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martedì 4 settembre 2012

HO UN FIGLIO GAY CHE NON MI PARLA NEMMENO

Ciao Project,
mi ha fatto bene leggere la storia di quel padre separato e in attesa di divorzio che ha ritrovato il figlio, è una bella storia ma purtroppo a me non succederà così. Sono una mamma di 37 anni, mio figlio ha fatto da poco 19 anni e ho l’impressione che lo sto perdendo. È ormai un anno che con me non parla quasi più. Io sono sola. Quando lui è nato ero giovanissima, una povera illusa pronta a dare fiducia al primo venuto, volevo sentirmi emancipata e hai capito quello che è successo. Quando sono rimasta incinta lui è sparito, io volevo abortire e l’ho detto a mia madre e lei mi ha convinto a non farlo e mi ha detto che mi avrebbe aiutato ad andare avanti. Poi è nato Luca (chiamiamolo così ma non si chiama così). Io non avevo voglia di studiare e ho cominciato a fare dei lavoretti dove ne trovavo, tanto avevo mamma alle spalle che mi dava sicurezza. Ovviamente quando hai un figlio a 18 anni con uno che del fatto di avere un figlio se ne frega totalmente, dopo non ti vuole nessuno, perché il figlio di un alto non lo vuole nessuno, non sarebbe una bella famigliola tradizionale. Mia madre mi ha portato a ragionare su tante cose e a capire che non era a mio figlio ma a me stessa che dovevo addossare la colpa di tutto quello che era successo. Confesso di avere fatto la mamma più per dovere che perché la sentivo una cosa veramente mia. Ho cercato di lavorare e di non fare mancare niente a Luca, ma naturalmente le mie possibilità sono piuttosto limitate anche se lavoro il più che posso. Luca si è reso conto molto presto di non avere un papà. Io non gli ho raccontato fandonie ma gli ho detto da subito come stavano le cose, forse lui era troppo piccolo per capire e la cosa l’ha un po’ presa male. So che sono stata impulsiva e anche stupida ma ormai è successo da tanti anni. Mio figlio è un bravo ragazzo, certamente molto meglio della madre e anche molto meno stupido. Studia, si impegna e cerca di fare tutto quello che può. Il mio problema, quello che mi fa stare proprio male è un altro. Luca, fino all’anno scorso aveva una ragazza e sembrava che le cose andassero bene, l’aveva portata a casa un paio di volte, era una ragazza molto taciturna ma sveglia e aveva occhi bellissimi. Io ero contenta e lui ne parlava spesso, poi a un certo punto ho notato che qualcosa nella vita di mio figlio è cambiata, non ha più parlato della ragazza, quando gliel’ho chiesto specificamente mi ha detto che non sono affari miei e fin qui potevo pensare che magari fossero in crisi per qualche ragione, poi una volta lui se ne esce il pomeriggio e io me ne vado a fare la spesa, il mercato è chiuso e vado da un’altra parte e camminando mi vedo davanti, a una certa distanza, mio figlio che cammina vicino a un signore che non conosco, uno vestito piuttosto bene, che a occhio avrà potuto avere 40-45 anni. Mi sono chiesta: ma questo chi è? Ho cominciato a seguirli a distanza. Sono andati alla villa pubblica e io li osservavo da lontano. Sono stati un’oretta, poi sono andati alla fermata dell’autobus e mio figlio ha preso l’autobus. Io ho continuato a seguire quel tipo e poi mi sono avvicinata per vederlo più da vicino e l’immagine me la sono stampata nel cervello. Torno a casa, chiedo a mio figlio che ha fatto tutto il pomeriggio e mi risponde che sono cavoli suoi, io non so che dire, se digli che lo avevo seguito ma alla fine non dico nulla, cerco di cambiare discorso e di parlare di scuola. Mio figlio è sempre andato bene a scuola, mi dice che è tutto a posto, il discorso finisce lì. Poi arriva il periodo di natale e il girono del ricevimento dei professori, chiedo a mio figlio se vuole venire anche lui ma mi dice di no, ci vado da sola. I professori li conosco tutti, salvo il professore di matematica che è nuovo, mi metto in fila, entro, lo guardo in faccia e mi prende un colpo: è lui! Non porta la fede, è stata la prima cosa che ho guardato. Mi parla molto bene di Luca ma in modo nettamente professionale. Non so se si sia ricordato che per un attimo ci eravamo guardati in faccia il girono che io ho seguito mio figlio ma non ha detto nulla, dopo cinque minuti mi ha confermato che andava tutto bene e mi ha congedato dicendo che c’era molta fila. Che ci faceva mio figlio al parco col suo prof di matematica? Da lì è cominciata la mia paranoia, io lo dovevo sapere. Sano andata a vedere il cellulare di mio figlio ma la memoria era disattivata, cosa, penso non casuale. Poi sono andata a vedere nel suo pc, lo so che è una cosa indegna comportarsi come me ma ero e sono tuttora agitatissima. Vado nei preferiti e ci trovo dei siti gay e qui mi è proprio crollato il mondo addosso: mio figlio plagiato dal suo insegnante! Quando è tornano a casa l’ho affrontato a brutto muso, prima gli ho detto dei siti gay e lì già mi ha risposto in modo violento che non me lo sarei mai aspettato, poi quando gli ho detto che lo avevo visto alla villa col suo prof mi detto che ero matta e ce mi inventavo tutto e in pratica ha negato tutto ma io lo avevo visto benissimo. Gli ho detto che sarei andata dalla preside per riferire tutto perché uno così in una scuola non ci deve stare! Lui ha reagito come una vipera e mi ha minacciato che se avessi fatto una cosa simile non lo avrei visto più. Praticamente da allora non ho più parlato con mio figlio. Sono andata dalla preside, non per accusare il prof perché in effetti io non ho nessuna prova ma per chiedere il trasferimento di mio figlio ad un altro Istituto ma la preside mi ha detto che siccome Luca era maggiorenne la richiesta la doveva fare lui e non a lei ma alla scuola dove voleva andare, allora non ci ho visto più e mi sono sfogata con la preside e le ho raccontato tutta la storia ma la risposta mi ha lasciata basita, mi ha detto di nuovo che il ragazzo è maggiorenne e che quanto al prof lei lo conosceva da anni e non aveva mai creato problemi di nessun genere. Io ho alzato la voce con la preside che neanche mi ha risposto, ha suonato il campanello e mi ha fatta accompagnare fuori. Mio figlio era nel corridoio, ha visto la scena e ha capito quello che era successo. Quel giorno non è tornato a casa e io mi sono presa un’angoscia terribile, non è tornato nemmeno la notte, ha staccato il cellulare e io sono stata malissimo, credo di non essere stata mai peggio in vita mia. L’indomani sono andata davanti alla scuola, mio figlio c’era e mi sono tranquillizzata un po’. Il prof invece l’ho aspettato ma non l’ho visto, pensavo che la preside lo avesse richiamato e che magari si fosse preso qualche giorno di permesso. Poi me lo vedo spuntare che viene verso il cancello, lo fermo, lui mi saluta cordialmente, mi dà la mano e mi sorride. Era evidente che di tutta la scena con la preside lui non sapeva nulla, non so che fare, gli dico che da qualche giorno ho dei problemi con mio figlio e che è come se il dialogo tra noi si fosse spezzato, lui mi invita a seguirlo dentro, mentre saliamo incontriamo la preside che si comporta come se non fosse successo nulla e ci saluta cordialmente Il prof aveva un’ora libera e parliamo, piano piano comincio a rendermi conto che il prof stima molto mio figlio e che parla con me in modo molto diretto, si preoccupa del futuro di Luca. Mi rendo conto di avere costruito solo un enorme castello di carte in cui l’unica cosa certa erano le mie paure. Chiedo al prof di darmi una mano a recuperare il rapporto con mio figlio, lui mi assicura che lo farà, poi fa chiamare Luca per parlare in tre. Luca scende con una faccia che mi avrebbe presa a morsi se avesse potuto, poi si rende conto che col prof ho parlato solo di scuola e si tranquillizza. Il prof gli dice che io gli ho chiesto una mano per recuperare il rapporto con lui e Luca gli risponde: “Prof, lo so che lei ha tanta buona volontà, ma queste sono faccende che devo regolare in privato io con mia madre!” Il prof fa un cenno come per dire che Luca ha ragione, rimanda Luca in classe e mi saluta. Io torno a casa tranquillizzata. Il problema scuola era risolto ma restava sempre il problema gay che mi teneva in continua agitazione. Da allora sono passati 10 mesi ma non si è risolto nulla. Luca sta a casa nel senso che ci dorme e nemmeno sempre e qualche volta ci mangia. Con me non parla praticamente mai. Che devo fare project? Lo so che ho fatto tante stupidaggini, ma che posso fare per recuperare un rapporto con mio figlio? Ormai al fatto che sia gay mi sono rassegnata, ma almeno vorrei che non mi considerasse più una nemica, anche se ho veramente tanta paura che possa mettersi nei guai.
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mercoledì 15 luglio 2009

CAPIRE UN FIGLIO GAY

Caro Project,

le scrivo dopo molte incertezze. Sono un uomo di 55 anni e mio figlio alcuni gironi fa mi ha detto che è gay, o forse dovrei dire mi ha fatto capire che è gay, perché non lo ha detto in modo esplicito ma il senso del discorso era chiaro. Sono ancora fortemente perplesso per quello che mio figlio mi ha voluto fare capire, io di queste cose non so nulla ma sto cercando di capire e di non restare alla superficie e in questo il suo Progetto è stato per me illuminante. Vorrei che comprendesse che mi sono sentito veramente spiazzato. Mio figlio ha 21 anni e mi sono posto mille domande, mi sono chiesto che cosa ho sbagliato. Capisco che questo discorso per lei possa essere assurdo, ma io avevo in testa tante idee, forse sbagliate, sul fatto che la sessualità dipende dall’educazione e in qualche modo pensavo (e purtroppo non riesco a liberarmi del tutto dal mio pregiudizio) che l’omosessualità sia qualcosa di sbagliato ma penso che lei possa capire anche me. Non ho mai avvertito in mio figlio nessuna situazione di disagio, l’ho sempre visto come un ragazzo normalissimo, per un po’ aveva anche avuto una ragazza e ne sembrava felice. Non ha mai avuto conflitti con me o con mia moglie, o almeno niente di visibile. Insomma non riesco a capire perché sia gay e soprattutto non sono certo che lo sia veramente. Sono stato molto combattuto sull’idea di mandarlo da uno psicologo, poi è capitato che lui ha accennato all’argomento in un modo che non lasciava dubbi circa il fatto che non avrebbe accettato l’aiuto di nessuno e allora, dopo aver sentito mia moglie, abbiamo deciso di non fare nessuna proposta del genere. Non le nascondo che dopo quel discorso i nostri rapporti sono cambiati, è una cosa che mi fa stare male e credo che anche mio figlio ci stia male, ma cambiare rotta è molto difficile, in pratica, se prima parlavamo poco, adesso non parliamo affatto. Che cosa posso fare per mio figlio? Non so proprio come comportarmi, io la sensazione di disagio la sento, non riesco a far finta che non sia così. Ho letto quello che ha scritto nel forum alla sezione genitori, e ho notato che in pratica il Progetto è frequentato solo dai ragazzi e i genitori ci sono capitati solo in pochissime occasioni. Sinceramente leggendo i testi pubblicati sul Progetto ho avuto l’impressione di capire mio figlio come non lo avevo mai capito, riesco a intuire quello che può passargli per la mente. Mi farebbe piacere che frequentasse un ambiente come quello del Progetto ma ho paura che possa prendere altre strade. Caro Project, parliamoci chiaro, ci sono tanti altri modi di vivere l’omosessualità che mi fanno tremare al solo pensiero. Al limite, se mio figlio mi facesse conoscere il suo ragazzo (se e quando ne avrà uno) penso che alla fine lo accetterei perché saprei che sta bene, ma sono terrorizzato all’idea che possa cercare una strada sua e una strada sbagliata senza dirmi nulla. Mi sono accorto di non conoscere per niente mio figlio ed è stata una scoperta difficile da accettare. Che posso fare per non perdere i contatti? Mi sento profondamente inadeguato. Non vorrei per nessuna ragione che mio figlio si cacciasse nei guai. Prima conoscevo i suoi amici, almeno di vista e di nome, adesso ha altri amici dei quali non so assolutamente nulla. Lo so che un ragazzo di 21 anni ha bisogno di privacy e magari si fa anche lui mille complessi, ma io non so che fare. Project, ci sono diverse altre cose di cui avrei bisogno di parlarle con lei, se avrà la bontà di ascoltarmi. Le invio il mio contatto msn (omissis) e spero di sentirla presto perché sto vivendo un momento di grande incertezza. Se lo ritiene possibile, pubblichi questa mail, gradirei moltissimo conoscere che cosa ne pensano i ragazzi.

A presto. M. A.

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http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=15&t=334

lunedì 28 luglio 2008

GENITORI DI FIGLI OMOSESSUALI

In questo forum, il post “SCOPRIRE L’OMOSESSUALITA’ DI UN FIGLIO” è il secondo tra quelli assolutamente più cliccati ed è, tra l’altro, il più commentato dai ragazzi in assoluto, questo fatto non è casuale.

