martedì 8 luglio 2014

MACHIAVELLI OMOSESSUALE

Indagare sulla sessualità di grandi personaggi del passato non è sempre facile, per alcuni la documentazione derivante dalla corrispondenza privata è assai ridotta ma esplicita, come nel caso di Torquato Tasso, per altri, che pur hanno lasciato una mole notevolissima di corrispondenza privata, la documentazione è talvolta realmente criptata e di difficile interpretazione, come nel caso di Niccolò Machiavelli.
Leggendo la corrispondenza privata tra Machiavelli e Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la corte pontificia, qualche volta si resta spesso perplessi, perché si giunge alla fine della lettura di una lettera con la netta impressione di non aver compreso esattamente il senso che si cela dietro le parole.
Machiavelli era un personaggio di notevole rilievo politico e le lettere da lui inviate, anche quelle private, erano soggette a una qualche forma di criptazione che le rendeva ostiche da interpretare per chiunque non possedesse le giuste chiavi di lettura. I discorsi contenuti in particolare nella corrispondenza privata col Vettori, talora apparentemente vaghi e incomprensibili, sono in realtà pieni di sottintesi e di metafore che è possibile decifrare correttamente solo se ci si è molto familiarizzati con quella forma di corrispondenza.
Tanto premesso entriamo in argomento.
Machiavelli nacque a Firenze il 3 Maggio 1469.
Il 23 Maggio del 1498, quando Machiavelli aveva appena compiuto 29 anni, fra Girolamo Savonarola fu impiccato e bruciato in piazza della Signoria. Tra metà di Giugno e metà di Luglio Machiavelli fu eletto segretario della Seconda Cancelleria e divenne anche segretario del Consiglio del Dieci che si occupava della politica di espansione territoriale di Firenze e degli affari della guerra. Nel 1501, a 32 anni, un età decisamente matura per l’epoca, Machiavelli sposò Marietta Corsini, dalla quale ebbe 7 figli. Si potrebbe sostenere che non v’è prova più convincente della eterosessualità esclusiva di Niccolò, tuttavia, molti anni dopo, Francesco Vettori, scrivendo ad un Machiavelli quasi 54enne, il 17 Aprile 1523, dirà: “noi qualche volta accusiamo la stessa natura come matrigna, quando invece dovremmo accusare i nostri genitori e noi stessi: tu, se ti fossi conosciuto veramente a fondo non avresti mai preso moglie; e mio padre, se avesse conosciuto i miei desideri e le mie abitudini non mi avrebbe mai congiunto ad una moglie, come uno che la natura aveva generato per il gioco e per il divertimento, non desideroso di fare soldi e minimamente preoccupato del proprio patrimonio. Ma una moglie mi avrebbe costretto a cambiare, cosa che però non può realizzarsi felicemente per nessuno”[1]
Il discorso del Vettori sembra alludere più alle avventure eterosessuali, sia di Machiavelli che del Vettori, entrambi molto liberi nei comportamenti sessuali, piuttosto che alla omosessualità, ma, come avremo modo di vedere, Machiavelli certamente non disdegnò anche avventure omosessuali e probabilmente un discorso analogo si potrebbe fare anche per il Vettori.
Che Machiavelli non solo fosse eterosessuale ma che andasse a cercare sesso per foia anche con prostitute di bassissimo livello è testimoniato da una sua lettera dell’8 dicembre 1509, quando Machiavelli aveva 40 anni, a Luigi Giucciardini (fratello dello storico Francesco Guicciardini). Machiavelli racconta infatti al Guicciardini di essere andato per smania incontenibile di sesso (affogaggine) con una donna bruttissima, un autentico mostro, per il solo fatto che c’era appena un filo di luce che non permetteva di vederla chiaramente, poi, però, preso un tizzone dal fuoco e acceso il lume, vide quanto fosse brutta e ne provò un fortissimo senso di rigetto.[2]
Il il 27 maggio 1510, un anonimo delatore infilò in una buca delle denunce anonime questa denuncia: “Notifichasi a voi, signori Otto, chome Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata la Riccia nel culo”. Machiavelli era quindi accusato di sodomia con una prostituta di nome Lucrezia chiamata la Riccia. L’accusa parla di sodomia ma con una donna, la vox populi che tenta di screditare Machiavelli, un uomo politicamente importante, sposato e con parecchi figli, non contiene quindi nessun riferimento alla omosessualità, che sarebbe stato, d’altra parte, poco credibile.
Le fortune politiche di Machiavelli sono legate alla Repubblica fiorentina e alle concezioni filo-popolari di Pier Soderini, gonfaloniere perpetuo. Il 16 Settembre 1512, dopo la fuga di Soderini, i Medici riprendono il controllo di Firenze e le sorti di Machiavelli precipitano. Il 7 novembre è deposto dai suoi incarichi, il 10 condannato ad un anno di confino entro il territorio fiorentino. Sospettato di avere favorito la congiura di Agostino Capponi e Pietropaolo Boscoli per riportare la Repubblica, il 12 febbraio del 1513, è arrestato e posto al supplizio della fune.
Machiavelli cerca rapidamente di mobilitare i suoi amici potenti e ottiene dei risultati. Mentre Capponi e Boscoli sono messi a morte, Machiavelli è condannato a pagare una cauzione ingente, che non è in grado di pagare, ma esce comunque di prigione in tempi brevi perché l’11 Marzo 1513, Giovanni de’Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, già nominato cardinale all’età di 13 anni, diviene Papa Leone X. All’elezione di Leone X segue a Firenze l’amnistia generale e Machiavelli, uscito di prigione, prende la prudente decisione di sparire da Firenze e di ritirarsi nel podere dell’Albergaccio, in Sant’Andrea in Percussina. Machavelli aveva allora 44 anni.
Il 19 Dicembre 1513, Machiavelli scrive a Vettori una lettera, criptica nella prima parte ma assai interessante nella seconda, dal nostro punto di vista. Limitiamoci all’analisi della seconda parte, che suggerisce anche una ragione per la cripticità della prima.
Machiavelli ricorda che Vettori aveva scritto quattro versi a proposito di un certo Riccio, un ragazzo disponibile a contatti omosessuali, indicando anche i nomi di quelli che erano messi in berta per essere andati col Riccio. Machiavelli recitò quei versi a mente a Giovanni Machiavelli accusandolo quindi di attività omosessuali. Giovanni Machiavelli se la prese a male e cercò di insistere dicendo “che non sa dove voi avete trovato che tocchi”. Vettori non aveva assolutamente accusato Giovanni Machiavelli di omosessualità ma era stato Niccolò che cambiando i nomi aveva dato l’impressione che invece lo avesse fatto. Giovanni Machiavelli vuole dare e chiedere spiegazioni e Niccolò se la ride per la beffa che ha ingegnato. Va notato che il verbo “toccare” significa compiere atti omosessuali. Questa parola è fondamentale perché, come vedremo, serve a interpretare correttamente un discorso che Machiavelli fa a proposito di se stesso.[3]
Nella stessa lettera Machiavelli accenna ad un frate francescano che fa politica predicando e scaglia dal pulpito parole di fuoco. Machiavelli scrive, non senza pungente ironia: “Queste cose mi sbigottirono ieri in modo, che io aveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, e non vi andai; ma io non so già, se io avessi auto a starmi con il Riccio, se io avessi guardato a quello. La predica io non la udi’, perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare così da tutto Firenze.[4]
Il 5 Gennaio 1514 Machiavelli scrive una interessantissima lettera al Vettori.[5] Esordisce osservando che gli uomini sono ciechi nelle cose in cui peccano quanto sono acerrimi persecutori dei vizi che non hanno.
Così, dunque, Machiavelli scrive al Vettori che gli aveva dimostrato di essere preoccupato del fatto che l’aver ospitato in casa sua ser Sano, un noto omosessuale, potesse screditarlo attraverso le chiacchiere di Filippo Casavecchia, e gli spiega che Filippo Casavecchia, anche lui noto omosessuale ed amico di Machiavelli, non avrebbe mai criticato Vettori neppure se ser Sano fosse rimasto a casa sua da un giubileo all’altro, e anzi si sarebbe congratulato col Vettori per la scelta. E il Brancaccio poi, un altro noto omosessuale amico di Machiavelli, non avrebbe osato fare commenti neppure se il Vettori si fosse portato a casa tutto il bordello di Valencia, anzi lo avrebbe considerato un grand’uomo più per questo che se lo avesse visto parlare meglio di Demostene davanti al Papa.
Filippo Casavecchia avrebbe considerato sconveniente che Vettori si portasse in casa ragazzi facili, ma non uno come ser Sano che era prudente e Brancaccio non avrebbe gradito vedere Vettori in compagnia d puttane da quattro soldi. Se però Vettori avesse dato seguito ai loro consigli, allontanando ser Sano e le donne facili, Casavecchia si sarebbe chiesto ben presto dove fosse finito ser Sano e avrebbe fatto di tutto per farlo ritornare. Machiavelli aggiunge, per rendere le cose ancora più chiare, un discorso che suona più o meno così: se io fossi capitato in casa di Vettori quando questi avesse cacciato via ser Sano e le donne facili da casa sua, “io che corro appresso sia ai ragazzi che alle ragazze [6] avrei detto “Caro ambasciatore, vi ammalerete perché non sembra che vi pigliate nessuno spasso, qui non ci sono ragazzi e non ci sono donne, che casa di cazzo è questa?”
Il 25 Febbraio 1514, Machiavelli scrive al Vettori una lettera [7] molto interessante, ne riporto il testo integrale in nota e ne trascrivo qui alcune parti, semplificando le descrizioni dei luoghi, dettagliatissime nel testo, e cercando ci rendere il senso in un linguaggio più comprensibile a prima lettura. “Ho ricevuto la vostra lettera dell’altra settimana e ho aspettato fino adesso a rispondervi perché volevo avere notizie più chiare circa un fatto che vi racconterò qui di seguito e dopo potrò rispondere convenientemente alla vostra lettera. È accaduta una cosa gentile o, per chiamarla col suo vero nome una metamorfosi ridicola, che sarebbe degna di essere annotata nei libri degli antichi. E dato che io non voglio che nessuno possa lamentarsi di me, ve la racconterò nascosta sotto forme allegoriche”
Machiavelli, in premessa, cerca quindi di solleticare la curiosità del Vettori e si appresta a raccontare il fatto alla maniera delle novelle di Boccaccio.
