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sabato 17 giugno 2017

GAY O NON GAY?

Caro Project,
mi ha fatto bene parlare con te ieri sera, un po’ mi hai smontato ma mi ci voleva. Stavo finendo per alimentare io stesso mille paure, però, se uno ci pensa bene, sono paure che esistono solo perché uno se le crea. Ci sono mille cose concrete che possono fare paura, perché non le puoi controllare o le puoi controllare solo in modo molto parziale, parlo soprattutto della malattie, ma anche del lavoro; ma l’omosessualità perché dovrebbe fare paura? Per le reazioni della gente? Ma basterebbe tenersi i fatti privati per sé. Oppure la paura potrebbe venire del fatto che magari uno ha un’idea dei gay che lo spaventa, per me era probabilmente questo. Tu tendi a ridimensionare i problemi a fare vedere la normalità dell’essere gay e la normalità del mondo gay (parlo dei veri rapporti tra gay, non del concetto di omosessualità usato per altri fini). Ieri sera mi sono sentito un po’ stupido, uno che ha paura della sua ombra. L’educazione c’entra di sicuro, ma a un certo punto bisogna svegliarsi. Diciamo che adesso sono ad un altro livello, adesso i timori sono molto più specifici, adesso le mie insicurezze sono legate al fatto che vorrei fare un passo avanti. Ieri te l’ho solo accennato, c’è un ragazzo che mi piace e col quale c’è un minimo di dialogo, diciamo, strano, cioè c’è un modo di capirsi e una complicità che mi intriga molto. Lui non ha la ragazza e penso non ne abbia mai avuta una… ovviamente questo non significa nulla però è un fatto che mi fa pensare. Ti racconto alcuni episodi ai quali ho dato e do tuttora molto valore.
Primo episodio: Un giorno ci siano incontrati per caso all’università, verso l’ora di pranzo. Abbiamo un nostro gruppetto di 5-6 ragazzi, però in quel momento stavamo soli, mi vede, mi saluta, e poi si comincia a parlare, ma a parlare di niente, ma non se ne va. Andiamo a prendere un tramezzino insieme, poi restiamo a chiacchierare per due ore fino alla lezione successiva, andiamo insieme alla lezione successiva, poi mi accompagna a casa a piedi, una passeggiata di quasi un’ora, anche se lui abita da tutt’altra parte. Devo dire che si stava bene, io sentivo che lui c’era e che ci voleva essere
Secondo episodio: Lo vedo che chiacchiera con una ragazza e ci resto un po’ male, non mi avvicino, penso che lui non mi abbia notato, invece mi ha notato, molla subito la ragazza e viene a parlare con me. Ha il modo di fare di un ragazzino che è stato preso con le mani nella marmellata. Io non gli chiedo nulla, ma mi dice che la ragazza è solo una collega, che la conosce appena, e che è una palla. Non l’ho più rivisto con quella ragazza.
Terzo episodio: Un giorno mi chiama al telefono, ma io non gli ho dato il numero, mi dice che lo ha chiesto ad un nostro collega, mi chiede se mi va in serata di andare al cinema, dovremmo essere in quattro, ma non mi dice chi. Ci vediamo per andare al cinema e mi dice subito che siamo solo noi perché gli altri due gli hanno dato buca. Gli propongo di lasciare perdere il cinema e di andare a prendere una pizza, gli brillano gli occhi. Restiamo a parlare fino all’una di notte.
Adesso hai un’idea più chiara del mio amico. Tieni presente che ci siamo visti più volte anche da soli, che abbiamo parlato moltissimo, ma mai di ragazze e neppure di colleghe. Potrebbe essere gay? E se fosse il classico ragazzo che cerca solo un amico. Che faccio? Andiamo avanti così o devo rischiare il tutto per tutto? Io non lo vorrei perdere per nessuna ragione e parlare chiaro potrebbe significare vederlo sparire. Non ho paura che mi sputtani con gli amici, non è proprio il tipo che può fare una cosa del genere. I dubbi sono molti ma intanto andiamo avanti così, magari a un certo punto le cose saranno così chiare che smetterò di farmi domande.
Matty95
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6169

venerdì 11 novembre 2016

GAY E AMICIZIA SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato all’amicizia. Secondo Raffalovich, come secondo molte persone, l’amicizia è un sentimento nettamente separato dall’amore e contraddistinto dal fatto di non avere implicazioni sessuali. È vero però, che dopo essere partito da questa premessa Raffalovich aggiusta progressivamente il tiro e, anche se nelle note, arriva a sostenere che delle amicizie caratterizzare da piccole e incontrollate perdite seminali, non hanno comunque delle vere implicazioni sessuali.
Naturalmente su questo si può non concordare, per superare l’impasse basterebbe ammettere che il dominio dell’amicizia e quello dell’amore hanno degli elementi in comune, cosa che Raffalovich non accetta, sulla base del postulato iniziale sella separazione netta dei due campi.
Nell’ambito dell’articolo, due punti sono particolarmente interessanti. Il primo è l’analisi del sonetto XX di Shakespeare e il secondo è la storia di Molière e Baron.
Il sonetto XX di Shakespeare, secondo Raffalovich, ma anche secondo il comune buon senso, esclude l’omosessualità di Shakespeare perché il suo amore per W.H. è tutto attribuito all’aspetto e al modo di fare molto femminile di W.H..
Shakespeare aggiunge che la natura ha dato a W.H. un membro maschile (che il poeta lascia alla donne, perché non sa che farsene) e questo fatto gli impedisce un contatto sessuale ma non certo l’amore. Effettivamente è difficile pensare ad un gay che si innamora di un uomo per i suoi tratti femminili e ne lascia invece i tratti maschili e la stessa sessualità alle donne.
Per quanto riguarda il rapporto di Molière col giovanissimo Baron, Raffalovich si sforza di allontanare i sospetti di omosessualità, ma posso dire che, dalla lettura dei fatti, sospetti del genere non mi avevano neppure sfiorato!
Sono interessanti anche gli atteggiamenti sostanzialmente satirici usati da Raffalovich nei confronti della pruderie inglese, tipicamente vittoriana, legata alle manifestazioni più espansive dell’amicizia maschile.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’amicizia
L’amicizia non è una manifestazione dell’istinto sessuale, anche quando somiglia molto a certe manifestazioni di questo istinto.
Non confondere l’amicizia entusiastica, completa e romantica non l’unisessualità larvata o nascosta è cosa della più grande utilità e da un certo punto di vista, per alcune persone, di una grande difficoltà.
