostri romanzi? Varrebbe la pena di affrontare l’argomento. Zola non mi diede mai una risposta precisa. Mi dichiarò che senza dubbio non aveva mai osato.”[8]
Tuttavia esistono elementi, nell’opera stessa di Zola, che lasciano pensare che la sua posizione nei confronti della omosessualità fosse in realtà assai più ambigua e complessa di una semplice repulsione istintiva o di una valutazione di opportunità nei rapporti tra autore, pubblico e la critica.
Nel 1892 Zola pubblica il XIX volume della serie Les Rougon-Macquart, (Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo impero), col titolo La Débâcle (La Disfatta).[9] La pubblicazione precede probabilmente l’incontro tra Zola e il Dr. Sain-Paul e contiene degli elementi che lasciano pensare che effettivamente Zola avesse fatto uso del Roman d’un inverti, come suggerisce un documentato articolo di Michael Rosenfeld.[10]
Ne La Débâcle, Jean Macquart, già protagonista di La Terre, uno dei più violenti romanzi della serie dei Rougon-Macquart, dopo aver perso la moglie e appunto la terra si arruola per la campagna del 1870 col grado di caporale. I soldati lo rispettano per il suo buon senso e per il suo modo bonario di esercitare l’autorità. Le vicende ruotano intorno al crollo del secondo impero, ma affrontano anche il tema dell’amicizia amorosa, più che della omosessualità in senso stretto, nell’esercito.
Il caporale Jean Macquart, un contadino che vorrebbe una Francia in cui regnassero l’ordine e il buon senso, ha ai suoi ordini un solato, Maurice Levasseur, un borghese intellettuale che sogna la fine delle ingiustizie e la rivoluzione.
Maurice sente un’attrazione verso Jean ma dice a sé stesso che il suo caporale non lo vorrà mai perché “lui non è come me”. Tra i due si arriva ben presto agli insulti:
“sì, è proprio questo, io sono un contadino mentre voi… voi siete un signore! Ed è per questo che siete un porco! uno sporco maiale”[11]
Ma dopo Maurice offre da bere ai compagni col permesso di Jean, e quando Maurice viene ferito a un piede, Jean si prende cura di lui, e i due si riavvicinano rapidamente. Poche pagine più tardi, tra i due sembra esserci una complicità e una tenerezza molto forte:
“Maurice si abbandonò sul suo braccio e si lasciò portare come un bambino. Mai braccia di donna gli avevano così scaldato il cuore. Nel crollo di tutto, in mezzo a questa miseria estrema, col la morte in faccia, quello era per lui un delizioso conforto, nel sentire un essere che lo amava, che si prendeva cura di lui, e forse l’idea che questo cuore tutto per lui era quello di un semplice, di un contadino rimasto attaccato alla terra, di cui aveva avuto all’inizio addirittura ripugnanza, aggiungeva ora alla sua gratitudine una dolcezza infinita e l’amicizia diventava per tutti e due come una liberazione: non c’era bisogno che si baciassero, si toccavano nel profondo, erano l’uno nell’altro, per quanto differenti fossero.”[12]
Sarà poi Maurice a salvare la vita e Jean, rifiutando di abbandonarlo e mettendo a rischio la sua stessa vita:
“Maurice piangeva a grossi singhiozzi e le sue lacrime lente scorrevano sulle guance di Jean. Era lo sciogliersi del loro lungo tormento, la gioia di dirsi che il dolore stava forse per avere pietà di loro. E si stringevano in un abbraccio disperato nella fraternità di tutto quello che avevano appena sofferto insieme, e il bacio che si scambiarono allora parve loro il più dolce e il più forte della loro vita.
Un bacio come non ne avrebbero mai ricevuto da una donna, l’immortale amicizia. L’assoluta certezza che i loro cori avrebbero costituito per sempre un solo cuore. … Abbracciami, piccolo mio! E si baciarono, e come la nel bosco, durante la veglia, c’era la fondo di questo bacio la fraternità dei pericoli corsi insieme, quelle poche settimane di eroica vita comune che li aveva uniti. Possono forse separarsi due cuori quando il dono di se stessi li ha quasi fusi l’uno nell’altro? Ma il bacio scambiato sotto le tenebre degli alberi era pieno della speranza nuova che la fuga apriva loro, mentre quel bacio a quell’ora restava tremante delle angosce dell’addio. Si sarebbero rivisti un giorno? E come? In che circostanze? Nel dolore o nella gioia? … – Ti affido mio fratello, prenditi cura di lui, amalo come io lo amo!”[13]
Jean e Maurice si ritroveranno ma da pari opposte alla Comune di Parigi. Maurice, comunando, e Jean soldato dell’esercito regolare. Durante la settimana di sangue Jean colpisce a morte un comunardo e si accorge solo dopo che è Maurice. Jean tenterà di curarlo ma Maurice morirà. Le storie d’amore omosessuale in pieno Ottocento non possono che concludersi con la morte.
È pur vero che si tratta di solidarietà e di affetto tra soldati in condizioni disperate, ma dietro questa lettura, troppo suggerita per essere spontanea, se ne intravede un’altra, per lo meno plausibile, che non si accorda troppo con la figura di uno Zola omofobo tratteggiata da Saint-Jean.
Se si mette a confronto la visione della omosessualità derivata da Terdieu, da Lombroso, da Laccassagne e, almeno esplicitamente dallo stesso Zola con quella che emerge dalle Memorie di Johan Addignton Symonds, risulta evidente che nel mondo universitario inglese c’è di fatto una presenza omosessuale notevole che favorisce una cultura laica di ampio respiro, mentre il mondo accademico francese resta su posizioni di retroguardia in materia di omosessualità ispirate ancora da fortissimi pregiudizi che hanno l’apparenza della scientificità e la sostanza del dogma religioso.
È doveroso sottolineare quanti danni e quanta sofferenza abbiano prodotto e producano i pregiudizi sulla omosessualità tuttora diffusi e radicati nella classe medica. La lettura del Romanzo di un invertito nato ne fornirà al lettore la prova evidente, proprio perché, con l’ottica del XXI secolo, non vi si ritrova niente di patologico mentre, come vedremo, il Dr. Saint-Paul vi ritrova una dimensione patologica innata e innalza il protagonista ad archetipo della categoria dell’invertito feminiforme, categoria che ha finito per trasformarsi in stereotipo e per condizionare ancora oggi la valutazione comune dell’omosessualità.
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[1] Michel Foucault: Les Anormaux – Cours au Collège de France, 1974-1975, pubblicato il 18/03/1999 nella collezione Hautes Études della Scuola degli Alti studi in scienze sociali delle Edizioni Gallimard e delle Edizioni du Seuil.
[2] Étude médico-légale sur les attentats aux mœurs.
[3] Ambroise Tardieu, Etude médico-légale sur les attentats aux mouers, JB Baillière, Parigi 1859, p. 137-138.
[4] Ambroise Tardieu, Etude médico-légale sur les attentats aux mouers, p. 142-143.
