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lunedì 5 novembre 2012

STORIA D'AMORE GAY


Caro Project,
tu non mi conosci ma io posso dire di conoscerti ormai da diversi anni. Ho 30 anni, leggo Progetto Gay praticamente ormai da più di cinque anni. Progetto Gay mi ha fatto compagnia nei momenti più bui della mia vita, non ho mai avuto il coraggio di scriverti nemmeno quando ne avrei avuto veramente bisogno ma leggevo i tuoi post e cercavo di pensare che fossero riferiti a me. Project oggi ti scrivo questo post per dirti che mi hai fatto capire tante cose, mi hai fatto riflettere e penso che tu mi abbia anche difeso da me stesso e dalle brutte idee che mi sono passate per la mente. Mi piacerebbe che tu pubblicassi questa mia mail perché voglio dedicarla a Michele, il ragazzo che mi ha cambiato la vita.

Ho conosciuto Michele poco meno di tre anni fa, quando passando da un lavoro all’altro sono capitato con un contratto a termine in un’azienda di smaltimento rifiuti. Non è il lavoro più bello del mondo ma è un lavoro e io certamente non potevo permettermi di rifiutarlo. Mi sono presentato al capo del personale, ho compilato tutta la documentazione necessaria e poi sono stato accompagnato da un operaio anziano al mio settore che era quello del riciclo dei materiali informatici. In pratica dovevo impiegare il mio tempo smontando apparecchiature elettroniche e informatiche, soprattutto vecchi computer. Mi spiegano più o meno che cosa devo fare e me lo fanno vedere in pratica, poi io comincio a lavorare. Con un’ora di pausa per il pranzo avrei dovuto lavorare fino alle 19. Dato che era il primo giorno di lavoro in quell’azienda cerco di impegnarmi al meglio. 

Il pomeriggio verso le 16 sento una sirena che suona e vedo gente che corre verso una torre di deposito. Una struttura di sostegno ha ceduto e un operaio giovane è stato investito da una valanga di detriti, lo hanno tirato fuori quasi subito ma non respira. Io ho fatto i corsi di primo soccorso e siccome non c’erano medici gli ho fatto il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca, nel frattempo hanno chiamato l’ambulanza. Fortunatamente il cuore ha ricominciato a battere dopo poco più di un minuto, ma il ragazzo era stralunato, balbettava ed era in evidente stato confusionale, dopo altri dieci minuti è arrivata l’ambulanza e il capo turno mi ha detto di andare all’ospedale con quel ragazzo. Io e Michele ci siamo incontrati così. 

Già in ambulanza il medico gli aveva immobilizzato il collo e la schiena e gli aveva fatto prendere un po’ di ossigeno e Michele era già meno confuso. 

Entriamo in pronto soccorso insieme. Lo portano dentro senza attendere il triage. Arriva il neurologo, gli fa fare subito un elettrocardiogramma e lo manda a fare una tac. Devo aspettare fuori. Il neurologo cerca di tranquillizzarmi ma mi sento agitatissimo, dopo una ventina di minuti Michele torna in pronto soccorso, il neurologo dice che stando alla tac non sembra che ci siano cose preoccupanti ma Michele dovrà restare in osservazione fino all’indomani. Lo portano in una stanza del pronto soccorso e io resto con lui. 

È lucido, parla disinvoltamente e mi dice: “Se non ci fossi stato tu, io non ci sarei più!” Io gli racconto quello che mi hanno detto i medici ma lui è già tranquillo. Non vuole che si avvisino i genitori che vivono un una cittadina a circa 200 km, dice che si agiterebbero inutilmente. Mi chiede di mandare un msn ai genitori per tranquillizzarli: “Qui tutto ok, vi mando il messaggio della sera dal cellulare di un amico perché il mio l’ho dimenticato al lavoro. Un abbraccio, Michele”. 

Mi dice che è arrivato in città da pochissimi giorni e che ha trovato una stanza ma per lui è cara perché è una stanza per due. Gli dico che io sono arrivato proprio quella mattina e che sto cercando un posto per dormire e decidiamo i dividere le spese. Resto con lui tutta la notte. La mattina verso le 10.00 torna il neurologo, fa alcune manovre ma Michele sta molto meglio e si vede. Il neurologo conferma che non hanno trovato lesioni o danni, fa rifare l’elettrocardiogramma, il cardiologo dice che non ci sono problemi e che il fatto che lo abbiano soccorso subito è stato determinante. Lo dimettono con tre giorni di prognosi. Andiamo a casa sua con gli autobus. Io telefono al lavoro per dire che ho riportato Michele a casa, mi dicono che il mio turno è stato spostato e farò dalle 14.00 alle 20.00. 

Michele non vive in una stanza in affitto ma in un minuscolo appartamentino di una sola stanza, cucinotto e un piccolissimo bagno, è una casa piccola ma è una casa vera, non solo una stanza. Non mi pare vero di avere trovato una sistemazione come quella. Sono felice per la stanza, ma la giornata è stata così piena di avvenimenti che non mi sono nemmeno fermato a riflettere su Michele. 

In pratica avevo trovato un lavoretto, che speravo prorogabile, avevo trovato un alloggio con un compagno di lavoro ed ero felice per questo, non mi mancava più niente. Avevo di fronte a me sei mesi di relativa tranquillità. Saluto Michele e vado al lavoro, gli lascio il mio cellulare perché può servire più a lui che a me. 

Arrivo agli impianti alle 13.30 e mi mandano dal capo del personale che mi chiede come sta Michele, evidentemente è preoccupato non tanto per Michele ma perché un incidente può creare problemi all’azienda, quando sente che la prognosi è solo di tre giorni si tranquillizza, mi ringrazia per aver fatto il massaggio cardiaco a Michele e mi dà la mano, cosa che non aveva fatto il giorno prima quando mi ero presentato da lui per l’assunzione e poi mi manda in reparto.

Io resto lì a pensare che la sera rivedrò Michele, è un pensiero che mi ritorna in mente spesso. Non so nulla di Michele, ma so che ormai vivremo insieme per sei mesi e il fatto di trovarmi con lui e non con altre persone mi rende felice. Poco prima delle 21.00 sono a casa.

Michele è in piedi, ha riordinato la casa, adesso è tutto pulito. Noto un particolare: prima i due lettini erano accostati, come per formare un letto matrimoniale, anche se solo da una parte c’erano le lenzuola, adesso invece i lettini erano separati e in mezzo c’era il tavolo. Michele aveva lavato il pavimento e il bagno era lucido. Aveva pure preparato un po’ di cena: pasta corta coi fagioli. Quando mi vede mi saluta ma da lontano, non mi abbraccia. Gli chiedo come si è sentito durante la giornata e mi dice: “Bene!” Mi dice che ha fatto una telefonata col cellulare per avvisare la padrona di casa che c’ero anche io.

