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lunedì 26 dicembre 2016

IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 3

In questa terza parte del capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato al processo Wilde, Raffalovich fa un resoconto estremamente chiaro della seconda fase del processo, quella nella quale Wilde è ormai dalla parte dell’accusato. Il processo, come si vedrà, attraverserà momenti di indecisione, in cui la giuria non arriverà a raggiungere un verdetto, segno evidente che, nonostante i vincoli legali rappresentati dal paragrafo Labouchère del 1885, che sanzionava senza alcuna distinzione tutti gli atti omosessuali tra maschi di qualsiasi età, stavano ormai maturando nella società inglese i primi segni di un diverso sentire, che tendeva a non dare per scontato che i comportamenti omosessuali dovessero finire tutti e indistintamente sotto i vincoli della legge penale. Molto meglio dell’ipocrisia inglese che aveva una legge rigidissima ma che era molto elastica nella sua applicazione, sarebbe stata l’adozione di una legge del tipo di quella proposta da Krafft-Ebing, per la quale, ferma restando la sanzione penale in caso di violenza, di induzione alla prostituzione e simili, sarebbero stati penalmente rilevanti solo i comportamenti omosessuali verso i minori al di sotto di una certa età, messi in atto da persone molto più grandi. Krafft-Ebing e anche Raffalovich avevano ben chiara la distinzione tra omosessualità e pedofilia, che non era invece considerata dalla legge inglese.
Raffalovich presenta un panorama squallido della giustizia penale inglese: ai giudici che negano risolutamente la libertà condizionale sotto cauzione, se ne alternano altri che invece la concedono anche in situazioni molto dubbie. I giurati e gli stessi giudici sono condizionati dalle reazioni del pubblico e dei giornali, e le beghe personali tra giudici, procuratori e avvocati coinvolti nel processo finiscono per condizionarne profondamente lo svolgimento; per non dire dell’atteggiamento ondivago del pubblico, e della furia dei creditori di Wilde che si gettano come avvoltoi sui bene privati del poeta e li saccheggiano senza nessun rispetto nemmeno per la moglie e per i figli di Wilde.
Il processo Wilde si conclude quando la pubblica accusa tenta di coinvolgere direttamente lord Alfred Douglas, nei cui confronti il giudice è molto prudente e reticente e si scatena invece l’aggressività dei giurati.
In buona sostanza, l’esito del processo viene deciso solo l’ultimo giorno, capovolgendo le aspettative, sull’onda della totale irrazionalità e incoerenza nei comportamenti processuali delle giurie e dei magistrati.
Il processo a Wilde è l’esempio più eclatante delle conseguenze del paragrafo Labouchère che, incriminando penalmente qualsiasi comportamento omosessuale, anche tra adulti consenzienti, creando cioè una fattispecie indistinta di reato omosessuale, ha di fatto aperto la porta ai ricattatori e ha così alimentato un’alta e ben più grave fattispecie di reato.
Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Verso le sei di sera Wilde fu arrestato. Un amico lo seguì subito in prigione con dei vestiti, ma non lo lasciarono passare. Poi accorse lord Alfred e mostrò un grande dolore quando non gli fu permesso di vedere il suo amico.
L’opinione pubblica era fortemente montata contro Wilde. Si sentiva il suo nome dappertutto, lui riempiva Londra. Se fossi alla ricerca del pittoresco, potrei raccontare molto realisticamente delle testimonianze incredibili dell’emozione dell’Inghilterra. Sì dava per certo che molti dei suoi amici stavano per essere arrestati. Si voleva aprire una sottoscrizione pubblica in favore di lord Queensberry.
Lord Alfred sì offrì di pagare qualsiasi somma purché Wilde potesse uscire di prigione su cauzione. Il magistrato rifiutò. L’indomani mattina, Taylor venne a sedersi al fianco di Wilde sul banco degli accusati. Li si fece comparire parecchie volte, rimandandoli dopo in prigione.
La questione del bail (cauzione) si ripresentò ogni volta: la risposta fu sempre altrettanto severamente negativa. I giornali raccontavano con molti dettagli le sofferenze di Wilde, quello che mangiava o non mangiava, ecc., ecc..
Improvvisamente il Pubblico Ministero accusò Taylor di avere tentato di commettere con i due Parker la suprema offesa sodomitica. Inizialmente Taylor era accusato soltanto di atti indecenti[1] e di avere “cospirato” con Wilde. Taylor, malgrado la sua situazione pericolosa non smise mai di sorridere (stando a quello che dissero tutti i giornali).
Ogni giorno si pubblicavano lettere di Lord Queensberry, di lord Alfred Douglas e di Robert Buchanan.
Lord Alfred dichiarava che se il suo amico fosse stato condannato, lui sarebbe rimasto vicino alla prigione fino alla liberazione di Wilde. Lord Douglas (il fratello maggiore) si lamentava del loro padre, che li aveva sempre perseguitati. Robert Buchanan,[2] autore famoso per le sue controversie, poeta, romanziere, critico, autore drammatico, domandava con quale diritto si trattasse così male uno scrittore non ancora condannato. Assicurava che lo stesso lord Queensberry compiangeva Oscar Wilde. Lord Queensberry si affrettava a rispondere che in altri casi aveva spesso ucciso degli squali, e sempre con la massima rapidità. Non compiangeva lo squalo, ma lo faceva soffrire per il minor tempo possibile, ma certamente il più possibile. Lord Alfred scriveva per ringraziare in blocco tutti gli sconosciuti, donne e uomini, che, a suo dire, lo inondavano di lettere di simpatia. Raccontava al pubblico che andava ogni giorno a vedere il suo amico attraverso la crudele griglia. E che questo privilegio gli era concesso solo per un quarto d’ora.
Quando Wilde fu arrestato, si davano in teatro due sue commedie. Con quella tipica mancanza di coraggio che caratterizza tutte le iniziative che dipendono da un pubblico, con stupidità pudibonda e inutile, si tolse il nome dell’autore dai manifesti senza ritirare le commedie. M. Sidney Grundy, solo tra tutti quelli che si occupano di teatro, protestò contro questa misura che non aveva per scusa né il buon senso né la carità cristiana e nemmeno il buon gusto. Il pubblico non si lasciò coinvolgere. Allora uno dei direttori [dei teatri dove si davano le commedie di Wilde], vedendo che la sua codardia non aveva avuto successo, ripristinò il nome dell’autore. Questa commedia chiuse le repliche il 27 aprile. L’altro direttore fece a meno del nome dell’autore fino alla fine delle repliche. Avrei capito la soppressione delle commedie, ma il nome dell’autore! Che cosa stupida, vile e inutile!
L’emozione fu violenta il giorno che i venditori di giornali urlarono: Arresto di lord Douglas! Ma si trattava di lord Sholto, un figlio ancora più giovane, arrestato in California per qualche ora per impedirgli di sposarsi con una donna di condizione troppo bassa.
Fu annunciato che sir E. Clarke avrebbe assunto la difesa di Wilde in cambio di nulla, cioè gratuitamente.
Infine arrivò il giorno del processo, venerdì 25 aprile. “Il processo sarà molto breve”, lo si dava per sicuro. Durò cinque lunghi giorni e non portò a una conclusione.
Successe una cosa curiosa. Il secondo giorno, lord Alfred fece sapere ai giornali che un messaggio urgente di sua madre lo costringeva ad andare in Italia per qualche giorno. Si fermò lì con un amico e ci rimase, stando ai giornali. Immagino che avrebbe contestato la notizia, se fosse stata falsa.
Se ne avessi il tempo, ci sarebbero parecchi incidenti emozionanti da raccontare: il fulmine e il rombo di tuono che accompagnarono lettura dei venticinque paragrafi dell’accusa, anche se ora, più che il fulmine, è il fango che minaccia Sodoma. C’è stata anche la vendita forzata degli effetti di Oscar Wilde inseguito dai creditori. Gli erano state trovate addosso parecchie carte timbrate, una del suo fornitore di cigarette-cases [portasigarette], quei famosi astucci d’argento. Alla vendita, una folla abiettamente curiosa si ammucchiò nella stanza da letto, aprirono i cassetti contenenti le lettere e si impadronirono di alcune di esse, lo scrittoio di Carlyle fu comprato per quattordici sterline; e tra i rari effetti dimenticati da Mme Wilde, si rimase colpiti dalla bibbia regalata “da papà” a uno dei figli e da due piccoli vestiti da marinaretto. Era una cosa triste, disgustosa.