A seconda delle epoche, dei paesi, delle persone e delle età, si applicano regole diverse. La Bruyère ha detto che il cuore che si è affaticato sull’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore (eterosessuale); l’amicizia è un istinto altrettanto naturale e spontaneo dell’amore materno e che come quello deve essere al sicuro dalla calunnia e dai sospetti. L’amicizia-passione (o l’amicizia-gusto, o l’amicizia-fantasia) come la passione religiosa o artistica o scientifica o patriottica, si manifesta nello stesso modo nell’unisessuale e nell’eterosessuale.
La storia, come la vita contemporanea, ce ne offre parecchi esempi. Si potrebbe anche dire che l’uomo eterosessuale per il quale la donna rappresenta il summum dei piaceri sensuali è maturo per un’amicizia superiore e devota tanto quanto l’uomo per il quale la donna rappresenta solamente un’amica sororale o materna, o una nemica velenosa. Le grandi e lunghe dedizioni degli uomini senza il genio dell’altruismo sono soprattutto possibili quando essi non sono ispirati sensualmente – Come Lucas Cranach che seguiva il suo padrone prigioniero[1] o come Goethe che voleva imitarlo in occasione della collera di Napoleone contro il duca di Weimar.
Un uomo che ha provato l’amarezza e la tristezza di tutte le sensualità e le sessualità, si infiamma e resta imbarazzato soprattutto per un sentimento che non ha come base la sensualità, né ha la sessualità come centro. È così che l’uomo, malgrado la moglie o l’amante, si dedicherà a un amico o a una causa, come simbolo di qualcosa di più astratto, di meno personale del suo piacere.
L’altruismo è altrettanto fondamentale, altrettanto indispensabile dell’egoismo, se si vuole comprendere la natura umana. Tutte le sottigliezze degli epigrammatisti di genio, tutti i sotterfugi dei sofisti eloquenti non cambiano in nulla la differenza tra il desiderio di procurare piacere a se stessi o di farsi del bene, senza tenere conto degli altri, e il desiderio di amare il proprio prossimo più di se stessi, la differenza tra un imperatore Romano e San Francesco d’Assisi.
L’uomo che ha la vocazione dell’amicizia, come Bonstetten, per esempio, o Tiberge (in Manon Lescaut) dell’abate Prévost, e colui che ha molto amato le donne o gli uomini, si trovano nei confronti dell’amicizia più o meno nella stessa situazione se possiedono l’insieme delle qualità che la devozione affettuosa e l’amicizia altruista comportano. L’amicizia aumenta per il fatto stesso che non attira gli inganni sessuali e le tristezze delle voluttà raggiunte.
Dunque non bisogna prendere le grandi amicizie della giovinezza o dell’età matura (anche se uno degli amici è, è stato, o sarà notoriamente unisessuale) per manifestazioni dell’istinto sessuale, perché l’amicizia e l’unisessualità possono esistere insieme. Mi chiedo anche se sorvegliando troppo le amicizie infantili, piuttosto che non sorvegliandole abbastanza, non si faccia che aumentare il rischio per i bambini.
La questione è delicata e importante.
Le amicizie dell’adolescenza, quando l’adolescenza apporta una nuova castità, una seconda verginità del cuore e del carattere, e anche del corpo, assomigliano molto all’amore, ma sono di un’importanza incalcolabile. I maestri, quando non sono troppo sospettosi, i genitori (se non sono gelosi) possono servirsene molto meglio che dell’emulazione per stimolare i ragazzi[2] È meglio che un ragazzo si esponga a dei possibili pericoli, a dei possibili sviamenti, e che ottenga dei vantaggi probabili, certi. Le amicizie dell’adolescenza formano gli uomini e possono insegnare loro le virtù generose che la vita insegna solo ai privilegiati o ai buoni.
Le amicizie dell’età matura dovrebbero ugualmente essere rispettate.
Shakespeare nei suoi sonetti sembra aver conosciuto la stessa amicizia entusiastica di certi uranisti e certo Shakespeare non era uranista,[3] come è provato dal sonetto che manifesta imbarazzo per il sesso maschile di W.H.. Michelangelo o Platen al contrario, avrebbero amato W.H. perché era virile, bello e buono. Se ci si ricorda la conversazione di Casanova con Bellino, si vedranno nelle paure simulate di Bellino, tutti i pericoli possibili ai quali Shakespeare poteva esporsi; e non c’è il minimo dubbio che Shakespeare abbia sofferto amaramente e abbia amato in modo fervente, ma i sonetti non sono sensuali, sono affettuosi, teneri, senza equivoco.
Anche se l’amore di Shakespeare per W. H. ha ceduto alla sensualità, i suo sonetti non ne portano traccia. Sono stati comunque vivamente criticati, biasimati, proibiti, deplorati, in una sola parola ci si è abbandonati su di essi a tutte le acrobazie di un gergo insistente.[4]
Nel biasimarli, come nel biasimare molte delle manifestazioni iperboliche dell’amicizia, ci si trova oggi spesso in imbarazzo. I sentimenti meno sensuali di un essere spontaneo e buono si esprimono all’esterno con certe parole, certi simboli, certi gesti.
In Inghilterra (oggi), con grande pompa e senza alcun motivo serio, è generalmente accettata l’idea che l’amicizia più vigorosa non debba esprimersi che con una stretta di mano: il pudore maschile si spaventa di qualsiasi altra effusione in pubblico e a buon diritto. In teatro si batte energicamente con la mano la spalla dell’amico, ma per fare questo bisogna essere molto inteneriti e gioviali. Si arriva oggi ad immaginare che in privato o in particolari situazioni possa essere un po’ sconveniente essere più espansivi? È di moda in Inghilterra prendere in giro tutte le nazioni straniere in cui si manifesta l’amicizia in un altro modo, e ci si abbandona senza vergogna a delle considerazioni assurde su questo argomento. È una convenzione come un’altra, ma le persone grossolane o paurose finiscono per renderla molto sconveniente e le risate da pollaio o i rossori che accompagnano ogni altra manifestazione di affetto in teatro, per esempio, devono stupire gli stranieri e far loro credere gli Inglesi molto villani nel loro pudore. Nel capitolo sull’unisessualità inglese cercherò di spiegare un po’ questa tendenza e qualcuna delle sue conseguenze…
Quando si vede il campo dell’uranismo, il numero degli uranisti accrescersi sotto i nostri occhi, ci si ricordi di questo: una forte amicizia unica (o quasi) nella vita di un eterosessuale o di un unisessuale ha tante probabilità di essere un’amicizia vera portata alla quintessenza, quante ne ha un accesso di unisessualità nel primo o di infatuazione amorosa [eterosessuale] nel secondo. Così si è ripetuto che Molière aveva amato pederasticamente Baron, ma gli aneddoti che ho letto mi sembrano così innocenti che non si può sospettare che l’affetto di Molière fosse toccato dalla sessualità, affievolito o diminuito da essa. Ci si pensi.