[5] Alexandre Lacassagne et l’école de Lyon , revue de science criminelle et de droit comparé 1974 no 3 p. 533-559.
[6] Enquête sur l’Inversion Sexuelle, Archives d’anthropologie Criminelle, de criminologie et de psychologie normale et pathologique, Tomo X, Lyon, Storck, Paris, Masson, 1895, p. 130-138, 228- 241, 320-325.
[7]  http://visualiseur.bnf.fr/CadresFenetre … pagination
[8] Georges Saint Paul, L’homosexualité et les Types Homosexuels, Paris, Vigot Frères, 1910, p. 431.
[9] Il testo è accessibili gratuitamente ne La Bibliothèque électronique du Québec alla pagina:http://beq.ebooksgratuits.com/vents/zola-19.pdf
[10] Michael Rosenfeld, Doctorant à l’Université de Strasbourg et l’Université Catholique de Louvain. Zola et l’homosexualité, un nouveau regard], articolo accettato per la pubblicazione nella rivista Les Cahiers Naturalistes nell’ottobre 2014. La pubblicazione è attesa per l’edizione 2015 o per quella del 2016, il testo è comunque reperibile in rete.
[11] Émile Zola, La Débâcle, Œuvres Complètes, t. VI, Paris, Cercle du Livre Précieux, 1967, p. 688 et 709.
[12] Ibid, p. 790-791.
[13] Ibid, p.1013 et 1019.

mercoledì 19 novembre 2014

IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (ottava e nona parte)

Voi avete già indovinato che amo la buona cucina tanto quanto lo stesso Brillat-Savarin. Io non mangio molto ma adoro i vini squisiti, anche quelli che non mi sembrano tali, purché abbiano un nome celebre e costino cari. Ho una passione per la selvaggina e i fagiani e qualsiasi volatile molto frollato fa la mia delizia. Amo i formaggi più rari e più profumati. Tutte le raffinatezze della tavola mi affascinano e non mi trovo bene in una cena se la tavola non è brillantemente illuminata e il servizio non è irreprensibile. Adoro il caffè turco e ne bevo molto, anche se sempre in piccole quantità e molto bollente. Anche i liquori mi piacciono ma a dosi molto piccole. Ho spesso sognato le orge romane, e una delle scene che mi hanno più affascinato è quella dell’orgia di Arbacies negli ultimi giorni di Pompei.
Adoro questa città e la percorro spesso evocando tutta la sua morta bellezza e la sua vita estinta dal Vesuvio. Ho la più viva passione per gli spettacoli equestri e la bellezza degli atleti, la loro forza e perfezione di forme mi fanno l’effetto più vivo. Invece le saltatrici e le ballerine del circo mi fanno pena e disgusto. Adoro i bei cavalli, ma preferisco farmi trainare in vettura che montare a cavallo, anche se vado a cavallo abbastanza bene. Non manco quasi mai agli spettacoli di bestie feroci e ho sempre assistito al pasto e ai giochi dei leoni e delle tigri col segreto desiderio di veder colare un po’ di sangue. Preferivo un bel domatore a tutti i poeti maligni di questo mondo. Quando vedo degli uomini – e nella mia passione per loro voglio lo scatto, la bravura, la forza e la bellezza – la delicatezza mi piace poco in loro, sono io stesso così delicato!
Amo appassionatamente il gioco. I giochi più rischiosi mi piacciono di più. Ho abbastanza fortuna nel gioco, ma il denaro scivola dalle mie mani e non resta mai nelle mie tasche. Ho spesso pagato i debiti dei gioco del mio amico, in realtà piccoli debiti. Io spendo poco per me stesso e quasi esclusivamente per i libri, la bigiotteria e per la mia toletta, che mi interessa molto.
Amo lo chic severo e corretto degli Inglesi, di cui noi seguiamo tutte le mode semplici e singolari. Mi piace molto il nero, che fa risaltare la mia figura bionda e gentile. Mi piacciono gli abiti abbaglianti e gli stivali più eleganti e all’ultima moda. Sono molto elegante di taglia e non ho mai un’aria atteggiata. Mi piacciono poco i gioielli usati dagli uomini e porto solo spille da cravatta molto semplici e il mio orologio che è una vera meraviglia. Al mignolo sinistro porto solo un chiodo di ferro, con un grande diamante che mia madre mi ha regalato. Il mio gran lusso sono i miei bastoni da passeggio: ne ho di Verdier e sono meravigliosi, uno soprattutto con un bellissimo pomo di cristallo di rocca.
Mi sembra di non avervi parlato delle mie mani che sono veramente superbe, forse la cosa più bella che ho, eccettuati il mio colorito e i miei capelli. Ne sono molto fiero, tanto più che esse sono ammirate e mi hanno detto che era un piacere essere toccati dalle mie mani. Un grande scultore, che sfortunatamente è appena morto e che ho conosciuto, ha voluto riprodurle e ho una copia di questa riproduzione in camera mia, poggiata su un cuscino di velluto blu. La loro forma è perfetta, benché strana; è lunga e snella, senza apparenza di nodi o di muscoli, le dita sono lunghe, larghe all’origine e terminano e forma di fuso. Benché di una delicatezza inaudita e di una finezza estrema, terminano in forma quadrata e c’è stato bisogno di tagliare proprio in questa forma le unghie che somigliano del resto a delle pietre preziose e sono di un rosso vivo come vernice e che passano, dopo la loro mezza luna bianca, attraverso tutte le gradazioni del rosa. Benché quadrate, la loro forma è perfetta e la carne di cui sono bordate e che le supera, malgrado la loro lunghezza, è bianca e fine come la pellicola dell’uovo. Mentre vi scrivo, ammiro le mie mani: sono veramente meravigliose.
Il pollice è delizioso, arrotondato, e la sua unghia è ovale. La mano è come di velluto bianco e vi si vedono delle leggere impercettibili sfumature di blu causate dalla vene.
L’ultima falange delle dita è rialzata in modo curioso e il colore è di un rosa vivo che contrasta con la bianchezza del resto. Il palmo della mano – che è stato studiato con cura da una signora tedesca che fa della chiromanzia e si occupa di tavolini che girano – è attraversata da linee forti, lunghe e ben tracciate che corrono senza fermarsi da nessuna parte. Esse sono del resto attraversate da una linea trasversale interrotta e divisa, che le taglia diagonalmente. La signora mi ha spiegato le linee ma credo in modo fantasioso e tutto tedesco. Io ho preso la bellezza delle mani e del mio volto dalla mia nonna paterna che era bellissima e le cui braccia e le cui mani furono così superbe che Canova le fece un giorno i complimenti. Si dice che sia stata l’amante di …. [nota di Zola: qui c’è il nome di un re.]– se si sapesse che lo scrivo – che d’altra parte non fece nulla per la famiglia e al quale noi dobbiamo forse solo la forma del nostro labbro e del nostro mento.