Le chiavi di ricerca che fanno pensare che ad accedere siano genitori (come “associazione genitori di figli gay”, “mio figlio è gay”, “accettare un figlio gay”) sono frequenti. Parlando con ragazzi di tutte le età, dai giovanissimi ai quarantenni, si avverte netta la sensazione che spesso l’omosessualità dei figli all’interno della famiglia è avvertita sia dai figli che dai genitori come un qualcosa di dirompente e di pericoloso, capace di mettere in crisi anche i rapporti affettivi più profondi. Questo timore, diffusissimo a tutte le età, genera sia da parte dei genitori che da parte dei ragazzi atteggiamenti di chiusura e di difesa.

I ragazzi, ma anche gli uomini adulti di 40 anni che vivono in famiglia o che sono comunque a stretto contatto con la famiglia, non solo evitano nel modo più assoluto qualunque comportamento che possa spingere i genitori a considerarli omosessuali ma, ciò che è peggio, finiscono talvolta per rinunciare del tutto alla loro sessualità, anche nelle forme più sublimate: non invitano amici a casa, non escono la sera, fanno una vita apparentemente irreprensibile ma del tutto innaturale e forzata. Il fatto che un ragazzo debba sistematicamente rinunciare alla propria sessualità per evitare problemi familiari comporta sensi di frustrazione profonda verso i genitori che sono sentiti come presenza condizionante e castrante. Ci sono ragazzi gay che arrivano a 40 anni non solo senza mai avere avuto un contatto sessuale con un ragazzo, ma senza mai aver vissuto nemmeno l’esperienza di un innamoramento serio. Una cosa del genere non può restare senza conseguenze a livello psichico profondo. I ragazzi gay che vivono così si sentono defraudati della loro stessa vita e della loro identità profonda dai loro più o meno inconsapevoli genitori. Cose del genere creano modi di convivenza solo formali che nascondono recriminazioni profonde.

I genitori, che spesso agiscono in buona fede, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno la più pallida idea di quello che l’omosessualità è realmente e sono del tutto inconsapevoli della loro ignoranza in materia, non si documentano, non cercano di capire ma di “correre ai ripari”, assumendo atteggiamenti anche “violentemente” condizionanti nei confronti dei figli, che si manifestano in due modalità principali:

1) La medicalizzazione del “problema”, volta a “risolvere la questione” con un trattamento psicologico se non addirittura psichiatrico. Uno psichiatra serio non accetterà mai di avere in cura un ragazzo solo perché è gay. Uno psicologo serio potrà anche occuparsi di un ragazzo gay ma per aiutarlo ad essere gay, non certo per tentare di modificare la sua sessualità. Un ragazzo gay costretto o benevolmente costretto ad andare da uno psicologo, quando non vuole, percepirà una cosa del genere come una violenza pesante contro la sua persona, perché in realtà di questo si tratta, cioè non di un’accettazione ma di un rifiuto da parte dei genitori di ciò che il ragazzo è realmente, e di un tentativo di trasformarlo. Aggiungo un’osservazione importantissima: la medicalizzazione dell’omosessualità dei figli da parte dei genitori è, di fatto, un totale scarico di responsabilità oltre che una esplicita rinuncia a cercare con i figli un dialogo sul piano affettivo.

2) La violazione della privacy di un ragazzo, al fine di capire se è gay (leggere un diario privato o la corrispondenza, entrare nel computer dei figli, pretendere di controllare le loro amicizie e soprattutto pretendere da loro la confessione della loro omosessualità come se fosse un obbligo morale nei confronti dei genitori. Per un ragazzo giovane, e a maggior ragione per un adulto, non c’è nulla di più privato della propria sfera sessuale. Un’invadenza in questo settore da parte dei genitori è giustamente vissuta come una violenza. Se un ragazzo vorrà o meno fare il suo coming out di fronte ai genitori, resta in ogni caso una sua scelta assolutamente libera e personale, non un obbligo, perché chi non lo fa, non lo fa perché ha paura. Parlo spesso con ragazzi di 25/30 anni che dicono esplicitamente che non faranno mai coming out in famiglia. Se uno dei questi ragazzi si sentisse in qualche modo costretto dai genitori a parlare della propria omosessualità vivrebbe la cosa come una terribile violazione della sua privacy.

Il cattivo rapporto di un ragazzo gay con i genitori, e peggio la disistima nei loro confronti, impedisce alla radice un rapporto educativo. Il modello di vita affettiva assimilato in famiglia attraverso l’osservazione dei comportamenti dei genitori si incide profondamente anche nella mente dei ragazzi gay. I ragazzi gay che hanno avuto in famiglia esempi di rapporti di rispetto e di affetto tra i genitori hanno sicuramente molti meno problemi relazionali nella vita affettiva. Purtroppo il ragionamento vale anche al negativo.

Io passo le mie giornate, e spessissimo le mie nottate, a parlare con ragazzi gay e molti di loro non hanno rapporti chiari con i genitori, il che non significa solo che non si sono dichiarati gay con i loro genitori ma che tra genitori e figlio non c’è dialogo, che i genitori non hanno e spesso non hanno mai avuto un contatto affettivo con il figlio: alcuni ragazzi hanno letteralmente paura dei genitori e del loro giudizio e altri preferiscono non mettere a rischio la pur fragile pace familiare affrontando discorsi pericolosi senza nessuna prospettiva utile. Questi ragazzi hanno avvertito spesso nella loro famiglia un clima omofobo, hanno sentito discorsi di scherno verso i gay e si rendono conto che i genitori sono troppo condizionati dai pregiudizi per potersi applicare a comprendere realmente che cosa significhi essere gay.

In alcuni casi i commenti dei genitori a trasmissioni televisive o a notizie giornalistiche concernenti i gay hanno definitivamente allontanato i figli dal proposito di parlare apertamente coi loro genitori, in altri casi la condanna morale a priori della omosessualità, sulla scorta dell’atteggiamento della chiesa, ha provocato reazioni analoghe. In queste situazioni un ragazzo avverte chiaramente che, per i genitori, quello che dice la gente o quello che dice la chiesa conta più del figlio e che quindi non c’è nessuno sforzo da parte del genitore per capire che cosa significhi veramente essere gay.

Spesso anche atteggiamenti che possono sembrare di accettazione, in realtà, possono ferire i ragazzi molto pesantemente, quando essi avvertono una discordanza tra le parole dei genitori e il loro reale comportamento, quando, in altre parole, essi avvertono l’ipocrisia del genitori e il loro recitare un ruolo senza farsi coinvolgere troppo. Una parola fuori posto (ti voglio bene “anche” così) manifesta comunque una profonda non accettazione, ma spesso è sufficiente il tono della voce o il fatto che l’argomento viene congelato in modo definitivo.

I ragazzi vorrebbero parlare in modo serio con i loro genitori, vorrebbero capire le loro difficoltà e aiutarli a risolverle. Le vere difficoltà emergono quando manca la fiducia reciproca, quando genitori e figli non si stimano reciprocamente come persone. In situazioni del genere, il fatto che il figlio sia gay non costituisce il vero problema ma fa risaltare le incomprensioni e le sottostanti patologie nel rapporto genitori-figli.

Che significato vorrebbe avere Progetto Gay nei confronti di un genitore che ha un figlio gay? Prima di tutto Progetto Gay non è un sito per genitori di ragazzi gay ma un sito gay e la differenza è enorme. Qui un genitore di un ragazzo gay non troverà nessuno disposto a compartirlo o permettergli di sentirsi vittima di una specie di maledizione biblica, perché queste cose sono solo ridicole e penose e sono il segno evidente di una immaturità da parte del genitore. Qui, su Progetto Gay, un genitore di un ragazzo gay troverà un’immagine reale della vita del figlio e avrà la possibilità di liberarsi dagli stereotipi sui gay diffusi dai mass media, qui avrà la possibilità di creare un dialogo con i ragazzi gay per capire in modo serio, non i problemi dei genitori, ma finalmente quelli dei figli! La mancanza di dialogo tra genitori e figli non si elimina facendo parlare i genitori tra loro, ma spingendoli a parlare con i ragazzi e a mettersi in gioco in prima persona, senza ipocrisie e senza assunzioni pregiudiziali di ruoli.

Cari genitori che leggete questo post, vi siete mai domandati perché, sulle centinaia di genitori che aprono la sezione di Progetto Gay dedicata ai genitori, nessun genitore abbia mai lasciato un commento? Io una risposta ce l’ho. È molto più facile farsi accogliere dalle braccia premurose di un sito “per genitori” di figli gay che in quelle molto più rudi di un sito gay. Chi scappa e non scrive qui, nonostante l’assoluto anonimato, non sta cercando onestamente di risolvere il problema del figlio ma solo il proprio!

Se volete un posto in cui discutere seriamente con dei ragazzi gay per capire il loro punto di vista, non cercate siti per genitori che vi facciano sentire vittime e vi coccolino, ma cercate di capire veramente il punto di vista dei ragazzi e cercate un dialogo serio.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=30394903

