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mercoledì 27 maggio 2015

MATRIMONIO OMOSESSUALE – IRLANDA CATTOLICA E IRLANDA LAICA

L’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, dopo la vittoria del sì ai matrimoni omosessuali in Irlanda, è sembrato a qualcuno fare quasi autocritica: “Quanto accaduto non è solo l’esito di una battaglia per il sì o per il no, ma attesta un fenomeno molto più profondo, una rivoluzione culturale.” “È un cambiamento notevole i cui effetti sono imprevedibili.” Ma lo stesso arcivescovo continuava in modo paradossale: “Il matrimonio in Chiesa è anche un matrimonio civile e le coppie gay che se lo vedranno rifiutare potrebbero ricorrere ai giudici accusandoci di discriminazione, se il legislatore non mette dei limiti.”
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato Vaticano così si esprime: “Sono rimasto molto triste per questo risultato. La Chiesa deve tenere conto di questa realtà ma nel senso di rafforzare il suo impegno per l’evangelizzazione.” “Credo che non si può parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell’umanità.” “La famiglia rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difendere, tutelare e promuovere la famiglia, perché ogni futuro dell’umanità e della Chiesa, anche di fonte a certi avvenimenti che sono successi in questi giorni, rimane la famiglia.” “colpirla sarebbe come togliere la base dell’edificio del futuro.”
Le espressioni usate dal cardinale Parolin presentano la Chiesa come baluardo a difesa della famiglia. Ma cerchiamo di capire quale sia stato il vero ruolo della Chiesa cattolica in Irlanda, in rapporto, in particolare alle ragazze madri, fino al 1996.
Faccio una breve premessa sulla Chiesa cattolica in Irlanda. Le case Magdalene, o lavanderie Magdalene (Magdalene laundries) erano istituti femminili che accoglievano le ragazze orfane, o ritenute “immorali”, per via della loro condotta considerata peccaminosa o in contrasto con i pregiudizi della società benpensante. La maggior parte di questi istituti furono gestiti da suore che appartenevano a vari ordini religiosi, per conto della Chiesa cattolica. È stato calcolato che circa 30.000 donne vi furono ospitate nel corso dei 150 anni di storia di queste istituzioni. L’ultima Casa Magdalene in Irlanda è stata chiusa il 25 settembre del 1996. A tutt’oggi non esiste una statistica esatta di quante vite siano state irrimediabilmente danneggiate in quelle case in nome della morale cattolica.
Il “COMITATO SUI DIRITTI DEL FANCIULLO” dell’ONU, nelle Osservazioni conclusive sulla seconda relazione periodica della Santa Sede, si esprime così:
https://gayproject.wordpress.com/2014/0 … i-bambini/
Tortura e altri trattamenti crudeli o degradanti
37 . Il Comitato è preoccupato dal fatto che la Santa Sede non ha adottato le misure necessarie per proteggere e garantire la giustizia per le ragazze arbitrariamente collocate dalle loro famiglie, dalle istituzioni dello Stato e dalle chiese nelle “lavanderie Magdalene” d’Irlanda gestite da quattro congregazioni di suore cattoliche fino al 1996.
Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che :
(a) Le ragazze collocate in queste istituzioni erano costrette a lavorare in condizioni di schiavitù, ed erano spesso oggetto di trattamenti inumani, crudeli e degradanti nonché di abusi fisici e sessuali;
(b) le ragazze erano private della loro identità, della formazione e spesso degli alimenti e dei farmaci essenziali ed era loro imposto l’obbligo del silenzio e il divieto di avere qualsiasi contatto con il mondo esterno;
(c) le ragazze non sposate che avevano partorito prima di entrare o durante la detenzione nelle lavanderie erano separate dai loro bambini con la forza e
(d) anche se le quattro congregazioni cattoliche interessate erano sotto l’autorità della Santa Sede, non è stata intrapresa alcuna azione per indagare il comportamento delle suore che gestivano le lavanderie e per collaborare con le forze dell’ordine per individuare i responsabili degli abusi, così come tutti coloro che hanno organizzato il lavoro non pagato delle ragazze e consapevolmente ne hanno tratto profitto.
