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mercoledì 6 novembre 2013

THOMAS E KLAUS MANN DUE OMOSESSUALI

Mercoledì 20 Novembre 1968, nel corso di una udienza generale, papa Paolo VI così si esprimeva:
“Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle sue supreme facoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio; è fatto per Lui; e ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine, e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, alla piena verità, che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La così detta «morte di Dio» si risolve nella morte dell’uomo.
Non siamo Noi soli ad affermare una così triste verità. Ecco una testimonianza che è stata lasciata da un coltissimo scrittore d’avanguardia e infelicissimo tipo della cultura moderna (Klaus Mann, figlio di Thomas). Egli scriveva: «Non vi è speranza. Noi intellettuali, traditori o vittime, faremmo bene a riconoscere la nostra situazione come assolutamente disperata. Perché dovremmo farci delle illusioni? Siamo perduti! siamo vinti! La voce che pronunciò queste parole - prosegue la testimonianza -, una voce un tantino velata, ma pura, armoniosa e stranamente suggestiva, era quella di uno studente di filosofia e di letteratura, con cui mi incontrai per caso nella antica città universitaria di Uppsala. Ciò che aveva da dire era interessante, ed era comunque caratteristico: ho sentito analoghe dichiarazioni di intellettuali in ogni punto d’Europa . . . E disse con una voce non più del tutto sicura: Dovremmo abbandonarci alla disperazione assoluta . . .» Figli carissimi, per noi no, non è così.”
Chi è Klaus Mann, l’uomo che Paolo VI considera il paradigma infelicissimo della cultura moderna? E che senso ha il riferimento operato da Klaus Mann a quello studente incontrato nell’antica città universitaria di Uppsala? 
Come ricordato dallo stesso Paolo VI, Klaus Mann è uno dei figli Thomas Mann, cioè di uno degli uomini che più hanno influito sulla cultura europea negli ultimi cento anni, ma non è di letteratura che intendo parlare. Il fatto che Klaus sia Figlio di Thomas riveste un enorme significato, dal mio punto di vista, in quanto sia il padre che il figlio si sono trovati a fare i conti con la loro omosessualità e di fronte ad essa hanno dato risposte diversissime. 
Nell’opera di Thomas Mann le atmosfere sono molto particolari e, in genere, il lettore gay si sente immerso in un mondo che non gli suona affatto estraneo. Emerge spesso il conflitto tra il “sereno” mondo borgese ove tutto è codificato e ordinato e il richiamo dell’arte che ha comunque il fascino dell’abisso. Questo conflitto in “Morte a Venezia” si palesa, fuori di metafora, come il conflitto tra eterosessualità e omosessualità. Thomas Mann, nato nel 1875 a Lubecca, quando era liceale aveva confessato i suoi sentimenti ad un suo compagno che non li condivideva perché semplicemente non poteva condividerli. Quell’esperienza costituì il primo innamoramento di Thomas Mann. Si ha l’impressione che l’immagine di quel compagno di liceo torni spesso nell’opera di Mann.
Ma Mann visse un innamoramento molto più coinvolgente nei confronti di Paul Ehrenberg, un giovane violinista e pittore impressionista di un anno più giovane di lui. Tra il 1899 e il 1903, stando ai diari e alle lettere di Thomas Mann, l’innamoramento divenne una vera infatuazione, che portò a una intensa relazione tra i due. Un quadro di Ehrenberg intitolato Die Hetzjagd (la caccia) rimase appeso per un certo tempo nella stanza di Thomas Mann. In quegli anni, da un insieme di ricordi della vita familiare scritti da Thomas per Paul Ehrenberg, che viveva a Monaco, prese l’avvio la stesura de “I Buddenbrook”. Sia il personaggio di Hans Hansen del “Tonio Kröger” (1903) che il personaggio del pittore nella novella “Gli affamati” (1903) e quello di Rudolf 'Rudi' Schwerdtfeger, anche lui violinista e oggetto di interesse omosessuale nel “Doctor Faustus” rimandano chiaramente a Paul Ehrenberg.
Nel caso del Tonio Kröger le analogie diventano fortissime perché a Monaco, dove aveva modo di incontrare Ehrenberg, Mann vide per caso per la prima volta una ragazza ventenne che discuteva animatamente con il bigliettaio di un tram, cercò di sapere chi fosse, gli dissero che era Katia Pringsheim, una studentessa di matematica, fisica e chimica, figlia del grande matematico Alfred Israel Pringsheim, un professore universitario ricchissimo di famiglia ebraica, che viveva in un grande palazzo la più bella vita che un alto borghese potesse sognare. Il prof. Pringsheim non era un ebreo osservante e lasciò che i figli seguissero il luteranesimo cose che tuttavia non bastò a salvare la famiglia dalle persecuzioni naziste. Mann, tramite amici, riuscì a farsi presentare ai Pringsheim e si “innamorò” (spiegherò dopo perché metto questa parola tra virgolette) di Katia ma lei desiderava godersi la sua giovinezza e non era intenzionata a sposarsi e non se ne fece nulla. Mann partì per la Danimarca dove scrisse il Tonio Kröger, in cui Tonio si innamora profondamente sia del compagno di scuola Hans Hansen che della giovane ragazza Ingeborg Holm, avevano entrambi occhi azzurri, capelli chiari e aspetto nettamente nordico. La forza del Tonio Kröger deriva dal fatto che si tratta di un romanzo sostanzialmente autobiografico in cui sono trasfuse le vere passioni del giovane Mann. Va sottolineato che Tonio è identificato come un “diverso”, in questo caso per ragioni artistiche, cioè come colui che non riesce a godere di ciò di cui godono gli altri. 
In Danimarca Mann non solo scrisse il Tonio Kröger ma scrisse anche delle lettere a Katia Pringsheim che convinsero la ragazza ad accondiscendere alle nozze celebrate l’11 febbraio 1905. Furono nozze “felici” anche qui devo mettere tra virgolette il termine felici, ne nacquero sei figli. Restano comunque molte perplessità nel considerare questo matrimonio come l’esito di una storia d’amore. Nel suo saggio “Sul matrimonio – brindisi a Katia” Mann sostiene che il matrimonio e l’arte sono entrambi un servizio borghese alla vita, un patto etico e un sacramento, perché è proprio attraverso l’arte e attraverso il matrimonio che lo spirito arriva a dominare sulla materia, sulla carne e il sangue.
Va sottolineato che poco prima del matrimonio Mann aveva vissuto con Ehrenberg un rapporto molto forte e non si trattava di un rapporto sublimato, come quello descritto nel Tonio Kröger, ma di una relazione sessuale che decenni più tardi Mann considererà l’esperienza emotiva fondamentale delle sua vita con parole inequivocabili: “Ho vissuto e amato, … finalmente con una felicità nuova perché ho stretto fra le mie braccia qualcuno di cui ero profondamente innamorato”, ma, bisogna sottolinearlo, queste valutazioni del rapporto con Ehrenberg sono maturate in Mann diversi decenni dopo la loro relazione. All’epoca della loro relazione l’atteggiamento di Mann era radicalmente diverso ed era dominato da una specie di rifiuto di sé come omosessuale e dalla condanna della “anormalità”.
In pratica Mann si condannò al matrimonio per cercare di allontanare da sé la passione omosessuale che aveva vissuto profondamente con Ehrenberg. Il fratello di Thomas, Heinrich, che pure aveva sostenuto che il rapporto di Thomas con Ehrenberg fosse una follia e aveva insistito perché il fratello si sposasse presto, ebbe il sospetto che il matrimonio fosse stato accettato da Thomas per ragioni di opportunità sociale, certo è che la posizione sociale del suocero favorì indubbiamente Thomas. Alcuni, visti gli esisti del matrimonio, hanno cercato di parlare di bisessualità di Thomas Mann ma la realtà farebbe pensare piuttosto ad una fuga dalla omosessualità verso un paradiso borghese molto più rassicurante. Al povero Ehrenberg non restò che seguire, anche lui, la via del matrimonio e finì per sposare la pittrice Lilly Teufel.
Mann, dopo il matrimonio, scrisse “Altezza reale”, la storia è ambientata nel Granducato di Grimmburg, un minuscolo stato immaginario, ridotto in situazioni di forte disagio economico, e il protagonista è il secondogenito del Granduca che è costretto a sposare una ricca ereditiera per risollevare la sorti dello stato. Il contrasto tra “Altezza reale” e il “Tonio Kröger” non potrebbe essere più stridente.
Thomas Mann ebbe sei figli da Katia, i primi due furono dichiaratamente omosessuali, la primogenita Erika, nata a Monaco il 9 Novembre 1905, si sposò il 25 luglio del 1926, non ancora ventunenne, con Gustaf Gründgens, ma nel 1929 intervenne il divorzio. Erika, dichiaratamente lesbica, ebbe la sua prima relazione intorno al 1932 con Pamela Wedekind, che aveva conosciuto a Berlino e che era fidanzata con suo fratello Klaus, anche lui omosessuale. Sono note, in periodi successivi, almeno altre tre relazioni lesbiche importanti e sessualmente appassionate di Erika Mann, sul cui orientamento sessuale non ci fu mai alcun dubbio. Il padre Thomas ebbe un atteggiamento molto positivo nei confronti delle donne con cui la figlia intratteneva relazioni amorose, non dimostrò però la stessa apertura mentale nei confronti del figlio Klaus . Gli atteggiamenti di Klaus e del padre nei confronti della omosessualità furono radicalmente antitetici e questo non favorì il dialogo tra i due. Non approfondisco qui il discorso sulla omosessualità di Klaus Mann, perché lo riprenderò analiticamente dopo aver concluso quello sul padre.
Anche dopo il matrimonio Mann non abbandonò la tematica omosessuale e nel 1912 pubblicò “Morte e Venezia” che fu la base del film omonimo di Luchino Visconti del 1971 e dell’omonimo melodramma del 1973 di Benjamin Britten. Non c’è bisogno di dire che sia Visconti che Britten erano omosessuali.
La vicenda è intrisa di spirito tragico. Gustav von Aschenbach, un cinquantenne che ha dedicato tutta la vita all’arte, rimasto vedovo, va Venezia e al grand'Hotel des Bains all'isola del Lido, rimane folgorato dalla bellezza di un ragazzo polacco più o meno 14enne, Tadzio, vestito alla marinara alloggiato in Hotel con tutta la sua famiglia. Sul ragazzo Aschenbach costruisce mille ragionamenti apparentemente legati alla sua concezione dell’arte, mentre lo osserva cercando di non farsi scoprire. Ma fa troppo caldo e a Venezia scoppia il colera, le autorità minimizzano ma Aschenbach si rende conto che il pericolo è reale, dovrebbe avvisare la famiglia di quel ragazzo ma non lo fa perché non vuole vederlo partire, nel frattempo, da uno scambio di sguardi Aschenbach è portato a credere che il ragazzo condivida i suoi sentimenti, la presenza di Tadzio si fa ossessiva nella mente di Aschenbach che arriva alla consapevolezza che il suo è un interesse sessuale e che il piano dell’arte è solo una sovrapposizione fittizia. Aschenbach indebolito e malaticcio vede Tadzio  giocare con gli amici e poi alzare un braccio quasi per salutarlo, quella sarà l’ultima immagine di Tadzio che accompagnerà l’ultimo respiro dell’uomo che nascostamente lo aveva amato. Il romanzo ha una sua forza tragica innegabile ma l’associazione tra omosessualità e morte sembra un teorema troppo enfatizzato. 