domenica 21 ottobre 2007

ANDY ROMANZO GAY 5/2

- Cucciolo! Adesso mettiamo a posto la chitarra e mettiamoci un po’ a studiare…
- Forse è meglio, anche se non so se ci riusciremo, adesso c’è un’atmosfera bellissima. Una cosa emotivamente carica…
- Lo so Cucciolo ma bisogna rimettersi a lavorare…
- Credo di sì, ci dobbiamo riuscire. Ok, come vuoi tu.
Si misero al lavoro, dopo qualche minuto Andy notò che Marco era distratto.
- Che fai, Cucciolo? A che stai pensando?
- Sto ripensando alla canzone… era proprio bella…
- Dai Cucciolo, torniamo a lavorare…
Andarono avanti fino alla dieci di sera senza interruzioni e con buoni risultati. Solo di tanto in tanto si fermavano, si guardavano negli occhi e dopo un breve sorriso riprendevano la lettura. Alle dieci Andy chiuse il libro e fece cenno a Marco che lo studio era finito.
- Cucciolo, che c’è per cena?
- Abbiamo una marea di cose, ce ne stanno per tutta la settimana.
- Ci sono ancora due fettuccine di quelle di oggi?
- Sì, poi c’è l’insalata che va mangiata il più fresca possibile, due cotolette, e una mela per uno.
Prepararono i piatti e si misero a tavola.
- Cucciolo, facciamo così, io ci vado domani, tu tieni il cellulare acceso, io cercherò di farti sapere e soprattutto pensami.
- Lo sai che non c’è bisogno di dirlo.
La cena fu rapida, Andy era visibilmente teso ma anche determinato, Marco mise a bagno i piatti sporchi, poi andarono a dormire scambiando poche parole, a letto Andy strinse la mano di Marco che rispose alla stretta in modo deciso.
- Cucciolo, quando mi stringi la mano così mi dai un senso di sicurezza che mi piace tanto, dà conforto.
- Birillo, com’è bello stare con te!
- Ma io non ho fatto niente per te, fai tutto tu!
- Ma io adesso chi è Andy lo so veramente, prima lo immaginavo ma adesso lo so, io lo so che non mi lascerai mai, lo sento.
- Io onestamente non lo so però so che adesso non vorrei stare in nessun altro posto e che stare qui vicino a te mi fa stare bene, forse è poco ma prima non mi succedeva, prima non stavo mai veramente bene, adesso mi sento pacificato dentro, probabilmente passerò tanti guai, a cominciare da domani, ma adesso non sono solo, io lo sento che non sono solo…
- Birillo ti voglio bene!
- Anch’io, Cucciolo, adesso ci comincio a crederci in un altro modo.
- Notte Birillo!
- Notte Cucciolo!
L’indomani Andy si svegliò per primo, era piuttosto agitato dall’idea di dover tornare a casa sua ma non si fece prendere dal panico, andò a farsi la doccia da solo, poi si fece la barba e si vestì, preparò la colazione e la portò a letto a Marco.
- Cucciolo, la colazione!
- Grazie, Birillo, un giorno o l’altro dovrò cercare di svegliami prima io… come va?
- Bene sotto certi punti di vista… se penso che devo tornare a casa… mah! Comunque si deve andare avanti.
- A che ora ci vuoi andare?
- Forse è meglio sul presto, può darsi che li becco tutti e due a casa…
- Allora facciamo colazione e mi vesto subito…
- Non c’è bisogno di correre, facciamo tutto con calma, basta non perdere tempo.
- Ok, Birillo.
Marco si alzò in fretta, andò a fare la doccia senza dire una parola, si rese conto che Andy aveva fatto la doccia per conto suo ma non ne fece alcun cenno. Si vestì come tutti i giorni.
- Andy, io sono pronto.
- L’hai preso il telefonino?
- Sì ce l’ho appresso, non ti preoccupare.
La conversazione era piuttosto ridotta.
- Birillo, cerca di chiamarmi tutte le volte che puoi…
- Non c’è bisogno di dirlo, tanto ti chiamerò parecchie volte…
Prima che Andy scendesse dalla macchina si diedero una fortissima stretta di mano.
- Io vado, tu non scendere.
- Io scendo eccome e ti saluto come pare a me!
Marco scese dalla macchina e abbracciò Andy in modo caloroso. Andy gradì molto quel gesto, amava essere contraddetto quando cercava di schivare le attenzioni di Marco, poi Andy si avviò verso il cancello, aprì con la chiave e entrò, nel passare oltre in cancello fece ancora una volta un cenno di saluto a Marco, quando Marco non lo vide più decise di aspettare venti minuti prima di ripartire, controllò il telefonino che funzionava perfettamente, poi si mise a sedere comodamente, dopo i venti minuti trascorsi senza chiamate di Andy e senza vederlo tornare indietro Marco si decise a rientrare alla piccionaia. Tornare da solo gli faceva un’impressione terribile, appena entrato sentì nell’aria il profumo di Andy, evitò di aprire le finestre perché quel profumo durasse il più a lungo possibile, poi andò a buttarsi sul letto dalla parte di Andy, col viso sprofondato nel cuscino per annusare profondamente ogni minima traccia della sua presenza. Marco si sentiva proprio solo e sperduto, la casa che pochi minuti prima era viva ormai sembrava piena di ricordi, si fermò a pensare alla morte e alla canzone di Andy, ebbe un attimo di brivido, poi pensò con enorme sollievo che il suo Andy era vivo e sarebbe tornato da lui, l’idea della morte gli sembrò lontanissima… cominciò a pensare un modo di occupare il tempo, ma un modo che fosse utile a Andy quando fosse tornato a casa, a Marco non passò nemmeno per la mente l’idea che potesse non tornare, Andy la sua scelta l’aveva fatta. Gli venne in mente che il modo migliore per continuare a pensare a Andy fosse continuare a studiare come avevano fatto insieme fino alla sera prima ma Marco non voleva nemmeno andare avanti da solo lasciando indietro il suo Birillo, decise che avrebbe ripreso il libro da capo e avrebbe cercato di capire meglio quello che avevano già studiato insieme, si sarebbe preparato degli schemi in modo da considerare quella parte del libro effettivamente superata. Cominciò a lavorare, non incontrò grosse difficoltà, in fondo era già una terza lettura, verso mezzogiorno era a buon punto, pensò di chiamare i suoi e magari di andare a pranzo da loro.
- Ciao mamma, come stai?
- Noi stiamo bene e voi?
- Noi pure, oggi Andy doveva tornare a casa sua e io sto solo…
- E allora vieni da noi, vieni subito, mo’ cerco di fare qualche cosa che ti piace, papà viene alle due e mezza ma tu vieni subito lo stesso …
- Va be’, mi preparo e vengo.
Marco era già pronto, ma non si voleva allontanare da casa per non perdere i segni della presenza di Andy, notò qualche capello di Andy nel pettine e lo riconobbe subito, la cosa gli fece tenerezza, pensò di chiamare Andy o almeno di mandargli un messaggio, si decise.
- “Ti penso in continuazione!”
Pochi secondi dopo arrivò la risposta.
- “Anch’io penso solo a te ma non mi chiamare, ti chiamo io appena posso. Marco! T.V.B.”.
Andy si forzò a non rispondere, uscì di casa e se ne andò dai suoi, Rosa lo accolse sorridendo a braccia aperte.
- Come stai? Stai bene?
- Sì, sto bene…
- Vieni, vieni che ti faccio un caffè.
Marco andò a sedersi in cucina mentre Rosa stirava e controllava i fornelli di tanto in tanto.
- Allora… com’è che Andy è andato a casa sua?
- Non lo so esattamente, con me parla di tutto ma della famiglia non ne vuole parlare, io credo che debba in qualche modo rendere conto ai suoi di quello che fa… ma non lo so.
- Ma tu i genitori li hai mai sentiti?
- No.
- Ma Andy li ha mai chiamati al telefono?
- No, a quanto ne so io no.
- Mi sa che Andy a casa sua non sta bene per niente…
- Questo lo penso anch’io ma non ne so molto di più.
- E’ un ragazzo buono, si vede, mah, chi lo sa, ci possono essere tanti motivi d’incomprensione.
- Mamma, ma tu di Andy che pensi?
- Io penso che è un bravo ragazzo, proprio come si deve, qui a casa è stato un po’ a disagio, forse, ma forse neanche, alla fine mi sembrava che ci stesse pure bene, forse siamo stati un po’ invadenti, ma noi abbiamo cercato di metterlo a suo agio… Marco, ma c’è rimasto male?
- No, non c’è rimasto male per niente, forse gli è un po’ difficile capirvi perché non è abituato a queste cose ma credo che sia stato contento.
Arrivò il segnale di un messaggio, Marco istintivamente se ne andò nella sua camera e lo lesse.
- “Qui c’è solo Mariuccia (la domestica), sto in camera mia sul letto, hanno cambiato tutto e perfino ridipinto le pareti… Marco, se puoi chiamami subito”.
Marco richiamò.
- Ciao Andy, come va?
- Non c’è nessuno, dovrebbero tornare all’ora di pranzo, nella mia stanza hanno cambiato un sacco di cose, forse davano per scontato che io non sarei più tornato, il letto c’è ancora ma la libreria non c’è più e hanno tinteggiato le pareti, aspetta un attimo…. Anzi hanno proprio portato via tutto, pure i mobili sono vuoti, aspetta, nel mobile ci sono vestiti da donna ma non sono di mia madre… mah? Chissà di chi sono, adesso provo a chiedere a Mariuccia, ti richiamo tra un minuto”.
Andy andò a chiedere alla domestica, che gli disse che non doveva entrare nella camera degli ospiti perché adesso c’era la signora Bertolotti che era venuta da Milano.
Andy si sentì quasi un invasore in casa sua, chiese notizia dei suoi libri e dei dischi ma era stato tutto buttato via, probabilmente, dopo l’ultima sfuriata tra lui e suo padre, nessuno si sarebbe aspettato di vedere ricomparire Andy.
Chiese a Mariuccia se avevano parlato di lui ma Mariuccia rispose che almeno lei non aveva mai sentito parlare di Andy, le bambine erano all’asilo e la signora (la mamma di Andy) sarebbe tornata per il pranzo, probabilmente con la signora Bertolotti perché erano uscite insieme. Andy chiese del padre sforzandosi di chiamarlo papà, ma Mariuccia non lo aveva visto e pensava che fosse in giro per lavoro, comunque non lo aspettavano per pranzo. Andy si ritirò in salotto e richiamò Marco.
- Ciao, qui mi hanno dato per perso, ormai credo che non si ricordino nemmeno che esisto, mio padre è fuori per lavoro e mia madre sta in giro con un’amica che ha alloggiato nella mia stanza, che è diventata stanza degli ospiti, ma lo era anche prima, e hanno buttato via tutti i miei libri e i miei dischi…
Marco non sapeva che cosa rispondere, poi fece la sua proposta.
- Vengo a prenderti subito e ce ne torniamo a casa!
- No, devo aspettare mia madre, tornerà per pranzo”
- Ma perché non molli tutto? Birillo, vengo?
- No, adesso no, prima ci voglio parlare, voglio capire quello che hanno in mente… ti richiamo stasera, dopo la cena… Cucciolo, ti penso continuamente”.
Marco rimase un po’ stranito dalla telefonata, non capiva i comportamenti di Andy, lui, forse, se ne sarebbe già andato, in ogni caso Andy aveva la sua libertà e Marco l’avrebbe rispettata a qualunque costo.
Andy a casa sua non sapeva che cosa fare, accese il televisore ma lo spense dopo qualche minuto, vide il suo computer appoggiato sul tavolo dello studio, lo accese ma non riuscì ad andare oltre, era stata cambiata la password e probabilmente il computer era stato destinato ad altre funzioni, questo fatto contribuì a fare sentire ad Andy un senso ancora più forte di estraneità rispetto a quella casa. Tornò da Mariuccia e le chiese delle bambine, Mariuccia gli rispose che sarebbero rimaste al nido fino alle sei del pomeriggio e che poi lei sarebbe andata a prenderle. Andy fece qualche altra domanda esplorativa.
- Come vanno qui le cose adesso?
- Bene, adesso è tutto tranquillo.
- Perché adesso?
- Quando c’era lei ogni tanto alzavano la voce ma adesso è tutto tranquillo.
- Ma a che ora è previsto il pranzo?
- All’una e mezza, a quell’ora sono sempre a casa, sua madre, almeno.
- Grazie.
Andy tornò a sedersi davanti alla televisione e l’accese, passarono le ore, vide la messa del Papa dall’isola d’Ischia, poi girò un po’ di canali e spense di nuovo il televisore, non erano nemmeno le undici, aveva ancora due ore e mezza di attesa, pensò di uscire per fare una passeggiata ma rientrare dopo sarebbe stato ancora più difficile, uscì sul terrazzo, era tutto verde e ben tenuto, il glicine era fiorito e grossi vasi di margherite erano collocati agli angoli, si mise sul dondolo, all’ombra, e chiese a Mariuccia di portargli una spremuta di arancia, Mariuccia gliela portò subito, almeno da quel punto di vista quella era ancora casa sua, si affacciò alla ringhiera e gli venne in mente quando aveva pensato di buttarsi di sotto proprio da quel punto, pensieri vaghi certo, ma spia di uno stato d’animo inquieto, si immaginò spiaccicato sul pavimento del cortile in un lago di sangue, ma l’immagine gli parve paradossale e fuori luogo, non provava più sentimenti di depressione di quel genere, ripensò a Marco e gli mandò un messaggio.
- “Sto pensando a te… è bellissimo sapere che ci sei”.
Marco lo lesse, si sentì orgoglioso e si trattenne un attimo a pensare la risposta.
- “Sto dai miei e stiamo parlando di te… ti vogliamo bene! Quando vuoi fammi un fischio e volo da te!”.
Andy non proseguì con i messaggi, si sdraiò lungo sul dondolo e si lasciò dondolare, la sensazione era gradevole, ma Andy mescolava mentalmente il suo terrazzo e la presenza di Marco, due contenuti incompatibili, cominciò a prepararsi il discorso da fare alla madre, poi lasciò il proposito a metà perché non riusciva a fare ipotesi su quello che sarebbe successo, prese qualche giornale di pettegolezzi dal portariviste e si mise a leggere, erano tutti pettegolezzi ma tutti etero, i gay sembravano non esistere proprio secondo quei giornali, ed erano quelli che leggeva sua madre, era ovvio che un ragazzo dovesse cadere ai piedi di una ragazza e che dovesse fare la gara con gli altri per il possesso della sua bella… queste cose a Andy sembravano così strane che smise di leggere, ogni tanto lo colpiva qualche foto di qualche ragazzo piuttosto bello e sorridente, ne trovò una che gli richiamò il sorriso di Marco e gli sfuggì un sorriso di tenerezza.
A casa di Andy squillò il telefono, Mariuccia rispose e venne a riferire a Marco.
- Ha chiamato la signora e ha detto che sarà qui a mezzogiorno perché nel pomeriggio deve andare dal parrucchiere con la sua amica.
- Le ha detto di me?
- No, veramente non le ho detto nulla…
- Va benissimo così, grazie.
L’attesa era ormai ridotta a meno di mezz’ora, Andy se ne andò in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua.
- Se me l’avesse detto gliel’avrei portata io…
- Non si preoccupi signora, non ce n’è proprio nessun bisogno… a proposito, che cosa ha fatto per pranzo?
- Ho fatto dei cannelloni, poi un roast beaf con piselli e il dessert.
- Tutte cose buonissime e poi lei è così brava!
- Ma che dice, io in cucina me la cavo appena, la signora dice che la Bertolotti è bravissima e mi mette tanta soggezione perché mi giudica sempre, almeno sua madre non dice nulla.
- E mio padre?
- Be’ il signore non c’è quasi mai, certe volte passa proprio tanto tempo prima che si faccia vedere… e poi lei lo sa benissimo.
- Sì, sì, lo so… me lo dà un ciuffetto d’insalata?
- Certo, ecco!
- Mh!
- Ma lo sa che fa ancora come quando era un ragazzino?
- Sì lo so ma a me piace così.
Andy passava il tempo chiacchierando con Mariuccia ma poco prima dell’ora prevista per il rientro della madre Mariuccia lanciò un rapido sguardo dalla finestra e rimandò Andy in salotto.
- Forse è bene che lei adesso vada in salotto, se la signora la trovasse qui poi se la prenderebbe con me, vada ché è meglio.
- Vado… e grazie dell’insalata.
- Prego, prego!
Andy si accomodò in salotto e senti la chiave girare nella serratura, la madre di Andy rientrava con la signora Bertolotti, Andy si alzò per salutare secondo il cerimoniale stabilito.
La madre vide Andy e non fece una piega.
- Ciao Andy, come va? Ti presento la signora Bertolotti è una mia carissima amica che sta con noi per un po’.
Andy valutò l’età della signora Bertolotti in oltre sessant’anni e si inchinò per baciarle la mano, la signora ne fu lusingata.
- Ma com’è cavaliere questo ragazzo!