Giuliano Brancacci, desideroso, per così dire, di andare alla macchia [che significa andare in cerca di contatti omosessuali], una sera di qualche giorno fa, dopo l’Ave Maria, vedendo che il tempo era coperto e ventoso e che cominciava a piovigginare (cose tutte che si può ben credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si mise un paio di scarpe grosse [come quelle che si usano per andare a caccia], si cinse alla vita il carniere, prese con sé una lanterna e gli strumenti per dare la caccia agli uccelli, e se ne andò per un bel po’ serpeggiando tra i vicoli e i vicoletti che portano al centro della città, e non trovando uccelli ad aspettarlo, se ne andò dalle parti dell’orafo che voi conoscete, fece un altro po’ di strada e, cercando con molta attenzione nei luoghi dove gli uccelli sono soliti rintanarsi, trovò un bel tordo giovane e lo catturò usando dei suoi attrezzi per uccellare e lo portò nel fondo del burrone, sotto la grotta dove alloggiava il Panzano.
Si intrattenne quindi col giovane tordo e, trovando che aveva la “vena” larga, dopo avergliela baciata più volte, gli riacconciò due penne della coda e lo mise nel carniere di dietro.”
Fin qui la metafora, poi Machiavelli continua più o meno così [anche qui rendo il testo in modo più comprensibile]:
“Dato che non posso allungare troppo il discorso, procederò in chiaro e andò oltre le metafore. Il Brancaccio, che aveva scovato il tordo volle capire chi fosse e glielo chiese e il ragazzo gli rispose essere Michele nipote di Consiglio Costi. Quindi il Brancaccio gli disse: – Tu sei figlio di un uomo dabbene e se ci saprai fare, tu hai trovato la tua strada – Quindi il Brancaccio [sentendo che correva il rischio di essere immischiato in affari pericolosi] disse al ragazzo [mentendo] di essere Filippo da Casavecchia [8] e gli disse anche dove aveva bottega [il Casavecchia, ovviamente]. Dato che io adesso non ho denaro con me, vieni o manda qualcuno direttamente a bottega domani mattina e io ti pagherò.
Venuta la mattina il ragazzo, che era più lascivo che stupido, mandò un altro da Filippo Casavecchia con un foglietto, in cui gli si chiedeva il pagamento del suo debito e gli si ricordava quello che aveva promesso. Filippo lesse il biglietto e fece la faccia triste e rispose: Chi è costui e che vuole da me? Io non ho niente a che fare con lui, digli che venga da me. Il ragazzo che aveva portato il biglietto tornò da Michele, che lo aveva mandato e gli raccontò della risposta di Filippo Casavecchia. Il ragazzetto non si impaurì neppure un po’ e se ne andò dal Casavecchia, gli rinfacciò i benefici da lui goduti e concluse che se lui pensava di poterlo ingannare a quel modo e egli non avrebbe avuto nessun problema a biasimarlo pubblicamente.
Al che Filippo si vide messo alla strette, fece entrare il ragazzo in bottega e gli disse: – Michele, tu sei stato imbrogliato, [ma non da me!] io sono un uomo molto morigerato e non vado appresso a cose così squallide, perciò devi pensare piuttosto a ritrovare chi ti ha ingannato, in modo che chi ha ricevuto piacere da te ti paghi il dovuto, piuttosto che ad insultarmi in questo modo senza che tu ne ottenga nessun vantaggio. Adesso tornatene a casa e vieni domani da me e ti dirò quello che avrò escogitato. –
Il ragazzo se ne andò tutto confuso e accettò l’idea di ritornare l’indomani dal Casavecchia. Il quale Casavecchia, rimasto solo, era molto preoccupato del fatto e non gli sembrava di poterne uscire facilmente e si sentiva agitato come il mare davanti a Pisa quando tira forte il Libeccio. Diceva tra sé: – Se mi sto buono e zitto e tengo buono Michele con un fiorino, io finisco per essere ricattato da lui, mi riconosco suo debitore, confesso il peccato e da innocente che sono divento colpevole, ma se io nego senza trovare il vero colpevole io potrei essere messo a confronto col ragazzo, dovrei giustificarmi con lui e pure con gli altri e il torto sarebbe tutto dalla parte mia. Se mi metto a cercare di capire come sono andare veramente le cose, però, dovrei comunque incolpare qualcuno, potrei non riuscire ad attribuire la colpa a nessuno, mi farei dei nemici e con tutto questo non ne uscirei comunque pulito –
Mentre egli era così angosciato, scelse l’ultima ipotesi come meno sgradevole e fu tanto fortunato che la prima idea che gli venne in mente la indirizzò al bersaglio giusto! E pensò che fosse stato il Brancaccio a fargli quel brutto tiro, perché il Brancaccio era uno che andava a caccia di ragazzi (macchiauolo, si dava alla macchia, nel doppio senso del termine) e altre volte lo aveva ingannato.
Se ne andò quindi a trovare Alberto Lotti, gli raccontò il fatto, gli disse quello che aveva in mente e gli chiese di parlare riservatamente con Michele, che era suo parente, per vedere se si potevano avere altri riscontri. Il Lotti, che era uno pratico di quelle cose e se ne intendeva, pensò subito che Casavecchia ci avesse visto giusto e gli promise che avrebbe fatto il possibile, mandò quindi a chiamare Michele e raggiratolo per un bel pezzo, arrivò a questa conclusione. Disse al ragazzo: Se tu sentissi parlare quello che si è spacciato per Filippo Casavecchia, avresti tu il coraggio di riconoscerlo dalla voce? – Il ragazzo gli rispose di sì e Lotti lo portò con sé a sant’Ilario dove sapeva che il Brancaccio spesso si intratteneva e accortamente, veduto il Brancaccio che si sedeva in mezzo a tanta gente a raccontare storie, fece avvicinare il ragazzo alle spalle di Brancaccio in modo che lo sentisse parlare, poi gli si presentarono davanti e Brancaccio vedendoli, cambiò rapidamente atteggiamento e si allontanò e la cosa fu ben chiara a tutti. Filippo Casavecchia ne uscì completamente pulito e il Brancaccio fu coperto di insulti. E a Firenze in quest’ultimo carnevale non s’è parlato d’altro, se non : – Sei tu il Brancaccio o il Casa{vecchia}? – E questa storia fu notissima a chiunque. Io penso che ne abbiate avuto già notizia ma ho voluto raccontarvelo lo stesso nel dettaglio, perché mi sembrava mio dovere.
Quanto a voi posso dirvi soltanto di seguire l’amore a briglie sciolte perché quel piacere che potete prendervi oggi non potrete prenderlo domani, e le se le cose stanno come me le avete descritte, io Vi invidio più del re d’Inghilterra! Vi prego di seguire la vostra stessa inclinazione e non fatevene scappare nulla per alcuna ragione, perché io credo, credetti e crederò sempre che sia vero quello che dice Boccaccio: che è meglio cioè fare e pentirsi, che non fare e pentirsi!”
Fin qui, come s’è potuto vedere, Machiavelli fa della omosessualità un tema per storielle piccanti alla maniera di Boccaccio, accenna anche al suo “toccare” cioè al fatto che non disdegna anche attività omosessuali, ma manca del tutto la dimensione affettiva dell’omosessualità. Machiavelli ha ormai 45 anni, ha moglie e sette figli ormai grandi e si comporta ancora come un giovanotto che va in allegra brigata a caccia di avventure.
Tuttavia una lettera al Vettori del 3 Agosto 1514 [9] dimostra che Machiavelli provò anche il lato affettivo della omosessualità. Si congratula con Vettori per le sue avventure amorose romane e gli dice di aver trovato corrispondenza “in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più.” e aggiunge: “Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei.”
Non sappiamo chi sia la “creatura” tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, ma certo è la prima volta che Machiavelli non usa i toni della satira boccaccesca ma quelli dell’amore.
Se ancora fosse rimasto qualche dubbio che si tratta di un amore omosessuale, sarà fugato facilmente da una lettera di Vettori a Machiavelli del 16 gennaio 1515 [10]
Vettori così si rivolge a Machiavelli:
“Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: «Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit?». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha”
La citazione latina è tratta dalla seconda Ecloga di Virgilio (Bucoliche II, 69). “Ahi, Corydon Corydon, Che follia ti prese?” La Follia di Corydon era l’amore per il bell’Alessi. Corydon era già ai tempi di Virgilio uno dei miti più noti legati alla omosessualità e certo Vettori ne era ben cosciente quando citò Corydon e la seconda Bucolica in rapporto a Machiavelli. Corydon assunse un tale valore simbolico che André Gide (personaggio al quale dedicherò presto un articolo) intitolò proprio Corydon un dialogo pubblicato nel 1924 che contiene un primo tentativo di demolire il perbenismo che condannava l’omosessualità. Gide scrive nel Corydon: “L’importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume”. Dopo la pubblicazione del Corydon di Gide, Paul Claudel, intellettuale cattolico, tolse il saluto a Gide. L’omofobia cattolica attuale ha radici lontane.
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[1] nos aliquando naturam ipsam tamquam novercam incusamus, cum potius parentes aut nos ipsos incusare debemus: tu, si te ipsum bene novisses, numquam uxorem duxisses; pater meus, si ingenium, si mores meos scisset, me numquam uxori alligasset, quippe quem ad ludos, ad iocos natura genuerat, lucris non inhiantem, rei familiari minime intentum. Sed uxor filie me mutare coegerit, quod nemimi feliciter succedere potest.– Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971 http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm.
[2] Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini
Verona, 8 dicembre 1509
Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tanquam fratri carissimo.
Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la Fortuna in una medesima faccienda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et, passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso, che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et, menatomi ad colei, dixe: Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete.
Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vechia si uscì sùbito di casa et serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo, che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina. E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi et neri, cioè canuticci, et benché l’avessi el cocuzolo del capo calvo, per la cui calvitie ad lo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidochio, nondimeno e pochi capelli et rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in su le ciglia; et nel mezo della testa piccola et grinzosa haveva una margine di fuoco, che la pareva bollata ad la colonna di Mercato; in ogni puncta delle ciglia di verso li ochi haveva un mazetto di peli pieni di lendini; li ochi haveva uno basso et uno alto, et uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa et e nipitelli dipillicciati; il naso li era conficto sotto la testa arricciato in su, et l’una delle nari tagliata, piene di mocci; la bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato et da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non havere denti, non poteva ritenere la sciliva; nel labbro di sopra haveva la barba lunghetta, ma rara; el mento haveva lungo aguzato et torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le adgiugneva infino ad la facella della gola. Stando adtonito ad mirare questo mostro, tucto smarrito, di che lei accortasi volle dire: — Che havete voi messere? —; ma non lo dixe perché era scilinguata; et come prima aperse la bocca, n’uscì un fiato sì puzolente, che trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li ochi et il naso, e’ m’andò tale sdegno ad lo stomaco per non potere sopportare tale offesa, tucto si commosse et commosso operò sì, che io le rece’ addosso. Et così, pagata di quella moneta che la meritava, ne parti’. Et per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia; et però voi ringratiate Iddio della speranza havete di rihavere tanto dilecto, et io lo ringratio che ho perduto el timore di havere mai più tanto dispiacere.
Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, et vorre’ pure, giunto ad Firenze, fare qualche trafficuzo. Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. Intendo che Piero di Martino è così sufficiente; vorrei intendessi da lui se ci ha el capo, et rispondetemi; perché, quando e’ non voglia, io mi procaccierò d’uno altro.
De le nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. Salutate Jacopo et raccomandatemi ad lui, et non sdimenticate Marco.
In Verona, die viii Decembris 1509.
Aspecto la risposta di Gualtieri ad la mia cantafavola.
Niccolò Machiavegli
http://www.classicitaliani.it/machiav/p … s.html#170 Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.
[3] Quelli quattro versi che voi scrivete del Riccio, nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli; e in cambio del Machiavello e del Pera vi annestammo Giovanni Machiavelli. Lui ne ha fatto un capo come una cesta; e dice che non sa dove voi avete trovato che tocchi, e che ve ne vuole scrivere in ogni modo; e per un tratto Filippo e io ne avemmo un piacere grande.
[4] http://digilander.libero.it/il_machiave … ttere.html Edizione di riferimento: “Tutte le opere storiche e letterarie di Niccolò Machiavelli”, a cura di Guido Mazzoni e Mario Casella, G. Berbera Editore, Firenze, 1929.
[5] Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 5 gennaio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Victorio benefattori suo observandissimo.
Magnifico oratore. Egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli huomini sieno ciechi nelle cose dove e’ peccono, et quanto e’ sieno acerrimi persecutori de’ vizii che non hanno. Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, hebraiche, caldee, et andarmene sino ne’ paesi del Sophi et dei Prete Janni, et addurreve’li, se li exempli domestichi et freschi non bastassino. Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall’un giubbileo all’altro, et che mai Filippo harebbe pensato che vi desse carico alcuno; anzi gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, et che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario habbia de’ diporti et delli spassi; et questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, et con ciascuno harebbe laudato la prudenza vostra, et commendatovi insino al cielo di tale electione. Dall’altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne havesse ripreso, anzi vi harebbe di questo più commendato che se vi havesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demosthene.
Et se voi havessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro havessino saputo delli ammonimenti l’uno dell’altro, che voi havessi fatto vista di credere loro, et volere observare i loro precepti. Et serrato l’uscio alle puttane, et cacciato via ser Sano, et ritiratovi al grave, et stato sopra di voi cogitativo, e’ non sarebbono a verun modo passati quattro dì, che Filippo harebbe cominciato a dire: Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita più? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno huomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, et parmi che egli habbia molto bene i termini di questa corte, et che sia una utile bazzicatura. Voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui. Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto et maravigliato della absenzia delle dame, et se non ve lo havessi detto, mentre che egli havessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come harebbe fatto Filippo, e’ ve lo harebbe detto in camera da voi a lui. Et per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costì, che tocco et attendo a femmine: subito avvedutomi della cosa, io harei detto: Ambasciadore, voi ammalerete; e’ non mi pare che voi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?
Magnifico oratore, e’ non ci è se non pazzi; et pochi ci sono che conoschino questo mondo, et che sappino che chi vuol fare a modo d’altri non fa mai nulla, perché non si truova huomo che sia di un medeximo parere. Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dì, non sarà mai tenuto pazzo la notte; et che chi è stimato huomo da bene, et che vaglia, ciò che e’ fa per allargare l’animo et vivere lieto, gli arreca honore et non carico, et in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano et buon compagno. Non sanno anche che dà del suo, et non piglia di quel d’altri, et che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a’ vasi che sanno di muffa, et non piglia della muffa de’ vasi.
Pertanto, signore oratore, non habbiate paura della muffa di ser Sano, né de’ fracidumi di mona Smeria, et seguite gli instituti vostri, et lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare et gridare, et poi, come giugno la civetta, è il primo preso. Et Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese, vola cento miglia per trovarne una; et come egli ha piena la gorga, si sta su un pino et ridesi delle aquile, astori, falconi et simili, che per pascersi di cibi delicati si muoiono la metà dell’anno di fame. Sì che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l’uno, et l’altro empiersi il gozzo, et voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.
In Firenze, addì 5 di gennaio 1513.
Niccolò Machiavelli
[6] “tocco et attendo a femmine”. Toccare è un verbo specifico che indica attività omosessuali. Tocco e attendo non sono sinonimi e di questo abbiamo già visto un esempio chiaro in una lettera precedentemente esaminata
[7] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 25 febbraio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Vettorio apud S. Pontificem suo observandissimo.
Rome.
Magnifico oratore. Io hebbi una vostra lettera dell’altra settimana, et sono indugiatomi ad hora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè: poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. Egli è accaduto una cosa gentile, o vero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola, et degna di esser notata nelle antiche carte. Et perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.
Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l’altre ne’ passati giorni, sonata l’Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento, et piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo [cerniere], tolse un frugnuolo [lanterna da caccia], una campanella al braccio, et una buona ramata [strumento per la caccia agli uccelli]. Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de’ Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro, et sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de’ Pisani; dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano, et quello intrattenendo et trovatogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì [riacconciare le penne agli uccelli] dua penne della coda et infine, secondo che gli più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.
Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, et le parabole non bastano, et questa metaphora più non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse, il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. Disse allhora il Brancaccio: — Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno huomo dabbene, et se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua. Sappi che io sono Filippo da Casavecchia, et fo bottega nel tal lato; et perché io non ho danari meco, o tu vieni, o tu mandi domattina a bottega, et io ti satisfarò. — Venuta la mattina, Michele, che era più presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una poliza richiedendoli il debito, et ricordandoli l’obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: — Chi è costui, o che vuole? io non ho che fare seco; digli che venga a me. — Donde che, ritornato il zana a Michele, et narratogli la cosa, non si sbigottì di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, et li concluse che se lui non haveva rispetto ad ingannarlo, egli non harebbe rispetto a vituperarlo; tale che parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega, et li disse: — Michele, tu sei stato ingannato; io sono un huomo molto costumato, et non attendo a queste tristizie; sì che egli è meglio pensare come e’ si habbi a ritrovare questo inganno, et che chi ha ricevuto piacere da te, ti ristori, che entrare per questa via, et senza tuo utile vituperare me. Però farai a mio modo; andra’tene a casa, et torna domani a me, et io ti dirò quello a che harò pensato. — Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, havendo a ritornare, restò paziente. Et rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, et scarso di partiti, fluctuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame. Perché e’ diceva: Se io mi sto cheto, et contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fummi suo debitore, confesso il peccato, et di innocente divento reo: se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri; tutti i torti fieno i mia. Se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non ivi apporre, farò questa inimicizia, et con tutto questo non sarò giustificato.
Et stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l’ultimo; et fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, et pensò che il Brancaccio gli havesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, et che altre volte gli haveva fatto delle natte quando lo botò a’ Servi. Et andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, et narratoli il caso, et dectoli l’oppenione sua, et pregatolo havesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. Giudicò Alberto, come pratico et intendente, che Filippo havesse buono occhio, et promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, et abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: — Darebbet’egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? — A che il fanciullo replicato di sì, lo menò seco in Santo Hilario, dove e’ sapeva il Brancaccio si riparava, et facendogli spalle, havendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l’udì parlare; et girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi; donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, et il Brancaccio vituperato. Et in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: — Se’ tu il Brancaccio, o se’ il Casa? —; « et fuit in toto notissima fabula coelo ». Io credo che habbiate hauto per altre mani questo avviso, pure io ve l’ho voluto dire più particulare, perché mi pare così mio obbligo.
Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l’amore totis habenis, et quel piacere che voi piglierete hoggi, voi non lo harete a pigliare domani; et se la cosa sta come voi me l’havete scritta, io ho più invidia a voi che al re di Inghilterra. Priegovi seguitiate la vostra stella, et non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, et crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi.
Addì 25 di Febbraio 1514.
Niccolò Machiavelli in Firenze
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971
[8] Notoriamente omosessuale. Di Filippo Casavecchia, in Firenze, meglio documentati sono i rapporti che intrattenne con Niccolò Machiavelli, al quale fu legato da forti vincoli di amicizia. La familiarità fra i due, che risaliva certo a prima del 1500, risulta in particolare da un gruppo di cinque lettere inviate dal Casavecchia fra il 1507 e il 1509, durante i soggiorni a Fivizzano e a Barga, e dai riferimenti che compaiono in lettere del Machiavelli ad amici comuni.
[9] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 3 agosto 1514
A Francesco Vettori in Roma.
Voi, compare, mi havete con più avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, et mi havete levato dallo animo infinite molestie, con leggere et pensare a’ piaceri et alli sdegni vostri, perché l’uno non sta bene senza l’altro. Et veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere iusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei, come voi a me, a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili. Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri. Pertanto se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, et dell’altre cose ragionerete con quelli che le stimono più, et le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, et in queste sempre bene et piacere. Valete.
Ex Florentia, die III Augusti 1514.
Vostro Niccolò Machiavelli
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
[10] Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli
Roma, 16 gennaio 1515
Spectabili viro Nicholò Machiavelli in Firenze.
† A’ dì 16 di Gennaio 1515.
Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: « Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit? ». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha. Ha un padre il figluolo e dice volerlo nutrire honesto: non di meno gli chomincia a dare un maestro che tutto dì stia con lui et che habbi commodità farne a suo modo, e gli lascia leggere qualchoxa da fare risentire un morto. La madre lo pulisce, lo veste bene, acciò che piaccia più: quando chomincia crescere, gli dà una camera terrena, dove sia cammino e tutte le altre commodità, perché possa sguazare a modo suo, e menarvi e condurvi chi gli pare. E tutti facciamo choxì, et errano in questo, più quelli a’ quali pare essere ordinati: e però non è da maraviglarsi ch’e nostri giovani sieno tanti lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educatione. Et voi et io, anchor che siamo vechi, riteniamo in qualche parte e chostumi presi da giovani, et non c’è rimedio. Duolmi non essere chostì, perché potessimo parlare insieme di queste choxe et di molte altre.
Ma voi mi dite choxa che mi fa stare admirato: d’havere trovato tanta fede e tanta chompassione nella Riccia che, vi prometto, li ero per amor vostro partigiano, ma hora li son diventato stiavo, perché il più delle volte le femmine soglono amare la fortuna et non li huomini, et quando essa si muta mutarsi anchor loro. Di Donato non mi maraviglo perché è huomo di fede, e oltre a questo pruova del continuo il medesimo che voi.
