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sabato 9 maggio 2015

Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich – Parte 5: Omosessualità, morale e matrimonio

Si prova un certo imbarazzo quando si cerca ci capire come prendere in considerazione il libro del Dott. Laupts (Tares et poisons, perversion et perversité sexuelles. Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde, La guérison et la prophylaxie de l’inversion del Dott. Laupts, Prefazione di Emile Zola. Paris, Georges Carré, 1896.) Il volume di Laupts sarà anche utile ma avrebbe potuto esserlo molto di più; no so se felicitarmi con lui o piuttosto prendermela con lui. E sia le felicitazioni che le critiche devono essere divise tra Laupts e gli scienziati della seconda metà di questo secolo, perché egli è di una estrema imparzialità e li accoglie tutti senza fermarsi neppure a rifiutare quelli che si rifiutano vicendevolmente. Potrei lanciarmi in un elogio critico di molte delle opinioni avanzate alla leggera o evidentemente false che sono contenute in questo volume, senza per questo occuparmi del dott. Laupts, perché il progetto della sua opera comporta un’ospitalità larga e abbastanza pericolosa. Il suoi contributi personali sono interessanti, anche quando sono discutibili, anche quando ci si sente costretti a rifiutarli. Mi sembrava che si dovesse mettere in luce l’errore fondamentale del suo lavoro, e cioè che è stato piuttosto portato a studiare l’inversione attraverso i libri che non attraverso una imparziale e penetrante osservazione della vita, e in più di qualche occasione l’equazione personale mette in crisi lo sperimentatore.
L’idea che il dott. Laupts si fa dell’uomo viene a compromettere la sua scienza e la sua scienza contraddice il suo ideale. E poi c’è ancora troppa sensibilità per studiare la sessualità; si inalbera, si costringe di nuovo, torna in dietro, si sfida, si incarta. Improvvisamente questo pudore misterioso che l’unisessualità impone a tanti uomini lo deruba del suo sangue freddo.
I lettori degli Archives d’anthropologie criminelle devono a Lacassegne e al dott. Laupts una ricerca sull’inversione e si ricordano dei documenti che fecero seguito a questa ricerca.
Il sig. Zola ha voluto di buon grado fornire l’autobiografia di un effeminato invertito-nato, che si trova riportata integralmente nel libro del dott. Laupts.(1)
Non sono affatto così indulgente verso l’invertito-nato del sig. Zola, come lo è Laupts, perché questa effeminatezza, questo amore per se stesso, questa vanità senza freno, mi sembrano spaventose da tutti i punti di vista e perché tutto il dilettantismo, tutto il lato pseudo-artistico di questo povero Narciso è piuttosto inconsistente, tranne che come indice psicologico. Ciò che può migliorare gli invertiti effeminati come questo italiano è il sacrificio della loro vanità, è il pentimento del loro cuore. Non vedo alcun rimedio per loro se non nella sofferenza, nella fede. La loro lussuria trova nella loro vanità, nel loro egoismo, nella loro piccolezza, la sua base più solida.
“Un invertito, dice Zola nella prefazione, è un disorganizzatore della famiglia, dell’umanità. L’uomo e la donna non stanno certamente qua giù che per fare dei bambini, ed essi uccidono la vita quando non fanno più ciò che è necessario per farne.” Questa frase da conquistatore, gettata lì per sfida alla scienza, alla storia e alla società, fa un effetto curioso all’inizio di un’opera scientifica. Vorremmo vederla trattata come un documento di alto significato psicologico; vorremmo soprattutto vederla pronunciata da un personaggio di quelle potenti armate del sig. Zola che marciano alla conquista di una città, di un’idea, di un mondo.
Essendo il volume di Dr. Laupts una raccolta di documenti psicologici più o meno estesi, più o meno facili, da decifrare, di opinioni di valore molto vario, la contraddizione ne è l’essenza. Così, dopo aver accolto con la più generosa e calda cordialità il mio studio su Oscar Wilde, Laupts si ispira ad esso così poco che si fa di Wilde un’idea completamente opposta alla mia.
Nessuno può desiderare più di me la riabilitazione morale di un uomo che io ho giudicato così severamente, ma non è il lavoro intellettuale che farà i miracoli; quello che è necessario è una fede interiore, un pentimento, non una semplice riabilitazione sociale.
Laupts rimuove molte idee: “Ora, io credo, senza osare di proclamarlo, che qualsiasi essere giovane, messo in un ambiente composto esclusivamente di esseri del suo sesso e sottratto ad ogni influenza del sesso opposto, sotto l’influenza di circostanze d’altra parte aleatorie (superlavoro cerebrale, isolamento, tristezza, anemia, cattivo esempio, ecc.), è suscettibile di inversione se non di fatto almeno nel “desiderio”. Se Laupts osasse parlare chiaro, se non complicasse le cose con tante citazioni contraddittorie, se dicesse “composta soprattutto di esseri del suo sesso” al posto di “esclusivamente”, se non dicesse “sottratto ad ogni influenza del sesso opposto”, la sua frase arriverebbe alla verità.
Alcuni, ci dice, si danno all’onanismo, a volte solitario. Anche in questo caso parla di predisposizione all’inversione o di ritardo della guarigione. Il vizio solitario è autofilia, e l’autofilia è inversione. Amarsi da soli sessualmente è invertirsi, amare i propri organi è prepararsi ad amare quelli del vicino. Tutti gli invertiti o quasi tutti, d’altra parte, sotto una forma o sotto un’altra, sono autofili. C’è della sessualità nel loro amore per se stessi.” Ci accorgiamo che Laupts cade nell’esagerazione, che domina in tema dell’onanismo. Ci sono d’altra pare tanti onanismi, da quello psichico fino a quello meccanico degli idioti. L’onanismo ci può essere nel caso degli eterosessuali privati di donne, che non hanno o non vogliono compensazioni unisessuali. E può anche esserci nel caso di un unisessuale che non osa dichiararsi ad un amico, a un complice, e che s’immagina un’avventura d’amore che porta a una voluttà fisica e reciproca. Si trova poi abbastanza spesso in quelli che amano giudicare severamente la condotta degli altri ma che non hanno il coraggio di essere casti loro stessi. L’onanismo può essere il piacere di un autofilo; ma non bisogna confondere tutte queste forme di onanismo. Ci felicitiamo pertanto con Laupts per aver fatto risaltare l’autofilia. Si troverà che parecchi eterosessuali, nei loro rapporti con le donne possono essere autofili.
L’autofilia è un incidente passeggero in molti uomini unisessuali o eterosessuali. Non ci si dovrebbe nemmeno stupire di scoprire in un eterosessuale un’autofilia prolungata. Nel suo progetto terapeutico Laupts rasenta la pericolosa illusione che la guarigione di un invertito consista nella sua conversione all’eterosessualità.
Come il sig. Havelock Ellis, il sig, Féré, e altri ancora, proclamano e continueranno a proclamare, non è l’unione con una donna qualunque che costituisce la guarigione di un invertito.
La conversione, la guarigione di un unisessuale non è solo in rapporto con l’eterosessualità, ma con la sessualità stessa. Se di un debosciato o di un sensuale incallito, si fa un temperante, un casto, un sobrio, molto è stato fatto. Se lo si butta nella dissolutezza eterosessuale si fa invece molto male.
La classificazione di Laupts: invertito nato feminiforme, feminifilo e masculifilo cerebrale, feminifilo e masculifilo occasionale, è incompleta perché egli non riconosce che il maschio e la femmina e non considera quindi che la metà degli invertiti. Tralascia del tutto la passione per la similarità, dei forti per i forti, dei virili per i virili, dei deboli per i deboli (2). Molti maschi cercano ciò che è maschio, che è anche maschio, o più maschio o un po’ più o un po’ meno maschio: non si possono equiparare tali unioni a quelle di un masculifilo e di un feminifilo, di un feminifilo e di un feminiforme.
Le note sull’amicizia dimostrano grande finezza e di riflessione, ma sono fondate su un errore psicologico che ho denunciato più di una volta.
In psicologia non si possono riportare tutti i sentimenti affettuosi all’egoismo e tutti i sentimenti altruistici a una base sessuale. Laupts cita un autore francese che spiega l’amicizia, l’altruismo, attraverso la pederastia degli antenati. La psicologia di James è migliore.
“L’amicizia, dice Laupts, non deve superare certi limiti. Ogni affetto esagerato tra maschi è ridicolo.” Secondo lui bisogna dire così ai bambini! È proprio contro questo sistema educativo che ho voluto reagire studiando l’infanzia degli invertiti: è proprio questa ingiusta affermazione che allontana i ragazzi dai loro genitori e dai loro maestri. Una morale che chiama ridicola e cattiva ogni specie di affetto esagerato tra giovani uomini è essa stessa cattiva e ridicola. E i pericoli di un eccessivo entusiasmo sono da temere meno di quell’ dell’eccesivo egoismo e dell’eccessiva scaltrezza. Un ragazzo capirà rapidamente perché gli si vuole insegnare una prudenza che a lui ripugna.
La storia, le letture, le conversazioni sono piene di affetti esagerati tra uomini, che sono collocati molto in alto. Non parlo nemmeno degli esempi greci e di quelli religiosi; ma i ragazzi non sentono forse lodare l’affetto, il disinteresse, non vedono forse delle amicizie intime?
