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lunedì 16 ottobre 2017

ESSERE GAY E SEMBRARE GAY

Caro Project,
tu pubblichi sui tuoi siti solo storie gay edificanti, belle storie d’amore che mi emozionano molto quando le leggo, ma che purtroppo non ho mai sperimentato nella pratica. Qualche ragazzo gay simile a quelli delle mail che pubblichi sul forum lo conosco anche io, ma ho conosciuto anche dei gay che erano l’esatto contrario. Può anche darsi che io sia stato sfortunato ma ti voglio raccontare almeno un fatto significativo che mi è accaduto all’inizio del 2016. C’è un ragazzo gay, anzi ci sono due ragazzi gay con due modi di fare strani, secondo me non sono cattivi ragazzi né l’uno né l’altro, ma per capire devi leggere.
Nel veglione di capodanno 2016 avevo incontrato per caso un ragazzo esuberante, quasi esplosivo, che mi aveva colpito molto: lo chiamerò Tano, bellissimo sorriso, sempre a dire battute e a ridere, anche simpatico a parlarci. In breve, mi piaceva. Allora non avevo un ragazzo e la mia fantasia ha cominciato subito a lavorare su di lui. Durante il veglione abbiamo parlato un po’, ma c’era un chiasso indiavolato e siamo dovuti uscire nel cortile del locale, però ho avuto la sensazione di avere fatto anche io colpo su di lui, anche se abbiamo fatto solo discorsi banalissimi. Esci dal veglione e stai a parlare fuori nel cortile, ok, ma lo fai con una ragazza, se lo fai con un ragazzo non succede certo per caso. Quando siamo rientrati a casa la mattina di capodanno ci siamo scambiati i numeri di cellulare. Il 2 gennaio l’ho richiamato e mi è sembrato contento di risentirmi, siccome il 2 era sabato e il 3 sarebbe stata domenica, l’ho invitato a venire con il mio gruppo a una passeggiata al mare e ci siamo dati un appuntamento per l’indomani alle 8.00.
Il mio gruppo è tutto di etero, questo vuol dire soprattutto che c’è un 50% di ragazze e ci sono molte coppie; i ragazzi del gruppo mi considerano etero al 100%, ovviamente, perché non ho proprio nulla che possa fare pensare che sono gay e poi sono affari miei e me li voglio tenere per me. Di Tano non sapevo niente, meno che mai se fosse gay o etero, l’avevo invitato solo perché mi piaceva. Ovviamente nemmeno Tano sapeva nulla di me, lo avevo conosciuto solo la sera prima!
Domenica alle 8.00 i ragazzi del gruppo ci sono già tutti, siamo in 11, io dico che bisogna aspettare Tano, e invece di partire ci mettiamo a chiacchierare. Alle 8.30 Tano ancora non si vede, qualcuno comincia a storcere il naso. Lo chiamo al telefono, mi dice che sta arrivando. Alle 8.45 si presenta con il suo sorriso smagliante. Nessuno fa storie con lui per il ritardo. Quattro coppie vanno con due macchine, io, Tano e un’altra coppia siamo sulla mia macchina. Subito dopo la partenza Tano comincia a fare il cretino, facendo domande inopportune e molto da ficcanaso alla coppia che stava in macchina con noi. Chiede se stanno insieme, cosa che si vedeva a un chilometro, e loro chiedono a lui perché è solo, lui risponde che non è solo ma è con me, che sono il suo ragazzo! Io mi affretto a smentire e sottolineo che l’ho conosciuto solo due giorni prima, ma lui insiste a fare il cretino: noi stavano davanti e la coppia di amici stava dietro. Io avevo la mano sul cambio, lui prende e mette la sua mano sulla mia. Gli dico: “Stai fermo, che so guidando!” allora ritira la mano in modo molto teatrale e mi dice: “Vabbe’, ma che ho fatto?” Poi chiede alla coppia: “Voi che ne pensate delle coppie gay?” Francamente in quel momento lo avrei ammazzato!
I ragazzi della mia comitiva hanno il perfetto controllo di sé, rispondono da manuale e non si fanno trascinare in discorsi strani. La ragazza quando vede che i discorsi di Tano si fanno pesanti e insistono un po’ troppo, entra in mia difesa: “Tano, mi sa che hai sbagliato obiettivo, io conosco Silvia, la sua ragazza, stanno insieme da due anni!” Ma Tano insiste: “Questo non me lo avevi detto… vabbe’ vuol dire che sei un po’ bisex!” Stavo proprio perdendo la pazienza. “Tano, vuoi scendere qui?” e lui mi risponde: “Ma che ho detto? Ma non si può nemmeno parlare?” Ovviamente non esiste nessuna Silvia, ma Tano non lo sa. La ragazza riprende il discorso su Silvia, e anche io faccio prudentemente la mia parte. Silvia agli occhi di Tano prende sempre maggiore consistenza e i discorsi da checca gay finiscono. Per tutto il resto del viaggio parliamo solo in tre. Tano è praticamente fuori gioco, forse si aspettava una comitiva gay, ma ne ha trovata una etero (o quasi) e si è sentito a disagio. Una volta arrivati al mare, con gli altri ragazzi tiene un comportamento educato anche se spigliato, niente di simile a quello che era successo durante il viaggio. Quando eravamo a tavola, io ero di fronte a Tano, mi arriva una chiamata al cellulare, rispondo. Era la ragazza che stava con noi in macchina. Mi dice: “Vedo che hai “quello” di fonte a te, fai come se ti avesse chiamato veramente la tua ragazza, se no non te lo scrolli più di dosso.” Io volevo che il pomeriggio passasse tranquillamente e ho accettato di fingere. Ho coperto il cellulare con la mano perché non si sentissero le parole (e non stavo dicendo proprio niente) e ho fatto facce molto compiaciute da innamorato che parla con la sua bella. Tano fingeva di guardare dall’altra parte ma stava attentissimo al mio comportamento. Quando ho chiuso la telefonata lui ha fatto finta di niente e ha cominciato a parlare col ragazzo che aveva al fianco. A Gennaio, fa notte preso e torniamo a casa. Accompagniamo a casa i due ragazzi che erano in macchina con noi, poi vado ad accompagnare Tano che si scusa per l’accaduto, dice che è stato stupido da parte sua, che non aveva pensato che mi poteva causare dei problemi ma aggiunge che comunque aveva pensato che io non fossi etero, non sapeva perché ma lo aveva pensato. In quei momenti io non sapevo che cosa dire. Tano a me piaceva, anche se era troppo invadente e maldestro. Dovevo dirgli che non c’era nessuna ragazza e che lo avevamo preso in giro per farlo stare tranquillo, ma così lo avrei perso, d’altra parte lo avrei perso anche se avessi continuato a recitare la parte dell’etero. Ero veramente in imbarazzo. Si sarebbe potuto superare l’imbarazzo con un contatto fisico che sarebbe stato più significativo di qualunque discorso, ma un gesto simile mi avrebbe impedito di cambiare atteggiamento in caso di necessità, cioè se Tano si fosse dimostrato troppo invadente o comunque, alla prova dei fatti, fosse stato incompatibile con me. Alla fine ho scelto di continuare a fare l’etero che ha la ragazza, perché l’altra strada mi sembrava troppo arrischiata e soprattutto troppo prematura. Tano era deluso, ma “se uno è etero” c’è poco da fare! Nei giorni successivi non mi ha richiamato e dopo qualche giorno l’ho richiamato io, era contento di sentirmi, ma di una contentezza ufficiale, era controllato nei discorsi e non propenso a prolungare la telefonata. Per un paio di mesi siamo andati avanti così, io lo chiamavo, cercavo di parlare con lui, che però era sfuggente, ma la mia insistenza ha cominciato a sembrargli strana. Il primo di Marzo mi ha fatto una proposta inattesa, mi ha detto: “Vengo a prendere una pizza con te se ci viene pure Silvia.” Era segno che ormai aveva capito. Gli ho detto che andava bene e ci siamo dati appuntamento per la sera del tre in un ristorante. Io sono arrivato prima, ho fatto preparare un tavolo per tre e mi sono seduto ad aspettare. Tano è arrivato, ha visto l tavolo per tre e ha fatto una faccia strana: “Non è che vi rovino la cena?” Gli ho risposto che non avrebbe rovinato niente, e che Silvia era in bagno a risistemarsi un po’. Poi gli ho detto intanto di ordinare e mi ha risposto: “Ma no, aspetto!” e allora gli ho svelato il mistero, ma per gradi: “Silvia non è potuta venire, perché… non esiste…” Allora sulla faccia di Tano è tornato il suo sorriso malizioso: “Veramente?” “Sì” “Allora anche tu… “ “Eh…” “Wow!!” Dopo abbiamo cenato in santa pace!
Così è cominciata la mia storia con Tano, che dura quasi da due anni, ma, sia ben chiaro, non penso affatto che Tano sia senza difetti. Stiamo bene insieme, questo lo posso dire, ma su certe cose non andremo mai d’accordo. Vengo ad elencare i difetti di Tano, o almeno quelli che io considero difetti:
Innanzitutto pretendeva di portarmi nella sua comitiva gay, cosa che a me non sta bene non perché sono gay ma perché si atteggiamo molto, almeno in certe situazioni, e non capiscono che questo può dare fastidio anche agli altri gay. Nella comitiva di Tano ci sono sei ragazzi in tutto, compreso Tano, se li prendi uno per uno sono bravissimi ragazzi, calmi, che pensano prima di agire, ma se li metti tutti insieme diventano un pericolo pubblico, si scatenano e possono creare certamente problemi a uno come me che non si vuole mettere in piazza. Quando Tano voleva andare con loro io non ci andavo, e dopo un po’ non c’è andato più nemmeno Tano, però abbiamo continuato a frequentare gli amici del suo gruppo, uno o due alla volta. E posso dire che Tano l’ha accettato.
In secondo luogo Tano all’inizio ha avuto l’idea fissa che io dovessi fare per forza un coming out pubblico, cosa che, a parte il fatto che non mi piace in nessun caso, non potrei proprio fare, perché una cosa del genere mi potrebbe creare problemi grossissimi sul lavoro. Adesso si è adeguato all’idea che si può essere una coppia anche se uno è dichiarato e uno no!
Terza e ultima cosa, questa molto più privata, Tano ha un’idea di sesso come divertimento che mi sembra molto riduttiva. Gli ho fatto venire la fissa della prevenzione (prima non ci stava troppo attento). Ha un’idea di sessualità gay, diciamo così, molto classica e non mi piace affatto che insista pesantemente per farmi fare cose che non voglio. E qui una volta siamo arrivati proprio sull’orlo della rottura. Gli ho detto: “Essere in due vuol dire essere veramente in due, io mi sono adeguato a tante cose per farti piacere, ok, va benissimo, ma l’elasticità ci vuole da entrambe le parti, altrimenti trovatene un altro!” Lui pensa di incarnare l’essenza della “gayezza” e non capisce che è solo uno dei tanti e che di gay che sono gay al 100% e che ragionano in modo diversissimo dal suo ce ne sono moltissimi. Comunque Tano ha un modo bellissimo di vivere il sesso, è proprio travolto dalla sessualità. Io sarei travolto molto meno, ma quando vedo lui mi faccio portare anche io dall’entusiasmo e le cose funzionano molto bene.
Adesso un pregio di Tano: ti dice le cose in faccia, qualche volta anche brutalmente, e certe volte mi ha impedito di fare grosse stupidaggini proprio con la sua franchezza. Se c’è una cosa che non credo possibile è che possa tradirmi, mi spiego meglio, non credo possibile che possa andare con un altro ragazzo senza dirmi nulla, invece che possa andare con un altro ragazzo dicendomelo prima è possibile ed è un fatto che temo molto, anche se non è mai successo niente di simile.
La nostra vita di coppia non è male, ma per me Tano non è una religione, è una realtà da verificare giorno per giorno. Ora non viviamo insieme, anche se io ho casa per conto mio, perché il pettegolezzo sarebbe distruttivo per entrambi e mi creerebbe problemi enormi anche il famiglia. Stiamo lavorando molto entrambi por poterci comprare una casetta in campagna, senza vicini impiccioni, ma le case costano e ci vorrà tempo, questo, al momento è il nostro sogno come coppia.
Grazie per quello che fai Project, ovviamente puoi pubblicare la mail, l’ha letta anche Tano ed è d’accordo.
Ciao.
Pas e Tano
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=18&t=6265
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giovedì 20 luglio 2017