- Dovere, signora, dovere!
La madre di Andy riportò il colloquio all’ordinaria amministrazione.
- Andy, se vuoi puoi stare a pranzo con noi, ci vediamo così poco!
- Sì, grazie, se non vi disturbo resto volentieri.
- Allora possiamo andare a tavola…
Il tavolo era tondo, Mariuccia aggiunse un coperto, Andy spostò la sedia della signora Bertolotti e quando la signora si sedette poté gettare un’occhiata al cartellino che usciva dal suo abito e vi lesse il nome di un sarto famoso, poi Mariuccia portò i cannelloni, servì prima la signora Bertolotti, poi la mamma di Andy e quindi Andy, poi versò il vino, la signora Bertolotti assaggiò mentre Mariuccia era ancora presente.
- Sono buoni, brava Mariuccia, ma con un pizzico di noce moscata in meno sarebbero ancora più delicati, però sono cotti al punto giusto, non ti pare cara?
- Sì, sono buoni, sono buoni… scusa Mariuccia mi puoi portare un po’ di pepe.
- Subito signora.
La conversazione fu molto rituale.
- Sai Andy, la signora ha delle boutique qui e anche a Milano, quando viene a Roma andiamo insieme a visitarle e io posso prendere qualche abitino che mi piace.
- Che la signora è una vera intenditrice si vede benissimo dall’abito che porta, è un abito di…
E Andy citò il nome che aveva letto sul cartellino, la signora ne fu lusingatissima.
- Non solo cavaliere ma anche intenditore di moda, lo sa che le mie vedeuses non sarebbero state in grado di capirlo.
- Per carità, signora, sono piccolezze.
- Cara, ma tu avevi un figlio così e non me l’avevi mai detto… ma lo dobbiamo portare qualche volta con noi, ci potrebbe dare qualche buon consiglio.
- Sì, veramente Andy è un ragazzo molto gradevole.
- Tutto la mamma, tutto la mamma!
Andy rimase a sentire la conversazione a due tra la madre e la signora Bertolotti, chiaramente una conversazione d’affari, stavano costituendo una società per allargare il giro delle boutiques, Andy si allontanò con una scusa.
- Scusate, se voi permettete, vi vado a preparare io un caffè speciale.
- Sì, grazie, caro!
Andy tornò in cucina, attese che Mariuccia facesse il caffè e ci aggiunse qualche goccia di Cognac, poi tornò nella sala da pranzo.
- Ecco!
La signora Bertolotti assaggiò per prima.
- E’ di una finezza squisita, è proprio buonissimo, come la posso ringraziare?
- E’ un piacere signora, è un piacere.
- Andy, adesso io e la signora dobbiamo andare in giro per affari, ti ritrovo per cena?
- Sì, credo di sì, mamma io avrei bisogno di scambiare con te quattro parole, quando hai tempo…
- Sì caro, però facciamo più tardi, stasera, adesso devo proprio andare.
- Quando vuoi tu, non ti preoccupare… e papà sai se passa a casa?
- Guarda forse stasera o al massimo domani sera, domani dovrebbe venire perché il martedì vede gli amici e in genere non manca mai.
- Grazie mamma. Signora, è stato un piacere conoscerla!
E le baciò la mano un’altra volta. La signora, lusingata, lo salutò.
- Grazie caro, grazie, e sono contenta di averti conosciuto, un ragazzo così fine… .
- Ancora grazie signora e a rivederla.
- Arrivederci, caro, arrivederci!
La madre di Andy uscì con la signora Bertolotti e Andy si trovò di nuovo solo, e se ne tornò in cucina a parlare con Mariuccia.
- Ha visto che alla fine qualche cosa da ridire ce l’hanno trovata comunque!
- Loro sì, ma io no! Era tutto buonissimo!
- Grazie…
- E adesso che faccio fino a stasera? Non è nemmeno l’una e mezza.
- Se ne vada e ritorni stasera per le otto, ci mancano quasi sei ore mica vuole aspettare qui in una casa vuota!
- Mi sa che ha ragione.
Andy chiamò Marco.
- Ciao, puoi passare a prendermi il più presto possibile? Stasera devo tornare qui ma adesso ho qualche ora libera.
- Volo, Andy, sto da te il più presto possibile.
Andy stava aspettando le due e mezza per pranzare con Rocco, ma volò da Andy, il fatto che Andy avrebbe dovuto tornate a casa sua la sera non gli piaceva molto ma almeno lo avrebbe avuto con sé per qualche ora. Quando lo vide uscire dal cancello lo abbracciò così forte che lo sollevò da terra, Andy si aspettava di andare subito alla piccionaia ma Marco gli disse che stava a casa dei suoi e che ci doveva tornare, sul momento Andy rimase un po’ disturbato da questo fatto, poi si riebbe.
- Va be’, andiamo dai tuoi!
E aggiunse un sorriso. Marco gli carezzò la mano prima di mettere in moto.
- Come sono andate le cose?
- A mezzogiorno è arrivata mia madre con una sua amica che ha delle boutiques qui e a Milano e abbiamo pranzato insieme, dato che c’era l’amica mia madre si è comportata come se tutto fosse filato sempre liscio, abbiamo parlato di moda e dei cannelloni ma solo di questo, la naturalezza di mia madre era addirittura incredibile, proprio come se niente fosse mai successo.
- E tu?
- Pure io, che dovevo fare? Dovevo recitare e basta.
- E perché ci devi tornare stasera?
- Perché mia madre viene a casa per la cena e forse riusciremo a parlare un po’ e forse viene anche mio padre, se non viene oggi potrebbe venire domani sera perché martedì ha un appuntamento fisso con i suoi amici e non ci rinuncia mai, tra stasera e domani dovrei riuscire a parlare anche con mio padre, credo che non concluderò molto ma dovrei riuscire a parlarci. La mia stanza l’hanno smantellata e adesso se dovessi restare a casa mia non saprei nemmeno dove andare a dormire, perché in quella che era la mia stanza adesso c’è l’amica di mamma, questo è il segno che mi hanno proprio cancellato dall’organico di casa, adesso a casa mia ci sono tante stanze senza letto: studio, salotto, biblioteca, anticamera dello studio, ma c’è una sola camera da letto, quella dei miei, a parte la stanza delle bambine, le mie sorelline, la mia stanza è diventata camera degli ospiti e in effetti io sono stato sempre un ospite… Comunque, il primo passo l’ho fatto, mia madre non mi ha aggredito, ma data la situazione non vuol dire molto, vedremo stasera e poi se c’è pure mio padre chissà come andrà a finire.
- Andy, ma ti dispiace se andiamo dai miei? Se vuoi li chiamo e dico che restiamo per conto nostro.
- Forse sarebbe meglio,… ma aspetta, no, va bene così, andiamo dai tuoi.
- Andy se non vuoi si fa subito a cambiare programma.
- No, no, andiamo dai tuoi, va bene così senz’altro.
Quando scesero dalla macchina Andy andò a suonare al citofono come se la cosa fosse ovvia. Rosa gli rispose in modo entusiastico.
- Andy, Bello, vieni a casa, come sono contenta che ci sei pure tu! Vieni, vieni!
- Saliamo, Rosa, saliamo subito.
Nell’androne delle scale Andy abbracciò Marco e lo strinse fortissimo, poi gli scarmigliò i capelli, a casa Rosa abbracciò Andy col massimo calore. Un po’ Andy se lo aspettava.
- Vieni Bello! E chi me lo doveva dire a me che ci dovevamo rivedere così presto… ci hai fatto il regalo più bello… che ti posso dare? Un po’ di frutta?
- No, grazie, Rosa, non mi serve niente.
- Aspetta va!
Rosa si precipitò in cucina e preparò una limonata fresca spremendo quattro limoni, due per Andy e due per Marco, poi tornò dai ragazzi con i bicchieri.
- Come è buona! Ma che cosa è?
- Solo una spremuta di limone con pochissimo zucchero e tanta acqua fresca, è una cosa come quelle che si facevano cento anni fa… Andy… resti a pranzo con noi?
- Io ho già pranzato ma resto con voi lo stesso, magari spizzico qualche cosetta di quelle sfiziose di Rocco.
- Allora sai che ti faccio? Ti faccio un sorbetto con lo sciroppo di ciliegie.
- Magari!
- Mo’ te lo faccio subito. Andy seguì Rosa in cucina e Marco si accodò, quando il sorbetto fu pronto Rosa ne mise un po’ in un bicchiere anche per Marco e diede il bicchiere più grosso a Andy.
- Perché a lui così grosso?
- Perché ha già mangiato, Marco, se lo vuoi dopo mangiato ne do uno grosso anche a te.
Tornarono tutti e tre in salotto, Andy e Marco si trovarono seduti uno a fianco all’altro sul divano.
- Come vai Andy?
- Bene, Marco, bene!
Marco notò che in presenza di Rosa Andy non lo chiamava Cucciolo.
- Andy, perché mi chiami Marco? In genere mi chiami Cucciolo e mi piace tanto. Ti vergogni di mamma?
- No… be’ un po’…
- Andy tu qui ti devi comportare come ti viene, che ti credi che mi dispiace se a Marco lo chiami Cucciolo, Rocco quando siamo soli a me mi chiama Rosellina, mo’ quando ci stavi tu non l’ha fatto ma io mica mi vergognerei se mi chiamasse così davanti a te, se ci si vuole bene che problema c’è?
- Ok! Però mannaggia, dire Cucciolo in questa situazione ancora non mi viene spontaneo.
- E va bene, verrà piano piano… e pure io ti chiamo Andy e allora ti dovrei chiamare Andrea ma mo’ mi so’ abituata e Andy è più bello.
- Mamma, io in privato lo chiamo Birillo!
Rosa accennò a un piccolo sorriso. Andy aprì le braccia come per dire che non ci poteva fare nulla, poi Rosa continuò.
- Io è meglio che continuo a chiamarti Andy!
Sorrisero tutti e tre. Quando Rosa tornò un attimo in cucina Andy riprese il discorso.
- Cucciolo, lo so che qua si sta bene, mi sento coccolato… però poi torno a pensare a stasera.
Rosa rientrò.
- Marco mi ha detto che stasera devi tornare a casa tua…
- Sì, dovrei stare fuori solo stasera e al massimo domani, devo parlare coi miei.
Rosa avviò un discorso più pericoloso.
- Andy, scusa se mi permetto, ma i tuoi lo sanno chi sei?
- Nel senso se sanno che sono gay?
- No, nel senso che ti conoscono veramente o no.
- Mah, credo che a loro in fondo di me non importi poi molto, hanno la loro vita e vanno avanti per la loro strada.
- Pensa, mamma, hanno già smantellato la sua stanza, hanno buttato via tutte le sue cose e ci hanno fatto la stanza degli ospiti.
- Ma veramente?
- Sì veramente… se dovessi tornare a casa mia non saprei dove andare a dormire.
- E tu non ci ritornare, stattene con noi!
- Non mi dispiacerebbe affatto ma coi miei ci sono tante cose da chiarire.
- Però, se ti vogliono bene, alla fine le difficoltà si superano tutte.
- Già, se mi vogliono bene… ma questo io non lo so… anzi…
- Sì, ma in fondo sono sempre tuo padre e tua madre…
- Rosa, scusami, ti dispiace se cambiamo discorso?
- No, scusami tu, Andy, certe volte mi faccio trasportare.
Andy sentì che Rocco stava rientrando a casa e si alzò per salutarlo, quando lo vide Rocco non trattenne dei veri segni di entusiasmo.
- Andy, Bello, che bella cosa che ci hai fatto! Come stai? Stai bene? Vieni, vieni… e com’è che stai qua?
- Niente, avevo il pomeriggio libero e sapevo che Marco stava qua.
- E allora dobbiamo festeggiare…
- Ma abbiamo festeggiato ieri!
- E allora? Festeggiamo pure oggi, mettiti a tavola che ti faccio sentire un po’ di olive mie, sono andato a prenderle in campagna, ma queste sono proprio quelle buone.
La conversazione procedeva tranquilla, Rocco non sapeva che Andy era stato a casa sua e continuava a parlare di campagna e di cucina, a tavola Andy spizzicò un po’ di tutto, quando si sedettero in salotto per il caffè Andy avviò un discorso che Marco non si aspettava.
- Rocco, ti posso fare una domanda?
- Tutto quello che vuoi!
- Però mi devi rispondere con la massima sincerità.
- Sì, va bene, dimmi!
- Ma voi di me che pensate?
Rocco rimase in silenzio per qualche attimo.
- Ma perché mi fai questa domanda?
- Non tergiversare, rispondi!
- Be’, noi abbiamo parlato tanto di te, prima di ieri sera sapevamo solo che Marco ti voleva bene, da ieri sera ti volgiamo bene anche noi, ieri notte io e Rosa abbiamo parlato tanto di te, proprio fino a notte alta, noi siamo contenti, è così, bisogna dare tempo al tempo ma adesso anche noi ti vogliamo bene, mo’ io mi impiccio un po’ e non so parlare di queste cose ma tu hai capito lo stesso, ma adesso mi devi dire tu perché mi hai fatto questa domanda.
- Io vi conosco solo da ieri… però… insomma non so se è vero al cento per cento, ma anch’io comincio a volervi bene e non solo perché siete i genitori di Marco ma perché siete brave persone, per me dire brave persone non è una cosa banale, non vi capisco sempre ma un po’ comincio a capire il vostro modo di essere e mi piace, forse non durerà ma adesso mi piace e poi sono convinto di avere molte cose da imparare da voi.
- Da noi?
- Sì, da voi, io credo che voi siate felici veramente e vorrei imparare il segreto…
- Andy l’unico segreto è volersi bene, tu la vedi questa Rosellina mia, sono ventisei anni che stiamo insieme e lei ne ha avuta di pazienza con me…
Andy notò il diminutivo applicato a Rosa e ne fu contento.
- Rocco, ma tu di me e Marco che cosa pensi?
- E che devo pensare? Se sta bene a voi… la vita è la vostra, io posso fare il papà e Rosa la mamma, se sta bene a voi noi che dobbiamo dire? Che vi volgiamo vedere felici… e basta! E che vuoi dire? Quando Mario, il fratello di Rosa, ha visto che noi ci volevamo bene che ha detto? Ha detto che ci voleva vedere felici… e basta!
- Ma non è la stessa cosa, noi siamo due ragazzi!
- E allora? Guarda Andy io ce ne ho messo di tempo per capire e non è stato facile, se questa è la felicità di Marco e pure la tua io non potrei mai pensare di rovinare la vostra felicità, non lo deve fare nessuno ma un papà non lo deve nemmeno pensare, io avrei qualche cosa da dire se vedessi Marco stranito, preoccupato… o se pensassi che tu sei un poco di buono… e ce ne stanno tanti… ma tu stai qui con noi… e che possiamo sperare di più?
- Rocco, ma tu tutte queste cose le pensi veramente?
- E che pensi che stiamo facendo la commedia davanti a te? E per quale motivo? Se non mi stessi bene te lo direi in faccia! Di questo devi stare sicuro.
- Ma non vi dà fastidio nemmeno un po’?
- Andy, figlio mio, ma come fai a pensare una cosa simile? Tu sei un ragazzo e noi siamo vecchi, ci deve dare fastidio che tu e Marco abbiate la vostra vita? Pure io e Rosa ci volevamo bene e Mario l’ha capito che era una cosa seria e ci ha sempre aiutati, sempre… vedi Andy quando noi possiamo vedere Marco e Andy contenti noi abbiamo raggiunto tutto quello che potevamo desiderare.
- Rocco, scusa se mi permetto, ma voi nella vostra famiglia ci calcolate anche me?
- Sì, se sta bene a te a noi sta benissimo, certo che ci calcoliamo anche te!
- Mi ci vorrà un po’ di tempo per ambientarmi ma credo che ci starò bene.
Rocco non rispose ma gli si leggeva in faccia un serio compiacimento.
- Andy lo vuoi un po’ di sorbetto al limone?
- Magari, Rosa, grazie.
Rosa tornò con due bei sorbetti al limone e con due porzioni minori per sé e per Rocco, poi fece lei una domanda a Andy.
- Ma tu, Andy, di noi che pensi?
- Prima mi sembravate due marziani, poi ieri all’inizio sarei scappato via di corsa, mi sembravate invadenti, un po’ prevaricatori, poi piano piano ho visto anche altre cose, già ieri sera avevo le idee più chiare, oggi sto qui di nuovo, credo che voglia dire qualche cosa, se non mi stesse bene non ci verrei.
- Nemmeno per fare un piacere a Marco?
- No, nemmeno, sarebbe un adattamento, o mi vuole bene come sono o la cosa non funzionerebbe proprio.
Marco intervenne.
- Senti, Birillo, mi sa che noi dovremmo tornare alla piccionaia, fare una doccia e cominciare a prepararci per andare di nuovo a casa tua.
Al Birillo Rocco non fece una grinza. Andy continuò come se fosse la cosa più ovvia del mondo
- Ok, Cucciolo, andiamo, forse è meglio… però io qui ci resterei eccome…
- Andy, Bello, grazie che ci sei venuto, ci hai fatto felici e più ti conosco più capisco perché Marco sta bene con te… adesso andatevene e per qualunque cosa noi stiamo qua.
Si salutarono con un abbraccio deciso, anche Rocco non si limitò alla stretta di mano, a Andy fece un certo effetto essere abbracciato da un uomo tanto più grande di lui, l’abbraccio di un papà era una sensazione che in vita sua non aveva mai provato.