Una delle sorprese del processo fu che il Pubblico Ministero ritirò l’accusa di sodomia contro Taylor. Un’altra sorpresa fu quando ritirò anche l’accusa di cospirazione contro Wilde e Taylor. Ma, ci si diceva, era per semplificare il processo, per evitare qualsiasi ricorso contro un verdetto sfavorevole: questo perché le prove erano schiaccianti. La disperazione di E. S., costretto a ripetere le sue disgrazie, fu ancora più manifesta – L’orribile e criminale passato di Atkins e le sue menzogne furono l’occasione di una scenata. La folla si mostrò molto ostile nei suoi confronti.
Tutti i nomi dei “messieurs” [frequentatori di bordelli] scritti su pezzi di carta stimolarono la curiosità pubblica al massimo livello. Un giornale diretto da J. K. Jérôme, uno degli autori che la massa ama, ebbe la stupidità di dire che, se fossero stati perseguiti i quattrocento uomini di mondo sospettati, si sarebbe distrutta da cima a fondo l’unisessualità in Inghilterra.
In certi giornali si parlò di un’associazione e di una circolare di questa associazione il cui scopo era di perseguire tutti gli individui sospetti, senza riguardo per il loro patrimonio, la loro posizione o il loro valore. Ogni uomo sensato sa che un’associazione del genere non potrebbe essere che uno strumento di ricatto. A Londra (come a Parigi, a Vienna e a Berlino) ci sono già abbastanza ricattatori che praticano la loro arte in modo molto consapevole nella classi basse per aumentare il numero di questi ricattatori o diffamatori.
Il quarto giorno del processo, sir E. Clarke cominciò il grande discorso sul quale si contava tanto per innalzare la dignità del processo. Aveva poco da dire. Assicurò che se Oscar Wilde non fosse stato innocente, non avrebbe sporto querela contro lord Queensberry. Se non fosse stato innocente, non sarebbe rimasto in Inghilterra dopo il verdetto in favore di lord Quuensberry.
Seguì l’interrogatorio di Wilde. Aveva avuto un appartamento in città solo per non essere disturbato quando lavorava. Non aveva commesso nessun atto sconveniente. Spiegò che nei versi di lord Alfred in lode della vergogna, vergogna voleva dire pudore. Quanto al sonetto sui due amori, quando uno degli amori diceva sospirando: Io sono l’amore che non osa dire il suo nome, non si trattava di un amore contro natura.
È proprio l’amore contro natura, gli obiettò M. Gill con quella esasperante ignoranza che il ruolo gli imponeva, e Wilde rispose con un fervore rivoltante e ipocrita,[3] speculando sull’ignoranza letteraria e l’incapacità del suo pubblico: “L’amore che non osa dire il suo nome” è il grande affetto dell’uomo più grande per l’uomo più giovane, l’amore di Davide per Jonathan, l’amore sul quale riposa la filosofia di Platone, l’amore di Michelangelo e di Shakespeare nei loro sonetti, il mio per lord Alfred Douglas. È l’amore che questo secolo con capisce , l’amore così esposto alla calunnia che non osa dire il suo nome. Non c’è niente contro natura. È bello, è ammirevole, è intellettuale, questo amore di un uomo che ha vissuto la sua vita per un uomo giovane la cui gioia e la cui esperienza sono all’inizio…”
Questi cliché, a pena ammissibili nella bocca di un uomo serio, che conduce un vita almeno un po’ nobile, venendo da lui, avrebbero dovuto indisporre il pubblico, ma al contrario fu applaudito a tre riprese e il giudice rimproverò il pubblico.
Un uomo i cui principi sono sicuri, la cui vita è calma e regolata, la cui amicizia è un privilegio, i cui affetti sono illuminati, forse un po’ veementi, avrebbe il diritto di parlare come Wilde o come Socrate. Provenendo da Wilde, queste parole sono dolorose. Qualsiasi sia la purezza del suo amore per lord Alfred (e perché no?), è certo che Wilde non ha mai capito gli obblighi imposti da un amore che si basa su Platone, Shakespeare e Michelangelo. Non ha separato lord Alfred dagli orribili amici che lo compromettevano, non si è staccato da lui quando è diventato lui stesso pericoloso per il giovane uomo, e non ha avuto nemmeno il coraggio di condurre la sua vita in modo che non fosse compromettente o infamante. Quando si parla dell’amore di Davide e Jonathan, di W. H. e di Shakespeare, non si fa allusione ad un amore puramente sentimentale, puramente innocente, mondanamente egoista. Platone e gli altri hanno celebrato il miglioramento di un’anima da parte di un’altra anima, l’amore che è l’inizio della saggezza. Quante volte Shakespeare esorta W. H. a comportarsi bene, come gli offre di lasciarlo se gli fa torto, come vuole sacrificarsi per la reputazione di colui che ama! Ma quando è successo che Oscar Wilde si sia preoccupato della direzione, della pedagogia morale del suo giovane amico? Non ha nemmeno rinunciato a delle frequentazioni indegne di un discepolo di Platone. Si sa quello che i Greci pensavano degli uomini venali.
L’ignoranza del pubblico era uguagliata solo dalla falsità dello speech [discorso] di Wilde; ma lui sapeva bene con chi aveva a che fare.
Negò gli incidenti dell’Hotel Savoy,[4] quando lui e lord Alfred occupavano le stanze 361 e 362. Il massaggiatore giura di avere trovato un giovane uomo nel letto di Wilde; e così anche la domestica. Una soprintendente ha testimoniato anche che questa domestica le chiese di venire a controllare il letto e le lenzuola del poeta. Lei rifiutò saggiamente. “Sarebbe infantile dare credito a dei domestici”, disse Wilde, ricordandosi le sue pericolose intimità con dei giovani e divertenti fattorini.
Salvo le cose sconvenienti, ammise quasi tutto il racconto di Parker. Negò di aver baciato S. – Disse che era male abbracciare un giovane uomo di più di diciotto anni. Tutto quello che Atkins raccontava era più o meno esatto. Salvo gli atti indecenti commessi con Schwabe o tentati con Atkins in quella celebre notte parigina. E lo stesso con tutti gli altri.
Qui arrivò (secondo me) la parte più straordinaria dell’interrogatorio di Wilde.
Non aveva mai messo in dubbio l’infamia di tutti questi giovani uomini, non aveva mai sospettato il loro genere di vita, il loro modo di procacciarsi i mezzi per andare avanti. Lui, uno scrittore ultra-moderno, che si interessava a qualsiasi cosa fosse nuova o strana, o vecchia come il mondo, aveva potuto trovarsi ogni giorno con dei prostituti senza educazione e non indovinare mai le loro equivoche frequentazioni. Questo, secondo me, è impossibile ma, se è vero, Wilde è un idiota. Un pazzo da legare, da richiudere, pericoloso per la salute dei suoi compatrioti. Se i suoi giuramenti su questo argomento non sono esatti, che credibilità si può attribuire alle altre sue deposizioni? Non sembra aver sospettato di poter ammettere l’ambiguità dei suoi giovani amici senza compromettersi dal punto di vista della ragione. Avrebbe potuto dire che studiava i bassifondi della società. Molti scrittoti di gran fama hanno studiato i parassiti del vizio. Lui non ci ha pensato. A che punto arriva l’ignoranza del metodo scientifico!
Il riassunto del giudice stupì. La decisione del giurì stupì ancora di più. Dopo parecchie ore di camera di consiglio, dopo una giornata di inquietudini e di impazienza, i dodici giurati non riuscirono ad accordarsi che sull’impossibilità di accettare le prove che venivano da persone sospette come Wood e Atkins. Quanto a Sidney M., lui aveva sempre negato. Ma i giurati trovarono assolutamente impossibile concordare circa E. S., circa Charlie Parker, e circa gli indicenti del Savoy Hotel.
