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mercoledì 1 luglio 2015

SINODO DEI VESCOVI E CORTE SUPREMA USA SUI GAY

Il 23 Giugno 2015 il Vaticano ha reso pubblico l’instrumentum laboris del Sinodo dei Vescovi che si terrà in autunno.

Molta stampa ha commentato favorevolmente l’attenzione pastorale della Chiesa verso le persone omosessuali che emerge dal documento, contribuendo ad ingenerare confusione, ma è bene dare a Cesare quel che è di Cesare.

Riporto qui di seguito la parte del documento che riguarda l’omosessualità. Il lettore potrà notare che si tratta di un testo di profilo molto più basso di quello della sessione precedente. Il testo cita esplicitamente le “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” del 3 Giugno 2003, a firma dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Cardinale Ratzinger così si esprimeva nella conclusione delle sue considerazioni:

“La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.”

Riporto qui di seguito il testo dell’instrumentum laboris pubblicato il 23 Giugno 2015:

L’attenzione pastorale verso le persone con tendenza omosessuale

130. (55) Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

131. Si ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con sensibilità e delicatezza, sia nella Chiesa che nella società. Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone.

132. (56) È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.
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Invito il lettore a confrontare l’instrumentum laboris con la deliberazione della Corte Suprema degli Stati Uniti con la quale, negli stessi giorni si riconosceva il diritto al matrimonio delle coppie omosessuali in tutti gli Stati dell’Unione:

“Nessuna unione è più profonda del matrimonio, perché esso incarna i più alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Nel formare una unione matrimoniale, due persone diventano qualcosa di più grande di ciò che erano prima. Come alcuni dei firmatari di queste petizioni dimostrano nei casi citati, il matrimonio incarna un amore che può durare anche oltre la morte. Si fraintenderebbero questi uomini e queste donne se si dicesse che essi non rispettano l’idea del matrimonio. Il loro appello è basato sul fatto che essi la rispettano, che la rispettano così profondamente che cercano di trovare il suo compimento per loro stessi. La loro speranza è di non essere condannati a vivere in solitudine, esclusi da una delle più antiche istituzioni della civiltà. Chiedono pari dignità davanti alla legge. La Costituzione garantisce loro questo diritto.
La sentenza della Corte d’Appello per il sesto Circuito è capovolta.
Così ordiniamo.”

Chi ha orecchio per intendere intenda!
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sabato 28 giugno 2014