Io vi scripsi che l’otio mi faceva innamorato et choxì vi raffermo, perché ho quasi faccenda nessuna. Non posso molto leggere, rispetto alla vista per l’età diminuita: non posso ire a solazo se non achompagnato, e questo non si può far sempre: non ò tanta auctorità né tante facultà che habbi a essere intratenuto; se mi ochupo in pensieri, li più mi arrechono melanchonia, la quale io fuggo assai; e di necessità bixogna ridursi a pensare a choxe piacevole, né so chosa che dilecti più a pensarvi e a farlo, che il fottere. E filosofi ogni huomo quanto e’ vuole, che questa è la pura verità, la quale molti intendono choxì ma pochi la dichano. Fo pensiero a primavera ridurmi a voi, se mi fia lecito, e parleremo insieme di questo et molte altre choxe. Racomandatemi a Filippo, Giovanni e Lorenzo Machiavelli e a Donato. Christo vi guardi.
Francesco Victori oratore in Roma
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm Edizione di riferimento: Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971
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giovedì 3 luglio 2014

ACHILLE E PATROCLO OMOSESSUALI ?

Nel 2004 si è fatto di nuovo un gran parlare di Achille e Patroclo in occasione dell’uscita del film Troy, un bel film, certo, ma lontanissimo per spirito e spesso per contenuti dall’Iliade di Omero. Il classico interrogativo circa la presunta omosessualità di Achille e di Patroclo è stato affrontato nel corso degli anni nei modi più vari e in questo articolo cercheremo di capire come, ma, va innanzitutto sottolineato che Achille e Patroclo non sono due personaggi qualsiasi ma sono due eroi archetipici di un’epica che appartiene ad un mondo ormai lontanissimo dal nostro sotto moltissimi punti di vista.Ammesso che la parola omosessuale possa applicarsi ad Achille e ad Patroclo, va comunque intesa nel quadro di una società in cui la violenza e la forza fisica erano dominanti e la morte, specialmente in guerra, era un avvenimento comune. Va aggiunto che qui si tratta di persone ai vertici della società di allora, cioè di principi e di re, anche se il titolo di re va inteso nel senso di re di una città-stato o di re di un’isola.
Ftia, una città della Tessaglia, patria di Achille, divesnne dominio di Peleo, figlio di Eaco e padre di Achille, che aveva sposato Antigone, figlia del re fi Ftia Attore. Ma poi nella spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro Peleo conobbe la nereide Teti, e la sposò alla presenza di tutti gli Dei, esclusa la dea della discordia Eris che, infuriata, lanciò in quell’occasione il pomo d’oro della discordia con la scritta “Alla più bella!”. Ne nacque grande lite tra le dee sui fosse la più bella tra esse, Giove si astenne dal giudizio e il principe troiano Paride fu incaricato di scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite.
Paride scelse Afrodite che gli aveva promesso, se fosse stata scelta, l’amore di Elena, la donna più bella tra i mortali. Elena, che per la sua bellezza aveva avuto decine di pretendenti illustri tra i principi achei aveva sposato Menelao re di Sparta, fratello minore di Agamennone re di Micene. Paride, forte della promessa di Afrodite, rapì Elena e ne derivò la guerra di Troia come vendetta di un simile oltraggio.
Patroclo era figlio di Menezio, re di Opunte nella Locride (Pindaro, Olimpiche, IX, versi 69-70. Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 13.) anche se Esiodo (citato dal commento di Eustazio a Omero, Iliade, libro I, verso 337.) avrebbe sostenuto che Patroclo fosse figlio di Eaco e quindi zio si Achille (non cugino come nel film Troy), ma questa citazione indiretta di Esiodo è l’unica che va in questa direzione, ne conseguirebbe comunque che, almeno tendenzialmente, Patroclo non sarebbe della stessa generazione di Achille ma di quella precedente cioè quella di Peleo, padre di Achille e fratello o fratellastro di Patroclo secondo Esiodo.
Patroclo, costretto ad abbandonare la sua città insieme col padre, si rifugiò presso Peleo e divenne compagno inseparabile di Achille. Patroclo si recò nel palazzo di Tindaro per chiedere la mano di Elena. Si liberò di un altro scomodo pretendente, un certo Las, uccidendolo prima che si presentasse alla corte del re. Sia Apollodoro (Bib., III, 10, 8) che Gaio Giulio Igino (Fab., LXXXI, XCVII) citano Patroclo tra i pretendenti di Elena, era quindi diffusa e accettata una tradizione che riconosceva l’eterosessualità o almeno la bisessualità di Patroclo.
Come si vede si tratta di complessi impasti mitologici in cui di storico c’è ben poco e non va mai dimenticato che gli eventi risalgono a prima del 1200 a.C. e che i primi appunti scritti di tradizione omerica possono essere datati al 720 a.C. circa, quasi cinque secoli dopo i fatti, secoli duranti i quali la tradizione orale aveva via via consolidato alcune linee narrative.
Probabilmente già nel VI secolo dovevano circolare esemplari dell’Iliade o almeno di vaste sezioni del poema, quale adesso lo conosciamo.
È noto che Aristotele alla fine del IV secolo fece predisporre un’edizione intera dell’Iliade e dell’Odissea da destinare all’uso del suo discepolo Alessandro Magno.
Tutto questo discorso serve a dare un’idea di quanto la tradizione orale risalente al 1200 a.C. possa essere stata manipolata nel corso di parecchi secoli.
Prima di passare all’analisi dei personaggi attraverso l’Iliade dobbiamo tenere presente che ci sono delle tradizioni relative ad Achille, non derivanti dall’Iliade, ma che si sono tuttavia consolidate, una di queste è la vicenda di Achille a Sciro, testimoniata soprattutto dall’Achilleide di Stazio, un poema di età Domizianea, quindi mille miglia lontano dal clima e dell’ambiente originario omerico. Alla vicenda di Achille a Sciro può essere però riconosciuto un peso nell’ambito del nostro discorso sulla sessualità di Achille.
Teti, madre di Achille, temendo che il figlio potesse morire in guerra, lo mandò, travestito da principessa straniera, e sotto il nome di Pirra (la rossa), alla corte di Licomede, re di Sciro, ove rimase tra le figlie del re e si innamorò di una di queste, Deidamia, da cui ebbe un figlio, Neottolemo, soprannominato Pirro, Tolomeo Efestione, così come testimonia Fozio nella sua Biblioteca, parla anche di un secondo figlio di Achille e Deidamia, di nome Oneiros, tutti gli altri però citano solo Neottolemo.
La storia di Achille a Sciro non è omerica ma lascia pensare che esistesse e fosse ben radicata anche un’immagine di Achille eterosessuale o almeno bisessuale.
Cerchiamo ora di partire da Omero direttamente per capire chi fossero Achille e Patroclo o meglio quale immagine se ne può avere leggendo l’Iliade.
Partiamo proprio dalla eterosessualità o almeno della bisessualità di Achille e Patroclo. Omero scrive (Traduzione di Vincenzo Monti):
Nel chiuso fondo della tenda ei pure
Ritirossi il Pelíde, ed al suo fianco
Lesbia fanciulla di Forbante figlia
Si corcò la gentil Dïomedea.
Dormì Patróclo in altra parte, e a lato
Ifi gli giacque, un’elegante schiava
Che il Pelíde donògli il dì che l’alta
Sciro egli prese d’Enïeo cittade.
Iliade IX 845.852
Questo brano mostra l’eterosessualità o almeno la bisessualità sia di Patroclo che di Achille e giustifica sia la tradizione di un Achille sposo di Deidamia e padre di Neottolemo sia quella di un Patroclo pretendente della bella Elena che arriva all’omicidio per di eliminare un concorrente in amore.Omero narra soltanto le vicende dell’ultimo anno della guerra di Troia e solo fino alla morte di Ettore. La storia del cavallo di Troia non ha niente a che vedere con l’Iliade . Giova qui però tenere presente che Euripide, nella sua Ifigenia in Aulide, parla esplicitamente di Achille. Quando le navi per la spedizione contro Troia sono ormai allineate nel porto di Aulide di Beozia e tutto è pronto per la partenza, non tira un alito di vento.
L’indovino Calcante vaticina che il vento tornerà favorevole solo se Agamennone sacrificherà una delle sue figlie. Ulisse persuade Agamennone a mandare un messaggio ad Ifigenia per farla venire subito al porto di Aulide prefigurandole la possibilità di un matrimonio con Achille. Agamennone acconsente ma poi si pente e invia alla figlia un secondo messaggio in cui le dice di non venire in Aulide.
Manelao intercetta il secondo messaggio e accusa Agamennone di tradimento. Frattanto Ifigenia arriva in Aulide, comprende di essere destinata al sacrificio e chiede pietà, spalleggiata da Achille, infuriato che si sia usato il suo nome per un inganno tanto vergognoso, ma poi Ifigenia comprende che il suo sacrificio potrà essere la salvezza della flotta e offre spontaneamente la sua vita.
Al momento del sacrificio però Artemide la salva e fa comparire al suo posto una cerva. Il sacrifico della cerva si compie e la flotta parte per Troia coi migliori auspici. All’inizio della guerra di Troia, quindi, secondo la tradizione di Euripide, Achille era già in età di sposarsi. Sottolineo che questa tradizione è del tutto indipendente da quelle del matrimonio di Achille con Deidamia, ma si tratta comunque di un’altra tradizione che comporta o comporterebbe l’eterosessualità o almeno la bisessualità di Achille.
Ma torniamo all’Iliade. L’abbandono del campo di battaglia da parte di Achille, infuriato perché Agamennone gli ha tolto la schiava Briseide, provoca molti lutti e molta strage fra gli Achei. Agamennone si offre di restituire Briseide con molti doni purché Achille torni alla guerra, ma Achille, indignato non ne vuole sapere, Patroclo lo supplica in lacrime prudentemente perché torni a combattere, perché lui solo potrà risollevare la sorti della guerra ma questa è la sprezzante risposta che riceva:
Perchè piangi, Patróclo? Bamboletta
Sembri che dietro alla madre correndo
Torla in braccio la prega, e la rattiene
Attaccata alla gonna, ed i suoi passi
Impedendo piangente la riguarda
Finch’ella al petto la raccolga. Or donde
Questo imbelle tuo pianto? Ai Mirmidóni
O a me medesmo d’una ria novella
Sei forse annunziator? Forse di Ftia
La ti giunse segreta? E pur la fama
Vivo ne dice ancor Menézio, e vivo
Tra i Mirmidón l’Eàcide Peléo,
D’ambo i quali d’assai grave a noi fôra
Certo la morte. O per gli Achei tu forse
Le tue lagrime versi, e li compiagni
Là tra le fiamme delle navi ancisi,
E dell’onta puniti che mi fêro?
Iliade XVI 7-24
Achille rimprovera Patroclo di pianto imbelle, quasi Patroclo fosse una bambina che supplica di essere prese in braccio dalla madre, gli ricorda che non c’è ragione di pianto, che suo padre Menezio è vivo, come è vivo Peleo padre di Achille, per la cui morte, sì, avrebbe senso piangere, e gli ricorda che se quel pianto è versato per i suoi compagni morti, ciò che accade è la giusta punizione per l’affronto che Achille ha dovuto subire.Qui Patroclo è animato da forti sentimenti di umanità e ragiona come un adulto mosso da altruismo, mentre Achille si dimostra immaturo e infantile nel voler perdurare nel suo diniego di combattere.