La difficoltà di Mann nell’accettare la sua omosessualità si riscontra anche nel 1925 quando Thomas scrive un piccolo saggio intitolato “Sul matrimonio”. In questa operetta Mann contrappone il matrimonio (ovviamente eterosessuale) alla omosessualità come se fossero le uniche due opzioni possibili. E la sua posizione contro l’omosessualità appare molto netta, direi fin troppo netta per apparire credibile.
Nel 1927, quando Mann aveva 52 anni, durante una vacanza a Silt, conobbe l’allora 17enne Klaus Heuser e lo invitò nella sua villa di Monaco di Baviera. Quella per Klaus Heuser è stato probabilmente l’ultima grande passione di Mann, tuttavia sempre molto trattenuta. Quando Heuser andò a trovare Mann a Zurigo nel 1935, Mann annotò nel suo diario: "Non è cambiato per niente o solo un po’: magro, ancora ragazzo a ventiquattro anni, gli stessi occhi. Continuavo a guardalo in faccia e a dire 'Mio Dio!' ... Si aspettava che lo baciassi ma non l’ho fatto, però prima che se ne andasse sono riuscito a dirgli qualche parola d’amore ".
Vengo ora ad un momento critico non solo per la vita di Thomas Mann e dei suoi figli ma per l’intera Germania e purtroppo anche per l’intera Europa e non solo per essa. 
Le elezioni del maggio 1928 avevo portato al Reichstag 12 deputati nazionalsocialisti, ma già nelle elezioni del 1930 il partito nazionalsocialista di Hitler era passato a 107 deputati. Nelle elezioni del 1932 i deputati hitleriani passarono a 230  su 608 seggi in totale e il partito nazionalsocialista divenne il primo partito della Germania. Hitler si candidò per le elezioni presidenziali del gennaio 1933. Alle elezioni, Hindenburg, un eroe della prima guerra mondiale, presidente uscente, apparve l’unico candidato in grado di fermare l’ascesa di Hitler e fu sostenuto da una coalizione che andava dai nazionalisti ai socialdemocratici. Hindenburg ottenne nuovamente la presidenza col 53% dei voti contro il 37% di Hitler, che il 30 gennaio fu nominato Cancelliere, a capo di una colazione di partiti (nazisti e partito popolare tedesco-nazionale), ma già pochi giorni dopo, alle elezioni del 5 Marzo 1933, il clima era radicalmente cambiato. Si votò nella settimana in cui era stato dato alle fiamme l’edificio del Reichstag (27 febbraio 1933), dell’incendio fu incolpato Marinus van der Lubbe, un comunista olandese 24enne che fu decapitato per questo motivo il 10 gennaio del 1934. La maggioranza degli storici concorda sul fatto che l’incendio sia stato una montatura voluta dai vertici nazisti, le prove in questo senso sono molte e sono state raccolte da fonti indipendenti. L’incendio del Reichstag divenne il pretesto per bandire una crociata anti-bolscevica contri i partiti democratici. 
Fatto sta che Hiltler convinse Hindenburg a emanare il cosiddetto “decreto del Reichstag” nella stessa giornata del 27 febbraio del ’33, il 28 febbraio il decreto diventava legge e la maggior parte dei diritti garantiti dalla Costituzione di Weimar venivano sospesi per ragioni di emergenza. In questo clima, il 5 di marzo si tennero le elezioni per il rinnovo dei Reichstag. I vertici dei partito socialdemocratico furono costretti alla fuga. Nonostante una serie infinita di minacce e di intimidazioni i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta. Hitler fu quindi costretto a mantenere l’alleanza col partito popolare tedesco-nazionale. Hitler mirava non ad una maggioranza di coalizione ma ad ottenere il cosiddetto “decreto dei pieni poteri” ossia un potere legislativo indipendente dal Raichstag, per far passare il decreto dei pieni poteri occorreva una maggioranza dei 2/3 del Reischstag. Il 23 Marzo il decreto venne approvato con l’appoggio del Centro Cattolico e con il solo voto contrario dei socialdemocratici ed entrò in vigore il 27 marzo. A diversi socialdemocratici fu fisicamente impedito di entrare in Parlamento mentre tutti i deputati comunisti, che costituivano il 17% del Parlamento, erano stati arrestati. 
Dato questo quadro storico ci si chiede quale sia stata la posizione di Thomas Mann e dei suoi figli. Se si tiene presente che nel 1929 era stato conferito a Mann il premio Nobel per la letteratura è facile capire che la sua posizione non sarebbe stata comunque indifferente ai nazisti. Nel gennaio del 1933 Mann tenne all’università di Monaco una conferenza pubblica sul tema “Dolore e grandezza di Richard Wagner” in cui in pratica negò i legami tra nazismo e arte wagneriana, i nazisti presenti in sala diedero segno di nervosismo perché Mann rappresentava una voce apertamente fuori dal coro, proprio nei momenti critici dell’assalto di Hitler al potere. Mann si rese conto del pericolo, tanto più che la famiglia della moglie era di origine ebraica, e si trasferì immediatamente in Svizzera e poi negli Stati Uniti e intorno a lui si riunì un gruppo di esuli tedeschi antinazisti. Mi limito a ricordare che dal 1940 alla fine della guerra Thomas Mann registrò una lunga serie di discorsi in tedesco che vennero messi in onda da Radio Londra perché fossero ascoltati in Germania. In questi discorsi Mann è il primo che faccia riferimento allo sterminio degli Ebrei nelle camere a gas, il resoconto dei delitti perpetrati dai nazisti è documentato e si avverte nettissimo il tentativo di risvegliare la coscienza dei tedeschi mettendoli al corrente di fatti atroci che la propaganda hitleriana nascondeva sistematicamente. Non vi è dubbio che Mann sia stato uno dei pochissimi e tenacissimi animatori “tedeschi” dell’antinazismo.
Subito dopo la capitolazione della Germania l’8 maggio del ’45 Thomas Mann leggerà in tedesco alla radio il messaggio radiofonico intitolato “I lager” annunciando la distruzione della cultura e della vita della Germania e facendo capire ai tedeschi come l’orrore dei campi di sterminio avesse vergognosamente distrutto l’immagine della Germania in Europa, Mann sostiene che è un peccato contro lo spirito tedesco che non può essere perdonato. Se già nel ’45 l’Europa ha ricominciato a fare una differenza tra tedesco e nazista, ciò si deve ai pochi personaggi che si comportarono come Thomas Mann. Ma una cosa va sottolineata Thomas Mann non fece scelte di convenienza ma di coscienza, e quando nel 1952, negli Stati Uniti dilagò più feroce il maccartismo, una specie di caccia alle streghe contro i comunisti o presunti tali, voluta dal senatore repubblicano Mc Carthy coadiuvato da due giovani che avrebbero avuto un peso notevole nella storia degli USA come Richard Nixon e Robert Kennedy, Thomas Mann si indignò e abbandonò definitivamente gli Stati Uniti come fecero i maggiori intellettuali stranieri basti l’esempio di Charlie Chaplin e di sua moglie Oona O'Neil. 
Anche se il discorso meriterebbe ben altri approfondimenti, lasciamo ora da parte Thomas Mann e occupiamoci del figlio, che Paolo VI presenta come paradigma infelicissimo della cultura moderna.
Klaus Henry Mann, secondogenito di Thomas nacque a Monaco il 18 Novembre 1906. Fin dall’età di 19 anni, nel 1925, con la pubblicazione del suo primo romanzo “La pia danza”, un libro autobiografico di una sincerità unica e disarmante in cui si ritrae la vita della Belino gay degli anni ’20, si dichiarò pubblicamente omosessuale. Nello stesso anno uscì anche "Anja e Ester" una delicatissima storia d’amore tra due ragazze. 
Se si pensa che il pretesto per l’assassino di Ernst Röhm e dei vertici delle SA da parte di Hitler nel 1934 fu proprio l’omosessualità, si capisce che nel ‘33, con l’arrivo al potere di Hitler la situazione di Klaus si fece particolarmente pericolosa e Klaus seguì senza nessuna esitazione il padre in esilio. Era un ragazzo 26enne sensibile e fragile, ma fu uno dei più tenaci e coraggiosi avversari del nazismo. Il suo liberalismo era guidato da grandi ideali, era, in sostanza, un fede che per certi aspetti richiamava certi aspetti del socialismo. Affascinato dall’ideale cristiano, Klaus aveva amicizie profonde in ogni strato sociale e ad ogni livello culturale. Lui stesso ci racconta con la massima serietà degli amori fugaci con alcuni marinai del porto di Marsiglia. 
Amò senza essere ricambiato lo scrittore surrealista René Crevel e più tardi ebbe una storia di qualche anno con un giornalista americano Thomas Quinn Curtiss. Strinse amicizia fraterna con la scrittrice lesbica Annemarie Schwarzenbach, con André Gide, premio Nobel per le letteratura nel 1947, e con Jean Cocteau Accademico di Francia, autore di romanzi, di opere teatrali e regista cinematografico. Sia Gide che Cocteau erano dichiaratamente gay.
Un’opera di Klaus Mann è particolarmente nota al grande pubblico per via di una sua rielaborazione cinematografica, che vinse l’Oscar nell’80, ed è “Mephisto o la storia di una carriera”, in cui Klaus descrive la vicenda del suo ex-cognato l’attore Gustaf Gründgens, che aveva divorziato dalla sorella Erika nel ’29, e aveva venduto l’anima al diavolo pur di fare carriera nell’ambito del regime nazista. Ovviamente Gründgens non gradì affatto la pubblicazione dell’opera. Il figlio adottivo di Gründgens, negli anni ’60, si rivolse al tribunale e dopo sette anni di battaglie legali riuscì ad ottenere dalla Corte Suprema tedesca che il libro non fosse ristampato, ma dopo la sua morte il libro venne stampato nuovamente.
Nel 34 Klaus pubblica per una rivista di Praga un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” e compone una biografia romanzata di Piotr Illich Cajcovskij, anche lui omosessuale.
Nel 37 pubblica “Finestra con le sbarre” sugli ultimi giorni di Luigi di Baviera, il re di omosessuale che odiava la guerra e amava l’arte. Luchino Visconti ne trarrà un film, “Ludwig”, nel 1972.
Subito prima della guerra, in America, Klaus vive povero e solo, tenta il suicidio ma poi reagisce e quando gli Stati Uniti entrano in guerra si arruola ed  entra nel corpo dei Ritchie Boys, un gruppo speciale formato da ebrei e da fuoriusciti tedeschi, particolarmente addestrati alla guerra psicologica perché molto motivati e perfetti conoscitori della mentalità tedesca. Nel 1942 il soldato americano Klaus Henry Mann viene aggregato alla Quinta Armata che avrebbe combattuto in Africa e in Italia, prima della partenza Klaus Mann chiede di avere un colloquio con un cappellano militare cattolico perché intende convertisti al cattolicesimo abbandonando il luteranesimo, come risulta dalle lettere (“Briefe und Antworten” Lettere e Risposte). Sembra che l'incontro abbia effettivamente avuto luogo ma che il cappellano abbia rifiutato la conversione probabilmente a causa della omosessualità di Klaus.
In Italia Klaus viene impiegato come cronista di guerra a seguito della Quinta Armata, lavora con Rossellini come sceneggiatore di “Paisà”, finita la guerra va di persona a visitare gli orrori dei campi di sterminio nazisti.
Intossicato dai farmaci, nel 49 va a Cennes per disintossicarsi. Il 20 maggio dopo aver passeggiato a lungo sotto le pioggia, aspettando un certo Luois, ingoia una dose massiccia di barbiturici e il 21 maggio muore a 42 anni. Fu accusato di tutto, perfino di essere una spia di Stalin ma resta un personaggio di altissima nobiltà d’animo per chiunque abbia la capacità di capirlo, ma Paolo VI, nel definirlo il modello dell’intellettuale disperato del ‘900 che nella morte di Dio aveva condannato a morte l’uomo si è comportato verso di lui esattamente come il cappellano cattolico che gli aveva negato la conversione.
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sabato 21 gennaio 2012