Mio nonno si sposò e morì ancora giovane, per i dolori provocatigli dalla moglie che del resto non gli sopravvisse di molto; è morta prima della mia nascita. Come vi ho già detto, i miei fratelli sono molto robusti e di buona costituzione. Il più grande è molto bello, somiglia a mio padre ma forse è meno bello, gli altri due non sono belli, il terzo soprattutto rassomiglia alla famiglia di mia madre che mi è odiosa. Tutti sono più grandi e forti di me e sono nati a poca distanza l’uno dell’altro. Io sono venuto al mondo dieci anni dopo l’ultimo di loro e dopo una terribile malattia di mia madre, che la portò a due passi dalla tomba; delle febbri maligne io credo. Tutti i figli dei miei fratelli sono belli, forti e di buona costituzione; c’era una bambina che mi rassomigliava in un modo stupefacente, dicevano, ma è morta diciotto mesi dopo la nascita, in poche ore, senza alcun sintomo precorritore di una morte imminente. Anche io spero di morire in questo modo.
Del resto sono di una costituzione perfetta; di una forza nervosa, di uno slancio e di una vivacità considerevoli. Molte volte cado in un grande torpore, poi ne esco con dei momenti di gioia straordinaria e con un gran desiderio di ridere. Allora non risparmio nessuno e divento il favorito di tutti per i miei discorsi, le mie adulazioni e le mie moine insinuanti ci cui ricolmo quelli che mi circondano.
Improvvisamente divento silenzioso e triste e tutti si meravigliano di questi cambiamenti repentini e senza causa – secondo loro. L’espressione del mio volto (in cui il labbro superiore è separato dal naso da una piccola curva) cambia come i colori del mare in un giorno di tempesta. Gli occhi sono quasi sempre melanconici e persi sotto le loro lunghe ciglia; li si intravede appena e il loro colore è indefinibile, sono a rotazione blu, grigi e verdi, spesso diventano violacei. Mi dicono che ho un’aria arrogante di scherno e di derisione. In realtà prendo spesso questa espressione per nascondere la mia timidezza e il mio imbarazzo davanti al mondo che tengo a distanza in questo modo. Penso che al mondo ci siano pochi personaggi egoisti come me. Per uno dei miei piaceri io sacrificherei tutti e, quando sono solo, nelle mie improvvise passioni, capisco un sacrificio fatto per altri. Nella mia famiglia che mi ha sempre viziato – scherzano sulla mia freddezza e spesso mi trattano come un ingrato per questo. Questo è sempre stato il tormento di mio padre che è troppo debole per me e che anche nei momenti poco favorevoli, non si opponeva a nessuno dei miei desideri e dei miei capricci, nemmeno quelli più straordinari e inutili. In realtà ho poco affetto per loro – e gliel’ho detto nei momenti di cattivo umore – e la causa la potete senza dubbio indovinare. Io li considero come la causa (innocente, è vero) della mia natura pervertita e straordinaria e non posso perdonare loro di avermi fatto così. Conservo verso di loro un astio terribile, ma io adesso provo a mettere da pare questi sentimenti cattivi e mi sforzo di testimoniare loro una grande amicizia, che qualche volta è proprio vera e che io provo effettivamente. Spesso mi hanno crudelmente ferito parlandomi e scherzando con me sulle mie probabili avventure e sull’amore che le donne hanno per me. In questi momenti li odio e non rispondo loro se non in un modo molto brutale che loro tollerano soltanto da me, mentre si rivolterebbero se altri mancassero loro di rispetto.
Mio padre va poco in società, la casa e la preoccupazione di ornarla e di abbellirla lo occupa completamente e si preoccupa poco del resto, se non si tratta dei suoi nipotini che lo adorano e che lui ama molto. Sono stato geloso di loro e non li potevo soffrire. Ho la massima cura della mia salute, benché all’età di quindici o sedici anni – prima del capitano – e nella solitudine nella quale mi trovavo e nelle terribili scoperte che facevo in me stesso, ho desiderato la morte senza sapere che cosa fosse ma come un cambiamento del mio stato che era impossibile; ho ben presto lasciato da parte questo sentimento comprendendo l’orrore del nulla e della putrefazione. Allora passavo ore, la notte, al mio balcone, quasi nudo, quando c’era molto freddo, pensando di uccidermi così e di sfuggire alla mie passioni che allora nessuno soddisfaceva. Non mi sono ammalato e ho ben presto lasciato da parte queste stupidaggini. Ho capito dopo che, mentre uno vive può essere felice, e io spero di vivere ancora tutta la mia giovinezza. Forse arrivato alla fine della giovinezza vorrò vivere ancora fino a cent’anni. È possibile!
Faccio docce tutti i giorni e mi do da fare al meglio possibile per avere tutte le mie forze pronte a servire le mie passioni e ad accontentare il mio amante che adesso è lontano e di cui attendo con impazienza il ritorno. Mi scrive spesso e mi parla dell’Ungheria, dei suoi cavalli e delle donne del paese. Dio sa le marachelle che mi fa! Basta che non le faccia con dei ragazzi! È tutto quello che voglio e desidero.
La sua festa è stata in questi giorni e gli ho mandato una bellissima frusta, magnificamente cesellata. Mi ha anche scritto che, malgrado il viaggio attraverso paesi selvaggi e affaticanti, è di ottimo umore ed ha sempre davanti a sé una mia fotografia che non lascia mai. Mi ha detto che non pensa che a tornare e che sogna spesso di me e del mio profumo favorito. Non lascia quasi mai – mi dice – il severo abito a coda e i colletti eleganti che gli ho imposto.
Dimenticavo di dirvi che gradirei che voi deste un po’ più di dettagli sul fisico dei vostri personaggi; il fisico non spiega forse tutta la morale dei popoli e degli individui? Ho appena letto M.lle de Maupin e ne sono completamente incantato. Oh! Il bel libro e la bella corruzione così dolce e così delicata! Scusate la scrittura spaventosa e tutti gli errori di francese e di ortografia ma la mia anima e le mie passioni mi trasportavano e io guardavo solo dentro me stesso.
Post scriptum
Nell’hotel dove mi trovo ho fatto conoscenza con un Signore di una trentina d’anni. È successo alla tavola calda. Era evidente che tentava di allettarmi e in breve tempo mi augurai quello che lui voleva. È di taglia grande, abbastanza gentile di figura, molto pallido ed elegante, con delle lunghe gambe magre; è un milanese. Se io volessi, succederebbe immediatamente! Ma io mi imbarcherei di nuovo in un’avventura del genere? Il sangue mi brucia e temo di non poter resistere alla seduzione. Se venisse adesso, temo che sarebbe subito cosa fatta. Se il capitano lo sapesse sarebbe un bel guaio. Sarebbe capace di strangolarmi.
Comunque ci vedremo stasera. Mi vesto e scendo per la cena. Sarà una serata decisiva. Mi è sembrato di accorgermi che non ha bei denti; ha lunghi baffi che gli coprono la bocca. Sarà questo che mi farà decidere e poi avanti tutta! D’altra parte questo qui partirà molto presto. Ammesso che non si attacchi a me!! È inutile che vi dica che alla posta dove mando le mie lettere io do un nome falso e un indirizzo falso, e d’altra parte tra qualche giorno, io non starò più qui. Voi dunque non saprete più nulla di me. Addio, Signore, e forse arrivederci. L’orologio suona e devo cominciare la mia vera battaglia. Ore 7 della sera.