L’imbelle Patroclo era un guerriero fortissimo e solo nell’Iliade Omero cita 26 uomini, alcuni dei quali fortissimi, abbattuti da Patroclo in battaglia. Patroclo era forte ma umano, Achille era fortissimo in battaglia ma inumano e ne vedremo degli esempi terribili.
Patroclo supplica Achille di concedergli almeno di indossare le sue armi con le quali correre in aiuto dei suoi compagni, in questo modo potrà terrorizzare i troiani che penseranno che Achille sia tornato a combattere. Achille concede le sue armi a Patroclo e questi si getta nella mischia, fa strage, porta aiuto ai suoi, ma alla fine, per intervento diretto degli dei è indebolito e Ettore lo trafigge e lo uccide ed è deciso a fare scempio del suo cadavere:
Per l’atra polve intanto
Strascinava di Pátroclo la nuda
Salma il duce troiano, onde troncarne
Dagli omeri la testa, e far del rotto
Corpo ai cani di Troia orrido pasto.
Iliade XVII 149-153
Divampano furibonde le lotte per togliere ad Ettore il cadavere di Patroclo, che ormai Ettore ha spogliato della armi di Achille. L’importanza dell’eroismo di Patroclo e l’affetto che gli portano i suoi compagni è testimoniato dal furore col quale combattono per strapparlo ai nemici almeno da morto.Antiloco si presenta ad Achille e gli annuncia la morte di Patroclo e solo a questo punto Achille capisce finalmente la gravità delle conseguenze del suo diniego e la grandezza di Patroclo, ma ormai Patroclo è morto e invece di incolparne se stesso, Achille ne incolpa Ettore e giura di vendicare la morte di Patroclo.
Teti esce del mare e cerca di consolare il figlio per la morte del suo compagno:
Con un forte sospir rispose Achille:
O madre mia, ben Giove a me compiacque
Ogni preghiera: ma di ciò qual dolce105
Me ne procede, se il diletto amico,
Se Pátroclo è già spento? Io lo pregiava
Sovra tutti i compagni; io di me stesso
Al par l’amava, ahi lasso! e l’ho perduto.
Iliade XVIII 103-109Figlio, nol dir (riprese lagrimando
La Dea), non dirlo, chè tua morte affretti:
Dopo quello d’Ettór pronto è il tuo fato.
Lo sia (con forte gemito interruppe
L’addolorato eroe), si muoia, e tosto,
Se giovar mi fu tolto il morto amico.
Ahi che lontano dalla patria terra
Il misero perì, desideroso
Del mio soccorso nella sua sciagura.
Or poichè il fato riveder mi vieta
Di Ftia le care arene, ed io crudele
Nè Pátroclo aitai nè gli altri amici
De’ quai molti domò l’ettórea lancia,
Ma qui presso le navi inutil peso
Della terra mi seggo, io fra gli Achei
Nel travaglio dell’armi il più possente,
Benchè me di parole altri pur vinca,
Pera nel cor de’ numi e de’ mortali
La discordia fatal, pera lo sdegno
Ch’anco il più saggio a inferocir costrigne,
Che dolce più che miel le valorose
Anime investe come fumo e cresce.
Tal si fu l’ira che da te mi venne,
Agamennón. Ma su l’andate cose,
Benchè ne frema il cor, l’obblío si sparga,
E l’alme in sen necessità ne domi.
Iliade XVIII 126-151
Achille è angosciato:
Mentre col cibo a rivocar le forze
Intendono i Troiani, in alti lai
L’intera notte dispendean gli Achivi
Sovra il morto Patróclo, e prorompea
Fra loro in pianti sospirosi Achille,
La man tremenda sul gelato petto
Dell’amico ponendo, e cupi e spessi
I gemiti mettea, come talvolta
Ben chiomato lïone a cui rapío
Il cacciator nel bosco i lïoncini.
Iliade XVIII 425-434
A piangere il morto Patroclo non c’è però solo Achille ma anche Briseide e il passo mette un’altra volta in evidenza l’umanità di Patroclo:
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patróclo! oh caro e dolce amico
D’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
Partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
L’uomo a cui diermi i genitor, trafitto
Dinanzi alla città, vidi d’acerba
Morte rapiti tre fratei diletti;
E quando Achille il mio consorte uccise
E di Minete la città distrusse,
Tu mi vietavi il piangere, e d’Achille
Farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
Tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
Il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
O sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
Così piange: piangean l’altre donzelle
Pátroclo in vista, e il proprio danno in core.
Iliade XIX 281-301
Briseide ricorda che Achille ha ucciso i suoi tre fratelli e anche il suo sposo e ha distrutto la sua città prima di prenderla come schiava, solo Patroclo le consentiva di trattenere le lacrime e le diceva che lui l’avrebbe fatta sposa di Achille e che condotta a Ftia sarebbe divenuta regina dei Mirmidoni dopo un grande banchetto nuziale. Briseide chiama Patroclo “eroe sempre mite”.La condizione delle donne preda di guerra doveva essere veramente terribile, se per Briseide poteva essere considerata una consolazione essere sposata dall’uomo che aveva distrutto la sua città e aveva ucciso il marito e i tre fratelli. Sottolineo che sia Briseide che la altre schiave si rendono perfettamente conto che dopo la morte di Patroclo la loro vita sarà molto peggiore.
Achille torna a combattere perché ha promesso che dovrà portare i cadavere di Ettore a giacere accanto a quello di Patroclo, ma non si limita a questo, dopo aver fatto strage, cattura vivi dodici giovinetti troiani che scannerà sulla pira di Patroclo:
Poichè stanca d’ucciderli il Pelíde
Sentì la destra, dodici ne prese
Vivi e di scelta gioventù, che il fio
Dovean pagargli dell’estinto amico
Stupidi per terror come cervetti
Fuor degli antri ei li tira, e co’ politi
Cuoi di che strette avean le gonne, a tutti
Dietro annoda le mani, e a’ suoi compagni
Onde trarli alle navi li commette.
Iliade XXI 36-45
Nel libro XXI, Troiani in fuga cercano rifugio nelle acque dello Scamandro, Achille li insegue e fa strage anche lì. Nella sua furia si trova davanti a Licaone, fratello di Polidoro, che già era stato catturato da lui e venduto come schiavo ed aveva riacquistato la libertà solo da undici giorni; Licaone implora Achille di avere pietà, ma Achille lo uccide a sangue a freddo manifestando così tutta la sua violenza vendicatrice.
Non volermi, Achille,
Trucidar: d’uno stesso alvo io non nacqui
Con Ettor che t’ha morto il caro amico.
Così pregava umíl di Prìamo il figlio;
Ma dispietata la risposta intese.
Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
Pria che Patróclo il dì fatal compiesse,
Erami dolce il perdonar de’ Teucri
Alla vita, e di vivi assai ne presi,
Ed assai ne vendetti: ora di quanti
Fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
Nessun da morte scamperà, nessuno
De’ Teucri, e meno del tuo padre i figli.
Muori dunque tu pur. Perchè sì piangi?
Morì Patróclo che miglior ben era.
E me bello qual vedi e valoroso
E di gran padre nato e di una Diva,
Me pur la morte ad ogni istante aspetta,
E di lancia o di strale un qualcheduno
Anche ad Achille rapirà la vita.
Sentì mancarsi le ginocchia e il core
A quel dir l’infelice, e abbandonata
L’asta, accosciossi coll’aperte braccia.
Strinse Achille la spada, e alla giuntura
Lo percosse del collo. Addentro tutto
Gli si nascose l’affilato acciaro,
E boccon egli cadde in sul terreno
Steso in lago di sangue. Allor d’un piede
Presolo Achille, lo gittò nell’onda,
E con acerbo insulto, Or qui ti giaci,
Disse, tra’ pesci che di tua ferita
Il negro sangue lambiran securi.
Iliade XXI 131-162
Ma Achille non capisce che non riuscirà a ritrovare la serenità con la sua furia omicida.
Ma fra tutti piagnea dirottamente
Achille, e poste le omicide mani
Dell’amico sul cor, Salve, dicea,
Salve, caro Patróclo, anco sotterra.
Tutto io voglio compir che ti promisi.
D’Ettore il corpo al tuo piè strascinato
Farò pasto de’ cani, e alla tua pira
Dodici capi troncherò d’eletti
Figli de’ Teucri, di tua morte irato.
Iliade XXIII 21-29
Stanco e sfibrato dall’angoscia finalmente Achille si addormenta e sogna Patroclo che ricorda la loro giovinezza comune e gli chiede che quando anche il destino di Achille sarà compiuto le loro ceneri risposino in una sola urna d’oro.Achille gli si avvicina, cerca di abbracciarlo ma in vano perché il suo abbraccio nulla stringe. A questo abbraccio si ispirerà Virgilio per l’addio di Enea ad Anchise nel libro VI dell’Eneide.
Ma Achille non ritrova la pietà nemmeno davanti al cadavere di Patroclo e sgozza di sua mano i dodici giovinetti troiani prigionieri
Preso alfin da spietata ira, le gole
Di dodici segò prestanti figli
De’ magnanimi Teucri, e sulla pira
Scagliandoli, destò del fuoco in quella
L’invitto spirto struggitor, che il tutto
Divorasse, e chiamò con dolorosi
Gridi l’amico: Addio, Patróclo, addio
Ne’ regni anche di Pluto. Ecco adempite
Le mie promesse: dodici d’illustre
Sangue Troiani si consuman teco
In queste fiamme, ed Ettore fia pasto
Delle fiamme non già, ma delle belve.
Iliade XXIII 233-244
Alla fine di questo esame dei personaggi di Achille e Patroclo nell’Iliade emerge la dignità umana di Patroclo e la violenza cieca di Achille, i due sono in realtà due aspetti contrastanti della natura umana. Ci chiediamo se in tutto questo c’entri o meno l’omosessualità, certo tra questi due uomini, entrambi pienamente adulti, c’è un rapporto affettivo profondo, tuttavia, stando ai testi omerici non ha alcun senso parlare di omosessualità almeno nella dimensione strettamente sessuale del termine, la mia lettura però contrasta con altre di grande autorità, in primo luogo con quella di Platone che va considerata con molta attenzione, pur dando per scontato che Platone tende spesso a vedere una dimensione omosessuale anche dove in realtà, ad un occhio moderno, non compare nulla del genere.Nel Simposio Platone ricorda che gli dei concessero ad Alcesti, moglie di Admeto, di uscire dal regno di morti e di tornare a vivere perché Alcerti aveva accettato di mettere a rischio la sua vita per amore, ma gli stessi dei avevano mandato via dall’Ade Orfeo, figlio di Eagro, senza concedergli nulla: gli mostrarono soltanto un’immagine della donna per la quale era venuto (Euridice). La sua anima, infatti, sembrava loro debole, perché altri non era che un suonatore di cetra; non aveva avuto il coraggio di morire, come Alcesti, per il suo amore, ma aveva cercato con tutti i mezzi di penetrare da vivo nel regno dei morti.