Perché dovrebbero credere le loro amicizie infantili inferiori o meno importanti? È proprio l’errore di tanti genitori che il dott. Laupts vorrebbe raccomandare.
L’importante è innalzare l’uomo, non farne un fervente cultore del sesso femminile, un sempliciotto o un debosciato. Bisogna al contrario coltivare con cura la simpatia dei ragazzi, svilupparla, fare del nostro meglio perché questa simpatia non riguardi un solo ragazzo; bisogna cercare di sviluppare questa simpatia verso parecchie persone, verso molte cose. Bisognerebbe servirsi del grande affetto verso un amico per fare amare anche altri amici, per fare sorgere altre preoccupazioni. I grandi affetti giovanili non sono causati dalla sessualità nemmeno quando sono legati insieme in un certo momento. Sono talvolta un rimedio sovrano contro l’onanismo (3). Il ragazzo che dovesse imparare troppo presto a sopprimere il suo affetto debordante o a nasconderlo troppo, o a conservarlo per le sue amanti diverrebbe molto probabilmente l’uomo che noi deploriamo, l’uomo di cui abbiamo così rovinato l’amicizia che essa non può più aiutarlo contro l’eterosessualità pervasiva, marcescente, deprimente.
Ci si ricordi, leggendo Laupts, che la perversione proviene spesso da rapporti eterosessuali incoraggiati in età troppo acerba. Si contrappongano a Laupts autori come Hoche, Ellis, Dukes, Niemeyer…
Quanto alla reazione estetica di cui parla Laupts, sono sicuro che, andando più a fondo nell’ argomento, lui stesso si accorgerà facilmente che tutti i grandi artisti hanno preferito la bellezza della linea maschile: è una questione estetica e non di sessualità. È un fatto indiscutibile, sia che si studino poco sia che si studino molto la storia dell’arte e gli artisti. Inglobare tutti gli artisti tra gli uranisti mi sembra un lombrosismo.
Avrei preferito lodare senza riserve il dott. Laupts e il suo libro, ma ci sono delle verità troppo preziose perché non si cerchi di difenderle, e il desiderio del dott. Laupts di arrivare alla verità lui stesso, desiderio così lodevole e così sincero in lui, ne sono sicuro, non merita che franchezza.
In Francia i nostri ringraziamenti devono soprattutto essere rivolti al sig. Legludic. Negli Archivi di Antropologia criminale ho riferito dei suoi interessanti studi sull’unisessualità (Attentats aux mœurs di H. Legludic, Paris, Masson, 1896). Il sig. Legludic si è distaccato, grazie alla sua preziosa esperienza, dai pericolosi errori di Tardieu;
“Nella sua modestia, mostra in modo evidente che non ci si deve fermare alle categorie di Tardieu, ai segni psichici della pederastia…” (4) E mostra parecchie altre cose ancora, è al corrente dei lavori moderni, non ha preconcetti di carattere biologico e non è un muto che scrive per un retro-pensiero come tanti scrittori scientifici e non dei minori. Il sig. Legludic ha contribuito certamente alla verità e alla conoscenza della unisessualità più di quanto molti pensano che abbia fatto, all’estero e anche in Francia; forse, quando il suo libro sarà stato commentato, la sua azione non potrà essere messa in dubbio. Lui stesso continuerà a fare valere delle teorie sensate senza vergogna e senza questa paura che ancora paralizza spiriti molto distinti e scrittori molto noti. Il sig. Legludic riconosce la virilità di molti invertiti, la loro mancanza di decadimento fisico o morale e la necessità di non dare più credito agli stereotipi. Tra le sue aperture di orizzonti e le necessità che le teorie impongono al sig. Féré c’è un contrasto. Devo proprio alla cortesia del sig. Féré un piccolo e importate opuscolo: “la descendance d’un inverti, contribution à l’ hygiène de l’inversion sexuelle [La discendenza di un invertito, contributo all’igiene dell’inversione sessuale]. (Paris, Imprimerie Schlseber, 257, rue Saint-Honoré, 1896).
«Le perversioni genitali, comincia l’eminente medico di Bicétre, hanno molto preoccupato i medici e i moralisti negli ultimi anni. Forse apparivano più frequenti perché venivano studiate con più attenzione. Alcune si sviluppano sotto l’influenza dell’educazione, dell’imitazione, dell’immaginazione. Si può allora intervenire contro il male facendo affidamento sulle condizioni dell’ambiente, sull’immaginazione, sulla volontà… Ma se un certo numero di perversioni possono essere considerate acquisite perché si sono manifestate in un’età abbastanza avanzata, non è affatto detto che sia sempre così. Spesso si constata che le prime manifestazioni genitali sono state anomale e la perversione è una realtà congenita (5)… L’inversione sessuale, l’attrazione spontanea, sensuale, sentimentale o intellettuale, per un individuo del medesimo sesso è considerata dalla maggior parte dei medici come una segno di degenerazione…
Il punto è che esiste un certo numero di individui affetti da inversione istintiva del senso genitale che non presentano alcuna anomalia somatica grossolana e, in particolare, alcuna malformazione degli organi genitali interni o esterni.
L’esistenza di invertiti normali dal punto di vista morfologico può giustificare a prima vita l’opinione dei dissidenti che ammettono che gli invertiti possano non essere né degenerati né criminali né malati (6).
Raffalovich, che difende l’integrità intellettuale e morale degli invertiti superiori, stabilisce a buon diritto delle distinzioni tra gli invertiti o uranisti. Ci sono quelli casti, quelli moderati, quelli sensuali e quelli viziosi. Tra gli uranisti virili ci sono delle categorie, alcuni cercano l’uomo per le sue caratteristiche virili sia dal punto di vista psichico che sensuale, oppure secondo i casi o dal punto di vista psichico o dal punto di vista sensuale; altri cercano in un altro maschio una sensibilità più delicata di quella dell’uomo o della donna, altri infine amano il maschio come gli individui normali amano la donna.”
“Non sono affatto questi gli argomenti che i medici considerano nelle loro descrizioni, essi sono soprattutto interessati agli invertiti i cui amori sono amori femminili, che imitano la donna nei suoi gusti, nel suo abbigliamento, come nel suo comportamento così nell’atto sessuale quando lo ricercano.”
Se il sig. Féré non insistesse in modo così marcato sulla parola normale, nulla potrebbe essere migliore della sua analisi delle categorie che esistono secondo me. Ormai è già entrato nel circolo da cui l’eminente medico non uscirà più, circolo di cui la mia stima e il mio rispetto per lui e per i suoi lavori mi renderanno penoso il carattere vizioso. Ma ascoltiamo il sig. Féré:
“L’invertito che non è schiavo del suo istinto sessuale, quello che è casto, sia per temperamento, sia perché è abbastanza padrone di se stesso per non mettersi fuori da una legge che riconosce essere quella della natura, è inoffensivo dal punto di vista sociale. Colui che è capace di fare defluire verso un lavoro utile l’energia di una tendenza che egli riconosce come morbosa o come fuori della legge naturale può non solo essere inoffensivo, ma può essere un uomo utile.
L’invertito che obbedisce ai suoi impulsi diventa invece necessariamente un agente di corruzione.” Ma questa legge della natura è la legge del sig. Féré; l’invertito padrone di sé non considera per la maggior parte del suo tempo la sua tendenza “come morbosa o come estranea alla legge naturale.” È del tutto sbagliato ed è del tutto privo qualsiasi credibilità immaginarsi che gli invertiti si considerino al di fuori della natura.
Coloro che si autocontrollano, che si dominano, perché sono casti senza troppi problemi oppure con difficoltà, perché amano una vita calma e dignitosa, perché amano qualcuno più di se stessi, non sacrificano affatto un ideale, una convinzione e nemmeno un’abitudine in nome della natura, della legge di natura, di una sua volontà volontà; i filosofi, i pensatori, gli scettici non possono credere a delle tendenze morbose o contro la natura umana così diffuse, così parallele alle tendenze eterosessuali; e i credenti hanno ugualmente il diritto di considerare la natura umana decaduta e sensuale, suscettibile di tutte le sessualità. Il vero scettico e il vero credente, non hanno, nella stessa misura, il diritto di spaventarsi in presenza dell’unisessualità. Per l’uno come per l’altro la questione, malgrado la sua gravità, è semplice. I confessori cattolici e i confidenti laici sanno a che cosa si devono tenere e non si stupiscono delle tendenze e delle tentazioni che i deterministi confusi, o gli scettici indecisi, o i materialisti borghesi non sanno spiegate. L’agnostico sincero e senza pregiudizi, esattamente come il cattolico sincero e istruito, si confrontano senza turbamento col problema dell’unisessualità e ne intravedono le cause e la soluzione. Ma tra questi due punti di vista, che incertezze, che imbarazzi, come bisogna giocare con le parole, come si è obbligati a forgiarsi un ideale, una normalità che dipende dalla teoria che si ha o una degenerazione invisibile che si postula (7). E la ragione dipende spesso dall’equivoco, del terreno sul quale si fonda. Chi è medico, determinista, fisiologo, vuole spiegare tutto, soprattutto il morale attraverso il fisico, insiste perché la psicologia sia una sezione della fisiologia e nello stesso tempo non vuole mettere da parte certi pregiudizi propri o di altri. Senza saperlo, senza volerlo, ci si schiera dalla parte dell’opinione corrente più superficiale, mentre in apparenza si obbedisce a una scienza critica spietata. L’opinione pubblica non vuole prendere sul serio l’unisessualità; bene, la scienza si troverà d’accordo con l’opinione pubblica e si farà perdonare gli altri suoi atti di audacia.