LAICITA’ DEL MATRIMONIO E MATRIMONIO OMOSESSUALE

Il 24 giugno 2014 è stata resa nota la Bozza di testo unificato proposto dalla relatrice per i disegni di legge in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze
Già il 17 giugno, all’annuncio fatto da Monica Cirinnà, senatrice PD, della prossima presentazione di un testo unico sulle unioni civili e sulle convivenze, Avvenire.it, aveva cominciato la sua battaglia:
“Il rischio del testo unico in arrivo – se veramente riuscirà ad approdare domani in Commissione un testo capace di raccogliere un generale consenso – è quello, per Belletti, di un’affrettata e inopportuna fuga in avanti «verso ipotesi di regolazione per cui “alle unioni civili tra persone dello stesso sesso si applicano tutte le disposizioni previste dal matrimonio”. Come a dire: non chiamiamolo matrimonio, ma cambia poco».”
Il quotidiano dei Vescovi sottolinea che non c’è niente di scontato:
“Se certa stampa entusiasta parla con disinvoltura di “matrimonio gay” a un passo, e tra i diritti delle coppie gay dà per scontata anche la pensione di reversibilità, i giochi sono in realtà ben più aperti. Basta ascoltare il senatore Maurizio Sacconi del Ncd: «Nessun matrimonio per i gay e nessuna pensione di reversibilità per chi non è sposato, ma cambiamenti nel Codice civile per consolidare le relazioni umane».”
 “Altre forme di convivenza possono avere una loro regolamentazione, soprattutto per tutelare la parte debole, ma non possono essere assimilate alla famiglia”.
Va sottolineato che con Papa Francesco, che è molto attento all’immagine della Chiesa, non si usano più le espressioni forti ed esplicite della polemica contro i diritti dei gay dei tempi di Papa Ratzinger, ma si parla solo di difesa della famiglia. Le parole cambiano ma la sostanza no!
Tanto premesso, vorrei cercare di chiare che cosa è il matrimonio in termini laici. Ferma restando per i credenti la facoltà di intendere il matrimonio come un sacramento e come tale indissolubile, resta il fatto che in uno Stato laico il matrimonio deve essere totalmente svincolato da una concezione sacramentale. Il credente è libero di credere quello che vuole, ma il matrimonio laico non è un sacramento e non è nemmeno l’espressione di una fantomatica legge di natura, ma è una istituzione giuridica che garantisce la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini.
Vorrei soffermarmi ora a considerare la laicizzazione del matrimonio definita dalla Costituzione francese del 1791. Quanto segue è in gran parte derivato dal discorso di Christiane Taubira, Ministro della Giustizia francese in occasione della presentazione alla Assemblée nationale del progetto di legge sul matrimonio egualitario.
L’introduzione del matrimonio civile nel 1791 è veramente una “gloria nascosta” della Rivoluzione. Vivaci dibattiti avevano accompagnato l’introduzione del matrimonio civile, la sua natura contrattuale, e la connessa possibilità di divorziare. A quell’epoca, due religioni riconoscevano il divorzio, la religione protestante e la religione ebraica, mentre la religione cattolica, maggioritaria, dichiarava il matrimonio indissolubile. La Costituzione del 1791 ha compiuto una vera è propria rivoluzione con l’introduzione del matrimonio civile.
Il matrimonio civile reca con sé il segno dell’uguaglianza. Si tratta di una vera e propria conquista fondamentale della Repubblica francese, all’interno di un movimento generale di laicizzazione della società.
Una tale conquista è stata importante soprattutto per coloro che erano esclusi dal matrimonio a quell’epoca. Dopo la revoca dell’editto di tolleranza, detto editto di Nantes, nel 1685, i protestanti non potevano contrarre matrimonio se non segretamente, rivolgendosi ai loro pastori. Essi non potevano costituire una famiglia e i loro figli erano considerati bastardi. A partire dal 1787, l’editto di tolleranza autorizza nuovamente i preti e i giudici a celebrare questi matrimoni, in quanto ufficiali dello stato civile. C’è dunque una prima apertura, due anni prima della rivoluzione, grazie a tale riconoscimento di pluralismo religioso e alla possibilità di includere nel matrimonio coloro che ne erano esclusi, in particolare i protestanti e gli ebrei. Ma il matrimonio include ancora soltanto i credenti.