D’altra parte anche se si avessero prove, documenti che indicano in Molière altre intimità sospette non si potrebbe in modo definitivo dare all’affetto di Molière per il piccolo Baron una interpretazione nel senso della unisessualità.
“Molière[5] era occupato in modo continuativo nell’intento di rendere migliore la sua compagnia.(Quando il piccolo Baron comparve nel teatro di la Raisin, ebbe molto successo). Era sorprendete che un ragazzo di dieci o undici anni, non introdotto ai principi della declamazione, facesse valere la sua passione con tanto spirito come faceva lui… Molière che allora are ammalato, non aveva potuto vedere il piccolo Baron i due primi giorni[6] ma tutti gliene dissero così bene che si fece portare al palazzo reale alla terza rappresentazione, anche se era malato. Gli attori dell’ hôtel de Bourgogne erano stati presenti a tutte le rappresentazioni, e non erano certo meno sorpresi del giovane attore di quanto non lo fosse il pubblico, soprattutto la Du Parc, che lo prese immediatamente in amicizia, e che in modo molto serio aveva fatto dei preparativi per averlo a cena qual giorno. Il ragazzo che non sapeva a chi dare retta per ricevere le carezze che gli facevano, promise a questa attrice che sarebbe andato da lei, ma la cosa fu interrotta da Molière, che gli disse di andare a cenare con lui.
“Era un maestro e un oracolo quando parlava, e questi attori avevano per lui una tale deferenza che Baron non osò dirgli che era impegnato, ma la Du Parc non si tratteneva dal trovare sbagliato che il ragazzo mancasse con lei alla parola data. Essi considerarono tutta questa buona accoglienza come la fortuna di Baron.
Appena Baron arrivò a casa di Molère, Molière andò subito a cercare il sarto per farlo rivestire (perché non era affatto in buono stato) e raccomandò al sarto che l’abito fosse molto appropriato, completo e finito per l’indomani mattina. Molière interrogava e osservava continuamente il giovane Baron durante la cena, e lo fece dormire con sé per avere il tempo di conoscere i suoi sentimenti attraverso la conversazione, al fine di indirizzare meglio il bene che gli voleva fare. L’indomani mattina, il sarto, puntuale, verso le nove o le dieci, portò al piccolo Baron un guardaroba completo. Lui rimase stupito e molto contento di vedersi improvvisamente così ben sistemato. Il sarto gli disse che bisognava scendere nell’appartamento di Molière per ringraziarlo. “È proprio nelle mie intenzioni, rispose il piccolo uomo, ma non credo che sia ancora sveglio.” Il sarto lo assicurò del contrario, lui scese e fece un complimento di riconoscenza a Molière che fu molto soddisfatto e non si accontentò di averlo fatto sistemare così bene ma gli regalò anche sei luigi d’oro, con l’ordine di spenderli come volesse. Tutto questo era un sogno per il ragazzo… Molière gli chiese che cosa sinceramente desiderasse di più. – Di rimanere con voi il resto dei miei giorni, gli rispose Baron, per mostrarvi la mia riconoscenza per tutto quello che avete fatto per me.
“Va bene! Gli disse Molière, è una cosa fatta…
“Molière, che amava i buoni costumi, non ebbe meno attenzione nel formare quelli di Baron che se il ragazzo fosse stato suo figlio; coltivò con cura le disposizioni straordinarie che il ragazzo aveva per la declamazione.
“Il bene che Molièere faceva a Baron non piaceva a sua moglie; senza preoccuparsi di corrispondere all’amicizia che lei voleva ottenere da suo marito, non poteva comunque soffrire che lui avesse atteggiamenti di bontà per questo ragazzo che, da parte sua, a tredici anni, non aveva tutta la prudenza necessaria per controllarsi con una donna verso la quale doveva avere dei riguardi. Lui si vedeva amato dal marito, e anche necessario ai suoi spettacoli, accarezzato da tutta la corte; non si preoccupò affatto di piacere o meno alla signora Molière. Lei si lasciò andare a dargli uno schiaffo per una questione molto banale; il ragazzo ne fu così vivamente offeso che se ne andò dalla casa di Molière: credette che il suo onore fosse compromesso dall’essere stato battuto da una donna. È mai possibile, disse Molière a sua moglie, che tu abbia avuto l’imprudenza di colpire un ragazzo così sensibile come sai che lui è, e tanto più in un periodo in cui è incaricato di un ruolo di seicento versi nella commedia che dobbiamo rappresentare davanti al re?
“La moglie espose diverse ragioni, sbagliate e anche aggressive, alle quali Molière decise di non rispondere nemmeno; si limitò a cercare di addolcire il ragazzo che si era rifugiato a la Raisin.
“Niente lo poteva fare tornare indietro, era troppo irritato; comunque promise che avrebbe recitato la sua parte ma non sarebbe tornato a casa di Molière. In effetti ebbe l’arditezza di chiedere al re il permesso di ritirarsi e, incapace di riflettere, si rimise nella troupe di la Raisin che lo aveva incitato a tenere il punto. Comunque era sempre occupato da Molière; l’età, il cambiamento, gli facevano sentire la riconoscenza che gli doveva e il torto che gli aveva fatto nell’abbandonarlo…
Questi discorsi furono riportati a Molière; che ne fu ben contento e non potendosi trattenere dal desiderio di fare tornare questo ragazzo nella sua troupe, che ne aveva bisogno, gli scrisse a Digione una lettera molto toccante. Molière aveva sofferto per l’assenza di Baron, l’educazione del ragazzo lo distraeva nei momenti di pausa. I disagi di famiglia aumentavano ogni giorno a casa sua, non poteva lavorare sempre né stare sempre con i suoi amici per distrarsi.
“D’altra parte non amava avere intorno troppa gente né il disagio, non aveva nulla per divertirsi o stordirsi allontanandosi dai suoi dispiaceri. Così considerava il ritorno di Baron come un divertimento familiare, col quale avrebbe potuto, con maggiore soddisfazione, condurre una vita tranquilla, conforme alla sua salute e ai suoi principi, senza il peso di questo armamentario di famiglia e anche di amici, che ci derubano, molto spesso, con la loro presenza inopportuna, dei momenti più gradevoli della nostra vita.