STORIA DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project, ho avuto ieri sera il piacere di parlare con te, era la prima volta che parlavo con uno che sapevo con certezza essere gay ed è stato tutto molto più facile del previsto. La conversazione è stata agevole, si potrebbe dire una normale chiacchierata, anche se gli argomenti non erano affatto comuni, almeno per me, perché a quasi 40 anni, avevo ancora idee piuttosto preconcette sui gay. Per un uomo sposato e divorziato, per fortuna senza figli, con una, chiamiamola così, tradizione etero alle spalle, non è per niente facile avvicinarsi all’idea che in fondo per tanti anni non si è fatto che rimuovere e si è vissuta una vita da etero, matrimonio compreso, che non era in fondo quello che si voleva. Mi sono chiesto se sono stato veramente etero, ma penso che non sia assolutamente così. Ho sposato la mia ex-moglie ma non l’ho amata. Quando eravamo sposti e vedevo un bel ragazzo per la strada non solo mi fermavo a guardarlo ma pensavo che tornato a casa non avrei trovato lui ma mia moglie. A parte la sofferenza psicologica che ho imposto anche a lei, la cosa più atroce, per me, è stata tirare avanti “per non mettere in crisi il matrimonio”. In realtà le cause del tirare avanti erano ben altre e molto meno nobili: avevo paura di una vita da gay, avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia, dei compagni di lavoro. Avere una moglie mi metteva al sicuro. La storia aveva ben poco di sessuale, lei non se ne rendeva conto, ma per me fare sesso con lei era una forzatura, alla fine qualche volta succedeva ma non era quello che volevo, piano piano, anzi piuttosto velocemente, il sesso lo abbiamo messo da parte del tutto, ma il problema non era nemmeno quello, mia moglie si aspettava qualcosa da me, qualcosa che non potevo darle, si era adattata all’idea di un matrimonio senza sesso, ma avrebbe voluto almeno un po’ d’amore, ma per me non era possibile, la nostra era una convivenza, un condividere la casa, un fare i turni per lavare i piatti e fare la spesa, ma tra noi affetto zero. Lei non capiva, io non avevo il coraggio di parlare e si andava avanti così. Io non ho cercato avventure gay, perché di quelle cose avevo il terrore, mi bastava un po’ di pornografia e un po’ di fantasia. Mi dicevo che non ero gay perché non ero mai stato con un uomo e che in fondo avevo fatto anche sesso con una donna, cosa che secondo me un gay non avrebbe mai fatto, e andavo avanti così. Poi ho incontrato Mauro e lì mi è crollato il mondo addosso. Non so se Mauro fosse gay, io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Con lui stavo bene, ci vedevamo spesso, ma per un caffè, per fare due passi e per chiacchierare un po’, ma tra noi c’era una complicità totale, non vedevo l’ora di uscire con lui, di restare solo in macchina a parlare con lui. Ho sempre pensato che lui si aspettasse una prima mossa da parte mia, ma quella prima mossa non c’è mai stata e siamo andati avanti così per quasi tre anni, poi ha trovato lavoro altrove e se ne è andato. Io ci sono stato malissimo, dovevo tornare ad una vita che non era la mia, Mauro mi mancava. Ci siamo sentiti un po’ su skype, poi piano piano non ci siamo sentiti più. Ma alla fine avevo capito che mi mancava un’amicizia maschile, allora non pensavo assolutamente di essere gay, non avevo interessi sessuali su Mauro, o forse li avevo sublimati, però usavo solo porno gay e questo mi avrebbe dovuto fare riflettere. Diciamo che alla fine avevo anche ipotizzato di poter essere gay ma la cosa mi sconvolgeva proprio. Io gay? Io che non ho mai avuto niente di strano, niente di effeminato? Mi sembrava proprio impossibile. Con mia moglie le cose andavano a rotoli: incomprensioni, risposte piccate senza nessun motivo, insomma eravamo in crisi. Devo dire a onore di mia moglie che lei ha tenuto i nostri problemi solo per noi, i suoi genitori non ne sanno assolutamente nulla. Insomma, due mesi fa l’ho vista proprio a terra e sono finalmente riuscito a parlare chiaro e la sua reazione mi ha stupito. Mi ha ascoltato senza dire una parola, quando ho finto il mio discorsetto, mi ha detto che era contenta che fossimo arrivati a chiarirci e si è anche sentita in colpa perché era stata lei che era voluto arrivare al matrimonio, mentre io cercavo di svicolare e di metterla al massimo in termini di convivenza. Poi abbiamo parlato molto del che cosa fare, lei era disposta al divorzio consensuale e non pretendeva nulla, ma la nostra casa l’avevamo comprata e pagata insieme, io ne avevo un’altra piccolina e avrei lasciato casa nostra a lei, ma non l’ha voluta, allora abbiamo stabilito che l’avremmo venduta dividendoci poi il ricavato. Adesso siamo divorziati, ma ci vediamo ancora, non siamo più ragazzi e non so se io o lei riusciremo a rifarci una vita. Ovviamente non viviamo più insieme ma è rimasta una stima reciproca. I miei suoceri sono rimasti perplessi del nostro divorzio, proprio perché abbiamo continuato a vederci anche dopo. Adesso sto cominciando a cercare di capire che cosa è il mondo gay, sarei già contento di trovare un amico gay per parlare un po’, specialmente se avesse un’esperienza analoga alla mia, ma ho ancora molta paura di queste cose. Quello che sarà sarà, oggi come oggi sono soprattutto contento di come sono andate le cose con mia moglie e sto veramente molto meglio di prima. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul Forum di Progetto Gay:http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=6203