Vengono ancora esclusi gli esercenti alcune professioni, ad esempio gli attori, perché la religione proclama che non può riconoscere le pratiche infami degli attori di teatro. É proprio il celebre attore Talma a rivolgersi alla Costituente dopo che il curato di Saint-Sulpice si era rifiutato di effettuare le pubblicazioni del suo matrimonio con una «donna di mondo», come si diceva all’epoca.
I costituenti decidono così di introdurre un matrimonio civile e prevedono nell’articolo 7 del titolo II della Costituzione del settembre 1791 che il matrimonio non è altro che un contratto e che il potere legislativo stabilirà per tutti i cittadini, senza distinzione, le modalità in base alle quali la nascita, il matrimonio e la morte saranno constatati e designerà gli ufficiali incaricati di constatarli e di registrarli.
Il matrimonio civile permette così non solo di includere i credenti non cattolici, ma è aperto a tutti, ossia tutti coloro che desiderano contrarre matrimonio possono disporre degli stessi diritti e devono rispettare gli stessi doveri.
Una tale concezione del matrimonio civile, che reca in sé l’impronta dell’uguaglianza, ne fa essenzialmente una libertà, perché fin dalla sua introduzione nell’ordinamento, anche il divorzio viene ugualmente riconosciuto. Nella relazione accompagnatoria della legge del 1792, si trova scritto che il divorzio è il portato di una libertà individuale, e l’esistenza di un legame indissolubile la negherebbe. Poiché il matrimonio deriva dalla libertà delle parti e non dalla sacralizzazione di una volontà divina, tale libertà di contrarre matrimonio non si può concepire se non congiuntamente alla libertà di divorziare e poiché il matrimonio viene disgiunto dal sacramento che l’aveva preceduto, potrà rappresentare i valori repubblicani e incorporare progressivamente i cambiamenti della società.
Se si ricorda che il matrimonio era originariamente un’unione di patrimoni, di eredità, di parentele, e che si passava dal notaio prima di passare al prete, il fatto di riconoscere la libertà di ciascuno dei coniugi è un progresso considerevole, a tutt’oggi iscritto nel codice civile.
Il divorzio, dunque, si accompagna fin da subito al matrimonio. Sarà proibito in Francia nel 1816, in un contesto in cui le correnti conservatrici sono dominanti e in cui si assiste a un regresso delle libertà, specialmente quelle delle donne. Sarà ristabilito nel 1884 attraverso la legge Naquet, ancora una volta nell’ambito di un movimento generale di laicizzazione della società. L’evoluzione del matrimonio reca in effetti in maniera molto marcata il segno della laicità, dell’uguaglianza e della libertà, che sono valori che si sono evoluti nel diritto e nella nostra società francese, in base ad uno sviluppo diacronico che ha conosciuto a volte forti tensioni.
Il matrimonio, unitamente al divorzio, è espressione quindi di una libertà, compresa quella di non sposarsi, ed è questa la ragione per la quale la legge riconosce le famiglie fuori dal matrimonio e i figli di queste famiglie con pari diritti. Il matrimonio, che è riuscito a separarsi dal sacramento, si sta ora separando allo stesso modo da un ordine sociale fondato su una concezione patriarcale della società, concezione che fa del marito e del padre il proprietario, il possessore del patrimonio, e allo stesso tempo anche della moglie e dei figli.
Concludo citando alla lettera le parole di Christiane Taubira in occasione della presentazione del Progetto di Legge sul matrimonio ugualitario all’ Assemblée nationale francese:
“Che cosa toglie alle coppie eterosessuali il matrimonio omosessuale? Se non gli toglie niente, abbiamo il coraggio di definire per quello che sono sentimenti e comportamenti. Noi osiamo parlare di menzogne rispetto alle parole pronunciate in occasione di questa campagna di panico sulla presunta soppressione delle parole “padre” e “madre” dal codice civile e dal livret de famille (stato di famiglia).
Abbiamo il coraggio di parlare di ipocrisia rispetto a coloro che si rifiutano di vedere le famiglie omoparentali e i loro figli esposti alle incertezze della vita. Abbiamo il coraggio di parlare di egoismo rispetto a coloro che pensano che un’istituzione della Repubblica possa essere riservata ad una categoria di cittadini.
Noi affermiamo che il matrimonio aperto alle coppie dello stesso sesso illustra bene il motto della nostra Repubblica. È un esempio di liberté, della libertà di scegliere, della libertà di decidere di vivere insieme.”
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domenica 24 marzo 2013