“Solo la lunga abitudine è capace di lottare contro l’istinto. La resistenza agli istinti sessuali contrari ha tante più possibilità di essere modificata quanto più i tentativi di modifica sono fatti ad un’età più tenera. Non è quindi senza ragione che Raffalovich richiama l’attenzione sull’utilità che può avere lo studio dell’istinto sessuale nei bambini. L’induzione degli invertiti alla castità è l’indicazione fondamentale della loro educazione. I tentativi di raddrizzamento dell’istinto sessuale non possono portare che a fare dell’invertito un debosciato o un marito infelice, mentre attraverso la castità egli può tendere alle finalità più nobili. Deve imparare che non si obbedisce solo alla società dandole dei bambini: moltissimi uomini tra i più utili all’umanità hanno vissuto in celibato e castità. Il genio è, in generale, celibe e spesso continente.”
Tutto questo sarebbe quasi ammirabile se il sig. Féré tenesse più conto di tutte queste categorie, che lui stesso riconosce, e se avesse ammesso anche un fatto che prima o poi bisognerà pure ammettere: l’assenza di demarcazione netta tra unisessuale ed eterosessuale. Molti unisessuali sono più adatti a fare figli di parecchi eterosessuali.
L’uranismo assoluto e incoercibile è, bisogna ricordarlo, non solo congenito ma fortemente acquisito. E la volontà e l’abitudine hanno un ruolo più importante nell’orientare la sessualità di quanto in genere si pensa e di quanto io stesso ho detto nel mio libro. Non ho voluto imbarazzarmi e non ho voluto imbarazzare i lettori per i quali l’analisi delle sessualità è ancora un po’ nuova, con questo problema della scelta che fa l’uranista.
Aspettavo che si studiasse meglio l’istinto sessuale dei bambini prima di pubblicare una scoperta abbastanza sconvolgente. C’è da parte dell’uranista che cresce e c’è anche da parte dell’eterosessuale che cresce, una scelta deliberata, una selezione. Il bambino sceglie, rigetta, seleziona gli elementi della sua vita sessuale. Non ha nessuno che lo aiuti anche quando nessuno lo ha corrotto. C’è la tendenza congenita (possibile, come ha detto il prof. James presso tutti gli uomini) c’è il carattere del bambino e il suo ambiente, c’è la sua condotta, ci sono le sue abitudini, ci sono molti fattori, molti elementi determinanti, ma non si potrà mai dimenticarsi della volontà stessa del bambino, volontà più precisa ancora nei ragazzi grandi, negli adolescenti e nell’uomo fatto, più impressionabile probabilmente verso la fine dell’adolescenza. Perché si è per tanto tempo trascurata la possibilità di scelta dell’uranista? Per ignoranza, per negligenza e anche per non renderlo troppo responsabile. Gli scrittori che si occupano di unisessualità, anche i più rispettabili, i più sinceri, hanno spesso una tesi, un pregiudizio; devono mettere gli unisessuali al riparo dalle severità legali, penali e sociali e allora fanno risaltare la tendenza congenita e lasciano da parte l’unisessualità acquisita, falsano la verità semplificando e sviando. Il problema non è tanto che manchino di franchezza ma il fatto che lo scopo perseguito li spinge ad una prudenza e ad una difesa d’ufficio eccessiva.
“Ma questo genere di educazione (che orienta alla castità) non può avere buon esito che negli individui con tendenze moderate; per gli invertiti con impulsi violenti, fallisce certamente il suo scopo e i medici che cercano di fare dell’invertito uno che corre appresso alle ragazze, che non devono essere corrotte, per evitargli di diventare uno che corre dietro ai ragazzi onesti, lavorano in sostanza per il male minore.” Avrei creduto che l’educazione alla castità fosse altrettanto importante nell’educazione degli eterosessuali che in quella degli unisessuali, e soprattutto desiderabile per gli individui con pulsioni violente. La castità non è una castrazione morale, è un potere di subordinare gli impulsi fisici a degli altri impulsi, la volontà di mettere al posto dei pensieri osceni dei pensieri più appropriati. L’uomo non può impedirsi di avere pensieri osceni, slanci, emozioni, ma può avere anche altri pensieri, altri slanci e altre emozioni. L’uomo casto, eterosessuale o unisessuale, è colui che probabilmente è caduto più di una volta, ma che si è rialzato, che cerca di rialzarsi, che non cede perché gli altri cedono, che sa che è possibile non illanguidirsi. Un tale uomo è spesso un uomo con impulsi violenti.
E siccome M. Fere ha rilevato che “la guarigione dell’inversione” può essere chiamata piuttosto “una perversione dell’invertito”, siccome egli considera “permesso mettere in dubbio l’utilità del trattamento e anche la legittimità del tentativo” non vedo come arrivi a dire che “i medici che tendono a rendere l’invertito uno che corre appresso alle ragazze “che non devono essere corrotte, per evitare che diventi uno che corre appresso ai ragazzi onesti, lavorano in somma per il “male” minore”. Non è per malizia che attiro l’attenzione sulla contraddizione del sig. Féré, se è così importante, secondo lui, che l’invertito non diventi padre, come non temere che, stanco della “ragazze che non devono essere corrotte”, si permetta il lusso di una donna e di una famiglia? D’altra parte più di un invertito si lascerà catturare da una donna dignitosa, da una ragazza giovane e modesta, per arrivare poi ben presto al disgusto verso le ragazze. E poi la scelta non è tra “dei ragazzi onesti” e delle ragazze corrotte. Perché quest’uomo non dovrebbe contentarsi di ragazzi o di uomini corrotti? Ce ne sono tanti: e non è minimamente inverosimile che l’invertito con impulsi violenti possa cercare maschi maliziosi oppure contentarsi di donne virtuose. “Ma se l’educazione alla castità è spesso impossibile, se spesso ci si riduce a ricorrere a una deviazione sessuale per mancanza di meglio, perché il soggetto non è capace di perseguire uno scopo più alto, di attaccare il suo aratro a una stella [propriamente: puntare l’aratro verso una stella per fare il solco dritto]; non è comunque meno fuori di dubbio che l’avviamento verso la castità debba restare l’ideale del medico come dell’educatore. E il motivo fondamentale è che l’invertito, per quanto sia superiore, è sempre un degenerato. La perversione dell’istinto sessuale è una caratteristica di primo piano della degenerazione perché essa ha come conseguenza necessaria la dissoluzione dell’eredità… Se la razza si perpetua, gli invertiti non esistono per un motivo importante.”
Questa generalizzazione è più grandiosa che legittima; ma non è affatto esatta.
Sono soprattutto i viziosi, i debosciati, gli sfiniti, i sifilitici, gli alcolizzati che sono dei padri pericolosi. Gli invertiti contribuiscono alla perpetuazione della razza molto di più di quanto si creda. “l’orrore del coito (8) non esiste sempre o necessariamente; può comunque sopraggiungere in qualsiasi occasione. Un atto sessuale che non interessa, che è solo un atto sessuale, non ha molto di desiderabile per un uomo raffinato e civilizzato; – normalmente non è cosa facile per lui né per la bellezza fisica della donna, né per un quadro ideale, né per delle circostanza lusinghiere o romantiche.
L’uranista resta di sangue freddo [indifferente] con una donna. Ci vogliono fatti fortuiti e molto particolari per cambiare l’indifferenza sessuale in orrore… gli uranisti virili devono evitare la donna più di un tempo. In effetti la posizione sociale della donna, dopo che ha lasciato il gineceo, l’ha resa molto più sessualmente antipatica all’uranista. È l simbolo sociale della donna che impedisce a più di un uranista virile di avere rapporti eterosessuali.” Io sospetto che il sig. Féré non abbia studiato il ruolo storico dell’unisessualità, che non abbia analizzato le cause dell’astensione eterosessuale di molti uranisti di oggi. L’uranista vede ancora più chiaramente dell’eterosessuale quello che si può rimproverare alle donne. “La misoginia, l’orrore misto di paura per la donna come essere fisico, morale e intellettuale, è una malattia, una mania, una fobia: ma un semplice disdegno intellettuale, una semplice noia intima (ci sono uomini molto eterosessuali che trovano che la più grande prova d’amore sia sopportare il fastidio provocato dalla donna amata), un semplice fastidio possono essere superati attraverso l’affetto, la simpatia, la bontà o il rispetto per una qualità qualunque. – questo fastidio-sdegno è logico, frequente e deriva dal carattere della donna e della sua civilizzazione, che circonda la donna di tanta cortesia e raffinatezza. Molte donne ignorano la loro mancanza di attenzione o di memoria, i loro infantilismi, i loro difetti, tutto quello che hanno sentito tanto vantare, l’enigma che degenera in rebus. L’uomo annoiato, messo da parte da tutto quello che ho appena indicato (e che è così diffuso tra le persone più colte il cui cervello non è così raffinato come il loro atteggiamento) – oppure ributtato indietro dalla ristrettezza mentale o dell’opacità di altre donne che pure non si atteggiano, – o respinto dalle pretese,- quest’uomo non ha nulla di sorprendente. L’eterosessuale non si vergognerà di confessare questa noia, questa critica spesso inevitabile.