sabato 20 ottobre 2007

ANDY ROMANZO GAY 4/5

- Ciao, Andy, vieni, vieni!
Rocco gli strinse la mano in modo molto deciso, Andy non era abituato a cose del genere, a casa Rosa lo abbracciò come se lo avesse conosciuto da sempre.
- Ciao, Andy, vieni, vieni, accomodati, qua stai a casa tua.
Andy colse al volo questa frase, che alle sue orecchie suonava piuttosto sinistra, si sentiva intimidito, quasi asfissiato da un ambiente che non conosceva e al quale istintivamente si sentiva totalmente estraneo ma non voleva deludere Marco, fece appello a tutte le sue capacità di adattamento e cercò di recitare la parte al meglio, la prima impressione che aveva ricevuto da Rocco e Rosa, misurata sulle categorie di Andy, non era positiva, non li capiva, li giudicava esagerati, invadenti, fuori luogo e cominciava a chiudersi in una forma di resistenza psicologica passiva, le sue risposte erano cortesi ma anche distaccate e da manuale e soprattutto Andy era pienamente cosciente che si trovava a giocare un ruolo non suo, lo faceva per Marco ma la cosa gli costava moltissimo. Marco, da parte sua, si rendeva conto della situazione di disagio pesante in cui si trovava Andy ma Rocco e Rosa sembravano non capire e continuavano sulla loro strada. Marco temeva che l’incontro tra Andy e i suoi potesse finire in un disastro, con una radicale incomprensione reciproca, ma non sapeva che cosa fare. Rocco e Rosa erano ottime persone e volevano bene a Marco, e così anche Andy, ma metterli insieme si stava rivelando un errore terribile. Rosa fece notare a Rocco che bisognava andare alla cantina a prendere un po’ di vino di quello come si deve, Rocco chiese a Andy di accompagnarlo.
- Non è una cantina ma un garage, Andy, se ti va ci possiamo andare insieme.
Andy era imbarazzatissimo, temeva di trovarsi a parlare con Rocco di cose di cui non voleva parlare, ma non poteva rifiutare.
In strada c’era sole, la giornata era bella e Andy si sentì meno messo alle strette. Rocco parlò solo del vino, del Cesanese del Piglio, dell’annata, dell’uva e di cose del genere e Andy si sentì più tranquillo.
- Ma tu preferisci il rosso o il bianco?
Andy aveva visto nel garage solo vini rossi e si affrettò a dedurne la sua risposta.
- Il rosso! Mi è sempre piaciuto di più il vino corposo.
- Oh, allora andiamo d’accordo, guarda, questo, questo, e poi questo qui, e a fine pasto questo qui.
Rocco tirò fuori quattro bottiglie polverose, ne porse due a Andy, poi chiuse lo sportello del garage e, continuando a parlare per non mettere in imbarazzo Andy, si riavviò verso casa.
Per le scale fece passare prima Andy, a casa non gli diede tempo di pensare, aprì una bottiglia, scaraffò il vino, glielo fece annusare poi gli versò un po’ di vino nel bicchiere.
- Dimmi com’è questo vino?
- Accidenti, ma è buonissimo!
- Questo lo vado a comprare a Piglio tutti gli anni e poi lo conservo per l’anno appreso, deve maturare per un anno, all’inizio non è così frizzante. E adesso senti quest’altro.
- Mh, è completamente diverso, questo sa di fragola, di frutti di bosco.
- Questo è fatto con un’uva nera molto particolare, non è vino fragola ma somiglia molto.
- Ma ci sono frutti di bosco dentro?
- No! E’ solo uva, però ha un profumo tutto particolare. E adesso ti posso fare assaggiare una cosa rara?
- Che cosa?
- Una fettina di tartufo sott’olio.
Andy fece una piccola pausa, non aveva mai gradito i tartufi ma non voleva essere scortese.
- Rocco, se devo essere sincero, il tartufo non mi è mai piaciuto, scusami.
- Ma non sei il solo, a Rosa non piacciono affatto, hanno un sapore un po’ particolare… ma una fettina di prosciutto e due olive?
- Magari quello sì.
- Allora vieni in cucina.
In cucina c’era una base di legno che reggeva un prosciutto ormai consumato per più di metà, Rocco tirò fuori un coltello speciale, da prosciutto, e ne tagliò due fette, le mise in un piattino, ci aggiunse due olive verdi snocciolate e lo passò a Andy che cominciò a annusare il prosciutto.
- Ma tu te ne intendi!
- No! E’ una reazione istintiva.
- Ma è proprio così che si annusa il prosciutto, che te ne pare?
- Mi sembra superlativo, da dove viene?
- Non è prosciutto di Parma, quello è molto dolce, questo è prosciutto di Norcia stagionato.
- Buono!
- E le olive?
- Pure!
- Quelle sono mie, proprio coltivate da me, ho un piccolissimo oliveto a quaranta chilometri da qui, me lo coltivo da solo, ci sono venti alberi in tutto ma sono alberi come si deve, né troppo giovani né troppo vecchi, io olio e olive non ne compro mai perché le potrei vendere, quando è tempo le olive le raccolgo da me e mi faccio fare l’olio in giornata e poi lo conservo con tutte le regole.
- Ma gli olivi che hai tu che età hanno?
- Io credo 100-120 anni, ma questi possono andare avanti per secoli, se non prendono malattie, in un buon terreno calcareo, se l’inverno non fa troppo freddo gli ulivi durano parecchie generazioni, in Palestina dicono che ci siano ancora quelli dei tempi di Gesù, io non ci credo, ma ci sono piante vecchissime. Qualche volta devi venire a vederlo il mio uliveto, è piccolo ma è ben tenuto, credo che ti piacerebbe, è un po’ in pendenza ma è orientato a sud e d’inverno non ci fa freddo, quando c’è stata l’ultima gelata gli ulivi miei non si sono rovinati.
Il pranzo era quasi pronto, Rosa aveva preparato le fettuccine di casa con un ragù speciale e un’insalata così assortita che si stentava a riconoscere due foglie simili. Andy ci aveva fatto caso e cercò di spostare la conversazione sul ragù. Marco, che era entrato in cucina da pochi secondi, cercava di tenersi al margine ma aveva l’impressione che rompere il ghiaccio sarebbe stato molto più difficile del previsto, se non si fosse potuto parlare di vino e di olio la conversazione si sarebbe esaurita in un generico buon giorno e buona sera.
Andy aveva comunque notato che l’invadenza di Rocco non mancava di una qualche discrezione, parlava molto ma sempre di cose che non preoccupavano troppo Andy, gli faceva domande ma solo sul vino e sul prosciutto. Vedendo che Marco era lì Andy cercò di interrompere quella strana e quasi irreale atmosfera introducendo un discorso diverso che potesse coinvolgere anche Marco.
- Mi sa che abbiamo portato un po’ di scompiglio.
- Ma che dici, Andy. Questa è una festa, se non sono feste queste quali sono le feste?
Rocco nel frattempo aveva aperto tre barattoli di conserve sotto olio e aveva preparato due piattini ricchissimi di funghetti, melanzane e olive con l’aggiunta di qualche scaglia di pecorino.
- Andy, Marco, venite a tavola, mentre Rosa finisce di preparare dovete assaggiare una specialità, Marco la conosce bene ma Andy mi sa che non l’ha mai provata. Tornarono nella sala da pranzo.
Andy si sforzava di sorridere ma non sapeva che cosa dire, Rocco gli passò un bicchiere di un vino rosso dolce, Andy assaggiò, era squisito,
- Andy, dimmi com’è questo vino. E’ buono eh?
A tavola gli diedero il posto d’onore vicino a Marco, fu servito per primo e circondato di tutte le attenzioni possibili ma nonostante tutto Andy si sentiva fuori dal mondo, aveva meno paura di prima, si rendeva conto che Rocco e Rosa non avevano nessuna intenzione di chiedergli chissà che cosa ma nonostante tutto Andy non riusciva a trovare un modo per avviare una conversazione che non fosse solo formale, quando accennava al fatto che si sentiva in imbarazzo gli dicevano sempre che non ce ne era ragione ma in effetti non lo ascoltavano come Andy avrebbe voluto, erano tanto preoccupati dall’idea di non metterlo in difficoltà che evitavano i discorsi diretti, forse Andy avrebbe avuto anche voglia di parlare un po’, ma non ne aveva l’opportunità, questo fatto lo indispettì alquanto, provava un certo senso di frustrazione: dopo tutto lui la buona volontà l’avrebbe anche avuta ma l’occasione non si era mai presentata e anche Marco sembrava non rendersi conto di quello che passava realmente per la mente di Andy. Poi venne il caffè e finalmente la conversazione in salotto, Marco cercò di rompere il ghiaccio.
- Così avete conosciuto Andy ma in effetti l’avete conosciuto poco perché è il ragazzo migliore del mondo, da quando stiamo insieme sono letteralmente rinato.
Andy faceva delle strane facce come per dire che Marco stava esagerando.
Rocco intervenne.
- Andy e tu come ti sei trovato con questo mascalzone di mio figlio, è ‘nu bravo guaglione o no?
L’espressione napoletana lasciò Andy un po’ perplesso, non sapeva se dire la verità o recitare il copione più classico e andare avanti mettendosi una maschera. Pensò che quell’incontro per Marco potesse avere un’importanza tutta speciale e con uno sforzo titanico cercò per l’ennesima volta di dire quello che pensava veramente.
- Vi posso dire una cosa?
- E come no!
- Io mi sento un po’ a disagio, voi mi circondate di attenzioni ma io per voi non sono nessuno.
Rosa disse la sua.
- Se’u figlio nuosto sta cuntento è pecché ce sì tu, quello parla solo di te, vive solo per te e mo’ si’ figlio nuosto pure tu, noi l’abbiamo desiderato tanto un secondo figlio ma non l’abbiamo avuto ma mo’ in vecchiaia… tu si’ nu guaglione buono e onesto comme a Marco e nui te vulimmo bene.
Andy non sapeva che cosa dire, il tono diretto e molto meridionale di Rosa lo spaventava, accennò nuovamente di essere imbarazzato.
- Scusate, voi mi dite cose molto belle ma a me sembrano strane, io veramente non le capisco.
Poi intervenne Marco.
- Guarda Andy loro non dicono per dire tu non li conosci ma me l’avevano chiesto tante volte di farti venire a casa.
- Scusate ma io mi sento proprio in difficoltà, non so che dire.
L’imbarazzo di Andy gli si leggeva in faccia, Marco temette il peggio, Rocco cercò di salvare la situazione.
- Andy, per carità di Dio, t’abbiamo trattato in modo invadente? Credici non abbiamo nessuna intenzione di metterti in difficoltà, per carità di Dio, se volete stare soli noi possiamo anche uscire, o potete andarvene voi, non c’è nessun problema, potete fare quello che volete, questa è casa vostra.
Andy aveva gli occhi rossi un po’ per il disagio e un po’ perché si rendeva conto che stava rovinando tutto e che non era stato capace di stare al gioco, ma il fatto fu interpretato dai genitori di Marco come se Andy si fosse commosso per il comportamento affettuoso di Rocco e Rosa, Marco però si era perfettamente reso conto della situazione e non sapeva come uscirne, posò timidamente una mano sulla mano di Andy, che si sentì ancora più in imbarazzo e ritirò la mano provocando un momento di gelo. Marco intervenne immediatamente.
- Andy, stai bene?
- No, c’è qualche cosa che non va.
Rosa si intromise.
- Gesù, Andy, ma ti senti bene?