venerdì 5 maggio 2017

DUBBI DI UN GAY DICHIARATO

Ciao Project,
ho pensato molto prima di scriverti e ti spiego perché. Conosco Progetto Gay da anni ormai, quando ci entrai le prime volte, diversi anni fa, intorno al 2010, io ero invaso dal sacro fuoco dell’omosessualità, avevo vent’anni, e un ambiente come quello del forum mi sembrava vecchio, asfittico, l’ambiente tipico di gente senza palle che si rintana nell’anonimato perché non ha la faccia di essere quello che è, parlando molto diretto, mi facevate pena, ti avevo mandato una mail, ma mi avevi risposto raccomandando prudenza e al tempo per me la prudenza era il peggiore dei vizi. Quindi me ne sono andato per la mia strada, una strada molto diversa da quella di progetto gay, ero già dichiarato pubblicamente e non avevo particolari problemi ad andare in un locale gay, insomma, tra internet e locali ho cominciato la vita del gay dichiarato. Ho frequentato anche circoli gay famosi, ma l’aria era troppo ideologica e me ne sono andato anche da lì. La sera del sabato andavo a ballare col ragazzo di turno, con il seguito ovvio di sesso (protetto! Qui la prudenza non l’ho messa da parte!) I primi tempi era tutto molto sciolto, conoscevo tanti ragazzi, fare sesso era facile, ci si divertiva e in buona pare ci si illudeva, poi si cambiava ragazzo, si continuava ad andare a ballare, si aveva una comitiva tutta gay, e anche un bel po’ atteggiata, solo per andare a ballare. Comunque, in mezzo a tutto questo, non ha mondato all’aria le cose importanti, ho continuato a studiare e mi sono laureato. Ho trovato lavoro in un settore molto specialistico e ho cominciato a lavorare, tutto sommato con una certa soddisfazione, perché sul lavoro mi stimavano. Nel frattempo solite cose: comitive gay, gite, andare a ballare il sabato, sesso facile, ecc. ecc., ma col tempo tutte queste cose perdevano progressivamente il loro fascino e mi trovavo ad andare a ballare praticamente senza nessuna voglia di farlo, e lo stesso valeva anche per il sesso, si poteva fare ed era pure facile, ma alla fine era diventata una cosa banale come qualsiasi altra. Un paio d’anni fa ero proprio arrivato alla frutta, totalmente demotivato. Allora è capitato che del tutto casualmente sono finito di nuovo sul forum di Progetto Gay e mi sono messo a leggere una storia, e mi è piaciuta, direi che mi è piaciuta molto, anche se mi dicevo che quelle sono tutte favole, e che quelle cose capitano a uno su un milione, perché il mondo non funziona così. Da allora, però, ho ripreso a leggere il forum con una certa regolarità e devo dire che mi aiutato molto a non cadere nella malinconia. E qui comincia la seconda parte della mia storia. Nella mia ditta io lavoravo come tecnico laureato, quindi a buon livello, ma c’erano anche tanti ragazzi che facevano lavori meno qualificati e oggettivamente più pericolosi. In ditta c’è molta attenzione all’antiinfortunistica ma i rischi ci sono come in tutti i settori industriali. Sei ragazzi erano addetti ai magazzini, io li conoscevo di vista e poco più, mi davano del lei e mi chiamavano dottore, cosa che mi faceva una certa impressione. Uno di questi, un giorno cade da una scaffalatura e lo portano in ospedale, ha delle fratture ma dicono che se la caverà. Io il giorno che è successo non ero al lavoro e l’ho saputo il giorni appresso, ho chiesto a che ospedale lo avevo portato e nel pomeriggio sono andato a trovarlo. Era piuttosto mal concio, ma mi ha riconosciuto subito e mi ha sorriso, gli ho chiesto di darmi del tu e gli ho chiesto anche se erano venuti a trovarlo, ha detto che erano passati due suoi colleghi, gli ho chiesto della sua famiglia e mi ha detto che della famiglia non si era visto nessuno, perché lui non è in buoni rapporti con la famiglia e dell’incidente non aveva detto nulla a casa. La cosa mi è sembrata strana, perché è un ragazzo molto giovane, ma non ho fatto altre domande. Mi sono seduto accanto al letto, abbiamo parlato di quello che dicevano i medici, dei tempi di ripresa, di rientro al lavoro. Era preoccupato dei rapporti con l’azienda, dei certificati di ricovero e di malattia, dell’INAIL e di altre cose del genere, gli ho detto che ci avrei pensato io e che doveva pensare solo a rimettersi in salute presto e bene. Sono rimasto lì finché l’infermiera non ha cacciato via i visitatori perché era ora della cena. Andare a trovare questo ragazzo mi ha fatto un effetto fortissimo, perché era sostanzialmente solo e aveva preferito non avvisare la famiglia, con la quale evidentemente non aveva più rapporti. Lui con me era stato molto gentile e si vedeva che era contento che fossi andato a trovarlo. L’indomani mattina, mi informai in amministrazione delle pratiche da fare e dei documenti e nel pomeriggio tornai in ospedale, questa volta portando anche due dolcetti presi in pasticceria. Lui stava abbastanza bene ma mi disse che avrebbe dovuto subire un intervento per ricomporre una frattura e mi disse che sarebbe stato dopo due giorni. Il tempo della visita passò molto velocemente e questa volta nell’andare via gli strinsi la mano, il giorno prima non lo avevo fatto. Il giorno appresso mi dice che sarà operato l’indomani alle 8.00 del mattino, mentre sono lì passa il chirurgo per il consenso informato e lui dice al chirurgo di considerarmi uno di famiglia a tutti gli effetti. Il dottore non fa una grinza e mi dice: “Guardi, l’intervento non sarà brevissimo perché la frattura è scomposta, ma il ragazzo è giovane e non ci dovrebbero essere problemi particolari, se vuole può venire in chirurgia così può stargli vicino al risveglio che in genere non è un momento facilissimo” Poi il dottore dice all’infermiera di farmi un “passi” per il reparto chirurgia. Quando il dottore se ne va arriva l’infermiera che mi manda via. Il ragazzo (chiamiamolo Enzo) mi dice che non c’è bisogno che io venga l’indomani. Ci salutiamo stringendoci la mano. Esco, telefono in amministrazione e chiedo un giorno di ferie per l’indomani, fanno un po’ di storie ma poi mi danno il giorno. L’indomani alle 7.00 sono in chirurgia, alle 7.15 mi fanno entrare a salutare il paziente per un minuto e lo portano in sala operatoria per la preanestesia. Io vado a sedermi nell’atrio e comincia la mia attesa. Per fortuna c’è un’infermiera, che mi dice che il chirurgo è bravo e mi rassicura, a mi dice che ci vorrà tempo, circa due ore e poi riporteranno Enzo al reparto e lì potrò stargli vicino durante il risveglio.
Io aspetto, sono tranquillo, ci sono dei giornali, leggo, vado avanti e indietro. Alle 10.00 Enzo non è ancora uscito, comincio ad essere ansioso, l’infermiera mi calma, alle 11.00 non è ancora uscito. Supplico l’infermiera di informarsi e di dirmi che succede, lei entra e dopo 5 minuti esce e mi dice: “Hanno finito, stanno suturando, è andato tutto bene, tra venti minuti esce, stia tranquillo!” Effettivamente dopo venti minuti lo portano fuori e lo rimandano in reparto, io aspetto il chirurgo, che esce dopo poco e mi conferma che è andato tutto bene e che la cosa è stata solo un po’ più complicata del previsto, mi dice di andare da Enzo e aggiunge che per il risveglio ci sarebbe voluta un’ora e mezzo o due.
Mi precipito in reparto accanto a Enzo, respira tranquillo, ha le flebo attaccate ma ha un buon colorito e sembra molto tranquillo. Mi sento rassicurato. Lo posso osservare da vicino e molto in dettaglio, è proprio un bel ragazzo, ha un viso dolce, quasi adolescenziale con un po’ di barba chiara. Ha la mascherina dell’ossigeno ma è staccata. Chiedo all’infermiera se deve prendere l’ossigeno, ma mi dice che non ce n’è bisogno e che Enzo respira bene, che, se mai, potrà avere dei dolori al risveglio col venire meno dell’anestesia, mi dice che potrei dargli l’acqua con la cannuccia o bagnargli le labbra. Io mi risiedo vicino a lui, ormai è mezzogiorno. Dopo l’una e mezza comincia a muoversi e dà segno di avere dolori, poi si assopisce di nuovo. Viene l’infermiera, misura la pressione e la saturazione, poi mette una seconda flebo e dice che è l’antidolorifico e aggiunge che va tutto bene. Alle due e mezza Enzo apre gli occhi, mi riconosce e mi dice: “Ciao!” io gli tocco la spalla, non la mano perché ha le flebo da entrambe le parti, ha anche il catetere e c’è la borsa sotto il letto. Gli chiedo come si sente e fa una mossa col viso, gli dico che ho parlato col chirurgo e ha detto che è andato tutto bene e anche l’infermiera dice che il decorso post-operatorio è normale. Mi sorride e mi dice “Io dormo un po’.” Gli rispondo: “Certo! Oramai il peggio è passato.” Resto lì fino alla sera. Quando arriva l’orario di visita c’è un po’ più confusione e Enzo si risveglia, è molto più lucido, mi dice di andare a casa che ormai lui sta meglio, ma gli rispondo che ho il permesso per stare lì tutta la notte e che andrò via l’indomani alle 7.00 per andare al lavoro.
Sono stato a trovare Enzo ogni giorno finché non è stato dimesso e ho notato che a trovarlo ci sono andato solo io. Nel frattempo i miei amici, coi quali andavo in giro per locali gay, mi chiamavo ogni giorno ma io avevo altro per la testa. Enzo era diventato per me una persona importante. Dopo le dimissioni dall’ospedale abbiamo continuato a sentirci praticamente tutti i giorni e anche ad uscire insieme e ad andare insieme a prendere una pizza. Enzo non parlava di ragazze, e l’idea che potesse essere gay cominciava a prendere stabilmente possesso del mio cervello, ma non c’era nulla nel suo comportamento che mi potesse dare un’indicazione precisa. Della famiglia non parlava affatto e meno che mai dei motivi per cui non aveva rapporti coi genitori. A un certo punto gli ho fatto una domanda diretta: “Hai una ragazza?” Ha solo detto che era una questione complicata e che non gli andava di parlarne, al che ho fatto macchina indietro e mi sono tenuto i miei dubbi. Dopo quella domanda con me è più formale, ma le spiegazioni di questo fatto possono essere opposte, può avermi preso per un etero che gli faceva una domanda ovvia per un etero, ma potrebbe anche avermi preso per un gay che esplora il terreno. In ogni caso, adesso la conversazione è più ingessata. E qui vengono i dubbi. Che faresti Project?
Tieni presente che noi lavoriamo nello stesso posto e che in azienda ufficialmente non ci sono gay, non mi sono dichiarato nemmeno io, figuriamoci se potrebbe dichiararsi un ragazzo timido come Enzo, ammesso e non concesso che sia gay.
Dovrei dirgli esattamente come stanno le cose, cioè fare io coming out con lui per costringerlo a fare lui lo stesso con me? E se poi non è gay? Perché la possibilità c’è eccome. Insomma, io non lo vorrei perdere per nessuna ragione, gay o etero che sia, e non vorrei che se ne scappasse per paura di chissà che cosa. Non ho mai avuto tutti questi dubbi per la testa. Tu conosci tanti non dichiarati e forse capisci meglio di me come ragionano.
Ti ringrazio anticipatamente. Ovviamente, se vuoi pubblica pure questa mail, chissà che non la possa leggere anche lui!
Italo (non mi chiamo così, ma mi piace)
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay:

