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lunedì 9 gennaio 2017
IL GIUDIZIO DI RAFFALOVICH SU WALT WHITMAN
Abbiamo già visto come diversi capitoli di “Uranismo e Unisessualità” siano in realtà più degli studi di ricostruzione storica, basati su una fitta trama di dati e di testimonianze, che non l’espressione della posizione personale di Raffalovich. Il capitolo dedicato a Walt Whitman è radicalmente diverso.
Raffalovich aveva polemizzato di John Addington Symonds rimproverandogli i suoi tentativi di ottenere, si potrebbe quasi dire di estorcere al vecchio Whitman una confessione della sua omosessualità, suscitando l’irritazione ferma e controllata del vecchio poeta, ma nel capitolo dedicato a Whitman di “Uranismo e Unisessualità” non c’è traccia di questa polemica e Raffalovich si lancia in una lode molto sincera e partecipata della poesia di Whitman e anche della sua figura umana; trova in Whitman un’idea che sente sua e che sarà poi il cavallo di battaglia di Edward Carpenter, cioè l’idea dell’utilità dell’omosessualità, che può servire a promuovere il vivere civile, a stringere rapporti di solidarietà umana e sociale e a coltivare sentimenti elevati.
Chi ha letto l’opera di Whitman avrà notato che l’omosessualità non è l’unico tema del poeta, ma che il tema omosessuale è molto spesso congiunto con quello del matrimonio e della generazione dei figli. Le due cosa sembrano inconciliabili solo alle menti ristrette, e Whitman non era di quelle, per lui, l’intera gamma dei sentimenti umani può concorrere a creare un futuro migliore per tutti. Una filosofia che in nome dell’omosessualità tendesse a sminuire il matrimonio e la generazione dei figli sarebbe una ben misera cosa, come sarebbe una misera cosa una filosofia che in nome dell’eterosessualità negasse l’evidenza o il rilievo sociale dell’omosessualità.
Raffalovich vede in Whitman un moralista di tipo nuovo, lontano dalla tipica ipocrisia inglese, uno che non mistifica e che è esente dal vizio tipicamente inglese, secondo il quale, se si insiste nel negare caparbiamente l’esistenza di qualcosa, quel qualcosa sparisce di fatto dal mondo.
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Walt Whitman (1819-1892)
Il modo col quale è stato trattato Walt Whitman è un esempio abbagliante dell’incoerenza anglo-sassone. Whitman è uno degli uomini notevoli del secolo. È stato insieme un uomo d’azione, un profeta e uno scrittore. Durante la guerra americana (tra gli Stati del Sud e quelli de Nord), è stato ammirevole per la sua devozione e il suo amore, per il suo preoccuparsi dei feriti e per il suo amarli.
L’America non ha mai prodotto un autore di una tale larghezza mentale. Io non ho qui la finalità di esporre la filosofia o il vangelo di Walt Whitman, il suo panteismo yankee, la sua grande serenità. Emerson, Thoreau, i grandi americani si inorgoglirono di Whitman da quando egli comparve. Il suo grande libro, Foglie d’erba[1] è stato probabilmente letto da più generazioni. È stato difeso, analizzato, ha avuto degli apologisti contro il puritanesimo da lui scioccato; sono stati pubblicati volumi contenenti una scelta di brani senza rischi, e in tutti questi brani selezionati sono stati conservate le poesie sull’unisessualità e sono state tagliate quelle sulla paternità.
Alcuni uomini austeri hanno considerato delle poesie unisessuali come impudiche, se esse sono caste, e come audaci al di là della letteratura moderna se non lo sono, non critico questi uomini austeri ma mi sembra che facciano la danza sulle uova.
Se Walt Whitman ha il diritto di voler riformare l’America con l’aiuto del matrimonio sano, della procreazione di figli sani, e anche con l’aiuto dell’amore unisessuale, dell’amore greco che lui vorrebbe americano; se per questo nobile scopo si più permettere di cantare la paternità come la maternità, e l’amore unisessuale che spinge le labbra di un maschio su quelle di un suo compagno, di un suo uguale, o su quelle di un ragazzo giovane di cui lui vuole fare un uomo, se può essere citato normalmente quando descrive l’emozione di vedere degli uomini barbuti baciarsi, o quando celebra l’emozione supremamente serena e soddisfatta di dormire sotto la medesima coperta con chi egli ama di più, allora l’attitudine anglo-sassone diventa inquietante a forza di essere illogica.
Non c’è dubbio che Walt Whitman, un grande spirito, un uomo di cuore, vedendo la natura umana malata e viziata, abbia voluto reagire e mostrare che gli istinti naturali devono elevare l’uomo invece di anemizzarlo e di abbassarlo. L’ipocrisia, fatta di vigliaccheria e di ignoranza, che sostiene che il matrimonio e la procreazione hanno qualcosa di vile e che l’omosessualità non esiste, che non ha che poca importanza, regna in America forse ancora più che in Inghilterra.
L’aborto, lì, è frequente, e l’unisessualità è incoraggiata dalle circostanze sociali e psicologiche. Invece di avere figli malaticci, invece di lasciare l’inversione sessuale limitata a degli occhi dissoluti e a delle lussurie segrete, perché non mettere in onore il matrimonio e l’unisessualità? Perché non celebrare le gioie del matrimonio sano, dei figli ben fatti, e le devozioni dell’amore atletico, dell’amore tebano della Grecia eroica?
Whitman ha voluto mostrare che tutto poteva servire al progresso e al benessere dell’umanità. Non c’è in lui alcuna spinta all’effeminazione. Quello che vanta, quello che fa emergere nell’unisessualità è l’amore dell’uomo vigoroso per il suo simile, per il suo pari o l’amore del giovane uomo per uno più grande di lui. Le passioni unisessuali non sono sterili o inutili; devono aiutare l’uomo a guardarsi da ciò che è vile, devono formarlo, devono stringere i legami della solidarietà, e devono anche prepararlo per il matrimonio fecondo. È qui che Walt Whitman è tra i più grandi e i più saggi moralisti (Platone, Gesù, Goethe) perché la sua idea mira a perfezionare l’umanità con l’aiuto di ciò che essa ha al suo interno.[2]
Una teoria dell’unisessualità che tentasse di abbassare il matrimonio, di sminuire il principio della dignità coniugale, sarebbe ridicola e falsa; una teoria dell’eterosessualità che volesse cancellare e annientare l’unisessualità sarebbe ignorante e insufficiente, e se essa volesse negare e impedire quello che l’uranismo può offrire alla civiltà, all’umanità, essa sarebbe intollerante e colpevole di lesa umanità.
È così che gli uomini e le donne possono trovare in Walt Whitman un’istruzione e un soccorso, ma per il grosso pubblico mi sembra molto strano citare i brani unisessuali e non anche nel medesimo tempo i brani che correggono e modificano.
In Inghilterra si ha paura del proprio pubblico, molto più che in Francia o altrove. Questo accade in parte perché ci si è tanto abituati a guardare alle donne, quando si scrive. Herbert Spencer si turba prima di scrivere qualcosa che possa fare arrabbiare le donne inglesi: e quest’uomo è stato il rappresentante di un sistema del mondo. Non si osa dire che Walt Whitman, accettando la natura umana come una sorgente naturale dalla quale derivano le virtù dell’ideale, ha accettato anche dei dati di fatto dell’esistente, gli istinti, le tendenze. Cosa che non andrebbe d’accordo con l’idea inglese secondo la quale, se si fa sufficientemente finta di non credere a certe cose scomode, quelle cose finiscono per non esistere più, o per non contare più. Di conseguenza non si possono citare gli epitalami coniugali di Whitman, ma si possono citare gli epitalami unisessuali, perché sono a doppio senso, e ci si può sempre rivoltare contro i Filistei, i grossolani che danno loro un senso poco onesto. Dato che in Inghilterra si ritiene che la promiscuità dei corpi maschili sia di una inutilità che confina con l’equivoco, di una indelicatezza che tocca l’indecenza, molti brani di Walt Whitman sono per i giovani o per i curiosi di un sapore pericoloso.
E, nonostante tutto, gli ammiratori di Walt Whitman e anche i suoi avversari non osano accusarlo pubblicamente, gli uni perché la loro ammirazione non sia ritenuta sospetta, gli altri perché la loro accusa non faccia mettere in dubbio la loro decenza cerebrale; R. L. Stevenson, uno scrittore per quale ci si è infatuati, ha detto che ogni ragazzo di 17 anni dovrebbe leggere Walt Whitman per guarire dal Welt Schmerz [disagio del mondo], per vedere che non tutto va verso il peggio, e non ci si è rivoltati in massa contro Stevenson: e comunque i ragazzi di 17 anni che leggono Whitman nell’età dei trasalimenti della pubertà corrono il rischio di innamorarsi dei loro compagni o delle loro conoscenze maschili perché “le notti nelle braccia uno dell’altro”, che Whitman celebra tanto e con una così solenne e una così insinuante ripetizione, sono più alla loro portata dei matrimoni con una grande donna sanguigna.
Dato che a 17 anni l’amore vago, l’amore-idea, l’amore-piacere tormentano più dell’idea del matrimonio, Walt Whitman produrrebbe più facilmente invertiti, o almeno unisessuali, che amanti di prostitute o di iniziatrici borghesi. E se col bell’ardore della giovinezza, non contenti di praticare o solo di ricercare delle emozioni così complete e così assorbenti, così caste, fino al momento in cui lo slancio sessuale prevale nell’adolescente, senza che se ne renda conto, o forse prima che se ne renda conto, se i poveri giovani vantano l’ideale di Whitman, ne parlano, saranno molto presto mal visti, sospettati, circondati dagli ostacoli, dalla malizia, e dovranno subire molti fastidi, che forse non supereranno.
Whitman è un grande rivelatore, e 17 anni non sono l’età alla quella l’uranismo moderno si deve rivelare: cosa che non diminuisce in nulla la portata e il valore di Walt Whitman, le lezioni e la morale che contiene per colui che ha già scelto.
Il successo di Whitman è in completa armonia con la sua teoria della sessualità, e con quella che egli cerca di approfondire, ed è in contraddizione flagrante con la teoria scritta e orale degli Inglesi.