Baron non fu meno vivo di Molière nel corrispondere a quei sentimenti: partì appena ricevette la lettera, e Molière invaso dal piacere di accogliere il suo giovane attore qualche momento prima, andò ad aspettarlo alla porta di san Vittore il giorno in cui doveva arrivare, ma non lo riconobbe. I grandi spazi aperti della corsa lo avevano talmente stancato e affaticato che lo lasciò passare senza riconoscerlo, e se ne tornò triste a casa sua dopo aver aspettato per un bel po’. E fu felicemente sorpreso di trovarci Baron … Molière chiese a Baron se avesse denaro. Il ragazzo gli rispose che aveva in tasca solo quello che c’era rimasto di spiccioli, perché aveva dimenticato la sua borsa sotto il cuscino del letto l’ultima volta che era andato a dormire, che se ne era accorto dopo qualche stazione di posta, ma che la fretta che aveva di rivederlo non gli aveva permesso di tornare sui suoi passi per riprendersi il denaro. Molière fu entusiasta che Baron fosse ritornato e che fosse così emozionato e riconoscente, lo mandò al teatro con l’ordine di chiudersi talmente nel suo mantello da non poter essere riconosciuto da nessuno, perché non era proprio vestito, benché fosse vestito bene, alla maniera di un uomo che era l’attrazione dei suoi spettacoli. Molière non dimenticò nulla per rimetterlo in lustro; riprese la stessa attenzione che aveva avuto verso di lui all’inizio…
“Appena Molière morì, Baron[7] andò a Saint-Germain per informarne il re; Sua maestà ne fu toccata e si degnò di testimoniarglielo. Era un uomo probo, che aveva dei sentimenti poco comuni tra le persone del suo rango… Era costante nelle sue amicizie e sapeva ben collocarle.”
Insieme con i sonetti di Shakespeare, W.H. gli ispirò la sola amicizia romantica che noi conosciamo di lui, e se l’analisi rispettosa dei sonetti non ci fornisce francamente niente di sensuale, niente di sornionamente impudico, non c’è ragione di non ammettere anche lì un affetto senza scopo sessuale, senza base sessuale, qualsiasi ne siano le possibile ignote peripezie.[8]
Molti uomini in momenti diversi della loro vita hanno bisogno di simpatia (sia da testimoniare sia da farsi testimoniare), di ammirazione (passiva o attiva), di rispetto, di devozione, di apprezzamento, di solidarietà.
Molte di queste cose (dato che esse non agiscono da sole) potranno rendere molto intensa l’amicizia, e l’amicizia si colorerà in modi diversi, secondo la categoria alla quale essa sembra corrispondere più o meno idealmente o realmente, o più o meno illusoriamente: l’amicizia dei condiscepoli, l’amicizia del discepolo per il maestro, quella del maestro per il discepolo, l’amicizia dell’amico guaritore[9] per l’amico malato o sofferente (soprattutto moralmente) – io credo che questa amicizia sia la più forte, la più tenace, quella che al mondo affronta tutto – o per l’amico debole, e l’amicizia del convalescente o del guarito per il guaritore, l’amicizia fraterna, equilibrata e franca, tra amici che hanno i medesimi interessi o degli interessi paralleli (Montaigne e La Boétie, Achim von Arnim e Clemens Brentano, Goethe e Shiller, i fratelli Grimm e i fratelli Goncourt, Michelet e Poinsot, Liebig e Woeler). Questa amicizia esiste in grande misura tra uomini di lettere o di scienza o tra gli artisti.
L’apprendere, l’insegnare, il comprendersi reciprocamente, spingono questa amicizia fino a una veemenza tenera e costante, negli intellettuali. Questa è l’amicizia più duratura tra gli uomini il cui valore morale corrisponde all’intelligenza. Per questo, le meschinerie, le piccinerie devono tacere.
Parlare di unisessualità a proposito di queste amicizie, sarebbe come parlare di incesto[10] a proposito dell’amore di una madre, di un figlio, di un fratello, a proposito della devozione per l’inferiore o per il superiore.
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[1] Nota di Project:- Lucas Cranach detto il Vecchio (1472-1553), pittore e incisore tedesco, amico di Lutero, Essendo stato catturato il suo protettore Giovanni Federico I elettore di Sassonia dopo la Battaglia di Mühlberg, Cranach lo accompagnò in cattività dal 1550 al 1552, prima di ritornare a Weimar, nuova residenza elettorale, per morirvi l’anno seguente.
[2] Si può leggere a questo proposito il giudizioso Niemeyer. [August Hermann Niemeyer (1754 –1828) pedagogista tedesco.]
[3] Si lamenta nel famoso ventesimo sonetto (che sciocca il pudore di certi editori inglesi) che la natura, dando per errore a W. H. un organo di cui Shakespeare non sapeva che farsene, gli aveva tolto il piacere sensuale e gli aveva lasciato l’amore. È la situazione di Casanova e di Bellino.
[4] Si vedano Hallam e Michelet. [Henry Hallam (1777 –1859) storico inglese; Jules Michelet (1798 –1874) storico Francese]
[5] Vie de Molière, di Legalois de Grimarest (Archives curieuses de l’histoire de France, 2^ serie, vol X, E. Danjon, bibliothécaire de l’Arsenal, 1839).
[6] Il secondo giorno la Raisin aveva incassato mille scudi.
[7] Non so se sia utile raccontare un aneddoto che prova che Molière trattava Baron come un ragazzino viziato e malizioso. Quando Bernier tornò dal suo viaggio, andò ad Auteuil a raccontare a Molière che non ci si poteva comportare con l’imperatore Mogol detronizzato come si faceva in Turchia, ecc., Baron lo prese tanto in giro che Bernier alla fine fu costretto a riportare la conversazione sul capitolo Baron. “Molière, che ne parlava con piacere, ne cominciò la storia, ma Baron, stufo di ascoltarlo, andò a divertirsi altrove”.
Sembra che Molière avesse una relazione con un’attrice che non era bella “un vero scheletro e priva di senso comune, Amica di Florimond e di la Barre. Molière lo sapeva ma diceva di non avere il tempo né la pazienza di abituarsi ai difetti di un’altra persona.”
“Può anche darsi che un’altra [donna] non avrebbe voluto l’affetto di Molière, che trattava le relazioni con trascuratezza, le sue assiduità non erano troppo stancanti per una donna; in otto giorni una piccola conversazione, questo era abbastanza per lui. Senza che si preoccupasse di essere amato se non da sua moglie”.
[8] Le grandi emozioni, qualsiasi esse siano, (si sa che certi artisti provano delle emozioni sessuali quando lavorano con furia o quando sono colpiti da un’impressione artistica), religiose o artistiche o sentimentali, agiscono qualche volta, senza che l’uomo se ne renda conto, sui centri sessuali.
San Giovanni della Croce disse che non bisogna affliggersi né credersi scorretti se questo succede durante l’assorbente preghiera indirizzata a Dio e se uno degli incidenti dell’amicizia di Shakespeare per W. H. o di Molière per Baron fosse stato una incosciente e insignificante perdita seminale, non bisognerebbe certo dedurne l’origine sessuale di queste amicizie.
