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domenica 26 novembre 2017
GAY E AMICIZIE SPECIALI
Questo post è dedicato ad un aspetto spesso sottovalutato
delle relazioni interpersonali e in particolare delle relazioni interpersonali
tra gay, ossia al valore e al significato delle amicizie profonde tra gay.
Per introdurre l’argomento, riporto qui di seguito un brano
di una mail che ho rivenuto da un ragazzo trentunenne.
“Io non ho un ragazzo, cioè non ho una storia di coppia nel
senso che a questa espressione si dà comunemente. Ho avuto delle occasioni ma
non era esattamente quello che volevo. Puntare tutto su una sola persona, se le
cose vanno bene, può portare alla felicità, ma se le cose vanno male o
semplicemente non vano bene come si sperava, porta a lunghi periodi di stress
quando il rapporto va in crisi e lentamente viene meno. Io ho vissuto un paio
di volte questa esperienza e, francamente, non intendo ripeterla. Non so se la
mia è una rinuncia a trovare l’amore, ma francamente non credo che sia così. Il
mito del compagno ideale, del cosiddetto principe azzurro non mi convince e
francamente penso che il mio benessere personale dipenda sostanzialmente da me
e da quello che faccio molto più che da un’altra persona che dovrebbe darmi la
felicità, o meglio, l’altra persona può essere importante ma se va bene si
costruisce in due e non ci si può aspettare che tutto ci piova dal cielo con
l’arrivo del principe azzurro.
Attualmente, come ho detto non ho un ragazzo, ma ho un amico
speciale col quale qualche volta c’è anche un po’ di sesso, ma capita di rado,
siamo essenzialmente due amici che si vogliono bene, che si stimano, che si rispettano, che si capiscono, che possono
benissimo avere ciascuno la propria vita, ma che, prima di tutto, parlano
chiaro tra loro, che non si raccontano falsità, e penso che sia proprio per
questo che il nostro rapporto va avanti. Dall’ultimo incontro in cui abbiamo
fatto sesso sono passati più di due mesi, in questi due mesi un paio di volte
abbiamo fatto sesso per telefono, so bene che sembra squallido, ma per noi non
lo è mai stato, serve a confermarci nell’idea che tra noi c’è anche quel tipo
di interesse, però ci tengo a sottolineare che non è certo per il sesso che noi
stiamo, per così dire, insieme. Il nostro rapporto si basa proprio su altre
cose, che viste dall’esterno possono sembrare stupide e di nessun significato,
come per esempio il nostro modo di trasmetterci reciprocamente sicurezza circa
il fatto che continuiamo a volerci bene, e soprattutto il parlare chiaro.
Quando lui ha sentito il bisogno di stare con un altro ragazzo, me lo ha detto
nel modo più semplice. Io francamente sapevo che questo fatto non avrebbe messo
in crisi il nostro rapporto, che è andato avanti, per un po’ senza sesso, ma
con le stesse attenzioni reciproche, con le stesse sottolineature del fatto che
ci vogliamo bene. Lui ha passato un lungo periodo di problemi con
l’università e ha perso un paio d’anni,
se devo dire la verità, questo fatto mi ha creato molti più problemi del fatto
che lui stesse con un altro ragazzo, tra l’altro con un ragazzo molto serio che
gli ha voluto bene veramente. Quando è uscito dal periodo negativo e si è
rimesso a studiare me lo ha fatto sapere, senza troppe sottolineature, perché
sapeva che la cosa mi avrebbe fatto immensamente piacere. Io credo che alla
base del nostro rapporto ci sia la certezza che continueremo a volerci bene,
ovviamente senza vincoli di nessun genere, ma continueremo a volerci bene. Io
so che lui non si dimenticherà di me e che tra noi ci sarà sempre la massima
sincerità. Quando ci sentiamo per telefono ci tengo moltissimo a chiudere la
telefonata sottolineando che sono contentissimo di aver parato con lui, e sono
contentissimo veramente, lui è meno espansivo ma sa benissimo che gli vorrò
sempre bene. In effetti, ci conosciamo ormai da 10 anni e il nostro rapporto non
è mai andato veramente in crisi. Insomma, siamo una certezza uno per l’altro.
Non so se questo significa essere una coppia, in un certo senso lo siamo, ma
solo in un certo senso.”
Un’altra testimonianza può evidenziare il valore centrale
delle piccole cose.
“Caro Project, per me oggi è una giornata stupenda! Alcuni
giorni fa ho avuto occasione di conoscere un po’ più da vicino un ragazzo
bellissimo che conoscevo anche prima ma molto superficialmente. Abbiamo parlato
e un po’ mi ha stupito. Gli ho chiesto se ha una ragazzo e mi ha detto che non
è fidanzato e che adesso sta cercando altro, cioè sta cercando soprattutto
amici veri. Non nego che questa risposta ha un po’ raffreddato i miei
entusiasmi, ma poi ci siamo messi a parlare di tante cose e quello che lui mi
ha detto mi è piaciuto molto. Parliamo molto su skype, scherziamo, stiamo bene
insieme, ma ci ripetiamo sempre che si tratta solo di amicizia. Io fatico un
po’ a considerarlo solo un amico, per me è molto di più, ma lui insiste sul
fatto che siamo solo amici, anche se l’amicizia non è affatto una cosa banale,
certo non ci sono prospettive sessuali però mi rendo conto che a me ci tiene
veramente. Mi ha detto una cosa che mi ha fatto pensare molto: “Io sono gay, ma
cerco solo un amico vero, tu sei un ragazzo come si deve e mi sto affezionando
a te, ma non sono innamorato di te, sto solo bene con te.” Io mi sono chiesto
che differenza c’è. La differenza sta nel sesso? Non so proprio che cosa
pensare. Una sera viene sotto casa mia del tutto inaspettatamente e andiamo a
prendere una pizza e poi restiamo a parlare in macchina, io penso che si
arriverà a fare un po’ di sesso, ma non succede, gli dico che me lo sarei
aspettato ma mi risponde: “Te lo avevo detto, io cerco solo un amico vero, se
non ti sta bene devi dirmelo chiaro.” Penso di averlo offeso e non credo che mi
chiamerà di nuovo, ma non succede così, dopo tre giorni, torna ancora sotto
casa mia, io scendo a lui mi dice: “Solo amici?” e io gli dico: “Ok!”.”
Una terza testimonianza, interessante è di un quarantenne
single che ha creato un rapporto di amicizia con un cinquantenne, anch’egli
single.
“Ha dieci anni più di me e le sue esperienze le aveva fatte,
ma anche io avevo avuto le mie storie, come risultato abbiamo cercato di
evitare di metterci insieme per chissà quale ragione o con chissà quali
speranze, siamo rimasti su cose di basso profilo, semplici ma reali. Ci
sentiamo spesso, spesso parliamo di cose di lavoro, perché lavoriamo in settori
molto affini, ci sentiamo soprattutto nei momenti di difficoltà, quando c’è
bisogno di sfogarsi un po’. Lui ha problemi con i genitori anziani e deve
pensarci lui perché è figlio unico. Ci si vede di rado, ci si sente per
telefono in pratica ogni giorno, però non sono mai telefonate rituali o
ripetitive. Partiamo dai problemi del lavoro e poi finiamo a parlare di
tutt’altro. Ogni tanto mi propone una pizza, poi la maggior parte delle volte
non riusciamo a combinare nulla perché lui è vincolato dalla famiglia e allora
ci sentiamo per telefono e parliamo un po’. Non abbiamo mai parlato della
possibilità di trasformare il nostro rapporto in un vero rapporto di coppia,
prima di tutto perché non sarebbe possibile per ragioni logistiche e poi perché
è un’ipotesi che realmente non interessa né a lui né a me. Semplicemente stiamo
bene così. Così le cose funzionano. La telefonata non ci manca mai e ogni tanto
c’è pure una pizza, ma quando ci sono problemi seri ci sentiamo sempre. Forse
sarà un tentativo di porre un rimedio alla solitudine, però in qualche modo
funziona e gli effetti positivi li sento. Lui mi dice che adesso si sente
tranquillo, che non ha più la sensazione di avere fatto fallimento nella sua
vita, che ha recuperato una prospettiva per il futuro in modo da non
invecchiare completamente solo. Io gli dico che mi sento a mio agio, ed è
proprio così. Certo non era questo il mio sogno di tanti anni fa, ma il mio
sogno non aveva nulla di reale, mentre il mio amico (non dico nemmeno il mio
compagno) esiste veramente ed è un punto di riferimento fondamentale.”
Questi tre documenti, che rappresentano modi diversi ma
tutti non standard di vivere l’affettività e la sessualità gay, descrivono
situazioni molto più comuni di quando non si creda; sono in effetti tre
risposte diverse alla crisi del modello tradizionale di coppia. I modelli di
relazione affettiva ispirati al matrimonio eterosessuale tradizionale sono da
molti anni in crisi anche nello stesso campo eterosessuale e i tentativi di
applicarli al campo omosessuale si sono dimostrati funzionali solo in una percentuale
relativamente ridotta di casi: le coppie omosessuali stabili e rigidamente
monogamiche esistono e in tempo di HIV non è certo un fatto negativo, ma i gay
che non cercano più un rapporto di coppia di quel tipo ormai sono molto
numerosi. Tendono quindi a formarsi nuovi modelli, come le tre mail dimostrano
chiaramente. Cerchiamo ora di capire che cosa ci sia alla base di questi nuovi
modelli.
Si rileva innanzitutto che la sessualità non è l’elemento
determinante della relazione, in alcuni casi è presente in modo sporadico, cioè
non è esclusa a priori, in altri non entra in modo esplicito nel rapporto ed è
anzi tenuta deliberatamente lontana. La base di queste relazioni è
l’affettività e il valore centrale è il parlare sempre con la massima
chiarezza, cioè il non nascondere nulla al proprio amico-compagno. La fedeltà
sessuale non è un elemento fondante, mentre l’onestà nel dichiarare i propri
sentimenti lo è.
In secondo luogo viene spesso sottolineata l’assenza di
legami formali: il rapporto è totalmente libero è resiste proprio perché voluto
e rinnovato giorno dopo giorno. Paradossalmente, la stabilità deriva proprio
dall’assenza di legami formali.
In terzo luogo, l’affettività viene coltivata attraverso una
serie di attenzioni reciproche che manifestano un interesse alla persona del
proprio compagno. Quell’interesse può essere anche sessuale, ma può anche
essere semplicemente affettivo, può tradursi in un amarsi anche senza sesso, in
un rapporto di tipo quasi familiare.
L’apparente debolezza interna delle relazioni di questo tipo
le rende per un verso più rare e per l’altro più stabili delle relazioni di
tipo quasi matrimoniale basate sulla fedeltà sessuale. In altri termini, per
creare rapporti basati sull’affettività bisogna essere se stessi più che conformarsi
a modelli e bisogna aver maturato una certa esperienza della vita affettiva, ma
proprio per questo, quando queste relazioni nascono, sono il frutto di una
scelta ben meditata da parte di persone che ormai sono andate oltre le visioni
mitiche della vita di coppia.
__________
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sabato 5 agosto 2017
ETERO POCO ENTUSIASTA? E SE FOSSI GAY?
Caro Project,
dopo aver girato il forum in lungo e in largo e avere letto il tuo libro “Essere Gay” mi sono deciso a scriverti. Ho 26 anni, posso dire di essere mediamente soddisfatto della mia vita, cioè degli studi e da pochissimo anche del lavoro, che non mi piace troppo, anzi quasi per niente, ma se penso che tanti ragazzi non riescono a lavorare posso solo pensare che il mio lavoro me lo devo tenere bene stretto. C’è poi un altro aspetto della mia vita sul quale ormai rifletto per ore tutti i giorni. Diciamo così, che non mi dispiacciono le ragazze, voglio dire che se una ragazza mi si mette appresso e mi coccola nel modo giusto, per le me la cosa sta bene. Ho avuto due storie con ragazze, la prima è cominciata quando avevo 15 anni, ci sono entrato con entusiasmo perché mi faceva sentire grande e non è stata niente male, lo dico adesso, con la scienza del poi, perché lei non voleva andare oltre certi limiti e non ci volevo andare nemmeno io, in pratica eravamo buoni amici, uscivamo insieme, c’era un po’ di tenerezza, ma senza esagerare, e la cosa andava bene. Poi è finito tutto dopo tre anni, quando si sono messi in mezzo i genitori per ufficializzare la cosa, cioè per farla diventare un’altra cosa, e lì sono cominciati i riti da fidanzatini, ma non piacevano né a me né a lei, dopo qualche mese abbiamo concluso “di comune accordo e senza problemi” che eravamo buoni amici e così è finito tutto, con buona pace (e delusione) dei nostri genitori. Con la seconda ragazza, la mia attuale, le cose sono state molto diverse, avevamo entrambi 24 anni e delle ottime prospettive di studio e di lavoro. Dire che ci siamo messi insieme è improprio. Anche con lei tutto è cominciato con una simpatia e un’amicizia parecchio disimpegnata. Ci si sentiva spesso, si usciva spesso, ma sempre con gruppetti di amici, qualche volta parlavamo, ma soprattutto di studio e delle prospettive di lavoro. Io dopo la specialistica sono riuscito a trovare lavoro, lei adesso è andata all’estero per il dottorato, nessuno dei due ha pensato che avrebbe potuto rinunciare a qualcosa in nome dell’altro, anzi io l’ho incoraggiata ad andare perché dopo avrebbe avuto prospettive molto migliori. I primi tempi ci sentivamo su skype quasi tutti i giorni, adesso molto meno e, francamente, non mi manca, come io penso di non mancare a lei. Fin qui sarebbe una ordinaria storia etero di un ragazzo non troppo interessato alle ragazze e soprattutto non molto (in pratica per niente) interessato al sesso con le ragazze, ma le cose non finiscono qui. Ho sempre avuto un gruppetto di amici speciali e con loro sono stato bene, direi che però non ho mai provato attrazione fisica per un ragazzo, o forse solo un po’, ma niente di quelle cose che leggo sul forum. Da qualche mese ho conosciuto un ragazzo, che chiamerò Nino, di vent’anni, un ragazzo che mi ha colpito da subito. Non mi sono sentito travolto da chissà che cosa, quello che mi ha colpito era il suo stato emotivo e il suo livello di partecipazione nelle cose. Abbiamo avuto modo di parlare un po’, gli ho detto che la mia ragazza sta all’estero e altre cose e lui mi ha detto che è gay e che è innamoratissimo di un ragazzo che conosco anche io. Il ragazzo di cui è innamorato è un bel ragazzo, però non credo che sia gay anche se non l’ho mai visto con una ragazza. Nino mi parla in continuazione di quel ragazzo, si vede che è innamorato in modo totale e questo mi compisce moltissimo, perché se penso alle mie due ragazze, beh, loro non erano gran che coinvolte, mentre Nino in pratica vive per quel ragazzo e ci sta malissimo. È rimasto molto stupito dalla mia reazione di fronte alle sue rivelazioni e dice che riesce a parlare di queste cose solo con me, io cerco di metterlo in guardia, perché al momento l’altro ragazzo non sa nulla e probabilmente non si immagina nemmeno che Nino si sia innamorato di lui, e la reazione potrebbe essere non solo di disimpegno ma di totale repulsione e Nino ne potrebbe uscire a pezzi. Anche qui, in fondo, potrebbe essere una storia, un po’ meno comune, di un’amicizia tra un etero (io) e un gay (Nino), ma le cose sono più complicate, perché con l’andare del tempo, tra me e Nino si sta stringendo un legame molto particolare. Mi dice cose molto belle, che a me fanno piacere, ma resta il fatto che io anche con tutta la buona volontà non mi sento gay. Parlo con lui per ore, ma poi me ne dimentico. Lui sa che sono etero e che ho la ragazza, ma a questo sembra non dare praticamente nessun peso e mi tratta con un modo di fare molto accattivante e seducente, come se fossi gay e mi stessi innamorando di lui, e qui cominciano i problemi anche da parte mia, perché a me piace stare con lui ma non lo voglio illudere, perché ci potrebbe rimanere malissimo. Quando parliamo, io gli dico della mia ragazza, lui mi dice del suo ragazzo, ma in sostanza parliamo solo di noi, la mia ragazza e il suo ragazzo sono dei meri pretesti per continuare a parlare senza creare troppi problemi. Mi sono anche chiesto se per caso non sono gay anche io, magari in modo molto particolare, perché con lui mi sento a mio agio e il fatto che sia gay e che possa essersi innamorato di me (la parola forse non è adatta, ma qualcosa di simile c’è) non solo non mi sconvolge ma mi sembra molto gradevole perché ha un modo di fare diversissimo da quello delle ragazze, molto più affettuoso e molto più diretto, che a me piace molto, però poi penso che tutto potrebbe fermarsi qui. Aggiungo una cosa: non mi dispiacerebbe essere gay e potermi innamorare di Nino, però al momento è solo un’ipotesi, non so se potrà crescere qualcosa in seguito, certo è che con lui mi sento più coinvolto che con una ragazza. Nino potrebbe sembrare un po’ effeminato, perché è sempre molto gentile e affettuoso, ma io in lui non vedo nulla di femminile e non lo considero affatto come consideravo le ragazze, lo sento molto più vicino a me, con lui mi sembra che possa essere possibile quel rapporto di amicizia affettuosa che è stato sempre il mio ideale, e il fatto che sia gay, in fondo, è proprio quello che rende possibile questa amicizia affettuosa. Non vorrei comunque condizionargli la vita, questa è la mia preoccupazione di fondo. Come vedi, Project, i problemi sono tanti e molto intrecciati tra loro. Secondo te, che dovrei fare?
Perplesso.
p.s. se vuoi, pubblica questa mail.
__________
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venerdì 5 maggio 2017
DUBBI DI UN GAY DICHIARATO
Ciao Project,
ho pensato molto prima di scriverti e ti spiego perché. Conosco Progetto Gay da anni ormai, quando ci entrai le prime volte, diversi anni fa, intorno al 2010, io ero invaso dal sacro fuoco dell’omosessualità, avevo vent’anni, e un ambiente come quello del forum mi sembrava vecchio, asfittico, l’ambiente tipico di gente senza palle che si rintana nell’anonimato perché non ha la faccia di essere quello che è, parlando molto diretto, mi facevate pena, ti avevo mandato una mail, ma mi avevi risposto raccomandando prudenza e al tempo per me la prudenza era il peggiore dei vizi. Quindi me ne sono andato per la mia strada, una strada molto diversa da quella di progetto gay, ero già dichiarato pubblicamente e non avevo particolari problemi ad andare in un locale gay, insomma, tra internet e locali ho cominciato la vita del gay dichiarato. Ho frequentato anche circoli gay famosi, ma l’aria era troppo ideologica e me ne sono andato anche da lì. La sera del sabato andavo a ballare col ragazzo di turno, con il seguito ovvio di sesso (protetto! Qui la prudenza non l’ho messa da parte!) I primi tempi era tutto molto sciolto, conoscevo tanti ragazzi, fare sesso era facile, ci si divertiva e in buona pare ci si illudeva, poi si cambiava ragazzo, si continuava ad andare a ballare, si aveva una comitiva tutta gay, e anche un bel po’ atteggiata, solo per andare a ballare. Comunque, in mezzo a tutto questo, non ha mondato all’aria le cose importanti, ho continuato a studiare e mi sono laureato. Ho trovato lavoro in un settore molto specialistico e ho cominciato a lavorare, tutto sommato con una certa soddisfazione, perché sul lavoro mi stimavano. Nel frattempo solite cose: comitive gay, gite, andare a ballare il sabato, sesso facile, ecc. ecc., ma col tempo tutte queste cose perdevano progressivamente il loro fascino e mi trovavo ad andare a ballare praticamente senza nessuna voglia di farlo, e lo stesso valeva anche per il sesso, si poteva fare ed era pure facile, ma alla fine era diventata una cosa banale come qualsiasi altra. Un paio d’anni fa ero proprio arrivato alla frutta, totalmente demotivato. Allora è capitato che del tutto casualmente sono finito di nuovo sul forum di Progetto Gay e mi sono messo a leggere una storia, e mi è piaciuta, direi che mi è piaciuta molto, anche se mi dicevo che quelle sono tutte favole, e che quelle cose capitano a uno su un milione, perché il mondo non funziona così. Da allora, però, ho ripreso a leggere il forum con una certa regolarità e devo dire che mi aiutato molto a non cadere nella malinconia. E qui comincia la seconda parte della mia storia. Nella mia ditta io lavoravo come tecnico laureato, quindi a buon livello, ma c’erano anche tanti ragazzi che facevano lavori meno qualificati e oggettivamente più pericolosi. In ditta c’è molta attenzione all’antiinfortunistica ma i rischi ci sono come in tutti i settori industriali. Sei ragazzi erano addetti ai magazzini, io li conoscevo di vista e poco più, mi davano del lei e mi chiamavano dottore, cosa che mi faceva una certa impressione. Uno di questi, un giorno cade da una scaffalatura e lo portano in ospedale, ha delle fratture ma dicono che se la caverà. Io il giorno che è successo non ero al lavoro e l’ho saputo il giorni appresso, ho chiesto a che ospedale lo avevo portato e nel pomeriggio sono andato a trovarlo. Era piuttosto mal concio, ma mi ha riconosciuto subito e mi ha sorriso, gli ho chiesto di darmi del tu e gli ho chiesto anche se erano venuti a trovarlo, ha detto che erano passati due suoi colleghi, gli ho chiesto della sua famiglia e mi ha detto che della famiglia non si era visto nessuno, perché lui non è in buoni rapporti con la famiglia e dell’incidente non aveva detto nulla a casa. La cosa mi è sembrata strana, perché è un ragazzo molto giovane, ma non ho fatto altre domande. Mi sono seduto accanto al letto, abbiamo parlato di quello che dicevano i medici, dei tempi di ripresa, di rientro al lavoro. Era preoccupato dei rapporti con l’azienda, dei certificati di ricovero e di malattia, dell’INAIL e di altre cose del genere, gli ho detto che ci avrei pensato io e che doveva pensare solo a rimettersi in salute presto e bene. Sono rimasto lì finché l’infermiera non ha cacciato via i visitatori perché era ora della cena. Andare a trovare questo ragazzo mi ha fatto un effetto fortissimo, perché era sostanzialmente solo e aveva preferito non avvisare la famiglia, con la quale evidentemente non aveva più rapporti. Lui con me era stato molto gentile e si vedeva che era contento che fossi andato a trovarlo. L’indomani mattina, mi informai in amministrazione delle pratiche da fare e dei documenti e nel pomeriggio tornai in ospedale, questa volta portando anche due dolcetti presi in pasticceria. Lui stava abbastanza bene ma mi disse che avrebbe dovuto subire un intervento per ricomporre una frattura e mi disse che sarebbe stato dopo due giorni. Il tempo della visita passò molto velocemente e questa volta nell’andare via gli strinsi la mano, il giorno prima non lo avevo fatto. Il giorno appresso mi dice che sarà operato l’indomani alle 8.00 del mattino, mentre sono lì passa il chirurgo per il consenso informato e lui dice al chirurgo di considerarmi uno di famiglia a tutti gli effetti. Il dottore non fa una grinza e mi dice: “Guardi, l’intervento non sarà brevissimo perché la frattura è scomposta, ma il ragazzo è giovane e non ci dovrebbero essere problemi particolari, se vuole può venire in chirurgia così può stargli vicino al risveglio che in genere non è un momento facilissimo” Poi il dottore dice all’infermiera di farmi un “passi” per il reparto chirurgia. Quando il dottore se ne va arriva l’infermiera che mi manda via. Il ragazzo (chiamiamolo Enzo) mi dice che non c’è bisogno che io venga l’indomani. Ci salutiamo stringendoci la mano. Esco, telefono in amministrazione e chiedo un giorno di ferie per l’indomani, fanno un po’ di storie ma poi mi danno il giorno. L’indomani alle 7.00 sono in chirurgia, alle 7.15 mi fanno entrare a salutare il paziente per un minuto e lo portano in sala operatoria per la preanestesia. Io vado a sedermi nell’atrio e comincia la mia attesa. Per fortuna c’è un’infermiera, che mi dice che il chirurgo è bravo e mi rassicura, a mi dice che ci vorrà tempo, circa due ore e poi riporteranno Enzo al reparto e lì potrò stargli vicino durante il risveglio.
Io aspetto, sono tranquillo, ci sono dei giornali, leggo, vado avanti e indietro. Alle 10.00 Enzo non è ancora uscito, comincio ad essere ansioso, l’infermiera mi calma, alle 11.00 non è ancora uscito. Supplico l’infermiera di informarsi e di dirmi che succede, lei entra e dopo 5 minuti esce e mi dice: “Hanno finito, stanno suturando, è andato tutto bene, tra venti minuti esce, stia tranquillo!” Effettivamente dopo venti minuti lo portano fuori e lo rimandano in reparto, io aspetto il chirurgo, che esce dopo poco e mi conferma che è andato tutto bene e che la cosa è stata solo un po’ più complicata del previsto, mi dice di andare da Enzo e aggiunge che per il risveglio ci sarebbe voluta un’ora e mezzo o due.
