domenica 20 marzo 2011

GAY E REPRESSIONE DELLA SESSUALITA’

Caro project,

vorrei raccontarti qualcosa di me; ci conosciamo già, sai già chi sono, cosa studio etc. etc. quindi non sono necessarie le presentazioni, ma mi rendo conto di non aver mai posto chiaramente l’accento sul mio essere omosessuale e sulle conseguenze da questo derivanti (avrei parecchie cose da scrivere nella sezione “ragazzi gay” del forum, eccome se ce ne sono).

Mi spiace per la lunghezza della mail, fai con comodo, non ho fretta per una risposta.

SCOPERTA ED ACCETTAZIONE

Io sono omosessuale, e su questo non ho più alcun dubbio, ma l’accettazione è arrivata – se è arrivata totalmente! – con “leggero” ritardo ossia dopo sette anni; ho scoperto che mi piacciono i ragazzi in prima media, quando parallelamente ho iniziato le prime masturbazioni l’anno dopo (sempre pensando ai miei compagni di banco, non alle compagne, ovviamente), però ritenevo la cosa “assolutamente normale”, ero certo che tutti i ragazzi della mia età facessero così: stanno con le ragazze, ma quando fanno sesso con loro pensano ai maschi no? Eh si, sicuro…. Ero parecchio ingenuo, lo ammetto. Però ho smesso quasi subito di masturbarmi e ora ti spiego perché, anche se già lo immaginerai: prima cosa: ero chierichetto (“Noooooooooo, anche quello???” dirai tu, eh si, [omissis] o incasina le cose fino all’inverosimile o non è contento), e molto preso dalla dimensione mistico-religiosa del cattolicesimo. Dal momento che “NON ESISTE che ci si masturbi mai, maledetti infoiati! Statevene a casa a dire il rosario, porci!” questo era il messaggio che passava da prete e catechiste, ho smesso. Dio mio, quanto mi sono fatto condizionare fino a poco tempo fa, credendo di essere una persona libera. Ho passato la mia adolescenza credendo di essere me stesso, di pensare sempre con la mia testa, e invece era proprio il contrario. E quindi per sei anni stop, chiuso, finito, niente più autoerotismo, con frequentissimi risvegli di notte in seguito a polluzioni notturne con relativi sensi di colpa per il “tremendo peccato” che mi sarei dovuto trovare ad espiare un domani… A pensarci oggi mi chiedo se sono stato masochista a rimanere nella Chiesa Cattolica, e se lo sono ancora, perché, come poi ti spiegherò, la situazione non s’è ancora sbloccata.

Parallelamente a questa stoica resistenza alle passioni, al liceo ho sempre negato di essere gay, me lo ricordo molto bene, posso anche farti la scaletta degli anni e dei miei pensieri in proposito

IV ginnasio: si, vabbé, guardo i ragazzi ma non sono gay, figurarsi, gay io?
V ginnasio: caspita, è proprio bello quel ragazzo lì, ma alla fine la mia è solo una normale ammirazione no?
I liceo: non è che magari sono gay sul serio? Ma no, basta idee stupide.
II liceo: forse sono gay, ma tanto non mi cambia nulla, rimarrò casto in eterno e mai mi paleserò.
III liceo: non so mica cosa sono, ma tanto devo studiare e non me ne frega nulla, si può vivere benissimo senza nessuno.
Estate 2009 e primo anno di università: poco da fare, sono gay

Dev’essere stato un processo graduale che l’estate del 2009 mi ha portato a smetterla (o perlomeno a pensare di iniziare a finirla) di mentire a me stesso e di denigrarmi così. Infatti ho iniziato a pensare che io sono gay, dapprima la consideravo una croce (sì, in senso cristiano, lo vedi quanto influisce la Chiesa, lo vedi? Forse sarebbe stato meglio che non ci fossi mai entrato e avessi venerato il mio Dio con meno pare mentali e problemi) che purtroppo m’era toccata, poi invece ho iniziato a pensare che io non sono una persona sbagliata, che essere gay è normalissimo e che io non sono peggio di tanta altra gente, anzi! Il problema non ce l’ho io ma gli altri, e si chiama ignoranza ed omofobia. Altro che amore predicato (e questo lo dico al mio prete, catechiste, parrocchiani et similia concedimi un’apostrofe project!) altro che amore, la semina che ho visto io è stata quella di acredine, odio, ottusità e malvagità. E sono felice di essermene chiamato fuori. Molto felice.

Beninteso mi sono distaccato dalla mia ex-parrocchia e da queste persone non perché esse sappiano di me, ma per altri motivi (ma ti racconterò in altra sede, se troveremo il tempo, qui non è il caso).

COMING OUT

Perfetto, io mi sono accettato omosessuale, e cos’è cambiato? Il primo anno di università non molto, poi l’estate scorsa ho iniziato a navigare per la rete per informarmi sull’argomento e mi sono iscritto ad un forum (non il tuo) che seguo tuttora e che, forse, conoscerai, stupito del fatto che molti ragazzi avevano i miei stessi problemi nel rivelare ad altri chi sono. Quindi non ero l’unico, caspita!!! Ed ho iniziato a confrontarmi anche sulla rete, cercando anche altri forum a tematica gay, tra i quali ho trovato qualcosa che non mi ha soddisfatto, e poi il tuo, che però ho letto per molto tempo come semplice visitatore. Nel frattempo ho deciso di lanciare segnali a mia madre, quest’estate e poi ho fatto coming out con lei. All’inizio credeva fossi solo confuso, perché non ho mai provato ad andare con una ragazza, e mi ha proposto di parlare con uno psicologo, pur accettando in toto quello che io sono, anzi volendomi più bene di prima. Ho declinato gentilmente, ma fermamente la proposta dello psicologo perché non ne sento il bisogno e anche perché io sono sicuro di essere omosessuale; il rapporto tra noi non è cambiato, e di questo sono contento. Poi a inizio università ho conosciuto F., un ragazzo con cui ho instaurato un rapporto d’amicizia (e per il quale, son contento di dirlo, non provo nulla al di fuori od oltre l’amicizia) molto più vero dei pochi che ho avuto finora. Ho notato come lui sia un ragazzo dalla mente aperta, sincero (a quanto mi sembra) ed è riuscito a rompere il mio guscio che avevo creato per difendermi dalle delusioni che le persone potevano darmi dal momento che ne ho avute parecchie, cosa però che mi aveva fatto diventare assai diffidente. Ho anche iniziato a tastare il terreno per vedere come la pensasse sull’argomento omosessualità e non ho trovato problemi, così dopo qualche mese, prendendo a pretesto il fatto che io ho problemi coi preti gli ho detto “Indovina perché!” e lui dopo un tentativo mi ha detto “Perché sei omosessuale”. Cioè mi ha capito più lui conoscendomi pochi mesi che tante persone che mi hanno circondato in sette anni! E mi ha dato sprone per vivere serenamente e tranquillamente la mia vita senza dovermi preoccupare del giudizio altrui e senza farmi condizionare dalla Chiesa. Poi l’ho detto ad altre persone di famiglia, anche qui senza problemi (tra l’altro atee… quindi).

Perciò il CO per me non è stato traumatico, pensavo peggio! Ma infatti il nocciolo della questione non è questo, ma il seguente, che tu ometterai se vorrai pubblicare la mail.

[omissis]

Non so, ti sembro stupido?

Ciao

P.S.: avrei tanto altro da scrivere, ma così è già molto, magari te ne invierò un’altra

P.P.S.: se vuoi pubblicare la mail, togli l’ultima parte.

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Ciao,

alla fine della lettura della tua mail, l’impressione che ne riporto è che la tua storia sia molto tipica. In sostanza sono tutte situazioni che possono sembrare rare o addirittura uniche a chi le vive ma che sono molto più comuni di quanto si possa pensare. Partiamo dall’inizio. Che peso può avere la chiesa sullo sviluppo affettivo di un ragazzo gay? Se quel ragazzo vive immerso profondamente in un ambiente cattolico non può non sentirne pesantemente le conseguenze. La chiesa cattolica professa quasi come verità di fede cose che in tema di omosessualità appaiono non solo infondate ma sostanzialmente immorali a qualunque persona di buon senso. Il catechismo della chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”,“mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” (Catechismo maggiore, n. 966). Tutto questo zelo potrebbe essere speso in cose molto più serie, dove invece manca del tutto.

(http://gayproject.wordpress.com/2008/07/09/sessualita-gay-masturbazione-e-orientamento-sessuale/).

Il risultato di una educazione sessuale repressiva porta alla interiorizzazione del divieto, al punto che l’auto-repressione sessuale diventa un merito e la spontaneità sessuale è vissuta come una colpa. È effettivamente raro che un ragazzo arrivi a non masturbarsi per anni, ma per moltissimi ragazzi il tentativo, almeno, di reprimere la masturbazione rappresenta una lotta con se stessi che si protrae nel tempo per lungi periodi e che causa scompensi emotivi pesanti. La chiesa ha una sessuofobia radicata su secoli di pregiudizio e se rinunciasse alle sue posizioni in materia di sessualità perderebbe uno strumento di condizionamento profondo delle coscienze come il senso di colpa. Tra l’altro la masturbazione è una componente fondamentale della sessualità e nell’adolescenza è addirittura l’unica ed ha una funzione importantissima perché aiuta a strutturare la sessualità adulta, a riconoscere il proprio orientamento sessuale e a connettere affettività e sessualità. Per la verità oggi un’educazione sessuale repressiva fa meno danni che nel passato, anche perché, per fortuna, la sessualità non è più un tabù sociale ed è possibile e addirittura facile per chiunque trovare informazioni serie in proposito. In pratica la stragrande maggioranza dei ragazzi arriva comunque ad una sessualità vera, al di là di qualunque tipo di proibizione. In altri tempi non era così e non era affatto raro che i condizionamenti della chiesa portassero molti ragazzi a rinunciare di fatto alla propria sessualità, non dico a livello di masturbazione, ma certamente a livello di coppia, vivendo per di più la masturbazione con profondi sensi di colpa. Oggi da queste cose si esce ma questi condizionamenti possono far scivolare molto avanti la scoperta della sessualità di coppia, fino ben oltre i 30 anni. Che tu sia uscito da queste cose è oggettivamente un bene. Considerare la masturbazione un peccato mortale, come fa il catechismo della chiesa cattolica, o affermare che l’omosessualità è la colpa più grave dopo l’omicidio volontario fa scadere di molto il concetto di religione e fornisce della morale un’idea sostanzialmente ridicola, oltre che intrinsecamente dannosa. Ma su questo penso tu non abbia molti dubbi.