In certi esseri delicati e inflessibili, il colore, la musica, il toccare le cose inanimate, la composizione, il lavoro cerebrale possono in rari momenti portare una perdita sessuale di cui essi appena si accorgono, tanto sono occupati da altre cose. Non si può dire che questa perdita sessuale del matematico o del musicista provi che le loro emozioni, i loro interessi siano di origine sessuale, non li si può considerare feticisti.
[9] Questa bella espressione appartiene a Stendhal.
[10] Nel romanzo di Catulle Mendès, Mephistophela l’invertita rifiuta sua figlia per non asservirla al suo vizio, ma anche lei, la folle, la dannata, non cede alla tentazione. Gli incesti unisessuali esistono (soprattutto tra fratelli). Krafft-Ebing racconta la storia di due ragazzi di 15 e 16 anni, ai quali il padre, un medico, fece subire la sodomia passiva completa… ecc. ecc.. Ma non credo che si incontrerebbero degli incestuosi unisessuali tra gli uranisti arrivati alla maturità senza essere alienati. Non nego la possibilità, al contrario l’incesto unisessuale può essere più frequente di quello eterosessuale; Zo’har [un romanzo di Catulle Mendès il cui titolo è il nome di una delle cinque città che secondo l’Antico Testamento furono bruciate in situazioni simili a quelle di Sodoma e Gomorra] di Mendès sarebbe allora più verosimile senza eroina. L’incesto, fortunatamente, è poco attraente per la maggior parte degli uomini.
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giovedì 20 settembre 2012

AMICI GAY E AMANTI GAY

Ciao Project,
sono un 31enne (volevo scrivere un ragazzo di 31 anni ma avrei dovuto scrivere un uomo di 31 anni e allora non ho scritto né ragazzo né uomo). Ti scrivo per dirti che leggere i siti di progetto gay mi ha aiutato molto a trovare il mio equilibrio. Vengo ai fatti. Ormai sei anni fa, quando avevo 25 anni, in modo del tutto casuale, mi capitò di conoscere un ragazzo 21enne. Premetto che mi sono sentito gay da sempre ma che per me l’essere gay si limitava alla fantasia, a qualche video e a un po’ di sesso self made. Per me i ragazzi erano solo un oggetto di fantasia, non avevo mai conosciuto un ragazzo gay di persona. In pratica pensavo che sarebbe stato sempre così e in qualche modo mi ero adattato alla situazione, poi, improvvisamente, è arrivato lui. L’ho conosciuto il 14 luglio 2007 al concerto di Vasco Rossi allo stadio del Conero (siamo entrambi delle Marche). C’era una folla immensa, luci psichedeliche che si accendevano e si spegnevano seguendo il ritmo della musica. Io lo noto subito, è un bel ragazzo proprio scatenato, cerco di capire chi sono quelli del suo gruppo, ne individuo un paio, un ragazzo e una ragazza ma stanno per i fatti loro. Proprio all’inizio del concerto stavano tutti a battere le mani seguendo la musica, anche lui, io invece no, mi guarda e mi dice: “Dai batti le mani pure tu! Che fai? Scatenati!” Io lo guardo perplesso ma sorridente, lui mi risponde con un sorriso che non dimenticherò mai. Il concerto va avanti, ogni tanto scambiamo qualche sguardo e qualche battuta. È proprio un ragazzo bellissimo, o meglio se dovessi sognare il mio ragazzo ideale lo sognerei così. Era andato lì con quel ragazzo e con quella ragazza ma stava per conto suo. Il gioco di sguardi, anche se molto prudente, si è fatto più evidente. Il concerto finisce lui va dai suoi amici e scambiano poche parole, si abbracciano e quelli se ne vanno. Mi chiede se posso dargli un passaggio, gli dico: “Certo!” Mi dice che è lontano, verso Falconara, gli dico che non c’è problema. Usciamo e ci mettiamo in viaggio. Stare in macchina con lui mi sconvolge, ride, scherza, dice battute demenziali, provoca ma lo vedo perfettamente a suo agio. Il viaggio non è brevissimo, all’inizio parliamo solo di Vasco e del concerto, poi mi dice di essere uno studente di ingegneria, io gli dico che dovrei laurearmi in medicina ma che penso ci vorranno quasi due anni ancora. La conversazione non va mai sul personale. Lo accompagno sotto casa sua, mi fa notare che la mia facoltà è vicina a casa sua, ci scambiamo i numeri di cellulare e una stretta di mano assolutamente non formale. Poi me ne torno a casa e penso a come sarebbe bello potere avere vicino un ragazzo così. L’indomani (era domenica) mi richiama la mattina presto e mi chiede se mi va di andare al mare con lui, gli dico di sì e ci diamo appuntamento davanti a uno stabilimento balneare a Falconara. Quando arrivo, lui (lo chiamerò Luca) è già lì, si è portato appresso la chitarra, gli chiedo se suona, mi risponde che strimpella, ma poi a sentirlo suonare devo dire che suona piuttosto bene. Ha con sé anche un borsa da campeggio con panini e bibite anche per me. Ci prendiamo un ombrellone e si mettiamo stesi sulla sabbia. In costume è proprio bellissimo ma so che non devo guardarlo troppo. Poi abbiamo cominciato a raccontarci delle nostre vite, c’era tutto meno che le ragazze, niente ragazze né per lui né per me, amici sì, ma piuttosto superficialmente, sia per lui che per me. Che un ragazzo come lui non avesse la ragazza era sospetto. Io ho evitato di fargli domande specifiche, ma una ragazzo bello come lui avrebbe potuto avere tutte le ragazze che voleva e se aveva chiesto a me di andare al mare con lui era evidente che non aveva una ragazza. Stare vicino a lui in costume da bagno mi imbarazzava e dovevo sforzarmi per evitare reazioni visibili, per lui invece nessuna reazione. Questo fatto mi faceva pensare che tutti i castelli in aria che mi stavo facendo su di lui non avessero alcun senso. Ma, la faccio breve, praticamente siamo andati insieme al mare ogni giorno per due settimane di seguito, non sapevo che pensare ma avevo l’impressione che lui ci tenesse. Io non lo chiamavo mai, mi chiamava sempre lui, ma in fondo Luca sapeva che qualsiasi sua proposta sarebbe stata comunque accettata. Il primo di Agosto, ricordo benissimo che era un mercoledì, alla fine della giornata, mentre lo riaccompagnavo a casa mi ha detto: “Ti devo dire una cosa, sono gay.” E non mi ha fatto nessuna domanda, io gli ho risposto. “Anche io.” Ha fatto un lungo ed enfatico