- Sì mi sento bene, è che non sono abituato a tutte queste cose. Scusatemi! Adesso voglio andare via.
Rosa uscì e andò a preparare dei pacchetti di generi alimentari che Marco e Andy avrebbero portato alla piccionaia. Rocco rimase con i ragazzi e cercò di dire la sua.
- Andy, noi ti vogliamo solo dire che ti vogliamo bene, qua devi stare come a casa tua.
Andy abbozzò un ultimo tentativo di comunicazione seria pensando che sarebbe comunque caduto nel nulla, cercò di dorare la pillola il più possibile e di non insistere sul fatto che si sentiva a disagio.
- Rocco, Marco è stato fortunato a trovare dei genitori come voi.
- No! Noi siamo stati fortunati a trovare un figlio come lui!
Questa frase lasciò in Andy un attimo di smarrimento, poi si lanciò e rispose in modo inaspettatamente sincero.
- Mio padre per me una cosa simile non l’avrebbe mai detta.
Gli occhi di Andy si fecero rossi e umidi, Rocco se ne accorse, non sapeva come comportarsi. Lo stato di imbarazzo di Andy sembrava sempre più grave, ma in effetti si trattava d’altro: si era spinto su un terreno pericoloso e temeva di perdere il controllo e di parlare troppo, temeva che avrebbe finito per sfogarsi magari in modo improprio e che comunque non sarebbe stato capito. Rocco fece un gesto inatteso, gli diede uno schiaffetto sulla guancia e gli fece cenno di seguirlo in cucina, Andy lo seguì meccanicamente.
- Lo vuoi un altro caffè?
Se avesse risposto solo “no” avrebbe dato un segnale di indisponibilità, preferì una risposta più articolata e che usasse il tu nei confronti di Rocco.
- Ti ringrazio, ma ne abbiamo preso uno poco fa e forse è meglio di no.
Rocco gli passò una scatola di cioccolatini.
- Uno di questi?
- Grazie! Questo lo prendo volentieri.
Andy alla risposta aggiunse un sorriso, Rocco lo colse al volo, poi gli fece di nuovo cenno di seguirlo in salotto e prese un album di fotografie, erano tutte le foto di Marco da quando era bambino, Andy non si aspettava una cosa simile, si mise a osservarle attentamente, una per una mentre Rocco raccontava quando e come era stata fatta la fotografia, quando Andy arrivò alle ultime pagine vuote dell’album Rocco gli disse che quelle pagine erano riservate alle fotografie di Andy. Andy ebbe un attimo di perplessità.
- Alle mie?
- E certo!… Quante ce ne dobbiamo fare di fotografie! … almeno qualcuna ce la vorrai lasciare?
- Beh…
- Andy, adesso non ti voglio forzare, ma io la macchienetta ce l’ho pronta e con la pellicola dentro… se vuoi…
- No, scusami Rocco, forse è meglio di no…
- Come vuoi tu, va benissimo.
Andy si pentì della sua prima risposta istintiva e pensò che a Marco avrebbe fatto piacere avere delle sue foto in ambiente familiare.
- Rocco, … sto messo male, tutto in disordine… se no, va’ … senti prendila la macchinetta però sto così sotto sopra che verranno malissimo, mannaggia, fammi dare almeno una pettinata.
Rocco andò a prendere la macchina e Andy lanciò un’occhiata a Marco come per dire che lui aveva fatto tutto il possibile. Quando Rocco rientrò con la macchina fotografica il rollino si consumò in fretta, Andy si fece fotografare da solo e con Rocco e Rosa, ma non voleva essere ritratto insieme con Marco, solo dopo una qualche insistenza di Rocco accettò anche quest’ultima posa ma si tenne a distanza da Marco ed evitò qualsiasi atteggiamento disinvolto, anche il sorriso fu un sorriso di circostanza. Al termine dell’operazione Andy aveva l’impressione di avere subito quasi una violenza.
- Scusate, ma quel rollino è meglio buttarlo via, ti prego, Rocco, dammelo, non mi va di lasciare in giro delle foto mie, veramente, per favore, le ho fatte ma non le volevo fare…
Rocco ravvolse la pellicola fino alla fine, estrasse il rollino dalla macchina e lo consegnò a Andy.
- Forse abbiamo fatto una cosa che non dovevamo fare… scusami Andy, io qualche volta sono un po’ maldestro, io lo faccio a fin di bene ma certe volte sono troppo invadente e ci sono tante cose che non capisco, te lo dico con tutto il cuore Andy, per carità di Dio, non volevo proprio fare una forzatura, scusami, se ti ho creato imbarazzo mi devi perdonare perché mi dispiace veramente, io vorrei che tu qui ti sentissi libero e a tuo agio ma poi non so come comportarmi, forse ti abbiamo asfissiato troppo. Ti giuro, Andy, te lo giuro, mi dispiace che tu ti possa sentire a disagio con noi.
- Ma no… è che è una cosa… non so come dire… ma non capisco…
- Tu qua ti devi sentire libero veramente, hai capito Andy?
- Io lo so che voi siete una bellissima famiglia, quando Marco parlava di voi io stentavo a credergli.
- Noi cerchiamo di volerci bene, non facciamo niente di speciale… noi siamo solo una famiglia.
- Lo so, lo vedo, ma non capisco io che c’entro?
- Andy noi ti vogliamo bene, noi ti volgiamo bene pure se con Marco tu non ci stai più, tu sei libero e sei un ragazzo come si deve.
- Rocco, io non so che dire.
- Se ci vuoi fare veramente contenti, a me e a Rosa, ci devi venire a trovare di nuovo e poi di qualsiasi cosa possiate avere bisogno noi stiamo qua, aspetta, mo’ ce sta ‘na cosa c’à nu ‘a ssape manco Marco. Andy, ti giuro, non ti sentire in imbarazzo, l’abbiamo fatta con tutto il cuore.
Tirò fuori due pacchettini uguali dall’armadio e fece cenno a Andy di seguirlo nella sala da pranzo. Diede uno dei due pacchetti a Marco e uno a Andy, si misero a scartare i pacchetti, li aprirono con una certa curiosità, contenevano due orologi uguali. Andy non sapeva che dire, era perplesso ma di una perplessità alquanto nuova e diversa, la logica di Rocco e di Rosa cominciava a non essergli del tutto incomprensibile. Rocco continuò.
- Se poi ci vuoi fare proprio felci felici a me e a Rosa ci devi chiamare papà e mamma questo sarebbe proprio il nostro più grande desiderio… aspetta, aspetta, aspetta un attimo, adesso ho fatto un’altra delle mie uscite stupide, ma quanto sono cretino… Andy, scusami, ci basta che ci torni a trovare.
Andy si sentì nuovamente a disagio ma Rocco ruppe tutte le esitazioni.
- Va be’, basta! Mo’ s’è fatto tardi e ve ne dovete andare, ché avrete tante altre cose da fare meglio che stare a sentire due vecchi un po’ storditi.
Andy non sapeva che dire, non voleva farsi strappare nessuna promessa ma in fondo non voleva nemmeno togliersi il più presto possibile da quella situazione che alla fine dei conti non era poi così imbarazzante, era strana, ma non in modo sgradevole, certo l’idea di chiamare Rocco e Rosa papà e mamma in qualche modo gli aveva dato nuovamente, almeno per un istante, l’impressione di essere sottoposto a pressioni inopportune, ma poi Rocco aveva cercato di chiudere immediatamente e in un modo molto remissivo. Andy rimase in silenzio per qualche lunghissimo secondo. Marco era lì presente ma non poteva intervenire perché avrebbe rovinato l’intensità del momento. Andy alla fine disse solo la verità.
- Scusatemi ma sono un po’ frastornato, non mi aspettavo tutte queste cose e onestamente non so che pensare.
Rocco cercò di semplificare la situazione.
- Andy, noi abbiamo avuto il piacere di conoscerti e si vede che sei un ragazzo sincero, tu ricordati che qui sarai sempre come a casa tua.
Ma il riferimento a casa sua, così ripetuto, suonò sgradito a Andy che fece una smorfia con la bocca, Rocco la interpretò come una forma di indisponibilità o di resistenza di Andy nei confronti suoi e di Rosa e cercò di insistere.
- Guarda, te lo posso giurare, se ci vieni a trovare a noi ci fai piacere e qua ti devi sentire come a casa tua.
Andy scosse la testa.
- Scusa, Rocco, ma credo che ci sia stato un equivoco, io penso che voi abbiate tutte le migliori intenzioni, avete fatto di tutto per dimostrarlo ma è proprio il fatto che io mi posa sentire qui come a casa mia che vorrei non accadesse mai. Qui non so se potrei stare bene, forse è presto per dirlo, ma a casa mia io non ci voglio stare più, adesso voglio stare con Marco, voglio studiare con Marco, voglio vivere con lui ma soprattutto non voglio tornare a casa mia.
Rocco colse al volo l’occasione inattesa.
- Andy, perché non ci sediamo un po’? Vieni! Mettiti comodo!
Rosa venne dalla cucina per dare a Marco il pacco delle cibarie, si rese conto della situazione, poggiò il pacco e si mise a sedere, Andy si sistemò sul divano e Marco si sedette vicino a lui e gli poggiò un braccio sulle spalle. Rocco non fece domande. Andy proseguì il discorso da solo.
- Adesso vorrei stare un po’ alla piccionaia, se non vi dà fastidio, poi non lo so quello che farò, però adesso io lì sto bene, ci vorrei proprio restare senza limiti di tempo.
- Andy, tu puoi fare tutto quello che vuoi, non ti devi preoccupare di niente e poi, guarda, a noi che tu stai con Marco ci fa piacere, se c’è qualche cosa che possiamo fare per te basta che tu ce lo dica, o che lo dica a Marco.
- Io adesso ho cambiato facoltà, cioè la cambierò a settembre, prima stavo a scienze politiche adesso passerò a giurisprudenza così posso studiare con Marco.
- Papà, guarda, è un mostro! Mi costringe a studiare dodici ore al giorno.
- Ma no! Io con l’università non ho fatto quasi nulla, è solo che adesso ci si potrebbe provare in due.
- Guarda che quando ci si prova come ci stiamo provando noi ci si riesce eccome.
- Marco, lasciami parlare un po’…
- Scusa, non volevo essere invadente.
- Insomma, io non so perché mi avete fatto tutta questa accoglienza, non sono abituato a queste cose, un po’ forse mi sembrano eccessive però mi fanno pure un certo effetto, io adesso parlo liberamente, dico quello che sento, adesso mi sento in imbarazzo ma prima provavo una chiusura totale, adesso a parlare con voi seriamente ci sto provando, prima non pensavo nemmeno che fosse possibile… insomma non so che dire.
- Andy, mi sa che ho capito perché Marco ti vuole bene… tu devi fare sempre quello ti senti di fare, adesso a me e a Rosa ci hai messo tu in imbarazzo…
- Mi dispiace…
- Ma che dici? Tu sei proprio un ragazzo come si deve e se noi avessimo avuto un figlio così saremmo stati felici.
Rocco strinse le mani di Andy che non se lo aspettava.
- Andy! Adesso lo sappiamo chi sei… io lo sapevo che Marco avrebbe trovato un ragazzo come si deve! Tu qui sei padrone, non te lo diciamo per dire. Marco di te ci ha detto cose molto belle ma adesso che ti conosciamo abbiamo capito tante altre cose.
- Ma perché mi trattate così? Dopo tutto io per voi non sono nessuno.
- Lo vuoi sapere? Prima lo facevamo per Marco ma adesso lo facciamo proprio per te! Hai capito Andy?
Con gli occhi un po’ rossi Andy rispose.
- Capito.
- E adesso io non vi voglio cacciare via, per l’amor di Dio, ma è ora che torniate a casa vostra.
Rosa salutò Andy con un abbraccio, Rocco si limitò a una pacca sulla spalla e a una forte stretta di mano.