Walt Whitman non può servire affatto come celebratore dell’amicizia spirituale, intellettuale, riflessiva, civilizzata. Le tenerezze estreme e appassionate che possono essere i dettagli dell’amicizia, dipendono dall’età, dal temperamento, dalla nazionalità, dall’innocenza, dall’ignoranza, ma sono dei dettagli così poco significativi che non bisogna dar loro rilievo o si rischierebbe di distruggere il principio dell’amicizia che è una simpatia soprattutto inesprimibile con i gesti. L’amore (anche il più forte) può esprimersi più facilmente con l’aiuto del corpo che non l’amicizia. L’amore vorrebbe fare una sola cosa di due spiriti, di due copri, ma l’amicizia più disinteressata, la più pronta al sacrificio, salvaguarda la sua individualità e fortifica quella dell’amico.
Ma si tratta di mostrare la mescolanza di sentimenti onesti e teneri e di aspirazioni sessuali, Walt Whitman è tutto lì, e se lo si è letto, non ci si stupirà che la sua vita sia stata bella e dedita agli altri.
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[1] Leaves of grass.
[2] Forse non è permesso dire che il Salvatore ha insegnato una morale fondata sulla conoscenza della natura umana così come essa è?
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mercoledì 14 dicembre 2016
OMOSESSUALITA’ TRA VIZIO, CASTITA’ E MORALISMO
I tre capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, sono di grande interesse, perché rappresentano situazioni che si possono osservare anche nel XXI secolo. Il primo dei tre capitoli tratta di un’esperienza di Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero. Hamann è il prototipo del moralista rigido; gli capitò, durante un lungo periodo di residenza a Londra di stringere una forte amicizia con un musicista inglese, sul quale aveva sospetti di omosessualità. Dalla lettura di certe lettere dell’amico venne a sapere che questo aveva una relazione con un ricco Inglese. Hamann non ebbe il coraggio di affrontare il discorso direttamente col suo amico ma fu spinto da un impeto moralistico a scrivere al ricco Inglese (che anche lui conosceva) per rimproverargli una relazione che ai suoi occhi appariva solo mercenaria, col risultato che il suo ormai ex-amico e il ricco inglese invece di separarsi si coalizzarono contro di lui. Hamann si portò appresso per tutta la vita il disagio derivante dal suo gesto e sperò di trovare un amico perfetto, del tutto aderente ai suoi modelli, e alla fine lo trovò nei Vangeli.
Decisamente più squallide sono le storie del duca di Cumberland e del vescovo di Clogher. Il primo fu implicato in una vicenda di sangue: un suo valletto tentò di ucciderlo perché lui lo aveva sostituito con un altro, e poi si suicidò, secondo la versione ufficiale, ma un giornalista, in un libello, ricostruì i fatti in un modo molto rigoroso arrivando alla conclusione che non si era trattato di un suicidio ma di un omicidio. Il caso non fu riaperto e il giornalista fu condannato a 15 giorni di carcere e a 200 sterline di ammenda.
Il vescovo di Clogher, che era stato colto “quasi” nell’atto di compiere sodomia su un soldato, perse il suo titolo episcopale perché, uscito dal carcere su cauzione, scappò all’estero prima del processo. L’unico ad essere condannato fu il soldato che scontò così la sua subalternità sociale.
Interessantissimo è il terzo capitolo riguarda le memorie di Arthur Hamilton scritte da Christopher Carr. Il discorso richiede un minimo di puntualizzazione storica: Arthur Christopher Benson (1862-1925) uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.
La storia di Hamilton tratta in modo molto serio di un innamoramento profondo senza contatti sessuali tra due studenti. Non si tratta di un romanzo, ma di una storia che rappresenta un vissuto reale dell’autore. Raffalovich si rammarica che i lettori, invece di cogliere nell’omosessuale casto il valore del sacrificio della propria sessualità in nome di qualcosa di più grande, come il dedicarsi “disinteressatamente” all’educazione dei giovani, si siano limitari a considerare chi fa scelte simili un semplice caso patologico. Raffalvich cita anche il caso interessantissimo del generale Gordon, eroe nazionale inglese, con ogni probabilità un omosessuale represso che si dedicò alla cura dei ragazzi poveri.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Hamann in Inghilterra, 1758
Johann Georg Hamann, detto il Mago del Nord, nato a Koenigsberg (Prussia) en 1730, morto à Munster (Westfalia) nel 1788, scrittore molto famoso[1], racconta, nella sua autobiografia, che si ferma al suo trentesimo anno, lo sconforto che gli provocò l’unisessualità venale del suo amico al tempo del suo viaggio in Inghilterra. (Londra, 21 Aprile 1758)
Hamann era stato allevato seriamente e religiosamente; gli avevano insegnato il Greco, il Francese, l’Italiano, la Musica, la Danza e la Pittura.
Un apprendista del padre insegnò a giovane Hamann (verso il suo quattordicesimo anno) ”il peccato contro il proprio corpo”.
Questa triste esperienza incombeva su Hamann quando egli fu precettore e lo rese quanto più severo possibile quando si trattava di rapporti tra bambini e domestici.
“Io riconosco – dice – che è la casistica di Satana che ci fa considerare certi peccati come veramente minimi, paragonati ad altri. La mia ragione mi aveva sempre fatto considerare la mancanza di castità come un aiuto per la virtù, in quanto capace di impedire certi matrimoni squilibrati o gli adulteri.”
“A Riga sono stato vicino all’adulterio, ho avuto delle tentazioni della carne e del sangue come dello spirito e del cuore, e Dio fino ad ora mi ha miracolosamente preservato.”
“Le scuole piccole – continua – sono le peggiori per i costumi, perché c’è più familiarità, e anche perché c’è più invidia e più odio che si trasformano ancora di più in gelosia e in emulazione quando ci sono meno ragazzi.”
Il 18 Aprile 1757, Hamann, il mago del Nord, arriva a Londra, essendo stato mandato dalla maison Borens per degli affari importanti. Dato che questi affari si trascinavano molto per le lunghe e richiedevano molta pazienza, Hamann non sapeva come passare il tempo e non aveva né un amico né un confidente. Era disperato e cercava di distrarsi, e dal suo punto di vista le distrazioni erano degli accecamenti, delle perdite di tempo. A Berlino aveva fatto la follia di imparare a suonare il liuto in una settimana, e il suo degno padre lo aveva punito per questo e gli aveva detto di occuparsi della sua professione e di non rovinarsi gli occhi. Questo maledetto liuto gli aveva procurato allora anche altre disgrazie: uno studente, Viermetz, che viveva di musica, gli aveva prestato un liuto, l’incapace Hamann lo aveva danneggiato e non aveva potuto compensare in alcun modo l’amico del danno. Gli fu indicata l’unica persona che a Londra poteva insegnare l’arte di suonare questo strumento, un giovane musicista che avrebbe potuto guadagnare molto denaro ma che preferiva vivere da gentiluomo [cioè senza lavorare]. Hamann fece la sua conoscenza, lo scelse per amico intimo e quotidiano, e andò a vivere presso di lui.
Il musicista, il tentatore, aveva una casa propria, aveva con sé una ragazza. Il primo giudizio di Hamann lo avrebbe allontanato da quest’uomo, almeno così pensò più tardi, ma si lasciò andare alla simpatia. Credette di avere trovato quello che cercava, un amico utile e gradevole, il cui contatto, le cui relazioni e la cui casa lo rendevano felice e divertito. Poteva essere felice come lui.
“Ringrazio Dio – esclama Hamann – di avermi molto amato per questo, di avermi strappato a quest’uomo, al quale io mi ero legato come uno schiavo per seguire lo stesso cammino di peccato e di vizio.” Il suo cuore cieco – continua – gli fece credere che questa unione, questa alleanza non fossero egoistiche. Pensava di dare del gusto e dei principi a un uomo che non ne aveva. Cieco lui stesso, voleva guidare un altro, o insegnargli a peccare con grazia, a trasformare la ragione in malvagità.
Hamann si butto per nove mesi nei piaceri dei sensi, dello spirito e dell’oziosità, ma senza mai trovare riposo. Cambiava casa tutti i mesi, e dovunque incontrava gente bassa, imbrogliona e interessata.
La scoperta che fece gli diede il colpo finale. Il suo amico aveva già dato luogo a molti sospetti che lui aveva schiacciato. Hamann venne a sapere che il suo amico era coinvolto in un modo vergognoso da un ricco inglese. Lo si conosceva (l’amico) col nome di Senel, passava per essere un barone tedesco, la sorella era ugualmente coinvolta da un ambasciatore straniero col nome di Signora de Perl.
Hamann si spaventò di queste chiacchiere e volle conoscere la verità. Il suo amico gli aveva affidato diverso tempo prima un pacchetto di lettere che aveva apparentemente dimenticato di richiedere indietro malgrado la loro importanza e che Hamann “per un presentimento” non aveva restituito. Le lettere erano sigillate solo molto leggermente. Hamann non resistette alla tentazione di leggerle. Si giustificò promettendosi di confessare la sua condotta al suo amico, se non avesse trovato in quelle lettere la prova del crimine di cui lo sospettava; oppure gli avrebbe giurato di non tradire i suoi segreti e gli avrebbe detto addio per sempre.
Hamann si convinse, leggendo, della colpa del suo amico. “Erano delle abominevoli e ridicole lettere d’amore.” La grafia cancellava ogni dubbio che fossero dell’amante, di quello col quale il suo amico aveva una relazione. Hamann credette prudente conservare le lettere più compromettenti. L’amico era in campagna col suo ricco complice. Di ritorno a Londra richiese indietro le lettere e da una parte e dall’altra ci furono esitazioni e imbarazzo. Hamann non osò fare le sue rimostranze subito, e per un certo tempo vissero apparentemente come prima, ma alla loro amicizia mancava l’affetto. “Sembrava anche – dice Hamann – che lui mi avesse risparmiato solo per scoprire se io sapessi qualcosa dei misteri della sua malvagità. Quando lo ebbi rassicurato a questo riguardo, credette di potersi allontanare da me poco a poco. Lo prevenni e presi la decisione di scrivere al ricco Inglese (che io conoscevo) per fargli vedere la vergogna e il rischio della sua relazione col suo complice. Lo feci col massimo impegno, ma senza successo. Perché, invece di separarsi, i due si unirono contro di me per chiudermi la bocca.”