Il processo fu dunque rinviato al 20 maggio. Lo stupore a Londra fu grande, le congetture si fecero favolose. E il 7 aprile Oscar Wilde uscì tranquillamente di prigione, avendo ottenuto il permesso di un giudice di fornire garanzie (per 125.000 franchi) circa il fatto che si sarebbe presentato il 20 maggio. Lui stesso si fece garante per la metà di quella somma e lord Douglas of Hawick e il Reverendo Stewart Headlam, il vigoroso organizzatore di una linea di tendenza per il riavvicinamento del teatro (soprattutto del balletto) e della Chiesa protestante, si resero garanti per il resto. Secondo la richiesta di M. Mathews per il “bail” [la cauzione] di Wilde, non c’è possibilità di rifiutarlo – Questo diritto risale a Carlo II. Se Wilde fosse stato accusato di felony [sodomia], diceva Mathews, sarebbe stato diverso, ma quando si tratta di “misdemeanour” [condotta indecente] è tutta un’altra situazione.
Allora perché queste settimane in prigione, questi rifiuti reiterati di accettare cauzioni per lui? C’era o capriccio legale o ingiustizia, o un’estraneità poco rassicurante. Wilde non veniva assolutamente dichiarato innocente dal rifiuto della giuria di decidersi. Perché averlo guardato a vista prima, perché rilasciarlo dopo?
In ogni caso l’indecisione della giuria equivaleva a una decisione abbastanza straordinaria: cioè che i reati unisessuali non sono più di competenza della legge.
Quando si pensa a quello che è stato provato in questo processo – alle opinioni di Wilde, al suo entourage, alle losche conoscenze che portavano sempre a delle camere da letto contigue in un hotel, all’albergatore che aveva cercato di mandarlo via a causa delle sue frequentazioni, ecc. ecc. – e quando ci si ricorda che la legge inglese (dopo il 1885 e dopo M. Labouchère)[5] è chiarissima contro tutte le perversioni unisessuali (qualsiasi sia l’età degli individui) si capisce l’importanza di questa indecisione.
Il paragrafo di M. Labouchère non ha fatto che dare armi al ricatto e organizzarlo. Se si leggono i giornali, se non si chiudono le orecchie o gli occhi, ci si accorge subito dell’esistenza di Sodoma. Anche se non si ascoltano le maldicenze, i pettegolezzi, se si evitano i maldicenti e quelli che li alimentano, non si potrebbero comunque ignorare l’estensione, la devastazione, le sofferenze, i pericoli e i vizi di Sodoma.
Mi sembra (e questa è l’opinione di Krafft-Ebing e di tutti gli specialisti più noti) che leggi non possano aver ragione quando esse definiscono dei delitti che producono altri crimini. Il ricatto è un crimine, l’unisessualità (quando non c’è né seduzione né stupro né eccitazione abituale alla dissolutezza, né altre circostanze aggravanti) porta soprattutto a degli atti delittuosi.
Che utilità hanno le leggi che servono solo a riempire di immondizia i giornali e di denaro le tasche degli investigatori o degli agenti che si occupano di prostituzione maschile? Ah! Come reprimere questa orribile e ripugnante professione quando tutto la incoraggia?
Non so se il giudice o i giurati abbiano compreso che bisognava impedire una volta per tutte le accuse di questo genere, questi tipi di saturnali, o se abbiano agito delle forze più misteriose, ma in ogni caso l’era di questi processi sui costumi sessuali sembra chiusa. Solo, mi chiedo perché tanta pudibonderia e tanta spudoratezza? Perché non parlare della legge e dell’unisessualità seriamente invece di arrivare a questa conclusione ipocrita?
In Inghilterra l’arte è costretta a tacere,[6] il giornalismo strilla e vomita, e la scienza, la morale e la legge non tentano nemmeno di conoscere, di comprendere, di sorprendere, di istruire, di elevare i forzati, i condannati di Sodoma.
Mi sembra indispensabile o ascoltare tutti i casi di sesso a porte chiuse (ma l’Inghilterra libera non lo permetterebbe: – La Germania le invidia questo privilegio della pubblicità) – oppure bisogna incrudelire e colpire con una severità inutile ma abbagliante, i ricchi e i potenti, gli uomini gravi e sposati, – oppure bisogna adottare un progetto di legge del tipo di quello di Krafft-Ebing:
Ogni uomo di più di … anni che abbia rapporti sessuali con un maschio di meno di … anni cade sotto l’applicazione della legge.
Solo che bisognerebbe ricordarsi che normalmente la pubertà in Inghilterra è abbastanza tardiva e non bisognerebbe quindi scegliere per l’Inghilterra l’età che si sceglierebbe per la Germania o per un altro paese.
A questo proposito mi affretto qui a dire che, secondo il nuovo rapporto ufficiale sulle prigioni in Inghilterra (1895), è a diciassette, diciotto e diciannove anni che si forma la maggior parte dei “criminali abituali”. Dato che questa era l’età degli amici incoraggiati da Oscar Wilde, lui risulta così responsabile e colpevole agli occhi di tutte le morali, anche della morale pratica e senza pregiudizi.
Lunedì 20 maggio il processo di Wilde e Taylor ricominciò. Questa volta il giudice era M. Wills. Sir Francis Lockwood era l’accusatore. Sir Edward Clarke ottenne la separazione di Wilde e di Taylor.
Taylor fu trattato per primo, come per vedere di che pasta fosse la giuria. Taylor non era stato ammesso alla libertà provvisoria di Wilde. Taylor era accusato di atti indecenti commessi con i fratelli Parker e anche di avere giocato il ruolo di lenone, negò ogni accusa, confessò che i due Parker dormivano con lui, insieme, e dopo essersi fatto pregare, diede una lista di giovani uomini che condividevano il suo letto. Gli fu letta una lettera del suo amico Charlie Mason, amico d’infanzia, che gli chiedeva del denaro e gli diceva che gli affari non andavano bene, che non aveva incontrato nessuno, che desiderava il suo ritorno perché potessero uscire insieme.
Fu fatto comparire questo Harrington che era stato con i Parker in occasione del loro incontro con Taylor. Taylor conservò il suo aplomb e non si turbò neppure per un istante. Doveva contare sull’assoluzione. I due Parker sembravano dei testimoni molto sospetti e ancora più ripugnanti di prima. La giuria comunque non esitò affatto: trovò Taylor colpevole di atti indecenti commessi coi fratelli Parker, ma non poté decidersi circa le intenzioni di Wilde. Comunque, se si fosse ammessa la verità dei Parker, Wilde si sarebbe trovato più compromesso di Taylor
Il verdetto di colpevolezza fu registrato dunque contro il miserabile Taylor, ma dato che la giuria non si trovò d’accordo quando si trattava di sapere se Charles Parker era stato “procurato” per Wilde, si congedò la giuria, e il mercoledì mattina Oscar Wilde comparve davanti ad una terza giuria.
Logicamente il processo diventava entusiasmante. Le accuse di Charles Parker contro Wilde erano ancor meglio corroborate di quelle contro Taylor.
Dopo il verdetto, lord Queensberry mandò un messaggio a sua nuora, lady Douglas of Hawick, felicitandosi per il risultato, predicendo la sorte di Wilde, e prendendo in giro l’atteggiamento costernato di Percy, lord Douglas di Hawick. “Mentre aspettava il verdetto, assomigliava a un cadavere; è la follia di avere tanto baciato[7] che ne è la causa”, diceva il padre alla moglie di suo figlio.
Ci si può forse stupire che martedì 21 maggio sia scoppiata una lite in mezzo a Piccadilly, in mezzo ad una folla entusiasta, tra lord Douglas di Hawick e lord Queensberry? Il padre prese il pubblico a testimone che il suo figlio maggiore era stato un figlio cattivo e alla fine lo colpì in faccia con forza.[8]
Fu necessario separare per due volte i combattenti prima di portarli al posto di polizia. La folla accolse bene il padre e si dichiarò contro il figlio. L’indomani mattina comparvero davanti al magistrato e promisero di comportarsi bene per sei mesi, pagarono ciascuno una cauzione di 12.500 franchi. Lord Douglas aveva un occhio pesto, suo padre, con una rosa all’occhiello, se ne andò, dopo, ad assistere al processo di Wilde.
Il mercoledì e soprattutto il giovedì questo processo prese una piega ancora più sorprendente che inattesa. Le persone oneste, che non soffrono di questa apatia di cui soffrono gli Inglesi di oggi, fremettero vedendo l’orientamento del giudice. “Se non ci si appiglia né alla testimonianze dei complici, né ai testimoni che hanno visto tutto ma non l’atto sessuale stesso”, esclamò sir Frank Lockwood, “come si potrà impedire che questo vizio regni su tutta l’Inghilterra?” E M. Wills che aveva ammesso la colpevolezza di Taylor sulla testimonianza dei Parker, si mise a difendere Wilde più dello stesso sir Edward Clarke. M. Wills, il giudice, dichiarò che rigettava le testimonianze di E. S., la sola vittima non pagata; che secondo lui non c’era niente di equivoco nella relazione tra Wilde e E. S..