38 . Con riferimento alle raccomandazioni formulate dal Comitato contro le Torture nel 2011 per la Repubblica d’Irlanda (CAT/C/IRL/CO/1para.11) per perseguire e punire i colpevoli con pene commisurate alla gravità del reati commessi, e per garantire che tutte le vittime ottengano un risarcimento e abbiano diritto ad una riparazione, il Comitato invita la Santa Sede a:
(a) condurre un’inchiesta interna sulla condotta del personale religioso che lavorava nelle lavanderie Magdalene in Irlanda, così come in tutti i paesi in cui questo sistema era in vigore, e ad assicurarsi che tutti i responsabili di quei reati siano sanzionati e segnalati alle autorità giudiziarie nazionali per i relativi procedimenti penali;
(b) garantire il pieno risarcimento da versare alle vittime e alle loro famiglie sia attraverso le congregazioni stesse sia tramite la Santa Sede come supremo potere della Chiesa, legalmente responsabile per i suoi subordinati collocati in ordini religiosi cattolici sotto la sua autorità;
(c) prendere tutte le misure necessarie per assicurare il recupero fisico e psicologico e il reinserimento sociale delle vittime di tali reati e
(d) valutare le circostanze e le ragioni che hanno portato a tali pratiche e prendere tutte le misure necessarie per garantire che nessuna donna e nessun bambino possono essere arbitrariamente reclusi in futuro per nessun motivo.
Fin qui il documento del Comitato ONU sulla Repubblica di Irlanda. Ma il Vaticano, che tanto si preoccupa della difesa della famiglia dal matrimonio gay (?) secondo lo stesso Comitato ha gravi responsabilità, ampiamente documentate dai singoli Stati, in merito alla copertura degli abusi su minori e in merito al tentativo di risolvere il problema dei figli dei preti e dei religiosi cattolici garantendo un sussidio economico alle madri solo a condizione che esse rinuncino definitivamente al riconoscimento della paternità. Evidentemente tutte queste pratiche sono in perfetto accordo con la morale cattolica. Il Comitato ONU, in particolare, sulle posizioni della Santa Sede relative agli omosessuali così si esprime:
“il Comitato è preoccupato per le pronunce e le dichiarazioni precedenti della Santa Sede sull’omosessualità, che contribuiscono alla stigmatizzazione sociale e alla violenza contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender, adolescenti e bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso.” 
Chi ha orecchio per intendere intenda.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post  aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=5037

sabato 28 giugno 2014

LAICITA’ DEL MATRIMONIO E MATRIMONIO OMOSESSUALE

Il 24 giugno 2014 è stata resa nota la Bozza di testo unificato proposto dalla relatrice per i disegni di legge in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze
Già il 17 giugno, all’annuncio fatto da Monica Cirinnà, senatrice PD, della prossima presentazione di un testo unico sulle unioni civili e sulle convivenze, Avvenire.it, aveva cominciato la sua battaglia:
“Il rischio del testo unico in arrivo – se veramente riuscirà ad approdare domani in Commissione un testo capace di raccogliere un generale consenso – è quello, per Belletti, di un’affrettata e inopportuna fuga in avanti «verso ipotesi di regolazione per cui “alle unioni civili tra persone dello stesso sesso si applicano tutte le disposizioni previste dal matrimonio”. Come a dire: non chiamiamolo matrimonio, ma cambia poco».”
Il quotidiano dei Vescovi sottolinea che non c’è niente di scontato:
“Se certa stampa entusiasta parla con disinvoltura di “matrimonio gay” a un passo, e tra i diritti delle coppie gay dà per scontata anche la pensione di reversibilità, i giochi sono in realtà ben più aperti. Basta ascoltare il senatore Maurizio Sacconi del Ncd: «Nessun matrimonio per i gay e nessuna pensione di reversibilità per chi non è sposato, ma cambiamenti nel Codice civile per consolidare le relazioni umane».”
 “Altre forme di convivenza possono avere una loro regolamentazione, soprattutto per tutelare la parte debole, ma non possono essere assimilate alla famiglia”.