Quindi Platone prosegue (Simposio 179e-180b):
“È certamente per questa ragione che essi gli hanno inflitto questa punizione e hanno fatto in modo che morisse per mano delle donne (fatto a pezzi durante un’orgia dionisiaca). Non hanno agito nello stesso modo con Achille, il figlio di Teti: l’hanno trattato con onore, aprendogli la via per le isole dei beati. Achille infatti, avvertito dalla madre che sarebbe morto se avesse ucciso Ettore, e sarebbe invece tornato al suo paese finendo i suoi giorni da vecchio se non lo avesse fatto, scelse con coraggio di restare al fianco di Patroclo, il suo amante, vendicandolo: scelse non di morire per salvarlo, perché era già stato ucciso, ma di seguirlo sulla via della morte.
Così gli dei, pieni di ammirazione, gli hanno tributato onori eccezionali, per aver posto così in alto il suo amante. Eschilo scherza quando pretende che Achille sia l’amante di Patroclo: Achille era più bello non soltanto di Patroclo, ma anche di tutti gli altri eroi messi insieme; era un ragazzo, non aveva ancora la barba, ed era quindi assai più giovane di Patroclo, come dice Omero.
Così se gli dei onorano soprattutto questo particolare tipo di coraggio che si mette al servizio dell’amore, essi ammirano, stimano, ricompensano ancor di più la tenerezza dell’amato per l’amante che quella dell’amante per i suoi amati. L’amante, infatti, è più vicino al dio dell’amato, perché un dio lo possiede. Ecco perché gli dei hanno onorato Achille più che Alcesti, aprendogli la via per le isole dei beati. Ecco dunque, io lo dichiaro, Eros è tra gli dei il più antico e il più degno, ha i maggiori titoli per guidare l’uomo sulla via della virtù e della felicità, sia in vita che nel regno dell’aldilà.”
Non solo Platone dà per scontato che si tratta di un amore omosessuale ma lo inquadra nella categorie della pederastia di età classica che separa nettamente le posizioni dell’amante (erastes), più grande, un adulto con ruolo sessuale attivo, e dell’amato (eromenos), più giovane, un adolescente con ruolo sessuale passivo.
Secondo Platone Achille era più giovane di Patroclo come risulterebbe da Omero, anche se in realtà Omero non lo dice. Platone considera un segno della differenza di età il fatto che le rappresentazioni pittoriche ritraggano Achille senza barba e Patroclo con la barba e ne deduce che Achille, non potesse che essere l’amato (l’eromenos) e che proprio perché non da amante ma da amato aveva scelto la morte per seguire il suo compagno, il suo gesto fosse stato considerato dagli dei di rarissima nobiltà. Platone accenna al fatto che Eschilo (nei Mirmidoni) avrebbe considerato Achille l’amante e Patroclo l’amato ma considera questo fatto una celia di Eschilo perché la cosa gli sembra palesemente assurda.
In un frammento dei Mirmidoni effettivamente Eschilo tratta della omosessualità di Achille e Patroclo accennando in modo esplicito ad un rapporto sessuale: Achille davanti al cadavere dell’amico morto, lo accusa di aver tradito il loro amore: “Tu non hai rispettato la purezza augusta delle tue cosce (sesso intercrurale), malgrado i nostri baci”.
Bastano queste testimonianze o meglio queste letture del mito omerico per parlare di omosessualità di Achille e Patroclo? Probabilmente no. Tra Achille e Patroclo tuttavia sussiste, nell’Iliade, un rapporto affettivo fortissimo tra adulti che per molti aspetti rimanda all’affettività omosessuale vista con un’ottica moderna. Onestamente parlerei soprattutto di omoaffettività, che compare in modo fortissimo, e sarei portato a ritenere comunque una forzatura sia la lettura di Platone che quella di Eschilo perché tipizzare il rapporto tra Achille e Patroclo come una forma di pederastia urta conto l’evidenza che si trattava comunque di due adulti. Achille, che sarebbe il più giovane dei due, aveva combattuto a Troia per 10 anni e vederlo nel ruolo dell’eromenos sembra proprio un’incongruenza e a maggior ragione il ruolo di eromenos è palesemente incongruo anche per Patroclo.
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domenica 29 giugno 2014

TORQUATO TASSO OMOSESSUALE

La Storia della Letteratura Italiana ha presentato per secoli Torquato Tasso come l’incarnazione degli scrupoli e delle ossessioni della Controriforma, Leopardi, che conosceva molto bene opera e l’anima di Tasso, trovava in lui un’affinità poetica e direi morale profonda. Se si cercano delle affinità sostanziali tra Tasso e Leopardi e non ci si ferma alla superficie, si arriva alla conclusione che uno dei punti di contatto più forti, se non il più forte è rappresentato dalla omosessualità. La Gerusalemme liberata è il poema degli amori impossibili; il duello finale di Tancredi e Clorinda ricorda il “ciascuno uccide colui che ama” del Querelle de Brest di Fassbinder sul romanzo di Jean Genet.
La storia ufficiale di Tasso è già di per sé complicatissima, pochi personaggi hanno una vita così frenetica e piena di ansie e di stravolgimenti. Tasso era un uomo di corte, certo, il tipico vaso di coccio tra i vasi di ferro, un uomo che ha patito la violenza della vita di corte in tutte le sue forme, fino al ricovero forzato in manicomio a sant’Anna. Malattia di mente? Segregazione per ragioni politiche? Non lo sapremo mai.
Ma accanto alla storia ufficiale di Tasso c’è una storia segreta che è bene conoscere e in questa storia segreta l’omosessualità ha un ruolo fondamentale, ma attenzione a non assimilare l’omosessualità di Tasso al concetto moderno di omosessualità. Per capire che cosa sia l’omosessualità di Tasso bisogna calarsi nella sua epoca, in un ambiente controriformistico in cui già la sessualità etero era un tabù e l’omosessualità era violentemente repressa. A quel tempo il termine omofobia interiorizzata avrebbe avuto una pregnanza che oggi è ampiamente sfumata. Non si parlava di omosessualità se non in tono minore relativamente alle letterature classiche. Scoprirsi gay poteva essere veramente traumatico e l’idea del coming out pubblico era di fatto equivalente al suicidio.
Intendo fermarmi qui su un breve periodo della vita di Tasso che va dal Maggio 1576 ai primi di Gennaio 1577. Ricordo che Tasso nel 1576, ai soliti sentimenti di frustrazione per la vita stentata cui era costretto nonostante fosse già poeta di fama, aveva aggiunto un altro motivo di preoccupazione e cioè l’idea di essere spiato. Provocato dal cortigiano Ercole Fucci gli aveva dato uno schiaffo e il Fucci gli aveva rifilato alcune bastonate. Un servo aveva rivelato a Tasso che in sua assenza Ascanio Giraldini, un uomo della corte, aveva cercato forzare la porta della sua stanza per tentare di appropriarsi di alcuni manoscritti di Tasso.
“Ora dica M. Luca ch’io son troppo sospettoso. Non posso tacer una delle prodezze di Brunello. Egli sempre, ch’io andava fuori mi dimandava la chiave delle mie stanze, mostrando di volersene servir in fatti d’amore, e io gliela concedeva, serrando però la camera dov’io tenea i libri e le scritture. Nella quale era una cassetta, in cui oltre le mie composizioni, io riserbava gran parte delle lettere di V.s. e di M. Luca, e quelle particolarmente, che contenevano alcuno avvertimento poetico [omissis] Con questo sospetto cominciai ad andar pescando, e intesi finalmente da un servitor del Conte Luigi Montesucoli mio vicino, che quando io era in questa Quaresima in Modana , vide entrare col Brunello, essendo già notte, un magnano [fabbro] nelle mie stanze. Tanto andai poi cercando. che trovai il magnano, il qual mi confessò d’essere stato in corte ad aprir una camera, della quale diceva il conduttor d’aver perduta la chiave. V.s. argomenti il resto, quella è una delle sue frodi, ma ce ne son molte altre, non men belle: e credo che ve ne siano alcune di molta maggiore importanza; ma io non me ne posso accertare. Mi consola che io stracciava tutte le lettere di V.s. e di M. Luca nelle quali era detta liberamente alcuna cosa, trattone quelle de i particolari dello Sperone. Altro non mi occorre per ora, se non che a V.s. Illustr. bacio con ogni affetto le mani. Di Ferrara.”
M. Luca di cui parla Tasso e Monsignor (un appellativo al tempo usato anche per i laici) Luca Scalabrino, un personaggio di alto livello culturale di cui non sono riuscito a trovare l’esatta data di nascita ma che doveva essere più o meno coetaneo di Tasso. Scalabrino si era innamorato di Tasso e aveva commesso la leggerezza (chiamiamola così) di farne cenno al 21enne Orazio Ariosto (discendente dell’autore dell’Orlando furioso) il quale, a sua volta, aveva riportato la notizia allo stesso Tasso che a tutta prima aveva reagito male.
A Luca Scalabrino. – Roma. 1576
“Avete il torto in mille modi; e sia detto con vostra pace. Scrivendo a me, peccate in materia ed in forma; ma io non ne incolpo se non me stesso. Tanto mi basta di rispondere ad una parte de la vostra lettera, a la quale risponderò più a lungo come avrò letto non una volta l’Alfabeto greco, ma dieci o venti volte i Salmi: frattanto siate sicuro che io v’ ho sempre amato, e vi amo svisceratamente; non sono ancora tanto pazzo che, amandovi com’io fo , debba con tanto ardore procurare la vostra vergogna. De’ miei secreti sono signore, e posso senza offesa altrui, rivelarne quella parte che mi piace a chi voglio. De gli altrui, tanto ne dico quanto piace a chi li commette a la mia fede; e se io altre volte ho discoperto, contro vostra voglia, a vostro padre il vostro male, l’ho fatto per soverchio zelo de la vostra salute, de la quale son risoluto di non volere aver maggior cura di quella che voi vogliate che s’abbia: ma ben vuo’ pregarvi, per l’amore che vi porto, che se io rimango sodisfatto di voi, a cui nulla ascosi mai de i miei pensieri, che non usiate meco estraordinaria secretezza di alcuni vostri o affetti o disegni che a molti son palesi, né dobbiate poi sdegnarvi contra me se alcuna particella a caso, non la cercando io, me n’è riferita; o almeno sfogate meco tutto questo sdegno senza dimostrarlo altrui; che ciò non potete fare, che non diate insieme a divedere che poco m’amiate e nulla mi prezziate. Ho detto più di quello ch’io voleva: perdonatemi; che la mano, spronata da un giusto dolore, è trascorsa mal grado de la volontà. Ora passiamo ad altra materia.