—ooOoo—
Fin qui il documento che Zola comunicò al Dr. Saint-Paul. Lo stesso Saint-Paul aggiunge però che esiste un altro post scriptum, si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Emile Zola, uomo di lettere, Parigi. Quest’ultimo documento è interessante perché ci mostra che la tendenza all’atto così a lungo evitato solo per la paura del dolore, non attendeva che il momento, le circostanze, diciamo, per essere più espliciti i mezzi pratici per concretizzarsi. Saint-Paul scrive che quella tendenza “era innata in questo feminiforme e, per quanto immatura, esisteva in lui fin dall’infanzia”[pag. 95], riporta poi il testo di una cartolina indirizzata a Zola dal ragazzo autore della confessione:
Ultimo documento
(Cartolina indirizzata al Signor Emilio Zola, uomo di lettere. Parigi)
Signore,
Vi mando, in copia, due lettere che ho indirizzato ai vostri editori. I Signori Charpentier non conoscono il vostro indirizzo. Spero che vi siano arrivate entrambe e che non si siano fermate per la strada. Dato che la vostra personalità è molto conosciuta, vi invio questa senza indirizzo. Spero che vi arrivi anch’essa. Quello che doveva succedere è successo. Ne conservo ancora il più delizioso ricordo e stamattina sono perfettamente felice, ve lo assicuro. Lo griderei sopra i tetti. Là dove tutti avevano fallito, lui è riuscito.
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lunedì 17 novembre 2014

IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (settima parte)

Dopo la resistenza della prima volta e di molte altre ancora, ha rinunciato quasi completamente a possedermi totalmente come lui avrebbe voluto e come io stesso avrei desiderato, senza il dolore atroce che ho provato in quei tentativi che non hanno mai portato a nulla a causa della estrema delicatezza del mio corpo.
Per essergli gradito soffro pure un poco, ma quando arrivo al punto – abbiamo tentato tre o quattro volte – sento solo dolore e malgrado i suoi sforzi e le sue preghiere ardenti, bisogna proprio che io dica di no.
Forse sarete sorpreso che io vi parli con tanta passione di un uomo che non è più giovane, benché valga molti ragazzi messi insieme. Non vi ho parlato tanto della mia altra passione che fu molto più forte. Il motivo è che l’altra non esiste più e che questa dura invece da quattro anni e poi io vivo sempre nel presente e ne godo ancora spesso. E poi ero relativamente più frenato con l’altro, perché lo amavo di più e non ho mai fatto e non mi sono mai abbassato a fare a lui quello che il capitano mi ha insegnato e mi fatto fare, qualche volta con delle maniere molto brutali, che mi affascinavano in segreto, rendendomi docile a tutto quello che voleva. Mi sento molto piccolo di fronte a lui!
Nella confessione che vi ho scritto, della quale vi ho scelto come ascoltatore, – a causa della mia ammirazione per voi e nella speranza di poter essere utile a qualcosa, – non volevo affatto parlarvi della dissolutezza così deliziosa alla quale mi consegno con quest’uomo; avevo deciso di parlarvi solo di quella più delicata che io vissi al reggimento ma, in mezzo al mio slancio, non ho potuto resistere ad evocare delle scene deliziose che vedo arrivare con un immenso piacere e desiderio, anche se spesso mi lasciano triste e annoiato.
La sola persona che ha avuto forese un vero amore per me fu il ragazzo spagnolo col quale ho goduto forse una dozzina di volte e che mi amava fino al delirio mentre io ero molto freddo nei suoi confronti. Trovavo in lui troppe somiglianze con me stesso.
Era vergine come me – benché non abbia mai voluto ammetterlo – ; lo si capiva da tutti i suoi discorsi e l’uomo lo attirava molto potentemente. Lui era delicato e non bello, anche se aveva occhi bellissimi di un bruno verde iridescente, come un marmo prezioso.
Mi ha raccontato un giorno che, mentre mi seguiva senza conoscermi, – cosa che è durata parecchi mesi, – e non avendomi visto per quindici giorni (mi trovavo allora a Palermo) era stato tanto tempo a piangere credendomi malato o morto.
Conservava anche un foglia di oleandro che io avevo raccolto, masticato, e buttato a terra senza farci caso. Lui la conservava come una reliquia e me la mostrò messa in un quadro sotto vetro.
Ho sempre riso di lui e segretamente mi è stato molto antipatico, benché io abbia voluto accontentarlo qualche volta. Io, dopo, ho avuto paura di ispirare lo tesso sentimento e questo mi ha singolarmente messo in guardia contro me stesso e contro la facilità che ho nell’infiammarmi a prima vista.
In seguito mi sono poi molto trattenuto nella mia condotta nel mondo, verso il mio amante al quale non permetto nessuna galanteria e che io tratto come se mi fosse completamente indifferente. Io sono così anche nei nostri tête à tête e nei nostri discorsi. Non mi abbandono se non nel suo appartamento ben chiuso e nella semioscurità della camera.
Prima non ero così trattenuto, ma l’abitudine del mondo mi ha insegnato come bisogna comportarsi in queste situazioni comiche ed eccezionali.
Quando si parla di lui sto zitto o ne parlo male. Lo hanno dovuto spesso difendere dai miei attacchi. Il peggio è che nelle mie valutazioni sono sincero, il male che dico di lui lo penso. Qualche volta lo tratto veramente male a parole e non ho paura in presenza di altri di contrastarlo in tutto quello che dice. Comunque, quando siamo soli lui si mostra padrone e io sento crollare la mia insolenza – che è molto artificiale – e gli cado tra le braccia, ben felice di vederlo nella sua eccitazione e nel suo ardore per me. È soprattutto a causa di lui che io non cerco altre distrazioni. E del resto l’abitudine lo ha reso il mio padrone e io non desidero che momentaneamente quelli che mi piacciono.
Vi ho parlato ieri, all’ultimo, della disperazione e della rabbia provate rivedendo il ragazzo la cui bellezza mi ha sempre sconvolto. È così bello che io ne sono totalmente emozionato, ma io lo considero più come un’opera d’arte che come un uomo. Invidio molto la donna che lo avrà e che godrà di lui ma vorrei piuttosto averlo come amate che come marito; è troppo perfetto e rischia di diventare monotono. Questo non impedisce che io non lo veda sempre con emozione e che voglia ardentemente essere amato da lui, tenerlo nelle mie braccia e che fosse innamorato di me.
Ahimè! Questo è impossibile e bisogna che io mi contenti di quello che ho e non è poco. Probabilmente nessuno è felice quanto me. Ho amato appassionatamente e forse sono stato corrisposto da un ragazzo affascinante nella sua elegante virilità; ho conosciuto tutti gli ardori della gelosia e della passione realizzata, se non completamente, almeno in modo soddisfacente. Sono stato amato con un amore terribile e violento da un anziano guerriero in tutta la potenza della sua virilità, vicino al quale molti uomini sembrano deboli e piccoli; mi ha abbeverato con la sua tenerezza appassionata e se io non fossi un po’ stanco di lui, sarei assolutamente felice nei miei desideri soddisfatti.