mercoledì 10 ottobre 2007

SCOPRIRE L'OMOSESSUALITA' DI UN FIGLIO

Dai siti statistici emerge un fenomeno che ha bisogno di assoluta attenzione. Non sono infrequenti (circa il 2% del totale) le visite di lettori che accedono tramite motori di ricerca inserendo chiavi che fanno pensare che si tratti di genitori che hanno avuto conoscenza della omosessualità dei figli. Questi lettori spesso non leggono altre parti del blog ma solo quelle che riguardano i rapporti tra genitori e figli gay, spesso questi lettori sono senza “reffering link”, cioè hanno memorizzato tra i preferiti le pagine di questi blog che parlano di rapporti tra genitori e figli gay e tornano a leggerle più di una volta. Non è la prima volta che affronto l’argomento ma credo che la cosa sia così importante che ogni ulteriore chiarimento non possa che essere utile... e per questo mi rivolgo direttamente ai genitori che hanno avuto notizia che i figli sono gay.
Cari Genitori,
se avete letto qualcosa di questi miei blog vi sarete accorti che io sono un anziano signore gay che si dedica praticamente a tempo piano a pubblicare blog gay ma, forse lo avete notato, su questi blog non ci sono immagini di nessun genere, si tratta di blog senza restrizioni, per tutti, e questo deriva da una scelta precisa: raggiungere il più grande numero possibile di lettori interessati a conoscere che cosa è veramente la vita dei gay. A me non interessa avere molti lettori ma avere lettori che siano o gay o persone che sono comunque molto interessate alla vita dei gay. In questo senso ho dedicato alcuni post ai rapporti dei gay con le donne che di loro si innamorano, e ad altri problemi che i gay nelle varie situazioni di vita possono incontrare. In questo panorama un ruolo assolutamente fondamentale spetta ai genitori. Preciso che sono in corrispondenza con diversi ragazzi gay, giovani, ma non adolescenti, in genere studenti universitari o ragazzi che hanno già cominciato a lavorare. Per questi ragazzi, anche a 25, 28 o 30 anni, il problema del rapporto con la famiglia in genere non è risolto. Questo significa che questi ragazzi, che ormai sono pienamente adulti, risentono ancora, spesso in modo profondo, della crisi dei rapporti familiari dovuta al loro essere gay. I genitori di questi ragazzi, che hanno anche 60 anni, non sono in grado di dare loro nessun supporto e spesso le incomprensioni si accumulano e si sedimentano, fino ad una separazione totale tra i figli e la famiglia che è terribile sia per i figli che per i genitori e lascia un senso di fallimento profondo della vita affettiva. Ma a 25 anni, se è vero che si può andare in crisi, è comunque vero che in genere ci sono le risorse per gestire la situazione, ma in età molto giovane non è detto affatto che sia così. Noto spesso, anche in figli gay venticinquenni, il desiderio profondo della fuga da casa, non per trovare chissà che cosa, ma semplicemente per trovare una privacy che per un ragazzo di 25 anni è necessaria come l’aria, tanto più se si tratta di un ragazzo gay. Che un ragazzo gay possa avere buoni rapporti con la famiglia non è cosa comune perchè spesso l’accettazione dichiarata della omosessualità dei figli da parte dei genitori è solo di facciata e i figli avvertono che “comunque” qualcosa è cambiato. In una situazione del genere un figlio è portato istintivamente a considerare i genitori ipocriti. Con i figli, e in particolare con i figli gay, è indispensabile essere onesti al 100%. Nella maggior parte dei casi i figli non parlano ai genitori della loro omosessualità e, aggiungo, nella maggior parte dei casi fanno bene a non parlarne. Quanto sto dicendo non è in contrasto con l’esigenza di chiarezza di cui parlavo prima perché deriva dal fatto che i figli “temono” le reazioni dei genitori e quando in un rapporto affettivo subentrano i timori il rapporto ne viene pesantemente viziato. I ragazzi che ho conosciuto tramite questi blog e con i quali mi capita spesso di essere in chat vogliono sentire da me la conferma del fatto che essere gay significa avere una dignità, una moralità, una dimensione umana alta, non inferiore a quella di nessun’altra condizione di vita. Spesso gli adulti che non sanno molto del mondo gay hanno di esso una visione assolutamente pregiudiziale, lo identificano con gli aspetti più strillati e più spettacolari che si vedono in televisione... ma no! Cari genitori, i gay, quelli veri, con queste cose non c’entrano nulla... io ne conosco tanti di tutte le età e sono persone serissime, che lavorano, che cercano di credere in quello che fanno e che spesso vivono in condizioni di non libertà perché nel mondo in cui vivono l’essere gay non è cosa accettata. C’è gente che si nasconde (la grande maggioranza!), io li chiamo “il popolo invisibile” ... e si nasconde perché ha paura, non perché ha qualcosa da nascondere. Ho visto dei gay vivere forme d’amore profondissimo, con o senza sesso non importa, nei confronti di chi dava loro una risposta affettiva seria. Ho visto ragazzi giovanissimi letteralmente distrutti dalla incomprensione dei loro genitori e mille volte pentiti di essersi dichiarati in famiglia. Se avete letto questo blog avrete visto che io in genere invito i ragazzi a pensare molto bene prima di decidersi al coming out e devo dire che il coming out verso i genitori, quando arriva, è sempre l’ultimo, e nella maggior parte dei casi, oltre l’80%, non arriva proprio. Che deve fare un genitore che si accorge che il figlio è gay (che glielo abbia detto il figlio o meno)? La risposta vi potrà sembrare stupida... ma un genitore che si rende conto che il figlio è gay, se gli vuole bene, lo deve aiutare ad essere gay. Un ragazzo mi diceva: “in fondo ho avuto un coraggio da leone a parlarne con i miei... ma loro l’hanno presa bene in un certo senso e dicono che mi devo solo curare”. Un atteggiamento del genere per un ragazzo gay equivale a un abbandono, a una non accettazione. Accettare non significa cercare di modificare la situazione, nemmeno sperare che succeda, se c’è il tentativo di cambiare le cose o la speranza che le cose cambino vuol dire che l’accettazione non c’è. E concludo dicendovi una cosa: essere gay non è una scelta è una qualità di fondo di una persona e io non ho mai visto un ragazzo gay che non volesse essere gay. Rifiutare il fatto che un figlio è gay significa rifiutare il proprio figlio sotto ogni punto di vista. Amare i figli vuol dire amarli come sono!
Se, in qualunque modo, potrò essere utile ne sarò ben contento. Se mi lasciate un commento o mi inviate una e-mail sul blog MSN (ci sono i link in questo blog) cercherò di rispondere.

domenica 30 settembre 2007

ACCETTARE FIGLI GAY

Dall’analisi statistica degli accessi al blog rilevo con un certa frequenza, nell’ultimo periodo, chiavi di accesso come “accettare un figlio gay” e simili. Penso che sia mio dovere rivolgermi ai genitori di figli gay per parlare con loro a cuore aperto, nell’interesse loro e dei loro ragazzi.
Cari genitori, con ogni probabilità voi siete molto più giovani di me e potete non avere alcuna esperienza del mondo gay. Se avete un figlio gay, non fatevi troppe domande, non cercate “come” si debba accettare un figlio gay, non cercate strategie, siate onesti fino in fondo e parlate con i vostri figli anche delle difficoltà che incontrate nel capirli. Io ho conosciuto parecchi ragazzi gay e vi posso garantire che sono ragazzi e figli che possono essere meravigliosi, se si sentono amati, ma possono soffrire in modo terribile se non sentono l’affetto dei genitori. Se voi credete nella famiglia, e io ci credo, non chiudetevi in voi stessi e abbiate fiducia nei vostri ragazzi. Se vostro figlio vi ha detto di essere gay significa che ha fiducia in voi perché per un ragazzo giovane, fare un’ammissione del genere davanti ai genitori è difficilissimo! Se non ve l’ha detto ma voi lo avete capito in altri modi non create forzature, lasciate che vostro figlio abbia il suo tempo, non lo colpevolizzate per non aver parlato con voi più che per il fatto di essere gay. Ricordatevi che la sessualità dei vostri ragazzi è sacra e deve essere rispettata e che un vostro atteggiamento aggressivo o intollerante è il segno di una vostra incapacità di amare. Essere gay significa vivere una condizione personale comune, in Italia, a decine di migliaia di ragazzi, che voi non vedrete mai perché hanno paura della società, perché si sentono “ingiustamente” giudicati soprattutto perché chi giudica presume di conoscere cose che in realtà non conosce affatto. I ragazzi gay non possono essere identificati con quelli che si vedono alla televisione il giorno dei gay pride, quella è una sparuta minoranza che deve ricorrere a quelle cose per avere almeno un “minimo” di visibilità che altrimenti non avrebbe in nessun modo. La stragrande maggioranza dei ragazzi gay si confonde con tutti gi altri ragazzi e spesso trova tra gli amici, moltissime volte eterosessuali, più comprensione e più affetto di quanto non ne trovi nella propria famiglia. Il primo coming out si fa in genere con alcuni amici di cui ci si fida, non con i genitori. Ricordatevi che fare la politica dello struzzo è distruttivo, non potete fingere che le cose stiano in un altro modo o che possano cambiare per l’intervento miracoloso di qualcun altro, per esempio uno psicologo. Uno psicologo può aiutare un ragazzo gay solo se lo aiuta ad essere gay, non se è indotto dal genitore a vedere se si possa “porre rimedio al problema”. E nessuno psicologo “serio” accetterebbe di tentare di forzare o di condizionare la sessualità di un ragazzo. Queste cose sono percepite dai ragazzi come delle forme di violenza gravissima alla persona e lo sono realmente, indipendentemente dal fatto che i genitori “pensino” di fare il bene del figlio. Ricordatevi che solo un dialogo “onesto”, cioè tra persone che non si arroccano su ruoli definiti a priori, può dare a vostro figlio la certezza di essere amato. Amare non significa imporre ma accettare. Io cito spesso una frase di James Baldwin, uno degli scrittori omosessuali che amo di più: “Qui non c’è niente da decidere ma tutto da accettare!”, se si ama veramente non ci possono essere altre regole. Non sentitevi delusi e frustrati perché vostro figlio potrà essere una persona meravigliosa, potrà trovare amici veri gay e eterosessuali e potrà essere veramente felice. Non create problemi che non esistono, non suscitate fantasmi, ragionate. Io ho amici eterosessuali che sono persone che mi stimano e che mi vogliono bene. Spessissimo gran parte del disagio dei ragazzi gay viene dall’atteggiamento dei genitori, che non sono essi stessi maturati sotto il profilo affettivo. Non fate soffrire i vostri ragazzi, perché non è giusto e perché tutto questo vi farebbe stare male, amateli per quello che sono, sforzatevi ci capirli, perché possono avere moltissime cose da insegnarvi. Se vi mostrerete ai vostri ragazzi per quello che siete, con tutte le vostre debolezze e le vostre difficoltà, vi rispetteranno e vi ameranno di più, vi sentiranno vicini e affronteranno la vita con meno preoccupazioni perché sapranno che possono contare comunque su di voi, e la vita di un ragazzo gay può non essere facile sotto nessun profilo. Lasciate che i vostri figli vi aiutino a crescere e a diventare adulti insieme con loro... In fondo che cos’è una famiglia se non un posto dove ci si vuole bene? Sono i vostri ragazzi e, per loro, sentire in voi un atteggiamento duro è come una coltellata. Questi ragazzi devono vivere la “loro” vita e amarli vuol dire capirlo.