sospiro di soddisfazione, poi ha aggiunto: “Sto bene con te, proprio bene, ma non sono innamorato di te.” Io gli ho detto solo: “Peccato! Perché mi sarebbe piaciuto!” Lui mi ha chiesto: “Domani ti va di venire al mare?” Io gli ho detto: “Certo!” Poi ha cambiato argomento come se nulla fosse successo. Il discorso del primo Agosto mi ha del tutto scombussolato. Quel “non sono innamorato di te” mi pesava come un macigno però con Luca stavo veramente bene, ormai lo conoscevo meglio e mi affascinava e poi avevo l’impressione che la mia presenza per lui, in qualche modo, fosse importante. Abbiamo continuato ad andare allo stabilimento per tutto Agosto, mi ha raccontato di essere innamorato di suo collega di università che però aveva la ragazza. Luca sembrava quasi dipendente da quel ragazzo che nemmeno si era reso conto di quello che gli passava per la testa, ci stava proprio malissimo, si sentiva sfigato, pensava che nessuno lo avrebbe mai voluto diceva di essere brutto e che la sua vita l’avrebbe passata da solo e ne sembrava proprio convinto, certe volte arrivava a mettersi a piangere. Stava mandando in malora l’università, era talmente dominato dalle reazioni emotive che il resto finiva per non esistere proprio. Siamo andati avanti così fino alla fine di Settembre, poi mi ha detto che aveva provato dei desideri sessuali su di me, che non era innamorato ma che aveva bisogno di coccole e che secondo lui ero la persona giusta perché lui con me si sentiva al sicuro. Io qui ho cominciato ad avere paura, non avevo mai fatto sesso con nessuno (e nemmeno lui), per un verso mi attirava, ma quel “non sono innamorato di te” mi frenava moltissimo, ho provato a dirglielo ma mi ha risposto che era proprio così e che non mi poteva illudere e che non mi potava promettere nulla. Insomma, questi discorsi sono andati avanti fino a gennaio, poi ha messo da parte i discorsi e ha preso lui l’iniziativa. Io notavo che era proprio sessualmente coinvolto e ha finito per coinvolgere anche me. Fare l’amore con Luca è stata un’esperienza non paragonabile assolutamente con nessun’altra, era uno sciogliersi totale. Per un gay non c’è niente di più bello che abbracciare un ragazzo, baciarlo e sentirlo profondamente coinvolto a livello asessuale. Non è una questione solo fisica, senti che c’è un affidamento reciproco totale, senza nessun imbarazzo e senza nessun copione da recitare. Ti rendi conto che in qualche modo puoi fare stare bene quel ragazzo e capisci che è proprio come te, che reagisce nello stesso modo. Insomma certamente con dimenticherò mai più quei momenti, perché erano esaltanti al di là dell’immaginazione. È andata avanti così fino al settembre 2008, poi mi ha detto che si stava innamorando di un altro ragazzo (che chiamerò Lorenzo), che sapeva che ci sarei rimasto male e che avrebbe voluto mantenere comunque un rapporto con me perché mi voleva bene. Io sapevo che non era un modo di dire per liquidarmi e ho cercato di agevolarlo in tutti i modo perché non ci fosse il disagio di una rottura, e difatti il disagio non c’è stato. Ci sentivamo meno la continuavamo a sentirci. Qualche volta mi ha detto che gli tornava in mente quando facevamo l’amore e che gli sarebbe piaciuto farlo ancora, ma che adesso aveva il ragazzo e che il ragazzo l’avrebbe presa male. Io lo vedevo tutto sommato abbastanza sereno, aveva ricominciato a studiare. Il ragazzo gli voleva bene ma forse, per lui, era un po’ troppo possessivo. La cosa è andata avanti per tre anni, poi è finita, per come finiscono le storie di Luca, che in fondo non finiscono mai. Poi ha trovato un altro ragazzo ma è durata pochissimo, poi un altro ma anche lì in pratica non è neppure cominciata. Luca, parlando con me, mi diceva sempre che per lui stare in coppia se non aveva avuto senso con Lorenzo non l’avrebbe avuto con nessun altro, voleva bene a Lorenzo, ma non provava per Lorenzo il trasporto che aveva provato per il ragazzo etero che non lo aveva mai guardato. Da un anno e mezzo circa a questa parte Luca non ha un ragazzo, ci sentiamo abbastanza spesso, parliamo dell’università ma anche di noi, di come ci sentiamo dentro e sono cose vere, sentite, lo vedo determinato, si è rimesso a studiare seriamente e ormai il fatto di essere vicino alla laurea lo sprona ancora di più. Io penso che dire che siamo solo amici è riduttivo, sono cose che vanno al di là dell’amicizia, chi lo sa, forse potrebbero qualche volta portarci di nuovo a fare l’amore ma non come una coppia ma come due persone che si vogliono bene e hanno bisogno di un momento speciale di intimità. Non è una questione di sesso ma è proprio un bisogno affettivo profondo, perché io penso che ci si voglia bene veramente. Vorrei dire che se una cosa del genere, cioè fare l’amore, succedesse anche tra Luca e Lorenzo non ne sarei per niente sconvolto. Io penso che tante volte noi abbiamo delle strutture mentali dalle quali non riusciamo ad uscire. I gay non hanno figli e una coppia quasi matrimoniale non va bene per noi, se viene da sé bene, altrimenti la vita affettiva trova le sue strade. Io non mi sento frustrato ma mi sentirei malissimo se non sentissi più Luca, se non passassi con lui ore e ore a parlare dei suoi e dei miei problemi. Queste cose non sono affatto stupide. Il sesso è una cosa bellissima e grazie a Luca me ne sono reso conto, ma costruire la vita affettiva sull’idea della coppia qualche volta può creare più problemi che altro. Ci sono tanti modi verissimi e profondissimi di volersi bene anche senza stare in coppia. Certo c’è il problema della prevenzione ed è vero che con la coppia chiusa, se è veramente chiusa il rischio si azzera, ma anche i contatti sessuali, per avere un valore affettivo profondo non è affatto detto che debbano coinvolgere comportamenti a rischio, la dolcezza nel vivere il sesso esiste eccome anche in cose che sono a rischio zero. So bene che la mia storia non è la classica storia del ragazzo gay che trova il principe azzurro, però io così mi sento realizzato, cioè io so che Luca mi vuole bene e che questo sentimento apparentemente di basso profilo durerà per sempre!