mercoledì 22 settembre 2010

COMING OUT SI E NO

Caro Project,
ti ringrazio molto per la risposta e mi scuso di nuovo con te, mi rendo conto che la mia mail non era che uno stupido sfogo del momento, e per di più è giunta in un periodo in cui tu hai pensieri ben più importanti per la testa.
Questa volta non parlerò di me e delle mie paranoie, ma delle impressioni scaturite dai nostri scambi di battute in questo mese circa, nonché da ciò che ho letto sul sito.
Innanzitutto mi dispiace che tu stia attraversando una fase difficile e che ti senta lontano dal progetto.
Posso dirti che conosco ancora poco del progetto: mi sono imbattuto sul blog un mesetto fa mentre ero in ferie e mi ha subito colpito la qualità degli interventi e come alcuni di questi mi toccassero da vicino. Forte dell’anonimato di fondo che contraddistingue il tutto, ho deciso di scriverti immediatamente, senza avere chiaro chi e come si celasse dietro tutto ciò, e mi ha subito colpito la tempestività delle tue risposte.
Quello che hai realizzato è senz’altro unico e lodevole, un modo utile per affacciarsi a questo mondo per quei ragazzi che hanno bisogno di un confronto e non sanno come orientarsi. Nei ritagli di tempo ho cercato di documentarmi il più possibile sui contenuti, e ritengo che l’insieme degli interventi, le valutazioni sulla vita gay a più livelli e la notevole mole di dati statistici, sono senz’altro un tesoro di conoscenza sull’argomento che varrebbe una pubblicazione.
Da questo punto di vista credo che difficilmente tu possa aver deluso delle persone, semmai puoi averle solo aiutate (magari persino a tua insaputa e senza avere interagito con loro, ma dalla semplice lettura del materiale che hai reso disponibile). Immagino quindi che una delusione per qualcuno possa essere giunta da quello che puoi avergli detto, dalle tue posizioni e argomentazioni, che sono del tutto lecite e plausibili.
Cercherò di condividere con te l’idea che mi sono fatto.
Intanto penso che la dimensione di Progetto Gay sia per forza di cose principalmente e inevitabilmente legata a ragazzi che attraversano un periodo di difficoltà e destabilizzazione, e se si rivolgono a questo mezzo è perché hanno bisogno di aiuto e di un confronto aperto (e come primo approccio l’anonimato aiuta tantissimo), mentre per quei ragazzi realizzati, felici, in pace con se stessi e con gli altri diventa per certi versi ridondante, se non per condividere le loro impressioni ed esperienze.
Aggiungo che noi utenti costituiamo il più delle volte una sorta di “egoisti” di passaggio: spesso focalizziamo tutto solo su noi stessi, vogliamo attenzioni, vogliamo sentirci dare certe risposte che talvolta non arrivano, del tutto incuranti che dietro tutto questo c’è una persona vera e concreta, che dedica buona parte del suo tempo ad una iniziativa senza alcun fine di lucro, e che come tutti può avere i suoi alti e bassi.
Per quel che mi riguarda, in queste poche mail che ci siamo scambiati ho trovato in primo luogo una persona seria con cui parlare, sfogarmi e confrontarmi lealmente, al di là delle eventuali diversità di vedute, e per me questo ha significato davvero tanto.
Ormai è chiaro che la mia ossessione è stata, e in parte continua ad essere, questo benedetto coming out, che rappresenta in qualche modo il motivo conduttore dei miei messaggi.
Per questo motivo ho passato al vaglio l’intera rassegna relativa al coming out pubblicata sul forum, e ho notato come in vari casi tu fossi lontano dalle aspettative e dalle posizioni dei ragazzi, arrivando anche ad avere dei contrasti sull’argomento. Posso pertanto immaginare che qualche delusione da parte loro sia generata dalla tua opinione a riguardo, visto che lo disincentivi vivamente e consigli la massima prudenza.
Mi capita inoltre di vedere sottolineare la diversità di vedute provocate dal gap generazionale, ed io stesso ho capito che sei una persona adulta quando mi hai scritto “ai miei tempi, 40 anni fa”.
Mi rendo conto che la strada per un gay ai tuoi tempi fosse più tortuosa e in salita rispetto ad oggi, ma va riconosciuto che il grado di accettazione della società è senz’altro aumentato notevolmente, per quanto anche oggi spesso un gay se la passi male, specialmente in contesti di provincia.
Forse quello che capita in questi casi è che finiamo col vedere sempre e solo il bicchiere mezzo vuoto: ci fissiamo e amplifichiamo le esperienze buie e negative, e finiamo col convincerci che siano sempre quelle a prevalere.
Ora, al di là della mia situazione personale (e dopo questa serie di lunghe premesse), voglio dirti come la penso in termini generali sul coming out, e per quali motivi secondo me non vada scoraggiato.
Il coming out è una buona cosa per tutti i gay (dichiarati e non), e se un sempre maggiore numero di persone lo fa ce ne possiamo solo rallegrare. Solo attraverso un costante e progressivo aumento delle persone che escono allo scoperto, scuotendo le coscienze della società civile nel suo complesso, si può raggiungere una vera accettazione, e diminuire la discriminazione. Grazie a coloro che fanno coming out nella vita di tutti i giorni (non solo nei contesti patinati), le persone si rendono sempre più conto che l’omosessualità è qualcosa di normale e diffuso, e che non è legata solo alle icone gay inflazionate dai media.
Grazie al coming out abbiamo persone dichiaratamente gay che, mettendoci la faccia, si battono per i nostri diritti. Di tutti noi, anche di quelli che ancora non si dichiarano: se un giorno decideremo di uscire allo scoperto, e magari di voler legalizzare un’eventuale unione con il nostro fidanzato (semmai arriverà in Italia!), lo dovremo a chi ci ha preceduto in tale scelta. Io ahimè non sono tra queste (ti ho reso abbondantemente partecipe delle mie ritrosie e timori), ma non posso che ammirare il coraggio e la determinazione di tali persone.
Credo che a livello sociale, il coming out diffuso e generalizzato sia l’unico modo per dare risonanza al fenomeno, per far sentire che siamo tanti e non siamo soli, e non può che dare un segnale di fiducia e di speranza a chi è tuttora vittima della paura e della vergogna. Per come la vedo io, accantonare in toto il coming out – oggi, domani e sempre – scegliendo deliberatamente di vivere buona parte della propria esistenza in segretezza e clandestinità, equivale a interiorizzare ed amplificare un sentirsi diversi, e quindi sbagliati. E senza rendercene conto il problema è e rimane in noi, a prescindere da chi ci circonda.
Una delle cose che mi ha colpito nelle tue risposte (che ho avuto modo di segnalarti) è la rassegnazione di fondo che contraddistingue il tuo pensiero. Mi riferisco in particolare a quando mi hai detto “pretendere che le cose cambino, e per di più rapidamente, è poco realistico. Le cose che scrivi sono ampiamente condivisibili ma in certi casi e in certi ambienti sembrano più utopia che realtà possibile”.
Ora mi rendo conto che tu preferisci un approccio prudenziale con i ragazzi che ti contattano, specialmente quelli più giovani, e questo passaggio è saggio e doveroso: invitarli a valutare bene il contesto e considerare ogni variabile in gioco prima di compiere una scelta irreversibile è più che auspicabile. Ma personalmente non condivido un messaggio che impone una rassegnazione tout court: così facendo la rassegnazione è prima di tutto intrinseca in noi, ancorché dettata dagli altri.
Accantonando del tutto il coming out, si infrange ogni speranza di integrazione e condivisione totale del proprio vivere. È un traguardo importante e inevitabile nella vita di un ragazzo gay, per lo meno con le persone a cui si vuole bene, e credo che prima o poi questa esigenza arrivi (anche per un tiratardi come me!).
E qui vengo alla seconda cosa che mi ha colpito delle tue risposte, e che mi ha fatto capire che esiste evidentemente un diverso sentire partendo da una situazione simile (anche se ammetto che possiedi senz'altro una giusta cognizione per sostenere ciò): tu non contempli affatto il coming out come una tappa di realizzazione e autodeterminazione della propria persona, mentre sembra possa essere solo funzionale al trovare più semplicemente un ragazzo.
Chissà, forse anche qui mi contraddistingue un modo di pensare tutto mio e bizzarro, ma per come sto percependo con malessere la mia vita, ritengo che vivere nell’ombra e nella finzione ad oltranza equivalga a procedere con il freno a mano tirato. E un prezzo lo sto pagando già adesso, lo scotto di aver condizionato la mia vita e le mie scelte ad un modo di vivere “neutrale”: anche i rimpianti hanno un prezzo.
C’è un rischio innegabile connesso al coming out, ma forse vale la pena metterlo in conto.
Come dice un autore a me caro “Arriva un momento nella vita in cui non rimane altro da fare che percorrere la propria strada fino in fondo. Quello è il momento d'inseguire i propri sogni, quello è il momento di prendere il largo, forti delle proprie convinzioni (…) La maggior parte di noi non è preparata ad affrontare i fallimenti ed è per questo che non siamo capaci di compiere il nostro destino. È facile sfidare quel che non comporta alcun rischio” (Sergio Bambarén).
Non tutti carburiamo e metabolizziamo allo stesso modo: ad alcuni questo momento capita prima, ad altri più tardi, ma alla fine credo proprio che la strada vada percorsa fino in fondo. Per quel che mi riguarda sono solo all’inizio :-)
Detto tutto ciò Project, voglio che tu sappia che non mi hai affatto deluso. Al contrario ho apprezzato la tua disponibilità e umanità nel dialogo, e sto considerando seriamente i tuoi consigli: sono più tranquillo e mi impegno affinché non venga assalito dall’ansia, cercando prima di tutto di essere sereno e di guardarmi intorno, anche se gli sbalzi d’umore si fanno ogni tanto sentire.
Dopo questa mail non ti scoccerò più, almeno per un po’ di tempo, e dopo quello che ci siamo detti mi impegnerò nel definire al meglio il mio percorso. Se ti va di scrivermi anche solo per fare quattro chiacchiere fallo pure.
Ti abbraccio e ti ringrazio ancora,
M.
P.S. Se ti va e ritieni che possa servire, ti autorizzo a pubblicare quest’ultima mail.
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Sotto il profilo teorico potrei sottoscrivere benissimo quello che dici. Quello che mi frena molto è la costatazione diretta e ripetuta del costo pesantissimo che il coming aut può avere nella vita dei ragazzi; è la vecchia questione se valga la pena di fare martiri per portare avanti una causa giusta. Secondo me, in queste cose, le risposte sono sempre relative e in questo più che in molti altri casi.
Project 
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domenica 11 luglio 2010