Mi precipito in reparto accanto a Enzo, respira tranquillo, ha le flebo attaccate ma ha un buon colorito e sembra molto tranquillo. Mi sento rassicurato. Lo posso osservare da vicino e molto in dettaglio, è proprio un bel ragazzo, ha un viso dolce, quasi adolescenziale con un po’ di barba chiara. Ha la mascherina dell’ossigeno ma è staccata. Chiedo all’infermiera se deve prendere l’ossigeno, ma mi dice che non ce n’è bisogno e che Enzo respira bene, che, se mai, potrà avere dei dolori al risveglio col venire meno dell’anestesia, mi dice che potrei dargli l’acqua con la cannuccia o bagnargli le labbra. Io mi risiedo vicino a lui, ormai è mezzogiorno. Dopo l’una e mezza comincia a muoversi e dà segno di avere dolori, poi si assopisce di nuovo. Viene l’infermiera, misura la pressione e la saturazione, poi mette una seconda flebo e dice che è l’antidolorifico e aggiunge che va tutto bene. Alle due e mezza Enzo apre gli occhi, mi riconosce e mi dice: “Ciao!” io gli tocco la spalla, non la mano perché ha le flebo da entrambe le parti, ha anche il catetere e c’è la borsa sotto il letto. Gli chiedo come si sente e fa una mossa col viso, gli dico che ho parlato col chirurgo e ha detto che è andato tutto bene e anche l’infermiera dice che il decorso post-operatorio è normale. Mi sorride e mi dice “Io dormo un po’.” Gli rispondo: “Certo! Oramai il peggio è passato.” Resto lì fino alla sera. Quando arriva l’orario di visita c’è un po’ più confusione e Enzo si risveglia, è molto più lucido, mi dice di andare a casa che ormai lui sta meglio, ma gli rispondo che ho il permesso per stare lì tutta la notte e che andrò via l’indomani alle 7.00 per andare al lavoro.
Sono stato a trovare Enzo ogni giorno finché non è stato dimesso e ho notato che a trovarlo ci sono andato solo io. Nel frattempo i miei amici, coi quali andavo in giro per locali gay, mi chiamavo ogni giorno ma io avevo altro per la testa. Enzo era diventato per me una persona importante. Dopo le dimissioni dall’ospedale abbiamo continuato a sentirci praticamente tutti i giorni e anche ad uscire insieme e ad andare insieme a prendere una pizza. Enzo non parlava di ragazze, e l’idea che potesse essere gay cominciava a prendere stabilmente possesso del mio cervello, ma non c’era nulla nel suo comportamento che mi potesse dare un’indicazione precisa. Della famiglia non parlava affatto e meno che mai dei motivi per cui non aveva rapporti coi genitori. A un certo punto gli ho fatto una domanda diretta: “Hai una ragazza?” Ha solo detto che era una questione complicata e che non gli andava di parlarne, al che ho fatto macchina indietro e mi sono tenuto i miei dubbi. Dopo quella domanda con me è più formale, ma le spiegazioni di questo fatto possono essere opposte, può avermi preso per un etero che gli faceva una domanda ovvia per un etero, ma potrebbe anche avermi preso per un gay che esplora il terreno. In ogni caso, adesso la conversazione è più ingessata. E qui vengono i dubbi. Che faresti Project?
Tieni presente che noi lavoriamo nello stesso posto e che in azienda ufficialmente non ci sono gay, non mi sono dichiarato nemmeno io, figuriamoci se potrebbe dichiararsi un ragazzo timido come Enzo, ammesso e non concesso che sia gay.
Dovrei dirgli esattamente come stanno le cose, cioè fare io coming out con lui per costringerlo a fare lui lo stesso con me? E se poi non è gay? Perché la possibilità c’è eccome. Insomma, io non lo vorrei perdere per nessuna ragione, gay o etero che sia, e non vorrei che se ne scappasse per paura di chissà che cosa. Non ho mai avuto tutti questi dubbi per la testa. Tu conosci tanti non dichiarati e forse capisci meglio di me come ragionano.
Ti ringrazio anticipatamente. Ovviamente, se vuoi pubblica pure questa mail, chissà che non la possa leggere anche lui!
Italo (non mi chiamo così, ma mi piace)
ho pensato molto prima di scriverti e ti spiego perché. Conosco Progetto Gay da anni ormai, quando ci entrai le prime volte, diversi anni fa, intorno al 2010, io ero invaso dal sacro fuoco dell’omosessualità, avevo vent’anni, e un ambiente come quello del forum mi sembrava vecchio, asfittico, l’ambiente tipico di gente senza palle che si rintana nell’anonimato perché non ha la faccia di essere quello che è, parlando molto diretto, mi facevate pena, ti avevo mandato una mail, ma mi avevi risposto raccomandando prudenza e al tempo per me la prudenza era il peggiore dei vizi. Quindi me ne sono andato per la mia strada, una strada molto diversa da quella di progetto gay, ero già dichiarato pubblicamente e non avevo particolari problemi ad andare in un locale gay, insomma, tra internet e locali ho cominciato la vita del gay dichiarato. Ho frequentato anche circoli gay famosi, ma l’aria era troppo ideologica e me ne sono andato anche da lì. La sera del sabato andavo a ballare col ragazzo di turno, con il seguito ovvio di sesso (protetto! Qui la prudenza non l’ho messa da parte!) I primi tempi era tutto molto sciolto, conoscevo tanti ragazzi, fare sesso era facile, ci si divertiva e in buona pare ci si illudeva, poi si cambiava ragazzo, si continuava ad andare a ballare, si aveva una comitiva tutta gay, e anche un bel po’ atteggiata, solo per andare a ballare. Comunque, in mezzo a tutto questo, non ha mondato all’aria le cose importanti, ho continuato a studiare e mi sono laureato. Ho trovato lavoro in un settore molto specialistico e ho cominciato a lavorare, tutto sommato con una certa soddisfazione, perché sul lavoro mi stimavano. Nel frattempo solite cose: comitive gay, gite, andare a ballare il sabato, sesso facile, ecc. ecc., ma col tempo tutte queste cose perdevano progressivamente il loro fascino e mi trovavo ad andare a ballare praticamente senza nessuna voglia di farlo, e lo stesso valeva anche per il sesso, si poteva fare ed era pure facile, ma alla fine era diventata una cosa banale come qualsiasi altra. Un paio d’anni fa ero proprio arrivato alla frutta, totalmente demotivato. Allora è capitato che del tutto casualmente sono finito di nuovo sul forum di Progetto Gay e mi sono messo a leggere una storia, e mi è piaciuta, direi che mi è piaciuta molto, anche se mi dicevo che quelle sono tutte favole, e che quelle cose capitano a uno su un milione, perché il mondo non funziona così. Da allora, però, ho ripreso a leggere il forum con una certa regolarità e devo dire che mi aiutato molto a non cadere nella malinconia. E qui comincia la seconda parte della mia storia. Nella mia ditta io lavoravo come tecnico laureato, quindi a buon livello, ma c’erano anche tanti ragazzi che facevano lavori meno qualificati e oggettivamente più pericolosi. In ditta c’è molta attenzione all’antiinfortunistica ma i rischi ci sono come in tutti i settori industriali. Sei ragazzi erano addetti ai magazzini, io li conoscevo di vista e poco più, mi davano del lei e mi chiamavano dottore, cosa che mi faceva una certa impressione. Uno di questi, un giorno cade da una scaffalatura e lo portano in ospedale, ha delle fratture ma dicono che se la caverà. Io il giorno che è successo non ero al lavoro e l’ho saputo il giorni appresso, ho chiesto a che ospedale lo avevo portato e nel pomeriggio sono andato a trovarlo. Era piuttosto mal concio, ma mi ha riconosciuto subito e mi ha sorriso, gli ho chiesto di darmi del tu e gli ho chiesto anche se erano venuti a trovarlo, ha detto che erano passati due suoi colleghi, gli ho chiesto della sua famiglia e mi ha detto che della famiglia non si era visto nessuno, perché lui non è in buoni rapporti con la famiglia e dell’incidente non aveva detto nulla a casa. La cosa mi è sembrata strana, perché è un ragazzo molto giovane, ma non ho fatto altre domande. Mi sono seduto accanto al letto, abbiamo parlato di quello che dicevano i medici, dei tempi di ripresa, di rientro al lavoro. Era preoccupato dei rapporti con l’azienda, dei certificati di ricovero e di malattia, dell’INAIL e di altre cose del genere, gli ho detto che ci avrei pensato io e che doveva pensare solo a rimettersi in salute presto e bene. Sono rimasto lì finché l’infermiera non ha cacciato via i visitatori perché era ora della cena. Andare a trovare questo ragazzo mi ha fatto un effetto fortissimo, perché era sostanzialmente solo e aveva preferito non avvisare la famiglia, con la quale evidentemente non aveva più rapporti. Lui con me era stato molto gentile e si vedeva che era contento che fossi andato a trovarlo. L’indomani mattina, mi informai in amministrazione delle pratiche da fare e dei documenti e nel pomeriggio tornai in ospedale, questa volta portando anche due dolcetti presi in pasticceria. Lui stava abbastanza bene ma mi disse che avrebbe dovuto subire un intervento per ricomporre una frattura e mi disse che sarebbe stato dopo due giorni. Il tempo della visita passò molto velocemente e questa volta nell’andare via gli strinsi la mano, il giorno prima non lo avevo fatto. Il giorno appresso mi dice che sarà operato l’indomani alle 8.00 del mattino, mentre sono lì passa il chirurgo per il consenso informato e lui dice al chirurgo di considerarmi uno di famiglia a tutti gli effetti. Il dottore non fa una grinza e mi dice: “Guardi, l’intervento non sarà brevissimo perché la frattura è scomposta, ma il ragazzo è giovane e non ci dovrebbero essere problemi particolari, se vuole può venire in chirurgia così può stargli vicino al risveglio che in genere non è un momento facilissimo” Poi il dottore dice all’infermiera di farmi un “passi” per il reparto chirurgia. Quando il dottore se ne va arriva l’infermiera che mi manda via. Il ragazzo (chiamiamolo Enzo) mi dice che non c’è bisogno che io venga l’indomani. Ci salutiamo stringendoci la mano. Esco, telefono in amministrazione e chiedo un giorno di ferie per l’indomani, fanno un po’ di storie ma poi mi danno il giorno. L’indomani alle 7.00 sono in chirurgia, alle 7.15 mi fanno entrare a salutare il paziente per un minuto e lo portano in sala operatoria per la preanestesia. Io vado a sedermi nell’atrio e comincia la mia attesa. Per fortuna c’è un’infermiera, che mi dice che il chirurgo è bravo e mi rassicura, a mi dice che ci vorrà tempo, circa due ore e poi riporteranno Enzo al reparto e lì potrò stargli vicino durante il risveglio.
Io aspetto, sono tranquillo, ci sono dei giornali, leggo, vado avanti e indietro. Alle 10.00 Enzo non è ancora uscito, comincio ad essere ansioso, l’infermiera mi calma, alle 11.00 non è ancora uscito. Supplico l’infermiera di informarsi e di dirmi che succede, lei entra e dopo 5 minuti esce e mi dice: “Hanno finito, stanno suturando, è andato tutto bene, tra venti minuti esce, stia tranquillo!” Effettivamente dopo venti minuti lo portano fuori e lo rimandano in reparto, io aspetto il chirurgo, che esce dopo poco e mi conferma che è andato tutto bene e che la cosa è stata solo un po’ più complicata del previsto, mi dice di andare da Enzo e aggiunge che per il risveglio ci sarebbe voluta un’ora e mezzo o due.
Mi precipito in reparto accanto a Enzo, respira tranquillo, ha le flebo attaccate ma ha un buon colorito e sembra molto tranquillo. Mi sento rassicurato. Lo posso osservare da vicino e molto in dettaglio, è proprio un bel ragazzo, ha un viso dolce, quasi adolescenziale con un po’ di barba chiara. Ha la mascherina dell’ossigeno ma è staccata. Chiedo all’infermiera se deve prendere l’ossigeno, ma mi dice che non ce n’è bisogno e che Enzo respira bene, che, se mai, potrà avere dei dolori al risveglio col venire meno dell’anestesia, mi dice che potrei dargli l’acqua con la cannuccia o bagnargli le labbra. Io mi risiedo vicino a lui, ormai è mezzogiorno. Dopo l’una e mezza comincia a muoversi e dà segno di avere dolori, poi si assopisce di nuovo. Viene l’infermiera, misura la pressione e la saturazione, poi mette una seconda flebo e dice che è l’antidolorifico e aggiunge che va tutto bene. Alle due e mezza Enzo apre gli occhi, mi riconosce e mi dice: “Ciao!” io gli tocco la spalla, non la mano perché ha le flebo da entrambe le parti, ha anche il catetere e c’è la borsa sotto il letto. Gli chiedo come si sente e fa una mossa col viso, gli dico che ho parlato col chirurgo e ha detto che è andato tutto bene e anche l’infermiera dice che il decorso post-operatorio è normale. Mi sorride e mi dice “Io dormo un po’.” Gli rispondo: “Certo! Oramai il peggio è passato.” Resto lì fino alla sera. Quando arriva l’orario di visita c’è un po’ più confusione e Enzo si risveglia, è molto più lucido, mi dice di andare a casa che ormai lui sta meglio, ma gli rispondo che ho il permesso per stare lì tutta la notte e che andrò via l’indomani alle 7.00 per andare al lavoro.
Sono stato a trovare Enzo ogni giorno finché non è stato dimesso e ho notato che a trovarlo ci sono andato solo io. Nel frattempo i miei amici, coi quali andavo in giro per locali gay, mi chiamavo ogni giorno ma io avevo altro per la testa. Enzo era diventato per me una persona importante. Dopo le dimissioni dall’ospedale abbiamo continuato a sentirci praticamente tutti i giorni e anche ad uscire insieme e ad andare insieme a prendere una pizza. Enzo non parlava di ragazze, e l’idea che potesse essere gay cominciava a prendere stabilmente possesso del mio cervello, ma non c’era nulla nel suo comportamento che mi potesse dare un’indicazione precisa. Della famiglia non parlava affatto e meno che mai dei motivi per cui non aveva rapporti coi genitori. A un certo punto gli ho fatto una domanda diretta: “Hai una ragazza?” Ha solo detto che era una questione complicata e che non gli andava di parlarne, al che ho fatto macchina indietro e mi sono tenuto i miei dubbi. Dopo quella domanda con me è più formale, ma le spiegazioni di questo fatto possono essere opposte, può avermi preso per un etero che gli faceva una domanda ovvia per un etero, ma potrebbe anche avermi preso per un gay che esplora il terreno. In ogni caso, adesso la conversazione è più ingessata. E qui vengono i dubbi. Che faresti Project?
Tieni presente che noi lavoriamo nello stesso posto e che in azienda ufficialmente non ci sono gay, non mi sono dichiarato nemmeno io, figuriamoci se potrebbe dichiararsi un ragazzo timido come Enzo, ammesso e non concesso che sia gay.
Dovrei dirgli esattamente come stanno le cose, cioè fare io coming out con lui per costringerlo a fare lui lo stesso con me? E se poi non è gay? Perché la possibilità c’è eccome. Insomma, io non lo vorrei perdere per nessuna ragione, gay o etero che sia, e non vorrei che se ne scappasse per paura di chissà che cosa. Non ho mai avuto tutti questi dubbi per la testa. Tu conosci tanti non dichiarati e forse capisci meglio di me come ragionano.
Ti ringrazio anticipatamente. Ovviamente, se vuoi pubblica pure questa mail, chissà che non la possa leggere anche lui!
Italo (non mi chiamo così, ma mi piace)
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mercoledì 3 maggio 2017
UN MASSAGGIATORE GAY
Ciao Project,
sono un tuo fan ormai da anni e in pratica non passa giorno che io non guardi che c’è di nuovo nel forum, per un po’ sembrava che ci fosse poca gente e che le novità fossero pochine, ma ho visto che l’attività è ripresa e mi fa veramente piacere, e allora penso pure io di poter dare un contributo raccontando la mia storia. Premetto che non è una storia legata a forme di disagio o a problemi seri, direi che il mio contributo è leggerino, ma penso possa essere interessante.
Io sono un fisioterapista, un fisioterapista vero, laureato con una laurea quinquennale e ho fatto diversi corsi professionali di riabilitazione e di fisioterapia sportiva, ho 28 anni. Dopo i primi tempi, in cui nessuno mi conosceva, ho cominciato a lavorare con persone anziane e pazienti traumatizzati o con malattie invalidanti, ho avuto le mie soddisfazioni, ma, lo devo dire, provo anche tanta malinconia quando vedo persone molto mal ridotte, e siccome sono tutti anziani mal messi, capita che ogni tanto qualcuno venga a mancare e la cosa mi fa un effetto terribile perché sono persone che ho conosciuto molto da vicino. Diciamo che questo tipo di attività non è esattamente quello che avrei voluto fare. Di recente ho fatto un corso di qualificazione per l’uso del DAE (defibrillatore semi automatico) e un altro corso sul primo soccorso cardiologico e ho mandato il mio curriculum ad alcune società sportive. Pensavo che nessuno mi avrebbe risposto, ma non è stato così. Una società semiprofessionistica della mia zona mi ha contattato per un colloquio, io ci sono andato e ho portato i miei titoli. C’era un medico, il presidente della società e altre due persone. Sui titoli non hanno avuto niente da dire, e mi hanno detto subito che loro avrebbero potuto farmi un contratto, ma con compensi molto limitati perché il loro bilancio è proprio ridotto all’osso. Ho chiesto quali sarebbero state le condizioni e gli orari e mi hanno detto che avrei lavorato quasi sempre due mattinate alla settimana, giovedì e domenica per 4 ore ogni volta, quindi circa 30 ore al mese in 9 mattinate. Ho chiesto quale sarebbe stato il mio compenso netto e mi hanno risposto poco più di 600 euro, però con l’obbligo di seguire la squadra una domenica sì e una no, quando va in trasferta, in quel caso le spese di spostamento, vitto e alloggio sarebbero state a carico della società. Non ci ho pensato due volte e ho accettato. Ho firmato un contrattino, dopo avergli dato una rapida letta, ma era un modello standard dell’AIC (associazione Italiana calciatori) e quindi mi potevo fidare. Mi ci è voluta una settimana per riordinare gli appuntamenti coi miei pazienti poi, finalmente il giovedì successivo ho fatto primo ingresso in società. L’appuntamento era per le 8.00, sono arrivato alle 7.30 e non c’era ancora nessuno. Sono andato al bar a prendere un cappuccino e c’erano diversi ragazzi con la borsa da calciatore, mi sono fatto coraggio e ho chiesto se erano lì per l’allenamento e poi ho detto che ero il nuovo massaggiatore. Mi hanno risposto che non ne avevano mai avuto uno, comunque sono stati simpatici e il cappuccino me lo hanno offerto loro. Poco prima delle 8.00 siamo entrati, ma il mister non era ancora arrivato, alle 8.05 i ragazzi della squadra c’erano tutti, il mister è arrivato alle 8.30 con una super-macchina, in pratica non staccava dal telefonino, in uno dei rari momenti di pausa mi sono presentato ma lui ha detto solo “bene” ed tornato a fare i cavoli suoi; ha mandato i ragazzi a cambiarsi e poi in campo a fare “un po’ di riscaldamento”, in pratica facevano tutto i ragazzi e il mister continuava a pensare solo agli affari suoi. Io restavo a bordo campo e non sapevo che cosa dire, poi il mister, quando non erano nemmeno le 9.00, mi ha detto: “fagli fare tu qualche cosa, io devo scappare, quando hai finito ti tiri la porta.” E se ne è andato. Quando i ragazzi hanno visto che il mister se ne era andato, se ne volavano andare pure loro, ma io, per contratto dovevo stare lì altre tre ore e non sapevo come fermarli e lì mi è venuta l’idea: li ho chiamati tutti nella palestra, e ho detto che dovevano imparare a usare il defibrillatore, che era una cosa che poteva salvare loro la pelle. Ho chiesto dove stesse il defibrillatore, sapevano che da qualche parte c’era, ma non sapevano dove, poi lo abbiamo trovato in un armadio, ma scarico, abbiamo trovato il posto dove doveva stare e lo abbiamo messo dove doveva stare e ha cominciato a caricarsi, ma ci vuole tempo. Era un defibrillatore che avevo già usato al corso e sapevo farlo funzionare. Ho fatto sedere i ragazzi per terra e ho parlato loro del defibrillatore, di che cosa è, di come funziona e di come si adopera, del massaggio cardiaco, del primo soccorso cardiologico e di tante altre cose molto concrete e molto utili. Mi stavano a sentire, ho detto che non dovevamo perdere tempo e che potevamo fare delle simulazioni. Per rompere il ghiaccio ho fatto io da cavia e ho assunto il ruolo di uno che ha bisogno di soccorso cardiologico e ho chiesto a loro come si sarebbero comportati, si sono avvicinati, hanno fatto alcune manovre, ma non erano quelle giuste e allora ho spiegato loro che cosa dovevano fare, come disporre il paziente, come prendere il polso, come facilitare la respirazione e tutto con l’aiuto di uno che si è prestato a fare lui l’infortunato, poi si è sentito il beep del defibrillatore, segno che era carico, ho fatto vedere loro le spie, il pulsante e i segnali e ho detto che il defibrillatore verifica se c’è bisogno di defibrillazione e guida passo passo l’operatore. Ho chiesto a uno dei ragazzi to togliersi la maglietta perché volevo fare vedere loro dove vanno posti esattamente glie elettrodi, quello si è steso, ho applicato gli elettrodi e il ragazzo si è spaventato e li ha allontanati, pensava che gli potessi fare arrivare una scossa pericolosa, allora mi sono steso, ho messo gli elettrodi su di me e ho detto al ragazzo di avviare il defibrillatore, lui aveva paura di farlo, allora l’ho fatto io al suo posto e il defibrillatore ha risposto che non occorreva defibrillazione. Ho spiegato che l’apparecchio fa una rapida diagnosi e decide se è il caso di dare la scossa e la dà solo se è il caso, e dopo dà le istruzioni per le manovre di rianimazione e di massaggio cardiaco. I ragazzi sono rimasti molto colpiti, e mi hanno detto che era come nei film americani di pronto soccorso. Ho chiesto se c’era una sala medica e una per i massaggi, mi hanno portato in una stanzetta, con un tavolo e due sedie e hanno detto che era tutto lì, ho chiesto del lettino e si sono messi a ridere come per dire che non avevo ancora capito dove stavo. Chiedo ai ragazzi perché non hanno fatto la doccia dopo l’allenamento, mi fanno segno di seguirli, aprono una porta, c’è il locale docce con otto box ma è evidente che non funzionano da anni, oltre una seconda porta ci sono anche quattro gabinetti ma ne funziona solo uno. Mi dicono che la società non ha soldi, e allora lancio la proposta: “Chiediamo il permesso e mettiamo tutto a posto noi, ci sarà un po’ da lavorare ma siamo in tanti.” Erano perplessi, dicevano che bisognava chiedere il permesso al mister, io ho risposto che non era cosa del mister ma del presidente e ho detto che avrei provato a parlarci, mi guardavano come se fossi un animale raro caduto lì dentro per sbaglio. Erano passate da dopo le 11.00 e ho fatto andare via i ragazzi, ma non senza prendermi tutti i loro numeri di cellulare e senza dare a loro il mio. Dopo che se ne sono andati ho fatto un rapido giro dell’edificio che, se rimesso a posto, non sarebbe stato niente male, ho preso le misure della sala medica e degli altri locali e mi sono disegnato una piantina con tutti i dati. Poi ho chiamato la segretaria del presidente e le ho detto che avrei voluto parlare col presidente. Mi ha chiesto: “Ci sono problemi?” Ho risposto “No!” in modo deciso e dopo qualche secondo me lo ha passato. Gli ho detto che ero stato all’allenamento e che mi ero trovato molto bene e poi ho lanciato la mia proposta: “Se io mi mettessi al lavoro per rimettere un po’ in funzione le docce, i bagni e cose del genere lei mi lascerebbe fare?”, mi ha risposto: “Può fare quello che vuole, ma non si aspetti quattrini né per lei né per pagare altre spese, perché quattrini non ce ne sono.” Gli ho risposto: “Presidente, io non le sto chiedendo soldi ma solo il permesso di fare.” Lui mi ha detto che non aveva niente in contrario ma che aveva parlato chiaro e soldi non ne avrei avuti in nessun caso.
Ho comprato stracci, scope, spazzoloni, anticalcare, detersivi. Il mister mi aveva dato le chiavi e ho passato tutte le mie ore libere a pulire la sala docce, l’acqua c’era e gli scarichi funzionavano, era solo tutto sporco e incrostato. La domenica era giorno di partita, sono stato coi ragazzi prima dell’inizio, ma non si potevano fare massaggi perché non c’era nemmeno il lettino, nell’intervallo ho fatto stendere a terra uno che aveva ricevuto un calcio su un piede e ho lavorato sodo su quel piede e mi ha detto che stava meglio ed è tornato a giocare, alla fine della partita (purtroppo andata male) ho detto ai ragazzi che potevano fare la doccia, hanno aperto la porta del locale docce ed era tutto pulito, hanno fatto la doccia per la prima volta con l’acqua calda, io sono rimasto fuori, quando sono usciti mi hanno chiesto dove stavano stracci e detersivi perché non potevano lasciare tutto sporco. Hanno ripulito tutto e io ho chiesto che mi dessero una mano a portare un lettino per i massaggi e un armadietto che avevo a casa e che non avevo mai adoperato. Uno ha detto che poteva prendere per un’ora un furgone ma che bisognava farlo subito perché gli altri giorni lo usavano per il lavoro. Siamo andati a prendere il furgone, poi a casa mia, abbiamo caricato il lettino e l’armadietto e siamo andati di nuovo allo stadio e sistemare le cose. Ho chiesto perché il mister non fosse andato alla partita e mi hanno risposto alzando le braccia. Io però ho detto subito: “Ma tante cose possono cambiare!” Uno mi ha detto: “Il mister no!” io ho detto che anche restando lui formalmente il mister tante cose potevano cambiare, poi li ho salutati dicendo: ci vediamo giovedì e cerchiamo di fare un po’ di lavoro vero.