GAY E LAVORO

Ciao Project,
ti scrivo per vedere che effetto fa, cioè che affetto fa a me, tanto non ci conosceremo mai. Non ne posso  più di vedere passare i giorni così uno appresso all’altro senza nessuna prospettiva, solo tempo che se ne va, di anni ne ho finiti 31 da un pezzo a vedo avvicinarsi i 32, che ho concluso nella mia vita? Laurea, grandi sogni, non gradi forse ma qualcosa mi sarei aspettato e invece il mio 110 e lode non è servito a nulla ormai sono anni che faccio di tutto, concorsi che non finiscono mai e per le cose più assurde, lavoretti di tutti tipi che nulla hanno a che vedere con la mia laurea e adesso da un po’ nemmeno quei lavoretti. In pratica un mucchio di promesse fasulle, tanta fatica e poi quasi niente. Potrei fare dei master, sarebbero altri soldi buttati e altro tempo sprecato, alcuni amici miei che li hanno fatti stanno a zero lo stesso, sarà il momento ma è così e poi a tutto questo bel po’ di cose ci aggiungo pure le frustrazioni sentimentali. Coi ragazzi più giovani di me non mi sento a mio agio, loro stanno passando adesso la fase dei sogni e delle pie illusioni, quando parlo con loro mi considerano uno sfigato che ha buttato la spugna. Con quelli della mia età la reazione è duplice: o sono sostanzialmente dei falliti come me e allora ci facciamo buona compagnia accusando di altri di essere ladri e imbroglioni o sono gente arrivata e non capisci nemmeno per quale ragione, qualcuno forse se lo merita ma certi proprio non sai come hanno fatto ad arrivare dove stanno perché anche a livello di competenze professionali fanno pena, e io con questa gente non ho nulla da spartire, mi sento orgoglioso e stupido nello stesso tempo. I gay sono arrivisti e disposti a vendere la madre pur di arrivare dove vogliono, almeno quelli che conosco io. Uno in particolare, di quelli ben piazzati che non ho mai capito come facessero a essere ben piazzati, mi fa sempre la paternale come se fossi un completo imbecille al quale bisogna insegnare ancora l’abbiccì del saper campare in società, e questo è uno dei meno peggio. Allora mi sono detto che se i gay arrivati sono così, io ne voglio uno sfigato come me e pure più sfigato di me che magari potrebbe essere umanamente un po’ meglio e almeno  non mi farebbe prediche sul farmi furbo e cose simili, che poi sarebbe un altro modo per dirmi che è maglio imbrogliare che essere imbrogliati. Ma chi mi dice che un gay sfigato e magari pure io stesso, una volta avuta la poltroncina buona non ci si vende l’anima e non si fa come fan tutti? Un’altra cosa che mi ha fatto strano del tuo forum è che secondo te i gay pensano soprattutto ai sentimenti, ma questa è una balla colossale, io ne ho visti di quelli che del loro ragazzo se ne fregavano alla grande e, passami il termine, se lo sarebbero venduto al migliore offerente pur di fare un passetto in avanti nella scala sociale. Io ho conosciuto ambienti gay, mica quelli dei locali o della gente sbandata, no, ambienti gay su, dove i ragazzi li mettevano proprio sotto i piedi, e non erano nemmeno quelli di 50 o 60 anni che li mettevano sotto i piedi, che quelli almeno un po’ di dignità ce l’avevano, ma quelli di 25 o 30 che si sentivano proprio i padroni e i ragazzi li vedevano solo come servi da attirare con la bella vita e da allontanare con un calcio in culo quando dicevano anche solo mezza parola che avesse un senso. Io questo ho visto, perciò la parola gay usata come la usi tu mi fa strano, ci saranno pure quelli buoni ma io non li ho ancora visti da nessuna parte, anche se realmente conosco forse solo un tipo di gay e li vedo nella competizione del lavoro e non mi piacciono per niente. Mi sento avvilito, Project, praticamente preso nel vortice di un mondo che dovrebbe essere il mio ma certe volte mi fa proprio schifo. È vero che sul lato etero la cosa è esattamene la stessa, non sono solo i gay che fanno schifo ma è il mondo nel suo complesso che fa schifo. Vorrei proprio ricominciare tutto da capo, con gente diversa, sono stufo dell’idea che tutto debba essere sempre e solo un compromesso con la propria coscienza e che ci si debba vendere per forza. Non sai quanto chi ha i soldi si approfitta di chi non ce li ha! E sto parlando di gay che si approfittano di ragazzi gay. Una cosa sola potrebbe migliorare la situazione di un ragazzo gay che non ha i miliardi ed è un lavoro vero che gli permetta di fregarsene di chi lo vorrebbe mettere sotto i piedi. Io non cerco l’amore, di queste cose non me ne frega niente, io vorrei solo un po’ di dignità e la potrei avere solo lavorando, ma un lavoro vero non lo trovo e ho sempre davanti agli occhi il mio perenne dover chiedere, parlo di chiedere lavoro, abbassando la testa di fonte a gente che stimo meno di zero ma che ha su di me quasi potere di vita e di morte. Io sono un professionista serio e un tipo, poco più che un ragazzo, mi ha detto facendomi un sorrisetto, quasi come se mi facesse una grazia, che mi avrebbe fatto avere un contrato a tre mesi perché esiste una “solidarietà fra gay” e io l’ho mandato a cagare lui e il suo contratto e non ha nemmeno capito il perché e mi ha vomitato appresso una valanga di insulti di una violenza inaudita! Ma perché uno non può avere la sua dignità? Perché la mancanza di lavoro deve diventare il sistema per schiavizzare la gente? Il primo problema di un gay, come di chiunque, è avere un lavoro e una dignità senza dover strisciare davanti a nessuno! Tutto il resto viene dopo!
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lunedì 10 ottobre 2011