MATRIMONIO GAY IN FRANCIA E LAICITÀ DELLO STATO


A partire dal 4 Aprile 2013 il Senato della Repubblica Francese  procederà all’esame del Progetto di Legge  N. 344 “per l’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso”  (http://www.assemblee-nationale.fr/14/projets/pl0344.asp) già approvato dall’Assemblea Nazionale.
L’art. 1 del Progetto di Legge N. 344 prevede che il capitolo I del titolo V del libro primo del Codice Civile sia così modificato: “è inserito all’inizio di questo capitolo un art. 143 così definito:
«Art. 143 – Il matrimonio è contratto da due persone di sesso diverso o dello stesso sesso.» ”.
Il Progetto di Legge prevede poi analiticamente tutte le disposizioni di adattamento dei codici al nuovo articolo 143. L’intera disciplina nel matrimonio, secondo le previsioni del Progetto di Legge, è reperibile alla pagina http://www.mariage-civil.fr/ .
Va sottolineato che il nuovo articolo 143 del Codice Civile francese non crea una normativa particolare per le coppie omosessuali, estensibile eventualmente anche alle coppie eterosessuali non sposate, ma semplicemente estende il diritto al matrimonio a tutti, senza alcuna preclusione dipendente dal sesso dei coniugi ed estende il diritto all’adozione anche alle coppie omosessuali sulla base della stessa disciplina che regola l’adozione per le coppie eterosessuali. Questo vuol dire che il nuovo art. 143 applica laicamente e rigorosamente il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.
La definizione del nuovo art. 143 del Codice Civile francese costituisce l’esito di un lungo processo di laicizzazione del matrimonio
Il matrimonio, in Francia, è stato prerogativa esclusiva della Chiesa durante l'Ancien régime, la laicizzazione definitiva del matrimonio è stata sancita dall'articolo 7 della Costituzione 1791 in cui si afferma che "la legge considera il matrimonio come un contratto civile." Il decreto 20-25 settembre 1792 ha quindi fissato le condizioni per la formazione del matrimonio, tra cui la celebrazione di fronte al funzionario comunale pubblico. Questa concezione civile e laica del matrimonio è stata fatta propria dai redattori del codice civile. Il matrimonio non trova nel Codice Civile francese nessuna definizione e il Codice non ne identifica alcuna finalità prefissata; il Codice si occupa degli atti di matrimonio, poi, in un titolo a parte, delle condizioni, degli effetti e dello scioglimento del matrimonio.
L'idea di aprire il matrimonio alle coppie dello stesso sesso ha raccolto progressivamente maggiore consenso fin dall’approvazione della legge n ° 99-944 del 15 novembre 1999 sul Patto civile di solidarietà. La maggioranza dei francesi è ora favorevole all’accesso al matrimonio da parte delle coppie dello stesso sesso. È vero che il Patto civile di solidarietà ha permesso di soddisfare l'aspirazione reale della società e il regime che esso prevede è stato notevolmente rafforzato e avvicinato a quello del matrimonio, ma le differenze comunque rimangono e questo strumento giuridico non risponde né alla richiesta delle coppie dello stesso sesso che desiderano sposarsi né alla loro richiesta di accesso all’adozione.
Bisogna dunque fare un passo ulteriore. Questo è lo scopo del Progetto di legge n. 344, che apre il diritto di sposarsi a persone dello stesso sesso e di conseguenza apre anche l'accesso alla genitorialità per queste persone, attraverso il meccanismo dell’adozione.
Il Cardinale Philippe Barbarin, Arcivescovo di Lione, ha dichiarato che l’apertura del matrimonio agli omosessuali «è socialmente dirompente » e ha aggiunto «E poi, questo avrà una serie infinita di conseguenze. Dopo, vorranno fare le coppie a tre o a quattro. Poi, un giorno forse, cadrà anche il divieto dell’incesto.» (http://www.lepoint.fr/societe/le-cardinal-barbarin-choque-avec-ses-propos-sur-le-mariage-gay-15-09-2012-1506521_23.php).
Il Cardinale Arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois ha giudicato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, "una soperchieria che scuoterà uno dei pilastri della nostra società".
La Federazione protestante di Francia si è pronunciata contro "l'idea falsa del matrimonio per tutti" facendone una questione "non teologica ma sociale e antropologica".
Il gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim ritiene che "gli argomenti invocati di uguaglianza, di amore, di protezione o di diritto al figlio non reggono e non possono, essi soltanto, giustificare una legge".
Olivier Wang-Genh, vice-presidente della Unione dei Buddisti di Francia, si augura "che si rifletta sulle conseguenze che deriveranno da atti individualisti e egoisti".
Il Consiglio francese per il culto musulmano (CFCM) ha pubblicato un documento ufficiale che spiega la contrarietà dei musulmani al Progetto di Legge ma precisa, laicamente, che «le regole e le norme di una religione non possono essere fatte valere per opporsi o sottrarsi alle norme e alle regole dello Stato che si applicano a tutti». Il documento sottolinea altresì che i musulmani «condannano fermamente ogni atto omofobo». Secondo il CFCM «la missione del matrimonio non si può ridurre al riconoscimento di un legame d’amore», il matrimonio presuppone «la fondazione di una famiglia stabile sotto la direzione dei due sposi» (http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2012/11/06/01016-20121106ARTFIG00611-mariage-gay-l-opposition-des-musulmans.php)
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sabato 15 dicembre 2012