L’8 Febbraio 1758, Hamann, ridotto il suo gruzzolo a poche ghinee, ebbe la fortuna di trovare presso M. Collins di Marlbourg Street, una camera e dei padroni di casa onesti e buoni. È in questa casa che scrisse il resoconto dei suoi primi trent’anni.
Là, povero e disperato, supplicava Dio di dargli un amico. Aveva tanto sofferto per la falsa e per la vera amicizia. Voleva un amico che gli desse la chiave del suo cuore, il filo del labirinto. Trovò questo amico allora nel suo proprio cuore (il 13 marzo, con l’aiuto del Vangelo.)
Il duca di Cumberland. – Il vescovo di Clogher
Nel 1811 una sanguinosa avventura venne a ravvivare la cattiva reputazione di un principe della famiglia regnante, il duca di Cumberland. Uno dei suoi paggi, dopo un servizio di molti anni, aveva tentato di uccidere il duca e dopo si era suicidato. Sellis, il morto, era geloso del valletto del duca, aveva motivi di lamentarsi del suo padrone. La questione rimase misteriosa; i dettagli sulla giovinezza di Sellis, sui suoi rapporti con un padrone americano, si prestavano all’equivoco.
Nel 1813 un giornalista, in certo Henry White, fu condannato a 15 giorni di prigione e a 200 sterile di ammenda per un libello contro il duca.
White rimetteva insieme tutti i fatti significativi che lasciavano supporre un assassinio (quello di Sellis) e non un suicidio.
Nel 1822, L’onorevole Percy Jocelyn, vescovo di Clogher, zio di Lord Roden, fu scoperto con un soldato in un cabaret di Westminster, quando stava per rendersi colpevole di sodomia. L’abbigliamento del vescovo aveva fatto sì che venisse notato, senza questo abbigliamento il suo legame con il soldato sarebbe potuto passare inosservato. Prove sufficienti di unisessualità erano fornire dalla postura del vescovo e del soldato, e ci si congratulò col vescovo per il fatto che non aveva avuto il tempo di commettere l’atto che avrebbe potuto costargli la testa, perché allora la sodomia era ancora reato capitale.
Nel 1822, redigendo l’atto di accusa, non si sospettava neppure che l’unisessualità molto spesso si ferma prima della sodomia e che il vescovo e il soldato forse non ci avevano nemmeno pensato. Il vescovo passò il resto della notte in preghiera; e l’indomani fu costretto, per ottenere la libertà provvisoria sotto cauzione, a confessare il suo nome.
Pagò 500 sterline e il proprietario della casa di cui lui era locatario fornì le 500 sterline. Il soldato restò in prigione. Il vescovo non si presentò il giorno del processo. Aveva lasciato l’Inghilterra. Fu allora solennemente deposto dalla sua carica di vescovo. (Alcuni anni prima, a Dublino, aveva avuto l’ardire di fare arrestare per calunnia un tale che lo accusava di unisessualità, si era ripulito dai sospetti facendo frustrare pubblicamente quel disgraziato.)
Il soldato, John Moverly, prima guardia del corpo, fu condannato. C’erano sette testimoni contro di lui e contro il vescovo. Fu, come Fitzpatrick, una vittima della sua inferiorità sociale.
Non faccio una scelta di avvenimenti unisessuali, non li vado a cercare. Parlo solo di quelli che trovo senza difficoltà.
Arthur Hamilton
Nelle memorie di Arthur Hamilton di Christopher Carr (1886)[2], il figlio dell’arcivescovo di Canterbury ha descritto la vita di un uranista superiore con molte verità e molta arditezza. L’eroe del libro (non è un romanzo ma una biografia fittizia) essendo casto ha lasciato scioccati e disgustati i lettori e i critici. Il protestantesimo inglese persiste abbastanza forte nelle persone di mondo e negli agnostici tanto da fare considerare loro come “patologica” l’intensione che un uomo potrebbe avere di essere casto. L’autore, abbastanza inglese per saperlo, ha cercato di mettersi al riparo da questo punto di vista, ma inutilmente. Ci sono poche pagine del libro dedicate alla sessualità, ma sono tutte di valore. Arthur Hamilton, originale, un temperamento riflessivo per il quale la riflessione e l’influenza sui suoi amici rimpiazzano le occupazioni rumorose, si trova a diciotto anni ad amare appassionatamente e con purezza un ragazzo grande un po’ più giovane di lui. Questo attaccamento era di quelli, dice l’autore, “che si possono comparare all’amore spartano, quando sono veramente cavallereschi e assolutamente puri, al di sopra di qualsiasi altro amore, nobili, veri, capaci di elevare, una passione che arrossisce in vano e senza macchia, una confidenza così intima che non ne esiste una simile nemmeno tra marito e moglie… parlo della mia personale esperienza, e so che altri confermeranno le mie parole, che queste cose ci ricompensano infinitamente e ci sono infinitamente care.”
Fu nel suo ultimo anno a Winchester che questo amore si sviluppò. Arthur Hamilton va a Cambridge, i due amici si scrivono. “Ho tre lettere di Arthur, dice l’autore, così appassionate nell’espressione, che per non provocare inquietudine, per non dire dei sospetti, non le citerò. Ho letto le lettere dell’altro, anche se le ho distrutte come mi era stato chiesto.”
L’amico, singolarmente attraente ma debole, scivola in una cattiva compagnia a Winchester dopo la partenza di Arthur. Dopo tre anni va a Cambridge, dove cade di nuovo. Arthur non lo venne a sapere subito e fu ardentemente felice di avere di nuovo il suo amico. Ma dato che l’affetto è chiaroveggente e il vizio è incapace di dissimulazione, Arthur scoprì che il suo amico non era solamente debole, che non solo cedeva ma che era deliberatamente impuro. La rabbia, l’agonia, il disgusto di Arthur lottarono contro il suo amore, contro la sua pietà, contro il suo giovane e altezzoso odio per la lussuria (e, ma l’autore non lo dice, probabilmente contro una tacita tentazione di accettare la corruzione del beneamato) e Arthur finì per rompere.
L’amico, una natura brutale e corrotta, più tardi diceva scherzando: “Sì, eravamo molto amici ma con me ora ha tagliato: mi ha dovuto abbandonare perché non mi approvava. Ecco che cosa è la giustizia, la misericordia e la verità”, e via di seguito.
Ci si stupisce forse di vedere un amore così profondo che si spezza, e Arthur si rimproverò amaramente il suo egoismo irreparabile. Probabilmente non si sentiva ancora in grado di salvare l’amico né di non soccombere egli stesso. La lotta dovette essere reale perché Arthur dall’età di vent’anni divenne un altro. L’ambizione, il desiderio di fare effetto, tutte queste cose rientrarono in lui e la sua evoluzione divenne soprattutto interiore. La crisi di Arthur, se qualcuno ha il diritto di scrutare misteri così rispettati, sembra avere qualche somiglianza con quella attraverso la quale l’illustre Gordon[3] dovette passare, una crisi nella quale egli assassinò, castrò una parte di se stesso per diventare uno dei più grandi uomini di azione della storia. Arthur Hamilton non è un uomo d’azione ma è il pensatore, l’uomo generoso, l’uomo che si interessa prima di tutto dell’anima e della giovinezza, che si vota alla giustizia verso l’uomo. Arthur Hamilton si salva dal suicidio dedicandosi all’educazione di un delizioso figlio adottivo, la cui morte a vent’anni, ucciderà anche lui.
Si sa tutto quello che Gordon ha fatto per l’educazione di migliaia di ragazzi. Il sacrificio della sensualità personale, il culto di idee che annientano la ricerca della lussuria, producono negli uomini come Gordon o come Arthur Hamilton una carità per il loro proprio sesso, e soprattutto per i giovani, o soprattutto per tutto ciò che deve soffrire, e un amore di cui Gesù ha dato l’esempio.
Arthur Hamilton interpreta bene il ruolo che l’uranista disinteressato può ricoprire nel mondo moderno, e invece di approfondire questo senso del libro, molti se ne sono fatti beffe e lo hanno messo sotto accusa.
Quello che è anche interessante è il punto di vista di Arthur Hamilton verso i vizi sessuali. L’idea di mettere insieme la donna con la dissolutezza gli sembra rivoltante; (per un momento ha pensato di sposare una ragazza di mondo, mezza-vergine intellettuale, cioè libera, indipendente, che detesta le donne ed è detestata da loro, ma non cattiva in fondo, benché superficiale e frivola); ma non arrivò a credere con Lacordaire che le dissolutezze non possono conoscere il vero affetto, al contrario trovò in esse le più ammirabili devozioni, al di là dei loro piaceri. È pieno di compassione per i vizi sensuali degli uomini degni di nota, quando vede che sono attaccati da gente comune, dalla folla meschina: perché ha scoperto quel segreto che i saggi hanno sempre conosciuto (e che è in pratica una delle forze del cattolicesimo intellettuale): che l’uomo arriva dal male come dal bene alla verità, alla superiorità morale, alla serenità, se non rimpiange quello che ha imparato.
Il pentimento che trasforma l’uomo, o anche la forza d’animo che può supportare il vizio e la virtù insieme, come una salute ammirabile che poco a poco si purifica da una malattia, Arthur Hamilton li apprezzava e li comprendeva. Ma la bassezza, la maldicenza, la villania, la pietà verso se stessi, per quello che si è perso perdendo la propria innocenza, tutte le debolezze che non servono a niente, che fanno del male, gli sembravano quello che sembravano a Platone o ai grandi santi: perché spogliate dei molti veli le vie terapeutiche dell’anima si assomigliano molto: e l’uranista triste o timido, che non ha la saggezza che Goethe trovava in Winckelmann, dovrà pure alla fine rifugiarsi in un qualche cristianesimo, ortodosso o eretico, simbolico o obbediente.
L’uranista che non è triste o inquieto, che è sicuro di se stesso, anche se cade o si impantana, se vuole ritemprarsi e trovare un po’ di coraggio non può fare di meglio che leggere il Winckelmann di Goethe: psicologicamente come letterariamente uno dei capolavori “del primo dei critici” (Sainte-Beuve)
Winckelmann ha vissuto come un uomo, dice Goethe. E si sa quale compagno sospetto ha assassinato Winckelmann.