ACCETTARE UNA IDENTITA’ GAY DOPO I 30 ANNI

In quest’ultimo periodo mi è capitato di ricevere diverse e-mail da parte di ragazzi più che trentenni che hanno in pratica cercato in ogni modo di mettere da parte la loro vera sessualità imponendosi una vita almeno formalmente etero o addirittura eliminando del tutto la dimensione sessuale dalla loro esistenza e cercando di realizzarsi attraverso il lavoro. Con alcuni di questi ragazzi ho anche parlato su msn e, nonostante le differenze biografiche, tra loro si riscontrano singolari consonanze di atteggiamenti di fronte alla omosessualità.
Un elemento assolutamente costante è l’idea che la propria omosessualità costituirebbe per i genitori una realtà traumatica e inaccettabile, ragion per cui l’argomento sessualità e in particolare l’omosessualità è accuratamente evitato in ogni situazione di possibile dialogo familiare. Si tratta di ragazzi gay non solo non pubblicamente dichiarati ma, salvo rarissime eccezioni, di ragazzi che non hanno mai parlato della loro sessualità con nessuno e per questo in una situazione di stress notevole. Lamentano tutti l’assoluta mancanza di amici e un senso di solitudine desolante al limite della depressione ma nello stesso tempo covano nel profondo sogni di evasione e meditano su possibili vie d’uscita. Alla fine prevale un atteggiamento fatalistico di rinuncia, ma non di rinuncia serena, ma invece di rinuncia per effetto di una specie di costrizione inevitabile, quasi una specie di maledizione biblica.
I possibili esiti di situazioni del genere, lasciate a se stesse, sono in pratica due: o lo scivolamento progressivo verso forme di vera depressione, di totale passività e di cronica malinconia, o la ricerca esasperate e rischiosa di soluzioni improbabili del problema, tramite quelle che a una persona che non conosce realmente la realtà gay, appaiono come le uniche vie verso una realizzazione di sé, parlo dei siti di incontri, delle chat erotiche e dei locali, che per ragazzi come quelli dei quali stiamo parlando sarebbero un ulteriore e insormontabile ostacolo con tutto un seguito di sensi di inadeguatezza e di frustrazioni.
Chiediamoci innanzitutto: che visione hanno questi ragazzi più che trentenni della omosessualità? La risposta è quasi automatica: ne hanno l’immagine che è stata loro trasmessa dall’ambiente familiare, in termini di disvalore, e l’immagine trasmessa dai media, in termini di comportamenti, tra l’altro le due immagini non sembrano affatto dissonanti e il giudizio negativo sulla omosessualità di conferma ulteriormente. Da lì a dire “io sono sbagliato” il passo è breve e “se poi mi sento comunque attratto verso quel mondo mi sento ancora peggio”.
Come in tutti i problemi di carattere psicologico, una volta individuata la causa, si comincia un lavoro di razionalizzazione e di presa di coscienza che parte dal fornire innanzitutto una visione realistica della omosessualità e, in particolare, di quella dei gay non dichiarati, che pur essendo invisibili, costituiscono la grande maggioranza degli omosessuali. Credo che tutti i gay abbiano chiara coscienza del fatto che ancora oggi, nel 2011, è estremamente difficile trovare informazioni serie sul tema e ancora più difficile è che la televisione affronti questi problemi fuori della logica del gossip. In pratica, per un gay non dichiarato, trovare notizie serie su come vive la maggioranza non dichiarata dei gay è quasi impossibile. La priorità va data quindi ad una informazione seria sul tema della omosessualità non in astratto, ma come rappresentazione di vissuto reale, perché solo così emerge il concetto di “omosessualità come normalità”. È ovvio che questo concetto non la lo stesso supporto sociale che ha l’idea di “eterosessualità come normalità” e quindi, per un gay non dichiarato, tanto più se molto chiuso nel proprio ambiente, l’idea di “omosessualità come normalità” non è affatto facile da interiorizzare. Molti gay, e lo dico con rammarico, sono tuttora convinti che la loro sessualità abbia qualcosa di intrinsecamente patologico, ed è proprio su questo che bisognerebbe lavorare prima che su qualsiasi altra cosa. Come si fa a rendersi conto che la omosessualità è una condizione normale di vita? Certamente le affermazioni di principio lasciano il tempo che trovano, c’è invece una strada naturale per arrivare a quella conclusione ed è avere la possibilità di conoscere ragazzi gay non dichiarati che vivono tranquillamente la loro vita, in coppia o no, ma la vivono serenamente dando alla loro omosessualità il senso non di una condanna ma di un valore che connota profondamente l’identità personale e dal quale non ci si vorrebbe staccare per nessun motivo. Permettetemi un esempio che potrebbe risultare strano per un gay ma in fondo è significativo: se una persona ha in mente che i cani sanno solo mordere c’è un solo modo per convincerla che con un cane si può avere un rapporto affettivo profondo ed è mostrare a quella persona come si può giocare con un cane e coinvolgerla direttamente nel gioco. La paura pregiudiziale si supera solo attraverso l’esperienza che dimostra che si tratta appunto di effetto di pregiudizi.
Per un ragazzo che non ha mai avuto amici e, a maggior ragione, non ha mai avuto amici gay, poter parlare con dei ragazzi gay in tutta tranquillità, con la garanzia dell’anonimato, rappresenta una svolta epocale. I pregiudizi cadono progressivamente attraverso la creazione di rapporti di amicizia. Ci vorrà un po’ di tempo ma alla fine ci si arriva.
Il muro della solitudine che rappresenta la prigione di questi ragazzi si sgretola quando essi si rendono conto di non essere soli, che ci sono moltissimi ragazzi che hanno vissuto e vivono tuttora problemi molto simili ai loro, che con quei ragazzi è possibile stringere rapporti di amicizia vera che non è finalizzata ad altro che allo stare entrambi meglio. Ogni forma di amicizia è uno scambio affettivo bilaterale.
Sono profondamente convinto sulla base dell’esperienza, e Progetto Gay me ne ha date molte conferme, che da soli non si sta bene, per stare bene bisogna sentirsi inseriti  in una rete di rapporti affettivi seri, come quelli della famiglia, delle amicizie e anche ma non esclusivamente quelli con il proprio ragazzo.  Le amicizie gay tendono a ricostruire l’immagine della omosessualità nella mente di un ragazzo che l’ha sempre vista come un disvalore. Le amicizie si possono costruire anche in chat, e possono benissimo non essere cose banali ma, ovviamente, le amicizie che si concretizzano in una conoscenza e in una frequentazione personale, anche se episodica, hanno certamente ben altro peso. Bisogna che i ragazzi che devono ricostruire la loro immagine della omosessualità si rendano conto che tutto questo non solo è possibile ma è addirittura facile. Capita che con i ragazzi del Progetto ci si incontri per una pizza o per una passeggiata in città, gli argomenti affrontati sono lo studio, il lavoro, la vita sociale, la politica,l’attualità e “anche”, se capita, qualcosa che ha a che vedere con l’omosessualità, che non è certamente l’argomento centrare della conversazione. La normalità di questi pomeriggi e di queste serate per certi ragazzi è sinonimo di banalità perché questi ragazzi non cercano una forma di amicizia e basta ma sono più o meno consciamente proiettati verso l’idea di trovarsi un ragazzo, cosa che, al limite, potrebbe pure accadere, ma non è assolutamente la regola. Amicizia significa poter passare una serata tranquilla tra amici, sapere che non si è soli, che gli altri ragazzi condividono con noi aspetti fondamentali della vita.
Vorrei riportare qui la mia esperienza diretta nel parlare con questi ragazzi. L’impressione che ho riportato pressoché sempre è di un forte disagio iniziale, come se si facesse forza a se stessi per portare avanti la conversazione, ma una volta rotto il muro della iniziale diffidenza il dialogo diventa serissimo e si capisce che corrisponde ad una esigenza profonda e repressa per moltissimo tempo. In pratica attraverso msn questi ragazzi si rendono conto che la realtà gay è una cosa seria della quale non si deve avere paura, che con un gay si può parlare benissimo e, anzi, è in grado di capirti come altri non potrebbero fare, parlo in particolare di psicologi o psicoterapeuti che non sono omosessuali e che trattano anche di omosessualità a livello professionale. Osservo spesso che questi ragazzi tendono ad accentuare molto il peso di questioni che non sono di fatto i problemi di fondo di un gay, tendono ad andare indietro nel loro passato alla ricerca della causa della loro omosessualità e si stupiscono quando cerco di mettere in chiaro che bisognerebbe ricercare invece la causa della rimozione della loro omosessualità.
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martedì 13 settembre 2011

LA NORMALITÀ DELLA VITA DEI RAGAZZI GAY

I gay si trovano spesso a dover fare i conti con l’ignoranza e il pregiudizio nei loro confronti. Ignoranza e pregiudizio costituiscono un binomio strettamente connesso fatto di non sapere e di credere di sapere. Poche persone etero hanno un’idea realistica di che cosa significhi l’essere gay, confondono l’omosessualità con l’effeminatezza e le attribuiscono una serie di caratteristiche che nulla hanno a che vedere con la realtà, la questione è, per loro, puramente accademica o tocca al massimo qualche loro conoscente, sapere non è quindi per loro nemmeno necessario, le risposte che si trovano nel cinema, nella cronaca e in televisione vengono recepite acriticamente e vanno a costituire la base del pregiudizio, cioè del giudicare una realtà senza conoscerla. Va tenuto presente che perfino la comunità scientifica ha considerato per moltissimi anni l’omosessualità una patologia, oggi le cose sono formalmente cambiate ma è innegabile che il pregiudizio resta comunque  fortemente radicato anche nella comunità scientifica, che è fatta di uomini e di donne che, pure occupandosi di scienza, hanno, come tutti, il loro bagaglio più o meno pesante di pregiudizi. Mi astengo deliberatamente da qualunque riferimento a persone o fatti specifici. Ma ci sono anche grandi istituzioni come la Chiesa Cattolica, che contribuiscono a sottolineare la dimensione patologica della omosessualità con espressioni nettissime che si trovano in documenti ufficiali, che la definiscono come “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”,“mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. Anche qui mi astengo dal commentare perché queste espressioni si commentano da sole, mi vorrei invece soffermare sul fatto che, in questo caso, la scusante dell’ignoranza non regge e si tratta di affermazioni volute in modo determinato e consapevole, anche contro il punto di vista ufficiale della comunità scientifica. Si tratta, in fondo, di una scelta oscurantista, cioè di un rifiuto a priori di aprire gli occhi sulla realtà, anche questa è una forma di ignoranza ma di ignoranza consapevole innalzata al rango di valore.  Quali sono le conseguenze di tutto questo? Purtroppo le vedo ogni giorno. Ragazzi cresciuti in famiglie in cui il pregiudizio è diventato una assunzione di principio finiscono per interiorizzare il pregiudizio sulla omosessualità, sono portati a svalutare tutti i fatti e i comportamenti che sono segno di orientamento omosessuale e tendono invece a sopravvalutare qualunque elemento possa loro sembrare un segno di orientamento etero. In questo modo l’adolescenza si trascorre tra dubbi, paure e tentativi di farsi coinvolgere comunque in storie etero che non soddisfano, tutto questo accentuato dal fatto che non è possibile nessuna forma di dialogo minimamente serio con i genitori su questi temi, che la scuola non fa che rafforzare i pregiudizi e che manca del tutto qualunque forma di educazione sessuale che prenda in considerazione anche l’omosessualità. Il risultato di tutto questo è una serie infinita di sensi di colpa legati al fatto di vivere l’omosessualità come vizio, attraverso la pornografia e la masturbazione, come patologia e come devianza contro la quale non si riesce a fare nulla che in qualche modo risulti efficace. È il meccanismo tipico dell’auto-repressione, del “non voglio essere gay”, delle scelte razionali che tentano di frenare l’istintività, della lotta con se stessi, degli esperimenti sessuali per cercare di avvalorare l’idea di essere etero ma, purtroppo, dato che in queste condizioni è di fatto impossibile vivere una omosessualità affettiva innamorandosi di un ragazzo, la visione distorta della omosessualità si radica al punto che diventa difficilissimo viverla come normalità e la si vive solo come trasgressione sessuale. Da qui in poi le possibili strade sono due: mettere in piedi una dubbia storia etero e arrivare fino al matrimonio sperando (in modo del tutto irrealistico) che un matrimonio senza amore o con una dimensione affettiva priva di una corrispettiva dimensione sessuale, significhi superare di fatto l’omosessualità, oppure fingere con gli altri e spesso anche con se stessi di non avere incontrato la donna giusta. Al livello privatissimo  dalla pornografia si passa ai siti di incontri e alle chat erotiche con tutti i rischi per la salute che possono comportare, si pensa di potere, anzi di dovere, darsi da fare per vivere una sessualità gay che di fatto ha perso del tutto la dimensione affettiva. In sostanza una educazione basata sul pregiudizio trasforma l’omosessualità, che per se stessa potrebbe essere vissuta come perfetta normalità, in un vissuto nevrotico che può comportare stati di sofferenza psichica profonda.
Il punto di svolta sta nell’arrivare a capire che l’omosessualità è una forma di normalità, che essere gay non vuol dire affatto essere condannati a non realizzarsi, che essere gay non ha nulla a che vedere con i modelli che la gente crede gay ma è un modo di amare, che l’omosessualità comporta dimensioni affettive profonde, che crea legami umani che possono essere serissimi e possono durare tutta la vita, in sostanza che essere gay è una condizione che deve essere riempita di umanità, deve essere valorizzata, deve essere capita e accettata come un valore fondamentale che caratterizza una persona e la rende quello che è. Non è certo l’unico valore di un individuo ma è uno dei valori che lo contraddistinguono in modo più profondo. Essere gay non significa fare sesso con un ragazzo ma “innamorarsi” di un ragazzo, vedere in quel ragazzo il proprio completamento umano, sentirne la prossimità affettiva come essenziale.
La normalità della vita dei ragazzi gay si rivela soprattutto nei rapporti di amicizia che ci sono eccome e sono cose nello stesso tempo semplici e belle. Parlo qui di amicizia vera che consiste nel creare una fiducia reciproca che favorisca il confronto senza pregiudizi, che dia la possibilità di parlare apertamente di sé a chi è in grado di capire fino in fondo e ha vissuto o sta vivendo esperienze molto simili. L’amicizia tra ragazzi gay non è, come la gente spesso pensa, un primo approccio per arrivare a un contatto sessuale ma ha un valore grandissimo che permette di rompere il muro della solitudine e dell’isolamento e di creare un rapporto autentico. Se tanti ragazzi gay invece di andare in cerca del loro ragazzo ideale comprendessero il valore del coltivare amicizie serie, molto probabilmente starebbero molto meglio con se stessi e sarebbero capaci di affrontare con maggiore tranquillità le prove cui sono chiamati sul terreno sociale e familiare. L’amicizia dà il senso dell’accettazione, crea un ambiente comunicativo sereno e gradevole e non ha fini strumentali. Non si cerca di avere amici per nessun altro scopo che non sia la gradevolezza dell’amicizia stessa. Condividendo parte del proprio tempo con i propri amici gay ci si rende conto della realtà della loro vita, della normalità della loro vita e, direi, anche del loro disagio, quando c’è una forma di disagio.
Il mondo gay visibile presenta spesso ai ragazzi dei modelli facili di realizzazione di sé, in cui si tende a sostituire alla costruzione di rapporti di amicizia vera a due, dei rapporti basati su una appartenenza di gruppo che si sostanzia di riti collettivi e di conformità di comportamenti. Una cosa bisognerebbe non dimenticare mai e cioè che per vivere bene qualunque cosa, e in particolare la sessualità, ci vuole un impegno morale di fondo, non si tratta di un gioco o di un diversivo, ma dei livelli più profondi della vita individuale. La moralità dell’essere gay non è un principio astratto ma una forma di impegno individuale verso se stessi e verso gli altri. Su questa base è possibile costruire rapporti affettivi solidi, questa dovrebbe essere la normalità dell’essere gay. La capacità di resistenza dei gay sta proprio nel non lasciare che ciò che nasce come una forma d’amore si trasformi agli occhi degli stessi gay in qualcosa di patologico o in un vizio per effetto del pregiudizio sociale interiorizzato. Troppi ragazzi gay sono ancora convinti che, in fondo, la loro sessualità sia solo un problema del quale vorrebbero fare a meno, se potessero, troppi ragazzi sono ancora convinti che l’intrinseca bontà morale di qualcosa si identifichi con l’approvazione sociale o con l’approvazione della famiglia. Per un ragazzo gay il primo passo verso la conquista di una autentica serenità interiore consiste nel superare del tutto la concezione della omosessualità come vizio o come patologia e nel restituirle la sua dignità originaria di modo di amare. È ovvio che per chi considera l’omosessualità come un vizio o come una condizione patologica  da reprimere sarà impossibile viverla come un valore, cioè per quelle persone l’omosessualità resterà causa di sofferenza e i tentativi di vivere comunque una vita etero non faranno che accentuare il senso di sofferenza che non viene dalla omosessualità ma dal tentativo di reprimerla. È proprio su questi meccanismi che può incidere il fatto di avere amici gay e di prendere atto della normalità della loro vita. Se identifichi l’essere gay con un insieme di comportamenti nei quali non ti riconosci, per te, ovviamente, l’essere gay costituirà sempre un problema, se invece comincerai a renderti conto che la realtà del mondo gay, cioè la vita della stragrande maggioranza dei ragazzi gay, ha moltissimi aspetti in comune con la tua vita, allora comincerai a sentire l’essere gay come una condizione di vita normale e comincerai a vivere la tua affettività e la tua sessualità come un valore e non come un vizio. Vedo ogni giorno quanto senso abbia nella vita dei ragazzi gay il sentirsi finalmente meno soli, il potersi confrontare in modo serio con persone in grado di capire e penso realmente che per un gay avere veri amici gay sia un elemento essenziale. È ovvio che anche questo richiede un impegno ma i livelli di gratificazione affettiva che ne possono derivare sono notevolissimi.
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venerdì 18 giugno 2010