Il giovedì hanno trovato la sala medica perfettamente pulita, c’erano anche l’apparecchio per la pressione, il pulsossimetro e un po’ pomate per gli strappi muscolari. Il mister mi aveva avvertito che non sarebbe venuto. Ho proposto ai ragazzi un minimo di preparazione prima dell’allenamento, abbiamo portato il lettino nella palestra e si sono messi tutti intorno, ho chiesto un volontario e Marcello si è steso sul lettino. Ho detto loro che sono calciatori e che la preparazione deve riguardare soprattutto i muscoli delle gambe, ho fatto vedere alcune manovre per la distensione muscolare e per lo scioglimento delle articolazioni, io facevo il movimento su Marcello e loro lo rifacevano divisi a coppie, siamo stati quasi 40 minuti a fare esercizi, poi siamo andati a fare allenamento (senza il mister). Mi ero preparato tutta una serie di esercizi presi da un libro sull’allenamento di calcio. I ragazzi mi guardavano stupiti: mi chiedevano se ero stato un calciatore, ma io rispondevo che ero solo un fisioterapista. Abbiamo fatto più di un’ora di preparazione atletica e poi una partitella tutta giocata sulla tecnica più che sulla forza. Alla fine hanno fatto la doccia e hanno ripulito tutto. Uno mi ha detto che aveva tanti libri tecnici sul calcio e ha detto che poteva portarli e che forse potevano essere utili.
Insomma, Project, col tempo, con questi ragazzi si sono creati rapporti bellissimi, siamo diventati proprio amici. Io avevo la possibilità di massaggiarli, ma l’ho fatto sempre molto professionalmente e coi ragazzi che indossavano comunque gli slip. Ogni tanto qualcuno usciva nudo dalle docce ma la cosa era normalissima pure per me, quello che mi piaceva era l’atmosfera assolutamente magica che si respirava allo stadio, il fatto che in pratica eravamo come fratelli e che se c’era qualche problema ci davamo una mano uno con l’altro per risolverlo. Io sono gay e lo sono sempre stato, per me stare tra questi ragazzi è la felicità! Mi sono chiesto più volte se tra loro ci fosse qualche ragazzo gay, ma credo proprio che non ce ne siano. Se ce ne fossero stati, sarei stato molto meno disinvolto, perché un gay in certe situazioni si potrebbe sentire a disagio e questo proprio non deve succedere.
Ecco la storia è questa, non c’è niente di porno, c’è solo il fatto che con questi ragazzi, che sono quasi certamente tutti etero, si sta benissimo, Non mi sento un gay represso che si accontenta di amici etero. Io non mi sono innamorato di nessuno di questi ragazzi, quella sarebbe proprio un’altra storia, questi ragazzi, per me sono amici, ma sono così importanti che io sto bene così, al momento almeno. Le mie fantasie ce le faccio, beh, questo è umano, ma restano cose mie privatissime. Quando mi innamorerò le cose saranno diverse.
sono un tuo fan ormai da anni e in pratica non passa giorno che io non guardi che c’è di nuovo nel forum, per un po’ sembrava che ci fosse poca gente e che le novità fossero pochine, ma ho visto che l’attività è ripresa e mi fa veramente piacere, e allora penso pure io di poter dare un contributo raccontando la mia storia. Premetto che non è una storia legata a forme di disagio o a problemi seri, direi che il mio contributo è leggerino, ma penso possa essere interessante.
Io sono un fisioterapista, un fisioterapista vero, laureato con una laurea quinquennale e ho fatto diversi corsi professionali di riabilitazione e di fisioterapia sportiva, ho 28 anni. Dopo i primi tempi, in cui nessuno mi conosceva, ho cominciato a lavorare con persone anziane e pazienti traumatizzati o con malattie invalidanti, ho avuto le mie soddisfazioni, ma, lo devo dire, provo anche tanta malinconia quando vedo persone molto mal ridotte, e siccome sono tutti anziani mal messi, capita che ogni tanto qualcuno venga a mancare e la cosa mi fa un effetto terribile perché sono persone che ho conosciuto molto da vicino. Diciamo che questo tipo di attività non è esattamente quello che avrei voluto fare. Di recente ho fatto un corso di qualificazione per l’uso del DAE (defibrillatore semi automatico) e un altro corso sul primo soccorso cardiologico e ho mandato il mio curriculum ad alcune società sportive. Pensavo che nessuno mi avrebbe risposto, ma non è stato così. Una società semiprofessionistica della mia zona mi ha contattato per un colloquio, io ci sono andato e ho portato i miei titoli. C’era un medico, il presidente della società e altre due persone. Sui titoli non hanno avuto niente da dire, e mi hanno detto subito che loro avrebbero potuto farmi un contratto, ma con compensi molto limitati perché il loro bilancio è proprio ridotto all’osso. Ho chiesto quali sarebbero state le condizioni e gli orari e mi hanno detto che avrei lavorato quasi sempre due mattinate alla settimana, giovedì e domenica per 4 ore ogni volta, quindi circa 30 ore al mese in 9 mattinate. Ho chiesto quale sarebbe stato il mio compenso netto e mi hanno risposto poco più di 600 euro, però con l’obbligo di seguire la squadra una domenica sì e una no, quando va in trasferta, in quel caso le spese di spostamento, vitto e alloggio sarebbero state a carico della società. Non ci ho pensato due volte e ho accettato. Ho firmato un contrattino, dopo avergli dato una rapida letta, ma era un modello standard dell’AIC (associazione Italiana calciatori) e quindi mi potevo fidare. Mi ci è voluta una settimana per riordinare gli appuntamenti coi miei pazienti poi, finalmente il giovedì successivo ho fatto primo ingresso in società. L’appuntamento era per le 8.00, sono arrivato alle 7.30 e non c’era ancora nessuno. Sono andato al bar a prendere un cappuccino e c’erano diversi ragazzi con la borsa da calciatore, mi sono fatto coraggio e ho chiesto se erano lì per l’allenamento e poi ho detto che ero il nuovo massaggiatore. Mi hanno risposto che non ne avevano mai avuto uno, comunque sono stati simpatici e il cappuccino me lo hanno offerto loro. Poco prima delle 8.00 siamo entrati, ma il mister non era ancora arrivato, alle 8.05 i ragazzi della squadra c’erano tutti, il mister è arrivato alle 8.30 con una super-macchina, in pratica non staccava dal telefonino, in uno dei rari momenti di pausa mi sono presentato ma lui ha detto solo “bene” ed tornato a fare i cavoli suoi; ha mandato i ragazzi a cambiarsi e poi in campo a fare “un po’ di riscaldamento”, in pratica facevano tutto i ragazzi e il mister continuava a pensare solo agli affari suoi. Io restavo a bordo campo e non sapevo che cosa dire, poi il mister, quando non erano nemmeno le 9.00, mi ha detto: “fagli fare tu qualche cosa, io devo scappare, quando hai finito ti tiri la porta.” E se ne è andato. Quando i ragazzi hanno visto che il mister se ne era andato, se ne volavano andare pure loro, ma io, per contratto dovevo stare lì altre tre ore e non sapevo come fermarli e lì mi è venuta l’idea: li ho chiamati tutti nella palestra, e ho detto che dovevano imparare a usare il defibrillatore, che era una cosa che poteva salvare loro la pelle. Ho chiesto dove stesse il defibrillatore, sapevano che da qualche parte c’era, ma non sapevano dove, poi lo abbiamo trovato in un armadio, ma scarico, abbiamo trovato il posto dove doveva stare e lo abbiamo messo dove doveva stare e ha cominciato a caricarsi, ma ci vuole tempo. Era un defibrillatore che avevo già usato al corso e sapevo farlo funzionare. Ho fatto sedere i ragazzi per terra e ho parlato loro del defibrillatore, di che cosa è, di come funziona e di come si adopera, del massaggio cardiaco, del primo soccorso cardiologico e di tante altre cose molto concrete e molto utili. Mi stavano a sentire, ho detto che non dovevamo perdere tempo e che potevamo fare delle simulazioni. Per rompere il ghiaccio ho fatto io da cavia e ho assunto il ruolo di uno che ha bisogno di soccorso cardiologico e ho chiesto a loro come si sarebbero comportati, si sono avvicinati, hanno fatto alcune manovre, ma non erano quelle giuste e allora ho spiegato loro che cosa dovevano fare, come disporre il paziente, come prendere il polso, come facilitare la respirazione e tutto con l’aiuto di uno che si è prestato a fare lui l’infortunato, poi si è sentito il beep del defibrillatore, segno che era carico, ho fatto vedere loro le spie, il pulsante e i segnali e ho detto che il defibrillatore verifica se c’è bisogno di defibrillazione e guida passo passo l’operatore. Ho chiesto a uno dei ragazzi to togliersi la maglietta perché volevo fare vedere loro dove vanno posti esattamente glie elettrodi, quello si è steso, ho applicato gli elettrodi e il ragazzo si è spaventato e li ha allontanati, pensava che gli potessi fare arrivare una scossa pericolosa, allora mi sono steso, ho messo gli elettrodi su di me e ho detto al ragazzo di avviare il defibrillatore, lui aveva paura di farlo, allora l’ho fatto io al suo posto e il defibrillatore ha risposto che non occorreva defibrillazione. Ho spiegato che l’apparecchio fa una rapida diagnosi e decide se è il caso di dare la scossa e la dà solo se è il caso, e dopo dà le istruzioni per le manovre di rianimazione e di massaggio cardiaco. I ragazzi sono rimasti molto colpiti, e mi hanno detto che era come nei film americani di pronto soccorso. Ho chiesto se c’era una sala medica e una per i massaggi, mi hanno portato in una stanzetta, con un tavolo e due sedie e hanno detto che era tutto lì, ho chiesto del lettino e si sono messi a ridere come per dire che non avevo ancora capito dove stavo. Chiedo ai ragazzi perché non hanno fatto la doccia dopo l’allenamento, mi fanno segno di seguirli, aprono una porta, c’è il locale docce con otto box ma è evidente che non funzionano da anni, oltre una seconda porta ci sono anche quattro gabinetti ma ne funziona solo uno. Mi dicono che la società non ha soldi, e allora lancio la proposta: “Chiediamo il permesso e mettiamo tutto a posto noi, ci sarà un po’ da lavorare ma siamo in tanti.” Erano perplessi, dicevano che bisognava chiedere il permesso al mister, io ho risposto che non era cosa del mister ma del presidente e ho detto che avrei provato a parlarci, mi guardavano come se fossi un animale raro caduto lì dentro per sbaglio. Erano passate da dopo le 11.00 e ho fatto andare via i ragazzi, ma non senza prendermi tutti i loro numeri di cellulare e senza dare a loro il mio. Dopo che se ne sono andati ho fatto un rapido giro dell’edificio che, se rimesso a posto, non sarebbe stato niente male, ho preso le misure della sala medica e degli altri locali e mi sono disegnato una piantina con tutti i dati. Poi ho chiamato la segretaria del presidente e le ho detto che avrei voluto parlare col presidente. Mi ha chiesto: “Ci sono problemi?” Ho risposto “No!” in modo deciso e dopo qualche secondo me lo ha passato. Gli ho detto che ero stato all’allenamento e che mi ero trovato molto bene e poi ho lanciato la mia proposta: “Se io mi mettessi al lavoro per rimettere un po’ in funzione le docce, i bagni e cose del genere lei mi lascerebbe fare?”, mi ha risposto: “Può fare quello che vuole, ma non si aspetti quattrini né per lei né per pagare altre spese, perché quattrini non ce ne sono.” Gli ho risposto: “Presidente, io non le sto chiedendo soldi ma solo il permesso di fare.” Lui mi ha detto che non aveva niente in contrario ma che aveva parlato chiaro e soldi non ne avrei avuti in nessun caso.
Ho comprato stracci, scope, spazzoloni, anticalcare, detersivi. Il mister mi aveva dato le chiavi e ho passato tutte le mie ore libere a pulire la sala docce, l’acqua c’era e gli scarichi funzionavano, era solo tutto sporco e incrostato. La domenica era giorno di partita, sono stato coi ragazzi prima dell’inizio, ma non si potevano fare massaggi perché non c’era nemmeno il lettino, nell’intervallo ho fatto stendere a terra uno che aveva ricevuto un calcio su un piede e ho lavorato sodo su quel piede e mi ha detto che stava meglio ed è tornato a giocare, alla fine della partita (purtroppo andata male) ho detto ai ragazzi che potevano fare la doccia, hanno aperto la porta del locale docce ed era tutto pulito, hanno fatto la doccia per la prima volta con l’acqua calda, io sono rimasto fuori, quando sono usciti mi hanno chiesto dove stavano stracci e detersivi perché non potevano lasciare tutto sporco. Hanno ripulito tutto e io ho chiesto che mi dessero una mano a portare un lettino per i massaggi e un armadietto che avevo a casa e che non avevo mai adoperato. Uno ha detto che poteva prendere per un’ora un furgone ma che bisognava farlo subito perché gli altri giorni lo usavano per il lavoro. Siamo andati a prendere il furgone, poi a casa mia, abbiamo caricato il lettino e l’armadietto e siamo andati di nuovo allo stadio e sistemare le cose. Ho chiesto perché il mister non fosse andato alla partita e mi hanno risposto alzando le braccia. Io però ho detto subito: “Ma tante cose possono cambiare!” Uno mi ha detto: “Il mister no!” io ho detto che anche restando lui formalmente il mister tante cose potevano cambiare, poi li ho salutati dicendo: ci vediamo giovedì e cerchiamo di fare un po’ di lavoro vero.
Il giovedì hanno trovato la sala medica perfettamente pulita, c’erano anche l’apparecchio per la pressione, il pulsossimetro e un po’ pomate per gli strappi muscolari. Il mister mi aveva avvertito che non sarebbe venuto. Ho proposto ai ragazzi un minimo di preparazione prima dell’allenamento, abbiamo portato il lettino nella palestra e si sono messi tutti intorno, ho chiesto un volontario e Marcello si è steso sul lettino. Ho detto loro che sono calciatori e che la preparazione deve riguardare soprattutto i muscoli delle gambe, ho fatto vedere alcune manovre per la distensione muscolare e per lo scioglimento delle articolazioni, io facevo il movimento su Marcello e loro lo rifacevano divisi a coppie, siamo stati quasi 40 minuti a fare esercizi, poi siamo andati a fare allenamento (senza il mister). Mi ero preparato tutta una serie di esercizi presi da un libro sull’allenamento di calcio. I ragazzi mi guardavano stupiti: mi chiedevano se ero stato un calciatore, ma io rispondevo che ero solo un fisioterapista. Abbiamo fatto più di un’ora di preparazione atletica e poi una partitella tutta giocata sulla tecnica più che sulla forza. Alla fine hanno fatto la doccia e hanno ripulito tutto. Uno mi ha detto che aveva tanti libri tecnici sul calcio e ha detto che poteva portarli e che forse potevano essere utili.
Insomma, Project, col tempo, con questi ragazzi si sono creati rapporti bellissimi, siamo diventati proprio amici. Io avevo la possibilità di massaggiarli, ma l’ho fatto sempre molto professionalmente e coi ragazzi che indossavano comunque gli slip. Ogni tanto qualcuno usciva nudo dalle docce ma la cosa era normalissima pure per me, quello che mi piaceva era l’atmosfera assolutamente magica che si respirava allo stadio, il fatto che in pratica eravamo come fratelli e che se c’era qualche problema ci davamo una mano uno con l’altro per risolverlo. Io sono gay e lo sono sempre stato, per me stare tra questi ragazzi è la felicità! Mi sono chiesto più volte se tra loro ci fosse qualche ragazzo gay, ma credo proprio che non ce ne siano. Se ce ne fossero stati, sarei stato molto meno disinvolto, perché un gay in certe situazioni si potrebbe sentire a disagio e questo proprio non deve succedere.
Ecco la storia è questa, non c’è niente di porno, c’è solo il fatto che con questi ragazzi, che sono quasi certamente tutti etero, si sta benissimo, Non mi sento un gay represso che si accontenta di amici etero. Io non mi sono innamorato di nessuno di questi ragazzi, quella sarebbe proprio un’altra storia, questi ragazzi, per me sono amici, ma sono così importanti che io sto bene così, al momento almeno. Le mie fantasie ce le faccio, beh, questo è umano, ma restano cose mie privatissime. Quando mi innamorerò le cose saranno diverse.
_________
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mercoledì 19 agosto 2015
E. CARPENTER: “IL SESSO INTERMEDIO” PRIMA PARTE
Dopo aver messo in rete la mia traduzione del saggio
giuridico di Jeremy Bentham sulla punibilità penale della omosessualità, ho
cominciato a lavorare alla traduzione di un saggio di Edward Carpenter “Il
sesso intermedio”. Si tratta di un lavoro pubblicato nel 1921, e divenuto
rapidamente uno dei testi più famosi della lotta per i diritti degli
omosessuali. Carpenter, che fu oltre che omosessuale uno dei grandi teorici del
Socialismo, si ritenne, per quanto riguarda l’omosessualità, il continuatore dell’opera
di John Addington Symonds e in effetti gli echi di Symonds si sentono qua e la
in modo piuttosto chiaro nell’opera di Carpenter. Il saggio di Carpenter è meno
scientifico di quello di Symonds (Una questione di Etica moderna, vedi
Biblioteca di Progetto Gay, nella home del forum), ma è indubbiamente più
moderno e, per l’anno di pubblicazione, oltre che per il linguaggio molto
semplice, era destinato ad un’ampia divulgazione, per quanto potesse essere
ampia all’epoca la divulgazione di un libro che tratta di omosessualità. Non c’è
dubbio che Carpenter, come il lettore potrà facilmente notare, accredita
stereotipi che diverranno dei classici e che ancora è difficile superare, ma la
sua descrizione della situazione degli omosessuali ha il pathos di una autodifesa
ed ha indubbiamente una capacità di comunicare amozioni veramente rara. La mia
traduzione italiana ha cercato di rendere l’immediatezza della lettura, cosa
comunque non troppo difficile perché l’Inglese di Carpenter non è certo quello
di Bantham.
Evito di dare qui notizie biografiche sull’autore, lo farò,
come al solito limitandomi alle questioni relative all’omosessualità quando
pubblicherò l’intero saggio. Per il momento potete leggere il primo capitolo del
libro di Carpenter, che ha toni di sconcertante modernità.
_________
PREFAZIONE
Le carte che seguono, ora raccolte in forme di libro, sono
state scritte – e alcune di esse pubblicate – in varie occasioni durante gli ultimi
dodici o quattordici anni e nelle pause di altri lavori, e questo potrebbe
scusarmi delle ripetizioni occasionali e delle sovrapposizioni di materia, che
si possono rilevare tra di esse. Tuttavia ho scelto di lasciarle come sono,
perché in questo modo ciascuna è più completa in se stessa. Il secondo saggio,
che dà il titolo al libro, è già stato pubblicato nel mio “Il raggiungimento della maggiore età
dell’amore” ma è ristampato qui in ragione della sua più specifica appartenenza
a questo volume.
Una raccolta di citazioni di autori responsabili, che si
occupano in vari luoghi dell’argomento, è stata aggiunta alla fine, per formare
un’Appendice che l’autore pensa possa essere utile anche se egli non condivide
tutte le opinioni lì presentate.
E.C.
“Ci sono forme di
transizione tra i metalli e i non metalli, tra le combinazioni chimiche e le
semplici misture, tra gli animali e le piante, tra le fanerogame e le
crittogame e tra i mammiferi e gli uccelli … Si può quindi dare per scontata
l’improbabilità di trovare in Natura una netta frattura tra tutto ciò che è
maschile da una parte e tutto ciò che è femminile dall’altra; o che qualsiasi
creatura vivente sia tanto semplice, sotto questo aspetto, da poter essere
messa totalmente da una parte o dall’altra della linea di confine.”
O. Weininger
INTRODUZIONE
L’argomento trattato in questo libro è di grande importanza
e si potrebbe dire di importanza via via crescente. Sia che il periodo presente
sia un periodo che vede un grande incremento nei numeri degli uomini e delle
donne di temperamento intermedio o misto, o sia esso un periodo nel quale più
del solito accade che si presti loro attenzione, resta certamente il fatto che
l’argomento è di grande attualità e fa pressione si di noi da tutte le parti. È
un fatto riconosciuto che comunque il numero di persone che occupano una
posizione intermedia tra i due sessi è molto grande, che quelle persone giocano
un ruolo importante nella società generale e che quelle persone necessariamente
presentano e incarnano molti problemi che, sia per il loro bene che per il bene
della società, richiedono una soluzione. La letteratura su questa questione, di
conseguenza, è già cresciuta fino ad essere molto estesa, specialmente sul
Continente, e include una grande quantità di lavori scientifici, di trattati
medici, di saggi letterari, di romanzi, di romanzi storici, si poesia, ecc.. E
ora è generalmente ammesso che una qualche conoscenza e una qualche
comprensione illuminata dell’argomento è assai necessaria per l’agire di certe
categorie – come per esempio: medici, insegnanti, genitori, magistrati, giudici
e simili.
Che ci siano distinzioni e gradazioni nelle reazioni
spirituali in relazione al sesso – che le affezioni psichiche interne e le
affinità siano articolate e disperse in
un vasto ventaglio di possibilità, estremamente differenziate tra maschio
e femmina e non sempre in corrispondenza
ovvia col sesso fisico esterno – è una cosa evidente per chiunque consideri
l’argomento; né potrebbe una qualche buona finalità essere perseguita ignorando
questo fatto – se mai fosse possibile ignorarlo. È ovviamente facile (come
fanno alcuni) classificare questi tipi misti o intermedi come cattivi. Ma è altrettanto
facile dedurre (come fanno altri) che proprio perché combinano qualità opposte,
essi dovrebbero essere buoni e rispettabili. Me le sottigliezze e le
complicazioni della natura non possono essere liquidate in modo così generico.
È molto probabile che, come in qualsiasi altra categoria di creature umane, ci
sia anche qui, bene e male, più e meno, degno e indegno – alcuni forse
attraverso il loro doppio temperamento esibiranno un raro e bel fiore di
umanità, altri una perversa e ingarbugliata rovina.
Prima dei fatti di Natura noi dobbiamo preservare una certa umiltà e un certo rispetto, senza andare
correndo con le nostre preconcette e ostinate presupposizioni. Anche se queste
gradazioni del tipo umano sono state sempre e tra tutti i popoli conosciute e
riconosciute, oggi la loro frequenza o anche la concentrazione dell’attenzione
su di esse può essere segno di qualche cambiamento importante che si sta
realizzando. Noi non sappiamo in realtà quali possibili evoluzioni stiano per
realizzarsi o quali nuove forme di consistenza e di valore permanente si siano
già lentamente differenziate rispetto alla circostante massa dell’umanità. Può
essere che in qualche periodo passato dell’evoluzione l’ape operaia si sia
senza dubbio differenziata dai due ordinari sessi delle api, così, nel tempo
presente, può darsi che alcuni nuovi tipi del genere umano stiano emergendo,
nuovi tipi che avranno una parte importante da giocare nella società del futuro
– anche se per il momento il loro apparire è atteso con un bel po’ di
confusione e di equivoco. Potrebbe essere così e potrebbe non essere. Noi non
lo sappiamo; e il migliore atteggiamento che possiamo adottare e quello di una
sincera e imparziale osservazione dei fatti.
Ovviamente ogni volta che questo argomento entra nel campo dell’amore posiamo aspettarci che sorgano domande difficili. È probabile che già ora il lavoro più nobile del sesso intermedio o dei sessi intermedi si possa realizzare, come è anche probabile che gli errori più grossi possano essere commessi. Sembra quasi una legge di natura che nuovi e importanti movimenti possano non essere capiti e siano invece sviliti – anche se dopo essi potranno essere largamente approvati e accettati con onore. Movimenti simili all’inizio sono sempre considerati sulla base di qualche aspetto ridicolo o disprezzabile che essi possono avere. I primi Cristiani, agli occhi dei Romani, erano noti essenzialmente come cultori di riti oscuri e di crimi nelle tenebre delle catacombe. Si credette per lungo tempo che il moderno socialismo fosse una questione di pugnali e di dinamite; e anche adesso ci sono migliaia di brave persone abbastanza ignoranti da credere che esso significhi semplicemente “dividere tutto e prendersi ciascuno la propria fetta da quattro soldi.” Si credeva che i Vegetariani fossero un gruppo di deboli mangiatori di cavoli senza cervello. Il movimento delle Donne, così notevole per il suo scopo e la sua importanza. non era altro che un assurdo tentativo di rendere le donne “le scimmie degli uomini.” E così si può andare avanti all’infinito, l’accusa in tutti i casi consiste in un’etichetta e nell’ultimo mozzicone di un fatto colto per ignoranza e colorito dal pregiudizio, tanto comune da essere frainteso e tanto semplice da essere travisato.
Ovviamente ogni volta che questo argomento entra nel campo dell’amore posiamo aspettarci che sorgano domande difficili. È probabile che già ora il lavoro più nobile del sesso intermedio o dei sessi intermedi si possa realizzare, come è anche probabile che gli errori più grossi possano essere commessi. Sembra quasi una legge di natura che nuovi e importanti movimenti possano non essere capiti e siano invece sviliti – anche se dopo essi potranno essere largamente approvati e accettati con onore. Movimenti simili all’inizio sono sempre considerati sulla base di qualche aspetto ridicolo o disprezzabile che essi possono avere. I primi Cristiani, agli occhi dei Romani, erano noti essenzialmente come cultori di riti oscuri e di crimi nelle tenebre delle catacombe. Si credette per lungo tempo che il moderno socialismo fosse una questione di pugnali e di dinamite; e anche adesso ci sono migliaia di brave persone abbastanza ignoranti da credere che esso significhi semplicemente “dividere tutto e prendersi ciascuno la propria fetta da quattro soldi.” Si credeva che i Vegetariani fossero un gruppo di deboli mangiatori di cavoli senza cervello. Il movimento delle Donne, così notevole per il suo scopo e la sua importanza. non era altro che un assurdo tentativo di rendere le donne “le scimmie degli uomini.” E così si può andare avanti all’infinito, l’accusa in tutti i casi consiste in un’etichetta e nell’ultimo mozzicone di un fatto colto per ignoranza e colorito dal pregiudizio, tanto comune da essere frainteso e tanto semplice da essere travisato.