IL PAPA E LE NOZZE GAY


Di recente c’è stato nella stampa molto clamore in riferimento al messaggio del Papa per giornata della pace. Cito solo un articolo del Corriere della Sera: “Il Papa contro le nozze gay: offesa alla persona”.
Il messaggio del Papa in realtà non parla in modo esplicito di coppie omosessuali, lasciando alla stampa il compito di leggere tra le righe. Riporto qui si seguito, inserendo in nota tre spunti di riflessione, il brano di interesse per le Persone Omosessuali del messaggio di Benedetto XVI per la XLVI Giornata mondiale della pace, del 1° gennaio 2013, sul tema: «Beati gli operatori di pace». Il testo integrale del messaggio si può leggere alla pagina:
“Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano (1) e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale (2).
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (3)”
(1)     Se questa affermazione, che è volutamente non esplicita, si riferisse a coppie di fatto eterosessuali sarebbe opinabile ma avrebbe un senso concreto perché si baserebbe sul fatto che la scelta di unioni eterosessuali di fatto, al posto del matrimonio, è un fenomeno culturale in relazione al quale la Chiesa può realmente svolgere un’azione incisiva promuovendo i valori del matrimonio, se invece fosse da intendersi, come sembrerebbe, pur nell’ambiguità dell’espressione, come riferita anche a coppie omosessuali presupporrebbe una concezione del tutto irreale della omosessualità come fenomeno culturale verso il quale è possibile un’azione di contenimento attraverso la promozione del matrimonio eterosessuale. L’omosessualità non è una cultura, non è un’ideologia che si trasmette a livello sociale con i mezzi tipici della comunicazione culturale (non esiste una catechesi gay) ma è una identità personale profonda contro la quale può essere possibile un’azione di repressione, certo, ma non di orientamento tramite la promozione del matrimonio; la promozione del matrimonio (eterosessuale), in questi casi, favorisce la creazione famiglie in cui il rapporto tra i genitori manca di una componente importantissima. Il fenomeno dei gay sposati esiste eccome e non è nemmeno marginale. Non si tratta, in questi casi, di fare o non fare azioni di promozione del matrimonio per modificare un atteggiamento culturale ma di rispettare l’orientamento sessuale naturale delle persone.
(2)     Quanto all’insostituibile ruolo sociale del matrimonio riporto un solo dato di fonte ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/66665) relativo al censimento 2010. “I tassi di separazione e di divorzio totale mostrano per entrambi i fenomeni una continua crescita: se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni erano 158 le separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi.” Questo significa che in sostanza il 50% dei matrimoni finisce con separazione o divorzio. 
(3)     Viene spontaneo chiedersi se la libertà costituisca essa stessa “un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.
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lunedì 5 aprile 2010

