sabato 5 gennaio 2008

CIAO DISTILLATO 32 - GAY E PATOLOGIE DELLA SOLITUDINE

Ciao Distillato,
mi ripromettevo da parecchio tempo di dedicarti un post perché leggere i tuoi commenti è estremamente gradevole e, come ci siamo detti più volte, mi ritrovo sostanzialmente d’accordo con le cose che scrivi e con il modo di vedere la vita che sottintendono. Colgo l’occasione la volo anche per allargare un po’ il discorso. Citi una mia farse "E la solitudine sostanziale porta a commettere errori anche gravi nel tentativo di uscirne e, ciò che è paggio, diventa spessissimo una condizione cronica" e mi chiedi quali sono i rischi patologici dei quali parlo.
Provo a chiarire il concetto. Che la solitudine sostanziale, cioè quella che si percepisce proprio stando in mezzo alla gente, sia una componente essenziale e caratterizzante della vita di tanti ragazzi gay è purtroppo innegabile. I ragazzi che leggono e commentano questo blog e che ormai hanno formato un gruppo e parlano tra loro ogni giorno in chat potranno andare incontro ad illusioni e a delusioni ma la dimensione della solitudine sostanziale l’hanno superara, perché hanno amici gay con i quali parlare e, aggiungo, persone veramente di alto profilo. Ma la stragrande maggioranza dei ragazzi gay, ma anche degli uomini adulti e degli anziani, non vive in coppia, non ha amici dichiaratamente gay e si limita a vivere una vita di relazione nella quale l’omissione dei contenuti attinenti all’omosessualità è la regola e il conformismo sociale forzato è inevitabile, anche e soprattutto all’interno dell’ambiente familiare. Che la solitudine sostanziale per i gay sia in pratica la condizione di vita prevalente è un fatto. La solitudine ha dei connotati oggettivi riconoscibili ma viene vissuta in termini soggettivi estremamente variabili. Insisto nel dire, piaccia o non piaccia, che secondo me la solitudine più tremenda non è legata alla mancanza di una relazione sessuale ma all’assenza di un contatto umano profondo che coinvolga la persona per quello che è, alla constatazione che nessuno si interessa di te come persona e nessuno ti accetta con tutte le tue caratteristiche, per un gay, ovviamente, compresa l’omosessualità. In questo senso essere amati da persone che “non sanno” è una cosa poco significativa, perché quelle persone non amano te ma un’immagine falsa di te. Le patologie della solitudine sono tante e moto pesanti. Mi riferisco ad un vecchio post agghiacciante per la sua crudezza
STATISTICHE SUI GAY, i dati sono riferiti agli U.S.A. ove si rileva che la percentuale di tentati suicidi tra giovani omosessuali è tre volte superiore a quella della popolazione generale. Esistono ancora molte situazioni difficili in cui manca un'accettazione di sé, in cui ci sono problemi in famiglia e, ancora oggi, ci sono problemi legati al bullismo. Il suicidio è in assoluto la più grave patologia della solitudine sostanziale. Mi limito a suggerirne soltanto altre con implicazioni apparentemente meno tragiche, come la tendenza all’evasione attraverso l’uso di stupefacenti o dell’alcol, la frequentazione di ambienti pericolosi nei quali si spera irrealisticamente di trovare un contatto affettivo, ma si possono citare altri esempi come l’autolesionismo, la guida a rischio. Questi comportamenti crescono su un terreno di sostanziale depressione che si manifesta e si sintetizza nell’espressione: “Tanto la vita non ha senso...” e non è una frase assurda, perché una vita senza una dimensione affettiva seria non ha realmente senso. Queste patologie della solitudine, per di più, sono spesso affrontate non rimuovendo la causa ma ricorrendo a farmaci anche in età molto giovane. In parecchi casi i disturbi comportamentali dell’adolescenza sono riconducibili alla solitudine sostanziale. La solitudine sostanziale e la principale causa di stress dei gay. I gay che hanno una vita affettiva ricca, non necessariamente anche a livello sessuale, non corrono i rischi connessi alla solitudine sostanziale. Le risposte alla solitudine sostanziale possono essere varie, due sono diametralmente opposte: ad un estremo la proiezione nel lavoro e in situazioni gratificanti di tipo non affettivo e all’altro estremo la depressione. Spesso le due cose convivono, è l’ho visto più di una volta: uomini professionalmente realizzati si portano dentro una disperazione affettiva lacerante che talvolta emerge fino al livello del pianto di disperazione. Esiste poi tutta una serie di comportamenti che possono essere rischiosi e che sono caratteristici di persone che hanno vissuto in uno stato di solitudine sostanziale per lungo tempo, come la tendenza a innamorarsi mettendo da parte qualsiasi filtro razionale, a rispondere a stimoli affettivi minimi in modo spropositato e a lasciarsi coinvolgere molto facilmente. In questo modo si creano tutta una serie di illusioni alle quali poi sistematicamente fanno seguito le disillusioni che aggravano ancora di più la sensazione penosa della solitudine. Vorrei sottolineare che anche la lettura di un blog può servire alla rottura del muro della solitudine. Alcuni lettori di Progetto Gay, anche se non lasciano mai commenti, leggono il blog ogni giorno e anche più volte in una giornata, cosa che per me è graditissima, questi comportamenti sono il segno di un interesse e in qualche modo di un’appartenenza della quale mi sento estremamente fiero. Cercherò di evitare sistematicamente post che abbiano aspetti polemici o ideologici e di continuare a pubblicare post che riflettano le esperienze concrete delle persone. Sarei estremamente soddisfatto se la cerchia degli amici di Progetto Gay si allargasse e se questo piccolo blog potesse diventare un centro di aggregazione, perché sentirsi liberi in un luogo serio fa bene allo spirito e aiuta realmente a superare il muro della solitudine.
Grazie Distillato di avermi dato l’occasione per esporre il mio pensiero. Grazie amici. Vi voglio bene.

1 commento:

Claudio ha detto...

"Insisto nel dire, piaccia o non piaccia, che secondo me la solitudine più tremenda non è legata alla mancanza di una relazione sessuale ma all’assenza di un contatto umano profondo che coinvolga la persona per quello che è" --> sono d'accordo...ho delle amiche che mi accettano per quello che sono ecc. ma molto spesso quando mi relaziono con delle persone che non conosco, o che conosco superficialmente, tendo a mostrare io stesso solo una parte di me, quella parte che gli altri si aspettano da me, come se avessi paura di rivelare quella parte sporca e macchiata che a volte sento di dover nascondere. Ho 21 anni compiuti, ormai sono passati anni dal mio primo coming out e quasi tutti quelli che mi conoscono sanno di me. Tuttavia, continuo a non sentirmi veramente libero... A 18 anni cominciai a uscire con un gruppo di amici gay, ma col tempo li ho persi di vista... A loro piaceva frequentare i posti veramente gay che a me non convincono tanto. Ho quasi smesso di frequentarli perchè mostrano una realtà gay che a me non piace più di tanto: troppo frivola, troppo esuberante e che forse ostenta delle trasgressioni che vogliono far apparire normali. Non è bello sentirsi dire da un ragazzo di 20 anni che per tirarsi su basta farsi un pompino da uno sconosciuto che passa tutto. Adesso esco con una compagnia composta da soli etero... odio usare anche queste definizioni perchè etichettano le persone. In fondo, ognuno è gay a modo suo, come è etero a modo suo. Però ammetto che mi manca il confronto con delle persone omosessuali (e forse per questo motivo sono finito su questo blog) e soprattutto una persona con la quale condividere un po' di affetto. E queste mancanze a volte mi fanno sentire estremamente solo.