martedì 18 marzo 2008

COME HO CAPITO DI ESSERE GAY

Capire di essere gay... il mio vero problema per almeno tre anni è stato proprio questo. Fino a 17 anni mi sono sentito etero, non molto entusiasta nel correre appresso alle ragazze, lo subivo più che altro, però ci stavo, non dicevo di no, mi facevano la corte, credo di essere un bel ragazzo e qualche ragazza ci provava sempre, a scuola i miei compagni c’avevano tutti la fissa si andare a ballare, specialmente il sabato sera, in discoteca. Qualche volta ci sono andato anche io tra i 17 e i 18 anni ma in effetti la cosa non aveva per me l’interesse che aveva per gli altri, loro andavano lì per potersi appartare con le ragazze, magari senza fare niente di male, o forse no, chi lo sa, forse sono ingenuo. Io ci andavo e non ballavo quasi mai. quando mi capitava di abbracciare qualche ragazza cercavo anche di tenerla a distanza da lì.

Tutte queste cose mi avrebbero dovuto fare pensare e invece non succedeva così e il perché l’ho capito dopo. Io allora frequentavo molto la Chiesa (e adesso sono proprio in crisi da questo punto di vista ma allora non era così), allora non pensavo proprio di essere gay, cioè, non è che mi ponevo il problema e concludevo che non ero gay, il problema non me lo ponevo proprio. Per me era evidente che ero etero. Tentazioni gay non ne sentivo proprio, lo so che vi sembrerà assurdo, ma non succedeva proprio. Ho letto su questo forum dell’erezione e del masturbarsi per un amico. Oggi lo so che significa ma allora non mi succedeva proprio. Quel po’ di fantasie sessuali che facevo le facevo sulle ragazze, un po’ perché tutti le facevano sulle ragazze. Cioè, se dovessi dire, allora io sublimavo tutto... o quasi, mi masturbavo ma pensando alle ragazze anche se non era proprio una cosa entusiasmante. Ma guardate che non mi faceva nessun effetto nemmeno fare la doccia coi miei amici in piscina, proprio niente.

Io di avere ridotto la sessualità ai minimi termini me ne facevo un vanto. Quando andavo a confessarmi qualche volta almeno non dovevo nemmeno raccontare di essermi masturbato perché per me non era una fissa e mi sentivo molto orgoglioso di questo fatto. Voi potete dire: “Allora come vivevi?” Praticamente tutto sport, scuola, volontariato... insomma ero un nuotatore quasi da selezioni nazionali, non proprio ma ci andavo vicino e per me quelle cose erano importantissime, passavo in piscina pomeriggi interi e il mio allenatore l’idea di mandarmi ai campionati italiani la considerava realistica e la cosa mi gratificava moltissimo... e non so se voi sapete a che livello di allenamenti è sopporto un nuotatore del livello mio di allora.... poi ci mettevo lo studio, perché ero pure molto bravo a scuola e la cosa mi faceva sentire perfetto. I professori a scuola mi dicevano che ero bravissimo, l’allenatore mi diceva che potevo andare ai nazionali, i preti mi dicevano che facevo benissimo a non masturbarmi... voi capite che mi potevo sentire il modello di ragazzo perfetto.

Solo a mio padre, qualche volta gli deve essere venuto qualche dubbio, ma non che fossi gay, semplicemente che io la mia sessualità l’avessi messa da parte per dedicarmi ad altre cose. Papà cercava di dirmi che nella vita ci sono altre cose, voleva dire sicuramente le ragazze, ma non le nominava nemmeno, io gli rispondevo che avevo tantissime altre cose da fare e che alle ragazze ci pensavo eccome e io allora ero veramente convinto di pensarci.

Insomma, la cosa è andata avanti così fino a 19 anni. Poi mi sono iscritto a ingegneria e a ingegneria ho incontrato Stefano e lì è cominciata la nostra storia. Dopo i primi giorni di lezione vedo che c’è un ragazzo molo serio, un po’ come me, che prende sempre appunti, che non esce durante gli intervalli e sta sempre lì col libro davanti, che dà poca confidenza e che non perde mai tempo... Lo noto sì, ma non ci faccio troppo caso... poi capita una cosa imprevedibile, il professore di analisi spiega il teorema di Heine-Cantor facendo questa premessa: “Io lo spiego ma tanto non ci capirete niente!” Per com’ero io allora, dirmi una cosa del genere era come gettarmi un guanto di sfida. Dovevo capire il teorema di Heine-Cantor. Mi ci metto col massimo impegno, un po’ a occhio ci si poteva anche arrivare ma non capivo proprio perché fosse una cosa importante e nemmeno se potesse avere una utilità concreta.