Non è questo il luogo per scrivere l’apologia o il panegirico di Winckelmann. Ma il lettore curioso o desideroso di avere l’ultima parola su di lui non ha che da leggere la piccola ammirevole monografia di Goethe.
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[1] Goethe lo aveva in grande considerazione. (Viaggio in Italia, Autobiografia, ecc.)
Aggiunta di Project: – Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità del anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero.
[2] Nota di Project: – Arthur Christopher Benson (1862-1925), uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti sessuali con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.
[3] Nota di Project: – Il generale Charles George Gordon (1833-1885) mitico eroe dell’esercito inglese, impavido davanti alla morte, forse per una volontaria ricerca del martirio, non si sposò mai e le sue relazioni con le donne sembrano essere state tutte platoniche. Mentre viveva a Gravesend a metà degli anni 1860, si interessò molto dei monelli cenciosi del quartiere. Li nutriva e insegnava loro molte cose, e quando erano sporchi, li avrebbe lavati lui stesso nel trogolo del cavallo, parlava molto con loro di attualità e, cosa più importante, trovava loro un lavoro nell’esercito, sulle chiatte, nei magazzini e in mare.
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mercoledì 7 dicembre 2016
OMOSESSUALITA’ NATURALE E OMOSESSUALITA’ INGLESE
I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi sono alquanto eterogenei: i primi si riferiscono a questioni generali, come la diffusione dell’omosessualità in tutte le classi sociali (il caso Wilde aveva accreditato l’idea che l’omosessualità fosse una specie di vizio da ricchi e da raffinati) e la sua naturalità, che Raffalovich coglie nel suo nascere spontaneamente, cioè indipendentemente dall’educazione; i rimanenti sono dedicati all’omosessualità inglese.
La parte dedicata alla naturalità dell’omosessualità è una delle peggiori di tutto il libro perché Raffalovich si lascia andare, uscendo parecchio dal seminato, a dare giudizi sulle donne che sono macchiati da una grossolana misoginia. È evidente che se Raffalovich è informatissimo quando parla di uomini e di omosessualità, si affida a pregiudizi di bassissima lega quando parla di donne e anche di lesbiche.
La parte dedicata all’omosessualità inglese comincia con un insieme di riflessioni sulla pudibonderia inglese di fine secolo, cioè sulla falsa moralità vittoriana, in particolare in tema di omosessualità. Raffalovich si sofferma poi William Rufus (Guglielmo il rosso) e sulla vicenda di Edoardo II e di Gaveston. Proseguirà poi nei capitoli successivi un excursus sui grandi personaggi omosessuali della storia d’Inghilterra e di Francia. Si tratta di esempi forse meno conosciuti dal lettore moderno, ma che per tutto l’800 e oltre hanno rappresentato delle citazioni d’obbligo in ogni discorso che volesse alludere all’omosessualità senza nominarla, citazioni che potevano essere colte nella loro sostanza, cioè come riferimento all’omosessualità, solo da altri omosessuali e potevano, proprio per questo motivo, essere utili per rompere il ghiaccio senza rischiare troppo.
Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Uguaglianza dell’Unisessualità
In alcuni uranisti e in molti eterosessuali, che non hanno affatto osservato la realtà o riflettuto su di essa, esiste un pregiudizio, secondo il quale l’inversione si trova soprattutto nelle classi superiori: le cause di questo errore abbastanza curioso si trovano in teorie completamente illusorie, secondo le quali l’inversione è prima di tutto il risultato di una decadenza fisica e di una raffinamento psichico, un risultato dell’educazione delle classi superiori, della lettura dei classici, dei piaceri troppo facili, in una parola l’inversione sarebbe insieme una debolezza e un lusso, un’abitudine degli intellettuali o di coloro che sono stanchi di tutto. Sono talmente tanti gli eterosessuali poveri che si vendono, che gli uranisti credono forse che il loro vizio sia aristocratico e intellettuale, e per gli eterosessuali questa è una spiegazione così semplice e soddisfacente come l’esaurimento e la sterilità dei fiori troppo coltivati.
L’inversione congenita o acquisita è molto frequente tra i poveri e tra le persone grossolane. L’esaurimento, d’altra parte è altrettanto frequente in loro che nelle classi istruite; l’alcolismo e la sifilide si trovano ovunque, la malnutrizione, gli eccessi di privazione o di sofferenza o di brutalità, di animalità, hanno effetti simili a quelli della dispepsia e della nevrastenia dei ricchi. Se queste cause agiscono in una classe, agiscono anche in un’altra. Le letture dei classici sono rimpiazzate dalle conversazioni licenziose, la decadenza dei costumi dei bambini e degli adulti è rimpiazzata dalla promiscuità. Probabilmente è più difficile per un uomo del popolo rendersi conto altrettanto anticipatamente della sua inversione, l’uomo del popolo fa probabilmente più tentativi di eterosessualità prima di riconoscersi, ma la differenza è tutta qui. I ragazzi del popolo sono molto più esposti alla seduzione rispetto ai ragazzi delle classi superiori: le notti passate nel letto di un ragazzo più grande o di un uomo finiscono spesso nel mutuo onanismo. Se sono eterosessuali in modo insuperabile, si fermano lì, ma se sono portati all’unisessualità, persistono in tutto questo. Le prigioni i bagni pubblici, le caserme, il lavoro in comune, la fabbrica, sono altrettanti focolai di unisessualità, come la promiscuità delle grandi città, il prossenetismo e le tentazioni di ogni tipo.
Gli assalti dei pederasti, gli assassini che essi commettono e un gran numero di altre circostanze, mettono al riparo da qualsiasi dubbio il fatto che l’inversione acquista o congenita non è un’esclusiva delle classi superiori: solo che le classi superiori se ne fanno una concezione più raffinata e più filosofica.
A priori
Non bisogna stupirsi di vedere l’inversione sessuale congenita in un uomo di buona costituzione e molto equilibrato, in effetti, dato che è dimostrato che alcuni tra gli uomini più gloriosi della storia umana hanno acquisito l’inversione, dato che essa può essere accelerata o prodotta artificialmente, logicamente deve anche potersi manifestare spontaneamente, non dico senza educazione ma senza costrizione esteriore. Non immagino che esista una sola delle modificazioni o delle manifestazioni della natura umana, dovute all’educazione o alla civiltà, che non si riscontri anche spontaneamente, istintivamente.
Un’intelligenza, una sensibilità può essere sviluppata in un modo o in un altro attraverso l’istruzione. Con la buona volontà, lo sforzo interiore e esteriore, si può fare di un bambino molto dotato un essere civilizzato, soprattutto in un certo modo, si può coltivare uno dei suoi sensi più degli altri, farne un artista, un moralista, ma si trovano anche bambini che si sviluppano quasi da soli, che diventano artisti o moralisti a dispetto delle circostanze. Per ogni vocazione che viene creata incoraggiandola, richiamandola, per ogni differenziazione dell’individuo che viene favorita, se ne trova una simile congenita, a priori si sarebbe legittimati ad attendersi di trovare naturalmente e capace di svilupparsi senza alcun aiuto cosciente, tutto quello che l’ambiente o le circostanze possono far diventare da latente evidente.
Questa parola “latente” porta all’asserzione, che tutti gli scienziati accettano, che il sesso di qualsiasi essere umano è indeterminato fino ad un certo momento, che ogni sesso ha delle tracce rudimentali dell’altro, e allora, come ci si può stupire dell’inversione sessuale o dell’ermafroditismo morale?
Si sa che certe situazioni, certe cause, certe abitudini determinano l’esagerazione dei caratteri sessuali latenti.
Dato che le cose stanno così, senza il minimo dubbio, probabilmente si arriverà, in via più generale, a considerare la psicologia sessuale in modo più ragionevole. Se c’è bisogno di situazioni ben determinate, di cause molto semplici da enumerare, perché i caratteri sessuali latenti o secondari si mostrino o divengano esagerati, il carattere umano, l’insieme della personalità umana, certo ben più complicata della superficie del corpo, dimostra in un modo molto più chiaro la sessualità latente.
Un uomo che fosse uomo in tutto sarebbe altrettanto mostruoso di una donna che fosse donna in tutto. Né l’uno né l’altra si adatterebbero alla nostra civiltà. Tutto quello che si chiede loro è solo un insieme di caratteri maschili e di caratteri femminili. Sarebbe come chiedere all’umanità di essere animalità, se si volesse ritrovare in dimensione umana la differenza che esiste tra un gallo e una gallina, tra un’ape e il maschio della sua specie.
Se si esaminassero attentamente gli uomini e le donne, si vedrebbe che la sessualità femminile nel maschio (e vice versa) è molto meno latente psichicamente che fisicamente, negli uomini si ritrova la bontà, la dolcezza, la devozione, che si considerano così femminili, si trova in loro la leggerezza, la mancanza di applicazione, la mancanza di logica e di rigore intellettuale delle donne. L’uomo ha probabilmente più della donna di quando la donna non abbia dell’uomo, e questa è la sua superiorità, ed è lì che essa è evidente. Se è capace di tutti i vizi della donna, si è anche mostrato capace delle sue virtù (si pretende che sia fisicamente più sensibile) ma la sua costituzione fisica lo rende più forte, è più differenziato della donna perché l’intelligenza differenzia più del sentimento. Se le massime sulle donne sono folli per la loro ingiustizia, sono meno ingiuste delle massime sugli uomini.
Gli uomini si somigliano meno delle donne, i libri degli uomini appartengono a molte più categorie dei libri delle donne, anche nei settori che esse hanno affrontato di più. La grande superiorità dell’uomo è di essere meno monotono della donna.
La donna copia l’uomo, lo riflette, più che rassomigliargli. Si crede che le lesbiche abbiano non solo delle andature virili, ma anche dei caratteri virili; è un’illusione piuttosto che una realtà. Se si discute con loro e le si ascolta con attenzione, si è colpiti dalla poca virilità della loro intelligenza. Hanno abitudini e modi di fare da uomini, la voce di un collegiale o di un vecchio, ostentano buon senso, filosofia e cameratismo, ma di altro c’è ben poco. Una lesbica o una donna che si virilizza moralmente non impara ad essere originale e non eccelle in nulla di mascolino, la sua conversazione cessa ben presto di stupire e ci si stupisce invece di avere creduto ad uno spirito maschile che anima questa imitazione inferiore.