Secondo punto: il coming out. Mi sono sempre chiesto perché è così enfatizzato, nel bene e nel male, chi lo ha fatto, troppo spesso pensa che sia come una specie di patente del gay adulto, chi non lo ha fatto pensa che sia in ogni caso una cosa troppo dannosa e deleteria. In effetti non è il coming out che può fare la differenza per un ragazzo gay ma solo l’esperienza dell’innamoramento che è l’unica esperienza che cambia realmente le prospettive di un ragazzo gay perché può fare capire in tutta la sua profondità la dimensione affettiva e sessuale insieme dell’essere gay. Francamente, salvo situazioni particolarmente favorevoli, non sono molto propenso a consigliare un coming out quando questo non sia una vera esigenza individuale e quando la dimensione del rischio non sia autenticamente minima. Dopo il coming out spesso le situazioni familiari cambiano in modo subdolo, all’eterno tutto resta come prima, ma la diffidenza aumenta e in sostanza si sta peggio di prima, Con gli amici poi, se si tratta di persone affidabilissime il coming out ridotto a pochissime persone è forse pensabile, ma di ragazzi che si sono trovati in grossi problemi per la sbadataggine, neppure per la cattiveria di un amico che sapeva ne ho visti parecchi. Il coming out sul posto di lavoro e quello generale, poi, sono cose delle quali si capisce la pericolosità solo quando ormai il danno è fatto e non si può tornare indietro. Quindi ci andrei molto ma molto coi piedi di piombo.

- omissis -

Un abbraccio e a presto.

Project

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Se volete, potete partecipare alla discussione di quetso post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=1372

martedì 8 marzo 2011

RAGAZZI GAY IN PISCINA TRA TENEREZZA E SESSUALITA'