Ci mettiamo a tavola, la conversazione è molto imbarazzata, io non trovo altri argomenti di conversazione al di là del chiedergli della sua salute. Poi cominciamo a parlare delle precedenti esperienze di lavoro e la conversazione diventa più semplice. Lui ha lavorato in un vivaio, in grosso un supermercato e in un’azienda agricola. Il periodo più lungo (quasi un anno senza interruzioni) è stato in un’agenzia di servizi amministrativi, ma poi il contratto è scaduto e non glielo hanno rinnovato ed è tornato al vivaio con contratti rinnovati di tre mesi in tre mesi ma con delle interruzioni. Adesso con la ditta di smaltimento rifiuti ha un contratto di sei mesi. Gli dico che io in pratica ho lavorato solo nei supermercati, ma sempre per periodi brevi ma che ultimamente non ho trovato più lavoro e stavo andando in crisi perché non lavoravo da quasi tre mesi, poi mi è arrivata la proposta della ditta di smaltimento rifiuti e sono venuto qui lasciando i miei, che abitano proprio in un’altra regione. D’altra parte anche Michele ha dovuto fare lo stesso. 

Michele ha un anno meno di me, lo avevo saputo quando abbiamo compilato i documenti in ospedale, anzi meno di un anno. Dopo la scuola superiore (lui è corrispondente in lingue estere) ha cercato di trovare lavoro per aiutare economicamente la famiglia. Il padre ha 66 anni ed è invalido in carrozzella a seguito di un incidente sul lavoro, la madre ne ha 58 e lavora come può per portare avanti la casa. Il padre dopo l’incidente è stato in depressione per parecchio tempo ma poi fortunatamente ne è uscito. La madre fa quello che può. Michele è figlio unico e anche lui fa quello che può per la famiglia. 

Mi sento quasi fortunato, perché i miei genitori sono ancora in buona salute e sono molto più giovani di quelli di Michele. I miei problemi sono in fondo soltanto problemi di lavoro che non si trova ma i miei riuscirebbero ad andare avanti anche senza il mio aiuto. 

Dico a Michele che anche io sono figlio unico e gli parlo un po’ dei miei genitori. Mi sta ad ascoltare attentamente, mi lascia parlare senza fare domande. Poi torniamo a parlare di lavoro e lui mi spiega quello che sa del lavoro che abbiamo cominciato a fare da pochissimo. Poi si alza, sciacqua i due piatti e li rimette nella credenza e mi dice che farei bene ad andare a letto, perché domani ho il turno alle sette del mattino. Mi metto a letto, lui arriva dopo cinque minuti. Ci diciamo soltanto buonanotte.

Io resto a pensare a tutto quello che è successo e a Michele che dorme (se dorme) dall’altra parte del tavolo. Cerco di ricordare tutti i momenti della nostra conversazione. Abbiamo parlato del lavoro, dei genitori e incidentalmente di tante altre cose ma non abbiamo parlato di ragazze. È normale che un ragazzo di 26 anni (Michele) e uno di 27 (io) si trovino a parlare liberamente e che non si dica nemmeno una parola che riguardi le ragazze? La risposta mi sembrava ovvia.

La mattina seguente dobbiamo alzarci molto presto. I faccio una rapidissima doccia, lui prepara il caffè poi entra in bagno e io preparo la borsa da portare al lavoro. Andiamo di corsa a prendere il tram, comincia a fare freddo, lui ha una sciarpa, io no e sono vestito con abiti leggeri. Si toglie la sciarpa e me la passa, gli dico di tenerla, ma insiste e io mi metto la sua sciarpa intorno al collo. La sciarpa è ancora calda e la sensazione è bellissima! È il calore di Michele! 

Alla pausa pranzo mi propone di chiedere ai capireparto (suo e mio) di metterci i turni alla stesse ore, visto che abitiamo nella stessa casa. Mi chiede se io sono d’accordo. Io gli dico “Certamente!” e gli sorrido e lui mi risponde con un sorriso. Io finisco alle 15.15 e lo aspetto ma lui ritarda fino alle 15.45, quando arriva mi dice che è andato a parlare all’ufficio del personale e poi coi nostri capireparto e hanno deciso che fremo per i primi tre giorni della settimana dalle 7.00 alle 16.00 con un’ora di pausa pranzo e per gli altri tre giorni dalle 13.00 alle 21.00 senza pausa cena. Gli dico che per me ve benissimo. In questo modo possiamo andare e tornare insieme. Mi dice che l’indomani devo andare all’ufficio del personale per confermare che per me va bene. Naturalmente in caso di necessità i turni ce li possono cambiare.

Lavoriamo in settori diversi e purtroppo i nostri turni di mensa sono diversi ma queste cose non possiamo cambiarle. Certo mi piacerebbe molto passare l’ora di mensa con Michele ma non si possono realizzare tutti i desideri.

Nei giorni successivi comincio a conoscere meglio Michele, è molto riservato, per quello che posso vedere non riceve telefonate e chiama al telefono solo i suoi genitori, esattamente come accade a me. Resto molto colpito dall’intelligenza di Michele, dal fatto che è un ragazzo che ha mille interessi e che è capace di parlare di tutto ma senza rimanere nel generico. Quando abbiamo i turni di mattina, nella serata restiamo insieme a vedere la televisione e lui cerca sempre programmi di carattere scientifico o storico e anche in questo andiamo perfettamente d’accordo. Una volta navigando attraverso i canali della televisione è capitato in una trasmissione in cui si parlava anche di omosessuali, io ho provato un momento di imbarazzo, lui ha disinvoltamente cambiato canale, come se non avesse fatto caso all’argomento della conversazione ma io ho percepito un attimo di esitazione e questo ha rimesso in moto il mio cervello.

Michele è un bel ragazzo, forse anche meglio di me, o meglio senza forse. È alto, ha i capelli lisci color mogano, occhi chiari molto belli quando sorride. Il sorriso di Michele è bellissimo. 

Col passare dei giorni le cose, sostanzialmente non sono cambiate, non abbiamo mai parlato di ragazze né di sesso ma solo di lavoro e i possibili riferimenti ai gay sono stati messi totalmente da parte. Con lui stavo bene, mi sentivo a mio agio e anche se avevo qualche dubbio, avevo comunque messo da parte l’idea che tra noi potesse nascere una storia d’amore. 

Sono passati alcuni mesi, io ero tutto sommato felice, speravo che il mio contratto sarebbe stato rinnovato ma non è successo e, scaduti i sei mesi, sono stato licenziato mentre Michele è rimasto in azienda. Per me è stato un momento terribile. Non avevo più denaro nemmeno per pagare la mia quota dell’affitto, avrei dovuto cercare subito lavoro da qualche altra parte ma avevo perso tempo sperando che il mio contratto fosse rinnovato e comunque sarei andato incontro a un periodo di disoccupazione e forse anche ad un lungo periodo di disoccupazione. Ero depresso, molto amareggiato, sapevo che sarei dovuto rientrare a casa dei miei genitori per aspettare un nuovo lavoro e poi avrei perso Michele e la cosa mi metteva veramente in crisi.