Il giorno appresso mi si accosta Stefano (benedetto sia il teorema di Heine-Cantor!) e mi fa: “Ma tu l’hai capito il teorema che ha spiegato ieri?” Badate bene che per me quella domanda non aveva in nessun modo il sapore di un approccio personale, era solo una richiesta di spiegazioni di un teorema di analisi. Ho cercato di farmi maestro a partire da quello che avevo capito ma Stefano mi rispondeva con obiezioni alle quali non sapevo che rispondere e finivo per sorridere e allargare le braccia come per dire: “Beh... forse non ho capito niente!”

Quando comincia la lezione successiva resta seduto vicino a me, non ci faccio nemmeno caso. Poi alla fine della lezione mi dice: “Ti va se proviamo a capire come funziona?” Io dico di sì e passiamo l’intero pomeriggio sul teorema di Heine-Cantor, piano piano la questione si chiarisce e alla fine la cosa ci sembra piuttosto chiara. La sera ci lasciamo dicendoci che l’indomani saremmo andati a chiedere al professore se quello che avevamo capito era giusto. La sera, a casa, mi sono ripassato il teorema e l’indomani dopo la lezione abbiamo chiesto al professore che ci ha detto che il senso era esattamente quello che avevamo capito noi. Mi sentivo raggiante... ma solo per il teorema di Heine-Cantor.

Nei giorni successivi, a Stefano è venuta l’idea che si poteva studiare insieme perché eravamo tutti e due tipi seri che non perdevano tempo e abbiamo cominciato a studiare insieme. Ci tengo a sottolineare che studiavamo soltanto, di altro non si parlava quasi mai, eravamo troppo presi dall’idea di fare tutti gli esami al primo appello, per noi era quello il primo obiettivo. In pratica abbiamo solo studiato fino alla fine degli esami e li abbiamo fatti tutti in tempo e con tutti 30 e non era facile per niente.

Ci sentivamo in estasi, ma già dal giorno appreso lo studio con Stefano mi mancava da matti... e credo succedesse anche a lui. Mi chiama e mi dice... che fai oggi? Gli rispondo ... niente! Così ci vediamo il pomeriggio presto ma non avevamo nulla da fare, abbiamo parlato tutto il pomeriggio, io cattolico fino all’osso, lui tutt’altro, ma rispettoso, quanto a idee politiche non eravamo poi molto lontani, poi abbiamo parlato di libri, di cinema, di canzoni, dei professori del liceo e di tante altre cose, ma mai di ragazze o di sesso. Io allora a queste cose non ci facevo caso ma dopo ho capito...

Al momento di salutarci gli chiedo che cosa pensa di fare l’indomani, lui mi propone una mostra sugli impressionisti e io accetto. L’indomani, dopo la mattina alla mostra, della quale sapeva tutto più di un professore di storia dell’arte, andiamo a mangiare qualcosa un fast food e poi ci mettiamo a camminare per la città. Insieme stiamo bene. Siamo due amici a spasso in un bel pomeriggio di luglio. Insomma, le cose sono andate aventi così per buona parte dell’estate.

I miei ad Agosto andavano in montagna per tre settimane, io ero sempre andato con loro. Chiedo a Stefano che cosa farà ad Agosto, lui mi chiede: “Tu che farai?” gli dico d’istinto: “Io resto in città...” e lui mi dice: “Pure io!” Mi sento contento. Quando torno a casa dico ai miei che non andrò con loro in montagna. Mio padre mi dice solo: “Però non t’impazzire sui libri!” In quel momento per la prima volta mi rendo conto che ho rinunciato a tre settimane in montagna per restare con Stefano. Tanto tempo dopo lui mi ha detto che aveva fatto esattamente la stessa cose per stare con me.

Quando i miei non c’erano Stefano veniva casa mia, il sesso non ci passava nemmeno per l’anticamera del cervello, né a lui né a me, eravamo felici di stare insieme, di parlare, di cucinare di riposarci e di raccontarci prudentemente la nostra vita. In quei pomeriggi abbiamo cominciato a parlare di sesso: due amici etero che parlano di sesso, all’inizio mi racconta delle sue due ragazze e io gli dico delle mie avventure, se si possono chiamare così. Poi la nostra confidenza è diventata piano piano maggiore e lui mi ha detto che però non era entusiasta del sesso, io gli ho detto che accadeva anche a me e allora ne abbiamo parlato in modo più libero. Per me, ma credo anche per lui era un senso di liberazione incredibile potere parlare di sesso in modo libero, anche se in effetti se ne parlava ancora più per allusioni che in modo diretto, ma la sostanza era quella di un discorso serissimo. Né a lui né a me passava minimamente per la testa di essere gay, eravamo due etero non entusiasti, tutto qui.