Ciao Project,
sono capitato per caso su “progetto gay” e mi sono messo a leggere, è veramente stupendo perché mi ci ritrovo, non c’è niente di troppo né di troppo poco, è proprio la vita dei ragazzi gay come la vivo io. Non avrei mai pesato di scrivere a qualcuno per parlare di me in modo così intimo ma siccome c’è l’anonimato ho aperto una nuova mail e mi sono deciso. Ho pensato di scriverti per chiederti un parere, o semplicemente per dire la mia, su una questione che ormai mi ronza in testa da parecchio e cioè sul rapporto tra sesso e tenerezza, cioè sul senso che ha il sesso nel fatto di innamorarsi di un ragazzo.
Comincio dell’inizio. Ho 21 anni, studio all’università, non ho mai avuto una vera vita sociale, amici o cose del genere, a scuola stavo al gioco degli altri, mi fingevo etero, come penso sia quasi obbligatorio fare, ho avuto le mie cottarelle per un mio compagno, regolarmente etero, all’inizio ci ho sofferto, poi me ne sono fatto una ragione. All’università di bei ragazzi ne vedi quanti ne vuoi ma è come a scuola, tutti etero. Si studia e in pratica non si fa altro, durante gli intervalli nemmeno esco dall’aula e passo il tempo a riordinare appunti. A casa poi recita totale, sono figlio unico, vergognosamente coccolato da mia mamma e da due zie conviventi, meno da mio padre che almeno non mi asfissia. A casa non ho un libro né un film gay. Non parlo di ragazze, questo è ovvio, ma nemmeno di ragazzi, solo di studio e di esami. A quanto pare nessuno si fa troppe domande. Il classico discorso: “ce l’hai la ragazza?”, a casa mia non l’ho mai sento. In un ambiente così, in pratica sorvegliato a vista e senza occasioni di nessun genere, per me, la sessualità è stata sempre un problema. Non ne posso parlare con nessuno a nessun livello e devo stare pure attento a non trovarmi davanti ai miei quando la tv trasmette qualche notizia sui gay. Non sono omofobi, semplicemente ritengono che i gay vivano su altri pianeti e che “noi persone normali, non abbiamo niente a che vedere con quelli”, parole testuali di mia zia. Ho scoperto la masturbazione piuttosto tardi, verso i 15 anni, proprio perché fin dai tempi della suola media questi argomenti sono stati regolarmente messi da parte come se l’ignoranza totale potesse prevenire chissà che cosa. Ero talmente lontano dalle cose del sesso che quando mi sono masturbato per la prima volta e sono arrivato all’eiaculazione mi sono preoccupato tantissimo perché non avevo proprio capito di che cosa si trattasse e pensavo che ci fosse qualcosa che non andava e che quella roba bianca fosse magari dovuta al fatto che ci avevo dato giù troppo e che mi si era rotto qualcosa dentro, magari nei reni. E poi non ne potevo parlare con nessuno, ho avuto proprio paura di stare male, quel girono mi sono misurato la febbre tante volte perché pensavo che mi sarebbe successo qualcosa ma non è successo niente. All’epoca non potevo nemmeno cercare su internet perché non avevo un computer mio e cercare su quello di mio padre lasciando tracce del genere non mi sembrava proprio il caso. Poi i miei sono cattolici e, almeno fino a un certo punto, pure io, e quindi la domenica si andava in chiesa, mamma e le zie facevano sempre la comunione e la facevo pure io. In pratica dai 15 anni mi confessavo ogni domenica di essermi masturbato, mi ripromettevo assolutamente di smettere ma poi, inevitabilmente ci ricadevo, in pratica era ogni settimana la stessa storia. Non dicevo mai al prete che ero gay perché non è quello il peccato, almeno io avevo capito così. In sostanza una cosa deprimente, una lotta con me stesso che si ripeteva tutte le settimane. Poi quando ho fatto 16 anni mi hanno regalato il primo computer tutto mio e lì mi si è aguzzato l’ingegno, mi sono studiato con la massima cura come si mettono le password perché nessuno potesse accedere al mio computer, penso che mio padre non lo avrebbe mai fatto per ragioni di principio (e lo rispetto perché lui rispetta me) ma mia madre lo zampino ce l’avrebbe messo eccome, ne sono certo, secondo lei è dovere di una buona madre impicciarsi degli affari del figlio, ma comunque messa la password potevo stare tranquillo. Non potevo chiudermi in camera, questo i miei non lo avrebbero tollerato, ma avevo il mio computer dove nessuno si poteva impicciare degli affari miei. Ho risistemato i mobili della mia stanza in modo che la mia scrivania guardasse verso la porta, così nessuno sarebbe potuto entrare senza che ne me accorgessi e ho sistemato la postazione del computer in modo da avere il tempo per cambiare pagina se qualcuno fosse entrato. Internet per me significava soprattutto pornografia. I primi tempi era proprio una fissazione, non vedevo l’ora, la sera, di mettermi davanti al computer anche se dovevo aspettare che se ne fossero andati tutti a dormire. All’inizio è stata proprio una caccia frenetica ai siti porno gratuiti, ma ero e sono ancora molto selettivo, porno sì ma ci deve essere qualcosa di tenero, di affettuoso, altrimenti cambio. Mi sono fatto una collezione enorme di foto, meno di video, cercavo il mio modello fisico di ragazzo ideale e poi ci lavoravo sopra di fantasia cercando di costruirmi il film di una storia con un ragazzo, una specie di storia d’amore tenero e anche di sesso, tutto mescolato insieme. Tutta la mia sessualità si è ridotta alla masturbazione e a queste fantasie, che però mi piacevano tantissimo. Non mi sentivo frustrato né pensavo che mi mancasse realmente qualcosa o, almeno, non lo pensavo fino a poco tempo fa. E qui comincia la seconda parte della storia. Sono piuttosto alto e molto magro e, dopo una fastidiosa influenza, il dottore di famiglia ha insistito con i miei perché io facessi un po’ di sport. All’inizio proprio non ne volevo sapere perché non lo avevo mai fatto, nemmeno da piccolo, poi i miei hanno insistito e io ho cominciato a pensare che in effetti la cosa avrebbe potuto avere anche una finalità in un certo senso sessuale e allora ho accettato: tre volte alla settimana in una piscina vicinissima a casa (ci vado a piedi in 20 minuti). Ci vado il pomeriggio alle 18.00 in modo da avere un po’ di tempo libero da dedicare anche ad altre cose. La prima volta che ci sono entrato per l’iscrizione e per pagare la quota sono rimasto scombussolato: un bel posto, molto pulito e molto ben attrezzato, mi mettono al corso principianti e mi fanno conoscere l’allenatore, un ragazzo di 25/30 anni massimo, ma proprio bello, con un sorriso bellissimo e una stretta di mano diciamo atletica. Comunque è stato un colloquio brevissimo. Il pomeriggio ho comprato costume, accappatoio, asciugamani e borsa, ho cercato il costume meno compromettente cioè quello che mi difendesse di più in caso di erezione e poi mi è venuta proprio la paranoia dell’erezione: se mi succede che faccio? E ho cominciato a fare avanti e indietro: ci vado o non ci vado? E poi mi chiedevo se le docce avessero i divisori e tante altre cose del genere, comunque prendo la decisione di andare in piscina già col costume addosso per superare almeno il primo imbarazzo, poi, se del caso, avrei potuto allontanarmi 10 minuti prima degli altri e andare nello spogliatoio quando non c’era nessuno. Le incertezze sul da farsi erano tante, comunque avevo pagato e poi i miei se lo aspettavano, insomma alle 17.45 in punto del giorno dopo faccio il mio ingresso in piscina, c’è l’allenatore, mi presenta agli altri, i ragazzi più o meno della mia età sono parecchi, in tutto circa una decina sui 15 del corso. L’allenatore ci fa mettere seduti sulle panche a bordo vasca in attesa che si rivestano “quelle” del corso precedente, un corso per ragazze, quindi non si può entrare nello spogliatoio finché non hanno finito, nel dirlo l’allenatore fa un sorrisetto malizioso molto spontaneo, diciamo tipicamente etero, il che me lo fa escludere dal numero dei ragazzi interessanti. Nel frattempo adocchio tre ragazzi niente male e in particolare uno dei tre che alla battuta dell’allenatore aveva reagito in un modo un po’ imbarazzato. Entriamo e faccio in modo da prendere posto sulla panca dello spogliatoio proprio vicino a lui, non so se lui se ne sia reso conto ma era imbarazzatissimo. Io avevo il costume sotto e mi sentivo piuttosto tranquillo, lui invece si è messo il costume lì ma in un modo tutto particolare. Aveva una camicia molto lunga (penso che l’avesse scelta proprio per quel motivo), prima ha tirato fuori gli orli della camicia che in pratica coprivano tutta la “zona x” poi si è abbassato i pantaloni tirandoli dalla parte bassa, senza alzare i lembi della camicia, poi si è sfilato gli slip con una manovra del tutto simile e si è infilato il costume e per tirarlo su lo ha preso da sopra la camicia, in pratica il tutto è durato non più di 10 secondi e, ovviamente, non si è visto nulla, poi si è tolto la camicia e la maglietta e l’ho visto col solo costume addosso. Era proprio bellissimo, cento volte meglio di me! Nel frattempo io mi ero tolto i pantaloni e la maglietta ed ero in costume anche io. Ho scrutato il suo pacco e in pratica non si vedeva nulla evidentemente era così in imbarazzo che la situazione non gli provocava nessuna reazione sessuale, per me invece non era esattamente così ma il mio costume era piuttosto rigido e mi conteneva bene, comunque ho cercato di distrarmi per fare passare quel principio di erezione. Durante la lezione c’erano altre persone, c’era l’allenatore e quindi mi sono distratto. Comunque lanciavo al ragazzo ogni tanto occhiate furtive e qualche volta l’ho beccato che anche lui mi guardava. In pratica mi chiedevo che cosa avrebbe fatto alla fine della lezione, se sarei riuscito a vederlo nudo e che cosa avrei dovuto fare io con le docce. Poi il momento è arrivato. Entriamo nello spogliatoio e lui ripete la stessa manovra che aveva fatto quando si era messo il costume ma al contrario, in pratica si asciuga il torace, si rimette maglietta e camicia “a tendina” poi si sfila il costume, si asciuga e si infila mutande e pantaloni sempre sotto il lembo della camicia, anche questa volta il tutto è rapidissimo e non si vede nulla. Io mi metto l’accappatoio mi asciugo e mi rivesto tenendo l’accappatoio ma diciamo proprio sul più bello l’accappatoio mi si apre e lo becco che ci sta buttando l’occhio, si gira dall’altra parte e mi chiede scusa! Una cosa molto anomala in uno spogliatoio di una piscina. Io finisco di rivestirmi in pochi secondi, rosso in faccia per l’imbarazzo, ma non voglio perdere il contatto con lui, anche se invece di avere visto io lui era stato lui che aveva visto me. Mente stava mettendo le cose nella borsa pensavo di chiedergli perché mi aveva chiesto scusa ma lo avrei messo in imbarazzo e allora gli ho solo chiesto se era la prima volta che veniva in piscina (domanda stupida) e da lì abbiamo cominciato a parlare un po’, era sollevato del fatto che non avessi dato peso all’episodio dell’accappatoio. Siamo andati al bar, abbiamo preso una bibita poi gli ho chiesto se aveva la macchina, mi ha detto di no e mi sono offerto di accompagnarlo perché, stranamente per le mie abitudini da camminatore, ero venuto in macchia. L’ho accompagnato a casa, piuttosto lontano, circa 20 minuti in macchina, abbiamo parlato solo di sport e di allenamenti, quando è andato via mi ha salutato con una bella stretta di mano, molto decisa. Lo chiamerò Marco, ma in realtà ha un nome poco comune che mi ispira molta dolcezza. I miei a casa hanno notato che avevo preso bene l’esperienza in piscina e ne sono stati contenti. Conoscere Marco mi ha completamente cambiato la vita, non quella apparente, ovviamente, ma quella sessuale sì. In pratica è tramontata quasi del tutto l’era della pornografia ed è cominciata l’era di Marco. Mi fa una tenerezza immensa e questo è il punto, si tratta di una tenerezza sessuale, in pratica tutta la mia sessualità è dedicata solo a lui e tutti i miei film mentali hanno un solo protagonista. Lo amo perché è un bravo ragazzo, se possibile anche più imbranato di me, ma lo desidero anche sessualmente e non mi vergogno a dirlo. Ci sono state nei primi tempi delle situazioni imbarazzanti in cui mi sentivo in colpa perché non avevo parlato con lui in modo chiaro, per esempio certe volte mi chiamava la sera al cellulare, gli avevo detto che non posso parlare troppo perché ci sono i miei a casa e non ho la privacy che vorrei, ma lui mi chiamava lo stesso e stavamo anche mezz’ora e per me quelle telefonate avevano un valore erotico fortissimo, quando sapevo che stava per chiamarmi me ne vado a letto e mi masturbavo sotto le coperte quando mi parlava al telefono. Di questo mi sentivo un po’ in colpa, perché lui non lo sapeva, ma io avrei tanto voluto che lui facesse lo stesso. Col passare del tempo, in piscina, le cose sono un po’ cambiate, e siamo diventati proprio amici, lo andavo a prendere a casa e lo riaccompagnavo a casa tre volte alla settimana e parlavamo parecchio anche se mai di cose legate al sesso. Negli spogliatoi l’imbarazzo dei primi tempi piano piano lo avevamo superato, lui non usava più la camicia “a tendina” e si cambiava a fianco a me restando nudo per un secondo e io facevo altrettanto, era cosa brevissima ma ogni tanto mi dava uno sguardo in quel momento e io a lui ma facevamo finta di niente. In fondo tra noi era una specie di contatto sessuale accettato. Avevo notato che, come direbbero gli americani, è proprio ben dotato in that department e non posso negare che quando ci pensavo mi ribolliva il sangue. Poi è successo un fatto che ha cambiato completamente le cose. Una sera, dopo averlo riaccompagno a casa, siamo rimasti a lungo parlare in macchina e in pratica ci siamo dichiarati reciprocamente. Prima lui ha fatto un lungo preambolo che poteva voler dire una sola cosa, poi gli ho chiesto se potevo stringergli la mano e mi ha detto di sì, è stata una stretta intensissima che non finiva mai, gli ho detto: “Ti metto in imbarazzo se ti dico che sono sessualmente eccitato?” Mi ha risposto: “Succede pure a me”. Erano passati più di cinque mesi dal nostro primo incontro. Abbracciare Marco, poterlo finalmente baciare, poterlo finalmente toccare anche intimamente sapendo che la cosa a lui stava bene e vedere che tra noi c’era proprio un vivere la sessualità all’unisono, con in pratica reazioni identiche, vedere un ragazzo che “vuole” stare con me, potere pensare che siamo una coppia che questo probabilmente non crollerà, mi fa stare benissimo. Orami stiamo insieme da tre mesi e la mia vita è cambiata. La mia sessualità appartiene a Marco. Purtroppo non possiamo vivere i nostri sentimenti alla luce del sole, ma non c’è cosa al mondo che cambierei con la felicità di stare vicino a lui, perché è un ragazzo dolcissimo, un po’ come penso di essere io, ma è anche tanto sensuale. Quando stiamo in intimità mi pare di sognare. Purtroppo facciamo studi diversi e probabilmente faremo anche lavori molto diversi, viviamo la nostra storia in segreto, ci vediamo una volta alla settimana e passiamo insieme sabato pomeriggio e domenica in una casetta in Appennino fuori città, gli ultimi mesi faceva un freddo cane e starsene abbracciati sotto le coperte era proprio una cosa tenerissima. È bellissimo vivere insieme sesso e tenerezza. Certe volte ho paura che sia solo un sogno e che possa finire da un momento all’altro, quando va in giro in macchina mi faccio mandare un sms ogni volta che arriva a destinazione e faccio lo stesso io con lui. La nostra felicità la devo salvare ad ogni costo. Ecco questo volevo dire ai ragazzi di progetto gay, sesso e tenerezza sono una cosa sola e la felicità è possibile! Quindi coraggio!! Un saluto affettuoso a te, Project, che hai messo su tutto questo progetto. Ovviamente la mail puoi pubblicarla. Un abbraccio carissimo a tutti.
Michael
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domenica 13 febbraio 2011