Michele qui è stato veramente la mia ancora di salvezza. Mi ha detto: “No! Tu non te ne vai da nessuna parte! Tu resti qui e vedrai he un lavoro lo troviamo!” Gli ho detto che non avrei potuto comunque pagare l’affitto né niente altro e mi ha risposto: “Non ti posso fare andare via, sarebbe un disastro sia per te che per me. Ormai abbiamo capito che siamo amici e che ci dobbiamo dare una mano. Tu resti qua!” Non posso negare che questo era proprio il discorso che io volevo sentire. Gli ho detto: “Ok! Sei proprio un amico vero!” E lui mi ha sorriso. Quando lui era di turno io andavo al supermercato a cercare tutti i prodotti in offerta per risparmiare soldi, tornavo a casa e cucinavo ma soprattutto andavo freneticamente in cerca di lavoro, scrivevo curriculum e li mandavo alle aziende ma le poche risposte che ricevevo erano tutte più o meno uguali: “Al momento il personale è al completo, ma se si verificheranno delle disponibilità le faremo sapere.” Sempre la solita musica. Una mattina trovo nel telefonino una mail di un’azienda che non avevo mai sentito nominare, la apro ed era una convocazione per un colloquio di lavoro per il lunedì successivo e la ditta era anche in città, dall’altra parte della città ma in città. La mail faceva riferimento ad una mia mail di 15 giorni prima, ma io non avevo mandato nessuna mail a quell’azienda.

Quando Michele torna a casa gli racconto della mail che ho ricevuto e gli dico che però io non ho mandato nessuna mail a quell’azienda e lui mi dice: “Certo che l’hai mandata!” e nel dire così sorride. Allora capisco che l’ha mandata lui! In pratica passava quasi l’intera pausa pranzo ad inviare curriculum a mio nome a tutte le aziende della zona. Mi dice che quell’azienda cercava un esperto di informatica a livello medio e che lui pensava che fosse la cosa adatta per me, perché sono perito informatico. Andiamo sul sito dell’azienda, comincio a capire più o meno di che cosa si tratta. In pratica il colloquio riguarda l’uso di editor visuali, dell’html, del php e dei css. 

A casa riuscivamo a utilizzare internet senza abbonamento perché al piano di sotto c’è uno studio tecnico di un geometra che ha internet sempre attaccato e lo utilizziamo anche noi, il geometra lo sa ma non dice nulla. Mi metto al pc e comincio a studiarmi a fondo gli argomenti del colloquio. Più cerco di approfondire più mi rendo conto che è un pozzo senza fondo, mi sento sconfortato e penso che non riuscirò mai a superare quel colloquio. Quando Michele è a casa fa tutto lui e cerca di mettermi nelle condizioni migliori per studiare. Io mi impegno al massimo delle mie possibilità. Il giorno del colloquio devo andarci da solo perché Michele è di turno in azienda.

Mi presento, vestito in modo non troppo impegnativo, ma perfettamente rasato e coi capelli corti. Siamo in sei, mi sento quasi a disagio nel vedere gli altri con pc portatile e super-telefonini. I colloqui durano parecchio, io sono l’ultimo, entro poco prima delle 14.00. Mi danno tre fogli mi fanno leggere il quesito e mi fanno spiegare che cosa fare per risolvere il problema. Sui primi due quesiti, che erano quasi banali, rispondo subito e l’ingegnere sembra soddisfatto. Il terzo quesito è decisamente più difficile. Ho un’idea su come si potrebbe risolvere ma scrivere su due piedi le linee di programma necessarie non è facile, dovrei avere ben chiara in mente la sintassi di comandi che si usano piuttosto raramente. Lo dico all’ingegnere, lui mi dice che la via è percorribile e che mi darà un’ora di tempo, con la possibilità di consultare i manuali, per vedere che cosa sono capace di fare. Gli dico che va bene, mi fa mettere al pc e mi apre Notepad, che per fortuna conosco bene. Mi dice che quando ho terminato posso bussare alla porta della stanza a fianco. Io mi metto al lavoro e cerco di non farmi prendere dal panico. In mezz’ora scrivo le linee di programma necessarie, le riguardo molte volte, poi le stampo e vado a bussare alla porta dell’ingegnere, gli do il foglio. Lui guarda il programma e mi dice che me la so cavare e che mi faranno un contratto a sei mesi, io mi sento felice. L’ingegnere mi dice che nella sua azienda (era proprio l’amministratore delegato) se avrò voglia di lavorare potrò avere delle possibilità di crescere. Per le prime due settimane avrei dovuto frequentare un corso intensivo in azienda. Avrei cominciato il lunedì successivo. Poi mi dà la mano e mi dice: “Lei è una persona in gamba, ho piacere che sia dei nostri!” Poi mi manda in amministrazione per sistemare le carte.

Quando esco sono ormai le 17.00 e Michele è lì fuori ad aspettarmi! Questa volta lo abbraccio e gli dico: “Mi hanno preso con contratto a sei mesi!” Poi gli racconto punto per punto come sono andate le cose. Inaspettatamente mi scompiglia i capelli e mi abbraccia forte. Torniamo a casa, mi sento un’altra persona.

È stato allora che ci siamo detti che ci volevamo bene. Non abbiamo nemmeno pronunciato la parola “gay” perché non ce ne era proprio bisogno. Avere vicino un ragazzo che ti vuole bene e che condivide veramente la vita con te è meraviglioso. Alla fine, dirsi “ti voglio bene!” è molto di più che dirsi “sono gay”. 

Da allora e fino al mio primo giorno di lavoro sono andato ogni giorno ad accompagnare Michele al lavoro e ad aspettarlo fuori dell’azienda alla fine del turno e vederlo venire verso di me sorridendo era proprio come vedere il paradiso.

Il primo giorno di lavoro io sono andato vestito come il giorno del colloquio. Non sapevo in che cosa consistesse il corso che avrei dovuto frequentare. Mi hanno presentato quattro ragazzi, tutti ingegneri, e mi hanno detto che avrei lavorato per due settimane con loro, poi ci hanno mandato dall’ingegnere che mi aveva fatto il colloquio che ci ha dato dei libri e ci ha mandato in 5 stanze diverse, chiedendoci di leggere la prima dispensa del corso e di mettere per scritto eventuali proposte per lo viluppo del progetto considerando gli obbiettivi finali. 

Avremmo dovuto lavorarci per otto ore. Ho cercato di fare del mio meglio senza perdere un secondo e ho scritto una decina di pagine su come pensavo che si potesse sviluppare il progetto, poi le ho riviste cercando di rendere il tutto facilmente comprensibile attraverso degli esempi, ho inviato il mio elaborato pochi minuti prima che scadessero le otto ore e ne ho stampato anche una copia per me. Quando sono uscito dalla mia stanzetta ho visto gli altri erano già andati via tutti, erano le 17.00. Sono uscito e Michele era lì. Gli ho raccontato quello che era successo, poi nel tornare a casa mi è venuto in mente che per migliorare il progetto su cui avevo lavorato si poteva provare un’altra strada. Ci ho lavorato tutta la notte e ho mandato via e-mail il mio nuovo elaborato verso le due della notte. 