DA GAY DICHIARATO A NON DICHIARATO

Ciao Project,
mi chiamo D. ho 36 anni, sono un gay dichiarato o meglio dovrei dire un ex-gay dichiarato, non ex-gay, ma ex-dichiarato. Praticamente mi sono dichiarato pubblicamente a 16 anni. I miei genitori hanno reagito male ma poi si sono adeguati e d’altra parte non avevano scelta, con gli amici meno problemi che in famiglia ma in buona parte mi hanno messo al dimenticatoio, e tra quelli che mi hanno messo al dimenticatoio ce n’è uno, chiamiamolo Stefano, che poi ho saputo essere gay, ma di Stefano ti parlerò dopo. A 16 anni ero già uno spirito molto indipendente e anche ribelle, nel senso che non avrei mai fatto quello che volevano gli altri, facevo, o meglio credevo di fare, solo quello che decidevo io. Fino ai 22-23 anni ma anche fino a 24, cioè quando ho cominciato a lavorare, dovevo evitare gli eccessi, facevo il mio comodo, ma siccome non avevo soldi miei c’erano dei limiti. Dai 24 anni ho cominciato ad entrare nel giro gay, quello che tu chiami “etichettato gay” mi dava molto il senso di libertà, mi sentivo emancipato, avevo soldi in tasca e mi piaceva rimorchiare, sono arrivato a portarmi i ragazzi in una camera d’albergo e non è successo una volta sola. Mi ha frenato un po’ la paura delle malattie ma comunque diciamo che dai 24 ai 34 anni ne ho fatte di tutti i colori, andando un po’ per inerzia, seguendo la corrente. Nell’ambiente ero conosciuto, mi chiamavano, mi coinvolgevano e io non mi facevo pregare. A 34 anni, essere apostrofato come gay, essere individuato come facente parte di un ambiente e in pratica dovermi sentire più gay che D. ha cominciato a darmi fastidio, non mi piaceva che i miei amici del giro mi chiamassero e ancora meno che insistessero quando dicevo di no, tra l’altro ero stato con tanti ragazzi ma non mi ero mai innamorato, non solo, ma cominciavo a fare discorsi che non mi sarebbero venuti in mente anche solo un anno prima, mi facevo il conto di quanto denaro avevo speso in dieci anni di quella vita, ed era veramente tantissimo e soprattutto mi sentivo frustrato e insoddisfatto, ero solo, di avventure ne avevo avute tante ma non mi avevano lasciato nulla. Ho deciso di fare un master di due anni per salire un po’ nel lavoro, cosa che non era mai interessata prima, e lì ho ritrovato Stefano. Ovviamente lui di me sapeva tutto, cioè sapeva che ero gay a gay dichiarato, io di lui non sapevo nulla, per me poteva anche avere moglie e figli. I primi giorni mi teneva a distanza, non voleva farsi vedere con me, lo invitavo a prendere il caffè durante le pause ma non ci veniva. Il suo modo di fare mi irritava molto e dopo un po’ non l’ho invitato più. Una volta è venuto alla lezione la mattina col metrò ma poi c’è stato uno sciopero e non poteva tornare a casa, io avevo la macchina  e l’ho accompagnato. Durante in tragitto gli ho detto che ero rimasto male del fatto che mi tenesse a distanza perché sono gay perché magari un etero non può rendersi conto e può pensare chissà che cosa. Mi ha risposto che non voleva farsi vedere con me perché gli avrebbero appiccicato l’etichetta gay. Gli ho detto che lo potevo capire e mi ha risposto che “l’etichetta gay” non piace nemmeno a tanti gay. La risposta mi è sembrata strana ma il discorso è finito lì, poi abbiamo parlato solo di lavoro e del master. Col passare dei mesi il rapporto con Stefano si è sciolto, ci ha messo sei mesi per dirmi che era gay e mi ha raccontato un po’ la sua storia. Era rimasto sempre solo, si era innamorato due volte ma sempre di ragazzi etero, però si era messo un po’ di soldi da parte e si era comprato un piccolo appartamento anche se gli rimaneva il mutuo da pagare. Io gli ho raccontato di me e delle mie storie e poi mi ha chiesto se mi sentivo realizzato e gli ho detto la verità, non solo che non mi sentivo affatto realizzato ma che di stare nel giro non ne potevo più. Mi ha risposto: “E allora cambia aria.” La faccio breve. Non mi sono innamorato di Stefano e credo che lui non sia innamorato di me, tra l’altro ha veramente l’ossessione dell’aids e fa bene, ormai ci frequentiamo da un anno e mezzo, sempre di nascosto perché lui non vuole farsi vedere con me. Un risultato serio con me lo ha ottenuto perché ho smesso di fumare e mi sento veramente meglio e ho pure smesso di bere alcoolici, non che fosse un vizio, ma insomma poteva diventarlo. Con Stefano sto bene e penso che lui stia bene con me. Tra noi non c’è mai stato contatto fisico e non so se ci sarà mai, ma quando c’è provo una forma di serenità di fondo che non ho mai provato prima. La settimana scorsa gli ho detto che mi sento a disagio a fare il gay dichiarato (ho ripreso il discorso) e siamo arrivati all’idea che si potrebbe cambiare aria del tutto, cambiare città. Bisognerebbe cambiare lavoro e andare a vivere in un’altra città. Ci siamo fatti un po’ di conti, il cambio di lavoro, con qualche sacrificio economico si potrebbe anche sostenere e si potrebbe pure prendere un appartamentino ma lui non ne vuole sapere, mi dice che ognuno deve avere un “buchetto” per conto suo perché se dopo non va bene non ci devono essere vincoli di nessun tipo. I problemi economici sono enormi e lo sappiamo benissimo. In termini concreti si potrebbe riuscire a fare tutto in due o tre anni, non prima. Non voglio chiedere soldi ai miei e lui deve continuare a pagare il mutuo. In un weekend siamo andati in un’altra città dove c’è una grossa filiale della nostra ditta e dove potremmo trasferirci. È un ufficio molto grande, con quasi 40 dipendenti. Se e quando (perché non so proprio se succederà) ci trasferiremo, penso (cioè ho deciso) che non dirò a nessuno di essere gay.  Non so se pensare di cambiare città per poter stare vicino ad un amico di cui non sono innamorato (almeno a quello che penso adesso) abbia o non abbia senso, ma ho bisogno di tranquillità e con lui sto bene. Non so se tra noi ci sarà mai altro ma in effetti non mi sembra nemmeno troppo importante. In pratica Stefano è l’unica persona che mi abbia preso sul serio, io le sue attenzioni le sento. Dopotutto siamo in due ad essere soli, è paradossale ma è così. L’idea di cominciare una vita nuova mi attira molto, voglio proprio cambiare ambiente. Non è il rapporto con Stefano che mi spinge a cambiare vita, non ne potevo più neanche prima. Però senza Stefano sarei probabilmente rimasto nella stessa situazione mentre adesso sto cercando “con lui” di rendere concreto il progetto di cambiare ambiente e lui è disposto a vendere il suo appartamento e a prenderne uno in un’altra città per seguirmi, cosa che mi sembra più seria di tante dichiarazioni d’amore (Project, sto diventando vecchio!). Ti sembrerà strano, ma è come se del sesso non me ne importasse più niente, prima era una fissa, adesso penso che ne potrei anche fare a meno, ma di Stefano non credo che riuscirei  fare a meno. Prima, dei gay non dichiarati avevo sempre pensato che fossero “ragazzi senza palle” (un’espressione che ho letto nel tuo forum) ma adesso penso di me stesso che se avessi usato di più il cervello e di meno le palle (scusa la volgarità) adesso starei meglio. Ho letto sul tuo forum tutta la discussione sul coming out e francamente io sono di quelli che lo hanno considerato fondamentale per anni ma alla fine mi sono ricreduto, ho quasi capovolto il mio modo di ragionare, se prima pensavo che un ragazzo gay non dichiarato fosse “senza palle” adesso penso che un ragazzo dichiarato possa non avere fatto realmente una sua scelta ma che in qualche modo di sia fatto portare e che, una volta compiuto il passo, ne debba fare un punto di orgoglio. Devo aggiungere una cosa però, che io non ero solo dichiarato ma ero pienamente inserito nel mondo etichettato gay e che quindi non mi posso rendere conto della condizione dei gay dichiarati ma non frequentatori dell’ambiente e credo che possa essere una situazione molto diversa dalla mia. Project, non mi iscrivo al forum proprio per non farmi trascinare troppo, ma se vuoi pubblica questa mail. È solo il mio punto di vista, non esprime teoremi generali, ma forse può avere un’utilità.
Un abbraccio.
D.
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martedì 18 maggio 2010