Unisessualità inglese
Ipocrisia
Nel capitolo sull’amicizia ho parlato della fantastica ipocrisia inglese; l’ho paragonata al giovane uomo che recitava le litanie della Vergine mentre i suoi amici lo masturbavano. E sono costretto a riprendere questa immagine perché soltanto essa può dare un’idea di questa malattia inglese.
Non mi piace la parola “ipocrisia”, perché questa parola sottintende molto l’atteggiamento da falso devoto. In Inghilterra non ci sono più falsi devoti che altrove; il male di cui soffre l’Inghilterra è molto più profondo. È la paura della gente che in realtà si disprezza e che non conta nulla per noi, è la paura dell’ipocrisia degli altri, è la sublime e beata abitudine di dire e di scrivere menzogne a dritta e a manca e proposito di tutto e “per una buona causa”, per salvaguardare la buona reputazione di una nazione, di una classe, di un individuo. È una cosa che fa piangere, che fa arrabbiare. Il massimo possibile di virtù per un Inglese consiste nello sfidare l’opinione pubblica senza diventare eccentrico. Che perdita di tempo, per un uomo impegnato, abituarsi a non credere più a nessuna delle convenzioni del protestantesimo e dell’agnosticismo! Se si analizza a fondo in lui questo sentimento, sarà classificato, ordinato, finito: sarà o un uomo senza moralità, o uno che ama il paradosso, o uno che non ha avuto i benefici di una buona educazione inglese. Per quanto un uomo disprezzi la virtù, per quanto la calpesti, per quanto pecchi di egoismo, sia vizioso e menzognero, in Inghilterra potrà essere perdonato, ma a una condizione: che egli disprezzi la virtù, ma non la virtù inglese.
Se svela i vizi inglesi, potrà essere perdonato se li fa derivare dalla Grecia, da Roma, dalla Francia, dall’Italia o dall’Oriente. L’Inglese può pervertirsi, ma quello che c’è in lui di inglese non può essere pervertito.
Ogni giorno incontro nuovi esempi di questa malattia britannica. Il sig. Michaël Davitt, padre di famiglia, che è stato sette anni in prigione (è un autonomista irlandese), interrogato dall’ultima commissione che si è appena occupata delle prigioni, non vuole chiamare l’unisessualità con nessun nome. Non vuole parlare affatto di cose così spaventose. Continua a rinchiuderle in perifrasi. A che serve essere un uomo le cui virtù domestiche sono stimate, a che serve avere sofferto sette anni di prigione, a che serve essere stato interrogato da una commissione seria, se si va a finire poi in questo rivoltante pudore? Ci sono pochi uomini che, per una volta nella loro vita, hanno la possibilità di parlare in modo corretto e giusto; è soprattutto in Inghilterra che si ha paura di questa possibilità. È per questo che su questo punto accuso gli Inglesi di essere poco uomini.
La “Biografia nazionale inglese”, che ha richiesto almeno quaranta pomposi volumi per arrivare alla lettera P, è un monumento alla menzogna che in ogni modo è diventata abituale in Inghilterra. È conosciuto, riconosciuto, arci-conosciuto che Giacomo I, figlio di Maria Stuart, fosse unisessuale. Alcuni autori ben noti, a partire da Hepworth Dixon, hanno descritto i giovani che si gettavano sul suo cammino per sedurlo, li hanno descritti prendersi cura dei denti e della bocca per essere più soavi ai baci del re. Tutti sanno che Giacomo era scaltro, pederasta, trascurato e incostante, ebbene, due volte, nella lunga notizia su Giacomo, l’autore ha l’impudenza di dire che la vita privata di Giacomo era pura. Gli stessi dissoluti non ritenevano Giacomo puro. Perché questa fastidiosa menzogna? E come aggiunge splendore alla purezza degli uomini veramente puri, al candore delle anime bianche! Ci si chiede una buona volta se Swift non avesse ragione a considerare spesso sinonimi la sodomia e la fama di castità. Ci si spiega meglio questa paurosa abitudine inglese scoprendo che, fin da tempi antichi l’Inghilterra ha avuto una reputazione sodomitica, reputazione che si fa finta di ignorare ma che persiste con ciò che l’ha provocata. Là dove c’è il bacio (sulla guancia) c’è sodomia, dice Péladan nell”Androgyne”, e questa è evidentemente l’opinione della gente, sempre pronta a sospettare questi vizi in Inghilterra, ma molto intimorita dal dar vista di parlarne, tanto che certi scrittori speculano su queste due inclinazioni inglesi; si spingono sufficientemente lontano da risvegliare la paura della sodomia nelle lettrici e nei lettori, senza che essi o esse osino precisare la loro paura. In Inghilterra c’è una frequente discordanza tra quello che si dice, quello che si pensa e quello che si fa in rapporto all’amicizia, e in questo paese si possono immaginare più facilmente amicizie valorose ed eroiche o pederastiche e sodomitiche che non tenere e un po’ voluttuose e infantili; in modo che le persone che hanno un grande bisogno di questo tipo di amicizia soffrirebbero molto in questo paese, molto più che in Germania o in Austria (a giudicare dalla letteratura di questi paesi).
Thoreau, un famoso scrittore americano, è un bell’esempio di amicizia storica e ideale, fredda e chiara come la cima di una montagna. Ma molte amicizie che non sono che banali e superficiali, hanno le stesse apparenze. Se si ignorasse la maldicenza che incrudelisce nel mondo inglese, si rimarrebbe stupidi dal terrore che ispira a tanti uomini e donne inglesi le cose più innocenti. Il loro terrore sembra assolutamente inspiegabile, perché anche negli altri paesi c’è molta pederastia si si fa molto ricorso al ricatto e all’ipocrisia. C’è bisogno di una diversa analisi psicologica per ogni caso di questo terrore. Dire che si ha una tale paura dell’ombra dell’unisessualità perché si è portati da sé in quella direzione mi sembra difficile e un po’ libertino; la paura della maldicenza, della calunnia, la sensazione oscura che l’uomo eterosessuale e l’uomo omosessuale si assomiglino molto più di quanto non si pensi facilmente e a priori, hanno forse un qualche peso in questa mania nazionale.
Quando non c’è stupidità o ipocrisia deliberata, o prudenza necessaria, c’è in Inghilterra una specie di panico nel pudore degli uomini. E i più temerari a parole, i più fanfaroni della temerarietà, sono i primi a crollare se si credono calunniati o sospettati. È nello stesso tempo una cosa ridicola e penosa da vedere. Gli uomini sensati, ovviamente, non sono così, ma in tutte le società gli uomini sensati non sono certo preponderanti.
Si obietterà che l’eterosessuale ha nei confronti dell’unisessualità il pudore della vergine di fronte all’uomo nudo; e in questo c’è del vero, ma il pudore verginale è lo stesso in tutti i paesi civilizzati. È in Inghilterra che l’uomo (forse perché la donna inglese si crede giudice di tutto, della letteratura come della scienza e della filosofia) ha più paura, finge di più, ed è lì che l’unisessualità ha sempre avuto un ruolo considerevole.
William Rufus
William Rufus (Guglielmo il rosso), figlio di Guglielmo il conquistatore (regna dal 1087 al 1100. Scelto da suo padre per il trono di Inghilterra benché fosse il figlio cadetto) fu a parere unanime (Si veda “William Rufus” di Edward Freeman) un invertito. I Normanni erano molto dediti all’unisessualità e gli storici contemporanei sono molto espliciti quando parlano dell’effeminazione e della sodomia di quei tempi (Oderic Vitalis, Robert Courte-Heusè), ma non bisogna dimenticare che l’effeminazione e la sodomia, anche se indicavano chiaramente unisessualità e inversione, non comportavano sempre vera effeminazione, passivismo determinato e accentuato e sodomia tecnica. William Rufus, per esempio, non era effeminato e l’effeminatezza di allora era qualcosa di molto più maschile di molte virilità di oggi. Quando leggiamo che i sovrani o i nobili erano effeminati, questo significa che si vestivano all’ultima moda, che si rasavano, che si occupavano della loro capigliatura, che si interessavano delle arti rudimentali, di certe delicatezze o raffinatezze, e che erano sospettati di amare il loro sesso, o che il loro amore era fuori di dubbio; e la “sodomia” di cui si parlava, era probabilmente la maggior parte delle volte unisessualità e non c’è bisogno di credere che il coito anale fosse molto più frequente allora di oggi. Certamente c’erano allora come oggi molti sodomiti semi-vergini, e quando nei documenti storici si legge “sodomia”, salvo prova contraria, sarebbe prudente tradurre questa parola con unisessualità. Bisogna ricordarsi sempre che, in Europa, il coito anale criminale, compiuto per provare un piacere speciale, non avrebbe avuto motivo per essere praticato inizialmente su un ragazzo o su un uomo, la donna avrebbe avuto il primo posto per questa esperienza. E l’uomo che avrebbe trovato così una voluttà più intensa e che fosse interessato alla donna in quanto donna non avrebbe avuto una motivazione sufficientemente forte per provare il sesso maschile, la sodomia del medioevo, praticata nelle corti o nei castelli, ovunque ci fossero donne, doveva dunque provenire da cause più complesse e l’inversione congenita o acquisita, l’unisessualità psichica, dovevano giocare il loro solito ruolo.
Rufus non si sposò mai e fu celebre per i suoi costumi unisessuali; quelli che lo circondavano avevano la medesima reputazione. Basta leggere in Freeman il confronto di tutti gli autori che ne parlano: anche la pudibonderia inglese si esprime senza ambage: lo storico, comunque, si consola pensando che i vizi del Greco antico e del Turco moderno erano stati introdotti in Inghilterra dai Normanni; i vizi normanni erano stati accostati al re dal famoso sant’Anselmo. Invece di cercare nelle profondità della natura umana universale si preferisce sempre ritenersi complice di un contagio piuttosto che vittima di se stessi.