L’indomani alle 8.00 ero di nuovo in azienda con gli altri ragazzi che parlavano in continuazione tra loro delle soluzioni che avevano proposto, soluzioni che a me sembravano eccessive, come usare una pressa da 10 tonnellate per schiacciare una noce. Nuovo foglio con nuovo problema da risolvere. Mi metto al lavoro, ma poco prima di mezzogiorno viene l’amministratore delegato e mi dice: “Venga con me.” Gli dico che non ho terminato l’elaborazione del quesito, mi dice: “Lasci perdere e venga con me” Mi porta nel suo ufficio e mi dice che ha letto il mio elaborato di ieri che non è male ma che poi ha letto la mail che gli ho mandato nella notte e che la soluzione che avevo proposto gli è sembrata estremamente intelligente e aveva anche apprezzato il fatto che io avessi continuato a lavorare al progetto anche a casa. Mi ha detto che mi avrebbe fatto lavorare con lui. In pratica dal giorno successivo ho avuto una mia stanza comunicante con quella dell’amministratore delegato. Dopo i sei mesi sono stato assunto a tempo indeterminato a livello quadro intermedio, una cosa che non avrei mai immaginato. Lavoravo dalla mattina alla sera per l’azienda e spesso anche la notte.

Poi sono intervenuti dei fatti nuovi. Michele è stato licenziato dalla ditta di trattamento dei rifiuti, anche lui aveva sperato tanto che gli rinnovassero il contratto e questa volta avevamo mandato decine e decine di curriculum da tutte le parti ma purtroppo non avevamo trovato nulla ed è stato qui che senza dirgli nulla ho deciso di giocarmi il tutto per tutto. Sono andato dall’amministratore delegato e gli ho detto che avevo bisogno di un piacere enorme, mi ha chiesto di che cosa si trattasse e gli ho detto che si trattava di assumere una persona serissima che avrebbe potuto dare moltissimo all’azienda. È rimasto molto perplesso, la richiesta gli ha dato fastidio e me lo fatto notare. Ho insistito dicendo che avrebbe potuto inserire quella persona con compiti amministrativi perché conosceva benissimo l’Inglese e il Francese e sulla sua onestà e affidabilità ci avrei scommesso la testa. Lui ha cominciato un discoro per farmi capire che era impossibile e io gli ho risposto seccamente: “Se lei non assume questa persona io mi licenzio oggi stesso. Non è un ricatto, io penso che sia veramente una cosa ottima sia per me che per lei! E non se ne pentirebbe certamente!” Mi guarda ancora più perplesso e mi chiede: “Si tratta della sua ragazza?” nel dirlo già sembrava più disponibile ma gli ho ribattuto subito: “No! Si tratta del mio ragazzo!” Ha fatto una smorfia e ha detto: “Mi sta prendendo in giro?” Gli ho detto: “Non mi permetterei mai una cosa simile!” Dopo un po’ di tira e molla mi ha detto: “Ok … però devono rimanere fatti vostri…”. Mi ha detto di mandargli il curriculum l’indomani e che lo avrebbe chiamato per un colloquio per vedere dove mandarlo ma che lo avrebbe assunto solo per tre mesi. Io gli ho risposto che avremmo dato il massimo per l’azienda e che lo avrebbe visto.

Michele è andato al colloquio, che non è stato per niente una formalità, poi è stato assunto. Io pensavo che lo avrebbero mandato in amministrazione e invece ho visto che si è sistemato in una stanza di fronte alla mia. Non me lo aspettavo e sono andato a ringraziare l’amministratore. Lui mi ha detto: “Io ho fatto la mia parte, adesso sta a voi di fare la vostra!” e mi ha fatto segno di andare. 

Dopo i tre mesi anche Michele è stato assunto a tempo indeterminato, ormai ci conoscevamo da molti mesi ed eravamo riusciti a costruirci una posizione economica più che dignitosa. Lavoravamo molto, anche ben oltre i nostri obblighi contrattuali e l’amministratore cominciava a fidarsi di noi e certe volte ci mandava a rappresentarlo anche all’estero in posti molto importanti e ci mandava sempre insieme. Ormai, professionalmente eravamo soddisfatti.

Tra noi tutto procedeva come prima: un profondo volersi bene ma niente sesso e io di questo non sapevo trovare una ragione, mi sentivo molto frenato, vedevo che lui, pure trattandomi molto affettuosamente non si sbilanciava mai verso comportamenti con implicazioni apertamente sessuali. Alla fine ne abbiamo parlato e mi ha raccontato di avere subito abusi quando era bambino e fino quasi ai 12 anni da parte di uno zio. Di questi fatti non aveva mai parlato con nessuno. Poi lo zio si era ammalato e lui aveva desiderato che morisse, lo zio dopo qualche mese era morto e lui era rimasto scioccato pensando di avergli augurato la morte e non era più riuscito a pensare al sesso, che lui ormai non riusciva a separare dall’idea dell’abuso e soprattutto dai ai sensi di colpa per aver augurato la morte allo zio.

Dopo aver capito che cosa realmente passava per la mente di Michele ho evitato di insistere. Io volevo bene a Michele con o senza sesso e nulla sarebbe comunque cambiato. Si appoggiava a me ogni tanto quando vedevamo la tv, mi abbracciava e mi passava una mano tra i capelli ma il sesso per lui era una realtà rimossa. 

Dopo un altro anno, quando erano passati ormai due anni e mezzo da quando ci eravamo conosciuti le cose sono cambiate. Eravamo in albergo a Londra a rappresentare la nostra ditta. Dopo una giornata faticosissima passata a seguire trattative economiche, ci mettiamo a scrivere una relazione da mandare all’amministratore, lavoriamo fino alle tre di notte. La partenza era prevista per l‘indomani e l’aereo era già prenotato. Lui mi guarda negli occhi e mi dice: “Abbracciami!” Io lo stringo forte e lui ricambia il mio abbraccio e io sento tutta la forza di questo ragazzo e tutta la sua dolcezza. Per entrambi era la prima volta ed è stata una cosa bellissima. Alla fine ci siamo addormentati uno nelle braccia dell’altro. Da quella notte sono passati sei mesi. Viviamo sempre nella stessa casetta ma sogniamo di averne una tutta nostra con un piccolo giardino davanti. Ma in effetti anche senza una casa nostra non ci manca più nulla. Io devo a Michele la mia felicità!

Questa è ma nostra storia, Project! L’amore gay è una cosa bellissima!
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Se volete, potete partecipare all discussione di questo p0st aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=2926