OK SONO GAY MA NON SO CHE FARE

Ciao Project,
volevo ringraziarti per ieri notte, hai una pazienza infinita e soprattutto hai la capacità di farmi sentire meno agitato. Uno come me, che a 25 anni, dopo tanti tira e molla, arriva alla conclusione che stare con una ragazza non fa per lui, si sente parecchio destabilizzato: che fare con la ragazza? Che fare con i genitori? E poi, gay, va bene, ma questo al momento significa solo che ho fantasie sui ragazzi, ma poi come mi devo muovere? Non ne so proprio nulla e puoi capire che la paura fa 90 al punto che qualche volta mi viene proprio la tentazione fortissima di dire: vabbe’, sono gay, ma tanto è solo una cosa di fantasia e non cambierà mai niente allora tanto vale che vado avanti a fare l’etero, l’ho fatto per tanti anni! Alla fine essere gay è troppo complicato, io non sono abituato a tutte quelle cose che ho letto nel forum , la prudenza, il recitare, diciamo che fino adesso l’ho fatto ma inconsciamente, in fondo una mezza idea di essere veramente etero fino a qualche mese fa ce l’avevo, ma adesso dovrei proprio recitare in modo consapevole e poi che faccio? Ammesso e non concesso che mi trovi un ragazzo, lo porto a casa e dico ai miei: ecco, lui è il mio ragazzo? Io credo che chiamerebbero il 113 perché da me non se l’aspettano affatto. E poi, anche ammesso che riesco a risolvere tranquillamente con la ragazza (ovviamente inventando false motivazioni, cosa che mi dà tremendamente fastidio, perché lei con me è sempre stata molto trasparente), che vuol dire trovarsi un ragazzo? Trovarsi una ragazza lo so che vuol dire, anzi, meglio, so che vuol dire essere trovato da una ragazza, e le complicazioni non sono troppe, ma cercare un ragazzo deve essere proprio una cosa diversa. Che dico a un ragazzo? Quanto sei bello! Mi ti mangerei di baci! Ma come si fa a corteggiare un ragazzo? Proprio non riesco ad immaginarlo. Ma insomma di tutte queste cose abbiamo parlato ieri sera e sul momento mi sono tranquillizzato, quando ci siamo salutati mi sentivo euforico, poi stamattina mi sono detto: ho parlato con Project, è vero, ma per me, in concreto, che cosa è cambiato? Proprio niente! Parlo con Project ma alla fine me la devo cavare da solo e qui sta il problema, perché ho proprio paura di non sapere nemmeno da dove si comincia. I ragazzi che gay ci si sono sentiti sempre, loro, queste cose le hanno imparate piano piano, ma io? Ho letto il forum per cercare di capire che cosa vuol dire in concreto essere gay e il risultato è che mi sembra molto più difficile di come pensavo prima. Sono ancora spaventato, mi sa che ci sentiremo presto. Una cosa l’hai fatta di buono, mi hai tolto dalla mente un po’ di idee balorde che mi sembravano assolutamente ovvie, sai, un pivellino non sa nemmeno l’a b c, il coming out, me ne riempivo il cervello, anche se non riuscivo proprio a capire come si potesse fare una cosa del genere, però mi piaceva l’idea e mi sentivo da meno perché inconsciamente sapevo che non era cosa per me. Adesso almeno mi sento meno inetto e più gay, diciamo così, normale, dopo quello che mi hai detto. Poi tutta la tirata della prevenzione! Mannaggia, Project, stavo proprio per gettare la spugna, con la mia ragazza in pratica al massimo un po’ di petting, quindi rischi zero, ma con un ragazzo io di farci un po’ di sesso ci facevo conto. Beh in certi momenti ieri sera mi dicevo: Project esagera! Magari lo fa a fin di bene, ma per lui questa storia della prevenzione è proprio una fissa. Però poi pensare che magari per un po’ di sesso uno può veramente mettersi nei guai grossissimi fa pensare e io non ci avevo mai riflettuto! Vabbe’, diciamo che penso che non mi sarei messo a rischio, ma adesso certo ci starò ancora più attento. Altro punto, ho bisogno di capire come vivono gli altri ragazzi la loro omosessualità (che parola orribile!) perché non mi sono mai innamorato di un ragazzo e credo che i miei dubbi di fondo vengano tutti da lì. Fantasie sessuali sì e tante, ma innamorato di un ragazzo mai! E come è possibile che se sono veramente gay non mi sia mai innamorato di un ragazzo? Mi sembra che un rapporto di coccole lo potrei avere con una ragazza ma con un ragazzo non lo so. Forse è tutta questione di ruoli, magari è una cosa che alla fine viene tutta da sé ed è una cosa semplicissima, però, al momento, a coccolare un altro ragazzo non mi ci vedo proprio. Ho pensato spesso che potrei fare tutte le mie fantasie, fantasie sessuali dico, su un ragazzo, ma se poi lo conoscessi sarei di fatto incapace di viverla in concreto quella sessualità, magari di quel ragazzo sarei amico, anche molto amico, come mi è capitato qualche volta, ma sai com’è quando si è amici il rapporto diventa quasi familiare e la sessualità non c’entra più niente, almeno penso che sia così, dei miei amici non mi sono mai innamorato, anzi non mi sono mai innamorato di nessuno. E poi esiste un ragazzo dolce come una ragazza? Magari se esistesse me ne potrei pure innamorare, ma vedo certi ragazzi che mi fanno proprio cascare le braccia, altro che dolcezza, proprio superficialità e pure brutalità stupida. Insomma, vabbe’, un gay non si innamora di tutti i ragazzi ma di uno solo, ma la cosa vale statisticamente ci sono quelli che di ragazzi ne hanno avuti 10 e quelli (come me) che non ne hanno avuto e non ne avranno nemmeno uno. E se resto solo (cosa molto probabile perché in quanto a coraggio sono un coniglio), gay e solo! Che bell’accoppiata! Non sarebbe meglio magari falso etero e solo! Potrei sempre dire che non ho trovato la donna giusta, che è almeno una cosa che si può dire. Ho paura, Project, di essermi messo per una strada che mi porterà solo grattacapi. Se trovassi un ragazzo che mi vuole bene, ok, allora avrebbe senso, ma è una cosa che mi sembra decisamente poco probabile. L’ultimo dubbio che mi è sfuggito ieri sera: ma di ragazzi nelle mie condizioni ce ne sono tanti? E in genere come va a finire?
Grazie per la pazienza Project, ci sentiamo venerdì sera.
Italo Amleto
p. s. Se pensi che questa mail possa avere un senso anche per altri pubblicala.
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martedì 2 giugno 2009

COMING OUT NEL MERIDIONE


Pubblico qui di seguito una mail che ho ricevuto il 2/5/2009.

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Ciao Project,

ho vent’anni, sono gay e meridionale. Ho detto tutto. A casa mia era un inferno, i miei insistevano perché mi mettessi con una ragazza o almeno mi facevano capire che sarebbe stato normale farlo perché pensavano che io non lo facessi per timore di chissà che cosa. Mi sono sentito così soffocato che ci ho provato ma mi sono sentito in trappola e non poteva andare avanti così. In più avevo un amico che mi piaceva moltissimo e che si comportava con me in modo molto disinvolto, in pratica me ne ero innamorato già da un anno ma ovviamente non potevo dire nulla. Sono arrivato a un livello di asfissia tale che a un certo punto non ce l’ho fatta più. Ho detto alla ragazza che ero gay e al ragazzo che mi ero innamorato di lui. All’inizio mi sembrava di avere fatto la cosa giusta. Lei probabilmente si era dovuta mettere con me per pressioni della sua famiglia e mi considerava più in peso che altro, lui all’apparenza aveva reagito bene, almeno i primi tempi. Per me era ovvio che una confidenza di questo genere dovesse rimanere assolutamente privata ma non è stato così. Nel tempo di un mese tutto il paese mi guardava strano anche se nessuno diceva niente. Lui era sparito e anche lei. I miei sono venuti a sapere della cosa dal pettegolezzo generale e se la sono presa a morte con me non perché sono gay ma perché mi sono messo in una situazione insostenibile e non mi sono prima consigliato con loro. Coi miei però le cose sono cambiate in modo sostanziale, in pratica mi considerano come una specie di vergogna per la famiglia anche se mi tollerano: “Noi ti vogliano bene anche se sei così!” dove quell’anche dice tutto. Ho passato un anno di inferno. Mi ero iscritto all’università ma non ho combinato nulla, avevo proprio paura di andare a lezione perché mi guardavano strano. Insomma, la faccio breve, dopo tanta insistenza sono riuscito a convincere mio padre a mandarmi a Milano da mia zia, a partire da settembre, per ricominciare l’università lì, lontano dal sud e soprattutto in un ambiente dove potrò cominciare tutto da capo. Adesso non voglio pensare all’essere gay o a cose del genere e soprattutto non ne voglio parlare con nessuno, adesso voglio studiare, voglio laurearmi. Non so se troverò mai un ragazzo ma la mia sicurezza non la voglio costruire sulle spalle di nessuno, devo essere capace di andare avanti da solo, se ci sarà un ragazzo come lo voglio io bene, ma se non ci sarà dovrò andare avanti lo stesso. E poi non voglio colorire di gay tutta la mia vita, c’è anche il lavoro che è fondamentale e che non ha nulla a che vedere con l’essere gay. Non posso pretendere che gli altri mi accettino come gay, non è una questione loro e non mi posso fare condizionare oltre dalle loro reazioni, quindi devo evitare qualsiasi riferimento a cose gay.

Project, non sai quanto mi ha aiutato il tuo Progetto Gay. Io non voglio dipendere da nessuno e meno che mai dall’idea di essere gay, lo sono, è vero, ma sono anche tante altre cose e l’essere gay deve essere una cosa mia e, se lo troverò, del ragazzo che mi vorrà bene, gli altri li voglio lasciare fuori della porta.

Adesso aspetto che arrivi settembre facendo il conto alla rovescia. Con l’università ho perso un anno ma non ne voglio perdere due!