Quanto alle deposizioni di molti domestici e impiegati del Savoy Hotel, M. Wills dichiarò che non negava ai giurati il diritto di rimanerne inquietati[9] ma che lui si riservava il diritto di non tenere conto della loro decisione. Se fosse stato veramente visto un giovane uomo nel letto di un uomo della posizione sociale di Wilde, allora, diceva M. Wills, basterebbero ben poche prove in aggiunta per crederlo colpevole, ma, si affrettò a concludere il giudice, se tutti questi domestici e impiegati avessero detto la verità, la direzione del Savoy Hotel avrebbe certamente preso delle misure contro Wilde.
Una tale asserzione è parecchio curiosa, e sir Frank Loockwood, il Solicitor General, rispose inutilmente che gli albergatori evitavano gli scandali per ragioni di interesse e di convenienza. M. Vogel dell’Albemarle Hotel aveva cercato di sbarazzarsi di Wilde a causa dei giovani uomini che lo frequentavano, ma non era per lamentarsi dei suoi comportamenti morali che aveva tentato di sloggiarlo, no! Cercò di mandalo via a causa del fatto che non aveva pagato dei conti.
Alla fine sir Franck Lockwood obiettò (e le sue parole dovettero risuonare in tutta l’Inghilterra, e attristare ancora di più delle villanie del processo) che era assolutamente inedito che un giudice si mettesse in questo modo al posto della giuria e rigettasse la prova più evidente contro l’accusato.
Avevamo parlato molto del crollo individuale di Wilde, ma quando fu interrogato nuovamente sembrava sempre lo stesso. Sir Edward Clarke prima dell’interrogatorio di Wilde fece un appello toccante alla lealtà di sir Frank Lockwood.
Sir Edward Clarke aveva preceduto sir Frank Lockwood nell’incarico di Solicitor General, e lo aveva conservato per più tempo rispetto a tutti i suoi predecessori da un secolo a questa parte; e, aggiungeva sir Edward Clarke, sir Flank Lockwood si ricorderà certamente oggi di quello che ha dimenticato ieri, che lui non è un avvocato che cerca di ottenere un verdetto, ma che è quasi un giudice, questa è la sua dignità. Sir Franck Lockwood, continuò sir Edward Clarke, ha il diritto (un diritto che sir Edward non si era mai preso e non si sarebbe mai preso) di indirizzare le ultime parole ai giurati, alla conclusione delle argomentazioni della parti.
Wilde, interrogato, negò ogni colpa ma confessò tutte le sue imprudenze, e insistette nel compromettersi, dichiarò di non trovare reprensibile che tanti giovani uomini di classe sociale bassa avessero dormito con Taylor. Quanto a lui, amava l’adulazione. Questi giovani uomini lo ammiravano e lo adulavano. L’adulazione dei letterati è sempre guastata da qualche critica. Negò di avere avuto influenza su questi giovani uomini. Lui credeva solo all’influenza letteraria. Quando le domande di sir Franck Lockwood facevano protestare sir Edward Clarke si notò che il giudice prese le parti dell’accusato e protestò anche lui. E anche quando Wilde negò di aver dato una certa spilla ad Harrington, il giudice disse alla giuria: “Signori, voi dovere ammettere questa negazione; non avete il diritto di non darle credito.”
Sir Edward Clarke ringraziò il suo avversario della sua cortesia, poi se la prese con molta eloquenza contro i testimoni, questi prostituti e ricattatori che erano stati nutriti e vestiti per tante settimane a spese pubbliche [che erano stati a lungo in prigione]. C’era molto da dire contro questi testimoni e sir Edward lo disse. Perorò la sua causa chiedendo ai giurati di permettere al brillante scrittore di darci ancora altri capolavori degni del suo genio. Se non fosse stato innocente Wilde non sarebbe stato lì.
Sir Frank Lockwood cominciò allora la sua risposta e la terminò l’indomani, il sesto giorno del processo. È alla irresistibilità di questo discorso che si deve attribuire l’orientamento della giuria e di conseguenza quello del giudice.
Durante questo discorso ebbero luogo delle scene violente tra sir Edward Clarke e sir Frank Lockwood. Il giudice tentò di addolcire sir Edward dicendogli: “Dovrò parlare di questo argomento più tardi” e sir Edward rispose: “Saprò pazientare, my lord”. Ma la disputa ricominciò ben presto tra i due avversari. Poi sir Franck Lockwood iniziò quell’attacco contro lord Alfred Douglas, il cui seguito stava per diventare così drammatico. Lord Alfred aveva avuto Alfred Wood a casa sua a Oxford, lo aveva mandato a Wilde, Wood aveva cenato con Wilde, l’amico del suo amico, e aveva cercato (riuscendoci) di farlo ricattare. I miei lettori conoscono la storia.
Quando M. Wills arrivò al suo riassunto, dichiarò di preferire di gran lunga essere giudice dell’omicidio più abominevole che di una causa di questo genere. Si gettò subito anche lui contro Alfred Douglas, causa di tutti questi scandali, contro le lettere di Wilde, contro quelle “labbra rosse”, contro quella “follia dei baci”. Se si trattava di baci che lord Alfred dava a una donna, era molto male per Wilde, alla sua età, incoraggiare delle passioni così naturali. Se quei baci non erano per una donna, allora la giuria non aveva che da pronunciarsi. Espresse il suo stupore per l’intimità tra lord Alfred e questo Wood e tra Wood e Wilde. Il capo dei giurati lo interruppe allora per chiedere se ci fosse un mandato di arresto contro lord Alfred Douglas, e in caso negativo se si stessero per prendere delle misure per incarcerare quel giovane uomo. Questa domanda produsse una profonda sensazione. Dopo tanti sforzi sovrumani la causa di Wilde era dunque persa.
M. Wills rispose educatamente ma in modo vago. I giurati insistettero. M. Wills disse che lord Alfred era in Francia, che aveva certamente commesso le più grandi indiscrezioni ricevendo delle lettere simili senza sciogliere i legami della sua intimità, ecc., ma che non era presente per difendersi, che se fosse stato colpevole si sarebbero prese le misure necessarie ecc..
Non si riferì più allora alle testimonianze degli impiegati del Savoy Hotel con la stessa leggerezza di prima; ma non si era ancora preparati per la sua severità. Quando il verdetto della giuria fu dichiarato, un verdetto di colpevolezza contro Oscar Wilde,[10] M. Wills disse che era inutile parlare a lungo a degli uomini così spudorati come Oscar Wilde e Alfred Taylor. Si rammaricava di non potere applicare loro se non il massimo della pena: due anni di lavori forzati.
Oscar Wilde volle parlare ma non gli diedero ascolto.
La giuria aveva salvato l’onore della giuria inglese. L’istituzione della giuria si era lavata le mani dagli schizzi dei sospetti. Questa nuova decisione non modificava affatto i risultati ottenuti dagli scandali del processo e dall’indecisione delle altre giurie. Tali questioni di sesso non saranno consegnate presto alla pubblicità. E senza gli sforzi fatti per Oscar Wilde a dispetto di tutto, senza il tentennamento di M. Wills, senza le chiacchiere che percorsero tutta l’Inghilterra, questa giuria, come le altre, non avrebbe trovato un accordo.
Mi limiterei a qualche indicazione sommaria per non superare (cosa che sarebbe facile) i limiti di questo capitolo.
In una commedia famosa di sir John Vanbrugh, La Rechute, messa in scena nel 1699 con grande successo, l’eroe si trova ad avere bisogno del soccorso di un vecchio usuraio sodomita. Il vecchio chiede al giovane uomo di mettergli la mano “in seno”, il giovane rifiuta chiamandolo “vecchio sodomita”, ma dopo che l’usuraio ha acconsentito a fornire il suo aiuto, il giovane uomo gli dice: “Se lo desiderate, potete mettere la vostra mano nel mio seno.”
La scena è impertinente e vivace, il vecchio pederasta è ben disegnato e la disinvoltura dell’eroe libertino colpisce molto. Non mi ricordo di nessuna scena di teatro moderno in cui la pederastia sia così vivamente trattata.