domenica 19 dicembre 2010

SOGNI GAY E VITA ETERO

Caro Project,
da quando ho trovato progetto gay mi sento meno strano e meno solo. Ho 21 anni, mi dicono che sono un bel ragazzo, a me sembra piuttosto di essere uno come ce ne sono tanti, certo sono almeno tre o quattro anni che le ragazze mi corrono appresso, è successo specialmente questi ultimi tre anni all’università e la cosa per un verso mi fa piacere ma per l’altra mi crea molte difficoltà, da bambino mi piacevano le ragazze, le prime fantasie le ho fatte alle elementari su una mia compagna di classe, poi sono successe delle cose che penso mi abbiano creato un po’ di problemi. A 13 anni sono andato al mare l’estate con i miei genitori. Stavamo in Sicilia, in un posto molto bello e molto selvaggio, dove non c’era niente se non il mare e la macchia mediterranea quasi a perdita d’occhio, lì si è formato un gruppo di ragazzetti 13/14 anni, con loro stavo bene, erano figli di amici di famiglia e i miei mi lasciavano molto libero. Stavamo molto insieme  e si finiva spesso a parlare di sesso, naturalmente come se ne parla a quell’età. C’era una ragazzo che aveva solo un anno più di me ma sembrava molto più grande, era alto, biondo, mi piaceva molto, perché io all’epoca ero ancora grassottello e piuttosto basso per la mia età, chiamiamolo Stefano, era molto schivo e con me andava particolarmente d’accordo, certe volte ce ne andavamo al mare insieme su un canotto gonfiabile. Lui nuotava benissimo, io un po’ meno. Ho cominciato ad avere la fissa di vedere Stefano nudo, quando stava con me e parlavamo di ragazze si vedeva che aveva l’erezione, io avrei voluto toccarlo ma volevo che fosse una cosa accettata da lui. Allora gli ho detto che lui ormai era un adulto e che ce l’aveva grosso e che si vedeva, è diventato rosso come un peperone ma era contento di sentire queste cose. Ho cercato di insistere in tutti i modi e di provocarlo, alla fine gli ho chiesto di farmelo vedere, lui si schermiva ma si vedeva che la cosa lo tentava parecchio, io l’ho proprio assillato finché un giorno quando eravamo solo noi nella macchia non ha detto di sì. Quando si è  abbassato il costume mi sono sentito proprio eccitatissimo, ero riuscito a portare Stefano dove volevo e potevo vederlo così, me lo ha fatto anche toccare e qualche giorno dopo si è fatto fare anche una sega ma non ha mai voluto fare lui qualcosa a me, credo che la cosa non lo interessasse realmente e che per lui il senso fosse che mi aveva ridotto un po’ a fare lo schiavo sessuale obbligandomi a fargli quello che voleva lui. In realtà era l’esatto contrario, ma ho preferito fargli credere quello che voleva. Ma è durata pochissimo, non più di una settimana in tutto perché poi sono tornato a Milano coi miei. Lui è rimasto in Sicilia perché era di lì. Ci siamo sentiti qualche volta su msn, senza nessun riferimento a quello che era successo tra noi. Ho rivisto Stefano due anni fa, ha la ragazza e ne dice cose favolose, abbiamo parlato molto, mi ha raccontato di lui e della ragazza e di come si sente felice con lei, io gli ho raccontato una storia simile a quella che lui ha raccontato a me, quasi del tutto inventata, almeno per quanto riguarda la soddisfazione di stare con la mia ragazza. Delle cose successe in Sicilia anni prima nemmeno l’ombra. Penso che per lui siano state realmente cose di nessun peso, per me non è stato così, ho cominciato a masturbarmi pensando a Stefano ed è diventata una fissa, la vivevo bene, la parola gay non mi sfiorava nemmeno, almeno fino ai 16 anni, poi, un po’ sulla spinta dei familiari e un po’ sulla spinta degli amici ho cominciato a frequentare anche delle ragazze, una in particolare, chiamiamola Laura, all’inizio era tutto solo platonico, ma quando stavo vicino a Laura avevo l’erezione e mi imbarazzava molto e qualche volta mi si bagnava pure, ho cominciato a masturbarmi anche pensando a Laura, pensavo che Stefano me lo sarei dimenticato del tutto ma non è stato così. Quando avevo 19 anni la situazione è diventata tale che con Laura siamo arrivati ad avere veri rapporti sessuali, da parte mia le cose funzionavano, mi eccitava, avevo l’erezione e arrivavo anche alla fine, però vedere Laura nuda non mi dava quella sferzata di sessualità che mi sarei aspettato, quando avevo visto Stefano nudo il coinvolgimento era stato totale. Ho pensato che fosse solo dovuto al fatto che era la prima volta e che con Laura le cose sarebbero andate meglio. In sostanza il rapporto che avevo con Laura era pure soddisfacente, desideravo vederla e anche fare sesso con lei ma poi, al momento, l’entusiasmo che mi sarei aspettato non c’era ma la mia era una vera sessualità etero. Quando mi masturbavo non pensavo a Laura, qualche volta pensavo a Stefano ma non lo volevo pensare, cercavo di farlo senza pensare a nessuno, così, come una cosa solo fisica. Laura non voleva che mi masturbassi per conto mio, diceva che mi voleva tutto per lei, ma lei dava assolutamente per scontato che io mi masturbassi pensando solo a lei. Io il coraggio di dirle che non era così non l’ho avuto e ho finito per dirle che non mi masturbavo più ma che facevo solo sesso con lei. È stata la prima bugia tra noi. Non le avevo nemmeno raccontato la storia di Stefano in Sicilia, ma non era una bugia, io così la vedevo, non le avevo detto una cosa per un’altra, semplicemente non le avevo detto di un episodio che ormai mi sembrava proprio lontanissimo anche se era ben presente nella mia memoria. A vent’anni ho conosciuto un ragazzo, chiamiamolo Marco, tra l’altro un amico di Laura, cosa che mi imbarazza terribilmente, lui gioca al calcio e mi ha fatto entrare nella sua squadra. Lì per lì ho accettato ma mi sono trovato in situazioni di imbarazzo tremendo negli spogliatoi, in pratica ci sono andato una volta sola, poi mi sono inventato una tendinite e non ci sono andato più. Marco mi ha chiamato tante volte e qui sono cominciati i problemi seri perché con Marco si è creato un rapporto importante e tra l’altro Marco è un bel ragazzo e mi piace, ma non basta, all’inizio di novembre di quest’anno l’ho visto molto giù di tono e ho cercato di capire il perché, alla fine, dopo giorni e giorni di esitazione, mi ha detto che era gay ma che non lo aveva mai detto a nessuno e che pensava di essersi innamorato di me. Per me tegola in testa! Ho parlato molto con lui ma sempre passando per etero (mi sento un vigliacco per questo) e lui su questo non ha alcun dubbio perché sa di me e di Laura che gli racconta tutto, ma proprio tutto di noi, cosa che a me non è piaciuta affatto, tra l’altro lei non sa che Marco è gay. In pratica adesso sono il confidente etero di Marco e l’amante etero di Laura, non credo che mi sarei potuto trovare in una situazione più incasinata. Conoscere Marco, per me, è stato proprio andare in crisi, quando sto con lui lo abbraccerei stretto e lo bacerei per ore per fargli passare quella sua malinconia  che lo divora, credo che sarebbe la felicità per tutti e due, ma come posso fare una cosa simile? Laura si aspetta che prima o poi ci si sposi e io continuo ad avere una vita sessuale con lei che però è diventata una specie di obbligo dal quale non riesco a liberarmi e nello stesso tempo vedo Marco che quando esce con me si sente come un intruso, un tollerato da un amico etero che non lo vuole abbandonare allo sbando. Il vero guaio è che Marco racconta a Laura tutto quello che ci diciamo e lei ci tiene che noi ci frequentiamo perché non le passa nemmeno per l’anticamera del cervello che cosa potrebbe succedere. Ecco project, questi sono i casini della mia vita ma io Marco non lo voglio perdere a costo di sputtanarmi a vita davanti a tutta la città. Però credimi è proprio difficile fare un passo senza ritorno perché intorno a me ci sarebbe un terremoto, a casa mia nessuno si aspetta una cosa del genere. Insomma non so dove trovare il coraggio ma lo devo trovare, più vado avanti e peggio è.
Aspetto una tua risposta. Ciao. (se vuoi, pubblica pure questa lettera)
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venerdì 4 aprile 2008

DIFFICILE CONFESSIONE DI UN AMORE GAY

Ciao Project,
un amico mi ha detto che ti fa sempre piacere ricevere materiale da pubblicare sul tuo blog e forum, ecco io ti mando qualcosa. Va da sé che rimanga anonimo. Vorrei anche che non lo pubblicassi oggi stesso. Magari ci fai passare 2-3 giorni, così il mio amico non capisce. Per noi, per la nostra amicizia è meglio.