Va sottolineato che con Papa Francesco, che è molto attento all’immagine della Chiesa, non si usano più le espressioni forti ed esplicite della polemica contro i diritti dei gay dei tempi di Papa Ratzinger, ma si parla solo di difesa della famiglia. Le parole cambiano ma la sostanza no!
Tanto premesso, vorrei cercare di chiare che cosa è il matrimonio in termini laici. Ferma restando per i credenti la facoltà di intendere il matrimonio come un sacramento e come tale indissolubile, resta il fatto che in uno Stato laico il matrimonio deve essere totalmente svincolato da una concezione sacramentale. Il credente è libero di credere quello che vuole, ma il matrimonio laico non è un sacramento e non è nemmeno l’espressione di una fantomatica legge di natura, ma è una istituzione giuridica che garantisce la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini.
Vorrei soffermarmi ora a considerare la laicizzazione del matrimonio definita dalla Costituzione francese del 1791. Quanto segue è in gran parte derivato dal discorso di Christiane Taubira, Ministro della Giustizia francese in occasione della presentazione alla Assemblée nationale del progetto di legge sul matrimonio egualitario.
L’introduzione del matrimonio civile nel 1791 è veramente una “gloria nascosta” della Rivoluzione. Vivaci dibattiti avevano accompagnato l’introduzione del matrimonio civile, la sua natura contrattuale, e la connessa possibilità di divorziare. A quell’epoca, due religioni riconoscevano il divorzio, la religione protestante e la religione ebraica, mentre la religione cattolica, maggioritaria, dichiarava il matrimonio indissolubile. La Costituzione del 1791 ha compiuto una vera è propria rivoluzione con l’introduzione del matrimonio civile.
Il matrimonio civile reca con sé il segno dell’uguaglianza. Si tratta di una vera e propria conquista fondamentale della Repubblica francese, all’interno di un movimento generale di laicizzazione della società.
Una tale conquista è stata importante soprattutto per coloro che erano esclusi dal matrimonio a quell’epoca. Dopo la revoca dell’editto di tolleranza, detto editto di Nantes, nel 1685, i protestanti non potevano contrarre matrimonio se non segretamente, rivolgendosi ai loro pastori. Essi non potevano costituire una famiglia e i loro figli erano considerati bastardi. A partire dal 1787, l’editto di tolleranza autorizza nuovamente i preti e i giudici a celebrare questi matrimoni, in quanto ufficiali dello stato civile. C’è dunque una prima apertura, due anni prima della rivoluzione, grazie a tale riconoscimento di pluralismo religioso e alla possibilità di includere nel matrimonio coloro che ne erano esclusi, in particolare i protestanti e gli ebrei. Ma il matrimonio include ancora soltanto i credenti.
Vengono ancora esclusi gli esercenti alcune professioni, ad esempio gli attori, perché la religione proclama che non può riconoscere le pratiche infami degli attori di teatro. É proprio il celebre attore Talma a rivolgersi alla Costituente dopo che il curato di Saint-Sulpice si era rifiutato di effettuare le pubblicazioni del suo matrimonio con una «donna di mondo», come si diceva all’epoca.
I costituenti decidono così di introdurre un matrimonio civile e prevedono nell’articolo 7 del titolo II della Costituzione del settembre 1791 che il matrimonio non è altro che un contratto e che il potere legislativo stabilirà per tutti i cittadini, senza distinzione, le modalità in base alle quali la nascita, il matrimonio e la morte saranno constatati e designerà gli ufficiali incaricati di constatarli e di registrarli.
Il matrimonio civile permette così non solo di includere i credenti non cattolici, ma è aperto a tutti, ossia tutti coloro che desiderano contrarre matrimonio possono disporre degli stessi diritti e devono rispettare gli stessi doveri.
Una tale concezione del matrimonio civile, che reca in sé l’impronta dell’uguaglianza, ne fa essenzialmente una libertà, perché fin dalla sua introduzione nell’ordinamento, anche il divorzio viene ugualmente riconosciuto. Nella relazione accompagnatoria della legge del 1792, si trova scritto che il divorzio è il portato di una libertà individuale, e l’esistenza di un legame indissolubile la negherebbe. Poiché il matrimonio deriva dalla libertà delle parti e non dalla sacralizzazione di una volontà divina, tale libertà di contrarre matrimonio non si può concepire se non congiuntamente alla libertà di divorziare e poiché il matrimonio viene disgiunto dal sacramento che l’aveva preceduto, potrà rappresentare i valori repubblicani e incorporare progressivamente i cambiamenti della società.