Che il temperamento Uranista,
specialmente in riferimento al suo lato affettivo, non manchi di cadute, si
deve certamente riconoscerlo, ma è certo che è stato grossolanamente e
assurdamente frainteso. Con un bel po’ di esperienza sulla questione, credo che
uno possa a ragione dire che il difetto del maschio uranista, o Urning,(1) non
è la sensualità ma piuttosto la sentimentalità. Gli Uranisti di più basso
livello, quelli più comuni, sono spesso terribilmente sentimentali; quelli di
livello superiore, stranamente, quasi incredibilmente, sono emotivi e, di regola
(anche se ci sono eccezioni) non sono così sensuali come l’uomo normale medio.
L’immensa capacità di amore affettivo rappresenta ovviamente una grande forza
trainante. Sia nell’individuo che nella società, l’amore è eminentemente
creativo. È proprio la loro forte tendenza all’affettività, che dà ai migliori
Uranisti la loro influenza penetrante e la loro capacità di agire e che li
rende largamente graditi e bene accetti
da quelli che nulla sanno dello loro sentire interno. Molto
probabilmente il mondo non saprà mai quanti cosiddetti filantropi del tipo
migliore (non c’è bisogno di nominarli) sono stati coinvolti dal temperamento
uranista. E in tutte le strade della vita il gran numero e l’influenza delle
persone di questa disposizione e i posti importanti che essi già occupano, si
concretizzano solo per quelli che stanno bene o male dietro la scena. Ed è
probabile anche che sia proprio questa tendenza all’amore affettivo a dare agli
Uranisti la loro notevole giovinezza.
Comunque con le loro straordinarie
doti e con la loro esperienza negli affari di cuore (dal doppio punto di vista,
sia degli uomini che delle donne) non è difficile rendersi conto che queste
persone possono svolgere un lavoro speciale di riconciliatori e interpreti dei
due sessi, uno verso l’altro. Di questo ho parlato più largamente nel seguito
(capitoli 2 e 5). È probabile che gli Uranisti superiori diventino negli affari
di cuore, in notevole misura, degli insegnanti della società futura; e se è
così, è possibile che la loro influenza tenda alla realizzazione e all’espressione
di un’affettività meno esclusivamente sensuale rispetto alla madia odierna, e
alla diffusione di questa affettività in tutte le direzioni.
Anche se non presumo di parlare con
autorità a nessun livello in questa materia, mi esprimo a favore di una sua
paziente considerazione, per il dovuto riconoscimento dei tipi di carattere
coinvolti e perché ci si sforzi per riconoscere loro il giusto posto e la
giusta sfera di utilità nello schema generale della società.
Aggiungo un’altra cosa come
spiegazione introduttiva. La parola Amore è comunemente usata in modo così
generale e indiscriminato per indicare talvolta istinti fisici e atti e altre
volte per indicare i sentimenti più intimi e profondi; e in questo modo si
genera un bel po’ di confusione. In questo libro (salvo le eccezioni in
Appendice) la parola è usata per indicare la devozione interna di una persona
verso un’altra; e quando si intenderà usarla in un modo diverso – per esempio
come per indicare relazioni sessuali o atti – sarà specificato in modo chiaro
ed esplicito.
II
IL SESSO INTERMEDIO
“Gli Urning, uomini e donne, nel
cui libro della vita la Natura ha scritto la sua parola nuova che suona così
strana per noi, sopportano una tale tempesta e un tale stress dentro di loro,
un tale fermento e una tale fluttuazione, un materiale così complicato che
vedrà la sua realizzazione solo nel futuro; le loro individualità sono così
ricche e multilaterali e per di più così poco capite, che è impossibile
caratterizzarle adeguatamente in poche frasi.” Otto de Joux
Negli ultimi anni (e dall’arrivo
della Nuova Donna tra noi) sono cambiate molte cose nel rapporto reciproco tra
gli uomini e le donne o in qualche modo sono diventate più chiare. Il senso via
via crescente di uguaglianza nelle abitudini e nei modi di fare – gli studi
universitari, l’arte, la musica, la politica, la bicicletta, ecc. – tutte queste
cose hanno portato ad un riavvicinamento tra i sessi. Se la donna moderna è in
qualche modo più maschile di quelle che l’hanno preceduta, l’uomo moderno (si
spera), anche se per nulla effeminato, è un po’ più sensibile nel temperamento e
un po’ più artistico nel sentire dell’originario Jonh Bull. Si comincia a
riconoscere che i sessi non formano o potrebbero non formare normalmente due
gruppi totalmente isolati l’uno dall’altro nelle abitudini e nei sentimenti, ma
piuttosto che essi rappresentano i due poli di un unico gruppo – che è la razza
umana; così che anche se certamente le manifestazioni estreme di ciascun polo
sono nettamente divergenti, ce n’è un buon numero nella regione intermedia che
(anche se differiscono fisicamente come uomini e donne) sono, per emozioni e
temperamento, molto prossime le une alle altre.(2) Tutti noi conosciamo donne
con qualche forte tratto di temperamento maschile, come conosciamo uomini la
cui sensibilità femminile e la cui intuizione sembrano smentire la loto
apparenza fisica. La Natura, questo dovrebbe essere chiaro, nel mescolare gli
elementi che vanno a comporre ogni individuo, non tiene sempre ben separati i
suoi due gruppi di ingredienti – che rappresentano i due sessi – ma spesso li
mescola in un certo modo sconcertante, ora in un modo ora in un altro, ma ancora
saggiamente, dobbiamo credere, perché se una netta distinzione degli elementi
fosse sempre mantenuta, i due sessi scivolerebbero presto a latitudini lontane
e smetterebbero del tutto di capirsi reciprocamente. Stando così le cose, ci sono dei notevoli e
(io credo) degli indispensabili tipi di carattere nei quali c’è una tale unione
e un tale bilanciamento di qualità maschili e femminili che queste persone
diventano in larga misura gli interpreti degli uomini e delle donne. C’è poi un
altro punto che è diventato chiaro più tardi. Perché ora che la gente sta
cominciando a vedere che i sessi formano in un certo senso un gruppo continuo,
ci si comincia a rendere conto che Amore a Amicizia – che sono stati così
spesso separati uno dall’altra come cose assolutamente distinte – sono in
realtà strettamente correlati e sfumano uno nell’alto. Le Donne stanno
cominciano a richiedere che il Matrimonio possa significare Amicizia oltre che
Passione; che un’uguaglianza come tra compagni possa essere ricompresa nella
parola Amore; ed è riconosciuto che da un stremo costituito dall’amicizia
“Platonica” (spesso tra persone dello
stesso sesso) fino all’altro estremo dell’amore appassionato (generalmente tra
persone di sesso opposto) non può essere tirata nessuna netta e chiara linea di
confine che separi effettivamente i tipi diversi di affetto. Sappiamo infatti
di Amicizie così romantiche nel sentimento che sembrano proprio tendere
all’Amore; e sappiamo di Amori così intellettuali e spirituali che si collocano
a stento nella sfera della Passione.
Basta pensarci un po’ per
riconoscere per rendersi conto che le condizioni generali indicate sopra – se
sono comunque prossime alla verità – mirano ad una estrema differenziazione del
temperamento e del carattere umano in rapporto al sesso e all’amore; ma anche che
se questa diversità, probabilmente, è sempre esistita, è solo in tempi
relativamente recenti che essa è diventata oggetto di studio.
Più di trent’anni or sono,
comunque, uno scrittore Austriaco. K. H. Ulrichs, ha rivolto la sua attenzione
in una serie di saggi (Memnon, Ara Spei,
Inclusa, ecc.) all’esistenza di una categoria di persone che illustrano in
modo forte le osservazioni precedenti e delle quali questi fogli si occupano in
modo particolare. Ulrichs ha sottolineato che ci sono persone nate in una tale
condizione – come se fossero sulla linea di divisione dei due sessi - che, anche se appartenenti in modo chiaro ad
uno dei due sessi per quanto riguarda i loro corpi, si può dire che
appartengano mentalmente ed emotivamente all’altro; che c’erano uomini, per
esempio, che potevano essere descritti come anime femminili include in un corpo
maschile (anima muliebris in corpore virili
inclusa), o in altri casi, donne, la cui definizione potrebbe essere
esattamente simmetrica. Ed egli sottolineava che questa doppiezza di natura era
in larga misura provata dalla speciale direzione dei loro sentimenti amorosi, perché
in questi casi, come infatti ci si può aspettare, la persona (apparentemente)
mascolina, invece di creare un rapporto amoroso con una donna, tendeva a
stringere un’amicizia affettuosa con uno del suo proprio sesso; mentre la
persona apparentemente femminile, invece di sposarsi nel modo solito, si dedicava
all’amore di un’altra donna.
Le persone di questo tipo (cioè
quelle che presentano una particolare variante del sentimento amoroso) Ulrichs
le chiama Urning;(3) e anche se noi non siamo obbligati ad accettare le sue
teorie sulle connessioni incrociate tra “anima” e “corpo”, dato che per lo meno
queste parole sono in qualche modo vaghe e indefinite; comunque il suo lavoro
fu importante perché fu uno dei primi tentativi nei tempi moderni di
riconoscere l’esistenza di ciò che può essere chiamato sesso intermedio e di dare
in una certa misura qualche spiegazione su di esso.(4)
Dato che allora l’argomento è stato
largamente studiato e descritto da scienziati e da altri, specialmente in
Continente (mentre in Inghilterra esso è ancora comparativamente
sconosciuto), per mezzo di una estesa
osservazione dei casi dei tempi presenti, come delle testimonianze indirette
della storia e della letteratura del passato, si è giunti quasi ad un insieme
di conclusioni generali delle quali mi propongo di dare un un sintetico
rendiconto.
Contrariamente all’impressione
generale, uno dei primi punti che emergono da questo studio è che gli “Urnings”
o Uranisti, non sono affatto così rari, ma formato, al di sotto della
superficie della società, un ben nutrito gruppo. Resta comunque difficile avere
un’esatta valutazione del loro numero; e questo per più di una ragione: in
parte perché, a causa della mancanza di una comprensione generale della loro
situazione, questa gente tende a nascondere i suoi veri sentimenti a tutti, salvo
a quelli del loro stesso gruppo e infatti, spesso deliberatamente si comportano
in modo tale da portare tutti fuori strada (da ciò deriva che un uomo normale
che vive in una certa società spesso rifiuterà di credere che ci sia anche un
solo Urning nel circolo di quelli che frequenta, mentre un Urning o uno che ne
capisce la natura, che viva nella stessa società, può tenere bene il conto) e
in parte perché è certo che i numeri possono variare assai largamente non solo
in paesi diversi ma anche tra classi diverse nello stesso paese. La conseguenza
di tutto questo è che abbiamo delle stime che differiscono molto sensibilmente
le une dalle altre- Il Dott. Grabowsky, autore ben noto in Germania, cita numeri
(che noi stimiamo esagerati) di più di un uomo ogni 22, mentre il Dott. Albert
Moll (Die Conträre Sexualempfindung, capitolo 3) offre stime che variano da uno
ogni 50 ad uno ogni 500.(5) Le cifre
riguardano quelli che sono esclusivamente della citata natura, cioè quelli
i cui sentimenti più profondi d’amore e di amicizia si rivolgono solo a persone del loro stesso sesso. Ovviamente,
se oltre questi si includono persone con la doppia natura (che sono molte) che
provano interessi affettivi normali con una tendenza omogenica aggiunta di
grado maggiore o minore, le stime devono essere largamente aumentate.
In secondo luogo emerge (sempre
contro l’impressione generale) che gli uomini e le donne di tipo esclusivamente
uraniano non sono in nessun modo necessariamente casi patologici da nessun
punto di vista, salvo che, ovviamente il loro peculiare temperamento non sia definito
patologico in sé. Un tempo si dava per scontato che il tipo fosse meramente il
risultato di una malattia o di una degenerazione; ma ora dall’esame di fatti
presenti appare evidente che, al contrario, molti sono individui sani e forti
del loro sesso, muscolosi e con un corpo ben sviluppato, di cervello potente e
di alto livello di condotta e con nulla di anormale o di patologico di nessun
tipo che possa essere rilevato nella loro struttura fisica o nella loro
costituzione. Questo ovviamente non è vero per tutti e rimangono ancora un certo
numero di casi di tipi deboli che possono supportare il punto di vista neuropatico.
È una cosa notevole che questo punto di vista è molto meno sottolineato dagli
scrittori più recenti, rispetto a quelli più datati. Vale anche la pena di
notare che è riconosciuto che anche nei casi di migliore salute, la speciale
predisposizione affettiva dell’”Intermedio” è di regola non sradicabile; e
quanto tanto più quando (come in non pochi casi) questi uomini e queste donne,
per ragioni sociali o per altre ragioni, si sono forzati al matrimonio e anche
all’avere figli, essi non sono stati comunque capaci di dominare la loro tendenza
o l’inclinazione al di là di tutto al loro attaccamento vitale a qualche amico
del loro stesso sesso.
Questo argomento, per quanto
ovviamente sia un argomento di grande interesse e importanza, fino ad ora, come
io ho sottolineato, è stato discusso veramente poco in questo paese, in
parte a causa di una certa quantità di
dubbio o di disgusto che, forse non del tutto innaturalmente, lo ha circondato.
E certamente se gli uomini e le donne nati con la tendenza in questione fossero
solo estremamente rari, anche se non sarebbe dignitoso ignorarli in questa
analisi, non si potrebbe comunque ritenere strettamente necessario discutere in
modo approfondito della loro situazione. Ma dato che la categoria è realmente,
in qualsiasi conteggio, numerosa, diventa un dovere per la società non solo
capirli ma aiutarli a capirsi.
Perché non c'è dubbio che in molti
casi le persone di questo tipo soffrono molto per il loro temperamento e
tuttavia, dopo tutto, è possibile che essi possono avere un ruolo importante
nell'evoluzione della razza. Chiunque si renda conto di che cosa è l’amore: una
dedizione del cuore, così profonda, così coinvolgente, così misteriosa, così imperativa,
e sempre e solo nelle nature più nobili così forte, non può non vedere quanto
difficile e anche quanto tragico debba spesso essere il fato di coloro i cui
sentimenti più profondi sono destinati fin dai primi giorni ad essere un enigma
e una pietra d'inciampo, che essi stessi non si spiegano e che è passato sotto
silenzio da altri.(6) Chiamare le persone di tale temperamento "malate”, e
così via, non è utile. Tale termine è, infatti, assurdamente inapplicabile ai
molti, che sono tra i più attivi, i più amabili e i più accettati membri della
società; e per di più in questo modo non si ottiene alcuna soluzione del
problema in oggetto, ma non si fa che mortificare per disprezzo un proprio simile
che ha già notevoli difficoltà a fare i conti con quel disprezzo.
Dice il dottor Moll, "Chiunque
abbia visto molti Urnings probabilmente ammette che essi formano senza alcun dubbio
un gruppo umano snervato; al contrario, si trovano tra loro individui possenti
di aspetto sanissimo; " ma nella frase successiva dice che "soffrono
gravemente" per il modo in cui sono considerati; e nel manifesto di una
considerevole comunità di queste persone in Germania si trovano queste parole:
"I raggi di sole nella notte della nostra esistenza sono così rari, che
siamo sensibili e profondamente grati per il minimo gesto, per ogni singola voce
che parla a nostro favore nel forum del genere umano."(7)
Nel trattare con questa categoria
di persone, quindi, mentre non nego che essi presentino un problema difficile,
io credo che proprio per questa ragione il loro caso richiesta una discussione.
Sarebbe un grave errore supporre che la loro affettività sia necessariamente
sessuale o connessa con atti sessuali. Al contrario, come mostrano abbondanti
evidenze, essi sono spesso puramente emozionali nei loro caratteri, e
confondere gli Uranisti (come si fa tanto spesso) con i libertini, che non
hanno altra legge che la curiosità che sfocia in autoindulgenza, è fare loro un
grave torto. Allo stesso tempo è evidente che il loro speciale temperamento può
qualche volta causare loro dei problemi in riferimento alla loro relazioni
sessuali. Non abbiamo bisogno di affrontare adesso questo argomento. Ma
possiamo sottolineare quanto sia negativo, specialmente per i giovani tra loro,
che un velo di completo silenzio posa essere gettato su questo argomento, un
velo che porti ai fraintendimenti, alle perversioni e alle confusioni più
penose della mente e che non possa esserci nessun suggerimento capace di guidarli,
nessun riconoscimento dei solitari e serissimi sforzi interiori che essi devono
affrontare! Se il problema è difficile, come indubbiamente è, il destino di
questi individui è molto duro perché devono affrontare all’interno delle loro
persone senza loro colpa, un’aggiunta di sofferenza a causa del rifiuto della
società di dare loro un qualsiasi aiuto. È in parte per queste ragioni e per
gettare un po’ di luce dove può essere necessario che io ho pensato fosse
consigliabile in questo libro semplicemente dare poche caratteristiche generali
dei tipi intermedi.
Come già indicato, nella struttura
corporea, non c’è, di regola nulla che distingua i soggetti della nostra
analisi dagli uomini ordinari e dalle donne ordinarie; ma quando consideriamo
le caratteristiche mentali generali appare da quasi tutte le testimonianze che
il maschio tende ad essere di atteggiamento piuttosto gentile e emotivo con
difetti, se esistono, in direzione della sottigliezza, dell’evasività, della
timidezza, della vanità, ecc.; mentre la donna è esattamente il contrario:
focosa, attiva, coraggiosa, sincera, con difetti orientati verso l’irascibilità
e la grossolanità. Si può aggiungere che la mente dell’uomo intermedio è
generalmente intuitiva e istintiva nelle sue percezioni, con maggiore o minore
gusto artistico mentre la mente della donna intermedia è più logica, scientifica e precisa di quanto
accade si regola tra le donne normali. Queste caratteristiche sono così marcate
che qualche volta attraverso di esse (anche se non sono una guida infallibile)
la natura del ragazzo o della ragazza può essere scoperta fin dall’infanzia,
prima che abbia avuto luogo il pieno sviluppo; e non c’è bisogno di dire che può
spesso essere molto importante essere in grado di fare ciò.
Certamente a seguito
dell’osservazione di questi segni K. H. Ulrichs propose la sua teoria; e anche
se la teoria, come abbiamo detto, non
spiega in nessun modo tutti i fatti, non è comunque priva di meriti e vale la
pena di ricordarla.
Nel caso, per esempio, di una donna
di questo temperamento (definita, noi supponiamo, come “un’anima maschile in un
corpo femminile”) la teoria ci aiuta a capire come sia stato possibile per lei,
in buona fede, innamorarsi di un’altra donna. Krafft-Ebing presenta(8) il caso
di una signora (A.), di 28 anni, che si innamorò profondamente di una donna più
giovane (B.). “L’ho amata divinamente” dice la signora. Vivevano insieme e
l’unione durò per quattro anni, ma fu poi interrotta per il matrimonio di B..
A. in conseguenza di questo soffrì di spaventosa depressione; ma in conclusione
– quantunque senza vero amore – anche lei si sposò. La sua depressione comunque
continuò ad aumentare e si aggravò trasformandosi in malattia. I dottori,
quando furono consultati, dissero che tutto sarebbe andato bene solo se lei
avesse potuto avere un figlio. Il marito, che amava sinceramente la moglie, non
riusciva a capire il suo comportamento enigmatico. Lei si comportava
amichevolmente con lui, tollerava le sue carezze, ma poi rimaneva “spenta,
esausta, afflitta dall’irritazione della spina dorsale ed era nervosa.” Ora una
viaggio della coppia sposata condusse ad un altro incontro con la donna amica
amata, che all’epoca era stata sposata (anche lei infelicemente) per tre anni.
“Entrambe le signore tremavano di gioia e di eccitazione quando caddero una
nelle braccia dell’altra e da quel momento in poi divennero inseparabili. Il
marito trovò che questa relazione amichevole era molto singolare e affrettò la
partenza. Quando se ne presentò l’occasione, si rese conto, attraverso la
corrispondenza tra sua moglie e la sua “amica” che le loro lettere erano
esattamente come quelle di due innamorati.
Accade che gli amori di questo tipo
di donne siano spesso molto intensi e (come accade anche nel caso degli uomini
Urning) durino tutta la vita.(9) Gli individui di entrambi i gruppi si sentono
pienamente in paradiso quando amano felicemente. Ciò nonostante, per molti di
loro è un fatto penoso che – in conseguenza del loro particolare temperamento –
essi sono comunque appassionati di bambini ma non sono in condizioni tale da
poter fondare una famiglia.
Fin qui ci siamo limitati a
caratteristiche molto generali della razza intermedia. Potrebbe aiutarci a
chiarire e a precisare le nostre idee il descrivere adesso più in dettaglio, in
primo luogo quelli che possono essere chiamati tipi estremi ed esagerati di
questa razza e poi i tipi più normali e perfetti. Così facendo avremo una
visione più definita e concreta del nostro argomento.
In primo luogo dunque gli esempi
estremi – come accade in molte situazioni estreme – non sono particolarmente
attraenti e talvolta sono esattamente l’opposto. Nell’uomo di questo tipo
abbiamo il tipo chiaramente effeminato, sentimentale, apatico, affettato nella
camminata e nelle maniere, un po’ troppo chiacchierone, abile con l’ago e nei
lavori femminili, qualche volta compiaciuto di vestirsi con abiti femminili; la
sua figura non di rado tradisce una tendenza verso il femminile, largo di
fianchi, flessuoso, non muscoloso, col viso carente di capelli con la voce
inclinata a toni alti ecc.; mentre la stanza dove abita è di regola
estremamente elegante anche per la scelta delle decorazioni e dei profumi.
Anche la sua affettività è spesso femminile nell’atteggiamento, appiccicosa,
dipendente e gelosa come di uno che desidera di essere amato anche più di
amare.(10)
Dall’altro lato, come tipo estremo
della donna omogenica, troviamo una persona piuttosto marcatamente aggressiva,
di forti passioni, di maniere e di movenze mascoline, pratica nella condotta
della vita, sensuale più che sentimentale in amore, spesso trasandata, stravagante
nell’abbigliamento;(11) il suo aspetto è muscoloso, la sua voce di tono
piuttosto basso; la stanza dove abita è decorata con scene sportive, pistole,
ecc., e non senza qualche sentore di erbaccia nell’aria; mentre il suo amore
(rivolto in genere ad esemplari piuttosto morbidi e femminili del suo stesso
sesso) è spesso una specie di furore, simile all’amore maschile ordinario, e
talvolta anche incontrollabile.
Questi sono i tipi che, a ragione
del lor silenzio, ciascuno potrà più o meno riconoscere. Naturalmente quando
capita si presta una certa attenzione e non è rara l’impressione che molte
persone di natura omogenica appartengano
all’una o all’altra di queste due categorie. Ma nella realtà, ovviamente,
questi sviluppi estremi sono rari, e per la maggior parte il temperamento in
questione è incarnato in uomini e donne che presentano una esteriorità
abbastanza normale e non sensazionale. Parlando di questo argomento e della
connessione tra effeminatezza e natura omogenica negli uomini, il Dott. Moll
dice: “Bisogna chiare bene in via preliminare che l’effeminatezza non si
manifesta in alcun modo in tutti gli Urning. Quantunque si possa trovare questo
o quell’indizio in un gran numero di casi, non si può comunque negare che una
grande percentuale, forse la grande maggioranza di essi non mostra alcuna
pronunciata effeminatezza”. E si può supporre che si possa arrivare alla stessa
conclusione rispetto alle donne di questa categoria – specificamente che la
maggioranza di loro non mostra pronunciate abitudini maschili. Infatti, anche se questi casi estremi sono di
grandissimo interesse dal punto di vista scientifico perché definiscono le
tendenze e i limiti di sviluppo in certe direzioni, sarebbe tuttavia un grave
errore considerarli casi rappresentativi di tutte le fasi dell’evoluzione umana
interessate.
Venendo a quello che può esse
chiamato il tipo più normale di uomo Uraniano, troviamo un uomo che, pur
possedendo completamente caratteristiche maschili di mente e di corpo, mescola
con esse la più tenera e la più emotiva natura spirituale della donna – e
talvolta in grado notevole. Questi uomini, come abbiamo detto, sono spesso
muscolosi e ben strutturati fisicamente e indistinguibili per struttura
esteriore e portamento del corpo dagli altri del loro stesso sesso; ma emotivamente
sono estremamente complessi, teneri, sensibili, pietosi e amabili, “pieni di
tempesta e fatica, di fermento e fluttuazione” del cuore; La capacità logica
nel loro caso può essere più o meno sviluppata ma l’intuizione è sempre forte:
come le donne, essi individuano i caratteri a colpo d’occhio e sanno, non si sa
come, quello che passa nella mente degli altri, hanno spesso speciali
attitudini per l’infermieristica e per prendersi cura dei bisogni altrui; in
fondo giace la natura artistica, con la sensibilità e la percezione
dell’artista. Una tale persona è spesso un sognatore di abitudini meditative e
riservate, spesso un musicista o un uomo di cultura, corteggiato dalla società
che ciò nonostante non lo capisce, o è anche , talvolta, un figlio del popolo
senza nessuna cultura, ma quasi sempre con una particolare raffinatezza innata.