GAY CHE REAGISCONO

Ciao Project,
sorvolo sui complimenti e cerco di entrare subito in argomento. Sono un 25enne direi piuttosto soddisfatto della sua vita, almeno negli ultimi due anni, perché da due anni sto con un ragazzo che la vita me l’ha cambiata. Noi gay abbiamo tutti (o quasi) un enorme difetto e cioè ci piangiamo addosso a livelli incredibili: sono gay o non sono gay? Oddio sono gay! Come faccio a campare? Ecc. ecc.. Anche io ho fatto così in pratica fino a due anni fa, avevo paura, pura della mia ombra e mi facevo un sacco di complessi, poi ho conosciuto Paolo e tutte le mie elucubrazioni se ne sono andare a zampe all’aria. Lui era più forte di me, cioè aveva più carattere. Ci siamo conosciuti all’università, proprio casualmente, abbiamo cominciato a parlare. Dopo un mese abbiamo cominciato a parlare anche di cose gay. Io mi sono sentito autorizzato a cominciare con lui la solita litania di lamentazioni, quella che non avevo mai fatto con nessuno  ma che credevo mio diritto poter fare con lui, ma mi ha fermato subito e mi ha detto: No! Così non va! Niente lagne! Io ho continuato per parecchi minuti. Siamo andati alla fermata del tram. È passato il tram che andava dalla parte sua ma lui di solito aspettava che passasse prima il mio, io davo per scontato che sarebbe successo così anche quella volta, ma quando il suo tram ha aperto le porte lui è entrato mentre io stavo ancora parlando e sono rimasto lì come una baccalà, neanche mi ha salutato. Lo avrei ammazzato! Mi ha chiamato dopo pochi secondi e mi ha detto: Ti sei spaventato eh? Se continui lo faccio veramente! Vieni alla fermata successiva io sto scendendo. Io sono andato di corsa alla fermata successiva e lui mi ha abbracciato davanti a tutti (un po’ imbarazzante!) e mi ha detto: Niente lagne, ok? Io ho fatto cenno di sì con la testa, poi ha cominciato a dirmi che non dovevo perdere tempo con gli esami, lì per lì mi sono sentito piccato, poi  ci ho ripensato. Non facciamo la stessa facoltà (purtroppo) e adesso è troppo tardi per cambiare. In pratica ha preteso che io andassi a studiare da lui, ma da lui vuol dire a casa sua dove ci sono i suoi (che non sanno che è gay). Io mi sono sentito imbarazzatissimo ma ci sono andato. Pensavo che mi permettesse anche di giocare un po’ ma mi ha messo al tavolino a fare esercizi, io da una parte e lui dall’altra, ciascuno studiava per conto suo. Ho cominciato effettivamente a lavorare sugli esami, d’altra parte non potevo scappare. Mi ha imposto orari ai quali non ero abituato, dalla mattina alle 8.00, facevamo colazione insieme al bar prima delle 8.00, fino alla sera alle 21.00 con solo 30 minuti di pausa pranzo. Dopo una settimana così pensavo che almeno il sabato mi avrebbe mollato e invece mi ha fatto studiare anche il sabato, però la domenica è stata una delle più belle giornate della mia vita. Siamo andati al mare, abbiamo preso una cabina e vabbe’, il resto te lo puoi immaginare. Non mi sono mai sentito meglio di così, ma non tanto per il sesso ma perché non mi ha permesso di andare a fondo. Cioè si è preso cura di me in tutto, come non aveva mai fatto nessuno. Dopo un anno mi sono rimesso in pari con l’università e tra poco finisco la specialistica. Non ho fatto più la lagna con lui e con nessun altro. Adesso penso che se una cosa la vuoi fare seriemente e sei disposto a impegnarti a fondo ci riesci eccome, prima parlavo di destino, di sfortuna e di cose del genere che adesso mi sembrano assurde. Forse non capisco la vera vita dei ragazzi che si abbandonano alle malinconie però facevo così anche io, ho riletto certe cose che scrivevo anni fa e mi sembrano proprio assurde. Le malinconie non si risolvono andando a caccia del perché ma facendo cose concrete e evitando di impegolarsi dentro i propri ragionamenti. Spero, da qui a due anni di poter andare a vivere col mio ragazzo, a 27 anni, lo so, non sono pochi, ma a 27 anni penso di poterci arrivare concretamente, a me sembra una cosa fondamentale. Certo, se non lo avessi incontrato penso che starei ancora adesso a lamentarmi di questo e di quello e mi sarei fatto divorare dalle malinconie e della solitudine, però l’ho incontrato e l’ho incontrato quando oramai stavo proprio per gettare la spugna, non ci credevo più che avrei trovato un ragazzo che mi avrebbe voluto bene veramente e invece è successo. Però devo dire che pure io cerco di fare di tutto per lui per fargli capire che per me è proprio la metà della mia vita. Insomma, Project, diglielo ai ragazzi, cerca di farglielo capire in tutti i modi che non si devono perdere d’animo! Se pensi che sia utile, pubblica questa mail, io l’ho scritta per cercare di trasmettere un po’ di coraggio a tanti ragazzi del forum che vedo un bel po’ giù di corda.
Grazie per tutto quello che fai, Project! Un’ultima cosa, questo è il mio msn [omissis] mi piacerebbe fare due chiacchiere con te.
Andrea
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domenica 15 giugno 2008