Rimpiango e rimpiangerò spesso la natura frenata per il non poter gioire nel corpo e nell’anima, ma alla fine sono giovane, carino, affascinante e ricco e se la mia anima è mostruosa, mi consolo pensando che sono il prodotto vizioso e grazioso di una civiltà raffinata e delicata.
Voglio un po’ parlarvi del resto del mio carattere attuale, che forse potrà anche interessarvi e vi darà un’idea completa della mia strana personalità. Amo quasi tutto ciò che è bello e quasi nulla – in tutti i generi – è abbastanza bello ai miei occhi, tanto io amo quello che è eccezionale, ricco ed elegante. Ho fabbricato con l’immaginazione dei palazzi più belli di tutti quelli che esistono, ricolmi di capolavori scelti tra i capolavori del mondo intero. La vista di un’opera d’arte, artificiale e reale mi ha tenuto in estasi per ore e l’ho sognata la notte.
La bellezza ai miei occhi tiene il posto di tutto, e tutti i vizi e tutti i crimini mi sembrano giustificati da essa.
Uno dei personaggi di Balzac che mi avevano più affascinato è il bel Lucien; mi immagino di assomigliargli e ho pensato che l’amore del terribile Vautrin era di una natura più materiale di quella che Balzac gli ha forse riconosciuto.
I fiori mi piacciono infinitamente, i fiori di serra e le piante rare, costose e mostruose; soprattutto le rose e i grandi fiori esotici mi affascinano anche in pittura. Ho una vera avversione per i gigli e per tutti i fiori dei campi e quelli che crescono da soli in libertà, senza bisogno di coltivazione.
Nella famiglia umana non amo e non credo degni del nome di uomo se non i personaggi distinti, ben messi ed eleganti. Gli altri per me non contano. Faccio eccezione per gli artisti che grazie al raffinamento delle loro anime e alla bellezza delle loro opere possono permettersi una tenuta un po’ più libera. L’altra gente non conta proprio per me e ho per loro solo avversione. Preferisco di gran lunga un magnifico cane – un King-Charles, per esempio – a tutti gli operai e i contadini del mondo. Questi ultimi poi mi sono odiosi: faccio eccezione per qualcuno dei primi se sono molto belli e muscolosi, cosa che capita spesso.
Se fossi stato una bella signora, direi che ne avrei voluto tastarne qualcuno – rimandandoli poi indietro, ben inteso -.
La parola donna non risveglia in me che idee di lusso, di vetture blasonate, si satin, di velluto, di pelli bianche e profumate di mani perfette e di modi di fare molto leggeri . Una donna che va a piedi mi sembra degradata e decaduta e quelle del popolo sono per me qualcosa di orribile, anche se sono belle dal puto di vista plastico.
È inutile dirvi che – benché indifferente a tutto – io sono regalista d’istinto: i re e le regine mi sembrano fatti di una pasta diversa dal resto del mondo.
Cattolico non convinto, incredulo, amo le pompe della Chiesa e sono fiero di appartenerle. Amo le chiese ricche, – soprattutto quelle dei Gesuiti, con le loro dorature e i marmi policromi – e amo le cerimonie religiose e pompose che fanno trasalire in me qualcosa di sconosciuto e di misterioso.
Ho orrore della repubblica e mi sembra sempre – forse voi ridete – di vederla popolata da esseri cenciosi e sporchi.
Non sto bene se non negli appartamenti molto ricchi e magnificamente ammobiliati, gusto che mio padre condivide. Lui ha speso dei veri tesori in oggetti d’arte e soprattutto in cineserie e oggetti superbi e mostruosi del Giappone. Le sale in infilata, la cui visione si perde attraverso i velluti e i vetri, mi affascinano. Adoro le serre e le camere riscaldate dove mi compiaccio a sognare tutto risvegliato e a evocare misteriose e voluttuose immagini. Sono sempre stato vanitoso e un vero fremito mi prende quando rientro nel recinto del nostro giardino, nel nostro ambiente, e la gente si ferma a guardare prima di passare oltre.
Mi piace essere ammirato e sono molto fiero della mia bellezza che io cerco di esaltare il più che posso. Ho spesso trovato delle rassomiglianze tra me e i busti di M.me Dubarry: una Dubarry con dei capelli tagliati e vestita da ragazzo. Spesso si sono divertiti scherzando sulla mia somiglianza con una donna, se questo qualche volta mi ha dato fastidio la maggior parte delle volte sono stato lusingato di questi sguardi curiosi e sorpresi. Una sera diversi anni fa, ho destato sorpresa allo Skating di Parigi. Molte signore credettero a un travestimento e diedero segni non equivoci della loro sorpresa. Ne fui incantato.
In pittura preferisco i quadri di genere a tutti gli altri, soprattutto se rappresentano degli interni moderni e ricchi. D’altra parte ho avuto un vero fanatismo per il grande Makart, le cui opere sensuali e conturbanti mi incantavano. Il mio quadro favorito di questo artista è la morte di Cleopatra, scena che io ho sempre ammirato e invidiato.
Io ho nel carattere un fondo di crudeltà; amo la sofferenza altrui, soprattutto se sono io a infliggerla; – nella mia infanzia tormentavo volentieri gli animali; lo facevo in modo molto raffinato e ne provavo una sofferenza acuta che mi piaceva e mi bruciava.
Sono sempre stato piuttosto arrogante e, nei periodi in cui gli affari andavano male, il lusso mi mancava moltissimo. È per me un vero bisogno e non saprei farne a meno.
Odio quello che ordinario, di tutti i giorni, e adoro lo straordinario e l’impossibile in qualsiasi cosa.
Spesso in assenza dei mie genitori ho dormito tutto il giorno; facevo illuminare tutto l’appartamento e rimanevo sveglio, bevevo, mangiavo la notte in camicia da notte greca, dopo aver fatto un bagno caldo e profumato. Dipingo abbastanza bene, soprattutto all’acquarello, lavoro per gli album delle signore e per i loro ventagli.
Sono furbo e perfido, e qualche volta di una ingegnosità sciocca. Tutti quelli che mi si avvicinano mi adorano e nessuno ha resistito al mio fascino. Ho sempre preso le persone dal lato del sentimento e sono sempre riuscito a far fare loro quello che volevo, mentre gli altri, che li prendevano di petto, non ne ottenevano nulla. Ho osservato spesso che per dei peccatucci o dei fatti del genere, i miei amici e i miei compagni venivano puniti mentre io sfuggivo a qualsiasi castigo, grazie alle arie innocenti e malinconiche che prendevo.