giovedì 27 settembre 2007

BUZZANCA E IL VERO MONDO GAY

Questo post forse è una cosa stupida, è un gesto di rabbia, ma mi viene spontaneo e lo scrivo lo stesso. E’ dedicato al coming out, cioè diciamolo chiaro alla sputtanamento pubblico, ma io non voglio fare troppi discorsi, con queste cose ci sono rimasto fregato di brutto! E se qualcuno leggerà questo post capirà che prendere il coming out superficialmente è come giocare con la dinamite. Non parlo dell’outing pubblico che è cosa per gente che non capisco proprio, non capirò mai e non me ne frega niente di capirla. Io parlo del coming out in famiglia. A limite quello con qualche amico è pure meno pericoloso di quello in famiglia. Qualunque famiglia abbiate, ricordatevi che dopo non sarà più come prima... che i vostri genitori, come i miei d’altronde, l’idea di un figlio gay non l’accettano, possono abbozzare, ma non la possono prendere bene, se vi dichiarate gay qualcosa in famiglia si spezza, è inevitabile. Ma perché ...i ragazzi gay ce l’hanno una famiglia? Ma perché ... io ce l’ho una famiglia? Ma la gente che non ti sbatte fuori a calci solo perché se no fa brutta figura coi vicini voi la chiamate famiglia? Per quelli come me la famiglia non esiste. Non credete alle bufale che vi raccontano o a stronzate come quelle del film di Buzzanca. Quando l’ho visto mi veniva da vomitare! Quelle sono tutte ipocrisie. Non funziona per niente così! nessuno va in crisi perché voi siete gay e cercano di volervi bene lo stesso, vi sbattono fuori e basta e quando non lo fanno è solo per ipocrisia, perché così il caso patologico si nota meno! A me è successo così... e da quello che ho sentito di altri amici miei è stato più o meno lo stesso. Adesso io perché si diventa gay non lo so, ma se la famiglia c’entra qualche cosa la mia le colpe ce le ha tutte. Io sono figlio unico, almeno così ne hanno rovinato uno solo! Mio padre, qui, lo chiamo mio padre ma quando parlo con me stesso lo chiamo solo quello... è buono solo a strillare, diventa rosso rosso e pare che gli sta per venire l’infarto... ma questo da quando ero ragazzino... mamma gli dà sempre ragione, lei un cervello suo non l’ha mai avuto... e io sono sempre il cretino della situazione, e adesso poi non mi guardano nemmeno in faccia, mio padre proprio non mi rivolge la parola, mia madre invece cerca di colpevolizzarmi come può: “perché ci hai fatto questo!” per lei io ho scelto di essere gay per fare un dispetto a loro! Il livello è questo! E che mi posso aspettare? Tanto non si sveglieranno mai, non sono proprio in grado, preferiscono restare come sono. Io prima stavo bene a casa mia, adesso ci sto il meno possibile e quando ci sto ci sto malissimo. Per fortuna che lavoro in un bar e che a loro non devo chiedere soldi se no mi toccava strisciare come un verme. Me ne vado prestissimo per non vedere nessuno, torno agli orari più assurdi, non mangio mai a casa, quando torno la notte è sempre tardissimo, quando se ne sono andati tutti a dormire. Loro pensano che io vada chissà dove e che abbia una vita notturna di chissà che genere, ma io resto al bar a lavorare finché posso e quando non ho il turno ci resto stesso. Io lì non ci lavoro, ci vivo! A casa ci vado solo a dormire quando il bar è chiuso. Qualche volta vado a casa di qualcuno, cioè di qualche amico che non sa di me e ci resto finché è possibile, poi a casa ci devo tornare per forza. Quando l’ho detto ai miei non ho avuto nessuna manifestazione di affetto, si sono congelati, chissà che cosa pensavano che fosse essere gay. Loro pensano che io pensi solo al sesso o chissà che cosa. Per loro è una cosa che non esiste proprio, non si porranno mai il problema, è una cosa rimossa totalmente, anche adesso che sanno che sono gay, anzi ancora peggio!. Mio padre mi ha guardato e mi ha risposto: “Queste stronzate non le dire nemmeno per scherzo!” e si è fatto tutto rosso. Io prima ci avevo pensato tantissimo, mi dicevo che non li dovevo imbrogliare e altre stupidaggini del genere... e loro come mi hanno trattato? Ma neanche la rabbia, proprio il disprezzo, e quando tu ti senti addosso il disprezzo di tuo padre e tua madre finisci per odiarli. Ti chiedi che ti hanno messo a fare al mondo, se ti ci hanno messo solo perché avevano il loro progetto in testa, oppure proprio per sbaglio, perché è capitato e poi non hanno avuto la faccia di fare l’aborto, perché quando poi il progetto che c’avevano in testa è finito e ci sono rimasti solo i cocci, a loro in fondo di te non gliene frega proprio niente! E da me loro che si possono aspettare? Un ruolo sociale? Oppure che dopo mi prendo cura di loro quando saranno vecchi... perché io, appena posso, da qui me ne vado. Vivo in una cittadina della Puglia ma qui è asfissiante, abitiamo in un vicoletto che se il vicino apre la finestra voi vediamo tutto quello che fa in casa e se parla si sente tutto. Ma che vi credete che io posso vedere in televisione quello che vorrei... ma neanche per sogno... e internet dovevo fare a turno con mio fratello? Ma adesso mi sono comprato un portatile, mi ci è voluto lo stipendio di tre mesi per campare per mettere da parte i soldi per il computer e per i programmi, ma adesso il portatile ce l’ho anch’io, ed è MIO! Non me lo ha regalato nessuno! I miei non mi farebbero mai un regalo, e adesso meno che mai, ma se mi regalassero un computer lo butterei dalla finestra, perché io non voglio la carità di nessuno. E a te ”gayproject” o chi cavolo sei una cosa te la devo dire, qui qualche cosa dignitosa c’è ma stronzate come quelle che hai scritto sul film di Buzzanca te le potevi risparmiare, alla fine ti sei salvato un po’ ma eri partito con gli elogi come ha fatto il coro di tutti gli stupidi italiani, di quelli che devono credere alla befana! Da te non me lo aspettavo!... però ti perdono, perché certe cose forse non le sai!

giovedì 6 settembre 2007

GAY E BI

Ciao, mi chiamo Giuseppe. Che bello questo blog! Ci voleva una cosa così! Insomma bisogna dire le cose come stanno anche dal nostro punto di vista e fare in modo che la gente veda come siamo realmente e leggendo i commenti mi sono sentito molto felice di essere gay, perché i commenti sono seri e mi piacciono moltissimo, però una cosa l’ho notata, ed è un po’ paradossale, i commenti su questo sono praticamente tutti di etero, sono belle persone e scrivono cose serie (evviva l’idea del “gay serio”! Era ora!) però, lasciatemelo dire io un rammarico ce l’ho e l’ho detto anche a gayproject, su questo blog non si vede il commento di un gay, nemmeno uno e questo non fa che confermare il solito teorema, cioè che i gay si nascondono anche quando non c’è nessun motivo di farlo, io almeno su questo blog ci scrivo, non sono nemmeno io un gay dichiarato, e forse non sono nemmeno veramente gay, però ci scrivo, e non solo io, fino ad ora siamo sei o sette e non siamo tanto pochi, ma in effetti rispetto al numero veramente alto di lettori che ha questo blog siamo pochissimi. Non so se l’avete notato ma siamo schizzati a i primi posti su Google e questo significa che traffico ce n’è moltissimo. Mi fa piacere, ma è tutto traffico di sola lettura... voi leggete, giusto... ma perché non dite quello che pensate? Dico voi gay (non dico noi perché io lo faccio), perché in effetti di voi non si vede nemmeno l’ombra. Ma è possibile che un blog che più gay non si può riceva solo commenti di etro (e che commenti!) e che i gay stiano solo alla finestra per vedere quello che succede? In un cero senso vi capisco perché fino a dieci giorni fa ho fatto così anch’io, ma penso che sia ora di cambiare, penso che il nostro mondo ce lo dobbiamo difendere da noi, non dobbiamo aspettare che qualcuno ci regali i nostri diritti. Adesso il mio sfogo l’ho fatto... un po’ così, ma l’ho fatto, però perché non ci date una mano, di certe cose più se ne parla e più seriamente se ne parla, più crescono nella coscienza della gente, prima la nostra e poi quella di tutti gli altri. E adesso vengo alla mia storia. Adesso ho 24 anni, sono un tipico figlio ribelle! E me ne vanto! Mio padre da me è sempre rimasto deluso, lui voleva che io facessi l’ingegnere e invece io ho fatto scienze politiche, dopo non combinerò probabilmente niente, ma almeno ho fatto quello che volevo fare. I miei hanno mezzi e per questo pensavano di riuscire a condizionarmi, a comprarmi va’, ma non ci sono riusciti, io dei quattrini loro me ne infischio. Me ne sono andato di casa cinque anni fa quando ero praticamente un ragazzino e ho fatto una scelta rischiosissima, oggi me ne rendo conto, me ne sono andato a vivere a casa di un ragazzo più grande, Stefano, che avevo conosciuto poco prima, io avevo 19 anni e lui ne aveva 29, lui era gay, io non sapevo che cosa ero, ma lui mi aveva detto, forse tanto per dire ma l’aveva detto, che mi poteva ospitare e io non vedevo l‘ora di andarmene di casa, ho sbattuto la porta e dopo l’ennesimo litigio con mio padre me ne sono andato. Sul momento, quando mi sono tirato dietro la porta di casa ho provato un momento di libertà totale, avevo mandato a quel paese tutta la famiglia perché non ne potevo più! Mio padre era nero, mia madre stava facendo la tragedia greca e io ho tagliato la corda! Non ho portato via nulla casa, né una lira né una camicia... niente! Sono andato a casa di Stefano che viveva solo e si manteneva lavorando, ma già mentre andavo a casa sua cominciavo ad avere paura. Stefano aveva 10 anni più di me... insomma avete capito! Mi è cominciata a venire una paura del diavolo e ho cominciato a pentirmi di quello che avevo fatto... io pensavo che prima o poi mi avrebbe fatto qualche richiesta alla quale non avrei potuto dire di no e la cosa mi infastidiva, io allora non mi consideravo gay, i ragazzi mi piacevano ma anche le ragazze non mi erano del tutto indifferenti, quindi io mi consideravo completamente etero e l’idea di finire a casa di Stefano mi stava stretta. Insomma sono arrivato a casa di Stefano con delle bruttissime intenzioni nei suoi confronti... ne avevo pensato veramente di tutti colori. Busso, mi viene ad aprire, gli dico che sono andato via da casa, mi guarda perplesso, gli rispondo che voglio stare a casa sua e non solo per qualche giorno. Mi guarda più perplesso di prima, poi mi dice: “Ma tu ti rendi conto di quello che stai dicendo?” Gli chiedo: “Perché?” E lui mi dice: “Se stai qui l’etichetta di gay te l’attaccano subito e forse pure peggio! Tu sei ancora un ragazzino!” Mi sono arrabbiato e mi venivano le lacrime per la rabbia, allora lui m’ha detto: “Be’ intanto per oggi stai qua, poi si vede”, io sono entrato e non sapevo che fare, erano le undici di sera. Mi ha chiesto: “Ma hai mangiato?” Gli ho detto di no e mi ha detto: “Vieni in cucina”. Ha preparato due spaghetti aglio olio e peperoncino e ha aperto una scatola di tonno, poi ci siamo messi a parlare e io gli ho detto peste e corna dei miei ma lui cercava di raffreddare il discorso. Certe volte mi faceva rabbia, si metteva a difendere mio padre! Ero stato solo una volta a casa sua e per pochi momenti, non sapevo che casa avesse, ma aveva due stanzette, piccole piccole, in una ci dormiva lui e nell’altra c’era di tutto: libri, dischi, scarpe da tennis vecchie, di tutto, proprio di tutto. Il letto era uno e io che di racconti erotici ne avevo letti tanti cominciavo a tirare le conclusioni... e invece è successo tutt’altro, ha fatto un po’ di spazio nella stanza dove c’era tutta quella mercanzia e ci ha messo una poltrona, poi ha cambiato le lenzuola del suo letto e mi ha detto: “Tu dormi lì”, gli do detto: “Ma questa è la stanza tua” e mi ha risposto: “Adesso è la tua” e se n’è andato a dormire in poltrona nell’altra stanza. Io ero così stanco e frastornato che non capivo più niente e sono crollato dal sonno e dallo stress... cerco di abbreviare... la mattina mi ha preparato la colazione poi abbiamo parlato molto, gli ho detto che ero etero e non ha battuto ciglio. Insomma adesso viviamo ancora insieme, lui adesso ha 34 anni. Io non so se sono gay, questo non l’ho mai capito chiaramente perché le ragazze non mi sono indifferenti nemmeno a livello sessuale, ma nemmeno i ragazzi anche se forse i ragazzi mi interessano di più. Da quando ci conosciamo non ho mai visto Stefano portarsi a casa nessuno. Qualche volta non torna a casa la notte ma io non faccio domande. Non mi ha mai creato nessun problema, la sua sessualità se l’è tenuta per sé, solo una volta io ho provato a chiedergli se mi desiderava e mi ha risposto: “Non mi fare queste domande” e la cosa è finita lì. Ha pagato lui tutte le spese, anche quelle dell’università perché in pratica mi ha costretto a proseguire gli studi e mi ha detto che se volevo stare a casa sua dovevo andare per forza all’università... era un bel ricatto e per me è stato fondamentale, io ho provato a discutere ma non ne ha voluto sapere: bere o affogare! E io ho bevuto. Prima non sapevo esattamente che cosa fosse un gay serio ma adesso lo so. A Stefano voglio bene, gli voglio bene veramente, è un po’ la famiglia che avrei sempre voluto, quanto a me che farò in futuro non lo so, probabilmente resterò a casa di Stefano finché non m’innamorerò, se di una ragazza o di un ragazzo, francamente non lo so, però adesso mi sento più maturo e penso di poter fare qualcosa di buono nella vita.