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lunedì 4 giugno 2012

UN GAY 40ENNE FUORI DAL GIRO

Caro project, ti ringrazio per la chiacchierata di ieri sera che mi tira un po’ su di morale. Quando ti ho scritto ero veramente a terra, uno a 42 anni, dopo averle provate un po’ tutte rimediandoci solo senso di vuoto e delusioni si mette in testa che non c’è proprio più niente da fare, che la vita è uno schifo e che forse essere gay è veramente una specie di condanna, perché tanto, tu puoi sognare quello che vuoi ma trovi solo gente che cerca sesso o forse soprattutto gente che non sa dove sbattere la testa e pensa che almeno un po’ di sesso può essere un surrogato dell’amore. In fondo all’idea di trovarmi un ragazzo ci ho già rinunciato, forse no, se capita ok, ma non me lo vado a cercare, ormai sono stanco di correre dietro ai sogni, ma vorrei almeno avere un mondo un po’ mio, vorrei avere degli amici veri senza altre complicazioni, non mi interesserebbe nemmeno gay piuttosto che etero, ma vorrei che fossero amici veri, forse con degli amici gay ci si potrebbe capire di più? Francamente non credo, di gay ne ho conosciuti tanti e un rapporto di amicizia non c’è mai stato. Tu dici che è possibile, dici che i gay non sono tutti fissati solo col sesso e che ci sono gay diversi da quelli che ho conosciuto io. Sarà anche vero, anzi, spero che sia vero. Parlare ieri notte mi ha fatto bene. Sei un gay molto fuori del comune e credi in quello che dici. Nei giorni scorsi avevo girato un po’ per il forum e mi aveva colpito perché effettivamente è un posto diverso dagli altri. Non solo dalle chat di incontri ma pure da certi siti di tipo psicologico, qui si tiene un profilo più basso, mi spiego meglio, qui nessuno usa linguaggi clinici o suggerisce terapie, si parla e basta e alla pari. È un po’ quello che mi è sempre mancato. E poi vedo che esiste un mondo gay parecchio diverso da quello classico e per me è una scoperta importante, anche se a 42 anni avrei dovuto saperlo già da un pezzo. Sono ormai più di due anni che non vado in giro per locali e che non ho rapporti con nessuno. Ho fatto i controlli per la salute e sta tutto a posto, diciamo che quella paura l’ho superata e me la sono portata appresso per anni. Forse a 40 anni uno comincia a sentirsi vecchio, c’è chi reagisce travestendosi da ventenne, io ormai sono stufo di queste cose. Chiarisco che non sono stato un maniaco del sesso, anche se le mie esperienze le ho fatte, ma adesso vorrei proprio stare tranquillo, cioè per me uscire dal giro non è stato difficile, non ne ero dipendente e ormai ne ero sostanzialmente stufo perché le prime volte mi illudevo che un ragazzo dopo averci fatto sesso potesse anche volermi bene, ma le cose non sono mai andate così, al massimo durava un mese, poi se ne andavano per i fatti loro come se non fosse successo proprio nulla. Un mondo tipo quello di cui parli tu, cioè con amici veri, con un ragazzo che mi vuole bene io non l’ho mai avuto. Sempre e solo innamorato unilateralmente di ragazzi che a me non ci pensavano proprio, sesso sì, ma solo quello, ma senza premesse e senza conseguenze, e poi ti stufi anche di quello. Io adesso a 42 anni sono ancora un tipo passabile fisicamente, mi curo molto del fisico, ma quando avevo vent’anni ero proprio un bel ragazzo e per questo avevo un certo successo, ma che io potessi avere una mia sensibilità, dei miei sentimenti, non è proprio interessato mai a nessuno. Ho conosciuto solo ambienti di una superficialità assoluta, come se fosse tutto un grande gioco, la parola d’ordine era sesso, e anzi se parlavo di sentimenti o anche se solo ci provavo mi guardavano strano, come se fossero cose assurde. Uno degli ultimi ragazzi coi quali sono stato e col quale ho avuto una storia di tre mesi, se n’è andato proprio perché si è reso conto che mi stavo innamorando di lui e ha preferito allontanarsi per non sentirsi vincolato in nessun modo, cioè stare con me e fare sesso con me sì, ma l’idea di volersi bene la considerava come un perdere delle possibilità, non come una cosa positiva ma come una limitazione della sua libertà. Capito questo la cotta per lui mi è passata. Adesso è tardi, project, io vado ma penso che mi risentirai. Grazie di tutto.
Gianni
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martedì 13 settembre 2011

LA NORMALITÀ DELLA VITA DEI RAGAZZI GAY

I gay si trovano spesso a dover fare i conti con l’ignoranza e il pregiudizio nei loro confronti. Ignoranza e pregiudizio costituiscono un binomio strettamente connesso fatto di non sapere e di credere di sapere. Poche persone etero hanno un’idea realistica di che cosa significhi l’essere gay, confondono l’omosessualità con l’effeminatezza e le attribuiscono una serie di caratteristiche che nulla hanno a che vedere con la realtà, la questione è, per loro, puramente accademica o tocca al massimo qualche loro conoscente, sapere non è quindi per loro nemmeno necessario, le risposte che si trovano nel cinema, nella cronaca e in televisione vengono recepite acriticamente e vanno a costituire la base del pregiudizio, cioè del giudicare una realtà senza conoscerla. Va tenuto presente che perfino la comunità scientifica ha considerato per moltissimi anni l’omosessualità una patologia, oggi le cose sono formalmente cambiate ma è innegabile che il pregiudizio resta comunque  fortemente radicato anche nella comunità scientifica, che è fatta di uomini e di donne che, pure occupandosi di scienza, hanno, come tutti, il loro bagaglio più o meno pesante di pregiudizi. Mi astengo deliberatamente da qualunque riferimento a persone o fatti specifici. Ma ci sono anche grandi istituzioni come la Chiesa Cattolica, che contribuiscono a sottolineare la dimensione patologica della omosessualità con espressioni nettissime che si trovano in documenti ufficiali, che la definiscono come “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”,“mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. Anche qui mi astengo dal commentare perché queste espressioni si commentano da sole, mi vorrei invece soffermare sul fatto che, in questo caso, la scusante dell’ignoranza non regge e si tratta di affermazioni volute in modo determinato e consapevole, anche contro il punto di vista ufficiale della comunità scientifica. Si tratta, in fondo, di una scelta oscurantista, cioè di un rifiuto a priori di aprire gli occhi sulla realtà, anche questa è una forma di ignoranza ma di ignoranza consapevole innalzata al rango di valore.  Quali sono le conseguenze di tutto questo? Purtroppo le vedo ogni giorno. Ragazzi cresciuti in famiglie in cui il pregiudizio è diventato una assunzione di principio finiscono per interiorizzare il pregiudizio sulla omosessualità, sono portati a svalutare tutti i fatti e i comportamenti che sono segno di orientamento omosessuale e tendono invece a sopravvalutare qualunque elemento possa loro sembrare un segno di orientamento etero. In questo modo l’adolescenza si trascorre tra dubbi, paure e tentativi di farsi coinvolgere comunque in storie etero che non soddisfano, tutto questo accentuato dal fatto che non è possibile nessuna forma di dialogo minimamente serio con i genitori su questi temi, che la scuola non fa che rafforzare i pregiudizi e che manca del tutto qualunque forma di educazione sessuale che prenda in considerazione anche l’omosessualità. Il risultato di tutto questo è una serie infinita di sensi di colpa legati al fatto di vivere l’omosessualità come vizio, attraverso la pornografia e la masturbazione, come patologia e come devianza contro la quale non si riesce a fare nulla che in qualche modo risulti efficace. È il meccanismo tipico dell’auto-repressione, del “non voglio essere gay”, delle scelte razionali che tentano di frenare l’istintività, della lotta con se stessi, degli esperimenti sessuali per cercare di avvalorare l’idea di essere etero ma, purtroppo, dato che in queste condizioni è di fatto impossibile vivere una omosessualità affettiva innamorandosi di un ragazzo, la visione distorta della omosessualità si radica al punto che diventa difficilissimo viverla come normalità e la si vive solo come trasgressione sessuale. Da qui in poi le possibili strade sono due: mettere in piedi una dubbia storia etero e arrivare fino al matrimonio sperando (in modo del tutto irrealistico) che un matrimonio senza amore o con una dimensione affettiva priva di una corrispettiva dimensione sessuale, significhi superare di fatto l’omosessualità, oppure fingere con gli altri e spesso anche con se stessi di non avere incontrato la donna giusta. Al livello privatissimo  dalla pornografia si passa ai siti di incontri e alle chat erotiche con tutti i rischi per la salute che possono comportare, si pensa di potere, anzi di dovere, darsi da fare per vivere una sessualità gay che di fatto ha perso del tutto la dimensione affettiva. In sostanza una educazione basata sul pregiudizio trasforma l’omosessualità, che per se stessa potrebbe essere vissuta come perfetta normalità, in un vissuto nevrotico che può comportare stati di sofferenza psichica profonda.