Poi Stefano si è bloccato del tutto, la scioltezza dei giorni precedenti sembrava sparita, veniva a casa mia ma voleva che non si restasse a casa ma che si uscisse subito per andare in giro per la città, non parlavamo più di noi ma solo di mostre e di libri... io non ne potevo più... ma non ho detto niente. Una sera, quando se n’è andato, ha cercato di non darmi l’appuntamento per l’indomani, era scostante, una cosa che non aveva ai fatto prima. L’ho messo alle strette, si vedeva che era imbarazzatissimo, mi ha detto: “Dai, non mi va di parlarne... non ti preoccupare, non ce l’ho con te...” e se n’è andato. Io ci sono rimasto malissimo, non sapevo che pensare, l’ho chiamato sul telefonino, mi rispondeva cose brevissime e poi chiudeva ma io non ho mollato, alla fine mi ha detto: “Va bene, vengo domani, è pure giusto che tu sappia...”

L’indomani è venuto, era tesissimo, mi ha chiesto di non interromperlo e in pochissime parole mi ha detto che pensava di essersi innamorato di me ma che la cosa gli sembrava assurda perché non si era mai innamorato di un ragazzo e invece gli stava succedendo. Io allora pensavo ancora di essere etero e gli ho risposto come pensavo che un bravo ragazzo etero dovesse rispondere ad un suo amico gay che gli faceva un discorso simile: “Mi dispiace che non posso corrisponderti perché io sono etero... ma ti voglio bene...” Non me lo ha nemmeno fatto finire di dire e se n’è andato dicendo che non ce la faceva a stare lì...

Quando se n’è andato ho sentito una sensazione violenta di vuoto, sono rimasto qualche minuto imbambolato... poi sono andato di corsa alla fermata dove doveva prendere l’autobus, l’ho visto salire e non ho fatto a tempo a raggiungerlo... mi sono sentito morire... mi sono detto: “Ma io questo ragazzo lo amo... non so se c’entra il sesso, ma io non posso stare senza di lui...” Gli ho mandato un sms: “Ti amo... adesso l’ho capito!” Lui mi ha chiamato e mi ha detto: “Ma è vero?” Gli ho detto: “Ti sono corso appresso alla fermata e ti ho visto partire ma non sono riuscito a raggiungerti e mi veniva proprio da piangere... non riesco a fare a meno di te, senza di te mi sento morire... ti prego... non mi mollare così... io ti amo, Stefano... ti amo...”, e lui ha detto, resta alla fermata arrivo subito e ha chiuso...

Dieci minuti dopo l’ho visto arrivare di corsa tutto trafelato... Mi ha abbracciato in mezzo alla strada, stavamo piangendo tutti e due. Non pensate che siamo andati a casa a fare sesso, per arrivarci ci abbiamo messo più di un mese. Ha voluto che facessimo entrambi il test per l’aids e poi i nostri rapporti sono stati proprio caratterizzati da una forma di timidezza reciproca, di esitazione, un po’ come dice Project. Adesso stiamo insieme da un anno, abbiamo fatto tutti gli esami anche del secondo anno... Io penso che senza Stefano non mi sarei nemmeno mai accorto di essere gay. Adesso abbiamo una sessualità tutta nostra ma è troppo nostra e non ve la racconto.

Volevo solo dire che ci sono tanti modi per arrivare a sentirsi gay e forse ci sono tanti modi di essere gay che è difficile capire fino in fondo. Grazie a tutti e a Project in particolare.
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Se volete, potete partecipare alla discussione su questa testimonianza aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=26194995

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Questa storia puzza di irreale e di inventata specialmente la fine è del tutto inverosimile quella dei due amanti che si abbracciano per strada dopo che uno ha detto all'altro ti amo... ma va... capisco che uno voglia inventarsi delle storie, ma che almeno non tenti di spacciarle per vere

Claudio ha detto...

é una storia del tutto inverosimile, specialmente la fine; se volete scrivere storie o racconti va bene, ma non spacciateli per storie vere

Anonimo ha detto...

La storia che avete letto non è di gayproject ma mia, secondo me rappresenta molto bene quello che è realmente accaduto, probabilmente se vi raccontasi il seguito non lo credereste possibile, in effetti, leggendo una storia come questa, pure io “in teoria” sarei portato a crederla una favola, ma io l’ho vissuta realmente ed è stata la cosa che ha cambiato radicalmente la mia vita.

p.s. Ciao Project... avevi ragione (tu sai a che cosa mi riferisco!)