Ho sempre tiranneggiato quelli che mi amavano; inclino subito a vedermi più rude e autoritario. Benché debole e effeminato, io odio i deboli e non amo che i forti, quelli che lottano e riescono. Ho sempre rimpianto di non poter consolare i grandi e i potenti caduti: penso che se fossi stato Maria Luisa avrei seguito napoleone a Sant’Elena. Forse non sarei stato della stesso opinione se avessi conosciuto e amato il bel Neipperg, malgrado il suo occhio di vetro.
Ammiro con entusiasmo, ve l’ho detto, tutto quello che è bello e delicato; e, cosa strana, la bruttezza grandiosa rude e potente, in un uomo, mi piace tanto quanto la sua bellezza e forse pure di più.
Ho un’intelligenza molto viva e sveglia, malgrado tutte le mie differenze e le mie debolezze. Capisco qualsiasi cosa, in bene o in male, e ammiro nello stesso modo sia una cosa che l’altra, sempre che non ci sia nulla di volgare.
Non ho mai potuto imparare l’aritmetica al di là delle quattro operazioni e non saprei fare un’operazione a tre cifre benché io abbia avuto per parecchio tempo un insegnante di matematica. E non capisco assolutamente niente neppure degli affari di borsa, anche se ne ho sentito parlare molto in famiglia. Adesso, grazie a Dio, non ne sento più parlare, perché non ce n’è più bisogno!
Imparo in cinque minuti il testo di una poesia che mi piace, per quanto possa essere lunga, e non mi ricordo due righe di una prosa antipatica, anche se mi ci impegno per delle ore. Suono abbastanza bene il piano anche se non ho la pazienza di studiarlo per molto tempo; suono di preferenza dei pezzi melanconici, quelli di Shubert o quelli di Morart soprattutto; suono anche delle opere di cui, mentre suono, mi piace evocare le scene e le passioni dei personaggi del libretto.
Il mio compositore preferito è Verdi, che adoro. Nella letteratura preferisco le descrizioni dei sentimenti e il progresso lento e invisibile delle passioni a qualsiasi polpettone di avventure. Ho voluto leggere Ponson du Terrail, ma non ci sono riuscito; lo trovo molto noioso e impossibile.
Il romanzo storico – eccettuato Jvanhoe, dato che mi piace credere che Rebecca possa essere una delle mie antenate materne – non mi piace per niente; i romanzi di Dumas padre mi hanno interessato molto tempo fa, ma ho trovato la consultazione dei documenti storici e delle memorie del tempi infinitamente più interessanti. Ho moltissimi libri su Maria Antonietta, la mia eroina preferita, e su molti personaggi femminili celebri. Mi piace collezionare i loro ritratti autentici, anche quelli brutti, che io non mostro a nessuno per non arrossire delle mie eroine beneamate. Quelli li conservo per me. Ho pagato duecento franchi dei libri che non m’interessavano affatto per una piccola incisione rappresentante la regina Maria Antonietta sul palco della ghigliottina, da un disegno del 1793.
La storia di Francia è quella che m’interessa di più, anche se, se avessi potuto scegliere un’epoca e un paese per venirci al mondo, avrei scelto Roma ai tempo della decadenza, sotto Adriano per esempio (mi piacerebbe anche la corte di Enrico III). Sarei stato delizioso in costume romano e l’ho scelto in un ballo in maschera in cui ho fatto furore, con le braccia nude, le gambe nude, e dei deliziosi sandali che lasciavano passare le mie dita del piede nudo e le loro unghie lucidare come delle agate. Il capitano (io lo chiamo così anche se non lo è più) era vestito da gladiatore, superbo in camicia caffelatte (lui è molto più scuro) e mostrava tutto il suo corpo possente nella rigida grandezza, con le gambe e il petto coperti d’acciaio. Quella sera là ci demmo alla gioia pazza.
Ho una vera passione per gli animali, gli uccelli delle isole e i cani preziosi soprattutto; ho degli adorabili carlin [tipo di cani] giapponesi. Altre volte adoravo anche i bambini; adesso quasi non li posso più soffrire e non li accarezzo mai anche quelli che sono miei parenti stretti.
Napoli è la mia città favorita e la lascio sempre con pena, fosse anche per solo qualche giorno. È quasi l’Oriente con i suoi enormi palmeti e la sua rada blu e accesa di fuochi strani e che in pittura sembrerebbero impossibili. Napoli abitata dai Francesi con la loro civiltà raffinata, sarebbe divina; non ci sarebbe città più bella al mondo, se fosse appartenuta a loro il tempo che invece appartenne agli Spagnoli e agli Inglesi, che bel paradiso sarebbe! Per come è realmente è comunque superba, mi piacerebbe di più se fosse dipinta e raffinata: sarebbe il paradiso di Maometto.
Amo la natura solo nelle più selvagge solitudini, una foresta per esempio; ma dopo che ci arriva l’uomo io desidero una civiltà perfetta con tutte le sue delicatezze e i suoi squilibri raffinati. Mi piacciono i parchi all’inglese, ma i giardini di Versailles e quelli di Caserta hanno più fascino per me.
Inutile dirvi che amo pazzamente le vostre opere, che ho letto con ammirazione, anche se, per me, l’argomento delle ultime non è stato particolarmente gradevole.
Il libro che preferisco e La Curée, in cui ritrovo qualcuno dei miei sentimenti e la sfera [il mondo] che ho quasi sempre abitato, nel quale sono nato e vissuto. Anche Madeleine Férat mi ha fatto una forte impressione.
È col più vivo piacere che scrivo stasera queste pagine. La camera è piuttosto gaia col suo gas acceso, i tappeti caldi e il rumore dell’albergo che brulica di gente. Sono quasi felice; quanto durerà questo stato? Spero parecchio, e voglio pensare solo a divertirmi con quello che ho senza cercare altro. Ho scritto per me, ma quello che ho scritto ve lo invio. Potrò esservi utile a qualcosa o avrò sprecato il mio tempo?
In ogni caso non rimpiango queste ore. Ho rivissuto tutta la mia vita nei suoi terribili dolori e nelle sue gioie colpevoli e deliranti.
……
Pensavo che sarei riuscito a dormire ma tutti i ricordi evocati in queste pagine mi rendono il sonno impossibile, e bisogna che io torni al mio scritto che mi fa rivivere, in qualche ora, dei lunghi anni. Del resto, la continenza di questi ultime settimane e il viaggio del mio amico, che ancora non parla di ritorno, mi hanno singolarmente riscaldato e sento un’intensità di desiderio e di passione che mi impedisce di riposare a lungo. Torno dunque alla conversazione con voi, ma certamente questo sarà l’ultimo foglio che vi scriverò, perché altrimenti, sento che non la finirei più e vi invierei un grosso volume che finirebbe per affaticarvi parecchio. Mi sembra sempre di aver finito e poi trovo ancora qualcosa da raccontarvi. Del resto mi compiaccio talmente a parlare della mia piccola persona che non la smetterei di evocare la mia immagine guardandomi qui come in uno specchio. Credo che con ci si possa stancare di parlare di se stessi e di studiarsi nelle cose più piccole, soprattutto se quell’essere che la Natura ci ha forgiato è
così eccezionale come io sono.