Se si ricorda che il matrimonio era originariamente un’unione di patrimoni, di eredità, di parentele, e che si passava dal notaio prima di passare al prete, il fatto di riconoscere la libertà di ciascuno dei coniugi è un progresso considerevole, a tutt’oggi iscritto nel codice civile.
Il divorzio, dunque, si accompagna fin da subito al matrimonio. Sarà proibito in Francia nel 1816, in un contesto in cui le correnti conservatrici sono dominanti e in cui si assiste a un regresso delle libertà, specialmente quelle delle donne. Sarà ristabilito nel 1884 attraverso la legge Naquet, ancora una volta nell’ambito di un movimento generale di laicizzazione della società. L’evoluzione del matrimonio reca in effetti in maniera molto marcata il segno della laicità, dell’uguaglianza e della libertà, che sono valori che si sono evoluti nel diritto e nella nostra società francese, in base ad uno sviluppo diacronico che ha conosciuto a volte forti tensioni.
Il matrimonio, unitamente al divorzio, è espressione quindi di una libertà, compresa quella di non sposarsi, ed è questa la ragione per la quale la legge riconosce le famiglie fuori dal matrimonio e i figli di queste famiglie con pari diritti. Il matrimonio, che è riuscito a separarsi dal sacramento, si sta ora separando allo stesso modo da un ordine sociale fondato su una concezione patriarcale della società, concezione che fa del marito e del padre il proprietario, il possessore del patrimonio, e allo stesso tempo anche della moglie e dei figli.
Concludo citando alla lettera le parole di Christiane Taubira in occasione della presentazione del Progetto di Legge sul matrimonio ugualitario all’ Assemblée nationale francese:
“Che cosa toglie alle coppie eterosessuali il matrimonio omosessuale? Se non gli toglie niente, abbiamo il coraggio di definire per quello che sono sentimenti e comportamenti. Noi osiamo parlare di menzogne rispetto alle parole pronunciate in occasione di questa campagna di panico sulla presunta soppressione delle parole “padre” e “madre” dal codice civile e dal livret de famille (stato di famiglia).
Abbiamo il coraggio di parlare di ipocrisia rispetto a coloro che si rifiutano di vedere le famiglie omoparentali e i loro figli esposti alle incertezze della vita. Abbiamo il coraggio di parlare di egoismo rispetto a coloro che pensano che un’istituzione della Repubblica possa essere riservata ad una categoria di cittadini.
Noi affermiamo che il matrimonio aperto alle coppie dello stesso sesso illustra bene il motto della nostra Repubblica. È un esempio di liberté, della libertà di scegliere, della libertà di decidere di vivere insieme.”
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martedì 20 agosto 2013

INSEGNARE NELLE SCUOLE UNA MORALE LAICA

Il ministro francese dell’Educazione, Vincent Peillon, ha mantenuto la promessa di avviare, a partire dall’anno scolastico 2014-2015, l’insegnamento di “morale laica” ad ogni livello di istruzione, dalla scuola primaria ai licei.
Peillon parla esplicitamente di “morale laica” e di “insegnamento laico della morale” a partire dai grandi ideali di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, che sono le fondamenta della repubblica francese. (http://www.lemonde.fr/ecole-primaire-et-secondaire/article/2013/04/22/vincent-peillon-cree-un-enseignement-de-morale-laique-du-cp-a-la-terminale_3164055_1473688.html)
Il 91% del francesi si dichiara favorevole all’iniziativa e il 48% addirittura molto favorevole. La Repubblica Francese vuole impegnarsi ad essere il primo attore nella trasmissione della morale laica sulla quale essa stessa si fonda, non una morale antireligiosa, ma una morale non dogmatica, di integrazione e di uguaglianza.