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mercoledì 26 novembre 2008

COMING OUT IMPOSSIBILE

Ciao Project.
ho 19 anni, sono di Parma, un posto tradizionalmente civile, anzi è la mia città e l’apprezzo molto, però qui non è per niente tutto rose e fiori. Devo fare la maturità scientifica a luglio, la mia scuola è di quelle serie dove ti spacchi la schiena a studiare e ti selezionano in modo pauroso. Di cose ne ho imparate tante, è vero, ma non ho mai vissuto la mia vita, non quella di ragazzo gay, ma semplicemente quella di ragazzo liceale che avrebbe anche bisogno di un po’ di aria libera. La scuola: un’ossessione. A 19 anni io posso dire di avere solo studiato e di non avere una vita mia nemmeno a livello minimo. Amici non ne ho, ai miei compagni di classe interesano solo i voti e poter dire di essere più bravi degli altri. E non finisce qui perché questa musica continuerà anche all’università e poi quando troveremo lavoro, se lo troveremo: una corsa continua per arrivare sempre primi, distruggendo le persone dentro. I miei compagni, che penso che siamo tutti etero, non hanno la ragazza perché non hanno tempo se non per studiare, quelli che ce l’hanno, pochissimi, la vedono una volta ogni 15 giorni se va bene a casa dei genitori. Tra noi non si parla mai di sesso a nessun livello e in pratica non si parla che di cose da studiare e al massimo della scelta della facoltà, cioè praticamente qui non si vive. C’è la fissa del cento e lode! C’è gente che se non lo prende rischia di cadere in depressione. Non scherzo è proprio così. Poi leggo nel tuo forum della prudenza nel coming out, ma quale coming out? Ma lo sai tu a che cosa è ridotta la mia vita affettiva/sessuale? A guardare di straforo qualche compagno che si spoglia prima della lezione di Educazione fisica e poi la mia vita sessuale (che espressione enorme per una realtà così stupida!) non esiste proprio, mi limito a passare un po’ di tempo la sera davanti al computer. Mi piacerebbe almeno starci in pace per un’ora, ma no! Pochi minuti e basta! E certe volte lascio proprio perdere prima di cominciare. E poi arrivo cotto dallo studio e voglia di sesso ne ho poca o niente. Ti dico che magari mi piacerebbe parlare un po’ con te, ma tanto non lo posso fare se non per e-mail perché la sera devo andare a dormire presto se no l’indomani non rendo. Un coming out io? Forse quando avrò 40 anni! E adesso devo pure chiudere la mail perché devo andare a studiare. Rispondimi per e-mail, una bella lunga, quella la leggo rapidamente, ma la chat con va bene per me, ci vuole troppo tempo! (capisci come vivo!)

Stammi bene. Pubblica pure questa mail, mi piacerebbe sapere se gli altri ragazzi hanno le stesse ossessioni che ho io.


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http://progettogay.forumfree.net/?t=34492660

sabato 19 aprile 2008

SAN VALENTINO GAY

13 Febbraio 2006 (Vigilia di S. Valentino)
Ma che cazzo faccio? Mannaggia, domani è san Valentino… mannaggia, ma io che faccio? Mi sa che glielo dico… così, la butto lì come se dicessi una cosa qualsiasi, poi vedo come la piglia… sai, ti volevo dire una cosa… No! Ma che stronzate! Ma che gli dico una cosa del genere? … e io non sono nemmeno il pivello di primo pelo… ma dico io se mi devo sentire come un imbecille … mannaggia … va be’, gli dico una cosa un po’ più generica… che mi piace quando andiamo in giro insieme… mh… così mi sghignazza dietro e mi manda a farmi fottere… magari non lo fa… ma qui non si può tirare più la corda… o brutale e tutto subito o niente! … Ma che gli dico… cocco, mi so’ preso una cotta per te… me lo immagino Jo in una scena simile… magari mi risponde pure in modo gentile, anzi, sì, mi risponde in modo gentile ma mi manda lo stesso a farmi fottere e allora è il momento che lo meno proprio… quello è capace… e poi sul biglietto che ci scrivo, e se poi il biglietto finisce in mani sbagliate sono fregato, se lo beccano i genitori faccio proprio una figura di merda… ci vuole una cosa un po’ più neutra, tipo “Un pensierino per Jo”… mh! … Un pensierino per Jo il giorno di san Valentino! Magari glielo do dopodomani, così in modo generico… certo che a lui di fare un pensierino a me non gli passa manco per l’anticamera del cervello! … Ma dove vado? A fare l’imbecille, a fare il frocetto innamorato e il frocetto di 23 anni, quasi 24! Ma che devo fare? Vado a vedere le partite quando gioca Jo, naturalmente, forse stupidamente, non lo seguo negli spogliatoi anche se gli altri ci vanno sempre… va be’, per loro è diverso… lo chiamo quasi sempre io e lui non mi chiama mai, è vero che a quel paese non mi ci ha mai mandato… però… ma sono due anni che andiamo avanti così, certo al telefono mi piace tantissimo, non mi molla a metà… e poi ha una voce bella… sì, proprio sexy… mannaggia, mannaggia, Jo, bellissimo… ma che ti passa per la testa? Ragazze? Boh! Ne parlassi mai… ma che vuol dire? Forse non ne parli con me… ma io mica posso chiedere a Massimo… senti scusa, ma a te Jo parla mai di ragazze? … Bello! Sarebbe proprio il massimo! Però lui il culto delle ragazze in generale non ce l’ha… almeno non sembra… Mah! Che faccio? Domani è san Valentino, vado da lui e gli chiedo: Senti Jo, ma tu ce l’hai una ragazza? E che cosa fate di bello insieme? … Così torno a casa con un occhio nero… ma non è manco detto… Allora ci scrivo: Che fai di bello? Se non hai niente di meglio fatti vivo! Niente e-mail impegnative, solo una e-mail semplicissima… mi sa che così potrebbe anche andare… c’è sempre modo di buttarla sul generico e chiunque la legge non può fare elucubrazioni… mi sa che così potrebbe andare bene… Forza apri Outlook… mannaggia ma quanto tempo ci mette questo cazzo di computer… Forza! … Che palle! … Allora fichissimo83@… ma che cazzo di e-mail s’è scelto! Va be’… allora: “Che fai di bello? Se non hai niente di meglio da fare fatti vivo.” … no! Togliamo il “di meglio”… allora: “Che fai di bello? Se non hai niente da fare fatti vivo.” … e la firma che ci metto? Marco o Marko col k? No, troppo confidenziale, meglio Marco e basta… così, vai! Ecco! Inviato alle 21.37 del 13/2/2006… adesso mi resta solo da aspettare, in genere risponde… lascio il computer acceso e vediamo tra mezz’ora… un’ora è meglio… E mo’ con la penna del computer che ci faccio? Meno male che ho preso una cosa che serve pure a me… il pacchettino adesso non lo scarto, vediamo che fa lui… per scaramanzia, potrebbe anche andare bene… non è mica detto… e poi magari sta facendo anche lui le stesse elucubrazioni… sì, eh? Mi sa che a quello non gli passa nemmeno per l’anticamera, fino adesso però si è fatto pagare la pizza due volte… per la verità in tre mesi… e una volta ha pagato lui il cinema… ma ci siamo andati una volta sola e io tutto guardavo meno il film… voleva sapere che ne pensavo… mannaggia, ma che gli potevo dire? Se tu sapessi quello che pensavo durante il film! … Ma tanto magari lui penserebbe che io stavo pensando a una ragazza… o no? … Mah! Cavolo, ma quanto è brutta l’incertezza… Comunque io adesso la mia mossa l’ho fatta, adesso sta a lui, se mi risponde stasera è fatta, se no, domani mi devo portare il cellulare appresso, non si sa mai… ma mi sa che mi risponde… in genere lo ha fatto… tutte le volte che gli ho mandato una mail mi ha risposto… anche se di mail gliene ho mandate solo due e tutte e due per girargli inviti di altri… quelle due benedette pizze insieme in effetti erano perché tutta la compagnia ci aveva dato buca… però al cinema c’è venuto volentieri, è vero che gliel’ho proposto io ma lui c’è venuto volentieri… magari gli piaceva il film… solo il film… al cinema aveva spento il cellulare, quando siamo usciti l’ha riacceso e ha ricevuto quattro o cinque telefonate di fila però non mi sembravano ragazze… tutti discorsi al neutro: Ciao, Come stai? Che fai di bello? Sentiamoci! E salutami zia! … Ma insomma, ma con chi cazzo stai parlando? E’ maschio o femmina? Pareva che c’avesse un codice fatto apposta per parlare solo al neutro. Va be’, va, lasciamo perdere… Che faccio di bello? Un po’ di sesso al computer… è una bella espressione, se lo dicessi a certi che conosco mi direbbero: Ma che marpione che sei, tu bazzichi le chat! … E invece niente chat! … Va be’, lasciamo perdere i commenti e vediamo che c’è di bello in rete… 22 cigni morti di aviaria, Del Piero tornato quello degli anni magici, Emergenza gas: si ricorre alle scorte strategiche, Berlusconi, Fini, Prodi: insomma tutte cazzate!
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INCONTRI GAY