L’invertito sente o pensa le stesse cose, potrà essere più incline all’indulgenza dell’eterosessuale, più paziente, se non ha dovuto sopportare le donne … ”
Un invertito sano, senza anomalie somatiche, lontano dalla donna per cause psicologiche, per le idee, o per un senso di lontananza dei sensi, le cui cause sono così complicate, sia spontanee che volute, spesso si sposa; e non ho mai trovato il suo matrimonio peggiore di quello di un eterosessuale convinto, o la sua discendenza peggiore. Il matrimonio delizioso non esiste, ha detto La Rochefoucauld.
Si continua a ignorare che molti uranisti sarebbero ottimi padri e mariti, eppure io credo che tutti noi ne conosciamo. Un uomo sensato non esiterebbe a preferire come genero un uranista sano, virile e onorato, rispetto ad un ermafrodito psichico che ama con la stessa sensualità gli uomini e le donne.
“Se si potesse stabilire sulla base di fatti che l’invertito superiore non è un degenerato e può fornire una discendenza che rientra nella regola beneficiando dell’eredità delle sua qualità, l’indirizzamento verso la castità percorrerebbe una strada sbagliata”, dice il sig. Féré, che per castità sembra intendere il celibato perpetuo. Non pensa forse che l’indirizzamento verso la castità è il miglior indirizzamento verso un matrimonio casto e fecondo? Aiutiamo i ragazzi ad essere casti e gli uranisti e gli eterosessuali saranno, celibi o sposati, sposati o celibi, molto più utili alla società. Io non sono il sig. Féré in mezzo alla sue sottili e ingegnose definizioni della funzione sessuale, della negazione dell’istinto sessuale, ec. ecc.. Perché volendolo criticare arriverei forse a delle esagerazioni simili. Mi limito al caso interessante che egli cita dandogli un’applicazione troppo generale e larga.
Da una decina d’anni il sig. Féré segue un giovane epilettico che ha ora diciotto anni; da quattro anni non presente più alcun attacco convulsivo, ma è rimasto soggetto a crisi di eccitazione violenta di vario tipo. D’altra parte è quasi imbecille.
“Questo ragazzo è il figlio maggiore di una famiglia: due fratelli, di due e quattro anni meno anziani, sono completamente idioti; una sorella, nata due anni più tardi, ha finito per soccombere alle convulsioni all’età di sei mesi. La madre è morta di complicazioni puerperali partorendo questa figlia, era vigorosa e sana, non aveva mai provato turbe nevropatiche; lei ha due sorelle che hanno entrambe figli normali come loro.” Che cosa se ne sa? Sono cose che sono molto più facili da dire che da provare. Ho conosciuto dei bambini normali che erano molto strani. Conosco delle donne che si dicono vigorose e sane, senza turbe nevropatiche che io non vorrei mai come madri di futuri bambini. Il sig Féré ha la storia dei suoi vari parti? Dispone di un’analisi esatta del padre e della madre di questa donna? Ammettendo la sua buona salute, avrebbe potuto facilmente avere nella sua ascendenza tare molto gravi.
“Quanto al padre, è un uomo notevole, tanto dal punto di vista morfologico che dal punto di vista funzionale: è un uomo di un’intelligenza superiore.
Non si ha neppure notizia di nessuna tara nevropatica nella sua famiglia, Aveva solo un fratello di un anno più grande di lui, che ha oggi quarantasette anni e ha avuto una carriera brillante; è celibe…
La patogenesi si è evidenziata qualche mese fa.” Il figlio maggiore fece un tentativo di pederastia su suo fratello. Il padre rimase molto colpito e rivelò al il medico che lui stesso dall’età di sei aveva amato gli uomini virili, uomini nudi.
Durante la pubertà i suoi gusti divennero più marcati, cercava compagni più grandi, più sviluppati. Non ha mai avuto sogni erotici in cui fosse presente una donna. Nei suoi sogni sognava baci e toccamenti. Si diede solo alla masturbazione solitaria. A sedici anni, si confidò col suo confessore che lo rassicurò e lo incoraggiò alla castità. Quando lasciò il collegio, quando fu lasciato a se stesso, egli ricadde nel suo sogno a occhi aperti, e si sottomise alle stesse sensazioni. Il sig. Féré non sottolinea che questo uranista era piuttosto effeminato perché i suoi gusti continuarono dopo la sua infanzia e la pubertà a preferire lo sviluppo virile. Questo non è ciò che ci si aspetta da un uranista virile superiore.
“Aveva rinunciato alla masturbazione, si sentiva abbastanza forte per rimanere casto, aveva bisogno di lavorare, mantenne il suo segreto. La sua famiglia gli consigliava il matrimonio, che avrebbe dovuto migliorare e garantire la sua situazione. Consultò un medico, che gli consigliò di praticare il coito e gli assicurò che il piacere sarebbe venuto da sé; gli fu prescritta l’idroterapia e un regime di eccitante (9). Le sue idee religiose unite ad una repulsione istintiva lo tennero per parecchio tempo nell’indecisione. Ma la vergogna di non poter essere un padre di famiglia e di non poter adempiere ai suoi doveri sociali, e forse anche la curiosità, alla fine prevalsero. Fece diversi tentativi infruttuosi, etc. Ci vollero più di sei mesi per avere un rapporto completo. Quelli che ebbe in seguito costituirono per lui un compito penoso. Pensò che nel matrimonio la maggior parte dei motivi che cercava di trovare per la sua ripugnanza sarebbero venuti meno, e si sposò. Ma la donna rimase per lui un oggetto di una repulsione che non poteva nascondere se non a prezzo di sforzi di cui non capiva più il senso, le carezze che le dava solo per dovere gli costatavano dei disgusti e degli sforzi indicibili; I rapporti completi sono stati molto rari, non più numerosi di quelli che erano stati necessari per ottenere i risultati di cui si lamentava. Le sue tendenze omosessuali si sono manifestate in diverse circostanze in cui era stato in relazione con degli uomini il cui aspetto corrispondeva alle sue preferenze, ma non si è mai lasciato andare a qualsiasi manifestazione. Dal momento che è vedovo, ha sempre resistito ai suoi desideri e non aveva dubbi che sarebbe stato in grado di mantenere lo stesso dominio di se stesso prima del suo matrimonio, se non fosse stato incoraggiato a superare il suo istinto. Quest’uomo che ha quarantasei anni, ha tutti gli attributi della virilità, è vigoroso, barbuto e non ha alcuna anomalia degli organi genitali, né alcuna anomalia apprezzabile dell’intelligenza o del carattere.”
La superficialità delle osservazioni mediche è riconosciuta da molte persone. E questo brano del sig. Féré ne è una prova ulteriore. Ho già notato il carattere effeminato delle tendenze sessuali di questo padre sfortunato, carattere persistente che non si modifica con l’età; sembra più che effeminato, quasi passivo. Se quegli uomini barbuti lo avessero corteggiato, spinto, preso con violenza, la sua passione si sarebbe rapidamente scaldata e arresa, a meno che egli non facesse appello ai suoi sentimenti religiosi. È alla sua passività sessuale che io attribuisco a difficoltà dei suoi rapporti con sua moglie; e poi quella donna lo amava? Lo avrebbe amato anche se fosse stato più sessuale? La sua frigidità, la sua timidezza mi sembrano più gravi dal punto di vista dell’eredità che non l’unisessualità. Se fosse stato eterosessuale sarebbe stato un padre mediocre. Ci sarebbero ancora parecchie cose da dire su questo argomento.
Mi accontento di dire che se si seguisse il consiglio del sig. Féré, se si considerasse questa progressione dell’anomalia in due generazioni successive come spiegabile in prima istanza con l’unisessualità paterna, e dato che c’è interesse “ad allontanare dal matrimonio tutti gli individui “che presentano queste anomalie a qualsiasi livello”, se ci si riuscisse, la popolazione della Francia e delle altre nazioni toccherebbe proporzioni inattese.
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[1] Con certi passaggi in Latino. Questa precauzione, che richiama la psychopathia sexualis di Krafft-Ebing, è talvolta spinta troppo oltre e produce in certi casi un effetto più scioccante di quello che avrebbe potuto fare il Francese. Krafft-Ebing riserva il Latino per i passaggi osceni e non per i dettagli voluttuosi. È una piccola differenza.
[2] Non nega quelle dei deboli.
[3] La prudenza, però, non deve mai essere abbandonata. Così Otto de Joux nel suo nuovo libro mette in evidenza il pericolo di lasciare dormire un ragazzo molto giovane accanto a suo fratello o tra le braccia di suo padre.
[4] Si veda il numero del 13 marzo 1896 degli Archivi di Antropologia criminale.