Rufus fu forse il primo “gentleman”, dice Freeman, il primo sovrano inglese che sostituì il punto d’onore alla morale poco rispettata e al dovere poco seguito. Quando dava la sua parola in un certo modo, la manteneva. Ed era meno crudele dei suoi tempi. Era empio, non credeva ai giudizi di Dio né alla sua giustizia. Suo fratello Enrico, che aveva un battaglione di concubine e di figli naturali, vedeva male i costumi di suo fratello; Enrico si sposò solo quando salì al trono. Sappiamo da Guillome de Nangis che i due figli di Enrico, che annegarono insieme con molti nobili, erano tutti considerati come sodomiti (1120). Le riforme di Enrico, uomo di una grande immoralità sessuale, ebbero poca importanza in rapporto ai costumi. I libertini che deridevano all’inizio la corte di Enrico e di Matilda e la sua decenza, che fece seguito alla licenza del re celibe Rufus, poterono vedere Enrico che aveva di nuovo delle amanti e dei figli naturali e la “sodomia” del suo figlio legittimo
William.
William.
Edoardo II
Parlerò poco di Edoardo II [1] non perché non sia stato un invertito famoso, ma perché la letteratura si è molto occupata di lui, e perché i suoi amori e i suoi dolori furono romanzeschi. Molto bello, grande, ben fatto, costante nella sua passione per Piers Gaveston, Edoardo II, se non fosse stato re d’Inghilterra e marito di Isabella di Francia, non avrebbe attirato su di sé i fulmini degli storici, non avrebbe sofferto tanto, e probabilmente non sarebbe morto tragicamente.
Suo padre Edoardo primo lo aveva fatto allevare con il giovane figlio di un cavaliere basco o guascone, Piers Gaveston (o Perot), ragazzo affascinante, bello, gioioso. L’attaccamento del principe per il suo compagno divenne così stretto che il re, irritato, mandò in esilio Piers e vietò a suo figlio di farlo ritornare.
Prima di morire il re ribadì quel divieto, ma Edoardo II (che aveva 23 anni), appassionatamente legato a Piers, lo fece richiamare immediatamente, gli donò la contea di Cornovaglia e una principessa del sangue come moglie e lo colmò di ricchezze, lo innalzò al primo posto del regno. I nobili furiosi, disprezzando l’intruso e i suoi bassi natali si coalizzarono contro di lui. Piers li trattava con insolenza, sicuro dell’amore del re. I baroni costrinsero il re a esiliare Piers, e Piers partì per essere viceré d’Irlanda, ma Edoardo non poté fare a meno di lui e lo richiamò: all’atto del suo matrimonio con Isabella di Francia, Edoardo fece portare la corona da Gaveston e si fece mettere gli speroni d’oro dal fratello del re di Francia e dal favorito. Si è sostenuto che Edoardo abbia passato la notte delle nozze con Piers al posto della regina. C’erano allora gli elementi di una tragedia in una tale passione, nell’aver gettato una tale sfida ai nobili e alla regina.
Ci furono delle rivolte. Piers fu ucciso a tradimento dallo stesso Warwick (quello che lui chiamava cane nero) e il re fu disperato. Il posto dove Piers fu ucciso è misterioso e oscuro, in mezzo agli alberi e ai fiori. Marlowe, uno dei grandi poeti inglesi, ha celebrato Piers Gaveston nella sua tragedia Edoardo II. Edoardo ebbe un secondo favorito, e morì in prigione, assassinato brutalmente dopo un regno di vent’anni. Sembra che il regno e il matrimonio gli abbiano procurato una fine così deplorevole. Anche Drayton, un poeta celebre, si è occupato di Edoardo e di Piers. E certamente hanno avuto entrambi ragione nel cogliere l’aspetto romanzesco di una passione così folle e infelice. Dal punto di vista della psicologia e della sentimentalità, Edoardo e Piers si trovano accostati agli amanti tragici: pochi sovrani hanno combattuto per il loro favorito o per la loro favorita come Enrico.[2]
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[1] Regna dal 1307 al 1327, unico figlio sopravvissuto, e il più giovane, dei quattro figli della spagnola Eleonora.
[2] Drayton (1563-1631); Marlowe (1564-1593).
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5839
lunedì 28 novembre 2016
RFFALOVICH E LE TEORIE SULL'OMOSESSUALITA' DI KRAFFT-EBING
Nel capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, Raffalovich si sofferma ad analizzare le “teorie” sull’omosessualità in discussione ai suoi tempi e in particolare quelle di Krafft-Ebing, nella loro formulazione definitiva. Scendere in dettagli in questa sede sul contributo di Krafft-Ebing allo studio dell’omosessualità richiederebbe troppo spazio. Una sintesi di tutto rispetto si può trovare nel capitolo dedicato alla Psychopathia Sexualis, l’opera fondamentale di Krafft-Ebing, da John Addinton Symonds, nel suo “A Problem in Modern Ethics” (1896); il lettore potrà leggere la mia traduzione italiana nella Biblioteca di Progetto Gay: “Un Problema di Etica Moderna” pagine 39-50. (http://gayproject.altervista.org/questione_etica.pdf)
Krafft-Ebing era uno psichiatra e considerava l’omosessualità essenzialmente sotto il profilo psichiatrico; ebbe l’indubbio merito di contribuire alla depenalizzazione almeno parziale dell’omosessualità che, proprio in quanto “malattia”, escludeva la responsabilità penale del soggetto, ma è indubbio che Krafft-Ebing, nel demolire la figura dell’omosessuale criminale ha creato quella dell’omosessuale malato psichiatrico e con questo ha influenzato pesantemente la storia stessa della lotta per i diritti degli omosessuali. Con l’andare degli anni Krafft-Ebing ha via via corretto il tiro, dimostrando certamente onestà intellettuale, ma la sua conoscenza dell’omosessualità resta sempre quella di uno psichiatra eterosessuale che vede l’omosessualità dall’esterno.
Le opere che ho citato sopra di Addington Symonds e di Raffalovich sono più o meno coeve del pensiero più maturo di Krafft-Ebing ma sono sostanzialmente diverse perché sono opere di due omosessuali che hanno vissuto l’omosessualità nella loro esperienza personale e hanno conosciuto molti omosessuali, che non erano né criminali né malati psichiatrici, e quindi potevano allargare lo sguardo su ambienti mai prima esplorati dando luogo ad una conoscenza della realtà omosessuale dall’interno.
Dal capitolo di Raffalovich, qui di seguito riportato, il lettore potrà constatare potrà quanto la psichiatria fosse, all’epoca, condizionata dalle teorie che dominavano la medicina, come quelle della degenerazione, dell’atavismo e dell’ereditarietà, che rimaneva più che altro una vaga intuizione alla quale si riconnettevano in modo sostanzialmente arbitrario tentativi interpretativi di ogni genere.
Uno spazio particolare Raffalovich dedica al rapporto tra omosessualità ed effeminatezza. L’idea che l’omosessuale fosse una “anima muliebris virili corpore inclusa”, cioè un’anima femminile chiusa in un corpo maschile, tipica di Karl Heinrich Ulrichs, aveva diffuso anche negli ambienti scientifici l’idea che gli omosessuali fossero una specie di terzo sesso, un sesso intermedio, come sostenne, in seguito anche Edward Carpenter. L’effeminatezza era considerata una forma di degenerazione, imputabile forse all’atavisto, o a una specie di ritardo mentale, o a uno sviluppo incompleto della sessualità e queste categorie venivano facilmente estese a tutti gli omosessuali, fino al paradosso di classificare come degenerati o ritardati mentali personaggi come Platone o Michelangelo.
Raffalovich, che in questo capitolo fornisce alcune delle sue pagine più belle, si oppone a queste idee veramente aberranti e sostiene che la morale di Platone “consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe), che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.”
La filosofia di Platone, che è un’apoteosi dell’omosessualità elevata a valore morale, non distrugge, come fanno altre filosofie, l’individualità degli omosessuali, che hanno diritto “ad una loro filosofia”, ovviamente sempre nel rispetto degli altri.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A proposito degli ultimi punti di vista di Krafft-Ebing
Nel 1894 Krafft-Ebing (Jahrbucher fur Psychiatrie und Neurologie) ha riassunto il suo ultimo punto di vista sulle cause dell’inversione sessuale.
Egli elenca le teorie o le ipotesi precedenti e si può solo seguirlo con interesse. Ma prima di cominciare io protesterei vivamente contro uno dei punti di partenza di Krafft-Ebing (punto di partenza secondo me erroneo, che in questo osservatore eccellente, in quest’uomo così superiore, io posso spiegarmi solamente attraverso lo studio preponderante dei casi clinici): cioè che nell’inversione sessuale completa l’uomo si senta donna di fronte all’uomo. È l’effeminazione che causa questa percezione di un ruolo femminile nell’uomo, non è l’inversione. Ci sono molti uomini eterosessuali che non si sentono nel ruolo maschile di fronte alla loro amante. Non bisogna confondere l’uranismo effeminato e l’uranismo virile.
Michelangelo, Platone o Socrate non si sentivano donne di fonte ai loro beneamati, e nemmeno li consideravano come donne. Nella forma più leggera di inversione, dice Ktafft-Ebing (ed è il medico che parla, in questo momento, più che lo psicologo) l’uomo non ama l’uomo sessualmente, e non si sente donna davanti a lui, nei suoi rapporti con lui, perché ignora le vera natura della sua sessualità.
Questa asserzione di Krafft-Ebing mi sembra così perniciosa e nello stesso tempo così di appoggio per la mia convinzione contraria, che devo fermarmi qui.