Spero ti vada bene, non sono uno scrittore né ho fatto gli studi giusti per esserlo, comunque vedi un po’ tu. Alla fine è un piacere che faccio a lui, al mio amico.

Saluti,

[lettera firmata]


P.S. il titolo del post mettilo tu!
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Il mio amico dice che sto sbagliando e forse ha anche ragione, vista dal suo punto di vista, sì è probabile che abbia ragione, ma per come la vivo io le cose sono molto diverse e allora a volte quando capita, a parlarne si sta pure per delle ore e non se ne viene mai a capo di niente e si rimane ognuno sulle sue e si finisce col dire che io sono così e punto e lui no. Perché il mio amico non la sa tutta fino in fondo o meglio proprio non riesce a capirla. Perché il mio amico è stranamente, forse quasi patologicamente, incapace di vedere sé stesso e pure a volte gli altri. E a ma va bene così. Voglio che rimanga così perché a lui ci tengo troppo e non voglio che niente cambi tra noi. Almeno fino a che loro staranno insieme. Lui e il suo ragazzo, che sa di me, di quello che provo e per come si comporta posso solo volergli bene.
Allora, io sono stato da sempre uno che seleziona e molto. Io lo devo guardare un ragazzo come è e mi deve piacere fisicamente subito. Deve essere bello di viso e pure di corpo. Deve sapersi muovere. Deve essere sexy. Se è così allora ci posso provare. Ad avvicinarlo, a farci amicizia, a parlargli. Se uno non mi piace fisicamente no. Non mi interessa. Io sono un bel ragazzo, lo so e me lo dicono e non ho mai avuto difficoltà a rimorchiare o anche solo a fare amicizia. Niente internet però, niente chat o siti di incontri. Perché io appunto lo devo vedere il ragazzo e non ho voglia di perdercelo il tempo a stare dietro a quelli che ti dicono e ti mostrano ma a te rimane sempre il dubbio. E poi uno di persona è una altra cosa e lo capisci subito se ti piace, se ti attizza. Perché se uno ha gli interessi come i miei o la pensa come me, che dire se non vabbé bene ma poi punto e a capo. Le chiacchiere prima che me ne frega farle? Io quelle le faccio dopo. Come li conosco i ragazzi? Semplicemente nei locali ma certo non solo. Anche in giro. Ne ho conosciuti all’università, in vacanza, ora ne conosco anche lavorando. Se un ragazzo mi piace fisicamente poi io per il resto non mi faccio troppi problemi a farmi avanti. Perché se c’è dell’interesse poi si capisce, io so farmi capire a chi deve capire. E quando va bene succede. La storia inizia e poi come va va. Magari solo sesso, una botta due e via o qualcosa di più. Ora sul mio modo di fare mi si possono fare tutti i discorsi del caso. Che sono superficiale. Che la bellezza passa. Che se uno è bello e basta non te ne fai niente. Che si possono incontrare dei ragazzi eccezionali a non stare a fare tanto lo schizzinoso. Ma io niente. Io sono così. Lo sono sempre stato. All’inizio in realtà era pure molto più facile. Bastava che il ragazzo fosse bello, ma come doveva essere bello non mi importava. Insomma moro, biondo, rosso … occhi di un colore od un altro, capite? All’inizio manco mi importava neppure di provarci a costruire qualcosa. Quando si è giovani si vuole solo sperimentare e divertirsi. Ma poi da quando ho conosciuto lui, il mio amico tutto è cambiato. Perché da allora ho capito bene cosa voglio e so bene che se avessi un ragazzo così allora io ci darei la vita e l’anima e anche di più pur di costruirci qualcosa e lo vorrei per sempre e non mi stancherei e non vorrei altro. Ed è un bel casino saperlo. Certo sai cosa cercare. Ti limiti il campo d’azione. Hai le idee precise. Perdi poco tempo in cose vaghe. Sei concentrato. Ma sapere cosa si vuole e non riuscire a trovarlo è pure troppo deprimente. Soprattutto quando quello che vuoi in realtà c’è, lo sai, lo vedi, pure lo conosci, a volte lo tocchi con mano, lo vivi. E basi tutto su quello. Perché io intendo ora ce l’ho il mio ragazzo ideale bene in testa. Non è quel famoso principe azzurro di cui parlate magari voi. Quello è un ideale ipotetico, costruito su fantasie di quello che si vorrebbe ma forse non esiste. No il mio ragazzo ideale esiste. E non è un attore o un cantante o qualcuno del genere. Non è una chimera somma di tutto quello che mi piace. No, è semplicemente il mio amico. Eppure è molto più bello di quelli lì. Molto ma molto di più. E allora cerco tutti i ragazzi che più gli si possono avvicinare. Nell’aspetto, in un modo di fare, nella voce, nel modo di ridere, anche in una nota di quell’unico inconfondibile e indimenticabile odore di lui, del suo corpo. Quando trovo un segno anche lieve, una traccia di lui in un altro allora mi muovo. Allora ci provo a vedere se ci posso stare bene accontentandomi solo di quella cosa e nel frattempo aspetto che il resto del ragazzo mi piaccia fino magari a prendere il sopravvento su quella che è solo la traccia di lui, di quell’ideale vivente che voglio. Una traccia del mio amico. Mi va storta, mi va dritta. Dipende. Ma alla fine in ogni caso è solo un riflesso troppo sfocato o troppo limitato o ancora ti fa venire su solo nuova nostalgia di quello che vuoi, che è poi quello che sta là ma proprio là. Il tuo ideale che però non è per te perché è già di un altro. Allora capitelo bene questo ideale vivente cosa è per me. Il mio pungolo e la mia condanna. Perché se so che esiste su sta cazzo di terra una persona così bella in ogni più piccolo e insignificante dettaglio e non parlo solo di un corpo ed un viso che sono così belli da farti star male, ma pure di carattere, pensieri, sentimenti e tutto quel resto che non sono corpo e fisicità, allora so che una persona così non è solo il famoso impossibile principe azzurro ma c’è e c’è così tanto che qualcuno ce l’ha e allora inevitabilmente mi rimane il pensiero che forse anche io un giorno lo posso trovare un ragazzo così. Ma allo stesso tempo un metro di paragone del genere ti rende la vita davvero impossibile perché tutti gli altri ragazzi non sono niente o troppo poco di fronte a lui e tu ti ritrovi a girare e cercare di continuo come un disperato e sai che forse anzi di sicuro lo farai a vita. Una condanna ad essere irrequieti ed insoddisfatti di ogni ragazzo magari una meraviglia di ragazzo ma che no, BELLO come lui non lo è, non lo potrà MAI essere.