[5] Si veda la mia tavola riassuntiva delle sessualità (Uranisme et Unisexualité, Storck et Masson, 1896): Inversione sessuale congenita o uranismo:
(A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali o malgrado questi rapporti;
(B) che si realizza cedendo alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si allea con l’eterosessualità acquista o cede ad essa;
(C) uranismo parziale che non esclude gli istinti eterosessuali già presenti prima o dalla pubertà, che soffoca questi istinti, si allea con essi o cede ad essi.
Eterosessualità congenita:
(A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti unisessuali o malgrado questi rapporti;
(B) che si realizza cedendo alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si allea all’unisessualità acquista o le cede;
(C) che non esclude gli istinti unisessuali o uranisti già presenti prima o dalla pubertà, che soffoca questi istinti, si allea con essi o cede ad essi.
Inversione sessuale congenita o uranismo: (A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali, che comprende tutti coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali con una donna (1) perché non ne sentono il desiderio, (2) perché ne hanno un desiderio molto labile, così poco fisico e così poco importante, che non sono mai stati tentati di richiamare quel desiderio o di soddisfarlo.
Inversione sessuale congenita o uranismo, (B) incoercibile tutta la vita malgrado dei rapporti eterosessuali, che comprende tutti coloro che (3) hanno creduto in vano che un matrimonio o una relazione con una donna li avrebbe resi felici, e che hanno riconosciuto il loro errore e non hanno subito alcun cambiamento o anche hanno visto il loro uranismo aumentare. Anche se non sono impotenti di fronte ad una donna, la donna comunque non dà loro che gioia fisica, poca voluttà intellettuale, o addirittura nessuna. La volontà e l’illusione li hanno avvicinati alla donna. Il coito con una donna di loro scelta equivale alla masturbazione per un uomo ribelle a questo atto, ecc. ecc..
[6] Havelock Ellis, Næcke… Si vedano anche le precisazioni già citate di Maudsley.
[7] Ricordiamoci delle critiche sensate di Maudsley.
[8] Si veda Uranisme et Unisexualité: Horreur vis-à-vis de la femme [orrore di fronte alla donna].
[9] Dell’alcol? E stato alcolizzato per qualche motivo?

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martedì 2 dicembre 2014

DUBBI DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project,
mi ha fatto piacere parlare con te, anche se non sono più un ragazzo, mi hai tolto di testa molti dubbi, in fondo erano cose che io sapevo benissimo anche da me ma che non avrei voluto sapere, o meglio avrei preferito tenere nell’ombra come ho fatto per parecchi anni, perché c’è sempre la pura del cambiamento.
Hai ragione quando dici che non mi sono svegliato a 45 anni con un po’ di fantasie gay ma che quelle fantasie ci sono state sempre, è vero, è proprio così. Ho un figlio di 16 anni e pure una moglie che è una brava donna e che mi vuole bene, però da qualche mese ho cominciato a guardare un ragazzo di 30 anni che lavora con me e mi si è scatenata dentro la rivoluzione. Penso che lui sia etero (ne sono certo) e che non ci sia nessuna possibilità di andare oltre un buon rapporto tra colleghi di lavoro, però la sua presenza mi mette in crisi, mi sembra un ragazzo stupendo e lo è: è tranquillo, pensa prima di parlare, non si mette al centro della scena, non si atteggia. È molto meglio di me in tutti i sensi, a parte il fatto che ha 15 anni meno di me, lui è proprio bello, è quello che io avrei voluto essere e non sono mai stato.
Proprio per questo, all’inizio, ho scambiato quello che provavo per ammirazione, un po’ come se lo prendessi a modello, però poi la cosa non regge perché mi torna in mente tante volte anche quando sto con mia moglie e immagino che al posto di mia moglie ci sia lui, oppure ci faccio le mie fantasie in momenti privatissimi… vedi che assurdo, Project, mi faccio perfino venire i complessi e evito di usare la parola masturbazione. Quest’anno è successa una cosa stranissima, l’argomento masturbazione è venuto fuori parlando con mio figlio e ne ho parlato con lui senza complessi ed è rimasto colpito e mi ha detto: “Un discorso così aperto, da te non me lo sarei mai aspettato”, tra parentesi, mio figlio è radicalmente etero, forse è un’osservazione sciocca, ma mi fa piacere. Poi mi ha raccontato di un suo compagno gay e gli ho detto cose positive dei gay e anche qui non se le aspettava, a un certo punto mi ha chiesto: “Ma hai mai avuto amici gay?” Gli ho detto la verità: “No, ma non avrei avuto proprio nessun problema”.
Ma adesso torniamo al punto, il mio collega mi piace, non lo posso negare, ma questo mi cambia qualcosa? Oppure resta tutto come prima, tanto è etero? Ho delle pulsioni gay, su questo non ci piove, e allora? Che succede dopo? Me le tengo e basta e vado avanti come ho fatto per tutti questi anni? Ma te lo immagini che succederebbe se mio figlio si rendesse conto che ha un papà che parla bene dei gay perché è gay, almeno un pochettino gay? E peggio ancora se sapesse che il papà non pensa che la masturbazione sia un vizio terribile perché il fondo si masturba anche lui e pensando ad un uomo. E mia moglie poi, credo che ci resterebbe secca, perché una cosa del genere non l’ha certamente mai sospettata. Anzi tra noi problemi sessuali non ce ne sono mai stati, io ho fatto sempre il mio dovere, magari mentre pensavo ad altro, ma è andato sempre tutto bene. Posso essere bisessuale? Non lo so, perché fantasie sessuali su donne non ne ho mai fatte mentre sugli uomini succedeva eccome.
Project, al punto in cui sto, sul fonte etero ho una famiglia e una bella famiglia e francamente non ci rinuncerei per niente al mondo, sul lato gay ho solo un po’ di fantasia e pure su un ragazzo etero. Che cosa suggerisce il buon senso lo capisco da solo. Il mio sogno sarebbe un altro, perdonami l’espressione irriguardosa, ma mi piacerebbe riuscire a salvare capra e cavoli, cioè mantenere la mia famiglia e avere un amico gay che mi possa capire, poi se scavo più a fondo, capisco che dovrei dire non un amico e basta ma una amico-amante, e lì sta il problema perché mi piacerebbe non imbrogliare la mia famiglia e vivere tutto alla luce del sole. Io credo che se avessi una relazione con un uomo non metterei in crisi la famiglia, cioè mi spiego meglio, diciamo che non sentirei meno affetto per mia moglie e per mio figlio. Non so se queste cose esistono in qualche parte del mondo, probabilmente no, ma se non esistono, francamente non riesco a capirne la ragione. Ma perché dovrei amare di meno la mia famiglia se avessi una relazione con uomo? Non c’è nessuna ragione seria per crederlo. Non penserei mai di scappare col mio amico-amante e di piantare mia moglie e mio figlio, ma vorrei che si conoscessero e che capissero che è una cosa seria, anche se non è il modello tipico di famiglia. Mi rendo conto che sto sognando, Project, e che il mondo è quello che è, le regole del gioco ci sono e non le posso cambiare io.
Mi sono chiesto come mi comporterei io se mia moglie si trovasse nella mia situazione, se si fosse innamorata di una sua amica. In effetti se la cosa non mettesse in crisi la nostra famiglia penso che l’accetterei e anche se si fosse innamorata di un altro uomo, anche se lì la cosa è più complicata perché in pratica potrebbe avere altri figlia e crearsi un’altra famiglia e quello magari mi creerebbe problemi grossi, ma la presenza di un’altra donna non mi creerebbe difficoltà. Ho anche pensato che io posso fare questo discorso su mia moglie proprio perché sono gay, o almeno credo di esserlo, forse se fossi etero sarei terribilmente geloso.
E se poi trovo veramente un amico gay – potrebbe anche succedere – come mi devo comportare? Forse è meglio tenere i piedi per terra e guardare a come le cose stanno adesso. Oggi come oggi vorrei conoscere dei gay, perché ho ancora le idee molto confuse, ho bisogno di collegare la parola gay a una persona reale o a delle persone reali e non a delle fantasie. A casa non uso il PC fisso, perché lo usa mio figlio e non vorrei per nessuna ragione lasciare tracce strane. I PC dell’ufficio sono tutti in rete e si possono adoperare solo per lavoro. Uso un mio PC portatile con password, a casa ho detto che è quello del lavoro ma non è vero, lo uso solo per le cose mie privatissime nei rarissimi momenti di libertà che posso avere.
Project, fino ad ora non sono mai entrato in chat erotiche o in siti di incontri, ma ti confesso che la tentazione è grande però è grande anche la paura e allora lo stallo perdura. Ho scritto a te, e prima di inviare la mail ci ho pensato mille volte. Adesso a distanza di tempo posso dire di avere fatto bene, almeno un confronto serio è possibile, però poi mi blocco.