Di Ferrara, il IX di Maggio
Amorevol Fratello e S. (servitore)
Il Tasso”
Scalabrino rimase impaurito dal linguaggio di Tasso e inviò all’Ariosto una lettera in cui lo accusava di avere fatto pettegolezzi con tutti e in particolare con il Tasso noto per non saper tenere la lingua a posto. Scalabrino si vedeva già in situazioni molto difficili ma poco tempo dopo le paure furono messe da parte e il dialogo tra Tasso e lo Scalabrino divenne esplicito.
“Vostra Signoria per l’ultima sua mi dimanda perdono di non m’aver palesato il suo amor concupiscibile; e per l’altre sue, che prima m’ha scritto, ha sempre mostrato di credere ch’io sia sdegnato con esso lei, pereh’ella non m’abbia rivelato questo suo desiderio carnale, e rende assai onesta cagione de la sua segretezza e del silenzio usato meco. Io, che ho deliberato di confermar quella deliberazione ch’io feci molt’anni sono; cioè d’aver Vostra Signoria non solo per caro e cordiale amico, ma per lo più caro e per lo più intrinseco di tutti gli altri, ed in somma per parte de l’anima mia; non voglio più lungamente lasciarla in questo errore e in questo inganno: e se pur non s’inganna, ma vuol mostrar d’ingannarsi, non le voglio lasciar questo pretesto, né posso soffrire c’almeno ne le cose mie, e in quel c’appartiene a me, ella non corrisponda a la mia ingenuità, o sciocca o filosofica che sia. Sappia dunque, ch’io non mi sdegnai perché Vostra Signoria non mi scoprisse il suo amore (c’a a questo per nessuna ragione voi eravate obbligato); ma mi sdegnai perché voi vi recaste a cosi grande ingiuria che l’Ariosto me n’accennasse un non so che. Non solo vi sdegnaste, ma a lui scriveste in modo che ben si poteva comprendere che vi riputavate offeso da lui gravemente. A me poi scriveste una lettera piena di tanto disprezzo, che nulla più. Confesso c’avevate occasione di dolervi fra voi stesso, che l’Ariosto avesse palesato questo secreto a me, il quale so mal tacere i miei propri secreti; ma certo nissuna ragione voleva che, per cosa di si poca importanza, cosi apertamente fosser da voi dette parole cosi acerbe e a lui e a me medesmo contra la mia riputazione. L’amico deve ricoprire i difetti de l’amico; ed io, che sono il più loquace uomo del mondo, non ho mai detto cosa alcuna c’a voi possa spiacere, né in questa né in altra occasione; se non solo che palesai a vostro padre ed a m. Antenore la vostra infermità per soverchia gelosia de la vostra salute. E Dio mi sia testimonio, che di nissun altro vostro particolare ho io ragionato, se non in quel modo ch’io ho saputo, non che creduto c’a voi fosse caro. Ma sia qui il fine de le mie querele. Io mi ricorderò solamente le tante cortesie ed amorevolezze ch’io ho ricevuto da voi; e di questa baia non terrò memoria, ma perdonerò l’impeto di quelle lettere a la vostra natura; si come prego voi a perdonare a la mia l’acerbità d’alcune lettere, ne le quali, esortandovi al purgarvi, usava luoghi troppo aspri e veementi. Siam patti e pagati, come si dice: da ora inanzi io, non iscemando punto né de l’amore né de la confidenza che ho in voi, mi guarderò di provocar la vostra collera. Io vi dimando perdono de le lettere passate: a voi non occorre dimandarlo a me com’a superiore, perochè io in nessuna cosa vi sono superiore, e in molte vi cedo. E se pur volete usare questa creanza, usatela senza offendermi, mentre volete sodisfarmi: che non la superiorità de la persona, ma la superiorità de la causa mi fa meritevole che da voi mi sia chiesto perdono; ed io vel concedo, e voi concedetelo a me, e brindisi!. . .e più non si parli di queste co.. . In somma, io son tutto vostro.”
Sono probabilmente queste le lettere che i cortigiani andavano cercando nelle stanze di Tasso!
A metà di dicembre del 1576 la confidenza tra Tasso e lo Scalabrino è tale che Tasso confessa allo Scalabrino di essersi innamorato, non ricambiato, del 21enne Orazio Ariosto, che Tasso chiama semplicemente il Signore, omettendo il nome.
A Luca Scalabrino – Roma
Datata 14 dicembre 1576
“Ho veduta la lettera del Signore, bella certo, ma che? De l’ingegno suo io non dubitai mai, ed ora ne son certissimo e spero di lui ogni gran riuscita. Ma voi ammirate in lui l’attitudine a l’eloquenza, ed io la disposizione a l’esser cortigiano, perché ha più appreso di quest’arte in pochi mesi ne le scole, ch’io non ho fatto in molti anni ne la corte.
In somma io non m’inganno, e parlo per iscienza, non per sospetto, per congettura; voi credete quel che vi pare; ma se qui foste o vi trovaste presente ad uno o due de’ nostri ragionamenti, vi chiarireste in parte; perciocché egli tratta meco in modo, che non si cura di lasciarmi soddisfatto; gli basta solo ch’io non possa far constar ad altri ch’egli m’offenda. Io l’amo, e son per amarlo anco qualche mese, perché troppo gagliarda impressione fu quella, che l’amor fece ne l’animo mio, né si può in pochi dì rimovere, per offesa quanto si voglia grave; pure spero che il tempo medicherà l’animo mio di questa infermità amorosa, e ‘l renderà intieramente sano. Che certo io vorrei non amarlo, perché
quanto è amabile l’ingegno suo, e la maniera in universale, tanto dee a me parer odioso un suo particolar procedere verso me, cominciato da poco in qua, e nato non so da qual affetto, se non forse da emulazione, da desiderio di soddisfare altrui, il che più credo. Chiamo questo mio amore, e non benevolenza perché, in somma, è amore: ne prima me n’era accorto e non me n’accorgeva, perché non sentiva destare in me nessuno di quegli appetiti che suol portare l’amore, anche nel letto, ove siamo stati insieme. Ma ora chiaramente mi avveggio ch’io sono stato e sono non amico, ma onestissimo amante, perché sento dolore grandissimo, non solo ch’egli poco mi corrisponde ne l’amore, ma anche di non poter parlar con esso lui con quella libertà, ch’io soleva, e la sua assenza m’affligge gravissimamente. La notte non mi sveglio mai che la sua immagine non sia la prima ad appresentarmisi, e rivolgendo per l’animo mio quanto io l’abbia amato ed onorato, e quanto egli abbia schernito ed offeso me, e, quel che più mi preme (parendomi troppo indurato ne la risoluzione di non amarmi), me n’afliggo tanto, che due o tre volte ho pianto amarissimamente, e s’io in ciò mento, Iddio non si ricordi di me. Spererei che se egli fosse certo de l’animo mio, sarebbe costretto ad amarmi, ma come ne può essere egli certo essendo consapevole del suo, e giudicando ex aliorum ingenio. E se voi, al qual nessuno affetto de l’animo mio fu mai celato, e che ‘n tanti anni dovreste aver conosciuto quanto io sappia fingere, ne dubitate, ben è ragione ch’egli, che n’ha minor conoscenza, ne dubiti. Tanto basti intorno a lui.”
Tasso e lo Scalabrino si scambiano lettere su Orazio Ariosto anche se il linguaggio non è sempre comprensibile perché non si possiedono le lettere dello Scalabrino.
“Tenetevi pur voi la vostra credenza (se pur credete quel che scrivete) eh’a me giova d’attenermi a la mia certezza; anzi, non mi giova, ma mi noce, che vorrei, se fosse possibile, non saper tanto a dentro quanto io so di questo particolare.
Voi per giudizioso, non sarete giammai per questa ragione laudato. Quella magnanima cortesia, e quella pena del mio soverchio sospettare, voci in vero e concetti sonori ed arguti, ove nascono, ed onde vengono? Per risposta altro non dico, se non che per l’avvenire, mi guarderò molto di darmi così in preda ad alcuno amico, che mi sia poi non solo difficile, ma noioso, il ritormigli. Ora approvo quel detto che altre volte riputai inumano, eh’in guisa si debba amare, che sia facile il disamare. Il consiglio che mi date, accetto da voi come amorevole, se ben m’è stato prima dato da coloro che non molto m’amavano ; ove i padroni, che ben mi vogliono, cercavano di generar in me quella confidenza, de la quale l’animo mio, nel principio di questa briga, era in tutto pieno. Non so però s’io l’userò o no, ma perché ne gli uomini non è fede, ed io son povero di fortuna, e di valore, custodisca Iddio la mia innocenza, e qui sia fine a questi discorsi. State sano.
Di Modena il 6 di Gennaio [1577]“.
Questa ultima lettera è del gennaio 1577. Tasso, deluso dall’Ariosto, inizia una turbolenta relazione con un giovane cortigiano: Orazio Orlando. Tasso teme che la cosa possa divenire di pubblico dominio e cerca di apparire eterosessuale per quanto gli è possibile. Il 17 giugno, sentendosi spiato da un servo gli scaglia contro un coltello.
Naturalmente molti altri elementi di natura personale come lo stress per la composizione della Gerusalemme, le frustrazioni per le incomprensione cui andava incontro e la paura ossessiva di essere spiato, oltre a possibili ragioni di carattere religioso, politico e diplomatico, hanno influito in modo molto complesso sulla biografia del Tasso ma, certo, tra gli elementi che ne hanno determinato la vita c’è anche l’omosessualità.
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sabato 28 giugno 2014

LAICITA’ DEL MATRIMONIO E MATRIMONIO OMOSESSUALE

Il 24 giugno 2014 è stata resa nota la Bozza di testo unificato proposto dalla relatrice per i disegni di legge in materia di regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze
Già il 17 giugno, all’annuncio fatto da Monica Cirinnà, senatrice PD, della prossima presentazione di un testo unico sulle unioni civili e sulle convivenze, Avvenire.it, aveva cominciato la sua battaglia:
“Il rischio del testo unico in arrivo – se veramente riuscirà ad approdare domani in Commissione un testo capace di raccogliere un generale consenso – è quello, per Belletti, di un’affrettata e inopportuna fuga in avanti «verso ipotesi di regolazione per cui “alle unioni civili tra persone dello stesso sesso si applicano tutte le disposizioni previste dal matrimonio”. Come a dire: non chiamiamolo matrimonio, ma cambia poco».”