COPPIA GAY E SOLITUDINE

Caro project,
ogni tanto leggo il tuo forum, le storie dei ragazzi mi lasciano sempre dentro qualcosa. Vorrei contribuire anche io, nonostante non sono iscritto. in un momento di sconforto ho scritto qualcosa che forse potrà interessare a qualcuno. Se ritieni che non sia adatto, lo posso capire, se invece vuoi pubblicarlo, hai il mio permesso, ma assolutamente per problemi personali ci tengo a tenere l’anonimato. Ti ringrazio per l’attenzione, ma soprattutto per il lavoro che fai. Continua così. Un abbraccio.
Con stima.
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"In questo pomeriggio sento qualcosa di strano dentro di me. Innanzitutto è da tantissimo tempo che non parto per un viaggio introspettivo, verso quel dentro che spesso sento come oscuro, come proibito, come qualcosa da cui fuggire per non farmi inghiottire. Nonostante le belle parole che potrei dirmi per darmi coraggio, parole che mi rimbalzano in testa ogni giorno, che mi aiutano ad andare avanti, mi rendo conto che oggi non le voglio sentire. Posso cadere in quel buio x una volta? Beh penso che posso, dato che l’ho fatto milioni di volte in passato e ne sono uscito quasi sempre illeso. Oggi in quel buio ci vedo la solitudine. Non la stessa solitudine che vedevo anni fa, che ormai era la mia unica compagna di vita. Oggi è una solitudine diversa, forse piu matura. Ho 28 anni, e sono qui nella casa dove sono cresciuto, dove ho passato la mia infanzia e la mia terribile adolescenza. Posso guardare indietro al mio cammino piu recente, fatto di una vita fuori casa con il mio compagno, inseguire e raggiungere il sogno di una storia d’amore, eppure quella solitudine non è sparita, ma ha solo cambiato aspetto, cambiato forma. Come quando la chiesa (odiata e amata) parla del demonio sotto diverse forme. Forse la solitudine è quel demonio. Non la mia omosessualità, ma soltanto la solitudine. Penso che passerò tutta la vita a combatterci, anzi come ho fatto negli ultimi due anni fuori casa, a ignorare la solitudine e concentrarmi sui problemi reali, tipo i soldi per l’affitto e le bollette, tenere in ordine la casa, vivere le piccole cose della vita con il mio compagno, e cosi via. Sono felice di questa vita che mi sono costruito con cosi tanta forza e coraggio. Dalle lotte per l’accettazione con la mia famiglia, ne sono uscito vincente nonostante mille sofferenze ed ostacoli. Da mio padre che a malapena mi parlava ad ora che riconosce ed accetta il mio ragazzo, da mia madre che era la mia nemica numero uno, ad ora che è diventata la mia migliore amica e confidente. Tantissime cose sono cambiate. Oltre a questo aspetto, ho preso coraggio per continuare gli studi interrotti anni fa, l’università, gli esami, l’adrenalina, i sacrifici, i sogni e le speranze. Tante sedute di analisi, o terapia, chiamala come ti pare, eppure sono serviti a qualcosa. Eppure tutto inevitabilmente crolla. C’è sempre un ostacolo verso la felicità completa. Lo so, sono egoista, non mi accontento di ciò che ho, ma non ce la faccio, penso che sia la natura umana di evolversi e continuare a sognare e raggiungere traguardi sempre nuovi con sfide più difficili e dure. Bene, oggi mi sento senza una sfida. Senza volontà di continuare. Ovvio che ci sono problemi di fondo a questo malessere, sofferenze che vanno oltre il muro di apparenza della felicità che mostro e che spesso sento. Mi trovo molto bene con il mio lui, ormai abbiamo raggiunto un equilibrio nel nostro rapporto che mi soddisfa. Siamo in sintonia su tutto, siamo amanti, ma soprattutto amici e confidenti. Almeno io lo sono con lui e lui con me un po’ meno dato il suo carattere. Eppure mi va bene anche cosi. Ho accettato due anni fa di iniziare una storia all’insegna della menzogna. Mentire alle famiglie, nascondere al mondo il nostro bellissimo amore. Eppure non mi sono mai sentito inferiore agli altri, alle altre coppie. Anzi spesso ho sentito il nostro amore come piu profondo e sincero di tante coppiette sposate che sento in giro. Come colleghe di lavoro che tradiscono i mariti, o gli stessi che vanno con altre donne. Io no. Fiero di essere fedele. In questa società che ormai promuove valori che disprezzo, come la superficialità, l’apparenza, l’ipocrisia della famiglia tradizionale mi disgusta. Forse nasce dall’invidia di non poterne avere una. Intendiamoci non con una donna. Ma il fatto di non potermi sposare con il mio uomo, è un qualcosa di profondamente destabilizzante a lungo andare. Continuare la farsa degli eterni amici, o come della coppia imperfetta, incapace di prendersi responsabilità al pari delle coppie etero sposate. Perché io non posso prendermi quelle responsabilità? Capisco e rispetto tutte le coppie gay che vogliono gli stessi diritti del matrimonio, ma i doveri? Piu passa il tempo e mi rendo conto che ho bisogno di questi doveri. La profonda mancanza di sicurezza che mi ferisce da morire. Non è certo una firma su un registro