Mi ha colpito molto una cosa che mi hai detto in chat e cioè che probabilmente vedo il mondo gay come il mondo della favole, come se lì tutto fosse facile e scontato, cosa che probabilmente non corrisponde affatto alla realtà. Certo non staranno tutti aspettando me e poi, come hai detto tu, un gay sposato e di 45 anni non è certo un ragazzo libero di 25 anni, e lo capisco benissimo. Mi vuoi dire che ci avrei dovuto pensare vent’anni fa e che allora le cose sarebbero state completamente diverse, però non mi pento per niente delle scelte che ho fatto, perché adesso ho una famiglia, anche se rischio di metterla in crisi.
Project, a questo punto che si fa? Proverò ad entrare di nuovo nella tua chat, ci ho già provato e mi hanno accolto bene, cosa che mi ha colpito. Pensavo di sentirmi un estraneo ma è stato tutt’altro. Spero di poter parlare di nuovo con te e magari anche di conoscerti di persona, anche perché ho bisogno di tempo e di situazioni tranquille.
Grazie di tutto e a presto (spero).
Dubbioso69
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mercoledì 6 novembre 2013

THOMAS E KLAUS MANN DUE OMOSESSUALI

Mercoledì 20 Novembre 1968, nel corso di una udienza generale, papa Paolo VI così si esprimeva:
“Ci si dimentica che l’uomo in tutto il suo essere spirituale, cioè nelle sue supreme facoltà di conoscere e di amare, è correlativo a Dio; è fatto per Lui; e ogni conquista dello spirito umano accresce in lui l’inquietudine, e accende il desiderio di andare oltre, di arrivare all’oceano dell’essere e della vita, alla piena verità, che sola dà la beatitudine. Togliere Dio come termine della ricerca, a cui l’uomo è per natura sua rivolto, significa mortificare l’uomo stesso. La così detta «morte di Dio» si risolve nella morte dell’uomo.
Non siamo Noi soli ad affermare una così triste verità. Ecco una testimonianza che è stata lasciata da un coltissimo scrittore d’avanguardia e infelicissimo tipo della cultura moderna (Klaus Mann, figlio di Thomas). Egli scriveva: «Non vi è speranza. Noi intellettuali, traditori o vittime, faremmo bene a riconoscere la nostra situazione come assolutamente disperata. Perché dovremmo farci delle illusioni? Siamo perduti! siamo vinti! La voce che pronunciò queste parole - prosegue la testimonianza -, una voce un tantino velata, ma pura, armoniosa e stranamente suggestiva, era quella di uno studente di filosofia e di letteratura, con cui mi incontrai per caso nella antica città universitaria di Uppsala. Ciò che aveva da dire era interessante, ed era comunque caratteristico: ho sentito analoghe dichiarazioni di intellettuali in ogni punto d’Europa . . . E disse con una voce non più del tutto sicura: Dovremmo abbandonarci alla disperazione assoluta . . .» Figli carissimi, per noi no, non è così.”
Chi è Klaus Mann, l’uomo che Paolo VI considera il paradigma infelicissimo della cultura moderna? E che senso ha il riferimento operato da Klaus Mann a quello studente incontrato nell’antica città universitaria di Uppsala? 
Come ricordato dallo stesso Paolo VI, Klaus Mann è uno dei figli Thomas Mann, cioè di uno degli uomini che più hanno influito sulla cultura europea negli ultimi cento anni, ma non è di letteratura che intendo parlare. Il fatto che Klaus sia Figlio di Thomas riveste un enorme significato, dal mio punto di vista, in quanto sia il padre che il figlio si sono trovati a fare i conti con la loro omosessualità e di fronte ad essa hanno dato risposte diversissime. 
Nell’opera di Thomas Mann le atmosfere sono molto particolari e, in genere, il lettore gay si sente immerso in un mondo che non gli suona affatto estraneo. Emerge spesso il conflitto tra il “sereno” mondo borgese ove tutto è codificato e ordinato e il richiamo dell’arte che ha comunque il fascino dell’abisso. Questo conflitto in “Morte a Venezia” si palesa, fuori di metafora, come il conflitto tra eterosessualità e omosessualità. Thomas Mann, nato nel 1875 a Lubecca, quando era liceale aveva confessato i suoi sentimenti ad un suo compagno che non li condivideva perché semplicemente non poteva condividerli. Quell’esperienza costituì il primo innamoramento di Thomas Mann. Si ha l’impressione che l’immagine di quel compagno di liceo torni spesso nell’opera di Mann.
Ma Mann visse un innamoramento molto più coinvolgente nei confronti di Paul Ehrenberg, un giovane violinista e pittore impressionista di un anno più giovane di lui. Tra il 1899 e il 1903, stando ai diari e alle lettere di Thomas Mann, l’innamoramento divenne una vera infatuazione, che portò a una intensa relazione tra i due. Un quadro di Ehrenberg intitolato Die Hetzjagd (la caccia) rimase appeso per un certo tempo nella stanza di Thomas Mann. In quegli anni, da un insieme di ricordi della vita familiare scritti da Thomas per Paul Ehrenberg, che viveva a Monaco, prese l’avvio la stesura de “I Buddenbrook”. Sia il personaggio di Hans Hansen del “Tonio Kröger” (1903) che il personaggio del pittore nella novella “Gli affamati” (1903) e quello di Rudolf 'Rudi' Schwerdtfeger, anche lui violinista e oggetto di interesse omosessuale nel “Doctor Faustus” rimandano chiaramente a Paul Ehrenberg.
Nel caso del Tonio Kröger le analogie diventano fortissime perché a Monaco, dove aveva modo di incontrare Ehrenberg, Mann vide per caso per la prima volta una ragazza ventenne che discuteva animatamente con il bigliettaio di un tram, cercò di sapere chi fosse, gli dissero che era Katia Pringsheim, una studentessa di matematica, fisica e chimica, figlia del grande matematico Alfred Israel Pringsheim, un professore universitario ricchissimo di famiglia ebraica, che viveva in un grande palazzo la più bella vita che un alto borghese potesse sognare. Il prof. Pringsheim non era un ebreo osservante e lasciò che i figli seguissero il luteranesimo cose che tuttavia non bastò a salvare la famiglia dalle persecuzioni naziste. Mann, tramite amici, riuscì a farsi presentare ai Pringsheim e si “innamorò” (spiegherò dopo perché metto questa parola tra virgolette) di Katia ma lei desiderava godersi la sua giovinezza e non era intenzionata a sposarsi e non se ne fece nulla. Mann partì per la Danimarca dove scrisse il Tonio Kröger, in cui Tonio si innamora profondamente sia del compagno di scuola Hans Hansen che della giovane ragazza Ingeborg Holm, avevano entrambi occhi azzurri, capelli chiari e aspetto nettamente nordico. La forza del Tonio Kröger deriva dal fatto che si tratta di un romanzo sostanzialmente autobiografico in cui sono trasfuse le vere passioni del giovane Mann. Va sottolineato che Tonio è identificato come un “diverso”, in questo caso per ragioni artistiche, cioè come colui che non riesce a godere di ciò di cui godono gli altri. 
In Danimarca Mann non solo scrisse il Tonio Kröger ma scrisse anche delle lettere a Katia Pringsheim che convinsero la ragazza ad accondiscendere alle nozze celebrate l’11 febbraio 1905. Furono nozze “felici” anche qui devo mettere tra virgolette il termine felici, ne nacquero sei figli. Restano comunque molte perplessità nel considerare questo matrimonio come l’esito di una storia d’amore. Nel suo saggio “Sul matrimonio – brindisi a Katia” Mann sostiene che il matrimonio e l’arte sono entrambi un servizio borghese alla vita, un patto etico e un sacramento, perché è proprio attraverso l’arte e attraverso il matrimonio che lo spirito arriva a dominare sulla materia, sulla carne e il sangue.
Va sottolineato che poco prima del matrimonio Mann aveva vissuto con Ehrenberg un rapporto molto forte e non si trattava di un rapporto sublimato, come quello descritto nel Tonio Kröger, ma di una relazione sessuale che decenni più tardi Mann considererà l’esperienza emotiva fondamentale delle sua vita con parole inequivocabili: “Ho vissuto e amato, … finalmente con una felicità nuova perché ho stretto fra le mie braccia qualcuno di cui ero profondamente innamorato”, ma, bisogna sottolinearlo, queste valutazioni del rapporto con Ehrenberg sono maturate in Mann diversi decenni dopo la loro relazione. All’epoca della loro relazione l’atteggiamento di Mann era radicalmente diverso ed era dominato da una specie di rifiuto di sé come omosessuale e dalla condanna della “anormalità”.
In pratica Mann si condannò al matrimonio per cercare di allontanare da sé la passione omosessuale che aveva vissuto profondamente con Ehrenberg. Il fratello di Thomas, Heinrich, che pure aveva sostenuto che il rapporto di Thomas con Ehrenberg fosse una follia e aveva insistito perché il fratello si sposasse presto, ebbe il sospetto che il matrimonio fosse stato accettato da Thomas per ragioni di opportunità sociale, certo è che la posizione sociale del suocero favorì indubbiamente Thomas. Alcuni, visti gli esisti del matrimonio, hanno cercato di parlare di bisessualità di Thomas Mann ma la realtà farebbe pensare piuttosto ad una fuga dalla omosessualità verso un paradiso borghese molto più rassicurante. Al povero Ehrenberg non restò che seguire, anche lui, la via del matrimonio e finì per sposare la pittrice Lilly Teufel.