Ma se uno un ragazzo così l’ha conosciuto e non gli riesce, perché è impossibile, dimenticarselo, ditemi voi che cazzo altro può fare.

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lunedì 25 febbraio 2008

SCOPRIRSI GAY E INNAMORARSI DI UN ETERO

Ricevo e pubblico.

Ciao project,
vedi tu dove piazzare questa storia, cioè la mia storia, perché è così pazzesca che potrebbe stare da più parti contemporaneamente.

Il mio nome non è affatto comune e preferisco non dirvelo perché mi riconoscerebbero subito, lo stesso vale per il luogo dove vivo, che è un posto piccolo di gente pettegola che ha già provato in tutti i modi a mettermi in mezzo e non ho capito nemmeno perché dato che io qui sono addirittura famoso come etero e, anzi, prima, su di me avevano fatto fortissimi pettegolezzi dicendo che avevo messo in cinta una ragazza, ma io non ho smentito niente e ho lasciato tutto nel vago... però dopo ci hanno provato pure con la storia del gay perché non ho voluto mettermi con una ragazza di ottima famiglia che si era messa in mente che poteva stare solo con me.

Forse non avete capito niente, ma adesso la storia che voglio raccontarvi non è quella come la vede la gente ma quella che la gente non vede. Adesso ho 23 anni, la storia è cominciata quando ne avevo 19, perché dopo la maturità, per fare l’università sono dovuto andare a Milano. Avevo deciso di iscrivermi a ingegneria e così ho fatto. Il mio sogno sarebbe stato avere un appartamentino in fitto a Milano e starci da solo, ma quattrini non ce n’erano e alla fine mi sono ridotto ad andare in un appartamento di due stanze con altri tre studenti.

Sono arrivato lì alla metà di Ottobre la settimana di inizio delle lezioni. Io, per la cronaca allora ero etero, non solo mi ci sentivo ma ero etero, una ragazza non ce l’avevo perché quelle del paese non mi piacevano però io facevo solo fantasie etero. Premetto che al paese avevo solo due amici, tutti e due maschi, bravi ragazzi, ma bruttarelli forte... con loro mi trovavo bene un po’ come in famiglia, quando è successa la storia della ragazza che era rimasta incinta e la gente pensava che fossi stato io, i miei amici sono rimasti con la mezza idea che fosse vero e si sono un po’ staccati da me, perché pensavano che io con loro non fossi sincero, che nascondessi qualcosa ma non era così e non nascondevo nemmeno il fatto di essere gay perché io allora non lo ero, cioè, almeno non mi ci sentivo proprio.

Al paese poi non c’era proprio modo di vedere nessuno. Ho letto di ragazzi che vanno in palestra, che vanno in piscina ma io non l’ho mai fatto e non mi è nemmeno mai venuto il desiderio di farlo, erano cose lontanissime da me e basta. Quindi, quando sono arrivato all’appartamento io non avevo niente da nascondere, il problema non si poneva proprio, ero un ragazzo etero tra altri ragazzi etero.

Arrivo lì all’ora di pranzo, mi presento, mi mettono un posto a tavola. Claudio e Marco sono compagni di stanza da tre anni, Paolo ha 19 anni come me e per di più è arrivato il giorno prima... quindi sto in stanza con lui. Un bel ragazzo ma allora i bei ragazzi non mi interessavano proprio, non era che fingessi di non essere interessato, non ci pensavo proprio. Insomma, si pranza, le solite cose, tu che cosa studi? ecc. ecc. e scopro che Paolo fa ingegneria meccanica come me e che il suo cognome è quasi identico al mio (differisce solo per una vocale in mezzo!) quindi io Paolo me lo ritroverò sempre, a casa e a lezione. Io penso: meglio di così!
Anche lui è contento ma non lo esprime più di tanto o forse sì, ma non ho ricordi troppo precisi della cose perché al tempo a queste cose non davo molto peso.

Dopo pranzo mi offro di lavare i piatti per dare una mano, Paolo mi segue, gli dico che posso fare da solo perché sono pochi ma lui insiste e in dieci minuti è tutto a posto. Si offre di accompagnarmi all’università perché lui ha già fatto un giro esplorativo il giorno prima.... lo seguo, sa come muoversi, ha un’idea precisa degli esami, degli orari e anche dei professori, resto molto bene impressionato, poi mi dice che forse non c’è nemmeno bisogno che io compri i libri, almeno quelli di teoria, perché ci sono i suoi e che posso prendere al massimo i libri di esercizi, perché tanto si studierà insieme. Parliamo per ore dei nostri ricordi di scuola, della nostre famiglie ma in modo molto generico, mi sembra che venga da un livello sociale grosso modo come il mio.

Torniamo a casa, che per fortuna è vicinissima all’università, mi dice di sistemare la mia roba. L’armadio è unico, la roba sua l’ha messa nei ripiani bassi, mi dice “per lasciare a te quelli più alti”, io sorrido. Allora non ci facevo caso, ma poi ho capito che Paolo per tutta la mattina aveva spento il cellulare, quando stavamo all’università, ma non lo aveva riacceso nemmeno dopo. Voleva parlare con me senza essere disturbato. Gli ho detto che avrei fatto volentieri una doccia, lui mi ha detto di avvisare prima Claudio e Marco, visto che il bagno era in comune, gli dico che non è bisogno perché Claudio e Marco si trattengono all’università, mentre io uscivo dalla stanza lui ha acceso il cellulare. Dopo la doccia pranziamo: pizza e supplì e lui lava i piatti, dico a Paolo che vorrei andare a fare due passi perché il pomeriggio è bellissimo, io intendevo andare da solo, ma lui mi guarda e mi dice: “Vengo?” Gli faccio cenno di sì con la testa.

Passeggiata lunghissima, tantissimi discorsi ma tutti di studio, di ragazze nemmeno una parola e di amici nemmeno. Parlava molto corretto, sicuramente pensava molto prima di parlare, ogni tanto ci infilava delle tirate di carattere generico che servivano come riempimento ma non stava zitto. Non mi guardava quasi mai in faccia, non mi faceva domande, insomma nemmeno quelle più banali che si fanno tra ragazzi... niente! Tutto ragionamento dell’università, del lavoro, del piano di studi, di come fare ad organizzarsi. In un certo senso mi faceva piacere che fosse così perché per gli studi avrei potuto fare conto su di lui, ma io avrei voluto che mi fosse amico.

Ho cominciato a raccontargli del fatto che la gente pensava che avessi messo in cinta una ragazza ma ha glissato e ha proprio cambiato discorso. La sera eravamo di nuovo in quattro e il clima era di scherzi e di distrazione. Claudio raccontava barzellette abbastanza castigate, Marco rideva e pure io, Paolo ascoltava e faceva finta di divertirsi. E’ andata avanti così per un po’ poi ci siamo messi a vedere la televisione. Io ero stanco e alle undici ho detto che sarei andato a letto.