Nel 1725 (leggiamo nella prefazione), sir John Vanbrugh credette saggio cambiare una scena troppo impertinente di questa commedia perché nella superficialità del suo gioco teatrale si era permesso di vestire un libertino con l’abito ecclesiastico e di farlo parlare proprio come un libertino vestito in quel modo. Per non scioccare nessuno, mise il libertino in una sottoveste galante da donna di mondo.
In Roderick Random, un romanzo famoso e molto ristampato, che Smollet pubblicò nel 1748, leggiamo un capitolo ammirevole per la veridicità e il buon senso: lord Strutwell, un invertito che aveva molta prestanza e falsa bonomia, si interessa a Roderick Random, gli fa delle proposte e delle promesse, lo mette nel capitolo di Petronio [dà per scontato che sia omosessuale], finge di averlo voluto mettere alla prova e di essere contento della sua virtù, poi parla con distacco filosofico del piacere estremo che l’amore unisessuale procura “a quanto si dice”, quindi, non volendo essere [manca una parola nel testo originale] per le spese relative alle colazioni si fa dare da Roderick il suo orologio, e quando il povero Roderick scopre la fama del suo protettore, la sua scarsa influenza, la sua lussuria e la sua cupidigia, trova sempre chiusa la porta di lord Strutwell, con grande gioia del valletto di camera, il favorito compiacente e ordinario del conte.
Quanto a esattezza, ironia e buon senso e dal punto di vista della morale, questo episodio non lascia nulla a desiderare.
Arriviamo ora alla poesia del XIX secolo, ai Poèmes et Ballades di Swinburne, per esempio. Questo volume è il capolavoro di Swinburne e ha lasciato un’impronta incancellabile sulla maggior parte degli scrittori più giovani. Ecco alcune citazioni di un poema molto bello e molto perfetto, intitolato Fragoletta (allusione a un romanzo di Henri de Latouche, romanzo di ermafroditismo):
“Amore… essendo senza sesso, vuoi tu essere ragazza o ragazzo? Ho sognato ieri di labbra strane…”
“Rigetta all’indietro il tuo collo di madreperla cesellata, la tua bocca mormori come la colomba. Io dico che Venere non ha nulla di ragazza, non ha bocca di donna, tra i suoi amori. Il tuo dolce basso petto, i tuoi capelli corti, i tuoi fianchi dritti e lisci, la cui linea si assottiglia fino ai tuoi piedi, la tua strana aria verginale… La tua bocca è di fiamma e di vino, il tuo petto sterile riceve i miei baci… Congiungiti a me, amami, bacia i miei occhi, sazia le tue labbra amandomi. No, perché tu non devi alzarti. Resta coricato come Amore che muore per amore per te. Le mie braccia cingono la tua testa, le mie labbra sono brucianti sul tuo viso e dove il mio bacio s’è nutrito, il tuo sangue simile a un fiore, si slancia rosso verso il punto baciato. O amarezza delle cose troppo soavi, tubare spezzato delle colombe, le ali d’Amore sono troppo rapide, e come i piedi della pantera, i piedi d’Amore”.
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[1] La differenza tra la sanzione per la sodomia (felony) e gli atti indecenti (misdemeanour) è molto importante.
[2] Robert Buchanan, altre volte avversario di Wilde, ha dimostrato ancora una volta quanto la generosità sia più facile della giustizia.
[3] Ipocrita letterariamente e intellettualmente soprattutto.
[4] Su dodici giurati, si afferma che dieci trovarono Wilde colpevole di atti indecenti con due individui dell’Hotel Savoy.
[5] E l’inerzia della Camera dei comuni che sembra non avere affatto osato discutere questo paragrafo imprudente.
[6] O di mormorare orazioni pericolosamente false.
[7] Allusione alla famosa lettera di Wilde a lord Alfred.
[8] Lord Alfred non mancò di scrivere ai giornali francesi per esprimere il suo rincrescimento per non essere stato lì a punire lord Queensberry.
[9] Diritto che lui rifiutava loro, riguardo ad E. S..
[10] Colpevole di tutti i capi d’accusa. I rapporti con E. S. erano stati rigettati da M. Wills. La situazione morale di E. S. al momento è molto strana. È stato precipitato inutilmente nell’ignominia e si trova tacitamente accusato dal giudice di pazzia o di spergiuro.
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giovedì 8 dicembre 2016

AUDLEY E EDWARD WALPOLE, DUE PROCESSI PER OMOSESSUALITA'

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi sono di enorme interesse storico. Il primo parla brevemente di Giacomo I Stewart, omosessuale certamente, ma altrettanto certamente immorale. Un esempio ancora peggiore di immoralità omosessuale è rappresentato dalla storia di lord Audley in cui la violenza si mescola con vere perversioni, che si fatica a ritenere non patologiche.
Raffalovich dedica poi parecchio spazio alla ricostruzione della vicenda giudiziaria di Edward Walpole (fratello di Horace Walpole) ricattato con l’accusa di sodomia. I fatti sono della metà del ‘700, ma sono un esempio chiarissimo delle conseguenze della criminalizzazione della sodomia. Il ricatto per estorcere denaro con la minaccia dell’accusa si sodomia divenne un fenomeno piuttosto diffuso, stando alle cronache giudiziarie, ma con ogni probabilità il numero di uomini ricattati con la minaccia di questa accusa fu molto più alto di quanto risulta dagli atti giudiziari, perché molti, che fossero o meno colpevoli di sodomia, o anche che avessero semplicemente fama di tendenze omosessuali, pagarono il silenzio dei loro ricattatori per evitare il rischio di un processo o quello di una lenta maldicenza distruttiva.
Tutti coloro che si sono dichiarati a favore della depenalizzazione dell’omosessualità hanno insistito sul fatto che considerarla reato penale non solo non ne avrebbe ridotto la diffusione, ma avrebbe aumentato notevolmente i numero di ricatti basati sulla possibile accusa di sodomia.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Enrico VIII, Elisabetta, Giacomo I
Enrico VIII, quando confiscò i beni della Chiesa e si trasformò in una sorta di papa protestante, inventò delle leggi contro la sodomia. La sanzione penale dell’unisessualità in Inghilterra risale a lui, e le origini di queste leggi del Barbablù avido di denaro come di donne, è poco onorevole. Sotto Elisabetta (anche se ristabilì le leggi di suo padre), l’Inghilterra non aveva ancora imparato l’ipocrisia. La letteratura è gioiosa, più virile di quando fu mai dopo, più degna di una grande nazione. La letteratura del tempo di Elisabetta è rimasta come la prova della grandezza dell’Inghilterra, del suo genio poetico e ardente. E in tutto questo l’età elisabettiana è anche l’età dell’unisessualità letteraria. Questi poeti non pensano minimamente a scioccare né a vergognarsi quando traducono l’Alexis di Virgilio o quando cantano la bellezza di Ganimede o di Leandro. È un’epoca eroica.
Giacomo I, figlio di Maria Stuart e del bel Darnley, succede a Elisabetta, e arriva in Inghilterra avendo già fatto le sue esperienze unisessuali. I suoi favoriti si succedono. Scoppiano scandali spaventosi. Sir Thomas Overbury è assassinato da Carr e dalla contessa di Essex. L’omicidio è scoperto, e il re, che ha un nuovo amante, lascia che Carr sia imprigionato e giudicato. Giacomo, che amava gli inganni (era uno Stuart) mette le sue braccia intorno al collo di Carr, lo copre di baci a piena bocca, baci a labbra aperte, gli dice che non può fare a meno di lui; e una volta che Carr è fuori dalle braccia di Giacomo, Giacomo si gira verso i suoi cortigiani e dichiara che non rivedrà mai più Carr. Infatti viene arrestato e imprigionato. Il re comunque, durate tutto il processo non poté nascondere la sua inquietudine. Carr, se fosse stato condannato, voleva rivelare che il re “era stato a letto con lui”. Ai suoi lati furono piazzati due uomini in lunghi mantelli rossi che alla prima parola dovevano soffocare il suo discorso.
Lo sfortunato Oscar Wilde, che amava raccontare questo strano episodio, ci pensò quando ascoltando la sua terribile sentenza rimase senza parole? Quello che gli era stato raccomandato era solo di tenere una linea di condotta che portasse a una furberia tipo quella di Giacomo. Lui aveva sempre vantato l’egoismo, la menzogna e l’incostanza.