Il punto di svolta sta nell’arrivare a capire che l’omosessualità è una forma di normalità, che essere gay non vuol dire affatto essere condannati a non realizzarsi, che essere gay non ha nulla a che vedere con i modelli che la gente crede gay ma è un modo di amare, che l’omosessualità comporta dimensioni affettive profonde, che crea legami umani che possono essere serissimi e possono durare tutta la vita, in sostanza che essere gay è una condizione che deve essere riempita di umanità, deve essere valorizzata, deve essere capita e accettata come un valore fondamentale che caratterizza una persona e la rende quello che è. Non è certo l’unico valore di un individuo ma è uno dei valori che lo contraddistinguono in modo più profondo. Essere gay non significa fare sesso con un ragazzo ma “innamorarsi” di un ragazzo, vedere in quel ragazzo il proprio completamento umano, sentirne la prossimità affettiva come essenziale.
La normalità della vita dei ragazzi gay si rivela soprattutto nei rapporti di amicizia che ci sono eccome e sono cose nello stesso tempo semplici e belle. Parlo qui di amicizia vera che consiste nel creare una fiducia reciproca che favorisca il confronto senza pregiudizi, che dia la possibilità di parlare apertamente di sé a chi è in grado di capire fino in fondo e ha vissuto o sta vivendo esperienze molto simili. L’amicizia tra ragazzi gay non è, come la gente spesso pensa, un primo approccio per arrivare a un contatto sessuale ma ha un valore grandissimo che permette di rompere il muro della solitudine e dell’isolamento e di creare un rapporto autentico. Se tanti ragazzi gay invece di andare in cerca del loro ragazzo ideale comprendessero il valore del coltivare amicizie serie, molto probabilmente starebbero molto meglio con se stessi e sarebbero capaci di affrontare con maggiore tranquillità le prove cui sono chiamati sul terreno sociale e familiare. L’amicizia dà il senso dell’accettazione, crea un ambiente comunicativo sereno e gradevole e non ha fini strumentali. Non si cerca di avere amici per nessun altro scopo che non sia la gradevolezza dell’amicizia stessa. Condividendo parte del proprio tempo con i propri amici gay ci si rende conto della realtà della loro vita, della normalità della loro vita e, direi, anche del loro disagio, quando c’è una forma di disagio.
Il mondo gay visibile presenta spesso ai ragazzi dei modelli facili di realizzazione di sé, in cui si tende a sostituire alla costruzione di rapporti di amicizia vera a due, dei rapporti basati su una appartenenza di gruppo che si sostanzia di riti collettivi e di conformità di comportamenti. Una cosa bisognerebbe non dimenticare mai e cioè che per vivere bene qualunque cosa, e in particolare la sessualità, ci vuole un impegno morale di fondo, non si tratta di un gioco o di un diversivo, ma dei livelli più profondi della vita individuale. La moralità dell’essere gay non è un principio astratto ma una forma di impegno individuale verso se stessi e verso gli altri. Su questa base è possibile costruire rapporti affettivi solidi, questa dovrebbe essere la normalità dell’essere gay. La capacità di resistenza dei gay sta proprio nel non lasciare che ciò che nasce come una forma d’amore si trasformi agli occhi degli stessi gay in qualcosa di patologico o in un vizio per effetto del pregiudizio sociale interiorizzato. Troppi ragazzi gay sono ancora convinti che, in fondo, la loro sessualità sia solo un problema del quale vorrebbero fare a meno, se potessero, troppi ragazzi sono ancora convinti che l’intrinseca bontà morale di qualcosa si identifichi con l’approvazione sociale o con l’approvazione della famiglia. Per un ragazzo gay il primo passo verso la conquista di una autentica serenità interiore consiste nel superare del tutto la concezione della omosessualità come vizio o come patologia e nel restituirle la sua dignità originaria di modo di amare. È ovvio che per chi considera l’omosessualità come un vizio o come una condizione patologica  da reprimere sarà impossibile viverla come un valore, cioè per quelle persone l’omosessualità resterà causa di sofferenza e i tentativi di vivere comunque una vita etero non faranno che accentuare il senso di sofferenza che non viene dalla omosessualità ma dal tentativo di reprimerla. È proprio su questi meccanismi che può incidere il fatto di avere amici gay e di prendere atto della normalità della loro vita. Se identifichi l’essere gay con un insieme di comportamenti nei quali non ti riconosci, per te, ovviamente, l’essere gay costituirà sempre un problema, se invece comincerai a renderti conto che la realtà del mondo gay, cioè la vita della stragrande maggioranza dei ragazzi gay, ha moltissimi aspetti in comune con la tua vita, allora comincerai a sentire l’essere gay come una condizione di vita normale e comincerai a vivere la tua affettività e la tua sessualità come un valore e non come un vizio. Vedo ogni giorno quanto senso abbia nella vita dei ragazzi gay il sentirsi finalmente meno soli, il potersi confrontare in modo serio con persone in grado di capire e penso realmente che per un gay avere veri amici gay sia un elemento essenziale. È ovvio che anche questo richiede un impegno ma i livelli di gratificazione affettiva che ne possono derivare sono notevolissimi.
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