Paolo mi ha seguito a ruota e lì c’è stato veramente un momento di imbarazzo, io non avevo mai dormito in stanza con un’altra persona, con più di una sì, al tempo delle gite scolastiche, ma in due mai. Ho visto che era in imbarazzo serio anche se non voleva farlo vedere, sono uscito con la scusa di andare in bagno e sono rientrato dopo tre minuti, lui era già a letto. Io allora ero etero e non ho avuto in pratica nessuna remora a spogliarmi rapidamente e a infilarmi a letto. Poi gli ho chiesto come si doveva fare l’indomani per la doccia e per il bagno dato che eravamo in quattro. Mi ha risposto che Claudio e Marco cominciano le lezioni tardi... e non si alzano mai prima delle otto, mentre noi alle otto dobbiamo stare all’università. Ci siamo messi d’accordo. Sveglia elle 6.30. prima usa il bagno lui venti minuti e io metto la colazione sul fuoco, poi tocca a me e lui sorveglia il latte finché non bolle... Avete capito l’avvio della storia.

Allora, dopo una prima giornata così, forse no, perché ero stanco morto, ma nei giorni immediatamente successivi, mi sono reso conto che nelle convivenze strette come quella mia e Paolo, anche se non c’è invadenza, comunque, manca la privacy e il problema non è solo teorico perché un ragazzo ha pure bisogno di masturbarsi, però quando hai in camera un altro ragazzo che fai? ... ci provi cercando di non farti beccare quando lui dorme ... e se poi non dorme? I ragazzi poi hanno sviluppato tutti una specie di radar che permette loro di avvertire ogni minimo rumore che sia ricollegabile alla masturbazione. Quindi masturbarsi quando l’altro è in camera è praticamente impossibile. Ci restava solo il momento della doccia al mattino e in effetti io facevo così... ma lui probabilmente no, perché io col mio radar speciale, durante la notte, sentivo un minimo fruscio che poteva essere solo quello di un ragazzo che si masturba. Adesso che mi sento gay una cosa del genere mi eccita molto, ma allora non era così... lo notavo, ci facevo caso, ma la cosa non era per me molto significativa. Come se adesso pensassi che sto in stanza con una ragazza che si masturba, non ne sarei per niente sconvolto, meravigliato sì, ma niente di più. Quindi io penso che lui lo facesse di notte. Io non ho mai fatto il minimo cenno alla cosa e lui tantomeno.

Il momento critico della mia storia si è realizzato una domenica mattina, quindi quando Claudio e Marco non c’erano. Ci alziamo, facciamo colazione, tutto come al solito. Dico a Paolo che vado a fare due passi, mi risponde, come aveva fatto tante altre volte che deve scrivere della mail altrimenti i suoi lo sparano perché i parenti hanno bisogno di attenzioni anche loro, mi chiede a che ora torno, di dico che vado al parco ma che dopo voglio arrivare fino in centro, più o meno tre ore. Accende la radio. Io lo saluto. Esco, faccio una lunga passeggiata, poi mi accorgo di avere dimenticato il portafoglio con l’abbonamento dell’autobus. Torno a casa. Sento la radio ad alto volume. Entro in camera e che cosa ti vedo? Paolo che si stava masturbando sdraiato sul letto. Non ho mai provato un momento di imbarazzo più terribile, lui è diventato rosso come un peperone e si è coperto subito come ha potuto, mi rendevo conto di averlo messo in una situazione difficilissima. Si è rivestito in due secondi, io ho cercato di alleggerire la faccenda dicendo che lo fanno tutti, ecc. ecc. ma più ne parlavo più si faceva rosso. Gli ho detto che io lo facevo a mattina sotto la doccia ma poi ho aggiunto che lui invece lo faceva di notte e che lo avevo sentito. Non lo avessi mai detto! Era agitato, stranito, proprio sconvolto, gli ho chiesto scusa e stavo chiudendo la porta ma mi ha detto: “Ma dove vai? Ormai è fatta... dai...” Anche lui ha cercato di alleggerire... ma non ha parlato di sesso nemmeno in quella situazione, l’unica battuta in tema è stata: “Mi sa che la mattina sotto la doccia è meglio, almeno è più prudente...”.

C’è voluto un bel po’ per superare l’imbarazzo ma poi l’abbiamo superato, almeno i rapporti tra noi sono ripresi più o meno come prima... ma io la scena non me la sono più tolta dalla testa e praticamente da quel giorno quando mi masturbavo pensavo solo a Paolo e a quando l’avevo sorpreso sul letto. A lui non lo potevo dire ma mi sentivo strano... un etero come me che non si toglie dalla testa una scena come quella... Quella scena per me è stata l’inizio della rovina. Piano piano ho finito per desiderare Paolo in modo violento. Volevo che tra noi si creasse un contatto più forte del fatto di essere compagni di stanza. In certi momenti lo vedevo strano, turbato, scontroso e attribuivo questi comportamenti al fatto che stesse lottando con se stesso per reprimere la sua omosessualità.

Avevo notato una marea di cose che lasciavano pensare che si stesse riconoscendo gay. Portava camicie molto colorate, non si ritraeva nemmeno di fonte a quel minimo di contatto fisico che io provavo ad instaurare, ormai si era sciolto in modo deciso. Nudo, dopo quella volta, non l’ho più visto, ma era sciolto, dentro casa portava le ciabatte e non portava le calze e la cosa mi sembrava tremendamente sexy, perché aveva piedi bellissimi. Una volta, mezzi ubriachi, ci siamo addormentati mano nella mano ma non siamo mai andati oltre.

Certo io ne ero preso in modo pazzesco e l’idea di avere qual ragazzo vicino tutta la giornata e di non poterlo abbracciare mi distruggeva. Io piano piano sono arrivato a non avere alcun dubbio sul fatto che fosse gay e ho passato mesi di angoscia perché non sapevo che cosa fare.

Poco prima della pausa estiva mi sono deciso, gli ho fatto i soliti discorsi di fiducia ecc. ecc. e poi gliel’ho detto chiaro: “Io sono gay”, non sapeva che dire, era imbarazzato ma il fatto di essere lui l’oggetto dei miei pensieri non lo ha nemmeno sfiorato, è stato allora che mi sono detto: “Ma che ho fatto! ... a questo non gliene frega niente...” In pratica per lui non è cambiato nulla, era una questione marginale e voleva pure essere ringraziato per questo suo comportamento così generoso nei miei riguardi, in certi momenti mi faceva rabbia, mi dicevo: “Ma come ho fatto a prendere sul serio un cretino simile? Questo sarebbe un amico? ... No!”

Confesso di essermi sentito totalmente cretino, mi ha detto di essere etero e che non vedeva l’ora di tornare a casa sua perché lì aveva la ragazza, ma io lo volevo lo stesso... e ho cominciato a tenere comportamenti stupidi, a ricattarlo a cercare di fargli pesare il fatto che non si curasse di me... ma l’ho fatto pesantemente, lo accusavo, cercavo di farlo sentire in colpa... poi è venuta la pausa estiva e al ritorno Paolo non c’era più, aveva proprio cambiato università. Claudio e Marco mi hanno detto che con me non si era trovato bene (loro non sapevano il perché) e la famiglia lo aveva consigliato di cambiare aria... Io ci sono stato malissimo per diversi mesi, poi ho incontrato Matteo, il ragazzo col quale sto adesso. Gli ho raccontato la storia di Paolo, lui alla fine mi ha passato una mano tra i capelli e mi ha detto “... ma io sono gay!”

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