che da sicurezza per il futuro, o il doversi legare civilmente (del matrimonio religioso mi disinteresso). Quanto piuttosto al riconoscimento pubblico che mi manca. Non mi interessa piu di tanto poter andare in giro a braccetto con [omissis] o fare vari sbaciucchiamenti in pubblico. Non è questo. Il riconoscimento da parte di amici e famiglia che mi manca. Poter dire: questo è il mio compagno, o nella migliore delle ipotesi, dire questo è mio marito. Non lo posso fare. Con la mia famiglia ho cercato con gli anni di raggiungere un equilibrio in questo senso. Durante tutti i giorni dell’anno siamo una coppia agli occhi della mia famiglia. Eppure da parte della sua famiglia non è cosi. Ho conosciuto tutti, sono stato presentato come “migliore amico” “convivente”, e cosi via. Ma mai come ciò che sono in realtà. Perché la sua famiglia non conosce la sua omosessualità, e credo che nemmeno lui ne sia consapevole. Certi argomenti tra noi sono tabù, non se ne parla mai e sinceramente ne sono un po’ stufo. Sento la necessità di sdoganare o forse meglio dire prendere per il collo certi argomenti e parlarne. Eppure non si riesce mai con lui. La sua famiglia mi ha accettato nel migliore dei modi. Eppure questo ruolo dell’eterno amichetto mi sta molto stretto. Non che mi aspetto chissà che, ma il fatto che il riconoscimento da parte della sua famiglia, mi darebbe piu certezza verso il futuro. E poi c’è anche il discorso famiglia in senso proprio. Io so che voglio una famiglia con dei figli, so che li voglio crescere con lui e so che anche lui lo vuole. Eppure non si fa un passo verso questa direzione. A parte che non sappiamo nemmeno come muoverci. Per noi coppie gay è estremamente difficile completare la nostra unione con un bambino. Eppure io ci spero ancora. Sarò ingenuo, stupido, ma credo che quello che c’è nel cuore non muore mai (cit. da qualche film o canzone, boh). Eppure è cosi. In passato con l’ingenuità dei vent’anni, ho annullato la mia natura, mi sono messo con una donna, con l’unico scopo di avere una famiglia con dei figli. E vivevo male, stavo da cani, sempre piu triste e solo per non poter essere me stesso. Ora sto molto meglio, sono me stesso, ma il prezzo da pagare è davvero cosi alto? Davvero il destino è una vita senza poter amare, crescere, sostenere dare tutto ciò che posso al sangue del mio sangue, a un bambino? A dire il vero l’espressione sangue del mio sangue è ridicola. In quanto sarei ben felice di adottare un bambino che ha bisogno di cure e di una famiglia. Al mondo ci sono centinaia di milioni di bambini che vivono in condizioni pietose, senza una stabilità famigliare, economica, e spesso anche igienica. Io e il mio compagno potremmo dare tutto questo ad un bambino. Eppure lo stato non ce lo concede. E la società, mi rincresce ammetterlo, ma ancora non lo accetta. Basta pensare all’immagine che noi (come gay) diamo di noi stessi… ma non entriamo in discorsi troppo alla larga. Ciò che vorrei è una vita come quella di tutti gli altri. Non ce la faccio a dovermi arrendere, a dover per forza scegliere. Anche perché la mia omosessualità fa parte di me tanto quanto il mio istinto paterno. Perché devo rinunciare ad entrambi? Se avessi continuato la strada precedente, fingendo un eterosessualità che non mi appartiene, magari sposandomi con una donna e avendo figli con lei, che razza di padre potrei mai essere se non mi sento nel cuore felice e sereno? Non credo nella cosidetta “guarigione” dall’omosessualità, però sono convinto che tanti gay potrebbero vivere una vita etero, magari esserne pure soddisfatti, ma qualcosa dentro mancherà sempre. Qualcosa che diventerà ogni giorno più grande e più oscuro. E questo l’ho già provato e non lo voglio. Spesso mi sento come se avessi 50 anni. Come se la mia vita l’avessi già fatta. Ho avuto poche ma pesanti esperienze. Dipendenze da droghe prima, da alcol poi, anni di sregolatezza, di divertimenti sfrenati che non mi hanno lasciato dentro niente. Il vuoto dentro non si è mai riempito. E non si riempie nemmeno ora. Non so che fare, mi sento in certi momenti come in bilico su una corda e appena guardo sotto mi gira la testa. Trovo appiglio nella quotidianità, nel lavoro, nello studio, nella vita con il mio compagno… ma qualcosa dentro manca sempre… sempre… come se vedessi già il mio futuro, tra venti o trenta anni, quando la giovinezza sarà ormai sfiorita, appassita insieme ai miei capelli persi chissà dove, e mi renderò conto che non sono mai stato padre e non lo potrò mai piu essere. Eppure la vita riserva sempre sorprese… come per il progresso scientifico che non procede mai in modo lineare, ma sempre con grandi balzi… io sto ancora aspettando il balzo che mi permetterà di raggiungere “la mia stella” come la chiamo io… quella stella, oggi come ieri è sempre un figlio. E sempre lo sarà. "
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http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=615&start=0