In questa forma meno grave di inversione, l’uomo, stando a Krafft-Ebing, non ha segni fisici della sessualità femminile o ne ha pochi, non si sente donna di fronte all’uomo ma ama solo l’uomo. È l’uranista maschio (anche se l’invertito maschio, la cui inversione è acquisita, e il cui corpo e il cui carattere restano maschili, assomiglia all’uomo che ama e si confonde con lui) quello che è stato poco studiato nei libri di psichiatria, di criminologia e di medicina, perché non è né malato, né criminale, né necessariamente alienato. È di lui che si occupano Platone o Hafiz, la filosofia, la poesia, la storia. I guerrieri tebani non si sentivano donne uno nei confronti dell’altro, Epaminonda e gli altri, i maestri, gli uomini saggi che innalzavano un’anima più giovane non si sentivano donne davanti al loro amato, quando accettavano la soddisfazione della carne. E i Greci amati che amavano, anch’essi (dato che secondo Platone nessun tipo d’amore sarebbe stato onesto se non fosse stato reciproco e consensuale) sarebbero stati ben presto respinti e oltraggiati se avessero amato come le donne. Quando i filosofi greci vollero esporre l’aspetto superiore e psichico dell’unisessualità, vollero mostrare come innalzandosi al di sopra di una tendenza naturale e istintiva, fosse possibile servirsene per un perfezionamento reciproco degli uomini; vollero dare a dei sentimenti completamente naturali, istintivi, usciti dalle radici stesse dell’umanità, una sanzione, una giustificazione, una elevazione che si può paragonare esclusivamente al punto di vista della Chiesa cattolica di fronte al matrimonio. Il matrimonio è un sacramento; il matrimonio ha per fine la continenza e la perpetuazione della razza; è per coloro che non possono raggiungere la perfetta castità, che non possono conservare la loro verginità, e che non vogliono bruciare di desiderio per la fornicazione.
È così che la filosofia greca ha considerato l’unisessualità. Essa ha visto che l’inversione congenita o acquisita era naturale, che derivava dalla natura umana, cosa che la scienza di oggi, grazie alla medicina e all’embriologia, ha scoperto di nuovo, senza curarsi delle scoperte psicologiche di altri tempi, proprio come è naturale e deriva dalla natura umana l’eterosessualità congenita o acquisita.
Invece di insorgere e di rivoltarsi contro la sessualità propria delle persone, ha voluto dimostrare che l’eroismo, la costanza, la temperanza, la giustizia, in una sola parola la virtù maschile, non erano sotto tutti gli aspetti contrari alla natura umana, che l’ideale della castità non era contrario all’ideale della continenza, e che l’ideale dalla continenza poteva essere raggiunto dall’uomo sensuale o almeno poteva purificare e attenuare la sua sensualità fino al punto di renderlo capace di perfezionarsi o di perfezionare un altro.
In questo modo il migliore doveva aiutare colui che aveva mano esperienza, e la creazione di figli immortali, cioè di belle azioni derivanti da bei pensieri, doveva essere il fine di questo matrimonio spirituale, al quale Platone e i suoi simili davano una sanzione celeste simile al sacramento del matrimonio cattolico.
Se ne è conservata la tradizione nei secoli e Michelangelo, Shakespeare, Herder, Gothe, Platen, Shelley (per non parlare dei viventi), l’hanno apprezzata o per affinità congenita o acquisita o perché essi hanno visto una morale alta, inaccessibile a quelli che credono l’inversione una questione di effeminazione o di sodomia, cioè di coito anale attivo o passivo.
Se ne è conservata la tradizione nei secoli e Michelangelo, Shakespeare, Herder, Gothe, Platen, Shelley (per non parlare dei viventi), l’hanno apprezzata o per affinità congenita o acquisita o perché essi hanno visto una morale alta, inaccessibile a quelli che credono l’inversione una questione di effeminazione o di sodomia, cioè di coito anale attivo o passivo.
Questa tradizione, che Platone non ha inventato ma ha fissato, ha uno scopo morale, sociale, individuale e religioso, comparabile con quello del matrimonio; e proprio come il matrimonio può apparire come una istituzione superiore e venerabile a un materialista, a un evoluzionista, a uno scettico, a un uranista, a un non conformista sessuale – allo stesso modo la morale di Platone può apparire superiore e venerabile quando si è completamente eterosessuali, conformisti o femministi, – perché essa consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe) che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.
Gli invertiti hanno dunque il diritto di avere la loro filosofia e la loro morale, e di servirsene secondo il loro successo e di ispirarsi ad essa, e secondo le loro potenzialità sociali e individuali possono essere valutati e scelti. Sarà uno dei compiti dell’educazione quello di servirsi degli uranisti per il loro bene più grande e per quello dell’umanità. E sarà anche uno dei compiti del diritto penale e della società reprimere il più severamente, il più prontamente e il più efficacemente possibile tutte le infrazioni a certe regole di condotta che l’uomo civilizzato deve seguire – tutti gli attentati contro gli impuberi, qualsiasi sia la loro natura o il loro genere. – tutti gli atti vi violenza o di indecenza notoria o pubblica, saranno sempre di dominio della legge penale e spetta alla società creare difese contro le cattive influenze, contro l’andazzo immorale, contro le cause e le tendenze della sessualità.
Sociologicamente l’inversione non è contraria all’eterosessualità, le è parallela, le è legata, perché entrambe derivano dalla sessualità. Accanto alla prostituzione femminile si trova sempre la prostituzione pederastica, in altri tempi come oggi. I Greci rispettavano la donna sposata, la vita domestica; ma essi nobilitavano allo stesso tempo l’unisessualità. Avevano delle cortigiane e nello stesso tempo dei bei favoriti.
Se Krafft-Ebing aveva ragione nello spiegare la mascolinità morale e sentimentale degli uranisti della prima classe attraverso l’illusione che essi si creano, la mascolinità del loro corpo non è però illusoria, essa è uno degli indici della loro mascolinità psichica. Sono loro che hanno scoperto delle regole di morale e di condotta per se stessi per i loro simili, e queste regole e queste scoperte non sono dovute a un’illusione così grossolana.
Ammettendo che Krafft-Ebing non si sbagli credendo che sia per ignoranza che questo tipo di uranista non si sente donna, allora quando un altro del medesimo genere ha rapporti con lui, si trovano uno di fronte all’altro due uomini che credono entrambi di essere percepiti come uomini e che in realtà si sentono come donne, è dunque la passione della similarità, che io considero come una della passioni inerenti all’uomo, che li spinge.
“Il pubblico, dice Krafft-Ebing, crede molto facilmente che l’inversione sia una deviazione, un vizio, e disprezza chi ne è colpito. In mondo giudiziario, nella maggior parte dei casi, condivide questa opinione e persegue con delle punizioni questo supposto vizio.
“Alcuni invertiti credono che l’inversione sia un’anomalia (un capriccio della natura) altrettanto naturale e che ha altrettanto diritto all’esistenza dell’amore eterosessuale. Questa spiegazione, che corrisponde completamente al loro modo di essere e di pensare, è stata esposta da Platone ai giorni nostri.”
Ulrichs ha sostenuto che l’anima di una donna si trovasse in un corpo maschile. Ma la cosa è altrettanto inammissibile che avere un cervello femminile e un sesso maschile.
Krafft-Ebing trova che il tentativo di Binet di spiegare l’inversione con l’aiuto dell’associazione delle idee è ingegnoso ma inammissibile e io sono completamente d’accordo con lui. Secondo Binet, quando l’istinto sessuale non è ancora differenziato, la vista e il contatto di un maschio coincidono con una eccitazione sessuale; e così si forma un’associazione, Chevalier obietta, con ragione, che questo non spiega affatto la precocità dell’inversione, né l’antipatia contro la donna, né certi caratteri sessuali secondari. Binet, comunque, ha detto chiaramente che le associazioni avevano luogo solo tra i predisposti, cosa che poi riporta ad ammettere l’inversione congenita.
Westphal e altri medici si sono accontentati di studiare i casi clinici o di assicurare che l’inversione è spesso congenita.
Krafft-Eging (e pure Sérieux, a quanto pare) hanno studiato anche i rapporti tra l’inversione e la degenerazione. Ed è per questo che Krafft-Ebing insiste un po’ troppo su quest’ultima. Ma è anche andato più lontano, ha scoperto che le perversioni sessuali si ritrovano frequentemente tra i genitori, gli ascendenti, e suppone probabile che si arrivi alle diverse fasi dell’inversione sulla strada dell’ereditarietà.
È evidente che in questo campo l’ereditarietà gioca un ruolo come lo gioca in ogni campo, ma il ruolo dell’ereditarietà in ciò che concerne la psicologia è ancora meno conosciuto che in ciò che concerne la patologia. L’ereditarietà non spiega ancora gran che, se non ci si accontenta di spiegazioni molto ipotetiche. E da quando è comparso all’orizzonte Wiesmann, si esita un po’ prima di chiamare in causa l’ereditarietà. I caratteri acquisiti, per esempio, non sono più gli argomenti convincenti di un tempo.
Frank Lydslon (1888) e Kiernan (1888), ispirandosi alla bisessualità degli esseri inferiori, hanno voluto dedurre la monosessualità dalla bisessualità. Kiernan sembra spiegare l’inversione facendo ricorso all’ermafroditismo ancestrale. Comunque l’inversione sessuale è una cosa completamente diversa dall’ermafroditismo, e non potrebbe essere una forma di atavismo. Così Chevalier, dopo Laccassagne, ha ben ragione di considerare come un ritardato quello che Lombroso chiamava atavico.
Ma bisogna allora tenere presente che il ritardato di Lacassagne non è necessariamente un ritardato per il fatto che è un invertito – che la differenziazione del maschio generatore e della femmina generatrice può non essere lo scopo esclusivo dell’umanità – che Platone non è né un atavico né un ritardato, ma sotto molti punti di vista uno più avanzato degli altri, come Goethe, come ogni genio morale, equilibrato e elevato. Gli effeminati sono dei ritardati, lo ammetto, ma gli effeminati innamorati delle donne lo sono come gli effeminati innamorai degli uomini.
Krafft-Ebing osserva che l’apparato genitale dell’uomo comprende: 1) (a) gli organi della riproduzione; 2) (b) i centri spinali che agiscono su questi organi per la nutrizione, l’erezione, l’eiaculazione, ecc.; e 3) (c) il dominio cerebrale in cui i processi psicosomatici hanno origine, la vita sessuale, il senso sessuale, l’istinto sessuale.
È provato anatomicamente che fino alla fine del terzo mese (a) è bisessuale e sarebbe logico pensare che (b) e (c) siano anche bisessuali allo stato embrionale.
Normalmente si sviluppa una sola sessualità in accordo col centro cerebrale che corrisponde alla ghiandole sessuali.
Normalmente si sviluppa una sola sessualità in accordo col centro cerebrale che corrisponde alla ghiandole sessuali.