Credo che da tutto quello che vi ho scritto potreste ricostruire il resto del mio carattere, delle mie idee e anche l’ambiente che mi sta intorno, ma dato che questo mi diverte in modo particolare, continuo ancora un pochettino, più per me che per voi.
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domenica 16 novembre 2014

IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (sesta parte)

Ebbi poi un’avventura con un giovane spagnolo che fece per me quello che io avevo fatto con gli altri. Mi seguiva dappertutto durante un lungo periodo, restava lunghe ore sotto il mio balcone e passeggiava sulla riva quando c’ero io. Io feci la sua conoscenza e lui mi mostrò la più appassionata amicizia. Lo feci venire qualche volta a casa mia ma aveva lo sesso mio carattere, era molto timido e io ero abituato ai maschi possenti, cominciai presto a prenderlo in avversione. L’ho congedato in modo molto poco onorevole e poi non l’ho più visto. Credo che sia tornato in Spagna con la famiglia.
Un giorno in città un uomo mi seguì; il mio capitano era in viaggio, lo spagnolo mi annoiava e avevo bisogno di distrazioni. Ci capimmo molto presto. Gli diedi appuntamento nell’appartamento del capitano di cui avevo la chiave. Fui disgustato da quest’uomo che aveva lo stesso vizio del vostro Battista. Era freddo e appiccicoso; un biondo aspro e antipatico. Non ne potei far nulla tanto ero disgustato e se ne andò molto presto come era venuto. Dopo non l’ho più visto.
Ecco, Signore, la confessione che io volevo farvi; è terminata. Forse mi compatirete, dato che il dono dei grandi spiriti è conoscere e comprendere il bene e il male. In mezzo al mondo in cui vivo e in cui passo, isolato dai miei stessi pensieri, sento una profonda tristezza e un profondo disgusto. Non esco da questo torpore se non nei soli istanti in cui posso abbandonarmi a una folle passione, e questi istanti sono rari perché non voglio più mettere le persone a conoscenza del mio triste segreto. Le signore mi coccolano parecchio. Più di una mi ha fatto delle avances molto galanti, che ho sempre respinto sorridendo ma con vera disperazione e grandi rimpianti. Mi trovo molto bene in compagnia delle signore che fanno veramente per me quello che le signore di La Curée fanno per il vostro Maxime, al quale io un po’ assomiglio; ma più sfortunatamente di lui, la mia natura mi ha impedito l’amore e mi lascia solo la fredda dissolutezza che ha finito per diventarmi odiosa anch’essa.
Mi prendono spesso in giro per la mia malinconia e per i miei atteggiamenti alla Werther, ma se leggessero nel mio cuore mi compiangerebbero o forse riderebbero. Come vi ho già detto, quaggiù non ho alcuna speranza e tutte le gioie degli altri mi sembrano solo un insulto nei miei confronti. Dovrò rimanere sempre quello che sono: un essere carino, piccolino, profumato, irreprensibilmente elegante, frivolo e seriamente dissoluto; lo dico segretamente, perché nessuno ha dubbi su quello che sono e su quello che faccio. Quando dico nessuno intendo fatta eccezione per le tre o quattro persone che mi hanno conosciuto veramente.
Ma dato che loro hanno condiviso le mie debolezze e le mie vergogne, io non devo arrossire davanti a loro, o almeno arrossiamo insieme.
E perché dovrei avere vergogna di quello che ho fato? Non è forse la Natura che ha fatto il primo errore e mi condanna a una sterilità eterna?
Avrei potuto essere una donna adorabile e adorata, una madre e una moglie irreprensibile, e sono solo un essere incompleto, mostruoso, che desidera soltanto ciò che non gli sarebbe permesso e a sua volta è desiderato da quelle che lui non può considerare che come amiche e non come delle amanti. Conoscete supplizio più doloroso, e i nostri torti non sono forse scusabili?
Sono sicuro, Signore, che voi conserverete questa confessione come uno dei documenti umani meno consultati e che mi sarete grato di avervela inviata.
Vi dirò ancora qualcosa che potrà interessarvi sul mio entourage e sul teatro nel quale io vivo … (Nota di Zola: tralascio qui alcuni dettagli troppo circostanziati che permetterebbero forse agli indiscreti di scoprire l’identità dell’autore di queste confessioni. Mi basti dire, per riassumere le informazioni che mi ha dato sulla sua famiglia, che questa famiglia è, dal lato paterno, di molto buona e molto antica nobiltà) … e se non fosse stato per la dote di mia madre e per delle speculazioni ben riuscite, noi saremmo dei ben tristi rappresentanti della nobiltà. Il matrimonio di mio padre vi spiegherà del resto la nostra decadenza e l’origine della nostra opulenza.
I miei fratelli sono tutti sistemati e hanno una bella famiglia. Prego Dio ogni giorno che nessuno dei figli mi rassomigli né nel fisico né nel morale.
Sento che invecchiando finirò in una devozione che mi offrirà la sola consolazione possibile, ma il mio desiderio più ardente è quello di non invecchiare e di andarmene nel fiore della mia giovinezza e della mia bellezza. Se dovessi invecchiare mi disprezzerei e mi odierei troppo.
Non ho niente da aggiungere a queste pagine già così lunghe; Temo di avervi orribilmente annoiato, se avete avuto comunque il coraggio di arrivare fin qui.
Non fa nulla, mi sono un po’ alleggerito l’anima e ho scritto con une sorta di voluttà retrospettiva le scene abominevoli e ardenti di cui sono stato attore.
È inutile assicurarvi che tutto quello ce c’è nel mio scritto è vero; non avrei avuto alcuna ragione di mentire, e voi stesso riconoscerete forse la veridicità di tutto quello che vi scrivo. Mi sembra di essermi trattato abbastanza duramente e non mi sono lusingato né sul lato fisco né su quello morale.
Perdonate i miei scarabocchi, ma ho scritto a cuore aperto, come se mi confessassi a un medico o a un amico e non ho potuto fare caso alla forma o all’ortografia.
Ecco, Signore, quello che avevo da dirvi.
Uno dei vostri più appassionati ammiratori.
P.S. Sapere voi. Signore, che cosa mi ha spinto a scrivervi qui? – È la rabbia e l’invidia che io ho provato rivedendo un ragazzo della più perfetta e augusta bellezza, per il quale io ho avuto in altri tempi la passione più ideale e al quale non ho mai parlato e non parlerò mai. Io lo amo mentre lo odio e vorrei saperlo morto, perché non appartenga mai a nessuno. Avete mai sospettato un simile martirio?
V. – Terzo documento
Signore,
Spero che abbiate ricevuto il pacchetto di fogli così spaventosamente scritti che vi ho inviato. Li ho scritti con piacere, sicuro che nei vostri profondi studi sull’umanità, le sue malattie e le sue disgrazie, una tale confessione non potesse che esservi gradita.
Vi ho scritto in una giornata noiosa e triste mentre c’era una pioggia scrosciante e i colori malinconici si stendevano su tutte le cose. L’ultima parte di questa confessione fu scritta l’indomani mattina mentre una pioggia terribile batteva sulla mia finestra in una banale e triste camera mobiliata.