De Joux, che parla completamente in favore degli uomini uraniani e delle donne
uraniane, dice di questa ultima situazione: “Sono entusiasti della poesia e
della musica, hanno spesso straordinarie attitudini per le arti e sono dominati dall’emozione e dalla
simpatia alla minima occasione triste. La loro sensibilità, la loro tenerezza
senza fine per i bambini, il loro amore dei fiori, la loro grande pietà per i
mendicanti e per gli storpi sono veramente femminili.” E in un altro brano
indica la natura artistica quando dice: “Il sistema nervoso di molti Urning è
il più fine e più complicato strumento musicale a servizio della personalità
interiore che si possa immaginare.”
Sembrerebbe probabile che l’affetto
si un tale individuo sia di carattere tenero e profondo; infatti è possibile
che in questo gruppo di uomini si possa trovare il sentimento amoroso in una
delle sue forme più perfette – una forma nella quale, secondo le necessità
della situazione, l’elemento sensuale, anche se presente, è totalmente
subordinato a quello spirituale. Uno svizzero che si occupa di questo
argomento, dice: “È veramente felice quell’uomo che ha come amico un vero
Urining- lui cammina sulle rose, senza neppure avere paura delle spine”; e
aggiunge: “Ci può mai essere uno che si cura dei malati meglio di un Urning?” E
anche se queste sono esternazioni di parte, possiamo ben credere che ci sia un
nucleo apprezzabile di verità in esse. Un altro scrittore, citato da De Joux,
parla in un modo in certo senso simile e potrebbe forse essere accolto con lo
stesso spirito. “Noi formiamo”, ci dice, “una particolare aristocrazia di
modesti spiriti, di buone e raffinate abitudini e in molti gruppi maschili
siamo rappresentativi dell’elemento di
livello mentale e artistico più alto. In noi, sognatori ed entusiasti, si trova
il controbilanciamento alla quota puramente mascolina della società, tendente,
come fa sempre, alla mera avidità del guadagno e ai piaceri sensuali
materiali.”
Che gli uomini di quel tipo
disprezzino le donne, anche se lo credono in molti e è una cosa che difficilmente
sembra essere giustificata. Infatti, anche se naturalmente non tendono ad
“innamorarsi” in questa direzione, uomini simili sono per loro natura portati
piuttosto ad avvicinarsi donne, e sembrerebbe che essi siano particolarmente
interessati a capire le necessità emotive e i destini dell’altro sesso, cosa
che porta in molti casi ad un affetto genuino che è chiamato amicizia
“Platonica”.
Ci sono pochi dubbi che essi siano
istintivamente ricercati dalle donne, che, senza sospettare nulla della vera
causa, sono coscienti di un accordo simpatetico con l’omogenico, che manca loro
con l’uomo normale. Per citare un’altra volta De Juox: “sarebbe un errore
supporre che tutti gli Urnungs debbano essere odiatori delle donne. In pratica
è vero quasi il contrario. Non è raro che siano i soli fedelissimi amici, i più
veri alleati e i più convinti difensori delle donne.”
Per passare ora agli esempi di
normali e perfetti di donne omogeniche, troviamo un tipo in cui il corpo è
tipicamente femminile e grazioso, con la rotondità e la pienezza della forma
femminile e l’equilibrio e l’appropriatezza del suo movimento, ma nel quale la
natura interna è in gran parte mascolina; il temperamento attivo, audace,
creativo, in qualche modo atto alla decisione, non troppo emotivo, interessato
alla vita fuori di casa, ai giochi e agli sport, alla scienza, alla
politica e anche agli affari; capace di
organizzare e gratificato da posizioni di responsabilità, qualche volta in
realtà capace di incarnare il ruolo di un leader eccellente e generoso. Una
tale donna, lo si vede facilmente, per la combinazione speciale delle sue
qualità, è spesso adatta per una lavoro importante nella vita professionale
oppure come manager di istituzioni, o anche come governatore di un paese. Il
suo amore si rivolge a nature giovani e
più femminili della sua; è una passione potente, quasi di tipo eroico e capace
di ispirare grandi gesta; e quando è tenuta debitamente sotto controllo, può
talvolta diventare una forza smisurata nell’insegnamento e nell’istruzione di ragazze o nel creare una scuola di pensiero
o di azione tra le donne. Molte Santa Chiara e molte badesse fondatrici di case
religiose sono state probabilmente donne di questo tipo; e in ogni epoca queste
donne – non essendo legate agli uomini dai legami ordinari – hanno avuto modo
di lavorare molto più liberamente nell’interesse del loro sesso, una causa alla
quale il loro stesso temperamento le spinge a dedicarsi “con amore”.
Ora ho delineato – in realtà molto
brevemente e inadeguatamente – tutti e due i tipi estremi e i tipo più normale
di uomo intermedio e di donna intermedia: tipi che possono trovare riscontro
nella storia e nella letteratura, anche se certamente in modo più soddisfacente
nella vita reale intorno a noi. E per quanto l’argomento non sia usuale,
comincia ad apparire chiaro che è uno di quelli coi quali il pensiero moderno e
la scienza dovranno avere a che fare. Degli ultimi tipi descritti, cioè dei più
normali, bisogna dire che esistono e sono sempre esistiti in gran numero, e per
questa semplice circostanza c’è una grande probabilità che essi abbiano un
ruolo e uno scopo. Come precisato, non c’è nessuna indicazione speciale di
malattia che li riguardi, a meno che la particolare natura del loro sentimento
amoroso non sia essa stessa considerata patologica; e nella separazione dei
sessi uno dall’altro, per la quale ci si lamenta così spesso oggi, bisogna
ammettere che essi fanno molto per riempire il vuoto.
La natura artistica istintiva del
maschio di questa categoria, il suo spirito sensibile, il suo ondivago temperamento
emotivo, combinato col coraggio dell’intelletto e del corpo; e la franca,
libera natura della donna, la sua mascolina indipendenza e la sua forza unita a
una grazia veramente femminile di forma e di comportamento; si può dire che
diano ad entrambi, attraverso la loro doppia natura, il comando della vita in tutte
le sue fasi, e una certa frammassoneria di segreti fra i due sessi che può
favorire molto la loro funzione di riconciliatori e interpreti. È certamente
considerevole il fatto che alcuni dei più importanti leader del modo e dei più
importanti artisti sono stati dotati o in tutto in parte di temperamento
uraniano – come nei casi di Michelangelo, di Shakespeare, di Marlow, di
Alessandro il grande, di Giulio Cesare, o, tra le donne, di Cristina di Svezia,
della poetessa Saffo e di altre.
____________
Note:
1) Per
la derivazione di questo termine vedi oltre, capitolo II, p.90 [dell’edizione originale]
2) Vedi
appendice, pag. 131 e 132 [dell’edizione originale]
3) Da
Uranos, cielo; essendo la sua idea che l’amore Uraniano fosse di un livello più
alto rispetto al legame ordinario. Per altre informazioni su Ulrichs e le sue
teorie, vedi Appendice, pag. 148-151 [dell’edizione originale]
4) Charles
G. Leland(“Hans Breitmann”), nel suo libro “Il sesso Alternato (Funk, 1904)
insiste molto sulla frequente combinazione delle caratteristiche di entrambi I
sessi in uomini e donne importanti e presenta un capitolo su “L’animo femminile
nell’uomo” e un altro su “L’intelletto maschile nella donna”.
5) Alcune
più recenti indagini statistiche (vedi Statistische Untersuchungen” del dott. M. Hirschfeld, Leipzig 1904) dallo
da 1,5 a 2% come rapporto probabile. Vedi anche Appendice pp. 126-128
[dell’edizione originale]
6) Per
alcuni esempi, vedi Appendice, pp. 149-153 [dell’edizione originale].
7) Vedi
De Joux, Die des Enterbten Liebesglückes (Lipsia, 1893), p. 21.
8) “Psychopathia Sexualis”,
Settima edizione, p. 276.
9) Vedi
Appendice, pagine 145-148 [dell’edizione originale]
10) Questa
descrizione può richiamare alla mente dei lettori la storia delle abitudini e
del carattere di Enrico II di Francia.
11) Forse
come la Regina Cristina di Svezia, che viaggiò attraverso l’Europa, nella sua
visita in Italia, con stivali da uomo e sedendo a cavalcioni sul suo cavallo.
Si dice che abbia stretto la mano del Papa, vedendolo, così energicamente che
il dottore dovette occuparsene subito dopo.
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sabato 1 novembre 2014
JOHN ADDINGTON SYMONDS OMOSESSUALE
Quando nel 1985 Frassinelli pubblicò l’autobiografia (Memories) di John Addington Symons [John Addington Symonds “Voglie diverse}” – Confessioni intime di un letterato vittoriano, Frassinelli Milano 1985, traduzione di Erica Joy Mannucci dell'originale inglese: “The Memories of John Addington Synmonds”, Londra 1984. Tutte le citazioni nel seguito di questo saggio si riferiscono alla edizione di Frassinelli del 1985], mi trovavo in Lombardia per lavoro. Ricordo perfettamente che lessi il libro in soli due giorni e ne riportai una impressione profonda. Non è solo la storia di un omosessuale, ma è un documento di radicale sincerità e di altissimo spessore umano, un documento di straordinaria modernità anche se riguarda un uomo nato nel 1840. Il lettore omosessuale di oggi ritrova nelle memorie di Symonds gran parte del proprio mondo.
Praticamente tutta l’autobiografia è centrata sulla omosessualità, e gli aspetti culturali legati all’opera critica e letteraria dell’autore sono relegati ad una dimensione marginale.
Symonds lasciò disposizione che le Memorie potessero essere pubblicate solo dopo trascorsi 50 anni dalla sua morte, non si aspettava certo celebrità dalla sua opera.
L’autobiografia, pur essendo anteriore alla condanna di Wilde e alla nascita della psicoanalisi, rappresenta una ricerca volta a documentare lo sviluppo della omosessualità dell’autore. Non si tratta della vicenda di un omosessuale chiuso in sé stesso ma di un uomo di cultura profonda, sposato e con quattro figlie, legatissimo alla storia e alla cultura italiana e ottimo conoscitore della lingua italiana. È anche per questo che le memorie di Symonds costituiscono un documento unico perché sono il ritratto senza reticenze di un omosessuale della seconda metà dell’Ottocento visto dal di dentro, come lui stesso si vedeva. Ma il vero fascino di questa lettura, che la rende unica, deriva dal fatto che procedendo pagina dopo pagina si ha l’impressione di conoscere l’autore sempre meglio, di capire i suoi tormenti profondi, i suoi turbamenti, le sue incoerenze, e i suoi slanci amorosi, in qualche modo il lettore se lo sente accanto, come se John gli parlasse di sé in modo molto semplice e diretto e si abitua a quella presenza come alla presenza di un amico.
In questi ultimi giorni ho ripreso le Memorie di Symonds e le ho rilette. Anche se ormai sono vecchio, resto ancora affascinato da questa lettura. È noto che Symonds è morto a Roma ed è stato sepolto a Roma, al cimitero degli Inglesi (cimitero acattolico) vicino alla Piramide di Caio Cestio. Stamattina ho preso il tram e sono andato a Porta San Paolo e quindi al cimitero degli Inglesi, tutti sanno che lì sono sepolti John Keats e Percy Shelley e sono conservate le ceneri di Gramsci di pasoliniana memoria ma, per fermarsi ai personaggi noti omosessuali, lì riposano anche Carlo Emilio Gadda e Dario Bellezza. Ho trovato facilmente la tomba di Addington Symonds, una sepoltura minima, a terra, con una lapide, purtroppo una delle tante tombe abbandonate. Fermandomi lì accanto ho avuto l’impressione di conoscere la vita dell’uomo che lì era sepolto, molto al di là di quello che ne diceva la lapide, ed era in fondo lui stesso che mi aveva parlato di sé.
La sua preoccupazione principale, nell’autobiografia, fu quella di dire la verità e di fare capire che cosa è veramente l’omosessualità, era certo che “un suo simile” avrebbe potuto capire a fondo il travaglio della sua anima e lo avrebbe considerato un uomo onesto. Se John avesse potuto immaginare che, a distanza di più di 120 anni dalla sua morte, la sua opera sarebbe stata ancora un motivo di riflessione per tanti “suoi simili”, credo ne sarebbe stato felice.
Ma veniamo alla biografia di Symonds.
Nato il 5 Ottobre 1840 a Bristol, in Berkeley Square 7, John vive in quella casa fino al giugno del 51, quando si trasferisce a Clifton Hill House.
Della madre, che era morta di scarlattina quando John aveva 4 anni, si conservano nella mente di John fino all’età adulta solo frammenti di ricordi.
John vive con le sue tre sorelle, col padre e una zia materna. Riceve una educazione religiosa in modo indiretto. Così lui stesso ci racconta:
In un modo o nell’altro – forse ascoltando le deprimenti prediche del Blind Asylum – sviluppai un senso morboso del peccato, e di notte gridavo per atti immaginari di disobbedienza. Mia zia e mio padre, sentendomi piangere e singhiozzare, lasciavano il salotto e cercavano di confortarmi.
Ero convinto che il diavolo vivesse vicino alla stuoino, in un angolo buio del corridoio accanto alla camera di mio padre. Credevo che mi apparisse sotto forma di un’ombra nera, correndo per terra qua a là, con un lievissimo sospetto di coda roteante.
Quando nell’anno 1848 ci fu l’epidemia di colera ne sentii parlare così tanto che caddi in uno stato cronico di paura isterica. Qualcuno mi aveva detto quali benefici si ottenevano recitando giaculatorie. Così mormoravo continuamente: “O Dio, salvami dal colera!” Questa abitudine superstiziosa mi rimase per anni. Credo che fu di impedimento alla crescita di sane idee religiose; ma non posso dire di essere mai stato sinceramente pio, o di avere mai capito davvero le parole su Dio che sentivo e ripetevo a pappagallo.[Pag. 12-13]
John ricorda con rispetto ma con distacco la nonna materna, una austera signora aristocratica, per la quale la religione era un valore fondamentale, abituata a promuovere a suo modo la fede invitando diverse persone a rinfreschi pomeridiani che diventavano occasioni di predicazione e di proselitismo:
Erano frequenti abbondanti rinfreschi pomeridiani, come quelli descritti da Dickens, e dopo il Chadband [Riferimento al pastore grasso e ipocrita di Bleak House di Dickens, pubblicato a dispense mensili nel 1852-53] della serata faceva un lungo discorso. Seguivano le preghiere, durante le quali un chimico farmaceutico particolarmente ripugnante, di Broad Mead, innalzava all’Onnipotente con la sua voce nasale richieste che troppo stesso, purtroppo, degeneravano nell’apologia della Plymouth Sect di Bristol, e in aspri biasimi contro i membri delle altre congregazioni religiose, che si ostinavano nell’errore [omissis]. Qualche volta mi portavano alla Bethesda [una cappella], dove il mio spirito non trovava conforto, perché mi pareva un ricettacolo di pietismo stagnante e di torbido filisteismo borghese. [omissis] Naturalmente mia nonna insisteva molto sulle preghiere in famiglia. Le piacevano particolarmente le lamentazioni di Geremia, i capitoli con le minacce dei profeti e l’Apocalisse. Con voce profonda e sonora, passando da un gemito iniziale al trillo, salmodiava sempre quei versi lugubri che cominciavano e finivano con: “Così dice il Signore!” Non ricordo di aver udito nulla del Vangelo o dell’amore di Cristo per tutto il genere umano, né durante le letture delle scritture né nelle preghiere estemporanee che seguivano. Lei concentrava l’attenzione sul messaggio al popolo eletto, con la premessa tacita che tutti coloro che vivevano al di fuori dell’ovile di Plymouth erano figli dell’ira.[Pag. 17-18]
Dopo aver descritto i suoi avi paterni più lontani, Symonds parla di suo nonno:
Arrivo così a mio nonno. John Symonds di Oxford, il primo a reagire alla ereditaria ristrettezza della fede familiare. Pur rimanendo un dissenziente, nella maturità divenne quel che si può definire uno storico cristiano. Era un discreto studioso di classici latini e scrisse diari e meditazioni voluminose nello stile di Seneca. Non era di natura elastica e ottimista: al contrario, era rigido e limitato, reso depresso da un temperamento malinconico e dalla tetraggine del calvinismo, che in lui diventava fatalismo filosofico. Questa relativa indipendenza nei confronti del dogma settario, accanto allo studio dei classici e del pensiero inglese da Bacone a Locke, a Hume e ad Adam Smith, creava il modello giusto per fare partire mio padre sulla via personale all’emancipazione. Un senso del dovere severo e intransigente, una tetra incapacità ad avere rapporti con il mondo, queste caratteristiche rivelavano che mio nonno era un discendente diretto e leale degli avi puritani. Queste qualità morali vennero trasmesse a mio padre. E in lui divennero trasfigurate e spiritualizzate. Il terreno avanzato raggiunto da mio padre fu quello sul quale io sono cresciuto.[Pag. 33]
È proprio il nonno ad insegnare a John i primo rudimenti di Latino, cominciando prima dei cinque anni.
Il secondo capitolo dell’autobiografia porta la specificazione “contenente materiale riservato a studiosi di psicologia e di etica” ed è dedicato alla ricostruzione dei primi turbamenti sessuali (prima dei dieci anni) del giovanissimo John, oggi diremmo del suo imprinting sessuale.
Nell’introdurre il capitolo Symonds si esprime così:
Nessuno può considerare i primi risvegli dell’istinto sessuale come un fenomeno senza importanza in una vita. Solo il pregiudizio e il falso pudore inducono la gente a nascondere i fatti e le fasi della “vita sexualis”, tanto importante nella formazione del carattere e nella determinazione delle qualità mentali.[Pag. 40]
Va sottolineato che Symonds scrive prima di Freud e che le sue affermazioni non sono affatto scontate in una Inghilterra vittoriana.
Tra i miei primi ricordi devo registrare alcune visioni, metà sogni e metà rêveries, che erano certamente di carattere erotico, e che ricorrevano spesso prima che mi addormentassi. Mi immaginavo accovacciato sul pavimento in mezzo a un gruppo di uomini adulti nudi: marinai come ne avevo visti per le strade di Bristol. Il contatto con i loro corpi mi procurava un piacere intenso e misterioso. Per quanto possa sembrare strano che un bambino avesse potuto crearsi simili fantasie, e io non riesca a spiegarmene l’origine, ne sono certo. La rêverie si ripeteva tanto frequentemente, era così abituale, che non c’è dubbio sulla sua importanza psicologica. [Pag. 41]
Symonds descrive così quello che appare essere il suo imprinting sessuale:
Un bel ragazzo ben sviluppato e sano si masturbò una volta in mia presenza, quando ero bambino.[Aveva probabilmente meno di 9 anni] Voleva che provassi questo gioco. Ma anche se questa vista mi turbò in senso non negativo, mi ritrassi con orrore dal suo tocco e riuscii a fuggire dalla stanza. Le attrattive di una sessualità oscuramente divina e quasi mistica persistettero nella mia natura, per tutta l’infanzia e l’adolescenza, fino a un momento avanzato dell’età adulta, insieme a una netta ripugnanza per le manifestazioni concrete del desiderio sessuale. [Pag. 41]
John descrive così i suoi primi contatti con la sessualità etero:
… fui abbastanza sfortunato da trovarmi a forza in compagnia di una ragazza rozza, alla quale piaceva scoprirsi e farmi toccare i suoi organi sessuali. La cosa non mi attraeva né mi ripugnava, e non suscitava la mia curiosità, solo dispiaceva al mio senso dell’odorato. Una volta, quando sorpresi un mio cugino che si preparava ad accoppiarsi con lei, provai un disgusto strano e intenso. [Pag. 41]
A nove anni apprende da un compagno di scuola “i misteri della dualità sessuale, del coito, del concepimento e del parto” [Pag. 42] queste cose lo interessano come una specie di lezione di scienze naturali, ma non producono alcuna fantasia erotica eterosessuale. John continua a sognare il contatto fisico coi marinai nudi ed è attratto solo dal sesso maschile. Dopo la lettura di “Venere e Adone” di Shakespeare, è affascinato dalla figura di Adone adolescente, che nello stesso tempo è per lui un oggetto di emulazione-identificazione e anche un oggetto di amore appassionato. Venere non è per lui oggetto di fantasie sessuali ma piuttosto il segno della potenza attrattiva di Adone e una specie di maestra dell’amore verso un giovane uomo. Come Symonds osserva molto acutamente, Shakespeare ha insistito molto più sulla bellezza di Adone che su quella di Venere e anche per questo John resta particolarmente turbato da quella lettura. John è convinto che la sua lettura di Shakespeare sia esattamente sulla linea di quello che Shakespeare stesso aveva voluto dire.
Nel discutere le teorie di Ulrichs sulla omosessualità, John così si descrive:
… un individuo le cui emozioni sono indirizzate al sesso maschile durante l’adolescenza e la prima età adulta; che non è caratterizzato né da una passione effeminata per adulti robusti né da una predilezione per i giovinetti; in altre parole un individuo i cui istinti di amicizia sono pervasi da una preferenza sessuale netta. Ma in questa descrizione abbastanza corrispondente al mio atteggiamento non trovo nulla che giustifichi la teoria dell’animo femminile. Moralmente e intellettualmente, per carattere, gusti e abitudini, sono più maschile di molti uomini che conosco, i quali adorano le donne. Non ho sentimenti femminili nei confronti degli uomini che suscitano il mio desiderio. L’anomalia della mia situazione sta nel fatto che ammiro la bellezza fisica degli uomini più di quella delle donne, ricavo più piacere dal loro contatto e dalla loro compagnia, e solo persone di sesso maschile provocano in me sensazioni sessuali. [Pag. 45]
John passa il primo periodo dell’adolescenza (1851-1854) nella Clifton Hill House, la sua nuova casa in collina, dalla quale si può allargare lo sguardo sulla intera città di Bristol. Il giardino intorno alla casa, coi suoi colori e i suoi odori diventerà nel ricordo quasi un luogo magico.
Nella primavera del 1854 John deve lasciare Clifton Hill House per andare a studiare a Harrow on the Hill. Entra a Harrow con l’idea che nessuno avrebbe potuto cambiarlo \vir{dentro} e che stava affrontando qualcosa di inevitabile ma nello stesso tempo di esteriore. La salute non lo assiste e nessuno dei suoi pur validi insegnanti riesce a scuoterlo. John non partecipa alla maggior parte delle attività sportive.
L’attività di Harrow è organizzata gerarchicamente attraverso i capiclasse, il rappresentante del corpo studentesco e i docenti. Al vertice dell’organizzazione c’è il rettore Vaughan. Quando John, che è un capoclasse, viene umiliato dal rappresentante del corpo studentesco non esita a rivolgersi direttamente al rettore per fare valere le sue ragioni e da lui ottiene soddisfazione.
Symonds ricorda con riconoscenza un suo insegnante di Harrow, il reverendo John Smith, ed elenca alcuni ragazzi di cui fu amico e coi quali visse momenti spensierati e sostanzialmente felici. Non c’è dubbio che su questa dimensione positiva dei ricordi di Harrow abbia influito la presenza di tanti bei ragazzi nei momenti più lieti della loro gioventù,
splendidi esseri atletici intorno a me, la cui vita era completamente gioiosa per loro e gratificante dal punto di vista della contemplazione estetica. [Pag. 78]
La scuola, allora come oggi non è fatta solo di rapporti tra gli insegnanti e gli studenti, ma anche, se non soprattutto, di rapporti tra studenti. Se questo è vero ancora oggi, doveva esserlo molto di più quando i ragazzi erano costretti a fare vita di collegio, lontano dalla loro famiglie.
Così Symonds apre il quinto capitolo della sua autobiografia:
Una cosa a Harrow si impose molto presto alla mia attenzione. Lo stato morale della scuola. Ogni bel ragazzo aveva un nome femminile ed era considerato o prostituita pubblica o “puttana” di qualche tipo più grosso. Puttana era la parola comunemente adoperata per indicare un ragazzo che cedeva ad un amante la sua persona. Nei dormitori e negli studi i discorsi erano di tono incredibilmente osceno. Qua e là non si poteva evitare di assistere ad atti di onanismo, masturbazione reciproca, e ai trastulli di ragazzi a letto insieme nudi. Non c’era finezza, né sentimento, né passione, null’altro che lussuria animale, in questi gesti. Mi riempivano di disgusto e di ripugnanza. [Pag. 79]
Ma il sesso non è forse l’aspetto peggiore dell’indisciplina di Harrow. Alcuni ragazzi, dopo avere abusato di un loro compagno, lo umiliano davanti agli altri, lo prendono a pugni, a calci e a sputi e lo apostrofano con insulti osceni. Quelle “bestie”, così le chiama John, tentano di sedurre anche lui nel primo semestre di permanenza a Harrow, ma John decide subito di non essere “disponibile” e continua per un verso a sublimare e ad idealizzare l’eros maschile e per l’altro a condannare senza riserve quello che è costretto a vedere quotidianamente, ma certo quegli spettacoli non gli sono indifferenti. John ritiene che i suoi compagni debbano superare con l’andare dell’età quella che gli appare come una sessualità decisamente immatura, se mai, si stupisce del fatto che i professori e il rettore non abbiamo cognizione di ciò che accade realmente nel collegio.
Durante una lezione, un certo Dering manda ad un tale O’Brien, detto Leila, un biglietto per informarlo che ha un letto a disposizione e per invitarlo a raggiungerlo nell’intervallo tra la terza e la quarta ora cioè tra le quattro e le cinque del pomeriggio. Il biglietto viene intercettato dal professore e il rettore Vaughan è investito della cosa. Daring è punito con la fustigazione e O’Brien è costretto a copiare moltissimi versi. John all’epoca, almeno a livello razionale, è convinto che i comportamenti di quei ragazzi siano socialmente nocivi oltre che peccaminosi e che quindi debbano essere repressi con decisione.