GAY E SESSUALITÀ REPRESSA

Ciao Project,
sono capitato sul blog per caso, anzi nemmeno per caso, onestamente cercavo un po’ di porno, questa è la realtà, poi mi sono messo a leggere e sono andato avanti per tutta la sera. Volevo entrare in chat ma non me la sono sentita, quasi un senso di repulsione, non lo saprei definire diversamente, non so che cosa ci potrei trovare e magari mi potrebbe lasciare male, ma in fondo non è di questo che ho bisogno. Penso che tu di ragazzi gay ne abbia conosciuti molti, io ho vent’anni, vado all’università con buoni risultati, sarei in pratica soddisfatto della mia vita se non ci fosse il fatto che io vivo praticamente due vite, una per gli altri, quella del bravo ragazzo tutto casa e chiesa (sì, anche quello) e l’altra per me, quella del ragazzo represso che forse non riuscirà mai ad essere se stesso. Sono gay, di questo non ho alcun dubbio, non ho mai avuto alcun interesse sessuale per le ragazze ma non riesco ad accettare il mio essere gay. Diversi anni fa (a 13/14 anni, non ricordo nemmeno esattamente) ho fatto qualche volta dei giochi sessuali con un altro ragazzo della mia età, solo che dopo lui è diventato del tutto etero e io sono diventato del tutto gay. Lui proprio non se ne ricorda più mentre per me è diventata una specie di idea fissa, insieme molto attraente e molto repellente. Ho pensato spesso che sono diventato gay come conseguenza di quei fatti, ma se ci penso razionalmente non mi sembra possibile. Per l’altro ragazzo al di là della curiosità momentanea non c’è stato più nulla, questo penso significhi che io ero in un certo senso predisposto a diventare gay. Ma torniamo alla mia seconda vita, mi sento totalmente represso, arrivo a fare di tutto se mi viene in mente una finalità sessuale (che poi non metto mai in pratica). Nell’ultimo anno di liceo mi sono innamorato di un mio compagno, ho fatto di tutto per stare con lui in camera alla gita scolastica e per riuscire a vederlo nudo almeno per un momento e ci sono riuscito. In pratica quella per me era l’unica finalità della gita scolastica, proprio un’idea fissa. Quel ragazzo è etero, io non ho mai detto a nessuno di essere gay e così devo limitarmi a rubare qualcosa di sessuale perché so che non potrei mai parlare apertamente e meno ancora potrei sperare che un ragazzo si innamorasse di me, e invece di me si innamorano le ragazze, io faccio di tutto per non incoraggiarle ma loro mi stanno appresso e non mi mollano mai. Tutti pensano che io sia etero per il fatto che ho sempre tante ragazze intorno ma per me non sono nemmeno amiche, non me ne fido affatto, come non mi fido nemmeno nei ragazzi. E allora vivo di porno ma è proprio deludente, in pratica la mia vita è fatta solo di studio (che le soddisfazioni me le dà eccome) e di porno che alla fine mi porta al disgusto ma è anche l’unica forma di sessualità accessibile. A casa mia ho la mia stanza ma da sempre non ci sono chiavi alle porte, nemmeno al bagno, quindi per stare un po’ tranquillo devo aspettare che i miei siano a dormire il che non succede mai prima dell’una di notte, insomma passo le mie serate a girare per i siti porno aspettando che i miei vadano a dormire, con la paura che qualcuno possa entrare da un momento all’altro, e poi mi sfogo un po’, ma anche lì le cose sono deprimenti, non prima o durante ma soprattutto dopo, mi sento uno schifo e avrei voglia di buttare via tutto perché non ha senso andare avanti così. Qualche volta penso di avere qualcosa di patologico, non so come dire, proprio qualcosa che non va a livello psichico, e vorrei uscire da questa doppia vita che in pratica è una doppia frustrazione. Ho tagliato i ponti con tutti, ai ragazzi che conoscevo, a forza di sentirsi dire di no, è passata anche la voglia di chiamarmi e di invitarmi. Adesso poi ci si mettono pure i miei genitori che danno tutto per scontato e anche se sono persone intelligenti non hanno capito assolutamente nulla. Project, è con questo stato d’animo che sono arrivato al tuo blog e francamente mi ha colpito parecchio, è una cosa in pratica unica nel web e nelle storie di alcuni ragazzi mi ci sono rivisto. Non avevo mai scritto una mail come questa e soprattutto non avrei mai pensato di poterla spedire ma adesso provo a farmi forza e a farlo. Se vuoi pubblicala perché non ci sono elementi personali specifici, però ti chiedo di mandarmi la risposta per e-mail . Ho letto che è possibile parlare con te su msn, ti mando il mio contatto (omissis), mi farebbe piacere parlare un po’ (non so se poi avrò realmente il coraggio di farlo).
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giovedì 10 febbraio 2011

GAY E ANSIA

L’ansia, ossia la sensazione dell’incombere di qualcosa di pericoloso e di incontrollabile ma nello stesso tempo di indefinibile, si presenta nei modi più vari nella vita di tutte le persone, in pratica nessuno se ne può dire immune al 100%. Spesso la percezione dell’ansia è marcata da sensazioni di vuoto, di irritabilità, di diffusa insofferenza, dal sentire il trascorrere inutile del tempo come una progressiva perdita di possibilità. L’ansia si accompagna spesso a somatizzazioni a livello cardiaco e pressorio o all’insonnia o ad uno stato di agitazione inconcludente. L’ansia compromette spesso le normali attività della vita o le rende più faticose e difficili da affrontare, allontana da una valutazione oggettiva e razionale delle cose ed enfatizza le difficoltà e i rischi, fino ad arrivare a bloccare quasi del tutto le attività di una persona e a costringerla a cercare un sostegno a livello psicoterapeutico e farmacologico.

Nel seguito mi fermerò a parlare solo dell’ansia reattiva, ossia di quelle sindromi ansiose in cui una concausa scatenante e spesso determinante si può individuare a livello ambientale, lasciando da parte l’ansia primaria per la quale non sembra di poter identificare concause determinanti o scatenanti a livello ambientale. Per chiarezza riporto alcuni esempi di ansia reattiva:

1) Uno studente, inserito in una classe scolastica, manifesta frequenti segni di ansia: insonnia, tachicardia episodica, timori immotivati, facile irritabilità, difficoltà di concentrazione, disadattamento ambientale. Quello stesso studente, dopo aver cambiato classe, non manifesta più la stessa sindrome ansiosa, appare tranquillo e bene inserito nella nuova classe.

2) Un uomo sposato che ha difficili rapporti con la famiglia della moglie manifesta segni di ansia, quando si trasferisce in un’altra città, lontano dalla famiglia della moglie, non manifesta più segni di ansia.

3) Un uomo anziano che trova problemi sul lavoro ha tachicardia, si sente oppresso dal lavoro e si aspetta di poter finire nei guai da un momento all’altro per qualche motivo che non riesce neppure ad identificare con chiarezza. Quell’uomo, dopo essere andato in pensione, ritrova la sua serenità e non ha più manifestazioni ansiose.

Come si vede, le cause dell’ansia reattiva non sono collegate solo al soggetto che la prova ma alla sua difficile interazione con l’ambiente in situazioni particolari dette appunto ansiogene. È di tutta evidenza che tra le situazioni ansiogene deve essere ricompresa anche l’omosessualità, ma non l’omosessualità in sé ma l’omosessualità in un ambiente omofobo. Vorrei sottolineare che non intendo qui come omofobia le attività di repressione più o meno violenta della omosessualità ma proprio la fobia della omosessualità, cioè la tendenza ad escluderla e ad emarginarla. L’omofobia è una realtà subdola che si cela spesso anche sotto l’apparenza della tolleranza e del rispetto. La radice dell’omofobia consiste nel percepire l’omosessuale come diverso e come altro da sé ben al di là dell’orientamento sessuale, come se l’orientamento sessuale costituisse una barriera divisoria tra gruppi umani.

L’omofobia non si può valutare in astratto né si può superare razionalmente e spesso le persone omofobe non percepiscono i loro atteggiamenti come omofobi. Naturalmente molto diversa è la percezione della omofobia ambientale da parte di chi la subisce e la vive quotidianamente come una limitazione della propria libertà. Gli omosessuali sono sensibilissimi ai risvolti omofobi dei comportamenti dei loro familiari, dei loro amici e dell’ambiente sociale in cui vivono. Per un gay si tratta di avere l’attenzione sempre concentrata per determinare “reattivamente” il proprio comportamento in modo da diminuire il rischio che l’omofobia ambientale si scateni contro lui.

Alcune situazioni particolari possono essere per un gay particolarmente ansiogene:

1) Essere sottoposto alle domande dei genitori e dei parenti tipo “Ce l’hai la ragazza?”

2) Trovarsi a scuola oggetto di attenzioni da parte di una ragazza seria che è vissuta come un pericolo in rapporto al gruppo.

3) Trovarsi in ambienti di lavoro molto ristretti e molto pettegoli in cui non sia possibile far parte per se stessi e mantenere una propria privacy.

4) Trovarsi anche provvisoriamente in situazioni di convivenza stretta con altre persone con le quali si arriva inevitabilmente a parlare di rapporti affettivi e di sessualità.

Aggiungerei a queste situazioni una quinta e una sesta che per i gay possono essere veramente fortemente ansiogene:

5) Innamorarsi di un ragazzo di cui non si conosce l’orientamento sessuale ed entrare in un percorso senza fine di indecisioni, timori e rinvii.

6) Dovere nascondere il proprio orientamento sessuale, situazione che può presentarsi a tenti livelli, dall’ansia del coming out con un amico fidato al dovere mentire al proprio coniuge da parte di un gay sposato.