In questi giorni mi sono reso conto per esperienza diretta di quanto sia importate per me il contatto con i ragazzi di Progetto Gay, di come realmente mi manchino, di come la loro presenza abbia un ruolo primario nella mia vita affettiva. La sensazione di isolamento è in sostanza una sensazione quasi di esilio. Mi sento lontano dal mio mondo. Mi chiedo che cosa sarà successo nel frattempo, che cosa ho perso a causa della rottura del mio computer. Domani è domenica e la giornata trascorrerà in attesa e poi ancora qualche giorno… ancora qualche giorno di vuoto, come quando, internet non esisteva, come quando 40 anni fa mi domandavo che futuro mi aspettasse. Allora sognavo molto, ma la sensazione di isolamento praticamente totale la sentivo vivissima. Perfino la parola gay era tabù, per me poi, cresciuto in una tipica famiglia per bene, quella parola aveva un sapore affascinante di proibito: l’altra faccia della luna, quella che nessuno conosce, eppure io avevo la chiara sensazione di conoscerla. Ma allora, senza internet, senza l’anonimato, la vita di un gay poteva giocarsi solo fra due alternative: essere o non essere. Oggi, col senno di poi, la scelta di “essere” sembrerebbe ovvia, eppure allora non lo era. “Essere” significava nella stragrande maggioranza dei casi finire in un ghetto di marginalità. Allora l’idea di omosessualità come normalità non esisteva affatto. La parola gay comportava un che di abnorme, di eccessivo anche per gli stessi gay, almeno in dimensione pubblica. Allora come oggi i gay esistevano, allora come oggi era in pratica assolutamente impossibile accorgersi di loro nei normali ambienti di vita sociale, a scuola o all’università, ma allora non c’erano altre possibilità di nessun genere, la vita dei gay, della stragrande maggioranza dei gay finiva lì. Solo a 34 anni ho avuto per la prima volta occasione di parlare con un ragazzo dichiaratamente gay. Lo ricordo molto bene. Camminavo lungo un bel viale di una città del Nord Italia, non avevo certo il modo di fare di uno che va di fretta, in quegli anni il mio lavoro mi lasciava tempo libero in quantità, le mie giornate si consumavano letteralmente in lunghissime attese, specialmente nei pomeriggi, passeggiavo, compravo qualche libro, in buona sostanza andavo avanti e dietro come un vagabondo, perché nella città dove lavoravo non conoscevo assolutamente nessuno. Bene, mentre andavo così, col mio fare svagato, mi si avvicina un ragazzo (anche un bel ragazzo) e mi chiede una sigaretta (a me… che non ho mai fumato in vita mia!), io apro le braccia e accenno un sorriso come a dire: “Mi spiace ma hai scelto la persona sbagliata…” lui mi guarda, sorride a sua volta e mi dice: “Dove stai andando?” Gli rispondo che sono senza meta, e aggiunge: “Ti dispiace se facciamo due passi insieme?”. So benissimo che chi legge può rimanere perplesso e può pensare che sia una storia inventata, ed io stesso, sul momento sono rimasto perplesso, ma è successo esattamente così… Mi dice subito che ha 25 anni, ma aggiunge con una punta di autoconsolazione “appena compiuti”, mi chiede la mia età (34) e mi dice che ne dimostro di meno, subito dopo si dichiara “Io sono gay”. Per me è una dichiarazione sconvolgente. Fingo di non essere turbato. Ovviamente mi guardo molto bene dal dire “anche io” e lo lascio parlare, ogni tanto, quando la conversazione langue, gli faccio qualche domanda. Mi risponde in modo singolarmente serio. Mentre camminiamo passa un ragazzo e lo saluta con una formula per me inusuale: “Ciao bello!” Io mi sento molto a disagio perché farmi vedere in giuro con quel ragazzo può significare essere etichettato come gay, lui se ne accorge e mi dice che si rende conto benissimo che posso stare a disagio e che se volessi andare via lui non ci rimarrebbe male, ma lo rassicuro. E’ contento che io non voglia andarmene. La situazione non è simmetrica, lui non mi fa nessuna domanda ma parla solo di sé. E’ un ragazzo gay pubblicamente dichiarato, ha amici gay, con i quali frequenta qualche locale gay, non ha un ragazzo e dice che con i suoi amici gay non riesce a parlare seriamente. Mi parla delle reazioni della sua famiglia e tende a giustificarla anche negli atteggiamenti meno tolleranti. Ride, scherza, fa battute ma sempre su se stesso, non mi chiede nulla di me. Intanto, camminando e parlando abbiamo fatto molta strada e siamo quasi fuori città, a un certo punto cambia strada e mi dice solo: “andiamo per di qua” poi mi chiede che cosa peso di lui. Gli rispondo che sono contento di parlare con lui e che parlare con lui mi ha aperto gli occhi su tante cose. A questa espressione dà il significato più prudente possibile e cerca di spiegarmi quello che lui vorrebbe realizzare, ma lo fa col tono tipico del ragazzo gay che sta spiegando al suo amico etero che essere gay non è poi una cosa così tremenda. Più quel ragazzo parla più mi vado convincendo di una verità che oggi mi sembra ovvia e cioè che essere gay è una cosa assolutamente naturale. Ho parlato con quel ragazzo fino all’ora di cena, l’ho ascoltato molto attentamente ma non gli ho detto che ero gay, un discorso del genere, allora, non rientrava per me tra le ipotesi possibili. L’indomani mattina era domenica e sarei andato, come ogni domenica a fare una gita a Lecco, avrei fatto una lunga passeggiata da solo lungo il lago, avrei pranzato da solo in un ristorante di fronte al lago e poi avrei ripreso il treno per essere a casa la sera. Allora vivevo solo. Mi è venuta in mente un’idea, ho invitato quel ragazzo a venire con me l’indomani, era tentato, anche perché io ho insistito, poi mi ha detto: “No… è meglio di no… altrimenti mi metto strane idee in testa…” A distanza di tempo ho pensato spesso che, se gli avessi detto di me, quell’incontro casuale (chissà se poi era veramente casuale…) avrebbe potuto avere un seguito, si è limitato a dirmi che ero una brava persona e che era stato contento di parlare con me e ci siamo salutati così, senza darci la mano. L’indomani, passeggiando lungo il lago, ho ripensato mille volte a quanto sarebbe stato bello se con me ci fosse stato quel ragazzo, ma ormai la situazione non si poteva più modificare e forse non lo avrei nemmeno voluto. Anche se il rimpianto era stato grande, fare un’altra scelta avrebbe comportato difficoltà insormontabili. Nei giorni successivi sono tornato più volte nei posti dove avevo incontrato quel ragazzo e nelle strade che avevamo percorso insieme ma non l’ho più visto e allora non c’erano nemmeno i telefonini.
Permettetemi ora qualche riflessione sul 25enne che avrei voluto portare con me sul lago di Como. Chi ha letto la storia che ho riportato poco sopra si sarà chiesto perché, anche se sembrava la cosa più ovvia, non ho detto a quel ragazzo che ero gay anch’io e a questo vorrei cercare di dare una risposta quanto più onesta possibile.
Quel ragazzo lo sentivo vicino, almeno in modo intuitivo e nei limiti di quello che si può capire da un colloquio di qualche ora; se mi aveva fermato chiedendomi una sigaretta e poi chiedendomi di fare due passi con lui non era certo per la sigaretta. Mi sono chiesto più volte che cosa potesse averlo indotto ad individuarmi come persona degna di un’attenzione speciale. Io, allora come adesso, non venivo mai individuato come gay, nemmeno a livello ipotetico. Se quel ragazzo mi ha fermato, penso però che lo abbia fatto proprio presupponendo che io fossi gay. Il radar gay di quel ragazzo funzionava veramente bene ma non riesco a capire come sia arrivato alla conclusione. Ho anche pensato, e l’ipotesi non è poi del tutto peregrina, che mi avesse fermato anche prescindendo dalla mia identificazione come gay, perché aveva un fortissimo bisogno di parlare di sé. In effetti sembrava più interessato a parlare si sé e a farsi accettare per quello che era che non a capire chi io fossi veramente. Il suo dichiararsi gay subito, dal mio punto di vista, risultava spiazzante e incomprensibile. Per quanto paradossale possa sembrare, ci possono essere più difficoltà di approccio tra un gay dichiarato pubblicamente e un gay non dichiarato che tra un gay dichiarato pubblicamente e un etero. Da tutto l’insieme della serata sarei portato a credere che quel ragazzo mi avesse considerato realmente un etero di mentalità molto aperta. Nei miei confronti non c’è mai stata la minimia forzatura né la minima insistenza nemmeno verbale. Il colloquio era disinvolto e aveva le tipiche caratteristiche di un discorso amichevole che non sottende alcuna valenza sessuale, parlava di “innamorarsi di un ragazzo” ma non parlava di sesso, anzi il discorso era addirittura impacciato quando rasentava esplicitamente temi sessuali, che rimanevano comunque al solo livello di accenno mentre i temi di interesse affettivo erano il centro della conversazione. Quel ragazzo mi dava l’impressione tipica del gay che nonostante si senta inserito in un ambiente di amicizie gay, non ci si sente di fatto a suo agio, come se, in quell’ambiente, fosse quasi costretto a seguire un copione molto standardizzato. Ma la questione da analizzare non è tanto il comportamento di quel ragazzo quanto il mio aver evitato di dirgli che ero gay. Oggi come allora non sono affatto convinto che dichiararmi sarebbe stata la cosa migliore da fare. A 34 anni avevo vissuto, e anzi vivevo, i miei innamoramenti anche se nei confronti di ragazzi etero, ragazzi con i quali sono rimasto in ottimi rapporti anche ora e che, anche se hanno seguito la loro strada che li portava vero le donne e verso il matrimonio, mi hanno voluto bene veramente. Se la storia col 25enne avesse avuto un seguito (cosa astrattamente possibile) avrei messo in crisi quegli altri rapporti ai quali tenevo e tengo tuttora molto, ma non credo, onestamente che la più grande spinta al silenzio vero il 25enne sia stata questa. Aggiungo che era anche un bel ragazzo, molto sorridente e con una evidente e seria disponibilità affettiva. A quel tempo, relativamente alla mia età, mi sentivo uno piuttosto realizzato e un’amicizia con quel ragazzo, con tutto il giro di chiacchiere che avrebbe potuto comportare in una piccola città, che prima o poi avrebbe inevitabilmente condotto anche me ad essere individuato come gay, era per me un rischio sociale grosso, probabilmente troppo grosso per essere accettabile. Se fossi stato a Milano, forse, mi sarei comportato diversamente, ma lì dove mi trovavo mi sembrava che la prudenza fosse d’obbligo. E in fondo che futuro avrebbe potuto avere una storia come quella? Ostacoli familiari fortissimi da parte della mia famiglia con la quale non ho mai fatto il coming out, rischi gravi a livello di lavoro se quella relazione fosse divenuta di dominio pubblico, cosa comunque alla lunga inevitabile. Mi sarebbe piaciuto mantenere un’amicizia con quel ragazzo ma, onestamente, anche se fosse venuto con me sul lago di Como il giorno appresso, non credo gli avrei detto nulla di me… lo avrei voluto come amico, ma senza scoprire le mie carte, il che in fondo vuol dire che non sarei mai stato veramente un amico per lui. Ho fatto mentalmente i miei conti ed ho deciso di tirare avanti. Piccineria mentale? Paure di tipo sociale? Me ne sono mai pentito? No, non mi sembra proprio. A distanza di quasi 23 anni ho cercato di ipotizzare i possibili scenari in cui quella storia avrebbe potuto evolversi… ma gli elementi sono pochi e labili e le ricostruzioni seguono più che la logica i profili dei miei umori giornalieri.
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