Quello che ho scritto ha stranamente risentito del mio umore e della tristezza e della noia che mi circondavano. Ho spinto troppo verso il nero tutti i colori e forse mi sono mostrato per quello che sono, ma certamente per quello che non sono sempre. Sono fatto così e ho questa malinconia e questa tristezza – che è diventata il fondo del mio carattere -; ma ne esco spesso e non mi sento sempre così infelice. Vi scrivo questo dopo una cena deliziosa, in numerosa compagnia, in cui ho ricevuto molti complimenti e in cui il vino generoso e tutto lo scintillio di una casa ricca incantavano il cuore e lo spirito. Voglio dunque completare lo studio della mia persona che io considero spesso favorita dalla natura perché essa ha fatto di me un essere che neppure i più audaci poeti sono riusciti a creare.
Uomo e elegante nel corpo, io possiedo lo spirito, lo charme e tutti i gusti delle donne più deliziose; posso dunque trionfare qualche volta attraverso i doni riuniti dei due sessi, anche se qualche volta mi uccido a forza di rimpianti di non essere né uomo né donna. Mi compiaccio nel mettermi a confronto con i bellissimi eroi della mitologia e nel dirmi che Giacinto, Ganimede e tante altre bellissime creature non differivano assolutamente da me e furono adorati dagli dei più belli e più potenti.
Io provo ripugnanza – la ripugnanza più assoluta – per la donna, ma io considero le donne come mie simili, e provo la più viva amicizia per parecchie di loro che mi conservano una tenera amicizia, meravigliandosi forse – senza chiedersi le cause – delle mie riserve e della mia innocenza nei loro confronti.
Sono in corrispondenza regolare con parecchie belle donne, che mi hanno spesso confidato i loro più intimi sentimenti e alle quali sono sempre piaciuto per la mia conversazione più che licenziosa. Molte hanno finto di credere che io facessi loro la corte e mi hanno fatto delle proposte abbastanza esplicite: – io ho subito provato ripugnanza nei loro confronti e le ho immediatamente tenute a distanza. Fingo sempre di essere innamorato di un’altra donna, do loro dei dettagli su persone immaginarie e racconto loro ogni genere di cose che ho imparato dai libri o che so da qualche amico.
Una volta una cugina sposata è rimasta ad abitare da noi per un po’ di tempo. Lei dormiva in una camera a fianco alla mia e solo un muro separava i nostri due letti, collocati in due angoli delle rispettive stanze.
La notte lei dava dei colpi al muro della mia camera, ridendo e scherzando. – perché era molto spiritosa e giocava sempre al bambino terribile (ora è morta di meningite). Tremavo sperando che non le venisse l’idea di chiamarmi e fingevo di addormentarmi subito adducendo a pretesto il sonno più profondo. Credo che avrei potuto dormire completamente nudo al suo fianco senza che mi avesse sfiorato neppure il più piccolo desiderio.
Io posso avere la più grande simpatia per le signore – io parlo di signore, perché le altre non mi sembrano che bestie grossolane – ma io posso essere solo loro amico e mai altro, mentre i miei sensi si risvegliano in un modo terribile e potente quando sento vicino a me o anche vedo soltanto un uomo che mi piace, di qualsiasi condizione sociale sia.
Comunque è vero che io preferisco sempre persone distinte e ben sistemate, soprattutto i militari.
Ieri quando ho consegnato alla posta la lunga lettera che vi avevo indirizzato, sono stato colpito dal bell’aspetto dell’impiegato delle poste; i romani sono veramente molto belli! Oggi ho inviato molte lettere per poter ritornare a vederlo e mi sono divertito a parlargli e a guardarlo. È decisamente un uomo affascinante!!
Io ho per gli uomini una vera passione; e se fossi una donna sento che sarei terribile nei miei amori e nelle mie gelosie!
Non crediate che per amare io intenda solamente fare quello che vi ho scritto ieri; io penso che ci sia un modo molto più bello e più nobile di amare. Purtroppo non lo potrò mai provare, perché un uomo veramente nobile e affascinante come ne conosco, non vorrebbe certamente saperne di me, e bisogna che mi accontenti degli uomini depravati; è vero che forse sono più divertenti e molto meglio degli altri. Ecco la mia consolazione.
Vorrei comunque amare qualcuno di una passione bella e nobile.
Capisco tutti i sacrifici che si possono fare quando si ama e fremo per il fatto di non poter conoscere questo sentimento e soprattutto di non poter essere amato con la passione del cuore e lo slancio col quale sento che potrei amare.
Ho veramente paura, adesso, che l’amore del giovane militare non sia stato che una cosa molto ben calcolata: un mezzo per godersi il mio denaro; forse anche la mia persona gli è stata gradita perché senza dubbio gli ho fato provare cose che lui non conosceva.
Temo che questo sia veramente tutto e che lui non provasse nessun altro sentimento per me.
Quanto al capitano, è un dissoluto, che mi conservo perché adesso non ho niente di meglio e al quale io appartengo per abitudine. Forse lo amo pure più di quanto penso di amarlo. Quando parte, il fatto mi contraria e le sue lunghe assenze mi risultano molto sgradevoli, benché io non sia veramente innamorato di lui e sia stato innamorato fino ad ora solo una volta nella vita e forse non lo sarò più con così violenta esplosione di sentimenti teneri e delicati e con una così terribile gelosia.
Credo che il capitano mi ami veramente, lo dice, almeno. Ma ho notato più di una volta che cambia molto dopo che la cosa è stata consumata e che gli ardori e le passioni che mi testimonia prima cambiamo molto dopo che ha fatto quello che voleva. Non era così nei primi tempi e penso proprio che lui consideri solo il suo piacere al di là della mia figura e della mia persona, mentre si preoccupa molto meno di me, cioè dei miei sentimenti dei miei affetti; l’altra parte mi affatica parecchio. Benché sia molto vigoroso e forte, anzi proprio perché è vigoroso e robusto, si agita a lungo prima di emettere il seme. Io invece emetto il seme rapidamente, mente lui fa lo stesso, anche se devo aspettare poco, recupero la mia capacità di ragionare e posso considerare l’uomo incapace di lussuria. Allora il suo voto mi appare feroce e vile, cosa che, mentre mi era gradita prima, una volta raggiunto il godimento, mi provoca fastidio e quasi terrore. Vorrei fuggire ma dopo aver goduto è giusto che possa farlo anche lui. Questo mi stanca molto e giaccio lì con la faccia dura e sempre rigida e ferrea. In quei momenti lo odio. Ma quando arriviamo ad emettere il seme insieme allora sono preso da vera felicità e in quei giorni lo amo veramente e mi ci metto anima e copro e mi sforzo al massimo di piacergli. Per me è un grande dolore non poter ricevere nel mio corpo il suo seme nel quale mi sembra ci sia la sua essenza. Sono afflitto pesantemente da questo desiderio e allora desidero ardentemente di essere una donna.
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