DIGNITÀ GAY

Ciao Project,
mi permetto di chiamarti così e di darti del tu come fanno tutti, a quanto vedo. Complimenti per i blog e per il forum, ultimamente ci ho passato tantissimo tempo perché volevo capire la vita degli altri ragazzi gay. Un po’ un’idea me la sono fatta. Però adesso la cosa che mi complica di più la vita non è l’essere gay, che sono così lo so in pratica da quando ero piccolo, il mio vero problema (ma forse non è un problema) è che di recente ho dato una svolta radicale alla mia vita perché a casa mia, o meglio a casa dei miei, mi sentivo spiato. Io ho fatto da qualche mese 18 anni e pensavo che avrei avuto diritto ad un po’ di privacy e invece non ne ho avuta nemmeno un po’. I miei sono relativamente giovani 41 anni mio padre e 39 mia madre, quindi in teoria un po’ di dialogo ci potrebbe pure essere, non sono bigotti e in tante cose come uscire la sera o stare a dormire dagli amici non mi hanno mai creato problemi, e poi sono di sinistra, parlano sempre della libertà di questo e di quello ma della libertà dai gay no! Una volta un paio di anni fa stavo con loro e con un gruppo di amici di papà ed è venuto fuori il discorso sui gay, mentre gli altri sembravano veramente gente che pensa che tra un gay e un etero non c’è differenza, per mio padre non era così, ci metteva i se e i ma e a me la cosa dava enormemente fastidio. Ma questo era due anni fa e allora che io fossi gay lo sapevo solo io e loro di sicuro non lo sospettavano minimamente. Nel mese di febbraio di quest’anno sono cominciati a uscire i soliti discorsi: “i tuoi amici hanno tutti la ragazza” ma così solo accennato, senza nemmeno aggiungere il seguito, tanto il seguito si capiva benissimo, io sono stato preso alla sprovvista e ho reagito in modo un po’ imbarazzato. Da questo credo siano cominciati i sospetti e la caccia alla streghe. Apparentemente era tutto come prima, ma qualche cosa di strano nei discorsi e nel tino della voce la notavo e non mi piaceva proprio. Avete qualcosa da dire? Beh, allora forza! Fatelo apertamente! Ma le ipocrisie non le sopporto proprio! Project, tu devi capire che io a casa mia non ho mai avuto nulla di gay se non nel computer. Fino a pochissimo tempo fa non avevo nemmeno un computer mio e accedevo a internet da quello di papà e quando loro hanno cominciato a sospettare io usavo ancora il computer di papà, che risultando amministratore, poteva accedere a tutti i file, anche i miei, pure se erano protetti da password. Dopo il discorso sui miei amici che hanno la ragazza, cosa che mi aveva messo parecchio in allarme, sono andato subito nel computer e ho eliminato tutti i file anche più vagamente gay. Io li tenevo tutti in una cartella speciale dove era scritto “Esercizi di Matematica”, però evidentemente qualche volta, nella fretta di chiudere tutto, perché quando i miei arrivavano a casa all’improvviso non mi dovevano trovare su siti gay, devo avere sbagliato e devo avere lasciato un file “vagamente gay” (poi ti dico di che cosa si tratta perché la cosa ti riguarda) fuori dalla cartella, quindi quando ho cambiato i contenuti della cartella e ci ho messo effettivamente degli esercizi di matematica che tenevo altrove, ho dimenticato di cancellare il file “vagamente gay” che era rimasto fuori. Che cosa intendo con “vagamente gay”? Intendo niente foto, niente video, e qui vengo al tuo forum, in pratica avevo fatto una copia del post “Come ho capito di essere gay” perché mi piaceva troppo. Io, dopo avere cancellato il contenuto della cartella “Esercizi di Matematica”, mi sentivo tranquillo e siccome secondo me nel computer non c’era più materiale gay, ho cominciato ad adoperarlo anche quando c’erano i miei, cosa che prima non facevo mai. Un po’ di tempo dopo il discorso degli amici che hanno la ragazza apro il computer (io avevo cancellato ovviamente tutta la cronologia), la cronologia era vuota, secondo me segno evidente che nessuno ci aveva messo le mani, ma poi vado sui file recenti e mi vedo al primo posto “Come ho capito di essere gay”. Mi è cascato letteralmente il mondo addosso, ho provato una sensazione orribile, proprio quella di essere sputtanato di brutto, come se fossi un ladro beccato sul fatto, di essere spiato da mio padre che era arrivato a capire. Ti giuro Project, una sensazione orribile. Se te lo voglio dire, te lo devo dire io! Ma non devi essere tu a spiarmi, una cosa del genere è vergognosa. Vebbe’ ci sono stato malissimo. Io mi aspettavo che da lì a qualche ora sarebbe arrivata la resa dei conti, oramai ero deciso e glielo avrei detto comunque, tanto sputtanato ero e non avevo nulla da perdere, era il 21 di Marzo (primo giorno di primavera e avevo appena compito 18 anni), quel giorno non lo scorderò mai perché ha segnato il mio divorzio totale dalla mia famiglia. Contrariamente alle previsioni, mio padre, quando è tornato a casa, non ha detto nulla e io l’ho odiato per questo e ha fatto come se non fosse successo nulla, praticamente dal 21 di Marzo tra me e i miei non c’è stato più nessun rapporto serio, solo ipocrisie. Ah, mi ricordo adesso una cosa importante, quando avevo fatto 18 anni (primi di Marzo) e loro già sospettavano qualcosa mi avevano proposto di fare una festa a casa e io li avevo mandati a quel paese (Project, avevo scritto un’altra espressione ma l’ho tolta per rispetto a te!), con educazione cioè con ipocrisia perché la festa a casa serviva per spiarmi in situazione e solo per questo. I miei sono di buona condizione economica e, forse inconsciamente ma forse no, hanno pensato di essere molto importanti per me almeno da quel punto di vista. Beh, io dei loro quattrini e delle loro ipocrisie non ne volevo sapere più nulla. Io sono un ragazzo gay, sono solo e forse rimarrò per sempre solo, il mio problema non è trovarmi un ragazzo, campo bene pure da solo, il mio problema è essere libero, non dipendere da nessuno e meno che mai da mio padre e mia madre. Ho cominciato a fare qualche lavoretto il pomeriggio, lavoravo dalle 15.00 alle 20.00 in una pizzeria a preparare tutto il materiale per i cuochi, per la sera, mi davano 500 euro al mese, ma erano soldi miei. I miei non sapevano dove andavo il pomeriggio, ma io andavo a lavorare, e a fare un lavoro che a loro sarebbe sembrato assolutamente inaccettabile, ma per me era la liberazione, tornavo a casa morto di stanchezza, perché mi facevano lavorare duro, e mi mettevo a studiare, a scuola ho perso colpi, prima ero bravo, poi mi sono accontentato del passabile, però mi sentivo libero. Non ho più chiesto soldi ai miei né per i vestiti né per le scarpe, pagavo tutto da me, compravo solo cose di pochissimo prezzo, ma erano mie! Sono arrivato a comprarmi un computer portatile perché quello di mio padre non lo avevo usato più e finalmente ci ho schiaffato dentro tutto quello che volevo, ci ho messo mille password e l’ho lasciato sempre in giro. I miei non capivano chi mi avesse dato i soldi per comprare il computer e si stavano preoccupando, non lo so, loro pensavano che mi prostituissi o che avessi trovato un amante molto più grande di me che mi faceva regali costosi, ma io li ho lasciati friggere e ho risposto solo: “Sono affari miei”. Mio padre ha avuto l’alzata di ingegno di fare la voce grossa: “Finché stai qui noi dobbiamo sapere che vita fai!” Io ho ingoiato perché non potevo ribattere ma mi sono dato da fare, ho insistito alla pizzeria e mi hanno perso a fare il cameriere, lavorando tutte le sere dalla 19.00 alle 24.00 e la domenica tutta la giornata dalle 10.00 alle 24.00 mi danno 900 euro, ma sono cose regolari, è un lavoro da massacro e certe volte la sera non mi reggo in piedi, ma riesco a sopravvivere da solo, tramite la pizzeria mi hanno fatto conoscere una signora che affittava un monolocale in periferia a 400 euro al mese, un posto un po’ squallido, all’ultimo piano, senza ascensore, con davanti un pezzo di terra che sembra una discarica, ma è mio! Quando ho concluso il contratto di casa sono andato a casa dei miei, ho fatto le valigie e me ne sono andato senza dire niente a nessuno. Non mi hanno nemmeno chiamato al cellulare, poi ho saputo che del fatto che lavoravo alla pizzeria l’avevano saputo da amici loro che io non conoscevo e a loro è bastato questo per tranquillizzarsi. Adesso, da quando è finita la scuola, faccio anche altri lavoretti e faccio anche due turni alla pizzeria e devo mettere da parte un po’ di soldi perché l’anno venturo ho la maturità e dovrò studiare di più e quindi potrò lavorare di meno. Adesso il mio appartamentino è caruccio, me lo sono tutto ripulito che pare un gioiellino. C’è anche un bel terrazzo, più grande della casa, e ci ho messo qualche piantina. Project, ti dico una cosa assurda, mi piacerebbe tanto che tu potessi venire a vedere “casa mia”. Non lo se se io troverò mai un ragazzo, penso che succederà (e forse è già successo, ma ci vado piano) ma lo voglio serio, lo voglio con le palle, a me la gente che si lamenta e basta non piace proprio. Adesso un ragazzo che mi piace c’è, è uno che lavora nella pizzeria, è arrivato da poco, è un po’ più grande di me, ha 21 anni, si chiama Luca, io sono andato a lavorare per rabbia, lui lavora per necessità perché la famiglia sua non sta tanto bene a quattrini. Quando siamo sul lavoro io e Luca non possiamo parlare, però abita non molto lontano da casa mia e quando finiamo il turno prendiamo il notturno insieme e lì si chiacchiera un po’. È molto timido per avere 21 anni ma è un bravissimo ragazzo, non so se è gay o non è gay, ti giuro, per me l’importante non è portarmelo a letto, ma che mi voglia bene e lui me ne vuole e io lo sento. Una mattina è venuto a casa mia, mi ha fatto tantissimi complimenti e io sono stato felice, e poi ha un suo modo di sorridere, una gentilezza d’animo, una dolcezza di fondo che per me innamorarmi di lui è la cosa più naturale del mondo. Io ho un sogno, che in quella casetta ci si possa anche vivere in due. Lo so che lui deve lavorare per tirare avanti la sua famiglia, una volta sono stato anche a casa sua e mi hanno accolto benissimo e sono felice per lui perché ha avuto la fortuna di avere una famiglia come di deve. Lo sai, Project, io al sesso non ci penso proprio, a parte il fatto che arrivo alla sera distrutto, non ci penso perché sto bene così, io ho vicino Luca e mi basta, che sia come amico e che non sia il mio ragazzo non me importa veramente nulla e anche lui è felice quando sta con me, parliamo tantissimo, mi ha anche raccontato di una storia con una ragazza di due anni fa, ma ha voluto aggiungere che non era una cosa che sentiva veramente. Io non gli dico mai nulla di troppo impegnativo, gli dico che sono contento di poter parlare con lui e che siamo amici, una sola volta gli ho accennato che nella casetta ci si potrebbe stare anche in due e mi ha detto che piacerebbe anche a lui e mi ha fatto un bellissimo sorriso. Project, adesso mi sento felice, ma proprio nel senso profondo del termine, lavoro fino a scoppiare ma ho cominciato a fare la mia vita e indubbiamente l’idea della vita in due, della vita seria in due sarebbe proprio il massimo della felicità, ma deve essere con Luca, se con lui non sarà possibile resto solo. Project, lo sai che mi ha fatto piacere scriverti? Il mio contatto msn è [omissis], aggiungimi, così possiamo parlare un po’, in fondo mi manca parlare seriamente con persone della tua età e penso che mi potresti capire e poi, te l’ho detto, mi piacerebbe tanto che tu vedessi la mia casetta, magari avervi a cena tu e Luca! Però noi lavoriamo tutte le sere fino a mezzanotte, mi sa che ci dovemmo accontentare della colazione della mattina. Tu che dici? Si potrebbe fare? Ti mando pure una foto mia e di Luca, quella però non la pubblicare.

Un abbraccio.