Più questa differenza sessuale è marcata, più l’uomo è perfetto antropologicamente; più i caratteri sessuali psichici o fisici si rassomigliano, più basso è il livello dell’uomo o della donna, un livello che ci riporta indietro di parecchie migliaia di anni. Qui io protesto di nuovo. La differenza sessuale tra gli animali non deve essere presa come l’ideale della differenza sessuale tra l’uomo e la donna. Il tipo greco di uomo più grazioso dell’uomo comune, o della danna dal corpo più elegante della donna comune, indicano forse una retrocessione, una inferiorità? L’uomo e la donna in uno stato di civiltà non possono differenziarsi fino a questo punto e non si può considerare questa differenziazione assoluta come l’ideale della razza umana nello stadio della civiltà che noi conosciamo.
È necessario che la donna sia abbastanza donna per essere figlia, sorella, moglie, madre, compagna, che l’uomo sia abbastanza uomo per essere cittadino, marito, padre, compagno.
Ma a meno di avere cittadini e cittadine unicamente al fine della riproduzione della razza, a meno di avere uomini stalloni e donne nelle case di riproduzione come covatrici, questa differenza non può essere mantenuta e non è desiderabile.
L’ermafroditismo psichico ha ben poco a che vedere con la questione dell’inversione, perché non si può accusare di inversione un individuo che non avendo un sesso sufficientemente determinato fisicamente, sceglie o pratica di volta in volta le due sessualità.
L’ermafroditismo psichico ha ben poco a che vedere con la questione dell’inversione, perché non si può accusare di inversione un individuo che non avendo un sesso sufficientemente determinato fisicamente, sceglie o pratica di volta in volta le due sessualità.
“Nell’individuo normale, dice Krafft-Ebing, la lotta tra le due tendenze sessuali si determina in favore di un sesso, e in via definitiva, ma negli individui aggravati da una degenerazione congenita, l’evoluzione psichica e fisica non è più così semplice e le due sessualità lottano tra loro. Questa è anche la spiegazione dell’inversione acquisita: perché la lotta tra le due sessualità, che avrebbe dovuto concludersi prima della nascita del bambino, perdura e si ha l’ermafroditismo morale; in altri casi si riscontra il paradosso di un sesso maschile congiunto all’amore del maschio. È ancora più strano, aggiunge Krafft Ebing, che l’inversione non abbia nulla a che fare con l’ermafroditismo e che più l’individuo è colpito dalla degenerazione, più ha i caratteri sessuali secondari dell’altro sesso.”
Qui Krafft-Ebing colloca all’inizio questa forma meno grave di inversione: un uomo ama soltanto gli uomini, non ha nulla della donna e si sente uomo. Secondo lui, quell’uomo si sbaglia e la sua tendenza è quella di una donna – cosa che io nego.
Quando l’inversione è più grave, quando non è soltanto nel dominio sessuale, l’uomo si sente donna, si trova bene quando assume un ruolo femminile, e questo ruolo passivo gli sembra del tutto naturale. Questa è l’effeminazione, l’inversione degli effeminati che tanto è stata studiata.
Quando l’inversione è più grave, quando non è soltanto nel dominio sessuale, l’uomo si sente donna, si trova bene quando assume un ruolo femminile, e questo ruolo passivo gli sembra del tutto naturale. Questa è l’effeminazione, l’inversione degli effeminati che tanto è stata studiata.
“Infine, dice Krafft-Ebing, mi sembra dimostrata la tesi che l’inversione sessuale congenita non si presenta e non è immaginabile che con un certo grado di degenerazione.”
È dal 1877 che Krafft-Ebing ha considerato l’inversione come una degenerazione funzionale. L’atavismo, ci dice ancora, spiegherebbe l’ermafroditismo ma per nulla l’uranismo.
A questa conclusione (che rimonta al 1877), secondo la quale l’uranismo e l’inversione acquisita derivano dalla degenerazione, applicherei una critica che si può applicare quasi a tutte le teorie dell’unisessualità, cioè che queste teorie si mettono dal punto di vista dell’eterosessualità, e secondo me questo punto di vista è tanto falso quanto il punto di vista unisessuale.
Che un uomo sia un uomo, che una donna sia una donna, che la razza si perpetui e aumenti; ecco i sine qua non dell’umanità – ma che ogni uomo desideri avere rapporti sessuali con una donna e viceversa non è una condizione indispensabile. Proviamo a guardare le cose da un punto di vista più alto e al di fuori dai luoghi comuni, il mondo ci guadagnerebbe forse un bel po’ o anche solo qualcosa? Certo, se si potessero abolire la prostituzione, la sifilide, i ricatti, le malattie che si acuiscono dopo gli eccessi sessuali, allora le cose sarebbero diverse – ma in che cosa un uranista che tiene a freno le sue tendenze e diventa per questo ancora più devoto a quelli che hanno bisogno di lui, o un invertito che si innamora di un uomo sobrio e rispettabile sono più degenerati si un povero disgraziato che una volta all’anno fa fare un figlio a una donna non in buona salute, in che cosa a priori sono peggiori per la società rispetto a una donna che si paga dei giovani amanti o a un uomo che non si sposa e si accontenta dell’adulterio? Mi sembra che sia proprio sbagliato mescolare l’idea della morale con quella della degenerazione. Alcuni invertiti sono arrivati alla loro inversione intellettualmente, attraverso l’entusiasmo, per antipatia verso la donna.
Non mi stupisco più di certe teorie degli invertiti o di quelli che si interessano alla metafisica dell’inversione quando vedo i medici o i filosofi fare rinascere la teleologia.
Qualunque sia la credenza che l’uomo ha o crede di avere, se non è anarchico, nihilista, incoerente, con lui ci si può spiegare: perché tutti gli uomini che attribuiscono un senso alla vita (qualsiasi esso sia) appartengono alla medesima grande famiglia dell’uomo ragionevole.
Ammettendo dunque che il caso non sia sufficiente da solo a spigare tutte le complicazioni dell’universo che noi conosciamo, ammettendo che la conservazione della razza sia uno dei principi più facili da scoprire (attraverso il quale l’uomo si consola della distruzione dell’individuo), ammettendo che questo principio si applichi soprattutto agli animali, che tra gli animali bisogna soprattutto riprodursi per vivere, che una razza animale deve essere numerosa per sopravvivere, per resistere, tutto questo vale in modo identico per l’uomo più o meno civilizzato, per l’uomo che parla, scrive, pensa e agisce? Oggi tra i popoli civili la conservazione dell’individuo è diventata di un’importanza capitale. Tutti gli sforzi di tutte le civiltà hanno mirato a questo. La difficoltà, il problema universale, sta nel conciliare la conservazione della razza e quella dell’individuo. Nei regimi dispotici, nello stato di schiavitù, in tempo di guerra, di peste, il problema era completamente diverso: alcuni individui (relativamente poco numerosi) dovevano essere preservati a qualunque costo. (Bayard consigliava di esporre alla morte i contadini, non i cavalieri), per gli altri era un si salvi chi può.
Ma da quando la pietà, la misericordia, la paura degli uomini di basso livello come l’amore per essi, la paura di perdere delle voci, dei suffragi, da quando la filantropia è diventata una passione facile e diffusa, un modo di guadagnarsi il pane, un’occupazione, per qualcuno quasi un vizio, il vizio della pietà incontinente e sciolta – si scopre che l’individuo ha un’importanza enorme. Ci vediamo in presenza di una popolazione che deborda, in presenza di folli, di epilettici, di delinquenti, di malati che non muoiono, in presenza di nevrastenici e di alcolisti che si riproducono deplorevolmente – e noi non possiamo impedirglielo. Ogni uomo ha diritto al piacere sessuale, almeno così crede, così gli si dice. Da un lato gli si dice di sposarsi e dall’altro di avere figli anche se non si sposa – e quando gli si dice di sposarsi e di non avere figli si è perseguiti dalla morale pubblica e in Inghilterra vi fanno pure il processo.
Predicate la castità in Inghilterra e la metà della gente vi prenderà in giro e l’altra metà crederà di dovervi rispettare e lodare, ma predicate la continenza o una sessualità sterile e sobria, e vi tratteranno come il marchese de Sade o come un oltraggio pubblico al pudore.
Ecco, l’uranista non ha forse la giustificazione di credersi scelto dalla natura per ristabilire l’equilibrio, per compensare le devastazioni della popolazione troppo numerosa, dell’eccesso di donne? L’invertito che non è casto, senza essere colpevole di atti delittuosi (sodomia, seduzione, dissolutezza con impuberi) o che non incoraggia la prostituzione maschile, può ritenersi utile al progresso della civiltà o almeno può ritenere di non ostacolarla come il marito dissoluto, il seduttore, l’amante di ragazzine, il signore serio che sale in camera con le prostitute, il frequentatore di bordelli o lo sfruttatore della prostituzione;[1] e l’uranista superiore ha il diritto di vantarsi di essere provvidenzialmente lontano dai problemi del matrimonio tanto da potersi dedicare a un’arte, a una scienza, a una vocazione a un ideale qualsiasi che comporti il celibato e il coraggio di agire bene.
Quanto all’uomo di genio o di azione, non lo considera così da vicino (Federico, Eugenio, Guglielmo III d’Inghilterra) e si accontenta di essere quello che è e di fare del suo meglio.
Le api, le formiche hanno dei lavoratori sterili che non si riproducono e che sono necessari al benessere della comunità. Non si può forse considerare l’invertito e soprattutto l’uranista come uno sforzo della natura per arrivare a un risultato simile, l’uranista (forse più frequente ai nostri tempi) essendo così destinato a ricoprire un ruolo sociale o se non vi è destinato, come credono gli uranisti, perché non cercare di trasformare questa credenza in una forma di realtà, perché non considerarlo in questo modo e allevarlo per questo? Questa non sarebbe un’utopia se gli eterosessuali seri e gli invertiti seri si riconoscessero, si capissero e si rendessero giustizia.
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[1] Raffalovich usa espressioni tipiche “le monsieur sérieux, le miché, ou le souteneur”, nell’argot degli sfruttatori della prostituzione di fine ‘800, “le miché” è il cliente della prostituta, ma le prostitute stesse distinguono “le miché serieux” o “le monsieur serieux”: il cliente che sale in camera con la prostituta, dal semplice “miché” o “flanelle”, che si accontenta di accarezzare la ragazza e di pagarle da bere. Il “souteneur” è lo sfruttatore della prostituzione.
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