Il quotidiano dei Vescovi sottolinea che non c’è niente di scontato:
“Se certa stampa entusiasta parla con disinvoltura di “matrimonio gay” a un passo, e tra i diritti delle coppie gay dà per scontata anche la pensione di reversibilità, i giochi sono in realtà ben più aperti. Basta ascoltare il senatore Maurizio Sacconi del Ncd: «Nessun matrimonio per i gay e nessuna pensione di reversibilità per chi non è sposato, ma cambiamenti nel Codice civile per consolidare le relazioni umane».”
 “Altre forme di convivenza possono avere una loro regolamentazione, soprattutto per tutelare la parte debole, ma non possono essere assimilate alla famiglia”.
Va sottolineato che con Papa Francesco, che è molto attento all’immagine della Chiesa, non si usano più le espressioni forti ed esplicite della polemica contro i diritti dei gay dei tempi di Papa Ratzinger, ma si parla solo di difesa della famiglia. Le parole cambiano ma la sostanza no!
Tanto premesso, vorrei cercare di chiare che cosa è il matrimonio in termini laici. Ferma restando per i credenti la facoltà di intendere il matrimonio come un sacramento e come tale indissolubile, resta il fatto che in uno Stato laico il matrimonio deve essere totalmente svincolato da una concezione sacramentale. Il credente è libero di credere quello che vuole, ma il matrimonio laico non è un sacramento e non è nemmeno l’espressione di una fantomatica legge di natura, ma è una istituzione giuridica che garantisce la libertà e l’uguaglianza di tutti i cittadini.
Vorrei soffermarmi ora a considerare la laicizzazione del matrimonio definita dalla Costituzione francese del 1791. Quanto segue è in gran parte derivato dal discorso di Christiane Taubira, Ministro della Giustizia francese in occasione della presentazione alla Assemblée nationale del progetto di legge sul matrimonio egualitario.
L’introduzione del matrimonio civile nel 1791 è veramente una “gloria nascosta” della Rivoluzione. Vivaci dibattiti avevano accompagnato l’introduzione del matrimonio civile, la sua natura contrattuale, e la connessa possibilità di divorziare. A quell’epoca, due religioni riconoscevano il divorzio, la religione protestante e la religione ebraica, mentre la religione cattolica, maggioritaria, dichiarava il matrimonio indissolubile. La Costituzione del 1791 ha compiuto una vera è propria rivoluzione con l’introduzione del matrimonio civile.
Il matrimonio civile reca con sé il segno dell’uguaglianza. Si tratta di una vera e propria conquista fondamentale della Repubblica francese, all’interno di un movimento generale di laicizzazione della società.
Una tale conquista è stata importante soprattutto per coloro che erano esclusi dal matrimonio a quell’epoca. Dopo la revoca dell’editto di tolleranza, detto editto di Nantes, nel 1685, i protestanti non potevano contrarre matrimonio se non segretamente, rivolgendosi ai loro pastori. Essi non potevano costituire una famiglia e i loro figli erano considerati bastardi. A partire dal 1787, l’editto di tolleranza autorizza nuovamente i preti e i giudici a celebrare questi matrimoni, in quanto ufficiali dello stato civile. C’è dunque una prima apertura, due anni prima della rivoluzione, grazie a tale riconoscimento di pluralismo religioso e alla possibilità di includere nel matrimonio coloro che ne erano esclusi, in particolare i protestanti e gli ebrei. Ma il matrimonio include ancora soltanto i credenti.
Vengono ancora esclusi gli esercenti alcune professioni, ad esempio gli attori, perché la religione proclama che non può riconoscere le pratiche infami degli attori di teatro. É proprio il celebre attore Talma a rivolgersi alla Costituente dopo che il curato di Saint-Sulpice si era rifiutato di effettuare le pubblicazioni del suo matrimonio con una «donna di mondo», come si diceva all’epoca.
I costituenti decidono così di introdurre un matrimonio civile e prevedono nell’articolo 7 del titolo II della Costituzione del settembre 1791 che il matrimonio non è altro che un contratto e che il potere legislativo stabilirà per tutti i cittadini, senza distinzione, le modalità in base alle quali la nascita, il matrimonio e la morte saranno constatati e designerà gli ufficiali incaricati di constatarli e di registrarli.
Il matrimonio civile permette così non solo di includere i credenti non cattolici, ma è aperto a tutti, ossia tutti coloro che desiderano contrarre matrimonio possono disporre degli stessi diritti e devono rispettare gli stessi doveri.
Una tale concezione del matrimonio civile, che reca in sé l’impronta dell’uguaglianza, ne fa essenzialmente una libertà, perché fin dalla sua introduzione nell’ordinamento, anche il divorzio viene ugualmente riconosciuto. Nella relazione accompagnatoria della legge del 1792, si trova scritto che il divorzio è il portato di una libertà individuale, e l’esistenza di un legame indissolubile la negherebbe. Poiché il matrimonio deriva dalla libertà delle parti e non dalla sacralizzazione di una volontà divina, tale libertà di contrarre matrimonio non si può concepire se non congiuntamente alla libertà di divorziare e poiché il matrimonio viene disgiunto dal sacramento che l’aveva preceduto, potrà rappresentare i valori repubblicani e incorporare progressivamente i cambiamenti della società.
Se si ricorda che il matrimonio era originariamente un’unione di patrimoni, di eredità, di parentele, e che si passava dal notaio prima di passare al prete, il fatto di riconoscere la libertà di ciascuno dei coniugi è un progresso considerevole, a tutt’oggi iscritto nel codice civile.
Il divorzio, dunque, si accompagna fin da subito al matrimonio. Sarà proibito in Francia nel 1816, in un contesto in cui le correnti conservatrici sono dominanti e in cui si assiste a un regresso delle libertà, specialmente quelle delle donne. Sarà ristabilito nel 1884 attraverso la legge Naquet, ancora una volta nell’ambito di un movimento generale di laicizzazione della società. L’evoluzione del matrimonio reca in effetti in maniera molto marcata il segno della laicità, dell’uguaglianza e della libertà, che sono valori che si sono evoluti nel diritto e nella nostra società francese, in base ad uno sviluppo diacronico che ha conosciuto a volte forti tensioni.
Il matrimonio, unitamente al divorzio, è espressione quindi di una libertà, compresa quella di non sposarsi, ed è questa la ragione per la quale la legge riconosce le famiglie fuori dal matrimonio e i figli di queste famiglie con pari diritti. Il matrimonio, che è riuscito a separarsi dal sacramento, si sta ora separando allo stesso modo da un ordine sociale fondato su una concezione patriarcale della società, concezione che fa del marito e del padre il proprietario, il possessore del patrimonio, e allo stesso tempo anche della moglie e dei figli.
Concludo citando alla lettera le parole di Christiane Taubira in occasione della presentazione del Progetto di Legge sul matrimonio ugualitario all’ Assemblée nationale francese:
“Che cosa toglie alle coppie eterosessuali il matrimonio omosessuale? Se non gli toglie niente, abbiamo il coraggio di definire per quello che sono sentimenti e comportamenti. Noi osiamo parlare di menzogne rispetto alle parole pronunciate in occasione di questa campagna di panico sulla presunta soppressione delle parole “padre” e “madre” dal codice civile e dal livret de famille (stato di famiglia).
Abbiamo il coraggio di parlare di ipocrisia rispetto a coloro che si rifiutano di vedere le famiglie omoparentali e i loro figli esposti alle incertezze della vita. Abbiamo il coraggio di parlare di egoismo rispetto a coloro che pensano che un’istituzione della Repubblica possa essere riservata ad una categoria di cittadini.
Noi affermiamo che il matrimonio aperto alle coppie dello stesso sesso illustra bene il motto della nostra Repubblica. È un esempio di liberté, della libertà di scegliere, della libertà di decidere di vivere insieme.”
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domenica 22 giugno 2014

GAY E PREVENZIONE DELL’HIV-AIDS

Apro questo post con il link alla pagina della Lila (Lega Italiana per la lotta contro l’AIDS) in cui potrete trovare informazioni serie e aggiornate sull’AIDS e sulla prevenzione del contagio HIVhttp://www.lila.it/it/infoaids.html , ma tutto il sito della Lila è ricchissimo di informazioni estremamente chiare che sono fondamentali per la prevenzione e la tutela della salute.
Nei confronti delle malattie sessualmente trasmesse e dell’AIDS in particolare, la reticenza e il silenzio sono le scelte peggiori. Il sesso non deve essere considerato un argomento tabù ma se ne deve parlare in modo serio e competente. La mancanza di informazione espone al rischio di comportamenti pericolosi e lascia i ragazzi in una dimensione di sostanziale solitudine, tanto più quando manca del tutto l’appoggio dei genitori.
Anche a nome di Progetto Gay devo riconoscere di non aver dedicato uno spazio adeguato al tema della prevenzione, che è assolutamente fondamentale. Progetto Gay ha cercato di approfondire gli aspetti psicologici e relazionali della omosessualità, il che è certamente utile, ma bisognerebbe tenere sempre presente che la prevenzione non può essere mai dimenticata.
I dati riportati dal supplemento n.1 – 2013 del Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità indicano che nel 2012 sono state segnalate 3.853 nuove diagnosi di infezione da HIV, di cui il 79,0% riguardano maschi.
Nel 2012, in Italia sono stati diagnosticati 6,5 nuovi casi di HIV positività ogni 100.000 residenti, senza variazioni significative rispetto agli anni precedenti. Le regioni con l’incidenza più alta sono state Lombardia, Provincia Autonoma di Trento e Lazio.
Le persone che hanno scoperto di essere HIV positive nel 2012 hanno un’età mediana di 38 anni per i maschi e di 36 anni per le femmine.
Nel 2012, la maggioranza delle nuove diagnosi di infezione da HIV è attribuibile a rapporti sessuali non protetti, che costituiscono l’80,7% di tutte le segnalazioni e riguardano  eterosessuali per 42,7% e omosessuali maschi per il 38%. Se si tiene presente che gli eterosessuali sono circa il 92% della popolazione generale  mentre gli omosessuali maschi sono circa il 4%, si capisce che il rischio HIV per gli omosessuali è enormemente più alto che per gli eterosessuali.
Tra il 2011 e il 2012 la percentuale di  casi di infezione da HIV tra gli eterosessuali è diminuita, seguendo un trend ormai stabilizzato, mentre in un solo anno, per gli omosessuali maschi, è cresciuta dal 40,0 al 43,9% del totale (va sempre tenuto presente che gli omosessuali maschi sono solo il 4% della popolazione). Il numero di infezioni da HIV tra maschi omosessuali risulta costantemente in ascesa nel corso degli anni e non accenna a diminuire.
Riporto qui di seguito il link al Notiziario  dell’Istituto Superiore di Sanità, che offre una visione molto dettagliata e oggettiva della diffusione delle infezioni HIV e dell’AIDS in Italia:http://www.lila.it/images/doc/dati/NotiziarioISS2013-COA.pdf
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