Fin qui il quadro sarebbe quello tipico di una scuola in cui gli studenti, che pure sono seguiti dal punto di vista degli studi, sono abbandonati, quanto al resto, totalmente a se stessi, ma in realtà le cose sono assai più complesse. Nel gennaio 1858 John rimane letteralmente sconvolto dalla confidenza di un suo compagno, Alfred Pretor, che gli confessa che il rettore Vaughan, un uomo di chiesa, ha avviato una relazione amorosa con lui. Pretor fa vedere a John una serie di lettere appassionate scritte da Vaughan che tolgono a John ogni dubbio sulla veridicità di quella confessione. Così John descrive le sue reazioni:
Ero disgustato di trovare questo vizio in un uomo che aveva un’altissima posizione di responsabilità, consacrato dalla Chiesa, al quale era affidato il benessere di seicento giovani: un uomo che mi aveva preparato recentemente alla cresima e dalle cui mani, in ginocchio accanto ad Alfred Pretor, avevo ricevuto il sacramento, e che ero abituato a vedere come modello di comportamento. [Pag. 83]
John tuttavia, più che vero sdegno contro Vaughan, prova perplessità perché il rettore avrebbe potuto trovare ragazzi assai meno rozzi di Pretor. La reazione di John finisce comunque per piegare verso il moralismo: cerca prima di tutto di convincere Pretor a interrompere il legame con Vaughan ma Pretor non ne vuole sapere, pensa quindi di affrontare direttamente Vaughan. Una volta John si trova nello studio del rettore a leggere versi greci e Vaughan gli poggia una mano su una gamba, gesto che John considera insinuante e sconsiderato. Ci si sarebbe aspettati da John una reazione ma non accade nulla.
Proprio in quel periodo, a raffreddare gli istinti moralistici di John intervengono altri fatti:
Mi innamorai di un bel ragazzo forte, di nome Huyshe, e ricordo che gli rubai il suo libro degli inni dal suo banco nella cappella, ma non gli parlai mai. Mi innamorai anche di Eliot Yorke, che mi veniva a trovare in camera; ma mi tenni sempre a rispettosa distanza. Dovette avvenire qualche cambiamento nei miei modi o nel mio aspetto, perché un ragazzo molto depravato, che conoscevo da tre anni, trovandomi una volta solo in camera, improvvisamente osò abbracciarmi, mi baciò e mi cacciò la mano nei pantaloni. Ma in questo come in tutti gli altri casi mi mancò l’inclinazione alla libidine volgare. Ciò che mi salvò dall’autodegradazione e dai traffici con la cosa impura. [Pag. 84]
Nel sesto corso della scuola si leggeva Platone. John legge in una sola notte il Simposio e il Fedro e così ci riferisce:
quella fu una della notti più importanti della mia vita. [Pag. 85]
L’identificazione col pensiero di Platone è profonda. In pratica Platone gli fornisce un modello di eros maschile sublimato e di alto tono morale e legittimava quindi pienamente agli occhi di John quel tipo di eros staccandolo dalle attività sessuali sboccate e di basso profilo che poteva osservare a Harrow.
L’eco di quelle letture di Platone di ritrova anche, molti anni più tardi, nella corrispondenza scambiata dal 47enne Symonds con il prof. Jowett, per il quale aveva rivisto una traduzione del Simposio. Va sottolineato che Symonds mantiene un atteggiamento molto ambiguo, ci si aspetterebbe che sostenga la lettura di Platone nelle scuole e nelle università perché quella lettura potrebbe aiutare molti giovani omosessuali a ritrovare se stessi e a vedere la faccia nobile della omosessualità, ma non è questo l’atteggiamento di Symonds, che definisce la lettura di Platone per i giovani omosessuali come un \vir{dolce veleno}. Così scrive dunque in una lettera al prof. Jowett il primo febbraio del 1889:
Molte forme di passione tra maschi sono comuni nelle scuole, nelle università, nelle città e nei distretti rurali inglesi. Questa passione in alcune persone è innata non meno di quanto l’appetito sessuale comune sia innato nella maggioranza. Nei temperamenti più nobili così predisposti questa passione ricerca una trasfigurazione spirituale o ideale. Quando perciò gli individui di tale specie entrano in contatto con le fantasticherie di Platone (esposte con eleganza, immerse in quella particolare emozione, presentate con eccezionale forza drammatica, dorate con una filosofia mistica, pulsanti del realismo della vita greca reale) l’effetto che hanno su di loro ha la forza di una rivelazione. Scoprono che ciò che avevano cercato a tentoni nel buio era un tempo una possibilità accettata – non in una tana o in un angolino squallido – ma che il popolo la cui letteratura rappresenta la base della loro cultura più alta viveva così, aveva quelle aspirazioni. Per questi lettori di Platone non c’è questione di“figure del discorso”, ma di fatti concreti, di fatti dell’esperienza sociale di Atene, dai quali gli uomini derivarono coraggio, trassero luce intellettuale, mossero il primo passo sulla strada che li condusse a grandi conquiste e all’ardua ricerca della verità. [omissis] È futile sfuggire, evadendo il problema centrale o usando abilmente le parole, al fatto ostinato che le nature così atipicamente disposte trovino in Platone l’incoraggiamento dei sogni che hanno furtivamente nutrito. Il Liside, il Carmide, il Fedro e il Simposio: quante immagini diverse e fantasiose in questi dialoghi, di ciò che per queste menti è solo dolce veleno! Intanto sono circondati dalle tentazioni del mondo reale: amici di indole simile, ragazzi che rispondono alle gentilezze, creature sconsiderate, in giro sui cammini ordinari della vita. Eros Pandemos è ovunque. Platone dà la luce, lo splendore che mai fu sul mare o sulla terra. Così Platone ritarda la dannazione di queste anime catturandone la parte più nobile: la loro immaginazione intellettuale. E per quanto forte possa essere la tradizione, per quanto forti siano la pietà religiosa e il senso del dovere, questi freni si sono sempre dimostrati fragili di fronte alla spinta di una forte passione naturale innata e alle seduzioni dell’arte ispirata.
Nell’anima il conflitto è terribile, e la vittoria, se viene conquistata, lo è solo a prezzo di una lotta che frustra e amareggia.
Non sappiamo quanti giovani inglesi siano stati danneggiati in questo modo. Credo fermamente che siano più di quanti si creda. [Pag. 87-88]
Symonds aggiunge che quando i ragazzi omosessuali vengono condannati dagli educatori, non possono portare a loro difesa se non il fatto che il loro istinto è innato e il fatto che gli stessi uomini che lo condannano hanno messo loro in mano la letteratura che più infiamma quell’istinto.
Symonds ammette di aver potuto dare troppo peso al rischio connesso alla lettura di Platone ma conclude:
È però impossibile esagerare l’anomalia del fatto che Platone diventi un testo per studenti, e un libro per famiglie, in una nazione che respinge l’amore greco, mentre la forma più vile dell’amore greco stesso è cresciuta a dimensioni allarmanti nei seminari giovanili e nei grandi centri di vita sociale di quella nazione. [Pag. 90]
Ma torniamo alle vicende seguendo una linea cronologica. Giunto il marzo del 1858, e finito il trimestre scolastico, John torna a Clifton per la Pasqua. Una domenica mattina, la mattina che riterrà poi fondamentale in tutta la sua vita, John posa lo sguardo su un corista che siede in chiesa quasi di fronte a lui, è Willie Dyer, il primo ragazzo di cui John si innamora profondamente. John ha allora 17 anni e Willie ne ha 14. John scrive a Willie e gli chiede un ritratto e Willie gli invia una sua fotografia, poi combinano di incontrarsi alle 10 del mattino del 10 aprile nel chiostro della cattedrale. Scrive Symonds:
Da quella mattina io dato la nascita della mia vera identità. [omissis] Non potevo sposarlo; la società moderna non prevedeva legami di convivenza con cui potessimo unirci. Così il mio primo amore andò sprecato. Non potevo trattarlo in modo giusto; la mortificazione della posizione anomala in cui lui e io venivamo messi contribuì molto a degradare il mio carattere. [Pag. 92]
Tuttavia all’inizio John non si rende conto della difficoltà di gestire una situazione come quella e la storia d’amore con Willie va avanti: si vedono o si scrivono ogni giorno.
Lui ricambiava il mio affetto con un amore semplice e fedele. La nostra intimità, anche se clandestina, anche se noi due ragazzi, l’uno più anziano di tre anni dell’altro, ci incontravamo e ci aprivamo i nostri cuori senza la sanzione della famiglia o degli amici, era del tutto piena di rispetto, e completamente libera dal male. Passò più di un anno prima che osassi fare più che toccare la sua mano. Solo due volte in vita mia lo baciai sulle labbra. [Pag. 92]
Symonds parla del suo amore per Willie con toni lirici, ma il suo rapporto con Willie aveva anche un aspetto problematico, perché era vissuto in segreto:
Se avessi rivelato il mio sentimento a mio padre o ai suoi amici non solo non avrei trovato nessuna simpatia, comprensione, o credito, ma avrei suscitato orrore, dispiacere e ripugnanza. [Pag. 94]
Quando Symonds entra al Balliol (Oxford), nell’autunno del 1858, deve crearsi nuove amicizie perché quasi tutti gli studenti di Harrow che andavano all’università si indirizzavano verso Cambridge. Nelle Memorie John cita molti compagni di studi del Balliol che poi fecero carriere brillanti e riferisce anche episodi significativi per chiarire che ariatirasse all’interno dell’università per quanto riguarda l’omosessualità.
Un certo Urquhart, che correva appresso ai coristi della chiesa, tenta di sedurre John, ma un certo Munro, un bel giocatore di cricket, gli fa capire quanto le attenzioni di Urquhart possano comprometterlo. Completamente positivo, almeno all’inizio, appare invece il rapporto col prof. John Conington; Symonds resta con lui tutte le sere nel suo alloggio privato fino a mezzanotte. Conington aveva simpatia per gli affetti romanici nei confronti dei ragazzi e nell’inverno 58-59 fa leggere a John “Jonica”, una raccolta di poesie di William Johnson, professore ad Eaton. Quella lettura non è certo neutra né casuale. William Johnson sarà costretto nella Pasqua del 1872 a dare le dimissioni da Eaton a causa di una lettera compromettente che aveva scritto ad un suo studente, intercettata dai genitori.
Va sottolineato che quando Il prof. Conington fa leggere “Jonica” a Symonds lo scandalo sul nome di Johnson è ancora di là da venire, Conington è quindi a conoscenza delle tendenze di Johnson per via privata e spiega a Symonds l’esatto significato di alcune composizioni poetiche di “Jonica” in rapporto ad una persona specifica e cioè a Charlie Wood, coetaneo di Symonds, alunno prediletto del prof. Johnson, che diverrà poi Lord Halifax, un ecclesiastico di primissimo piano.
Symonds ha modo di rendersi conto che le sue esperienze di Harrow non sono poi così strane ed eccezionali, pensa quindi di scrivere una lettera a Johnson spiegandogli i suoi sentimenti e chiedendogli consiglio. Johnson gli risponde con una lunga lettera in cui si sostiene che
l’affetto tra persone dello stesso sesso non è meno naturale e razionale dei rapporti passionali ordinari. [Pag. 98]
Nella lettera di Johnson, che aveva 17 anni più di lui, Symonds ritrova
la struggente tristezza, l’accento della delusione e dell’astensione forzata che viene meno solo quando gli uomini gettano la prudenza alle ortiche e giocano tutto sul cinismo. [Pag. 98]
Symonds è talmente distratto dalle letture e dal nuovo ambiente che nella primavera del 1859 viene bocciato agli esami di grammatica greca ma non ne fa una tragedia, è ovviamente costretto a dire a suo padre di essere stato bocciato, ma il fatto di aver vinto un concorso di poesia inglese al Balliol stempera la sgradevolezza dell’ammissione dell’insuccesso.
Nei frequenti colloqui tra Symonds e il prof. Conington, quando il discorso cadde nuovamente sulla passione non riconosciuta tra maschi, Conington mette alle strette Symonds sulla vita segreta di Harrow e in particolare sul comportamento del rettore Vaughan e Symonds gli racconta della storia dei rapporti tra Vaughan e lo studente Pretor, Conington ne è profondamente turbato e si dimostra un po’ scettico, ma Symonds dice chiaramente di avere prove inconfutabili.
È probabile che Conington tema di essere coinvolto in pettegolezzi pericolosi come Vaughan; qualche tempo dopo convince John ad andare a Clifton da suo padre con le lettere di Pretor e con i diari per informarlo dell’accaduto. John, che allora ha 18 anni, si trova nella scomoda situazione di accusatore del rettore della sua vecchia scuola. John capisce anche di aver violato la fiducia di Pretor mostrando ad altri una sua lettera privatissima. Come ammette lo stesso Symonds, per un ragazzo omosessuale è particolarmente imbarazzante accusare di omosessualità un uomo tanto più anziano di lui, ma lo sdegno moralistico finisce per prevalere:
Il mio sangue ribolliva e i miei nervi si irrigidivano quando pensavo quanto danno procurava ai giovani ogni giorno la vita di Harrow, sotto l’autocrazia di quell’ipocrita. [Pag. 101]
Il padre di John, esaminate le prove, non ha dubbi, scrive a Vaughan, gli intima di dimettersi immediatamente e di rinunciare per il futuro ad altre cariche ecclesiastiche. Vaughan viene a Clifton e accetta le condizioni che gli vengono imposte. Qualche giorno dopo viene a Clifton anche la moglie di Vaughan, una Stanley, e si getta in ginocchio ai piedi del padre di John, che, quantunque turbato dalle suppliche di quella donna, è però irremovibile.
Vaughan si dimette e nessuno sa il perché, salvo John, il padre, Conington e alcuni studenti di Cambridge e di Oxford. Viene organizzato un banchetto in onore di Vaughan che fa un breve discorso per salutare il corpo docente ed è applaudito.
Il governo offre a Vaughan un vescovado, che Vaughan rifiuta, quindi gliene offre un altro che Vaughan accetta perché come vescovo sarebbe entrato alla Camera dei Lord. Non appena il padre di John lo viene a sapere telegrafa immediatamente a Vaughan intimandogli di annullare l’accettazione e Vaughan finisce per rifiutare anche il secondo vescovado.
Pretor e i suoi amici condannano nettamente il fatto che John abbia riferito ad altri le confidenze ricevute e abbia così tradito la fiducia di un amico. John ritiene però di aver fatto il suo dovere e si sente scusato dal fatto che la storia di Vaughan era a conoscenza di parecchie persone anche prima della sua rinuncia.
Hugh Pearson, un amico di John gli rivela che il vescovo di Oxford, Samuel Wilberforce, gli aveva fatto questo discorso:
Sono sicuro che Vaughan abbia avuto un motivo grave per lasciare Harrow e rifiutare due mitre. Ci dev’essere sotto una brutta storia. Lei farebbe meglio a farmi suo amico. Se scopro la verità diventerò suo nemico. [Pag. 104]
Pearson rispose al vescovo di Oxford:
Anche se sapessi qualcosa sarebbe mio dovere tacerlo. Ma lei non ha il diritto di pensare che io lo sappia.
Benissimo – disse il vescovo – scoprirò tutto e l’ho avvertita. [Pag. 104]
Qualche tempo dopo il vescovo si ripresentò a Person e gli disse di avere saputo tutto a una cena, da una signora che sedeva accanto a lui e di avere anche comunicato i fatti all’arcivescovo di Canterbury e al primo ministro. In pratica moltissime persone sapevano prima dello scandalo pubblico ma la cosa veniva tenuta in caldo per essere usata, se del caso, come mezzo di ricatto, al momento opportuno.
La storia delle dimissioni di Vaughan ha comunque un risultato, così John si esprime in proposito:
Il maggior bene che uscì da tanto male, per me, fu che diventai intimo amico di mio padre. Non rimase alcun velo tra di noi. Lui capì la mia natura; io sentii la sua partecipazione e mi affidai alla sua saggezza. Unimmo i nostri cuori, non solo come padre e figlio, ma anche come uomini di temperamento e di età lontani che hanno in comune l’aspirazione ad una vita più elevata. [Pag. 106]
Quanto alla storia con Willie Dyer, il padre consiglia a John di rinunciare all’intimità per non compromettersi, data anche la sua delicatissima posizione della storia di Vaughan, ma dietro i consigli di prudenza si nasconde il pregiudizio sociale verso Dyer, che è figlio di un sarto e non è certo del livello sociale di John, che alla fine sotto la pressione del padre e nel timore di screditare pesantemente anche l’amato se la faccenda fosse diventata pubblica, rinuncia a Willie, o meglio rinuncia a vederlo e a rivolgergli la parola in pubblico ma continua a vederlo in segreto:
La mia vita uscì con la schiena rotta dal mio cedimento alla convenzione, quando la mia anima divenne disonesta nei confronti di Willie. [Pag. 107]
John si sente effettivamente disonesto nei confronti di Willie, i loro incontri sono furtivi e imbarazzati e John finisce per pagare 50 ghinee all’organista della cattedrale di Bristol perché assicuri a Willie un’educazione musicale, come il ragazzo desidera. In fondo una ben misera fine per quella che sembrava una storia d’amore in grado di resistere ad ogni tempesta.
Nell’autunno del 59 arriva ad Oxford un certo Shorting, piuttosto bello e dai capelli biondi e lucenti. È preso in simpatia da John e dai suoi amici, ma il suo comportamento troppo scoperto nei confronti dei coristi del Magdalen lo mette nei guai.
Tra il 60 e il 61 John si impegna negli studi e viaggia molto, dedica sei ore al giorno alla lettura ma ne passa molte di più nel tentativo di liberarsi dalla passione amorosa. Nell’estate del 62 ottiene il massimo dei voti nelle Litterae Humaniores ed è il migliore del suo anno. Così John descrive la sua “vita interiore” in quel periodo:
La ricerca della bellezza ideale, incarnata in esseri viventi maschi, o eternata in opere d’arte immortali, mi stava conducendo a un precipizio, dal quale non sembrava esserci via d’uscita se non con il suicidio o con quello che allora ritenevo peccato. [Pag. 112]
Nel bel mezzo del periodo più intenso degli studi, quando a Clifton rimaneva sveglio fino a notte alta per leggere, un fatto nuovo scuote l’animo di John: si innamora appassionatamente di Alfred Brooke, un corista della cattedrale. Si tratta di un amore molto meno sublimato di quello per Willie e la lotta tra la carne e lo spirito, tra la passione e il senso del dovere comincia a lacerare l’animo di John.
Nel 1865, quando la passione per Alfred Brooke è ormai superata, Simonds la sente ancora violenta:
Nelle veglie notturne mi rotolo nel letto, stringo i pugni e mi batto la fronte. La carne si risveglia in me, e lo spirito è debole nel desiderio. Ho sete di lui come il cervo ansima per i ruscelli. Grido dietro a colui che ho evitato. Mi disprezzo quando ricordo ciò che ha offerto e io rifiutato.
Davanti alla finestra del mio studio è passato una mattina. [Era il 7 ottobre 1861] Ho alzato la testa dalla scrivania dove stava Platone. Lui ha guardato dal marciapiede e fatto cenno e sorriso. Anche in questo momento lo vedo con il viso franco e aperto, il viso dell’invito, il corpo che emanava delizia, lo sguardo che diceva “ti aspetto”. Ho lasciato passare il ragazzo, trattenendo il respiro, e afferrando la tenda. Era andato. Sono corso in strada; non ho osato chiamarlo o seguirlo; mi sono gettato sull’erba e le foglie morte del giardino; mi sono lamentato a voce alta per lui, dibattendomi.
Sapevo che aspettava di placare la sete del mio animo; ma mi ritraevo. [Pag. 115-116]
Alfred va a trovarlo in camera “per offrirsi” ma John lo manda via ma poi si fa prendere da un attacco di vera disperazione. Il padre gli chiede se abbia la febbre. Lui non risponde ma esce di casa e non vi ritorna per molte settimane.
Incontra Alfred una terza volta, ma questa volta è John ad andare da Alfred, fanno tanta strada da soli in carrozza, ma John non riesce a sciogliersi, il contatto sessuale che avrebbe potuto esserci finalmente tra i due sarebbe stato uno strappo violento per John che accetta invece di negarsi totalmente in nome della fedeltà alla sua idea di vita superiore, ammesso che quell’idea fosse veramente sua. Alfred è profondamente deluso perché è innamorato di John. Spiace qui una notazione in qualche modo dispregiativa che si legge nelle Memorie:
Prese una buona scorta dei miei soldi. Si allontanò a piedi indifferente, sprezzante, deluso. C’era qualcosa che amava più dell’oro, e io non l’avevo offerta. Ma anche l’oro gli piaceva, e ciò che l’oro comprava, vino, divertimenti, piacere. Senza dubbio mi chiamò idiota. Ma mi temeva e rispettava. Anzi credo che mi amasse. [Pag. 117]
Avesse voluto Dio che io fraternizzassi con lui! Avesse voluto Dio che io cercassi e lui accettasse quell’unione carnale che il mondo chiama peccato, ma che spesso, io lo so bene, porta a un rapporto fraterno e prezioso per entrambi che dura una vita. Allora certo non avrei scritto queste pagine, che possono, nonostante io dica il contrario, gettare un’ombra di biasimo immeritato su di lui, dovuta alla mia persona oscura e tormentata.
Mi era stato insegnato che il genere si amore che provavo per Alfred Brooke era cattivo. Avevo visto che è condannato dalla società moderna. Nello stesso tempo sapevo che faceva parte di me, e lo sentivo non sradicabile. In queste situazioni cercavo di soffocarlo per quel che riguardava l’azione esterna. Non riuscivo a reprimerlo all’interno più di quanto potessi fermare il ricorrere di sogni nel sonno o annullare il mio istinto innato per la bellezza del mondo. [Pag. 120-121]
Nell’estate del 62, dopo la fine degli studi, John partecipa ad un viaggio col padre e la sorella. Visita l’Austria, arriva fino a Venezia, attraversa il Sempione e scende nella valle del Rodano. Il 27 di ottobre, vinto il concorso, è ammesso come membro interno in prova nel corpo docente del Magdalen College, ha appena compiuto 22 anni.
Shorting, il biondo perennemente innamorato dei coristi del Magdalen, che aveva conosciuto nel 59, pensa di entrare al Magdalen e di poter avere un accesso facilitato ai corsiti proprio come amico di Symonds. Shorting si era già fatto conoscere al Madgalen per aver “trasceso senza tatto e con insistenza insieme a uno dei coristi, Goolden” [Pag. 124] Symonds si rifiuta di introdurre Shorting al Magdalen, e si limita a dire che gli avrebbe dato lezioni privatamente nell’alloggio di Shorting, il quale risponde con una rabbiosa lettera di protesta.
Il 20 Novembre Symonds va a lezione di Italiano da Cobham e, trattenutosi a parlare con lui viene a sapere che Shorting ha detto che avrebbe potuto danneggiarlo fortemente nella sua carriera accademica. Il 24 Ottobre Cobham informa Symonds che Shorting ha mandato un documento che lo diffamava a sei interni del Magdalen. Il documento di Shorting contiene estratti della corrispondenza privata di Symonds e delle sue poesie ma soprattutto sostiene che Symonds gli aveva dato una mano nel dare la caccia al corista Goolden.
John, anche se ha la coscienza pulita, deve affrontare un vero e proprio processo al Magdalen. Molti grandi nomi di Oxford e dell’intera Inghilterra si muovono a favore di Symonds e il 18 dicembre il consiglio generale del Magdalen proscioglie Symonds da ogni accusa, tuttavia due lettere di Symonds a Shorting sono vivamente condannate. Il Magdalen è ben più rigido e conservatore del Balliol specialmente verso gli esterni che, per legge, era tenuto a non discriminare.
Dopo la fine della brutta avventura scatenata da Shorting, John fa un viaggio in Belgio, la sua salute si indebolisce, ma comincia anche a scrivere sul Rinascimento italiano e quindi a mettere le basi dei suoi studi futuri. È proprio in questo periodo che viene in mente a Symonds di trasformarsi in un uomo “normale”:
pensavo che se mi fossi dato seriamente da fare avrei potuto deviare le mie passioni dal canale bruciante in cui scorrevano per Alfred Brooke, portandole pazientemente su un canale normale, verso le donne. [omissis] Volevo comportarmi bene. Essere come uno di quelli che amavo e rispettavo, gli uomini più nobili che conoscevo intorno a me. Così in tutta semplicità e seria diligenza mi applicai al compito di stimolare un sentimento romantico per le donne. [Pag. 129-130]
Gli approcci della signora Josephine Bulter e della signora Jenny Lind Goldshmidt non hanno successo ma sono comunque presenze femminili che incoraggiano Symonds nel momento in cui aveva deciso di “piegare la tendenza congenita al suo istinto sessuale” [Pag. 130]
Entrambe misero in moto una curiosità intellettuale nei confronti delle donne. Ma nessuna delle due mi toccò dal punto di vista sessuale. [Pag. 131]
Nel 1863 John mette gli occhi su una ragazza di nome Letitia. I genitori di Letitia vedono bene che la figlia frequenti John, mentre il padre di John è contrario. Tanto basta per spingere John a fare due cose per lui difficilissime, mettersi contro suo padre e cercare di innamorarsi di una donna.