Fin qui abbiamo parlato solo di ansia in termini generici, ma per i gay, molto spesso l’ansia si manifesta in dimensioni strettamente connesse alla sessualità. L’interiorizzazione della omofobia ambientale porta i gay alla non accettazione di sé e li spinge spesso inconsapevolmente a tentare la strada dalla sessualità etero. Si tratta di vere e proprie auto-imposizioni che si concretizzano nei cosiddetti “esperimenti sessuali”: provo a stare con una ragazza, se ci riesco vuol dire che sono etero. Si tratta in realtà di un meccanismo di tipo nevrotico in cui l’ansia ha la parte dominante. L’esperimento sessuale è profondamente voluto ma non come forma di sessualità ma come test che possa confermare una presunta identità etero. Non mi stancherò mai di sottolineare l’assoluta assurdità dei consigli che anche alcuni psicologi danno ai loro pazienti quando li vedono non troppo convinti della loro sessualità etero, spingendoli a “provare il sesso gay”. Non ha alcun senso “provare” il sesso gay per valutare le proprie reazioni, come non ha senso andare con una ragazza per verificare il proprio essere etero. L’orientamento sessuale non è legato ai comportamenti ma ai desideri sessuali. Ci sono gay che si sposano, la loro vita di coppia è etero al 100% ma le loro fantasie sessuali non sono etero e la loro masturbazione è in chiave gay. Per capire il proprio orientamento quindi non si tratta di provare un comportamento sessuale gay o etero di coppia, cosa che, tra l’altro, può essere rischiosa per la salute, ma di mettere da parte “gradualmente” i propri condizionamenti per conquistare prima di tutto una vera libertà in termini di fantasie sessuali e di masturbazione. Tra l’altro l’ansia originata da questioni di orientamento sessuale concepite come problema, molto spesso, provoca conseguenze, anche pesanti, in questioni che nulla hanno a che vedere son la sessualità e in particolare negli studi. Quando la mente si concentra sulla ricerca a tutti i costi di una risposta ad un problema connesso alla sessualità finisce per trascurare e minimizzare aspetti fondamentali della vita sociale e di relazione. In alcuni casi l’abbandono dello studio, come conseguenza di un modo ansioso di vivere la sessualità provoca ulteriori insicurezze e sensazioni ansiose che si estendono piano piano anche molto al di fuori della sessualità. In queste situazioni non ha alcun senso cercare a oltranza risposte certe e definitive seguendo una spinta di tipo nevrotico, bisogna invece mettersi bene in mente che in certe cose le risposte certe e definitive non esistono proprio e che l’ansia si supera solo rendendosene conto e mettendo definitivamente da parte l’idea di incasellarsi in questa o in quella categoria, ma aggiungo una cosa, riprendere gli studi, se gli studi sono stati trascurati o messi da parte, significa non solo cercare di non creare ulteriori problemi per il futuro in termini di lavoro e di prospettive economiche ma anche allontanarsi dall’idea di avere un problema che deve essere risolto presto e in via definitiva. In pratica il ritorno alla normale attività di studio o di lavoro rappresenta il sintomo più significativo del superamento dell’ansia e la terapia più utile in quel senso. Aggiungo che l’ansia che viene spesso percepita come derivante da incertezze di orientamento sessuale ha in realtà ben altre origini perché l’orientamento sessuale gay in sé, in un ambiente sereno, non suscita reazioni ansiose. Bisogna partire rendendosi conto che il problema non ce lo portiamo dentro, non lo creiamo noi, ma si tratta di una reazione ad una situazione ambientale difficile. Un problema esterno non deve trasformarsi in un problema interno e la mitizzazione al negativo della omosessualità diffusa in un clima omofobo non deve essere interiorizzata. La sensazione di solitudine deve essere considerata momentanea conseguenza di una situazione ambientale difficile perché è realmente così e queste situazioni possono benissimo cambiare. Quanto detto vale come indicazione per il superamento dell’ansia da parte di chi quell’ansia prova in prima persona, c’è però da tenere presente che la via principale per il superamento dell’ansia è la socializzazione affettiva, ossia l’avere intorno a sé una rete di rapporti affettivi veri che trasmettono sensazioni di sicurezza e di stabilità. Spesso quando ci si rende conto di avere amici ansiosi nascono scrupoli in merito al parlare con loro in modo chiaro di tutto perché potrebbero sentirsi a disagio ed è facile assumere di fonte a persone ansiose atteggiamenti reticenti o palesemente falsi a fin di bene. Come in tutte le relazioni tra persone, la cosa più sbagliata è recitare una parte, assumere un ruolo “per il bene di un’altra persona”. Una cosa da evitare nei confronti di persone molto ansiose è il tentativo di convincerle a forza di ragionamenti e di esempi che l’ansia deve e può essere superata. Nei confronti dall’ansia giova moltissimo sentirsi coinvolti in una clima affettivo vero mentre è addirittura controproducente ogni forma di ragionamento astratto. Accade spesso che questioni che non sono di per sé affatto problemi vengano invece vissute ansiosamente come problemi. In queste situazioni il confronto e il dialogo con persone che abbiano un’esperienza affine è essenziale per rendersi conto di come altri reagiscono a situazioni analoghe a quelle che anche noi viviamo e per sdrammatizzare. Sentirsi l’unica persona al mondo a dover affrontare un problema urgente e di difficile soluzione è stressante e ansiogeno, rendersi conto che il presunto problema in realtà è un problema solo nella misura in cui lo si considera tale e che moltissime altre persone si sono trovate o si trovano ad affrontare situazioni molto simili è molto più tranquillizzante e soprattutto e molto più vero.
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domenica 30 gennaio 2011

AFFETTIVITÀ E SESSUALITÀ GAY

Questo post mira a puntualizzare il rapporto tra affettività e sessualità nelle persone omosessuali. Quanto segue è un primo tentativo di sintetizzare ciò che emerge dall’esperienza di Progetto Gay e perciò si riferisce essenzialmente a gay non dichiarati.

Cercherò innanzitutto, pur con i limiti che qualunque linguaggio comporta, di chiarire che cosa intendo con i termini affettività e sessualità. Non voglio dare alcuna definizione a termini che sono di per sé alquanto indefinibili ma intendo solo specificare con quali significati userò questi termini nel seguito.

AFFETTIVITÀ
Con la parola affettività intendo riferirmi alla sfera profonda delle relazioni interpersonali “primarie” cioè a quelle relazioni interpersonali che non sono strumentali ad altri fini e trovano in se stesse la ragione del loro potere gratificante. In altri termini intendo quelle relazioni che si costruiscono e si mantengono spontaneamente e che risultano gratificanti per il fatto stesso che esistono. La presenza importante di un rapporto affettivo, spesso, non si rileva mentre quel rapporto è in essere ma quando quel rapporto viene meno, attraverso un senso di mancanza, di vuoto e di insoddisfazione. Il venir meno di un rapporto affettivo produce la sensazione della solitudine. Alla maggior parte dei rapporti affettivi non si attribuisce in genere un valore particolare perché essi non spiccano nell’orizzonte del soggetto ma costituiscono il substrato necessario della sua stabilità affettiva. I rapporti affettivi essenziali consentono e garantiscono la tranquillità di una persona, quando ci sono, sono dati per scontati, quando vengono a mancare se ne percepisce nettamente l’importanza.

SESSUALITÀ
Con la parola sessualità intendo riferirmi a tutto ciò che in modo diretto o indiretto comporta una eccitazione sessuale, ossia è legato alla fisiologia della sessualità, all’erezione, all’eiaculazione, ai sogni erotici, alla masturbazione e alla sessualità di coppia. La sessualità è nettamente percepita dal soggetto come qualcosa di specifico e di chiaramente connotato rispetto all’affettività. Mentre l’importanza e il peso stabilizzante dei rapporti affettivi non sono spesso avvertiti o sono nettamente sottovalutati, il significato e il peso della sessualità sono invece spesso sopravvalutati e messi in relazione biunivoca esclusiva e diretta con lo stare bene o male.

Premesse queste definizioni dei due concetti di affettività e di sessualità, si capisce facilmente che si tratta di fenomeni correlati ma diversi.
Nella sfera affettiva rientrano i rapporti familiari e le amicizie in modo e grado molto vario. Nella sfera sessuale rientra tutto ciò che ha in modo diretto o indiretto per il soggetto un significato in termini di fisiologia sessuale. I due insiemi sono diversi, la sessualità non è un sottoinsieme dell’affettività né l’affettività è un sottoinsieme della sessualità. Esistono dimensioni affettive essenziali, importantissime nell’equilibrio di una persona, che nulla hanno a che vedere con la sessualità ed esistono forme di sessualità in cui manca una vera base affettiva.

Partiamo dall’analisi dell’affettività adolescenziale. Durante l’adolescenza, quando si risveglia la sessualità, quasi tutta l’attenzione dei ragazzi è concentrata sulla sessualità e gli aspetti affettivi della relazionalità sono in genere poco sottolineati ma ciò nonostante sono essenziali. Consideriamo in particolare il periodo critico delle scuole medie, il vero momento di definizione della sessualità di un ragazzo. Ad undici, dodici anni un ragazzo non ha e non può avere un’idea precisa del mondo adulto che avverte ancora come lontano da sé, non può avere una vera autonomia di decisione o di scelta perché manca di riferimenti essenziali che imparerà a conoscere via via negli anni, ha quindi bisogno di “affidarsi” ad altri, di creare meccanismi che lo rassicurino e gli permettano la conquista di gradi di libertà via via maggiori. Il rapporto con i genitori è, a questo punto, fondamentale e tanto più importante, in termini di stabilizzazione affettiva dei ragazzi, quanto meno avvertito. L’elemento fondamentale del rapporto con i genitori si manifesta nella loro presenza non oppressiva. Quando la presenza del genitore si fa pesante il suo ruolo stabilizzante viene meno e il rapporto rischia di diventare conflittuale. Tipico è il caso della violazione della privacy di un ragazzo da parte dei genitori. Non è importante che un adolescente parli effettivamente di tutto con i propri genitori ma che sappia che in caso di necessità potrebbe farlo e troverebbe un ascolto adeguato. La difficoltà del mestiere di genitore nei confronti di figli adolescenti sta proprio nel mantenere un equilibrio adeguato all’età dei figli che permetta loro di sviluppare una progressiva autonomia senza il rischio che si sentano abbandonati a se stessi.

Al tempo delle scuole medie c’è anche un altro elemento fondamentale nelle determinazione dell’equilibrio affettivo di un ragazzo ed è il gruppo dei pari, degli amici, dei compagni di scuola o di giochi. L’inserimento sociale nel gruppo, a questa età, non è analogo a quello degli adulti che si incontrano in situazioni sociali come il lavoro ma ha una intrinseca e importante valenza affettiva. La trasmissione di valori e di codici di comportamento avviene spessissimo attraverso il gruppo dei pari. Qui va fatta una sottolineatura importante. Negli anni della scuola media quando si definisce l’orientamento della sessualità adulta, gli argomenti che riguardano la sessualità non sono quasi mai oggetto di confronto tra un ragazzo e i genitori e la trasmissione di valori e di modelli di comportamento avviene, su questi temi, in modo pressoché esclusivo attraverso il gruppo dei pari. In buona sostanza la prima sistematizzazione del sé come persona sessuata avviene quasi sempre nel gruppo dei pari.