Mervin lord Audley, conte di Castlehaven, giustiziato per stupro e sodomia 1631.
Sotto Carlo I, lord Audley,[1] Fitzpatrick e Brodway furono vittime della follia erotica di lord Audley e della folle severità delle leggi. Ecco la storia raccontata in breve: lord Audley era accusato di aver fatto stuprare sua moglie da uno dei suoi (di lord Audley) favoriti e di avere commesso atti di sodomia. Lord Audley, padre di un figlio che era già un giovane uomo, sembra essersi rimaritato per potere soddisfare la sua mania erotica; perché, al di là dei suoi vivi gusti unisessuali, adorava vedere l’accoppiamento eterosessuale. Prese in casa sua una certa Blandina, ragazza di brutta vita, che si concedeva ai favoriti di lord Audley in sua presenza. Lui stesso abusò di lei davanti ai suoi servitori e ai suoi favoriti. Lord Audley diede in moglie sua figlia ad Amptil, un paggio che egli aveva avuto per otto anni e al quale donò novemila sterline. Lord Audley costrinse la sua figliastra (che aveva solo 12 anni) ad andare a letto con Henry Skipwith, un povero irlandese che ricevette dal suo padrone almeno 500 sterline all’anno e spesso di più. Lord Audley  diceva alla ragazzina che suo marito non l’amava e che lei doveva consolarsi con Skipwith. Lei cominciò ad amare il giovane uomo e il giovane uomo cominciò ad amarla, Skipwith vedendola così giovane si sarebbe accontentato di questo affetto ma lord Audley insistette, fece fare molti tentativi senza successo, cercò lui stesso l’olio che ci voleva, e arrivò a facilitare il coito. Lord Audley volle che Skipwith avesse anche dei rapporti con lady Audley, e lo fece andare a letto insieme con loro, ma il povero favorito ebbe paura di commettere un nuovo crimine ed ebbe con la contessa solo un rapporto esterno, cioè l’orgasmo ebbe luogo sul ventre della contessa.
La contessa testimoniò che il giorno successivo al suo matrimonio, lord Audley fece venire Amptil vicino al loro letto e si mise a parlare in modo lascivo. Garantì alla contessa che il corpo della moglie appartiene al marito, che lei doveva amare Amptil come amava lui, suo marito, e che se lei andava a letto con lui o con qualsiasi altro uomo, solo il marito ne era responsabile.
La contessa confermò la storia di Skipwith coricato sopra di lei, che ingannava in quel modo il marito che credeva sua moglie posseduta. “My Lord”, disse lei, faceva venire Skipwith tutto nudo nella camera coniugale e passava in rivista la virilità fallica dei suoi servitori. Gli faceva prendere parte a questo esame, e lodava molto quelli che vincevano la gara priapica.
Una notte a Fohthill Abbey “My Lord” fece venire Brodway nel loro letto e tenne ferma una delle gambe della contessa e le sue mani mentre Brodway la possedeva.
Laurence Fitzpatrick testimoniò che lord Audley più di una volta aveva avuto con lui rapporti unisessuali e era arrivato ad avere l’orgasmo con lui, tra le cosce; che era quella la soddisfazione di lord Audley con tutti i suoi favoriti. Anche Fitzpatrick aveva avuto rapporti con lord Audley nello stesso modo. Lascio da parte gli altri testimoni.
Il conte non aveva alcuna difesa; si accontentò di dire: “Guai all’uomo la cui moglie testimonia contro di lui! Guai all’uomo il cui figlio lo perseguita e cospira contro di lui! Guai all’uomo i cui servitori hanno diritto di testimoniare contro di lui e di togliergli la vita!”
Fitzpatrick avrebbe potuto dire: “Guai all’uomo che testimonia contro il suo padrone”, perché gli era stata promessa slava la vita (sembra) se avesse testimoniato. Ma fu impiccato per i suoi atti unisessuali col suo padrone.
Anche Brodway fu impiccato per lo stupro della contessa. Lord Audley (che 27 pari trovarono colpevole di stupro, ma solo 15 colpevole di sodomia) fu decapitato.
Morirono tutti e tre in un modo edificante, riconciliati col cielo e senza paura della morte.
Lord Audley era certamente pazzo; Fitzpatrick era vittima della sua inferiorità sociale; come anche Brodway, che (secondo lui) era vittima anche della contessa.
La religione ebbe un ruolo importante nel processo di lord Audley. Aveva cambiato religione, e questa fu una delle spiegazioni che si diedero dei suoi vizi. La sua incostanza religiosa rende facilmente comprensibile, disse l’accusatore, la sua generosità verso Skipwith e la sua avarizia verso i suoi vicini. Per ottenere qualcosa da lui, la contessa, sua figlia e la sua figlia adottiva dovevano andare a letto con Skipwith. È anche interessante notare che l’unisessualità (che non era reato, prima che Enrico VII cominciasse a desiderare i beni della Chiesa, e che fu depenalizzata da Maria e di nuovo resa reato penale da Elisabetta) era trattata dalla legge in blocco: non c’erano distinzioni tra il crimen sodomiticum e il crimen sodomiticum sine penetrazione. Lo si capisce.
Perché Enrico VIII, che aveva bisogno di un’arma contro i monasteri, avrebbe dovuto frenare la sua rapina con delle differenze talmente insignificanti per lui? È strano vedere ancora oggi l’Inghilterra soffrire per delle leggi il cui punto di partenza fu iniquo e ipocrita e allo stesso tempo soffrire e tremare all’idea di migliorarle. Solo dieci anni fa, tutti gli atti unisessuali sono stati di nuovo unificati, mentre la Germania e l’Austria (suscitando la collera dei medici e degli igienisti) lasciano impunite soltanto le masturbazioni reciproche.
L’ipocrisia inglese è così formidabile che la legge può ignorare certi delitti ma non può affatto essere migliorata. La prostituzione è debordante in Inghilterra, le strade di Londra sono infami, ogni anno la sifilide fa passi da gigante dell’esercito inglese; ma nessuno osa fare nulla. C’è una classe che non permette di toccare il vizio, perché restringerne le manifestazioni, significa riconoscerne l’esistenza, e riconoscere l’esistenza del vizio significa abbassarsi alla mancanza di ideali o all’ideale sensuale del “continente” europeo.
Ci si può stupire dell’unisessualità inglese?
Dato che questa non è una storia dell’Inghilterra, non cito nemmeno l’avvento del puritanesimo, che persiste ancora oggi, né la restaurazione, né la lotta incessante tra la bigotteria e la crudezza.
Guglielmo III fu un grand’uomo sotto parecchi aspetti; seppe tenere testa a Luigi XIV. In ogni caso fu un uomo, probabilmente un ultra-virile. La sua unisessualità non si nascondeva; essa permise a sua moglie, la regina Maria, di essere sua amica e di non dover temere una rivale. Tutti i favoriti di Guglielmo hanno avuto un ruolo nella storia, ed egli non sembra aver avuto relazioni senza amore, amicizia e fiducia. Da ogni punto di vista è il contrario dello sporco e furbo Giacomo I. Guglielmo, virile e serio, amava altri virili e seri. La regina Anna è stata molto accusata di unisessualità; ma l’inversione dei regnanti è nello stesso tempo così frenetica e così supposta e supponibile quando essa non è che una esaltazione della debolezza, che un’amicizia eccentrica esacerbata dall’isolamento, che non studio neppure i documenti.
Giorgio III, per la sua infatuazione per lord Bute, diede luogo a dei sospetti che, scrive Horace Walpole al suo amico Mann, dovrebbero essere confidati in latino.[2]
In ogni caso, la tradizione storica in quello che concerne l’unisessualità in Inghilterra non si interrompe mai.
La questione di Edward Walpole nel 1751
(L’intero procedimento sulla cospirazione malvagia ordita contro l’onorevole Edward Walpole da parte di John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, e altri al fine di estorcere una grossa somma di denaro col pretesto di un’aggressione con l’intento di commettere sodomia sul corpo del detto John Cather, nel quale sono inseriti il processo integrale contro i detti Cather, Nixon, Alexander e Cane; e un resoconto completo del tentativo di Smith (che fu giustiziato a Tyburn per falso)[3] e di Patterson di accusare Mr Walpole di falso, ecc.. Londra, Stampato per H. Gifford, all’angolo di Elliot’s Court, nel Little Old Bailey, e venduto in tutti i negozi di pamphlet di Londra e Westminster, 1751, al prezzo di uno scellino).