Sognai per quattro settimane che avrei dovuto, potuto, che probabilmente sarei arrivato a desiderare di sposarla. [omissis] Io, il bravo ragazzo, stavo ancora certamente tentando di innamorarmi di una ragazza, e fui molto fiero di me quando credetti di avercela fatta. Ecco una frase rivelatrice: “È una gran cosa sentire che è una donna il mio ideale”. Un uomo che ama veramente le donne non avrebbe mai scritto una frase così. Mostra l’onesta intenzione di un giovane anormale ma molto moralista. Non ho mai scritto parole di questo genere su Willie Dyer o Alfred Brooke. [Pag. 131]
La storia con Letitia, se mai fu una vera storia, finisce rapidamente e dal 4 di maggio il suo nome non è più presente nei diari di John che il 25 giugno del 63 parte per la Svizzera. Conosce in una locanda alpina Catherine North e annota “avrei potuto presto innamorarmene.” [Pag. 133]
La salute di John migliora: “mi rafforzai e mi sentii il cuore più leggero. E, più promettente, cominciai ad amare spontaneamente una donna: non ancora Catherine North ma Rosa Engel.” [Pag. 133]
Rosa Engel era la figlia di un importante gioielliere di Thun, anche se era in una locanda svizzera di Mürren per imparare a gestire l’azienda.
Solo guardandola cominciai ad amarla, poi a parlarle, prima timidamente, poi più disinvoltamente la sera sul terrazzo, quando aveva finito il lavoro della giornata. Parlavamo in francese. [Pag. 134-135]
John annota questo particolare della sua partenza dalla locanda dove si trovava Rosa Engel.
Ci salutammo; quando ci stringemmo la mano le rubai un bacio. Sento ancora le sue labbra. Era la prima volta che baciavo una donna in vita mia. [Pag. 135]
John si separa dalla sua compagnia e se ne va a Thun per conoscere i genitori di Rosa che rimangono un po’ imbarazzati da quella visita inattesa, quindi torna a piedi a Mürren il 18 agosto sotto la pioggia battente. Passa sue volte sotto la finestra di Rosa, che però lo fissa freddamente e abbassa subito gli occhi. John aveva comprato per lei un libro di poesie in tedesco che non le darà mai e aveva scritto anche dei versi in tedesco, con l’aiuto di un amico, che consegna alle ragazze perché li diano a Rosa: si tratta di una dichiarazione d’amore.
Il 21 di agosto John si avvicina al luogo dove Rosa sta stendendo della biancheria, la ragazza prima abbassa agli occhi poi li rialza e fa un sorriso di saluto. John e Rosa si prendono per mano e John parla a Rosa della visita che ha fatto a casa dei genitori della ragazza a Thun e le porta i saluti della madre.
Che cosa fu Rosa per John?
So solo con certezza che l’immagine di Rosa mi rimase in mente molto tempo dopo Mürren, stampata nelle memoria, e che non sono mai stato attratto così spontaneamente da altre donne. Ma dubito che fossi dominato dal desiderio sessuale genuino. [Pag. 138]
Rosa aveva allora 15 anni. L’idillio con Rosa finisce senza un vero finale.
John prosegue per Monaco, si ricongiunge con un gruppo di amici e raggiunge con loro Dresda dove conosce Arthur Sidgwick, figlio di un suo vecchio maestro di Clifton ed entusiasta degli amori maschili. Tanto basta a John per lasciar svanire l’idillio con Rosa e per sentire i segni dell’antica fiamma.
Arthur Sidgwick rientra in Inghilterra con Symonds che viene ammesso come membro a pieno titolo del Magdalen. Tornato per un breve periodo a Clifton, John riparte per Genova, dove incontra Rutson, va poi a Firenze e ci rimane fino al 10 dicembre, prosegue quindi fino a Roma, dove arriva il 17 dicembre. Rutson riparte per l’Inghilterra. Dopo qualche tempo anche John torna finalmente in Inghilterra.
All’inizio dell’estate del 64 John trova sistemazione a Londra, si interessa di arte, fa vita mondana, frequenta i concerti e la buona società, ma la salute non lo assiste, si fa visitare da Bowman e da Acton, e poi, su consiglio del padre, da sir Spencer Wells, che gli prescrive dei banali palliativi per i suoi disturbi e gli raccomanda di pagare un’amante o meglio di sposarsi.
Mi volle far capire che il matrimonio non si dovrebbe vedere come materia di passione idealizzata, ma come un serio incontro tra un uomo e una donna per le rispettive esigenze sessuali, per aiutarsi come compagni con una devozione fedele ai doveri della vita sociale e domestica in comune. [Pag. 149]
Che si potesse pagare un’amante donna per risolvere i propri problemi sessuali sembrava a John una soluzione accettabile per uomo anziano ma non certo per un 23enne. Istintivamente John avrebbe cercato un’amicizia maschile.
Ma era proprio ciò che avevo deciso di reprimere e superare. Perciò il suo discorso influenzò la mia ragione, quando presi in considerazione la possibilità di un matrimonio appropriato. Sembrava l’unica via d’uscita alle mie difficoltà; e mi trovai appoggiato da mio padre e sir Edward Strachey, quando gliene parlai. Divenne forte la sensazione di provare. [Pag.150]
È così che John riprende in considerazione l’ipotesi di Catherine North. Elaborato mentalmente il progetto, John non sta a pensarci troppo e va a fare visita a casa North, è invitato a cena e diviene ospite abituale di quella casa. Così John dice di Catherine:
Più la vedevo e più ero ceto che fosse la donna che volavo sposare, per il mio bene. Non prevedevo le complicazioni che si creano in un simile matrimonio. [Pag. 151]
John va a Clifton a spiegare i suoi progetti al padre, che approva.
Durante un breve viaggio a Norwich è ospite di un ecclesiastico amico di famiglia e la moglie di costui tenta di convincerlo ad un rapido adulterio, così John annota:
Avevo dentro la forza della passione, e la volontà di cederle. E se lei fosse stata un uomo, qualcosa sarebbe avvenuto. [omissis] Per molto tempo avevo trattato l’appetito puramente sessuale (che mi spingeva fatalmente verso il maschio) come un animale da reprimere e da domare, e poi da calpestare con l’aiuto dei medici e della loro cauterizzazione degli organi sessuali. [Pag. 151-152]
Parte da solo per raggiungere i North all’inizio di Agosto del 1864; dopo un lungo viaggio li raggiunse a Pontresina, un paese svizzero nel Cantone dei Grigioni. Incontra Catherine e comincia a frequentarla, finalmente le chiede di sposarlo. Dopo la richiesta di matrimonio John ottiene dai genitori di Catherine di poter andare solo con lei sul Pitz Languard. Lì si scambiarono gli anelli di fidanzamento.
John sentiva di amare Catherine con ardore
Ma nella sua musica sentivo mancare qualcosa: le vibrazioni crude e dure del sesso [omissis]. Quelle vibrazioni che avevo provato nei sogni di maschi, e nei rapporti con Willie. Ora non riuscivo a scoprirle e provavo perciò qualche apprensione.[Pag. 153]
I dubbi di John non sono superficiali:
non riuscivo a vincere l’inclinazione originale dei miei istinti tanto da sentire per lei l’appetito bruto e inequivocabile del desiderio fisico. [Pag. 154]
Dalla Svizzera, John insieme coi North si sporta a Venezia, poi attraverso i laghi italiani a Torino, per tornare quindi in Inghilterra. Il matrimonio viene celebrato ad Hastings il 10 novembre 1864 ed è sfarzoso, perché North è membro del parlamento. È presente anche il duca di Cleveland. Dopo le nozze, John e Catherine se ne vanno a Brighton. John deve affrontare la prima notte di nozze. Così racconta i fatti:
Dal punto di vista sessuale non avevo avuto mai nulla a che fare con una donna. Avevo solo una nozione vaga della struttura del corpo femminile. Non avevo mai compiuto un atto sessuale con nessuno, e non sapevo come fare. Ero certo che in me si sarebbe risvegliato un entusiasmo straordinario ed estatico al semplice contatto con il copro di una donna, a letto, anche se sapevo che in una sala da ballo o in una carrozza la presenza di donne non agitava i miei sensi. Prevedevo anche che la natura si sarebbe presa cura di se stessa al momento della consumazione del matrimonio.
Con mia sorpresa e irritazione accanto a mia moglie mi sentii più a disagio che altro, oppresso dalla timidezza, e niente affatto trasportato da un entusiasmo appassionato. [Pag. 155-156]
la natura si rifiutava di indicarmi come si dovesse compiere l’atto. Ma ciò non era dovuto a un mio difetto. L’organo del sesso era abbastanza vigoroso e pronto a compiere la sua funzione. La mia inettitudine mi impedì per varie notti di completare l’atto materiale; e alla fine trovai per caso la maniera, dopo avere dato noia e fatto male sia a mia moglie sia a me stesso, oltre a soffrire in modo deprimente dell’assurdità umiliante della situazione. Mi disse in seguito che queste prove manifeste della mia verginità le avevano fatto piacere. [Pag. 156]
Symonds critica la totale assenza di educazione sessuale dei giovani che può provocare disastri:
Facciamo tutto il possibile per mantenerli casti, per sviluppare e affinare il loro senso del pudore, mentre lasciamo che immaginino ciò che vogliono sul rapporto coniugale. Poi li gettiamo nudi insieme sul letto, verecondi, entrambi ignoranti, imbarazzati dalla situazione goffa, speranzosi ci cascare sulla verità per istinto. Dimentichiamo che questo mette alla prova pericolosamente il loro affetto e il loro rispetto di sé; ed è ancora più pericoloso se sono colti, fini e sensibili. [Pag. 157]
La riflessione di Symonds sul suo matrimonio è quanto mai significativa:
Sono nato con appetiti sessuali forti, seppur lentamente maturati: e questi non hanno potuto essere appagati con una donna. Il rapporto coniugale li sviluppò con l’esercizio degli organi riproduttivi. Non li distolse, e non avrebbe potuto, dalla loro naturale inclinazione verso l’uomo. [Pag. 157]
Una sera della primavera del 65 accade un fatto che turba parecchio John:
Camminando verso casa prima di mezzanotte presi un vicoletto che va da Trafalgar a Leicester Square, passando davanti a una caserma. Questo vicoletto non c’è più oggi. Ero in abito da sera. All’entrata del vicoletto mi comparve davanti un giovane granatiere, che mi parlò. Ero troppo ingenuo, per quanto strano possa sembrare, per capire che cosa intendesse. Ma mi piacque quel suo aspetto. Mi sentii attratto da lui, e non respinsi la sua compagnia. Così eccomi là, l’esile e nervoso uomo della buona società in alta tenuta, a camminare a fianco di un tipo atletico in divisa scarlatta, fortemente attratto dal suo magnetismo fisico. Dopo avere conversato brevemente del più e del meno, cominciò di punto in bianco a fare proposte, citando una casa dove potevamo andare, e dicendo esplicitamente a che scopo. Io allungai il passo e affrettandomi per il vicolo mi separai da lui, bruciante di repulsione e fascino. Ciò che lui offriva non era quello che volevo in quel momento, ma il pensiero mi mise in profonda agitazione. L’eccitazione del contatto con quell’uomo mi insegnò qualcosa di nuovo su me stesso. [Pag. 190-191]
Verso l’autunno accade un secondo episodio:
Uscii per una passeggiata solitaria in uno di quei pomeriggi caldi, umidi e malsani nei quali il tempo opprime e insieme irrita le nostre sensibilità nervose. Dal giorno del mio matrimonio non ero più stato assalito da quello che chiamavo “il lupo” del desiderio indefinito tinto di un ardore vago ma intenso nei confronti di maschi. Mi cullavo al pensiero che non mi sarebbe più saltato addosso venendo a distruggere la mia felicità e a disturbare le mie abitudini di studio. Eppure quel giorno, vagando per fare un po’ di esercizio tra le vie squallide situate tra casa mia e il Regent’s Park, sentivo il peso di un grande malessere. Era impossibile scrollarmelo di dosso. Non mi rendevo conto che fosse il sintomo della malattia morale dalla quale avevo cercato risolutamente di affrancarmi. Non ero forse protetto dalla mia promessa a una donna nobile, dal mio recente ingresso nel naturale processo della vita coniugale? Ritornando da questa importante passeggiata, a un certo angolo che ricordo bene, mi cadde lo sguardo su un graffito grossolano, tracciato frettolosamente sull’ardesia con una matita d’ardesia. Aveva un carattere tanto significativo, tanto stimolante e acuto – esprimeva tanto completamente la voce del vizio e della passione proletari – che mi trafisse l’anima. [Prick to prick, so sweet (cazzo a cazzo è tanto dolce); con un energico disegno di incontro di due falli, appiccicati insieme, zampillanti.] A suo tempo dovevo averne visti dozzine di simili. Ma non mi avevano colpito. Ora era saltato fuori il lupo… [Pag. 191-192]
Nell’inverno del 1865 John e Catherine si stabiliscono a Londra, il 22 ottobre nasce la figlia maggiore.
Poco prima di Natale i coniugi si trasferiscono a Clifton e il padre di John lo visita e gli riscontra problemi polmonari seri nella parte superiore del polmone sinistro.
Il matrimonio tra John e Catherine, nonostante la sostanziale omosessualità di John, è un vero matrimonio, tra i due non c’è passione sessuale ma non manca il rispetto e l’affetto sincero. Lo sforzo per migliorarsi e per cercare di costituire un appoggio reciproco concreto è notevole da parte di entrambi i coniugi che si stimano profondamente e accettano i loro doveri familiari col massimo di dedizione per il bene dell’altro. Alcune pagine del diario di Catherine ne sono la più chiara manifestazione.
Per favorire la guarigione di John, i coniugi si spostano a Mentone. La sorella di Catherine aveva una villa a Sanremo e proprio a Sanremo i medici confermano la guarigione di John, segue un lungo giro per l’Italia, dalla Riviera a Firenze, a Ravenna, a Macugnaga, alla val d’Aosta e, dopo una puntata a Mürren, la coppia torna in Inghilterra.
Nell’estate del 67 e in tutto l’anno successivo John ricomincia a scrivere poesie, tutte dedicate all’amore maschile. Dopo la nascita della seconda figlia, Catherine e John vivono senza sesso, Catherine è terrorizzata dall’idea di una possibile terza gravidanza. L’astinenza forzata dal sesso coniugale spinge John sempre più verso fantasie di amori maschili e rischia di mettere in crisi in matrimonio, i coniugi ricominciano dunque ad avere rapporti cercando di evitare il concepimento. La terza gravidanza arriva imprevista.
John si alza presto al mattino per andare a vedere uomini e ragazzi nudi che si bagnano nella Serpentina e per lo stesso motivo frequenta i bagni pubblici. Ma ha anche due amici omosessuali che lo influenzano notevolmente, ben al di là della lettura di Whitman: Rocen Noel e Claude Delaval Cobham, che
Avevano fatto e avevano l’abitudine di fare ciò che io ora avevo cominciato a desiderare.
… Noel era sposato, colto, filosofo, poeta. Era orgoglioso della sua bellezza fisica, che all’epoca era straordinaria: e aveva gusti tendenzialmente voluttuosi. L’attrazione verso l’uomo lo dominava attraverso questa sua vanità e voluttuosità. Amava essere ammirato. Godeva in maniera indolente, da sultano, del contatto con il desiderio maschile, degli attouchements tra organismi eccitati, dei sensuali abbracci nella nudità. [Pag. 197}]
Cobham, che John aveva conosciuto a Oxford nel 61, non si occupava né di religione né di filosofia, si definiva “anderastes” [amante di uomini] e lo è rimase sempre coerentemente.
Talvolta il desiderio di amori maschili di John si fa bruciante:
Ho nel cuore un distico di Teognide: “Felice è l’amante che si allena agli esercizi ginnici, e poi va a casa a dormire tutto il giorno con un bel ragazzo” [Teognide: 2. 1335-6] Questo, o uomo, è ciò che devi fare! Rendere elastiche membra forti non è una fatica ignobile, e prendere belle membra in un abbraccio amoroso, dormire sveglio a metà, per lunghi pomeriggi cullando la bellezza sul petto, non pensando nulla di male, e non facendone, ma curando dolcemente il tuo giovane. [omissis] Sì, questo pomeriggio ho stretto a me Licida sulla piuma di letti di sogno, “il letto è pronto”, seta ricamata, con un piumino per sostenere la carne delicata. Bella è la forma “di un fanciullo diciottenne che porta ancora la clamide” [Meleagro. Antologia palatina XII 125] L’ho stretto dormendo molto dolcemente nei cancelli dei sogni. Dalle sue palpebre chiuse ho baciato il fiore dei sogni, dalle sue labbra socchiuse ho bevuto il balsamo del sonno. Ero Ipnos che guarda Endimione nella grotta di Latmo. Capelli d’oro e collo bianco, e seni più lucidi di stelle gemelle, e ventre più morbido delle piume di colomba, e cosce fresche, e bellezza tremenda del ministro d’amore sotto il ciuffo di riccioli crespi, e gambe snelle rigonfie, e piedi rosei, e lunghe braccia flessuose e languide. Li avevo lì tutti premuti contro il mio corpo, fianco a fianco, baciavo ogni parte e tutte le membra del ragazzo, vagando con la mano le assaporavo tutte, e sentivo il calore di natiche levigate, acceso e divino. In un sogno a occhi aperti: per Giove! [Pag. 167]
Così John descrive una conferenza cui aveva assistito:
Ero seduto in una sala di conferenze e ascoltavo un retore che declamava frasi monotone con una voce spenta sull’argomento familiare dei drammaturghi che amo tanto. Ma quell’ora non è stata priva di gioie: perché tu, caro ragazzo sconosciuto, sedevi accanto a me, di forme delicate con i capelli che si arricciavano sulla fronte. C’era un riso nei tuoi occhi e sembravi aver voglia di essere allegro. Ci siamo toccati. Poco per volta l’ho abituato al tocco della mia mano sulla sua coscia e sul ginocchio. I tremiti del suo corpo correvano magneticamente attraverso il mio braccio destro. Sono stato penetrato dalle correnti di elettricità che scorrevano da lui. Non ci siamo scambiati una parola. Non so nemmeno come si chiama il ragazzo. [Pag. 168]
Per cercare di staccarsi dalla scrittura frenetica di poesia a sfondo omosessuale, John si dedica a tradurre i volumi di Zeller su Aristotele. Scrive a Henry Sidgwick parlando di una grande ombra che lo minaccia ancora aggiungendo tra parentesi (le mie difficoltà sessuali) poi cita Dante e i “mal protesi nervi” [Dante, Inferno XV, 114]: Il canto di Dante citato è quello in cui compare Brunetto Latini e che tratta di omosessualità. È evidente che John è pienamente consapevole di quale sia il suo problema ma ne accenna per lettera all’amico solo in modo molto lieve e difficilmente comprensibile per chi non ha familiarità con Dante e con la lingua italiana.
Sotto la spinta della passione amorosa contro la quale appariva non solo inutile ma deleterio lottare, John comincia a staccarsi dalla religione, dagli orpelli della cultura accademica e a ritrovare il senso vero del lavoro intellettuale, come autonoma ricerca della realtà.
Quando venne il momento in cui l’inclinazione assunse il suo dominio sulla mia natura, allora la critica, il lavoro intellettuale, i rapporti morali riacquistarono immediatamente il senso della realtà. Presero il loro giusto posto. L’uomo riguadagnò tanta salute ed energia quanta poteva sperare di ottenerne dopo gli errori stremanti del suo pellegrinaggio precedente. Ma questa schiarita della mia atmosfera soggettiva doveva ancora arrivare. Passarono quasi tre anni prima che le nuvole cominciassero a disperdersi alle brezze pungenti di quello che condannavo ancora come peccato. [Pag. 172]
John comincia a scrivere un saggio sull’amor greco ma lo lascia a metà:
il soggetto mi coinvolge troppo profondamente, mentre i suoi aspetti più ripugnanti mi rattristano. [Pag. 173]
Mentre si trova a Cannes, va profondamente in crisi e medita il suicidio ma poi mette da parte l’idea:
… la morte non è accettabile, non offre una soluzione. [omissis] Quando cerco di annegare il disprezzo che provo per me stesso nel lavoro intellettuale mi cedono i nervi e lo stato che subentra è peggiore del precedente. [Pag. 175]
Medita angosciosamente sulla paura della morte e sulla propria accidia, sull’ipotesi di chiamare il nome di Dio, si fa divorare dagli scrupoli religiosi: “Sono inquinato come uno che sguazza tra i vizi della carne anche se ho evitato di compiere gli atti.” [Pag. 177-178]
La parola peccato, però, comincia a lasciarlo perplesso:
Durante la mia malattia e in tutti i miei discorsi in proposito avevo omesso il termine “amore”. Perché giudicavo il mio genere di amore un peccato. Ma quando nella fase dell’indifferenza divenni incurante della nozione di peccato, allora e solo allora ho scoperto l’amore, chiave di volta di tutto il resto della parte meno tormentosa della mia vita. [Pag. 178]
Per tutto il 1868, John va maturando lo stato di indifferenza di fronte all’idea di peccato. Catherine sostiene il marito nei momenti difficili e il loro rapporto umano si rinsalda. Ma l’idea fissa dell’amore maschile non abbandona John:
Le annotazioni dei miei diari dimostrano che l’inclinazione congenita del mio temperamento mi metteva perpetuamente a disagio. Giovani di tutti i tipi: – contadini della Riviera, cocchieri corsi, ragazzi fiorentini la sera sul Lungarno, facchini veneziani, e specialmente una bella guida bernese che si occupava del forte cavallo nero che cavalcavo – mi tiravano per la manica del cuore, invitandomi a fraternizzare, tirandomi fuori quella simpatia che provo per la bellezza e il vigore maschili. La continua resistenza a questi richiami, il prolungato rivolgermi al mero studio per calmare questi desideri, mi tendevano i nervi; e talvolta me ne uscivo ribelle con poesie di desiderio passionale. [Pag. 179]
Scrive una lunga poesia in tre parti intitolata “Phallus impudicus”. La prima parte è collegata al ritrovamento in campagna di un’amanita falloide (un fungo a forma di pene umano). Questa immagine richiama per John qualcosa di “triviale e nauseante”. La metamorfosi di John in uomo libero non è ancora compiuta. Nella seconda parte il cambiamento non potrebbe essere più radicale. John e un giovane di Sorrento che aveva condotto la sua carrozza in città, sono alloggiati a Napoli in due stanze contigue separate solo da una porta. La notte passa scandita dai rintocchi del campanile, poi verso l’alba:
La porta era aperta: entrai e mi chinai
attento sul tappetino davanti al suo letto.
Che avrei trovato? Onde scomposte di riccioli fulvi
allontanate dalle folte sopracciglia, o occhi grandi ardenti
velati da ampie palpebre, o il fiorire biondo
di tre anni di virilità, morbido sulla guancia e sul mento,
e forse dal copriletto qualche fiocco
bianco niveo di gola forte e liscia? Ah no! L’alba
mi ritagliò nell’ombra della tenda a tutta lunghezza
dai piedi alla fronte una forma che languidamente giaceva
immersa in un sonno profondo: cosce e capezzoli rosati,
ventre elastico, e velluto morbido riparo,
che corto si stringe in basso, rigogliosamente impudico,
le gemelle marmoree sfere maschili circondando timidamente,
e la soda rotondità della radice di gioia dell’amore,
il liscio muscolo insolente, calmo e lento e tenero,
l’asta d’alabastro, il santuario rosa pallido,
la gloria scarlatta del lucido glande
seminascosto nell’oscurità rugiadosa,
come un bocciolo di rosa che fa capolino da una chiusa guaina di seta;
vidi tutto ciò; un braccio lungo il fianco
disteso comodamente, l’altro seminascosto
tra i riccioli, groviglio di fuoco. Solo questo:
poi il giovane si girò nel sonno e sospirò. [Pag. 181-182]
Aggiunge poco dopo:
… da quel giorno ho in me un fuoco immortale [omissis] Mi odiate? Mi maledite? Io sorrido e non m’importa. Mi respingete ed evitate? Sia pur sano tutto il mondo; calcolatemi pazzo! Non ho forse visto, sentito, toccato, assaggiato? Ecco pazzi siete voi; io sono il sano. [Pag. 182]
La terza parte della poesia presenta una scena veneziana. Un bell’uomo di nemmeno 40 anni è appoggiato al parapetto di un ponte di Venezia, è ansioso, nervoso, ogni tanto qualcuno, incurante dell’uomo sul ponte, si volta a orinare contro il muro e gli occhi dell’uomo sul ponte bruciano e i suoi muscoli si tendono per cogliere una breve immagine del pene. Mentre John si chiede quale piacere possa trarre quell’uomo da un fatto tanto elementare, un ragazzo passa sotto il ponte e si ferma, l’uomo scende rapidamente dal ponte e gli prende la mano. Cominciano a parlare. Il giovane arrossisce, si acciglia, dice di no, ma alla fine se ne va con l’uomo che lo aveva fermato.
Non si tratta qui di sublimazioni di tipo lirico mediate dalla cultura greca ma di poesia omosessuale senza riserve e senza retorica, che indica che ormai John ha compiuto la sua metamorfosi. Nei mesi successivi scrive altre poesie a tema omosessuale senza scrupoli di carattere moralistico e anche molti saggi di vario tipo, descrittivi e critici.
Fino a questo punto, diciamo fino al novembre del 1868, a 28 anni compiuti da poco, John ha una famiglia, una moglie e due figlie, è assai bene avviato nel mondo accademico ed è inserito nella buona società, in pratica ha tutto ciò che un uomo della sua età può desiderare. Nel primo periodo del suo matrimonio ha fatto di tutto per schiacciare la sua omosessualità ma col passare degli anni il desiderio di amori maschili si è ripresentato e dopo un lungo processo di accettazione necessario per guardare in faccia la realtà e per affrancarsi dai vincoli moralistici che lo trattenevano, John si rende conto di non essere più lo stesso e di non poter negare oltre la sua natura.