Il ministro è molto chiaro nell’enunciazione degli obiettivi che si propone, in sostanza bisogna legittimare anche legalmente gli insegnati a trasmettere valori e principi che possano essere generali, rispettosi di tutti e scevri da ogni forma di confessionalità.
Quando ho provato ad illustrare il senso della proposta del ministro Peillon ad alcuni insegnanti Italiani mi sono sentito rispondere che anche in Italia c’è qualcosa di simile e precisamente il nuovo insegnamento di “Cittadinanza e Costituzione”.
Assai incuriosito di questa novità sono andato a documentarmi sugli atti ufficiali e ho trovato la nota PROT. N. AOODGOS 2079 DEL 4 MARZO 2009 del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, a firma dell’allora Ministro Maria Stella Gelmini (http://iostudio.pubblica.istruzione.it/alfresco/d/d/workspace/SpacesStore/9cfcb376-08d0-11de-873d-bf246490dfd1/Documento%20di%20indirizzo%20Citt%20e%20Cost%20def..pdf), un ponderoso documento di 26 pagine che prende in esame tutti i precedenti legislativi e, dopo un profluvio di parole, arriva finalmente a definire nuclei tematici e obiettivi di apprendimento relativi a Cittadinanza e Costituzione.
Per la scuola primaria (scuola elementare), con un orario di un’ora alla settimana, si prevede di trattare tra l’altro:
- gli enti locali (comune, provincia, città metropolitana, regione) e gli enti territoriali (asl, comunità montane ecc.)
- i segni costituzionali dell’unità e dell’indivisibilità della Repubblica
- la distinzione tra Repubblica e Stato e alcune sue conseguenze
- la tutela del paesaggio e del patrimonio storico del proprio ambiente di vita e della nazione
- i segnali stradali e le strategie per la miglior circolazione di pedoni, ciclisti, automobilisti
- elementi di igiene e di profilassi delle malattie
Per la scuola media si sale di livello e le cose si fanno ancora più serie e si prevede di trattare argomenti come:
- il processo di revisione costituzionale e le leggi costituzionali secondo il Titolo V, sez. II del testo del 1948
- la nuova disciplina degli Statuti delle Regioni
Ecc.ecc.
Per la scuola superiore il livello sale ancora e si prevede di trattare argomenti come:
- le revisioni costituzionali apportate dal 1948 ad oggi
- il processo di formazione, di emanazione e di perfezione delle leggi ordinarie e dei decreti legge
- l’introduzione delle Regioni nel testo costituzionale del 1948 e le ragioni del loro primo avvio solo negli anni settanta
Tutto questo sempre con un carico orario di un’ora alla settimana per un insegnamento che prevede una specifica valutazione disciplinare di ciascun alunno e quindi idonei mezzi di verifica.
Nel ponderoso documento del Ministro Gelmini non compare mai la parola laico né la parola laicità, non compare mai la parola omofobia. Dal documento emerge anche una nota di consapevolezza, quando si dice:
“Il rispetto della legalità, l’osservanza di diritti e di doveri devono essere compresi in termini di valori essenziali e fondanti la possibilità di essere interlocutori protagonisti nell’ambito di un progetto comune e solidale volto allo sviluppo della società più estesa” e si prosegue: “L’ora settimanale dedicata a Cittadinanza e Costituzione non è certo sufficiente a produrre, sulla mera base dei temi che affronta e dei metodi di lavoro coinvolgenti che sappia adottare, risultati di questo tipo. Essi vanno considerati come compito comune ai docenti e ai dirigenti scolastici, nel dialogo allargato con forze potenzialmente educative.”
Ci si chiede a questo punto che cosa debba vedersi dietro il sibillino “forze potenzialmente educative”, certo non si tratta di restituire allo Stato e ai docenti una capacità di trasmettere valori laici al di fuori di qualunque pregiudiziale confessionale. Bisogna ricordarsi che siamo in Italia e non in Francia e che qui la parola laicità non ha pieno diritto di cittadinanza.
Sarebbe ora di girare pagina e di restituire alla Repubblica Italiana un suo carattere di laicità. Non contro qualcuno ma per l’uguaglianza di tutti.
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