Cito il titolo per intero come curiosità storica.
Nel secolo scorso in Inghilterra il ricatto era bene organizzato, proprio come oggi; la cospirazione di molti individui contro l’onorevole Edward Walpole, fratello di Orazio, lo mostra chiaramente. Questi pederasti e ricattatori erano anche più ingegnosi di quelli di oggi. Questa banda sembra più pittoresca, più inventiva ma altrettanto criminale di quella resa illustre dalla questione di Oscar Wilde.
Il rendiconto che possiedo di questa storia comincia con i soliti luoghi comuni. Il narratore dice che se queste orribili circostanze non fossero vere, non ci si potrebbe credere. Si stupisce che esistano uomini così malvagi. Si lamenta della misericordia delle leggi inglesi che non puniscono con la morte il crimine di ricatto. In paesi molto diversi dall’Inghilterra, in paesi dispotici, o in paesi le cui leggi sono sanguinarie e severe, i colpevoli sarebbero stati schiacciati sulla ruota.
L’onorevole Edward Walpole dichiarò nella sua deposizione che, durante i suoi viaggi all’estero, aveva fatto conoscenza di lord Boyne. Questa conoscenza diventò un’intima amicizia quando lui era segretario del duca di Devonshire, lord luogotenente d’Irlanda. Si riteneva così obbligato verso lord Boyne che credeva suo dovere provargli la sua riconoscenza in ogni modo. Aveva ottenuto una posizione eccellente per il fratello di lord Boyne e per i suoi amici. Era proprio a casa di lord Boyne che gli era stato domandato di fare qualcosa per un certo John Cather, che gestiva dei beni di lord Boyne, che aveva l’intenzione di andare in Inghilterra. E. Walpole promise, e qualche anno dopo John Cather andò a trovarlo a Londra.
Walpole non lo trovò abbastanza istruito per dargli un posto “negli affari”, e gli consigliò di entrare al servizio di qualche gentiluomo per istruirsi e formarsi.
Gli disse pure che lo avrebbe preso presso di sé se avesse avuto un posto per lui. Aveva anche l’intenzione, se il suo intendente (allora molto malato) fosse morto, di rimpiazzarlo con un suo valletto, di prendere per valletto il domestico incaricato di occuparsi dei bambini e di mettere Cather a prendersi cura dei bambini. John Cather venne molte volte a casa di M. Walpole e fu ammesso alla tavola dei domestici. Diceva di cercare un posto. Ma il 17 marzo 1750, il domestico di M. Walpole, mise al corrente il suo padrone di aver incontrato Cather in una taverna, molto ben vestito, con un gilè bordato d’argento, una camicia con collo alto arricciato. Cather confuso (stando al domestico) lo aveva invitato a bere e lo aveva pregato di non parlare al padrone dei suoi bei vestiti. Diceva di averli solo presi in prestito perché era la festa di san Patrizio. Questo racconto del domestico diede a M. Walpole (secondo la sua deposizione)  una cattiva opinione di Cather; ne dedusse che Cather aveva fatto cattive conoscenze e si decise e non occuparsi più di lui.[4] Poco tempo dopo Cather andò a casa di M. Walpole a dirgli che aveva trovato un posto e a chiedergli una raccomandazione. M. Walpole rifiutò e gli proibì di tornare da lui. Era un’imprudenza, soprattutto con un irlandese vanitoso e senza scrupoli.
Nel mese di aprile del 1750 M. Walpole ricevette una lettera di un certo Daniel Alexander che gli annunciava che John Cather stava per fargli causa accusandolo di sodomia, ma che il suo rispetto per la famiglia Walpole spingeva Alexander a mettere M. Walpole al corrente di questo progetto.
Una seconda lettera restò senza risposta, allora un certo Walter Patterson andò a casa di M. Walpole per renderlo edotto del procedimento contro di lui. Si diceva impiegato da Cather come uomo d’affari e anche lui obbediente al suo sedicente rispetto per la famiglia Walpole. M. Walpole “consapevole della sua innocenza” non prestò più attenzione a lui che ad Alexander. Quest’ultimo allora si presentò a casa di M. Walpole, ottenne un incontro riservato e gli disse che non poteva credere all’accusa di Cather. Aveva troppo rispetto per la famiglia Walpole. Poi arrivò a dire che tutti gli uomini hanno le loro passioni, che questo crimine così tenuto in orrore oggi, era stato molto in onore presso gli antichi e soprattutto in Italia. Concluse trattando questo crimine con leggerezza ma anche consigliando di soffocare qualsiasi scandalo e qualsiasi maldicenza. M. Walpole gli disse all’inizio che lui si era smascherato e che doveva essere della cospirazione contro di lui, poi cambiò atteggiamento e giocò d’astuzia con lui, fingendo di credere alla dichiarazioni di Alexander e lo incaricò di fare un’inchiesta.
Alexander lo incontrò parecchie altre volte, una volta in presenza di Horace Walpole, gli raccontò che era accusato non solo di aver tentato di commettere ma di avere commesso l’atto sodomitico e di avere messo in pericolo la vita di Cather. Alexander si offrì di mettere a posto tutto e M. Walpole rifiutò. (A questo punto fu chiesto a M. Walpole se avesse mai scritto ad Alexander. Lui disse di no, ma quando fu prodotta una sua lettera ad Alexander, riconobbe la sua scrittura, e si ricordò che in questa lettera non aveva apposto la sua firme nel modo abituale, non volendo esporre la sua firma a un simile rischio. La lettera non fu letta in udienza, perché non lo richiesero gli avvocati né di una parte né dell’altra.)
Furono lette altre lettere di Alexander, alcune minacciose, altre patetiche, che chiedevano non solo denaro per sistemare la questione di Cather, ma anche un buon posto.
Il signor Walpole rimase scosso, spaventato, e incaricò il suo amico Worsdale (che gli aveva raccontato di una conversazione ascoltata in una taverna tra persone che accusavano Walpole di essere un sodomita.) di insinuarsi tra i suoi avversari per venire a conoscenza dei loro segreti e delle loro trame. La storia è lunga e complicata, ma gli atteggiamenti morali sono ben evidenti, basti dire che Worsdale, sotto falso nome e con un certo Andrew White che conosceva Cather, riuscì pienamente nella sua missione.
Patterson (gentleman), Cain (coltivatore), Falkner, Dennison e Cather caddero nella trappola.
C. White (un irlandese che egli incontrò in Saint-James park, stando a Worsdale; l’amico intimo di Worsdale, secondo White), lo introdusse nell’ambiente di Cather e di Cain che abitavano insieme. C. White (per una ragione che non ci viene detta) era in ottimi rapporti con questi individui, e passarono tutti e quattro la serata ai “Jardins de Cuper”. Cather raccontò al simpatico Worsdale (che si fece chiamare consigliere Johnson) che era stato molto maltrattato da Walpole. Walpole l’aveva incoraggiato a venire dall’Irlanda, promettendogli aiuto, aveva poi rifiutato di aiutarlo e aveva tentato di commettere su di lui l’atto sodomitico; e lui voleva vendicarsi. “Se non mi dà cento sterline per non andare avanti con la causa, giuro che mi vendicherò.” Cain (quando rientrarono in battello da questo giardino pubblico, confessò a Worsdale[5] che Walpole non aveva violentato Cather, ma che lo aveva maltrattato non venendogli in aiuto quando quello moriva di fame e che il desiderio di ottenere denaro era la causa dell’accusa. Worsdale fece finta di approvare molto il progetto, e Cain, molto modestamente ma fieramente disse che ne era lui l’autore e che in genere le cose di questo tipo gli riuscivano bene, e che loro avevano di recente, con le minacce, estorto una somma di denaro a un signore di cui Worsdale non volle dire il nome.
Si fece poi cadere Patterson nella trappola (ma quello riuscì a scappare dalla prigione), e quando la polizia strinse la sua rete sulla banda, Walpole fu assolto dalla giuria dall’accusa di aver commesso o tentato di commettere sulla persona di Cather questo abominevole peccato di sodomia (che non si deve nominare tra cristiani), abitualmente chiamato “buggery”, e Alexander, Cather, Cain, Nixon (un uomo di legge coinvolto) furono ritenuti colpevoli di avere cospirato contro Walpole.