Il primo dicembre del 1868 la vita di John va incontro ad una svolta radicale, il suo amico Graham Dakyns, professore al Clifton College, invita Symonds a cena, sono invitati anche un un collega di Dakyns, E. M. Oakley, e tre ragazzi dell’ultima classe del Clifton College: Norman, Bean e Howlett. John incontra per la prima volta Norman, che non aveva ancora compiuto 19 anni. Appunta in proposito nel suo diario l’inizio di un epigramma di Stratone [Antologia Palatina XII. 219]: “I tuoi maestri chiedono anche la paga? Che ingrati!”.
Il cervello di John si mette in modo e John concepisce l’idea di insegnare letteratura greca ai ragazzi dell’ultima classe del Clifton College. Percival, il rettore della scuola, è d’accordo. Graham (Dakyns) gli suggerisce il tema del corso: descrivere un giovinetto greco che risponde al suo amante e vive con lui una vita nobile. John prima delle fine di dicembre scrive “Eudiades – Giorni e notti di giugno ad Atene” e ne dona il manoscritto a Dakyns, che gli aveva suggerito l’idea.
Il 15 gennaio 1869 nasce Margaret, terza figlia di John. Il giorno appresso arriva Henry Sidgwick e John gli fa leggere le sue poesie erotiche. Sidgwick sostiene che vanno distrutte perché malsane e immorali. John è d’accordo e le poesie, salvo Eudiades il cui manoscritto ormai apparteneva a Dakyns, sono chiuse a chiave in una scatola di metallo e Sidgwick butta la chiave nell’Avon il giorno 23 gennaio. Va notato che le poesie non furono distrutte ma solo chiuse in una scatola. Se dall’esterno può sembrare che John abbia accettato i consigli moralistici di Sidgwick, nella sostanza ormai era già affascinato da Norman. Il 27 Gennaio scrive nel diario: “Norman ha cenato da solo con me: bellissimo, indomito, simulatore.” [Pag. 202]
Dal diario di John si osserva che nulla gli importa delle poesie chiuse nella scatola, perché la fase della poesia come valvola di sfogo è ormai conclusa e in quegli otri vecchi non può certo versare il vino nuovo.
Norman va spesso a cena a casa di John, si incontrano a scuola, in biblioteca, cominciano a scambiarsi lettere. Norman risponde rapidamente, John attende con ansia le risposte.
John si propone di educare Norman, gli sceglie i brani da leggere, greci e inglesi, ma si tratta in realtà solo di occasioni create appositamente per poter godere riservatamente della compagnia di Norman. Scrive il 7 febbraio:
Mentre leggeva mi appoggiavo alla sua spalla, e il lobo del suo orecchio sfiorava la mia fronte, e sentivo la voce vibrargli nei polmoni, e vedevo il lieve sorriso sulle sue labbra. [Pag. 203]
John sa che il dovere gli imporrebbe di non andare oltre e anzi di tenersi a distanza ma sa pure che non lo farà. Man mano che la confidenza tra Norman e John aumenta, John si rende conto che Norman si innamora più o meno sentimentalmente di questo o di quel suo compagno di college e la gelosia di John si risveglia.
John si comporta correttamente con Norman e la dimensione reale del suo interesse non sembra trasparire all’esterno, ma John, anche se ormai ha tre figlie, ha amici più o meno copertamente omosessuali ai quali ha fatto leggere le sue poesie erotiche a tema omosessuale. Catherine comincia ad avvertire con chiarezza che il rapporto tra John e Norman non è il tipico rapporto tra uno studente e il suo insegnante. No le sfugge che la presenza di Norman è fin troppo frequente.
Norman continuava a frequentare molto la casa. Mia mogie non lo aveva molto in simpatia. Non era esattamente gelosa, allora, sebbene lo sia poi diventata, come era appena naturale. [Pag. 206]
Sidgwick incontra di nuovo Symonds, lo invita ad essere molto prudente nell’impostare il corso di letteratura greca per il Clifton College e ad usare un tono che non indulga troppo a tendenze emotive. Dakyns mostra “Eudiades” a Sidgwick che lo considera “degradante per chi lo ha scritto e per chi lo legge.” [Pag. 207] Si discute se bruciare “Eudiades”. John nota l’incoerenza di Sidgwick che aveva approvato altre poesie erotiche di argomento omosessuale.
Preso da queste discussioni John non nota che Norman non lo va a trovare da tempo, poi viene a sapere che Norman ha la parotite. Piccato comunque di non essere stato avvisato scrive a Norman una lettera per ridimensionare il senso del loro rapporto.
Poco dopo il 10 aprile John ha una conversazione con la moglie in cui affronta direttamente l’argomento Norman. Catherine riconosce che la salute di John è migliorata da quando ha conosciuto Norman ed è consapevole della inclinazione del marito per gli amori maschili. John però si impegna a mantenere i rapporti con Norman nei limiti del buon senso e del buon gusto. Il rapporto con la moglie è chiaro ed entrambi sono interessati prima di tutto a non mettere in crisi la famiglia.
Il 20 aprile John va a Cambridge, ospite di Sidgwick al Trinity e gli fa leggere il suo diario. La risposta di Sidgwick è netta:
Mi riempie di terrore e pena. Ammiro tanto le tue doti spirituali, la versatilità dei tuoi interessi intellettuali, la tua capacità di poetizzare la vita. Ma non questo filone di sensualità sublimata. [Pag. 211]
John si era impegnato a vedere Norman a Londra e i due, dal 24 aprile, passano sei giorni insieme, da soli, nella grande casa di Norfolk Square.
Tra i due c’è intesa e non solo a livello intellettuale. Il 30 aprile John annota:
Stanotte ho toccato i vertici sommi; ha dormito tra le mie braccia con baci frequentissimi. {Pag. 211}
Tornano quindi insieme a Bristol. Norman va da una zia e John incontra Catherine il 2 maggio, parlano di Norman. John annota nel diario:
Lei capisce la situazione, e capisce tutto per quanto riguarda Norman: probabilmente perché io capisco me stesso. [Pag. 212]
Il colloquio porta anche ad un accordo secondo il quale John e Catherine non avrebbero più avuto rapporti sessuali perché Catherine voleva assolutamente evitare una quarta gravidanza. Dopo il colloquio però John avverte che qualcosa è cambiato:
Lei non riusciva ad evitare di sentirsi gelosa di Norman, specialmente quando trovò alcune lettere che gli avevo scritto con toni di passione che non avevo mai usato con lei. Io da una parte ero esposto ai turbamenti dei sensi e agli inconvenienti dell’astinenza sessuale, mentre dall’altra incoraggiavo il mio amore per Norman. Ma non venni meno alla mia promessa e, anche se lo desideravo sensualmente, non scivolai in situazioni vili. [Pag. 212-213]
L’otto di maggio John comincia le lezioni di letteratura greca nella sesta classe del Clifton College, che continuarono per tutto il trimestre e per altri due anni. Molti degli studenti di Clifton divennero poi amici di John, cenavano spesso con lui, discutevano con lui.
Anche se li amavo teneramente, e sentivo il fascino fisico dell’uno o dell’altro, non avviai nessun rapporto come quello che avevo cominciato con Norman. I doveri di insegnante lo impedivano; e poi mi sarebbe sembrato un errore ripetere quello che ormai riconoscevo come una specie di fallimento. Perciò queste amicizie si svilupparono senza gelosie, sentimentalismi e sensualità sublimate. [Pag. 213]
A un certo punto i rapporti con Norman sembrano raffreddarsi, Norman frequenta meno Clifton Hill House e poi si innamora di un altro ragazzo. John pensa di poter legare Norman a sé ma Norman non è tipo da farsi legare, è affettuoso e generoso ma non è possibile plasmarlo o indurlo a seguire altri ideali. Il rapporto con Norman, anche in fase calante è oggetto di discussione con Catherine, ma i momenti di tempesta su superarono. Anche i rapporti con Norman migliorano, John si lamenta di avere con lui tanta prossimità fisica quanta ne poteva desiderare ma di non ottenere quella prossimità spirituale che avrebbe desiderato. Nel mese di luglio parte con Norman per un lungo viaggio sul continente:
Eravamo soli e ci divertimmo come a Londra. Ritornarono i bei tempi. Ho molti ricordi e annotazioni su quel viaggio: le camerette di legno delle locande in cui abbiamo dormito insieme, di solito nello stesso letto, [omissis] i giorni sonnolenti e voluttuosi ad Axenstein; i baci e gli abbracci e le lunghe ore deliziose tra le passeggiate e il sonno. [Pag. 217]
Così John annota nel suo diario alla data del 21 agosto:
Ho raggiunte le vette somme del piacere, e i fiori che bramavo ho preso a manciate nel mio petto. Ma non posso indugiare qui. Perché ho molta paura che questi fiori portatori di fiamme, che svaniranno presto in cenere, possano appiccare il fuoco al cuore del mio cuore. [Pag. 217]
John rientra a Clifton il 4 settembre. Conington era morto, Catherine era andata ad Hastings ad assistere suo padre moribondo, John si precipita da lei, arriva il 29 settembre, quando il suocero è morto da un’ora. Dopo i funerali John torna a Clifton e riprende le sue lezioni. Anche il padre di John sta male e si trasferisce a Brighton. John ha anche un’altra notizia che in fondo si aspettava. Norman ha ottenuto una borsa ad Oxford al Balliol, dovrà andarci all’inizio del trimestre di quaresima. John scrive saggi, prepara lezioni, fa vita di società, riceve a casa i suoi studenti e vede spesso Norman annotando nel diario frasi come “baci più dolci del miele.” [Pag. 218] Intanto il giorno della partenza di Norman si avvicinava.
Prima della partenza, Norman passa due giorni a Clifton Hill House con John e il diario di John del 28 gennaio 1870 permette di capire lo stato d’animo dei due in quella situazione:
Ho passato due ore notturne perfette con lui, una per ognuna delle ultime due notti. [omissis] Sdraiati sul letto, riparati dal freddo abbiamo gustato il miele delle parole mormorate e i fiori delle labbra premute sulle labbra. [omissis]
L’ho spogliato nudo, e ho nutrito la vista, il tatto e la bocca di queste cose. Potranno mai le mie labbra dimenticare il loro posto sul suo petto, o sul morbido raso del suo fianco, o sul candore niveo del suo ventre. Smarriranno mai il nettare della sua bocca: quelle labbra aperte come petali di un fiore che si allargano sotto il tocco e palpitano? Dimenticheranno mai le mie braccia la tensione della sua piccola vita fragile, le mie cosce la pressione delle sue cosce arrendevoli, le mie orecchie il mormorio di quella voce illanguidita, il mio cervello il profumo della sua dolce pelle e del respiro della sua bocca? Cesserò mai di udire il battito metallico del suo cuore misterioso – calmo e sincero – campanelli che tintinnavano sotto il mio orecchio?
Non so se dopo tutto il semplice tocco delle sue dita quando incontravano, afferravano, e allontanavano la mia mano non sia stata la cosa migliore di tutte. Perché nelle dita c’è l’anima. Parlano. Il corpo e silenzioso, un’opera d’arte animata muta eloquente fatta dal divino artefice.
Sotto le ascelle non ha peli. La pelle della gola e del petto è bianca come lavorio. I capezzoli del suo petto si vedono appena, tanto si perdono nel candore e tanto sono morbidi. Tra di loro, sullo sterno, c’è un punto accecante, come la neve o il marmo che ha sentito i baci del sole. I suoi fianchi sono stretti, induriti come i muscoli sostengono l’osso, ma morbidi come piuma e lisci come raso nelle cavità dell’inguine. Timida e pudica, tenera nel boccio della bellezza del giovane, la sua parte sessuale“ora desiderosa di passione”: fragrante al tocco che la cerca, ma si ritrae, perché quando la mano vagante si ferma lì, il ragazzo si gira implorante nelle mie braccia, come se cercasse di essere liberato da una fitta deliziosa. [omissis]
Ora vengono le nonchalances e l’abbandono superbo del riposo. Come gli cadeva la testa su una spalla, e come si curvava il braccio lungo il fianco e la coscia, e come sulla lanugine della virilità nascente aveva appoggiate le dita, e come il dio che si ritraeva stava coperto dalla sua mano! [omissis]
E ora è finita. Norman non respirerà più la mia stessa aria. [omissis] È studente al Balliol; porterà il suo profumo (di violetta bianca), in stanze, passeggiate, giardini di Oxford, per altri uomini. [omissis]
Mi chiedo se per un momento desidererà che io ci sia, che le mie braccia lo riscaldino, che le mie dolci parole lo aiutino a dormire! [Pag. 219-221]
Symonds ci tiene a fare una forte sottolineatura per evitare interpretazioni distorte del lirismo dell’ultima notte:
Nonostante la sensualità più che sublimata dell’appassionato addio a Norman in partenza per il mondo, che ho appena riportato, è un fatto che né allora né dopo né prima accaddero tra noi quelle cose che la gente ritiene inseparabili da questo genere di amore. Mi accontentavo della contemplazione, del contatto, dei baci. La sincerità con cui ho detto tutto su me stesso, e l’ammissione che ora faccio, di avere in seguito praticato atti di questo genere con altri uomini, dovrebbero costituire una garanzia sufficiente della mia veridicità. [Pag. 222]
John cita una lettera di Norman del 26 novembre 1886 in cui parlava delle tentazioni e delle cattive azioni della sua adolescenza: “L’influenza associata di Percival [Il rettore del Clifton College] e la tua ha contribuito a curarmi”. In sostanza Norman 16 anni dopo il suo ingresso al Balliol, riconosceva che l’influenza di Johan era stata “salutare proprio per quanto riguarda l’amore tra maschio e maschio.” [Pag. 222]
John e Norman continuano a scriversi e a vedersi nei periodi di vacanza. Nell’estate del 72 vanno a fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia, ma ormai il tempo della carezze amorose è passato.
Il diario di John del 21 giugno 1872 dopo aver descritto una notte di luna meravigliosamente chiara, così continua:
Lì, in una notte così, in uno scenario come questo, Catherine ha stretto Norman a sé, e ha promesso di amarlo come un figlio. Lei sa tutto di lui e di me. Entrambi abbiamo sofferto tanto a causa sua – lei più di me – ma lei ha sopportato e creduto tutto; e ora l’ha accettato con più che tolleranza. [Pag. 223]
John aveva assistito alla conciliazione degli opposti. Norman diventò professore, si sposò e fu padre di famiglia.
Così John valuta sinteticamente la sua storia con Norman a distanza di vent’anni:
[omissis] riesco a capire molto chiaramente che la vera malattia della mia natura non era nella passione che provavo nei suoi confronti, ma nella maniera artificiosa, morbosa e sofisticata in cui questa passione veniva espressa. La passione era naturale; e lui la ricambiava naturalmente, per quanto il temperamento, l’età e la costituzione della sua identità emotiva gli permettevano. [Pag. 223-224]
Nell’inverno 75-76 John scrive buona parte del secondo volume di “Rinascimento in Italia” che è considero una delle sue opere maggiori. Un giorno, a Londra, accetta di accompagnare un suo amico in un bordello maschile e prende appuntamento per passare un pomeriggio con un giovane soldato in una camera privata di quella casa. Il ragazzo era bellissimo, cordiale:
Invece di cedere a un impulso bruto, mi godetti completamente la stretta prossimità di quel magnifico esempio di virilità nuda; poi lo feci rivestire, mi sedetti a fumare e parlare con lui, e sentii, alla fine, che almeno alcuni dei problemi morali più profondi potevano essere risolti dalla fraternità. [omissis] Ci separammo nei migliori termini amichevoli, scambiandoci gli indirizzi; e mentre ero a Londra lo incontrai parecchie altre volte, in luoghi pubblici, senza nemmeno pensare al vizio. [Pag. 226]
A Londra John si ammala di bronchite e il medico gli consiglia di andare in Grecia ma si ferma a Cannes. Nella primavera del 1877 fa un giro della Lombardia. Frequenta persone di basso livello sociale e si sente a suo agio con loro:
Scoprii che potevo amare e fraternizzare con gli infimi, gli ultimi, i più poveri, che potevo chiamare amici, fratelli e sorelle i peggiori. Ma non avevo un vangelo da predicargli. Imparai solo a capire loro e la loro onestà con me. [Pag. 230]
Si sente male a Torino e decide di rientrare subito a Clifton, il giorno dopo l’arrivo ha una violenta emorragia polmonare, è rassegnato a morire, la moglie lo cura amorevolmente, poi la salute migliora un po’ e il timore della morte incombente porta Johan a sistemare i suoi affari mondani. I medici gli consigliano di non restare in Inghilterra: John e Catherine con le due figlie maggiori sarebbero andati in Egitto le due figlie minori sarebbero rimaste a Clifton con le bambinaie. Ser William Jenner consiglia di fare una sosta sulle Alpi e di fare testamento prima di partire, perché un raffreddore poteva essere fatale.
La sorella minore di John si trovava col marito a Davos in quel periodo, nell’Engadina [Nel cantone dei Grigioni] e il luogo era rinomato per i medici e per i servizi per gli ammalati. Il 7 agosto 1877 John arriva a Davos, la prima impressione non è positiva, i medici dicono a John che nel suo polmone sinistro si sta formando una cavità e gli impongono una vita da sanatorio. Solo a settembre gli è permesso di camminare un po’ e di girare in carrozza. L’occasione della malattia porta John a interrompere completamente e definitivamente i rapporti sessuali con la moglie che se ne sente sollevata, da allora John e Catherine non dormiranno più nello stesso letto:
Cominciai a non sentirmi più moralmente responsabile nei confronti della donna che aveva volentieri sanzionato lo scioglimento del legame sessuale tra noi. [Pag. 235}]
Alla fine dell’autunno 77, un giovane si fermò non lontano da John per un bisogno naturale. John lo seguì con gli occhi finché non girò dietro il fienile, se avesse potuto lo avrebbe seguito e avrebbe passato volentieri un pomeriggio con lui sul fieno tagliato.
Nell’inverno 77-78 John si dedica ai suoi studi e pian piano la salute migliora.
John incontra un altro ragazzo che diventerà suo amico:
Ogni tanto un giovane di nome Christian Buol, mi porta fuori in slitta sulla neve. [Pag. 236]
La famiglia Buol era una famiglia nobile e tra i suoi antenati aveva parecchi conti e baroni dell’Impero, lo stemma di quella famiglia si ritrova in parecchie chiese e castelli nelle valli che scendono verso il Reno. Il fratello maggiore di Christian era il medico di Thusis, un altro era padrone di un albergo, un terzo studiava medicina, due si trovavano in America, in tutto la madre aveva messo al mondo 16 figli. Christian aveva compiuto 19 anni ed
era uno dei migliori esemplari di adolescente robusto, bello, intelligente e gentile che abbia mai incontrato. Dotato di una forza muscolare enorme, aveva le maniere calme e controllate e il parlare sommesso di un gentiluomo bene educato. [Pag. 237]
John se ne innamora, l’amicizia tra loro andrà avanti per molti anni.
Tra natale e capodanno John gli regala una pipa di schiuma, Christian è sorpreso.
La cosa gli piacque anche se, con la solenne compostezza dell’abitante dei Grigioni non ne diede alcun segno. [Pag. 238]
John pensa di essere stato importuno. L’intimità tra i due aumenta, parlano molto, John invita Christian a cena nella sua stanza privata al Belvedere e Christian il 22 marzo lo invita alla festa per il suo compleanno. John resta affascinato dalla dignità della famiglia e si sente un ospite gradito e onorato.
John viene a sapere da chiacchiere di paese che un fratello di Christian sta per perdere il suo albergo a causa di debiti contratti per inesperienza, lo riferisce a Christian, che è già al corrente del fatto, quindi offre 1000 sterline ai Buol per salvate l’albergo, in pratica era la somma che doveva servire per il viaggio in Egitto, ormai accantonato. Successivamente darà ai Buol altre 2000 sterline. Prestito che sarà puntualmente restituito.
E devo dire anche che mia moglie, che tenni al corrente di ogni particolare di questo affare, e che non ignorava il mio affetto per Christian, non esitò a dare la sua approvazione al mio piano per salvarli. Moglie generosa e nobile, nata da una nobile stirpe, e naturalmente dotata dei sentimenti più nobili. [Pag. 240]
La familiarità con i Buol e con Christian crebbe al punto che John poté invitare Christian ad accompagnalo in un viaggio in Italia.
Insieme facemmo un viaggio magnifico; e durante questo viaggio mostrò di essere pronto, per simpatia e affetto nei miei confronti, a concedere molti innocenti piaceri di momenti privati, che a lui non costavano nulla e riempivano me di una gioia ineffabile. [omissis] Spesso dormivamo insieme nel medesimo letto; e lui non si vergognava di lasciarmi guardare, come gli uomini contemplano gli idoli dei loro dei, lo splendore nudo del suo corpo perfetto. Tuttavia né negli atti né nei gesti e tanto meno nelle parole una sola ombra di lussuria guastò la serenità di quella comunione maschile. [omissis] Non ho mai conosciuto un piacere più calmante per i sensi e più elevato di quello che ho trovato con lui – assente il sesso – sommerso e assorbito da un amore tanto spiritualmente sensuale che le necessità del corpo scomparivano e venivano dimenticate. [omissis] Così continuammo a rispettarci l’un l’altro: e quando mi disse che voleva sposare una ragazza, alla quale aveva cominciato a voler bene alla scuola di Thusis, e che diventò poi sua moglie, i nostri rapporti non mutarono. [Pag. 241]
L’ammirazione di John per i Grigioni e per i loro usi franchi e democratici, senza distinzioni di classe, fu tale che la famiglia Symonds finì per stabilirsi a Davos. Cristian accompagnò spesso John in Italia e, quando era impegnato nella fattoria, il nipote, anche lui di nome Christian e suo coetaneo, prendeva il suo posto.
John strinse amicizie non prive di un interesse passionale anche con diversi ragazzi italiani e li trattò come aveva fatto con i due Christian.
Nella primavera dell’81 John è a Venezia. Un pomeriggio, in una bottega, il suo amico Horatio Brown gli indica due gondolieri, uno dei due colpisce immediatamente John. Si chiama Angelo Fusato e ha 24 anni. Ad Angelo John dedica molti sonetti di forte contenuto erotico. John sa solo dove abitava il generale de Horsey per il quale Angelo e l’altro gondoliere lavorano. Passa due notti agitate sognando quel ragazzo e desiderandolo. Finalmente la mattina, va a cercarlo, gli dà un appuntamento per la sera alle nove nella chiesa dei Gesuiti. Angelo viene all’appuntamento, lo chiamavano il matto, era povero e spendaccione. John riferisce che non era raro che i gondolieri di Venezia si concedessero per denaro ma con certi limiti oltre i quali ogni richiesta sarebbe stata respinta.
John porta Angelo con sé alla casa Alberti, dove alloggiava. Un sonetto contiene l’esatta descrizione di quello che accadde.
Non sto sognando. Era davvero qui
e sedeva accanto a me su questo letto duro e basso;
perché avevamo del vino davanti e io ho detto:
“prendi dell’oro: ti darà più allegria”.
Era tutto vestito di bianco; un gondoliere;
pantaloni bianchi, cappello di paglia bianco in testa,
una camicia bianco crema un po’ sbottonata, un nastro di seta
al limpido collo, con un amuleto.
Sì, era qui. Le nostre quattro mani ridendo fecero
Rapidamente caos della sua cintura, della camicia, dei pantaloni, delle scarpe;
finché, nudo come alla nascita, bianco come i gigli, sdraiato
lì sul copriletto mi invitò a usare
come volevo il suo corpo. Ma Amore lo vietò.
Amore gridò: “Rifiuterai ciò che è inferiore al meglio dell’Amore!” [Pag. 251]
John è talmente sconvolto dall’incontro con Angelo che lascia Venezia il giorno appresso e per tutta l’estate non fa che pensare ad Angelo e scrivere su di lui poesie senza interruzione. In autunno John torna a Venezia, incontra Angelo diverse volte, di notte, nelle sue stanze e regala ad Angelo una gondola e un bel po’ di denaro.
John lascia capire che il rapporto con Angelo ebbe anche dei risolviti esplicitamente sessuali e quando John cerca di farsi accettare come amico, Angelo sta molto sulle sue e lo considera un cliente come tanti altri, che prima o poi si stancherà, e uno che ha una vita troppo diversa da quella di un gondoliere.
John scopre che Angelo vive con una ragazza e che ha avuto da lei due figli. Non si erano sposati perché non avevano denaro. John dà ad Angelo il denaro per il matrimonio e per mettere su casa. Angelo riacquista fiducia nei confronti di John e comincia a volergli bene. Angelo entrerà poi alle dipendenze di John come gondoliere, con uno stipendio fisso, farà con lui molti viaggi e lo verrà a trovare quando si stabilirà a Davos.
Siamo arrivati a capirci senza nascondere nulla. [omissis] L’ho trovato virile nel senso più vero, con la virilità di un soldato e il cuore caldo e tenero di una natura straordinariamente gentile. [omissis] È veritiero e sincero, franco nel dirmi che cosa gli pare sbagliato nella mia condotta, attento ai miei desideri, perfetto nelle maniere e nel comportamento, pur tenendo conto del suo temperamento pazzo, della voce rauca e della libertà sfrenata e impulsiva. [Pag. 253]
Le Memorie di John Addington Symonds si concludono con la storia di Angelo. John morirà a Roma il 19 Aprile del 1893, all’età di 52 anni. Consiglio caldamente la lettura delle sue Memorie a chiunque sia interessato a capire seriamente che cos’è l’omosessualità.
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