sabato 8 settembre 2007

MATRIMONIO E DIVORZIO GAY

MATRIMONIO E DIVORZIO GAY

Ho visto che in questi post non ci sono molte storie gay che finiscono: “è vissero sempre felici e contenti”, il che almeno fa vedere che anche noi gay abbiamo gli stessi problemi degli altri negli affari d’amore. Il mondo gay non è una specie di eden dove tutto va bene per principio, anzi! Io ho 35 anni e vivo da dieci con Luca (nome di fantasia). Quando ci siamo messi insieme noi, una coppia gay dichiarata in pubblico era una rarità assoluta. Noi, in un certo senso, siamo stati fortunati, le nostre famiglie non ci hanno ghettizzato e gli amici nemmeno. All’inizio è stata proprio la classica luna di miele, io avevo 25 anni a lui 21, quindi meglio di così non poteva essere ed eravamo innamorati pazzi, i miei ci hanno pure dato la casa e noi non avevamo problemi di nessun genere, Luca studiava io ormai lavoravo e guadagnavo pure benino, insomma... che vuoi di più? E noi non volevamo niente di più... eravamo felici al 100%, ci giuravamo amore eterno, solidarietà totale ecc. ecc., ma in effetti non capivamo bene quello che stavamo dicendo, all’inizio poi la spinta sessuale era fortissima, poi piano piano si sono presentate le prime difficoltà, Luca non ne voleva più sapere degli studi e io pretendevo che invece li continuasse e ne sono venute le prime incomprensioni, apparentemente cose da nulla, ma non proprio minime, poi abbiamo avuto da dire per il fatto di comprare la macchina, io ne volevo una Luca un’altra, ma anche questo l’abbiamo sistemato, ma poi c’era il problema che con una sola macchina non si sapeva chi dovesse prenderla e ogni giorno c’erano storie. Con il computer stava succedendo la stessa cosa ma poi abbiamo comprato un secondo computer e, vi parrà assurdo, abbiamo fatto mettere una seconda linea telefonica per avere un secondo ADSL, altrimenti non si sarebbe mai saputo chi doveva adoperare il collegamento. Insomma ognuno voleva i suoi spazi. Guardate, ci tengo a dire una cosa, i tipici rischi che uno si può pensare in convivenze come la nostra, cioè in pratica i rischi di tradimento reciproco non si sono mai presentati. La spinta sessuale col passare del tempo è stata un po’ meno forte, ma c’è sempre stata sia da parte sua che da parte mia, non abbiamo mai avuto problemi sessuali tra noi, nemmeno adesso, le nostre incomprensioni sono su cose stupide ma ci sono, certe volte finiamo per mandarci a quel paese reciprocamente per motivi incredibili: una bolletta della luce pagata in ritardo, un impegno non comunicato per tempo che ha costretto uno di noi due a cucinare inutilmente. Adesso non so su che cosa litighino le coppie etero sposate, ma noi litighiamo sulle cose assurde. Però, per fortuna, noi non arriviamo mai ai ferri corti nel vero senso della parola, in fondo ci vogliamo ancora bene, ma qualche volta vicino alla rottura definitiva ci siamo arrivati, poi siamo sempre tornati indietro e abbiamo fatto pace, ma una volta ci siamo fermati proprio a discutere del matrimonio gay, in pratica, se il matrimonio gay fosse una cosa “normale” cioè un matrimonio come quello etero dovrebbe finire piuttosto spesso in un divorzio gay molto simile al divorzio etero. Se è normale per loro deve essere normale anche per noi, e allora, a parte la questione di principio che mi piace e condivido, perché fare un matrimonio gay? Se ci fosse la possibilità dell’adozione ci sarebbero da tutelare gli interessi dei figli e il matrimonio gay lo potrei pure capire. Questo era il mio punto di vista ma Luca mi ha aperto gli occhi, lui, in fondo mi fa sempre ragionare, e mi ha detto: “Ma tu pensi che avrai sempre 25 anni... il matrimonio gay è una forma di assicurazione per la vecchiaia e per i momenti brutti...” e io credo che abbia ragione, ma a parte il riconoscimento pubblico e i problemi concreti della casa e della pensione di reversibilità, cioè in sostanza l’equiparazione con il parente di primo grado convivente, io non credo che ci siamo altre ragioni di un matrimonio gay e poi credo che una volta introdotto il matrimonio gay, questo istituto andrebbe incontro alle stese patologie del matrimonio etero, anche questo testimonia del fatto che tra gay e etero ci sono molte meno differenze di quanto si possa immaginare. Aggiungo solo una cosa, io e Luca non abbiamo mai potuto minacciarci reciprocamente o ricattarci con l’idea del divorzio perché non siamo sposati e quindi tutte le rotture che ci sono state tra noi si sono potute ricucire, ma se ci fosse il matrimonio gay, la tentazione di usare la minaccia del divorzio come forma di ricatto possibile sarebbe stata veramente grande. Se ci fosse un matrimonio da rompere qualcuno si farebbe venire la tentazione fortissima di romperlo veramente e, dopo, la possibilità di ricucine sarebbe molto più remota, vi può sembrare paradossale, ma è così, in certi momenti, se fossi stato sposato con Luca il divorzio l’avrei chiesto eccome e avrei distrutto tutto senza rimedio e invece il rimedio c’è stato proprio perché non c’era nulla di rotto alla spalle.