Tuo Alberto

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sabato 1 marzo 2008

PORNOGRAFIA E SESSUALITA’ GAY VERA

Io uso un nickname tipicamente gay senza però sottolineature marcatamente sessuali. Molto spesso, quando vengo chiamato in chat, dopo la classica domanda “da dove chiami?” segue pressoché immancabilmente la domanda “attivo o passivo?” Ma ci sono persone che mi chiedono “che cosa ti piace fare?” oppure mi sciorinano le cose che loro “fanno” e mi chiedono se voglio “provare” questo o quell’altro. Quasi sempre o prima o dopo queste domande segue la domanda “hai la cam?”, spesso segue la proposta “ti mando delle mie foto” oppure “vieni sul mio sito”, oppure “ecco il mio cellulare chiamami”.
Non mi soffermo qui sui rischi evidenti che si intravedono dietro queste proposte, rischi di entrare in contatto con giri di prostituzione, che non sono questioni di sessualità libera ma di criminalità allo scopo dello sfruttamento economico di quelli che ci finiscono in mezzo.
Ma mettiamo da una parte la dimensione rischio e ipotizziamo che dall’altra parte ci sia realmente e solo un ragazzo in cerca di sesso. Nella maggior parte dei casi, questo ragazzo si qualificherà come etero, non come gay, o al massimo come bisessuale, e dirà che gli piace fare sesso sia con gli uomini che con le donne. I discorsi di questi ragazzi circa il sesso non prendono mai in considerazione l’affettività ma vedono la sessualità solo come un divertimento spesso realmente compulsivo, del quale cioè non riescono a fare a meno tanto che cercano un partner qualunque in internet.
In casi molto rari, dopo un approccio brutalmente sessuale, i miei interlocutori si calmano e riescono, almeno per qualche minuto, a mantenere un dialogo di tipo meno ripetitivo, ma la stragrande maggioranza, quando non trova le risposte che si aspetta cerca di capire chi sono e perché il mio comportamento è anomalo. Alcuni credono che si un prete, qualcuno mi chiede se sono un poliziotto e subito dopo chiude la chat senza nemmeno attendere la risposta.
Da queste chat riporto in genere quasi sempre la medesima impressione, ossia quella di trovarmi davanti a ragazzi gay frustrati che non hanno mai avuto la fortuna di rendersi conto di che cosa sia la sessualità gay nel senso serio della parola. In sostanza questi ragazzi si sono formati alla scuola della pornografia e purtroppo ne hanno assimilato i modelli molto profondamente. Se questi ragazzi si troveranno a vivere un rapporto affettivo forte con un altro ragazzo gay, la loro interazione sessuale sarà pesantemente condizionata dai modelli che hanno assimilato, che in ogni caso spingeranno la sessualità verso una ritualità, verso una ripetitività imitativa di quel modelli, con la pregiudiziale svalutazione dei comportamenti sessuali non standard o di quelli di basso profilo che costituiscono invece la realtà più profonda della sessualità gay.
Conosco diverse coppie gay, anche se non moltissime, si tratta di vere coppie gay, cioè di ragazzi che si vogliono bene e che hanno fatto una scelta seria di sessualità esclusiva. Vivere in una coppia gay significa che la sessualità si vive soltanto con il proprio compagno e che la promiscuità è esclusa. A parte lo sostanziale eliminazione dei rischi di malattie sessualmente trasmesse che deriva dalla monogamia, cioè dall’avere un solo partner sessuale, la fedeltà nel rapporto di coppia indica che i due ragazzi hanno operato la scelta di costruire una vita realmente in comune, spesso a costo di pesantissimi sacrifici per vincere le difficoltà ambientali.
Quali modelli di sessualità hanno i ragazzi che vivono in coppie gay stabili? La risposta, che a parecchi potrà sembrare un’affermazione di principio e che è invece dedotta dall’esperienza, è una sola: quei ragazzi non hanno modelli di sessualità gay, non vivono una sessualità ritualizzata, centrata sull’idea del fare questo o quell’altro, non identificano la sessualità con una forma di divertimento quasi di tipo egoistico, ma come una forma di comunicazione rivolta all’altro, come una forma di ascolto, attento, prudente, affettuoso delle necessità dell’altro. Molto spesso tra questi ragazzi domina la dimensione delle coccole generiche, del contatto fisico non necessariamente genitale, della carezza, dell’abbraccio, del bacio di tenerezza. Parlando con questi ragazzi mi sono sentito dire che si trovano ancora (anche ragazzi di 40 anni) in imbarazzo nella ricerca di un momento di intimità sessuale, nel timore di urtare la suscettibilità del loro compagno. Uno, in particolare, un quarantenne innamorato in modo profondissimo del suo compagno, mi diceva che col suo ragazzo, che ha 37 anni, non sapeva mai come comportarsi e non diceva nulla, ma il suo compagno quando era il momento giusto andava a sedersi vicino a lui e gli appoggiava il capo sulla spalla.
All’interno delle coppie gay che si amano realmente, la sessualità più diretta è diluita nel tempo, è intervallata da momenti di tenerezza e di silenzio in cui domina la percezione fisica della presenza dell’altro, al di là di qualunque ritualità, in questo quadro non ci sono regole, non ci sono cose da fare perché la percezione profonda dell’unione di due vite è per se stessa appagante e la sessualità ne segue in modo spontaneo. In questa dimensione non ci sono limiti né regole perché c’è un amore reciproco che è l’unica guida sicura della vita sessuale. Io penso che se al posto della pornografia si offrissero ai ragazzi dei modelli di sessualità di questo tipo, questi ragazzi potrebbero capire in modo molto più serio che cosa significa essere gay e potrebbero provare veramente la soddisfazione di amare il loro ragazzo anche sessualmente, in modo totalmente reciproco e appagante.
Se volete, potere partecipare alla discussione su questo tema aperta sul FORUM PROGETTO GAY:
http://progettogay.forumfree.net/?t=25671331

venerdì 29 febbraio 2008

PROSTITUZIONE GAY E POTERE

Ciao Project,
mi chiamo Ciro ho 31 anni, ho dato un’occhiata al blog e mi è piaciuto però una cosa ci manca che invece nella realtà c’è e, se tu non la racconti, dai ai ragazzi l’idea che il mondo gay è il mondo delle favole, mente non lo è affatto. Tu hai dato tanto spazio alle storie pulite, ai ragazzi giovani... e hai fatto bene, ma non ti dimenticare che i gay di cui parli tu sono solo una parte della realtà, e non è nemmeno una questione di vivere in un modo o nell’altro il sesso. E’ proprio una questione di vera e propria delinquenza. E’ tutto mascherato, è ovvio che tu non riuscirai mai a dimostrare come stanno le cose. In genere non c’è violenza fisica ma io ho visto ragazzi che ne sono usciti a pezzi perché una forma di violenza in un modo o nell’altro l’hanno subita e l’ho subita pure io. Non è vero affatto che i gay sono solidali e che si vogliono bene, forse capita ai ragazzi che conosci tu ma quello che vedo io è completamente diverso. Non è questione di gay e di etero ma di servi e padroni. Questa è la realtà. Se c’è gente più forte di te, ti schiaccia. Chi ha i soldi è il padrone, se il padrone è etero si compra le ragazzette, se è gay si compra i ragazzetti ma mica per volergli bene, mica per fare un po’ di sesso con loro... no! ma solo per dominarli, solo per metterli sotto i piedi, per ricattarli, per giocare con la loro ingenuità... perché ci sono ragazzi di 20 anni che si credono intelligenti, sono bei ragazzi e loro pensano di essere più furbi degli altri e di avere trovato la chiave per arrivare dappertutto. Ma che ti credi che loro adoperano la parola “prostituzione”, questo non succerà mai. Quelli, del boss loro, dicono “io gli piaccio” e te lo dicono con un’aria che ti fanno pena, perché non sono affatto più furbi degli altri e dove si vanno a cacciare non se lo immaginano nemmeno. E il boss li ricatta. L’hanno fatto pure con me, e quando succede tu li odi veramente, prenderesti un paio di forbici e gliele ficcheresti nella pancia. Io a 18 anni lavoravo, facevo il barista a Napoli e non avevo mai una lira e quelli che giravano intorno al bar i soldi ce li avevano. Poi il padrone del bar con me c’ha provato, io mi sono difeso e lui ha lasciato perdere ma la sensazione di schifo che ho provato allora non me la dimenticherò mai più e dopo m’ha cacciato via. Non tenevo una lira, e quando non c’hai una lira che fai? A chi la vai a chiedere? Alla banca? C’era uno che conosceva un sacco di gente e ho chiesto a lui che potevo fare e lui m’ha detto che io di soldi ne potevo fare e tanti... ma non dovevo essere cretino... Ho detto: e come? E insomma m’ha detto che c’era gente importante che cercava bai ragazzi per fare il cameriere alle feste della gente ricca e, m’ha detto, là se ci sai fare i quattrini li fai... quelli ti danno pure 100 euro di mancia. Io poi allora non capivo niente e ho detto sì... e allora il vestito buono me l’hanno dato loro, ma non la divisa da cameriere, proprio un vestito vestito e bello pure, m’hanno portato dal barbiere e m’hanno tagliato i capelli corti corti. Poi m’hanno portato a casa di uno di questi e m’hanno detto che mi dovevo fare una doccia, perché io doccia a casa mia non ne ho e nemmeno vasca da bagno. Ma quelli non se ne andavano e io mi sono dovuto fare la doccia davanti a loro che mi guardavano un po’ strano... quelli non erano gay erano solo delinquenti e stavano pensando se potevo andare bene per il capo loro... ma io avevo 18 anni. Mi son vestito e m’hanno portato fuori Napoli su una BMW una macchina che sembrava una transatlantico, arriviamo a una villa fuori Napoli, di quelle che le vedi solo al cinematografo e mi trovo davanti un ragazzo di una ventina d’anni, un bel ragazzo, gli altri se ne sono andati e io sono rimasto con quel ragazzo. Gli ho chiesto come potevo fare a tornare a Napoli, ma mi ha detto che avrei dormito là perché la festa sarebbe durata tutta la notte e io stavo a servizio tutta la notte. Gli ho chiesto quanto mi avrebbero dato, lui ha detto 200 euro, che io non l’ho mai visti manco dopo una settimana, però ha detto che potevo guadagnare molto di più... M’ha chiesto quanti anni avevo e pure la data di nascita e m’ha detto: che se sei minorenne qua non ci puoi lavorare. La sera c’è stata la festa. Una cosa che io non ne avevo mai viste simili. All’inizio si trattava proprio di fare il cameriere, ci saranno stati una decina di ragazzi, tutti bei ragazzi. Insomma sembrava una cosa buona. Poi hanno detto che dovevano fare un gioco... hanno messo i tavoli l’uno vicino all’altro e c’hanno fatto fare, a noi ragazzi del servizio, la sfilata di bellezza... prima sembrava una cosa per ridere, poi hanno cominciato: “se fai la passerella senza giacca sono 100 euro... se ti togli la camicia sono 200 euro... insomma avete capito come stava andando a finire, ma io non c’ho visto più e gl’ho rovinato la festa, mi sono messo a urlare che erano una massa di porci, ma sono venuti quelli del servizio d’ordine e a me e a altri due c’hanno buttato fuori e c’hanno minacciato pure di brutto. Quando ci siamo trovati fuori, gli altri due m’hanno pestato di botte a sangue perché non hanno preso una lira mentre gli altri si sarebbero portati via più di 1000 euro per uno. Io se quei ragazzi fossero gay non lo so, né i due che mi hanno pestato né quelli che sono rimasti alla festa. Ma io dico, ma etero o gay che siete, ma come fate ad accettare una cosa del genere?! Io lo so che passerò la vita a fare il barista ma una dignità di morto di fame ce l’ho e non mi sono mai venduto a nessuno. Io a gente come quelli della festa gli sputerei solo in faccia, non sono persone, sono sacchi di mer..