Mann, dopo il matrimonio, scrisse “Altezza reale”, la storia è ambientata nel Granducato di Grimmburg, un minuscolo stato immaginario, ridotto in situazioni di forte disagio economico, e il protagonista è il secondogenito del Granduca che è costretto a sposare una ricca ereditiera per risollevare la sorti dello stato. Il contrasto tra “Altezza reale” e il “Tonio Kröger” non potrebbe essere più stridente.
Thomas Mann ebbe sei figli da Katia, i primi due furono dichiaratamente omosessuali, la primogenita Erika, nata a Monaco il 9 Novembre 1905, si sposò il 25 luglio del 1926, non ancora ventunenne, con Gustaf Gründgens, ma nel 1929 intervenne il divorzio. Erika, dichiaratamente lesbica, ebbe la sua prima relazione intorno al 1932 con Pamela Wedekind, che aveva conosciuto a Berlino e che era fidanzata con suo fratello Klaus, anche lui omosessuale. Sono note, in periodi successivi, almeno altre tre relazioni lesbiche importanti e sessualmente appassionate di Erika Mann, sul cui orientamento sessuale non ci fu mai alcun dubbio. Il padre Thomas ebbe un atteggiamento molto positivo nei confronti delle donne con cui la figlia intratteneva relazioni amorose, non dimostrò però la stessa apertura mentale nei confronti del figlio Klaus . Gli atteggiamenti di Klaus e del padre nei confronti della omosessualità furono radicalmente antitetici e questo non favorì il dialogo tra i due. Non approfondisco qui il discorso sulla omosessualità di Klaus Mann, perché lo riprenderò analiticamente dopo aver concluso quello sul padre.
Anche dopo il matrimonio Mann non abbandonò la tematica omosessuale e nel 1912 pubblicò “Morte e Venezia” che fu la base del film omonimo di Luchino Visconti del 1971 e dell’omonimo melodramma del 1973 di Benjamin Britten. Non c’è bisogno di dire che sia Visconti che Britten erano omosessuali.
La vicenda è intrisa di spirito tragico. Gustav von Aschenbach, un cinquantenne che ha dedicato tutta la vita all’arte, rimasto vedovo, va Venezia e al grand'Hotel des Bains all'isola del Lido, rimane folgorato dalla bellezza di un ragazzo polacco più o meno 14enne, Tadzio, vestito alla marinara alloggiato in Hotel con tutta la sua famiglia. Sul ragazzo Aschenbach costruisce mille ragionamenti apparentemente legati alla sua concezione dell’arte, mentre lo osserva cercando di non farsi scoprire. Ma fa troppo caldo e a Venezia scoppia il colera, le autorità minimizzano ma Aschenbach si rende conto che il pericolo è reale, dovrebbe avvisare la famiglia di quel ragazzo ma non lo fa perché non vuole vederlo partire, nel frattempo, da uno scambio di sguardi Aschenbach è portato a credere che il ragazzo condivida i suoi sentimenti, la presenza di Tadzio si fa ossessiva nella mente di Aschenbach che arriva alla consapevolezza che il suo è un interesse sessuale e che il piano dell’arte è solo una sovrapposizione fittizia. Aschenbach indebolito e malaticcio vede Tadzio  giocare con gli amici e poi alzare un braccio quasi per salutarlo, quella sarà l’ultima immagine di Tadzio che accompagnerà l’ultimo respiro dell’uomo che nascostamente lo aveva amato. Il romanzo ha una sua forza tragica innegabile ma l’associazione tra omosessualità e morte sembra un teorema troppo enfatizzato. 
La difficoltà di Mann nell’accettare la sua omosessualità si riscontra anche nel 1925 quando Thomas scrive un piccolo saggio intitolato “Sul matrimonio”. In questa operetta Mann contrappone il matrimonio (ovviamente eterosessuale) alla omosessualità come se fossero le uniche due opzioni possibili. E la sua posizione contro l’omosessualità appare molto netta, direi fin troppo netta per apparire credibile.
Nel 1927, quando Mann aveva 52 anni, durante una vacanza a Silt, conobbe l’allora 17enne Klaus Heuser e lo invitò nella sua villa di Monaco di Baviera. Quella per Klaus Heuser è stato probabilmente l’ultima grande passione di Mann, tuttavia sempre molto trattenuta. Quando Heuser andò a trovare Mann a Zurigo nel 1935, Mann annotò nel suo diario: "Non è cambiato per niente o solo un po’: magro, ancora ragazzo a ventiquattro anni, gli stessi occhi. Continuavo a guardalo in faccia e a dire 'Mio Dio!' ... Si aspettava che lo baciassi ma non l’ho fatto, però prima che se ne andasse sono riuscito a dirgli qualche parola d’amore ".
Vengo ora ad un momento critico non solo per la vita di Thomas Mann e dei suoi figli ma per l’intera Germania e purtroppo anche per l’intera Europa e non solo per essa. 
Le elezioni del maggio 1928 avevo portato al Reichstag 12 deputati nazionalsocialisti, ma già nelle elezioni del 1930 il partito nazionalsocialista di Hitler era passato a 107 deputati. Nelle elezioni del 1932 i deputati hitleriani passarono a 230  su 608 seggi in totale e il partito nazionalsocialista divenne il primo partito della Germania. Hitler si candidò per le elezioni presidenziali del gennaio 1933. Alle elezioni, Hindenburg, un eroe della prima guerra mondiale, presidente uscente, apparve l’unico candidato in grado di fermare l’ascesa di Hitler e fu sostenuto da una coalizione che andava dai nazionalisti ai socialdemocratici. Hindenburg ottenne nuovamente la presidenza col 53% dei voti contro il 37% di Hitler, che il 30 gennaio fu nominato Cancelliere, a capo di una colazione di partiti (nazisti e partito popolare tedesco-nazionale), ma già pochi giorni dopo, alle elezioni del 5 Marzo 1933, il clima era radicalmente cambiato. Si votò nella settimana in cui era stato dato alle fiamme l’edificio del Reichstag (27 febbraio 1933), dell’incendio fu incolpato Marinus van der Lubbe, un comunista olandese 24enne che fu decapitato per questo motivo il 10 gennaio del 1934. La maggioranza degli storici concorda sul fatto che l’incendio sia stato una montatura voluta dai vertici nazisti, le prove in questo senso sono molte e sono state raccolte da fonti indipendenti. L’incendio del Reichstag divenne il pretesto per bandire una crociata anti-bolscevica contri i partiti democratici. 
Fatto sta che Hiltler convinse Hindenburg a emanare il cosiddetto “decreto del Reichstag” nella stessa giornata del 27 febbraio del ’33, il 28 febbraio il decreto diventava legge e la maggior parte dei diritti garantiti dalla Costituzione di Weimar venivano sospesi per ragioni di emergenza. In questo clima, il 5 di marzo si tennero le elezioni per il rinnovo dei Reichstag. I vertici dei partito socialdemocratico furono costretti alla fuga. Nonostante una serie infinita di minacce e di intimidazioni i nazisti non ottennero la maggioranza assoluta. Hitler fu quindi costretto a mantenere l’alleanza col partito popolare tedesco-nazionale. Hitler mirava non ad una maggioranza di coalizione ma ad ottenere il cosiddetto “decreto dei pieni poteri” ossia un potere legislativo indipendente dal Raichstag, per far passare il decreto dei pieni poteri occorreva una maggioranza dei 2/3 del Reischstag. Il 23 Marzo il decreto venne approvato con l’appoggio del Centro Cattolico e con il solo voto contrario dei socialdemocratici ed entrò in vigore il 27 marzo. A diversi socialdemocratici fu fisicamente impedito di entrare in Parlamento mentre tutti i deputati comunisti, che costituivano il 17% del Parlamento, erano stati arrestati. 
Dato questo quadro storico ci si chiede quale sia stata la posizione di Thomas Mann e dei suoi figli. Se si tiene presente che nel 1929 era stato conferito a Mann il premio Nobel per la letteratura è facile capire che la sua posizione non sarebbe stata comunque indifferente ai nazisti. Nel gennaio del 1933 Mann tenne all’università di Monaco una conferenza pubblica sul tema “Dolore e grandezza di Richard Wagner” in cui in pratica negò i legami tra nazismo e arte wagneriana, i nazisti presenti in sala diedero segno di nervosismo perché Mann rappresentava una voce apertamente fuori dal coro, proprio nei momenti critici dell’assalto di Hitler al potere. Mann si rese conto del pericolo, tanto più che la famiglia della moglie era di origine ebraica, e si trasferì immediatamente in Svizzera e poi negli Stati Uniti e intorno a lui si riunì un gruppo di esuli tedeschi antinazisti. Mi limito a ricordare che dal 1940 alla fine della guerra Thomas Mann registrò una lunga serie di discorsi in tedesco che vennero messi in onda da Radio Londra perché fossero ascoltati in Germania. In questi discorsi Mann è il primo che faccia riferimento allo sterminio degli Ebrei nelle camere a gas, il resoconto dei delitti perpetrati dai nazisti è documentato e si avverte nettissimo il tentativo di risvegliare la coscienza dei tedeschi mettendoli al corrente di fatti atroci che la propaganda hitleriana nascondeva sistematicamente. Non vi è dubbio che Mann sia stato uno dei pochissimi e tenacissimi animatori “tedeschi” dell’antinazismo.