Cerchiamo ora di applicare quanto detto al caso di un ragazzo di 11, 12 o 13 anni che comincia a percepire la propria omosessualità. Al di là di definizioni di qualunque genere, avverte che il modo che hanno i genitori di riferirsi alla sessualità è esclusivamente eterosessuale e che anzi quando i genitori parlano degli omosessuali lo fanno identificando l’omosessualità come una malattia se non proprio come una depravazione. Questo fatto mette un ragazzo giovanissimo in situazione di grave difficoltà, lo disorienta, gli fornisce una percezione distorta e colpevolizzata di sé, il ragazzo non solo si rende conto che non potrebbe parlare comunque con i genitori di quello che gli sta succedendo ma capisce che il giudizio dei genitori su quello che lui è realmente è negativo. Di qui la sensazione di solitudine, di isolamento più che di conflitto aperto, che si manifesta sempre più chiaramente col passare degli anni. Un discorso sostanzialmente analogo vale anche per il gruppo dei pari nei confronti del quale non ci può essere un inserimento sostanziale, dato il peso che la scoperta della sessualità ha a quell’età nel cementare il gruppo. Ne deriva anche qui una sensazione di isolamento e di solitudine. L’educazione sessuale formale o meglio gli elementi base della sessualità presentati dalla scuola sono per di più esclusivamente eterosessuali e questo non fa che complicare le cose. Ma non basta, perché il gruppo dei pari diventa spesso capace di comportamenti autenticamente aggressivi nei confronti dei ragazzi che non si allineano. Il bullismo è una forma pesantissima di violenza che trasforma il gruppo dei pari in autentico persecutore dei ragazzi omosessuali. Parlando su msn con tanti ragazzi gay ho potuto notare quanto il fenomeno del bullismo omofobo sia frequente e violento e quanti danni possa produrre.
In conclusione il rapporto con i genitori e il rapporto col gruppo dei pari, che sono per i ragazzi etero dei rapporti affettivi fondamentali e profondamente stabilizzanti, diventano per i ragazzi gay fonte di sconforto e di senso di solitudine. Devo sottolineare che i ragazzi gay considerano spessissimo il periodo della scuola media come quello peggiore e più traumatico della loro crescita.

Le conseguenze dell’isolamento dei ragazzi gay al tempo della scuola media sono notevoli, in primo luogo la tendenza alla socializzazione si riduce nettamente, i ragazzi si isolano e tendono a chiudersi in se stessi, ma esistono anche conseguenze legate specificamente alla sessualità. Moltissimi ragazzi gay arrivano all’uso della pornografia finalizzata alla masturbazione prima dei 14 anni e inevitabilmente i modelli forniti dalla pornografia diventano la base della loro educazione sessuale, una educazione sessuale in cui lo spazio per l’affettività diretta verso un altro ragazzo è praticamente inesistente.

In genere si registra un netto miglioramento della situazione con il passaggio alla scuola superiore in cui i fenomeni di bullismo tendono a sparire. Tra i 14 e i 15 anni cominciano a svilupparsi delle amicizie amorose, non sempre condivise ma vissute dai ragazzi gay con coinvolgimenti emotivi e affettivi molto forti, spesso queste amicizie sono delle vere e proprie forme di innamoramento in cui la sessualità ha un peso molto significativo. Il valore affettivo stabilizzante di queste amicizie amorose è notevole, almeno all’inizio, ma alla lunga la frustrazione può tornare a prevalere perché questi rapporti sono fortemente dissimmetrici. In questa fase si innesta, dopo la presa di coscienza e l’accettazione del proprio essere gay, l’idea del coming out ristretto ossia del dire ad uno i più amici fidati di essere gay. Il problema del coming out è l’espressione di una ricerca di stabilità affettiva all’interno di un gruppo di amici che sanno e che accettano e con i quali si può essere se stessi. Spesso il coming out diretto verso un amico speciale è nella sostanza una dichiarazione d’amore dalla quale ci si aspetta una risposta che però di norma non arriva nei termini attesi e questo comporta un ulteriore senso di frustrazione. Non è raro che dopo un coming out le cose non solo non migliorino ma si complichino addirittura. Resta tuttavia che l’investimento affettivo sulle amicizie, più o meno sessualizzate, da parte dei ragazzi gay è notevole, il rapporto con i genitori resta invece formale e comincia a venire alla luce il problema del coming out familiare. Nella grande maggioranza dei casi i ragazzi non arrivano al coming out familiare che resta un fenomeno minoritario e limitato a situazioni ambientali particolarmente favorevoli.

Con l’andare dell’età il problema del conflitto o della incomprensione da parte dei genitori viene percepito come meno urgente mentre nasce l’esigenza di crearsi un proprio mondo affettivo attraverso amicizie, questa volta con altri ragazzi gay. Tuttavia la ricerca di amici gay è spesso confusa dai ragazzi gay con la ricerca di un ragazzo, ossia di un partner di coppia. I modelli derivanti dalla pornografia e dal contesto gay visibile accentuano il significato della sessualità e tendono a svalutare la dimensione affettiva e qui interviene un altro elemento tipico di molti ragazzi gay e cioè la sessualizzazione dell’affettività. I due ambiti di amicizia e amore tendono a sovrapporsi e in particolare le esigenze affettive vengono vissute come esigenze sessuali, le amicizie più importanti tendono a sessualizzarsi e a trasformarsi in rapporti di coppia su una base apparentemente o debolmente sessuale. Molto spesso la forza e nello stesso tempo la debolezza e, direi, soprattutto la fluidità dei rapporti tra gay è dovuta proprio a questa sessualizzazione dell’affettività. Un rapporto tra due ragazzi gay parte come un rapporto basato sulla sessualità ma col passare del tempo, in genere in termini brevi, la spinta sessuale in senso stretto si esaurisce e subentra una relazione affettiva forte di tipo amichevole che però talvolta mantiene significati e sbocchi anche sessuali, ma in cui la sessualità non è avvertita come l’elemento primario. In qualche caso i rapporti costruiti su queste basi si sciolgono proprio per il venire meno dello spinta specificamente sessuale ma in genere si mantengono perché sono una risposta concreta ad un bisogno affettivo profondo. I due ragazzi parlano chiaro tra loro, non si giurano amore eterno, sono consapevoli che il loro rapporto potrà venire meno, almeno sul piano sessuale, se uno di loro troverà delle alternative veramente convincenti ma sono anche consapevoli che il rapporto affettivo tra loro “probabilmente” non verrà meno. I ragazzi che vivono rapporti di coppia con sessualizzazione dell’affettività stanno bene insieme, si sentono profondamente a disagio quando in nome di una esclusività sessuale che capiscono di non poter garantire a priori, tentano di allontanarsi l’uno dell’altro, stimano umanamente il loro compagno, gli voglio bene in modo profondo anche se con l’andare del tempo si accorgono di non esserne più o di non esserne mai stati sessualmente innamorarti di lui. Questi rapporti tra ragazzi gay sono di fatto molto più frequenti e molto più stabili di quanto si crede, proprio perché hanno alla base esigenze affettive profonde.

Va detto che la sessualizzazione dell’affettività realizza nella sostanza l’effetto stabilizzante che è tipico delle relazioni affettive anche se lascia una almeno parziale insoddisfazione sul piano sessuale. Perché possa realizzarsi comunque una forma di sessualizzazione dell’affettività in un rapporto tra due ragazzi, tra di loro deve comunque esserci una compatibilità e un’intesa anche sessuale, in caso contrario la cosa non partirebbe neppure. Il grado di compatibilità e di interesse sessuale reciproco può essere molto vario, se è tale che l’esclusività sessuale di coppia è di fatto vissuta come una garanzia e non come un limite, allora il rapporto nasce su ottime basi e non si tratta più di una sessualizzazione dell’affettività in cui la sessualità è marginale e comunque non del tutto soddisfacente ma di un vero rapporto d’amore che coniuga un’attrazione sessuale reciproca e forte con una dimensione affettiva profonda, in pratica il sogno di qualunque ragazzo gay. In questo caso non si può neppure parlare di sessualizzazione dell’affettività ma si dovrebbe parlare di fusione originaria di sessualità e affettività.

La sessualizzazione dei rapporti affettivi è un meccanismo che agisce tra ragazzi che hanno comunque costruito un rapporto di amicizia così importante da potersi trasformare in un rapporto di coppia, eventualità che però non è sempre realizzata. Capita spesso che, nonostante ripetuti tentativi di creare rapporti affettivi con altri ragazzi gay, non si riseca effettivamente ad istaurare rapporti veramente profondi e, con l’andare del tempo la situazione può divenire decisamente frustrante. In genere chi vive queste frustrazioni è solito attribuirle alla mancanza di un ragazzo, ossia al non vivere una relazione di coppia ma in realtà la mancanza di una relazione di coppia difficilmente produce sensazioni di frustrazione profonda in ragazzi che hanno una vita affettiva gratificante, cioè in ragazzi la cui vita è stabilizzata dalla presenza di rapporti affettivi importanti sia in famiglia che con gli amici. In queste situazioni l’assenza di un compagno è compensata da altre gratificazioni. Quando invece la vita affettiva è molto impoverita, quando le amicizie di fatto fono solo formali, i ragazzi sono particolarmente predisposti a percepire il senso della solitudine che sconfina in qualche caso in forme al limite della depressione. In situazioni ci carenza effettiva si instaura spesso il tentativo di costruire deliberatamente un rapporto di coppia per sfuggire alla solitudine, ma in situazioni del genere il tentativo difficilmente si trasforma in una relazione stabile perché alla base manca una dimensione affettiva di amicizia vera, cioè di affettività vera che possa permettere di vivere almeno parzialmente una dimensione sessuale. In pratica si identifica il problema nella difficoltà di realizzare una vita di coppia e si tralascia il sostrato affettivo. In queste situazioni più che cercare un partner di coppia bisognerebbe cercare di crearsi un mondo di vere amicizie gay e non solo. La stabilizzazione derivante da una vita affettiva gratificante consente di vivere anche una sessualità serena.