Fu scoperto anche un secondo e ingegnoso complotto contro Walpole, inventato da Patterson e da W. Smith, un falsario che più tardi fu impiccato. Smith offrì a Walpole, per una somma di denaro (a detta sua per aiutarlo a sbarazzarsi di Patterson che era il consigliere di Cather), un falso biglietto di Patterson in cui riconosceva di dovere a M. Georges Sandys (lo pseudonimo di Smith) 150 sterline.
Con l’aiuto di questo documento, Walpole doveva fare gettare Patterson in prigione per debiti, ma dato che si sarebbe riconosciuto facilmente che la firma di Patterson era falsa (Patterson si trovava in Irlanda alla data riportata nel documento), Walpole si sarebbe trovato in una posizione difficile di fronte a Cather. Sarebbe stato sospettato di aver fatto un falso per fare arrestare uno dei suoi accusatori.
Walpole non si fidò, prese Smith per il bavero, si batté con lui, lo gettò due volta a terra, lo bloccò a terra fino all’arrivo del marito di Windsor. Smith fu perduto.
W. Patterson, per aver accusato Walpole di un crimine che non si può nominare tra cristiani e per avere tentato di accusarlo di falso (che allora era un crimine capitale), fu condannato a sei mesi di lavori forzati, e per tre volte durante questi sei mesi doveva essere portato, nudo, fino alla cintola, e frustrato finché il suo corpo non fosse sanguinante, in giro per Hanover Square, dalle 10 a mezzogiorno, per Pall Mall, intorno a Covent Garden.
Cather fu condannato a tre giorni di gogna, una volta a Charing Cross, una volta alla fine di Chancery Lane, e una volta davanti alla Borsa, e poi a quattro anni di lavori forzati, e anche a pagare una cauzione di 40 sterline e a tre anni di sorveglianza.
Cain, fu condannato alla gogna per una volta a Charing Cross, a due anni di lavori forzati e cinque di sorveglianza con una cauzione di 40 sterline e due di 20 sterline.
Alexander fu condannato alla gogna a Charing Cross per una volta, a un’ammenda di 50 sterline, a due anni di prigione e, uscendone, ad una cauzione di 200 sterline e a due di 100 sterline, e a tre anni di sorveglianza.
Nixon scappò.
Innocente o no, si può credere che Cain si servì della vanità mortificata e della vendetta di Cather.
Questi ricattatori raccontarono a Worsdale che dopo Walpole, avevano intenzione di ricattare nello stesso modo i grandi medici, i chirurghi e gli ostetrici.
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[1] Qui ancora una volta, il processo lo prova abbondantemente, la sodomia praticata da lord Audley e dai suoi amici era un coito tra le cosce; non c’era coito anale.
[2] Nota di Project: – Gli argomenti scottanti legati alla sessualità erano trattati in latino per evitare che potessero essere facilmente compresi da chiunque.
[3] Note di Project: – Raffalovich riporta per intero il titolo inglese: “The whole proceedings on the wicked conspiracy carried on against the Hon. Edward Walpole by John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, and others in order to extort a large sum of money under pretence of an assault with an intent to commit buggery on the body of the said John Cather in which are inserted the Trial at large of the said Cather, Nixon, Alexander and Cane; and a full account of the attempt of Smith (who was executed at Tyburn for forgery) and Patterson, to charge Mr Walpole with forgery, etc. London. Printed for H. Gifford, the corner of Elliot’s Court, in the Little Old Bailey, and sold at all the pamphlet shops in London and Westminster, 1751. Price one shilling.”
[4] Se E. Walpole era innocente (e in presenza del ricatto, che è un crimine contro la società, si ha il diritto di considerare innocente la vittima del ricatto, a meno di prove irrefutabili) le sue conclusioni sembrano molto severe; è probabile che il domestico avesse qualche gelosia o qualche risentimento nei confronti di Cather.
[5] Bisogna ricordarsi che Worsdale aveva il ruolo di detective per Walpole.
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venerdì 31 luglio 2015

JEREMY BENTHAM – SAGGIO SULLA PEDERASTIA

Sono lieto di annunciare che, dopo un lavoro lungo e non facile, è finalmente online nella Biblioteca di Progetto Gay, la mia traduzione italiana del saggio di Jeremy Bentham "Offese contro di sé: pederastia": http://gayproject.altervista.org/bentham.pdfhttp://gayproject.altervista.org/bentham.pdf

Jeremy Bentham (1748-1832) fu un uomo di intelligenza illuminata la cui opera incise profondamente nello sviluppo del diritto inglese e di quello americano e contribuì allo sviluppo delle idee del liberalismo e indirettamente anche del socialismo. La modernità del personaggio e la sua capacità di anticipare i tempi sono stupefacenti: difese strenuamente la libertà personale ed economica, la libertà di parola, la parità di diritti delle donne, si impegnò per l’abolizione della schiavitù, per l’abolizione delle punizioni corporali e la depenalizzazione della sodomia. Ma la cosa che più colpisce in quest’uomo è la stretta laicità, in un mondo in cui la religione era ancora largamente dominante.
Fu l’ispiratore della nascita della Università di Londra, aperta a tutti, senza distinzioni basate sulla religione o sul rango sociale e senza distinzioni razziali. Non è mia intenzione scrivere un saggio su Bentham, che richiederebbe una conoscenza dell’autore ben più profonda della mia. Intendo qui limitarmi soltanto ad un testo “Offese contro di sé: pederastia”, un saggio di diritto sulla opportunità di sanzionare penalmente la pederastia, scritto nel 1785, quindi all’età di 37 anni, in 60 pagine e mai pubblicato da Bentham.
Si tratta del primo saggio che affronta il problema delle depenalizzione della pederastia, che ai suoi tempi era punita con l’impiccagione. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1978 (summer and fall issues of Journal of Homosexuality, v.3:4(1978), p.389-405; continuato in v.4:1(1978), a cura del Dr. Crompton, Professore di Inglese nell’Università del Nebraska:
Per la mia traduzione mi sono servito della edizione sopra citata. Il testo è complesso, talvolta non del tutto chiaro. Si tratta in effetti di appunti e non di un libro in un’edizione a stampa curata dall’autore. Oltre l’evidente laicità che confina talvolta in una celata ironia contro gli atteggiamenti moralistici dei teologi, si colgono vari aspetti di interesse per la storia dei diritti degli omosessuali.
Bentham, quando si riferisce alla pederastia intende parlare di rapporti tra adulti consenzienti, in questo senso manca del tutto ogni riferimento alla pedofilia.
Bantham ritiene che i partner siano giovani o che sia giovane almeno uno dei due ma li considera entrambi capaci di intendere e di volere e arbitri delle proprie azioni.
Il saggio smonta i tradizionali inquadramenti criminologici della sodomia con argomenti di carattere logico e con la citazione di fonti storiche, dimostra che la pedofilia non porta alla diminuzione delle nascite e non infiacchisce i corpi, che non ha nulla a che vedere con la misoginia e sostanzialmente non influenza i diritti delle donne.
L’ironia nella demolizione delle motivazioni teologiche della condanna della pederastia è evidente e la conclusione che non ha alcun senso punire come reati cose che non producono danno sociale né personale arriva come esito scontato di un ragionamento strettamente coerente.
“Stupisce che nessuno ancora abbia immaginato che sia peccaminoso grattarsi dove prude, e che non sia mai stato definito che l’unico modo naturale di grattarsi è con questo o quel dito e che è innaturale grattarsi con qualsiasi altro.”
Questa citazione si potrebbe usare benissimo ancora oggi contro coloro che ritengono l’omosessualità contro natura.
Bentham non ha mai amato il moralismo, a nessun livello, e ha ritenuto laicamente che morale e diritto fossero cose completamente diverse e che la legge debba essere basata su principi di utilità generale, gli unici in nome dei quali è lecito mettere limiti alle libertà individuali.
Molto curiosa, in questo saggio è la parte che riguarda la masturbazione in cui Bentham dimostra di accettare del tutto acriticamente i pregiudizi provenienti dalla classe medica del tempo e ritiene la masturbazione la pratica sessuale più pericolosa perché capace di indebolire gli individui e di minarne la salute, ma ovviamente ritiene che non avrebbe alcun senso ritenerla un reato da perseguire penalmente.

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