Subito dopo la capitolazione della Germania l’8 maggio del ’45 Thomas Mann leggerà in tedesco alla radio il messaggio radiofonico intitolato “I lager” annunciando la distruzione della cultura e della vita della Germania e facendo capire ai tedeschi come l’orrore dei campi di sterminio avesse vergognosamente distrutto l’immagine della Germania in Europa, Mann sostiene che è un peccato contro lo spirito tedesco che non può essere perdonato. Se già nel ’45 l’Europa ha ricominciato a fare una differenza tra tedesco e nazista, ciò si deve ai pochi personaggi che si comportarono come Thomas Mann. Ma una cosa va sottolineata Thomas Mann non fece scelte di convenienza ma di coscienza, e quando nel 1952, negli Stati Uniti dilagò più feroce il maccartismo, una specie di caccia alle streghe contro i comunisti o presunti tali, voluta dal senatore repubblicano Mc Carthy coadiuvato da due giovani che avrebbero avuto un peso notevole nella storia degli USA come Richard Nixon e Robert Kennedy, Thomas Mann si indignò e abbandonò definitivamente gli Stati Uniti come fecero i maggiori intellettuali stranieri basti l’esempio di Charlie Chaplin e di sua moglie Oona O'Neil. 
Anche se il discorso meriterebbe ben altri approfondimenti, lasciamo ora da parte Thomas Mann e occupiamoci del figlio, che Paolo VI presenta come paradigma infelicissimo della cultura moderna.
Klaus Henry Mann, secondogenito di Thomas nacque a Monaco il 18 Novembre 1906. Fin dall’età di 19 anni, nel 1925, con la pubblicazione del suo primo romanzo “La pia danza”, un libro autobiografico di una sincerità unica e disarmante in cui si ritrae la vita della Belino gay degli anni ’20, si dichiarò pubblicamente omosessuale. Nello stesso anno uscì anche "Anja e Ester" una delicatissima storia d’amore tra due ragazze. 
Se si pensa che il pretesto per l’assassino di Ernst Röhm e dei vertici delle SA da parte di Hitler nel 1934 fu proprio l’omosessualità, si capisce che nel ‘33, con l’arrivo al potere di Hitler la situazione di Klaus si fece particolarmente pericolosa e Klaus seguì senza nessuna esitazione il padre in esilio. Era un ragazzo 26enne sensibile e fragile, ma fu uno dei più tenaci e coraggiosi avversari del nazismo. Il suo liberalismo era guidato da grandi ideali, era, in sostanza, un fede che per certi aspetti richiamava certi aspetti del socialismo. Affascinato dall’ideale cristiano, Klaus aveva amicizie profonde in ogni strato sociale e ad ogni livello culturale. Lui stesso ci racconta con la massima serietà degli amori fugaci con alcuni marinai del porto di Marsiglia. 
Amò senza essere ricambiato lo scrittore surrealista René Crevel e più tardi ebbe una storia di qualche anno con un giornalista americano Thomas Quinn Curtiss. Strinse amicizia fraterna con la scrittrice lesbica Annemarie Schwarzenbach, con André Gide, premio Nobel per le letteratura nel 1947, e con Jean Cocteau Accademico di Francia, autore di romanzi, di opere teatrali e regista cinematografico. Sia Gide che Cocteau erano dichiaratamente gay.
Un’opera di Klaus Mann è particolarmente nota al grande pubblico per via di una sua rielaborazione cinematografica, che vinse l’Oscar nell’80, ed è “Mephisto o la storia di una carriera”, in cui Klaus descrive la vicenda del suo ex-cognato l’attore Gustaf Gründgens, che aveva divorziato dalla sorella Erika nel ’29, e aveva venduto l’anima al diavolo pur di fare carriera nell’ambito del regime nazista. Ovviamente Gründgens non gradì affatto la pubblicazione dell’opera. Il figlio adottivo di Gründgens, negli anni ’60, si rivolse al tribunale e dopo sette anni di battaglie legali riuscì ad ottenere dalla Corte Suprema tedesca che il libro non fosse ristampato, ma dopo la sua morte il libro venne stampato nuovamente.
Nel 34 Klaus pubblica per una rivista di Praga un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” e compone una biografia romanzata di Piotr Illich Cajcovskij, anche lui omosessuale.
Nel 37 pubblica “Finestra con le sbarre” sugli ultimi giorni di Luigi di Baviera, il re di omosessuale che odiava la guerra e amava l’arte. Luchino Visconti ne trarrà un film, “Ludwig”, nel 1972.
Subito prima della guerra, in America, Klaus vive povero e solo, tenta il suicidio ma poi reagisce e quando gli Stati Uniti entrano in guerra si arruola ed  entra nel corpo dei Ritchie Boys, un gruppo speciale formato da ebrei e da fuoriusciti tedeschi, particolarmente addestrati alla guerra psicologica perché molto motivati e perfetti conoscitori della mentalità tedesca. Nel 1942 il soldato americano Klaus Henry Mann viene aggregato alla Quinta Armata che avrebbe combattuto in Africa e in Italia, prima della partenza Klaus Mann chiede di avere un colloquio con un cappellano militare cattolico perché intende convertisti al cattolicesimo abbandonando il luteranesimo, come risulta dalle lettere (“Briefe und Antworten” Lettere e Risposte). Sembra che l'incontro abbia effettivamente avuto luogo ma che il cappellano abbia rifiutato la conversione probabilmente a causa della omosessualità di Klaus.
In Italia Klaus viene impiegato come cronista di guerra a seguito della Quinta Armata, lavora con Rossellini come sceneggiatore di “Paisà”, finita la guerra va di persona a visitare gli orrori dei campi di sterminio nazisti.
Intossicato dai farmaci, nel 49 va a Cennes per disintossicarsi. Il 20 maggio dopo aver passeggiato a lungo sotto le pioggia, aspettando un certo Luois, ingoia una dose massiccia di barbiturici e il 21 maggio muore a 42 anni. Fu accusato di tutto, perfino di essere una spia di Stalin ma resta un personaggio di altissima nobiltà d’animo per chiunque abbia la capacità di capirlo, ma Paolo VI, nel definirlo il modello dell’intellettuale disperato del ‘900 che nella morte di Dio aveva condannato a morte l’uomo si è comportato verso di lui esattamente come il cappellano cattolico che gli aveva negato la conversione.
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sabato 15 dicembre 2012

IL PAPA E LE NOZZE GAY


Di recente c’è stato nella stampa molto clamore in riferimento al messaggio del Papa per giornata della pace. Cito solo un articolo del Corriere della Sera: “Il Papa contro le nozze gay: offesa alla persona”.
Il messaggio del Papa in realtà non parla in modo esplicito di coppie omosessuali, lasciando alla stampa il compito di leggere tra le righe. Riporto qui si seguito, inserendo in nota tre spunti di riflessione, il brano di interesse per le Persone Omosessuali del messaggio di Benedetto XVI per la XLVI Giornata mondiale della pace, del 1° gennaio 2013, sul tema: «Beati gli operatori di pace». Il testo integrale del messaggio si può leggere alla pagina:
“Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano (1) e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale (2).
Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (3)”
(1)     Se questa affermazione, che è volutamente non esplicita, si riferisse a coppie di fatto eterosessuali sarebbe opinabile ma avrebbe un senso concreto perché si baserebbe sul fatto che la scelta di unioni eterosessuali di fatto, al posto del matrimonio, è un fenomeno culturale in relazione al quale la Chiesa può realmente svolgere un’azione incisiva promuovendo i valori del matrimonio, se invece fosse da intendersi, come sembrerebbe, pur nell’ambiguità dell’espressione, come riferita anche a coppie omosessuali presupporrebbe una concezione del tutto irreale della omosessualità come fenomeno culturale verso il quale è possibile un’azione di contenimento attraverso la promozione del matrimonio eterosessuale. L’omosessualità non è una cultura, non è un’ideologia che si trasmette a livello sociale con i mezzi tipici della comunicazione culturale (non esiste una catechesi gay) ma è una identità personale profonda contro la quale può essere possibile un’azione di repressione, certo, ma non di orientamento tramite la promozione del matrimonio; la promozione del matrimonio (eterosessuale), in questi casi, favorisce la creazione famiglie in cui il rapporto tra i genitori manca di una componente importantissima. Il fenomeno dei gay sposati esiste eccome e non è nemmeno marginale. Non si tratta, in questi casi, di fare o non fare azioni di promozione del matrimonio per modificare un atteggiamento culturale ma di rispettare l’orientamento sessuale naturale delle persone.
(2)     Quanto all’insostituibile ruolo sociale del matrimonio riporto un solo dato di fonte ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/66665) relativo al censimento 2010. “I tassi di separazione e di divorzio totale mostrano per entrambi i fenomeni una continua crescita: se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni erano 158 le separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi.” Questo significa che in sostanza il 50% dei matrimoni finisce con separazione o divorzio. 
(3)     Viene spontaneo chiedersi se la libertà costituisca essa stessa “un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.
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