Vorrei adesso dedicare una riflessione a comprendere perché tanti ragazzi, ma anche tante persone che non sono più né ventenni di trentenni, apprezzano Progetto Gay. La prima spinta che porta le persone ai siti di Progetto Gay tramite i motori di ricerca e legata al cercare di capire come gli altri vivono l’essere gay, ma se la motivazione fosse effettivamente solo informativa l’interesse verrebbe meno in periodi relativamente brevi. In realtà, pur rimanendo il contatto personale diretto un elemento importantissimo dei rapporti affettivi, la rete può offrire delle possibilità reali di creare rapporti sensati e addirittura profondi con altri ragazzi certamente gay, cosa che nella vita reale non è affatto facile, Progetto Gay è in buona sostanza un centro di aggregazione, una piazza mediatica in cui ci si incontra e ci si conosce. Un forum e una chat non appartengono a una dimensione virtuale, non sono film, ma mezzi di comunicazione tra persone reali e per questa via è possibile costruire rapporti affettivi autentici con altre persone. In sostanza il Progetto favorisce la creazione di rapporti affettivi e riduce di molto il senso di solitudine che tanti gay oggi ancora provano e che per i gay della mia generazione era una specie di destino ineluttabile. Barbara ha avviato sul forum una discussione sulla progettogaymania ipotizzando scherzosamente che il Progetto possa creare delle vere e proprie dipendenze. Io invito tutte le persone che frequentano il forum e la chat e pensare come si sentirebbero se per qualsiasi ragione Progetto Gay sparisse definitivamente dalla rete da un girono all’altro. Francamente penso che se ne sentirebbe la mancanza proprio perché alla fine scrivere sul forum e chiacchierare con degli amici gay seri in chat non è una cosa neutra come leggere un’enciclopedia ma ha realmente un valore affettivo.
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venerdì 28 gennaio 2011

SESSUALITÀ GAY E SCOPERTA TARDIVA DELLA MASTURBAZIONE

Ciao Project,
per decidermi a scriverti questa mail ci ho messo cinque mesi. Ho scoperto progetto gay ormai da due anni e mezzo, lo apro ogni volta che posso, le cose che leggo le sento molto vicine, molto mie e in particolare certi tuoi post sulla masturbazione sono stati per me veramente illuminanti. Ho quasi 22 anni sono uno studente che cerca e ha cercato sempre di impegnarsi al massimo nello studio e da quel punto di vista mi ritengo soddisfatto, ma non è dello studio che ti voglio parlare. Sono veramente molto imbarazzato a scrivere di queste cose ma voglio andare avanti. Per me la scoperta della sessualità è arrivata molto tardi, in pratica dopo i sedici anni forse addirittura a diciassette. Fino quasi a 17 anni ero molto piccolino, mi davano sempre meno anni di quelli che avevo. In primo classico mi prendevano per un ragazzo di quarta ginnasio, in pratica non avevo pulsioni sessuali e nemmeno curiosità in quel senso, praticamente non mi ponevo proprio il problema. Poi nell’estate tra il secondo e il terzo classico (sono andato a scuola un anno prima) sono radicalmente cambiato a livello fisico. Quando sono entrato in terzo classico non mi riconoscevano nemmeno, ero cresciuto molto in altezza ma ero anche ben costituito, insomma mi dicevano che ero proprio un bel ragazzo, mi cresceva una barba molto regolare che rasavo tutti i giorni e fin qui, tutto bene, ma c’erano tante altre cose, in particolare ho cominciato a provare pulsioni sessuali molto forti, andavo piuttosto frequentemente in erezione anche senza pensare a nulla e la cosa mi imbarazzava molto. A quell’epoca, in fondo pochi anni fa, non avevo nessuna idea realistica della sessualità e soprattutto non avevo alcuna esperienza della masturbazione, sembra assurdo ma è proprio così. Leggendo i post di progetto gay mi sono reso conto che per un diciottenne non conoscere per esperienza diretta che cosa sia la masturbazione è una cosa decisamente non comune, ma a me capitava esattamente questo. Anche dopo il mio sviluppo fisico, prima dell’ultimo anno del liceo, l’idea della masturbazione non mi sfiorava nemmeno. Arrivavano le polluzioni notturne ma finiva proprio tutto lì. Ho provato anche ad andare su dei siti porno etero, ma la cosa mi era in pratica del tutto indifferente, di andare su un sito gay non mi passava nemmeno per l’anticamera del cervello. Ero totalmente isolato, non avevo proprio nessuno con cui poter parlare di queste cose e comunque ero di una tale timidezza che non lo avrei fatto in nessun caso. In terzo classico ormai ero diventato un ragazzo interessante per le mie compagne di scuola ma loro a me non facevano proprio nessun effetto, tra l’altro ero l’unico ragazzo della classe, anche questa cosa mi ha condizionato molto. In pratica non avevo una sessualità, studiavo, le ragazze non mi interessavano e dei ragazzi non sapevo proprio nulla, dei gay avevo un’idea del tutto assurda, pensavo che fossero dei casi patologici fissati col sesso che, tra l’altro, non capivo nemmeno che attrattiva potesse avere. Cominciato il terzo classico la mia vita è cambiata in modo radicale, ho avuto un nuovo compagno maschio, Luca (non si chiama così), un bel ragazzo che mi è piaciuto subito, non sessualmente, perché proprio non pensavo a queste cose, ma mi stava simpatico, scherzavamo spesso e ci siamo messi al banco insieme, piano piano siamo entrati in familiarità, veniva a studiare da me e io andavo a casa sua. Gli volevo bene. Studiavamo insieme e non parlavamo mai di sesso, di tante altre cose sì ma di sesso mai. Aveva per me tante attenzioni, era prudente, quasi esitante nei miei confronti, sorrideva spessissimo, ci teneva a farmi capire che lui c’era. In pratica si era innamorato di me. Secondo lui probabilmente io avrei dovuto capirlo ma non avevo capito nulla, l’idea che un ragazzo come Luca, che io non identificavo in nessun modo come gay, si potesse innamorare di me non mi sfiorava neppure e lui non aveva il coraggio di parlare chiaro. Un giorno che si studiava insieme mi sono accorto che Luca stava almeno parzialmente in erezione e ho notato che era imbarazzato da questo fatto, gli ho detto: “Nessun problema! Capita!” ma quello che è successo dopo non me lo aspettavo assolutamente, mi chiede: “Ma tu hai capito il perché?” Gli rispondo: “No.” Ci ha messo più di un minuto ad andare avanti, poi mi ha detto: “Perché ci sei tu …” Io non ho capito quello che voleva dire e pensavo che mi stesse dicendo che ero anche io in erezione ma non era così e gli ho risposto. “No, non è vero!” Lui l’ha preso per un rifiuto nei suoi confronti e ha cominciato a stare visibilmente a disagio. Io gli ho detto: “Scusa, non ho capito, ma che volevi dire?” E mi ha risposto: “Mi sono innamorato di te.” In quel momento devo avere fatto una faccia stupita, poi gli ho detto: “Aspetta, fammi capire bene, tu ti sei innamorato di me?” Da lì abbiamo parlato tanto. Stavo proprio a mio agio, abbiamo parlato anche di sesso, io ho cercato di fargli capire che realmente gli volevo bene ma non provavo per lui quello che provava lui, cioè che non avevo mai provato coinvolgimento sessuale per lui. Voleva sapere se ero etero o gay e gli ho detto che in pratica per me il sesso era un pianeta sconosciuto, non ci volva credere, era proprio perplesso, Dopo quel giorno è cominciato un periodo di gelo fra noi, non è più venuto casa mia né ha voluto che andassi da lui. Ho cercato di spiegarmi con lui un paio di volte ma la risposta è stata netta, non credeva alle cose che gli dicevo e francamente allora neanche io capivo il senso di quello che mi diceva lui, mi mancava ma non collegavo la sua presenza al sesso. È stato allora che ho cominciato a cercare qualcosa che parlasse dei gay per cercare di capire che cosa Luca potesse provare per me ma cercavo una cosa seria perché se Luca mi faceva un discorso come quello non era certo una cosa stupida. Così sono arrivato a progetto gay. Ho trovato cose che non avevo trovato da nessun’altra parte, cose che riguardano la sessualità in termini espliciti ma cose serie. Ho letto moltissimo in particolare sulla masturbazione, così, per cercare di farmi un’idea e poi ho provato in pratica pensando a Luca e la cosa ha funzionato. Non ho provato nessuna delle impressioni di sporco o di disgustoso che avevo immaginato, in pratica avevo messo da parte moltissimi preconcetti e questo, Project, è merito tuo. Insomma ormai avevo un’idea chiara di che cosa potesse provare Luca e mettere insieme affetto e sesso non mi sembrava per niente una cosa da poco. Il giorno appresso ho preso Luca da parte superando i suoi rifiuti e gli ho detto: “Mi sono masturbato per la prima volta nella vita ieri sera pensando a te.” Lui voleva comunque lasciare perdere tutto ma gli ho fatto capire che ormai ero in grado di capire quello che stava passando lui e che “probabilmente” mi ero innamorato di lui ma che avevo bisogno di andare per gradi. Mi ha fatto segno di stare zitto e che ne avremmo parlato dopo. Ci siamo visti il pomeriggio e mi ha detto che cominciava a credere a quello che gli avevo raccontato. Beh il resto te lo puoi immaginare, adesso stiamo insieme da due anni e non cambierei la mia vita con nessun’altra al mondo. Abbiamo tantissimi problemi perché dobbiamo vivere la nostra storia in clandestinità. Stiamo facendo tanti progetti per il futuro e spero che possano realizzarsi. Questa mail vuole essere un modo per dirti grazie perché se adesso mi sento realizzato lo devo anche a te.
Ciao Project e continua così. Pubblica la mail, se vuoi.
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mercoledì 26 gennaio 2011