Se volete, potete partecipare alla discussione aperta sull’argomento nel FORUM DI PROGETTO GAY:
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venerdì 28 dicembre 2007

COME NASCE UN AMORE GAY

Federico, io lo chiamo Chicco, mannaggia quante me ne ha fatte... però gli voglio un bene folle... io, vabbe’... insomma, prima ero un po’ scapestarello, diciamo scafato, cioè l’imbarazzo non sapevo nemmeno che cosa fosse, avevo avuto storie più o meno serie con 4 o cinque ragazzi, in tre anni, forse troppe storie... diciamo che io ero piuttosto disinibito... sì... cioè i ragazzi mi sono sempre piaciuti e pure tantissimo, sono teneri, non lo so, stare vicino a loro mi dà tantissimo... beh... non è solo una cosa filosofica... insomma un bel ragazzo è bello e ti fa pure un cero effetto, cioè lo desideri proprio, io lo dico fuori dai denti, mica mi vergogno, un ragazzo mi piace perché mi stimola sessualmente... se no... può avere pure il cervello di Einstein ma a me non dice nulla... io non sono di quelli che restano affascinati al livello mentale, per me deve scattare proprio la reazione fisica... dai che hai capito... vabbe’... il guaio è che a me questa cosa mi capita spesso, cioè non dico proprio con tutti i ragazzi che conosco... però mi capita eccome... e allora... vabbe’, che c’è? Oh... è così... quando mi capita io non è che mi faccio troppi problemi... ci provo... un po’ paura di essere sputtanato ce l’ho ma non è mai successo e poi io il radar gay ce l’ho e fino adesso c’ho beccato... Io ho campato così, diciamo dai 16/17 anni fino ai 22, il primo contatto sessuale vero... vabbe’ sempre una cosa relativa, ma di sesso in termini espliciti con un altro ragazzo ce l’ho avuto a 19 anni... non era male ma non era nemmeno tutta questa cos travolgente... e allora uno in genere si deprime oppure si sta un po’ calmo... ma tu mi ci vedi a me? ... Io ho detto: “Questo è così... ma io me ne trovo uno meglio!”... e poi, uno dopo l’altro... beh! Che ridi? ... Non fare il cretino... oh... succede... vabbe’ due anni fa ho conosciuto Federico all’università... lui aveva 21 anni, stava nel corso mio, un anno dopo di me. Io gli esami li ho sempre fatti... però non c’ho mai avuto la fissa del primo della classe, cioè a lezione ci vado... ma se per caso mi trovo un ragazzo caruccio me ne vado in giro con lui e a lezione non ci vado proprio... oh! Mica mi pigliano gli scrupoli... un’ora di lezione e pure due le posso perdere, ma un ragazzo caruccio non me lo voglio perdere proprio... Vabbè... io lo vedo, ma manco m’ha fatto tutto questo grande effetto, caruccio è caruccio, ma ci sta pure di meglio, almeno, così, fisicamente, dico... Io allora a ragazzi stavo un po’ a secco... e mi sono detto: “Io ci provo!”... Mi avvicino, lo saluto... non so che pensare, il mio radar è disorientato... ho detto... “Ma non è che qui mi imbarco con etero?” ... Mi serviva qualche elemento in più. Chicco parlava solo di esami, niente ragazze... sai... è già molto... però la tramvata la puoi sempre prendere... allora ho detto: lasciamo perdere... lui non mi dava corda... insomma se un ragazzo ci sta, anche solo a chiacchierare lo capisci... ma lui era da manuale e mi faceva venire certi nervi! Parlava come un libro stampato e io ho detto: “Ma vaff... tu e tutta la spocchietta che c’hai! Io me ne trovo un altro!”... Così ho detto eh... però, sai, una cosa è dire e una cosa è quello che ti succede dentro... Sono andato a lezione e ho continuato a pensare a Chicco, io allora manco sapevo come si chiamasse... poi avevo due ore di pausa, in genere me ne vado in biblioteca perché è il posto ideale per guardarsi i ragazzi più carucci, ti metti lì con un libro davanti a fai finta di leggere... vabbe’, stavolta in biblioteca a fare il gaywatching non ci sono andato e mi sono messo a cercare Chicco in giro per l’università, non potevo entrare nelle aule dove c’era lezione ma io lo stavo cercando e mi sono detto: “Caro Sandro, ma tu ti stai rimbecillendo del tutto! ... Tu che corri appresso a un ragazzo che sì e no se t’ha guardato in faccia!”... oh... era così! Vebbe’ insomma, lo trovo nella biblioteca piccola del secondo piano... mi vado a sedere vicino a lui... perché io qualche volta sono proprio un disgraziato... ma mica si scompone... niente! Nemmeno un segno minimo, mi saluta, mi fa cenno di stare zitto perché lì non si può parlare... allora gli scrivo su un foglio: “A che ora vai vita? Così facciamo due chiacchiere”. Mi risponde “Adesso devo studiare perché ho un esame tra 20 giorni, ma grazie della proposta”. Una risposta ambigua e più provocante allo stesso tempo... io facevo finta di leggere e poi ogni tanto lo guardavo ma lui non mi guardava mai, pensava solo al libro... Lo guardo una volta, due e tre e poi mi rompo. Eh no! Io non posso perdere tempo appresso a questo! Mi sento un cretino, mi alzo per andarmene, gli faccio ciao con la mano, risponde allo steso modo, mi guarda e mi strizza l’occhio... Ma l’animaccia sua! Mi strizza l’occhio... non mi saluta come ci si saluta tra colleghi, mi strizza l’occhio... Io ormai l’avevo salutato. Me ne vado. Oh! Non riuscivo a togliermelo dalla testa... I giorni successivi l’ho visto sempre in biblioteca a studiare... io entravo, lo salutavo, lui mi strizzava l’occhio, poi un giorno mi fa segno con le mani – 10, come a dire che agli esami ci mancavano dieci giorni, poi abbiamo fatto il conto alla rovescia giorno per giorno. Sono andato a sentirlo agli esami ed era una cosa mostruosa, io delle cose che sapeva lui non ne sapevo nemmeno la metà. Ero arrivato quando lui stava già sotto e pensavo che si fosse fatto accompagnare da qualcuno ma non era così. Si è preso il suo 30 e lode (cose che io me le sogno!) come se niente fosse, poi si è avvicinato a me... e mi ha detto: “Eccomi...” Siamo usciti, mi ha invitato a fare colazione con lui. Parlava poco, era formale, io non sapevo che fare, un po’ mi sentivo a disagio, non tradiva nessuna emozione. Non sapevo proprio diavolo fare. Gli ho detto che era simpatico e che ero contento che l’esame gli fosse andato bene... il dialogo era lentissimo, al limite del’impossibile. Dopo due ore abbiamo preso la metro ma lui andava molto più lontano di me. Ero turbato e parecchio. Insomma il giorno appresso lo rivedo e passiamo due ore insieme, due ore strane ma non due ore perse, lui non se ne andava e io nemmeno, anche se non si parlava di nulla... insomma, siamo andati avanti così per qualche girono, oramai il fatto di vedersi e di parlare un po’ era diventato una cosa ovvia. Io mi sono detto: “Se non mi butto io qui finiamo impantanati”. Così un giorno, dopo un po’ di convenevoli generici, gli dico che dovevo dirgli una cosa importante e che volevo un po’ di riservatezza, ce ne andiamo fuori dall’università e gli dico: “Senti... io te lo devo dire, io sono gay”. Lui non si scompone, mi dice che lo aveva capito e che la cosa per lui non è un problema, ma la riposta che volevo da lui non era quella... e allora gli faccio la domanda diretta: “Ma tu sei gay?”... Mi dice solo “Sì” e non aggiunge una parola, non si scompone per niente nemmeno nel dirlo... allora insisto: “E se mi fossi innamorato di te?”... e lui comincia tutto un discorso stranissimo, mi dice che non è innamorato di me, poi mi chiede che cosa vuol dire innamorato... e io non so che dire... continuiamo a parlare... poi mi dice che si vede che io gli voglio bene ma lui pensa di non volermene, mi dice che all’amore non ci crede. Mi faccio coraggio e gli dico che io lo desidero proprio a livello sessuale, nel dirlo temo la sua reazione... mi risponde che anche lui mi desidera ma questo con l’amore non c’entra niente e che quello che prova lui non è amore ma solo egoismo, perché in fondo di me come persona non gliene importa nulla... mi dice che non farà mai l’amore con me perché non vuole giocare coi sentimenti... è turbato, molto turbato... gli propongo di fare un giro in macchina, accetta... Andiamo fuori città, non so che fare, non parla. Faccio un gesto azzardato, gli prendo la mano, il primo contatto fisico con Chicco. Io che ne avevo fatte di tutti i colori con lui mi sentivo imbarazzato, turbato... lui aspetta qualche secondo, evidentemente non sa che fare, non ritira la mano, non la ritrae ma non stringe la mia... passano decine si secondi da incubo, poi finalmente mi stringe la mano e la stringe fortissimo quasi a farmi male... poi si mette a piangere e dice che a volermi bene veramente non ci riuscirà mai. Prendo un fazzolettino, gli asciugo le lacrime mi fa un mezzo sorriso... lo sento vicinissimo ma non ho il coraggio di baciarlo. Restiamo in silenzio in macchina per moltissimo tempo senza guardarci in faccia, mano nella mano. Ogni tanto mi stringe più forte. Poi mi dice: “Riaccompagnami a casa, adesso sto bene, ma non ti voglio illudere”. Io sollevo la sua mano e la bacio, lui lascia fare, ormai il momento magico sembra finito, rimetto in moto e lo porto sotto casa. Mi saluta dandomi una carezza lievissima sulla mano, non aveva mai fatto una cosa simile... poi mi dice. “Con me devi avere molta pazienza... ti prego non mi abbandonare...” Lui è sceso, io pure, non se lo aspettava, l’ho abbracciato strettissimo e l’ho sollevato da terra, gli ho fatto proprio fare un giro di 360° senza toccare terra, poi l’ho baciato. Piangeva! La nostra storia è cominciata così!