GAY ITALIANI IN USA TRA BISOGNI AFFETTIVI E DISINIBIZIONE

Ciao Project,
Sono un ragazzo di 20 anni, nato negli Stati Uniti ma ho vissuto praticamente sempre in Italia. Parlo bene l’Inglese perché i miei sono americani, ma in pratica fino all’anno scorso ero stato negli Stati Uniti solo per brevi periodi, diciamo che mi sento italiano al 90%, ora vivo negli USA, costa occidentale, sto in un residence per studenti di una grossa università della costa occidentale. Avevo cominciato a seguire progetto gay parecchio tempo fa e ho continuato anche negli USA. Che sono gay non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Sono arrivato qui per l’inizio dell’anno accademico. Prima disillusione: pensavo di conoscere bene l’inglese, quello scritto ok, quello parlato mi ha messo in grosse difficoltà. A lezione capisco tutto, ma i ragazzi quando parlano tra loro usano tutta una serie di sottintesi che sto cominciando a capre solo adesso. Quando sono arrivato qui sognavo la vita del college, l’autonomia, il fare quello che ti piace ma, seconda disillusione, non ho trovato quello che speravo e certe volte rimpiango amaramente i miei amici italiani, anche quelli etero. Qui di gay ne vedi tanti, nessuno si meraviglia ma sono molto standardizzati, ci sono addirittura i circoli gay ufficiali del college, però al di là del ritualismo ci vedo ben poco. Essere gay è a metà tra trasgressivo e snob sembra più un atteggiamento che altro. Sono stato a una festa del circolo gay del college ma è stato deprimente, intanto tra i gay c’è tutto un linguaggio particolare che faticavo a capire, poi birra e alcolici a non finire, tutti ubriachi e la festa si riduceva a questo e a qualche performance di imitazione sessuale da parte di qualcuno dei presenti. Due o tre ragazzi mi hanno anche abbordato, uno molto bello ma talmente fuori di testa per l’alcol che pensavo avrebbe vomitato anche l’anima. Al circolo gay, a parte la festa, sono stato una sola volta e non ci ho più rimesso piede, non è posto per me, sono troppo italiano e troppo di mentalità tipo progetto gay per poter apprezzare quelle cose. La cosa che invece più mi ha sconvolto è l’atteggiamento dei ragazzi etero e la loro assoluta disinibizione, e non parlo solo di disinibizione con le ragazze ma anche tra loro. Certe volte mi sono sentito terribilmente in imbarazzo e un paio di volte stavo per fare delle figuracce terribili perché erano così sciolti che io non avevo alcun dubbio che fossero gay mentre non lo erano affatto. Siamo alloggiati in un grande edificio di 8 piani, con enormi corridoi sui quali si affacciano le stanze, abbiamo tutti un bagno singolo con la doccia ma non è raro che qualche doccia non funzioni e allora si va nella stanza di un amico. Una volta viene da me un ragazzo e mi chiede di usare la doccia, gli dico di sì, si spoglia nudo davanti a me e poi se ne va in bagno, non si spoglia in bagno come si fa in Italia, ma in camera davanti a me, ma non solo, finita la doccia torna nudo in camera, si asciuga e si riveste chiacchierando con me, siamo amici e sa che sono gay, lo sa! Ma non è raro vedere ragazzi che camminano nudi per i corridoi la mattina presto dopo avere fatto la doccia nella stanza di un altro. Ho raccontato ai miei amici del college che in Italia certe cose sarebbero impensabili e loro mi hanno risposto che non c’è nessun problema perché siamo tutti ragazzi (tipica risposta etero). Sono andato con un gruppetto di amici a una festa normale, cioè non a una festa gay, hanno ballato, e forse non solo, si sono appartati con le ragazze magari solo a limonare ma c’erano pure quelli che più o meno limonavano tra loro, stavano abbracciati uno sull’altro, si accarezzavano, mimavano forme sessuali presunte gay e soprattutto non avevano assolutamente paura di passare per gay. Che non lo fossero affatto ne sono certo, perché li ho visti con le loro ragazze e qualche volta ho ceduto la mia stanza e sono rimasto ad aspettare fuori, però quegli stessi ragazzi li ho visti, un po’ brilli per la verità, a farsi coccole non proprio neutre con altri ragazzi, non parlo di cose sessuali, ma di tenerezze che almeno in Italia tra due ragazzi non vedresti mai. Sto nella squadra di pallavolo e gli allenamenti (tre volte alla settimana) sono proprio il massimo della disinibizione, il nudo è ovvio che ci sia, c’è pure in Italia, ma qui arrivano a farsi una sega in pubblico sotto la doccia e ridono tutti. Quanto a me, dopo un primo periodo di sbandamento , ho cominciato a fare l’abitudine a queste cose che mi richiedono un certo autocontrollo ma alla fine sono sessualmente interessanti ma non sconvolgenti. I miei amici sanno che sono gay e ho notato una cosa, cioé che gli atteggiamenti estremamente disinvolti che hanno tra loro non li hanno con me, però non credo che questo derivi dal fatto che sanno che sono gay perché con un altro mio compagno gay dichiarato si comportano in modo totalmente libero. Quello che mi stupisce è che qui i gay non tentano di creare tra loro un rapporto affettivo forte come succede in Italia, qui l’approccio è molto più legato alle strutture gay ufficiali. Sanno che sono gay, e credo di essere un bel ragazzo ma a parte gli approcci decisamente diretti che hanno tentato con me alla festa, diciamo che con me, in termini seri, non ci ha provato nessuno. Qui usano dire che “ti devi mettere sul mercato” altrimenti nessuno ti cerca. In pratica per i ragazzi gay che ho conosciuto qui essere gay significa partecipare a una vita sociale gay che poi ti permette anche dei contatti sessuali. Fuori da quei canali ufficiali sembra che i gay non esistano. L’innamorarsi di un ragazzo, il volergli bene da ragazzo a ragazzo, senza nessuna mediazione qui sembra una cosa inesistente e probabilmente la considererebbero strana. Cioè se io approcciassi uno dei miei compagni gay (e ce ne sono) e tentassi di fargli capire che gli voglio bene e che voglio stargli vicino ma senza passare per la trafila gay ufficiale probabilmente lo considererebbero un’assurdità. Lo sento che qui è un altro mondo. Ho provato a fare leggere a uno dei miei amici gay di qui qualche post del forum di progetto gay, o meglio, dato che non sanno l’Italiano io traducevo per loro, ma la reazione era piuttosto perplessa, mi dicevano: ”Ma perché vi fate tutti questi problemi?” e non riuscivano a capire e allora li invidiavo, ma poi restavano stupiti che in Italia si fa la corte a un ragazzo come la si fa a una ragazza, che si parla di amore, qui libertà sessuale ne hai quanta ne vuoi però i ragazzi non sono portati affatto ad una visione affettiva della omosessualità. Ho trovato solo un ragazzo che mi ha detto che in fondo in Italia siamo fortunati perché c’è una visione più seria della omosessualità, ma lui si basava su progetto gay che penso, purtroppo, che non rappresenti affatto il punto di vista medio dei gay italiani. Con questo ragazzo ho anche provato a instaurare un minimo di rapporto: serate da soli a chiacchierare sulla spiaggia nei fine settimana, una certa intimità (non sessuale) insomma a me sembrava una cosa molto tenera, ma poi ho capito che a lui non piaceva affatto e mi ha gelato quando mi ha detto che invece di fare tutta quella manfrina, se volevo fare sesso con lui bastava dirlo che per lui andava bene, ma gli ho detto che non cercavo sesso e mi ha guardato come se io fossi del tutto fuori di testa e così la storia è finita. Qui mi manca l’intimità affettiva coi miei amici gay e la possibilità di costruire un rapporto d’amore basato sulla tenerezza reciproca e sul volersi bene. Ho anche pensato che il mio disadattamento possa derivare da altre ragioni e cioè dal fatto che i miei compagni di università sono tutti di livello sociale piuttosto alto, direi nettamente più alto del mio, forse tra ragazzi diciamo così più della classe media le cose potrebbero essere molto più simili a quelle che vedevo in Italia. Adesso metto punto al mio sfogo, la realtà è che mi sento un pesce fuor d’acqua e che mi manca tanto l’Italia. Sono gay, ma sono un gay all’italiana, non un gay a stelle e strisce. Un abbraccio.
M.K.
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venerdì 14 gennaio 2011

CONDIZIONAMENTI SESSUALI GAY

Questo post è dedicato al ruolo che la sessualità assume nel condizionare i rapporti tra ragazzi gay. Il discorso sarà articolato in due parti attraverso l’esame di due diverse situazioni:
1) Un tentativo di mettere in pratica un modello astratto di coppia gay
2) Una ricerca di un equilibrio senza assunzioni pregiudiziali di modelli di coppia

Un tentativo di mettere in pratica un modello astratto di coppia gay


Secondo il comune modo di vedere, un ragazzo gay può realizzare al meglio la sua sessualità in un rapporto di coppia quando quel rapporto parta da una reciproca e forte attrazione sessuale. Su questa base si assume che sia più facile costruire anche un rapporto affettivo stabile, in un certo senso le esigenze affettive appaiono qui subordinate alle esigenze sessuali. Per entrare nello specifico attraverso discorsi più immediati, riposto qui un brano di una mail di un ragazzo 26enne, che chiamerò Andrea.

“Io penso che se uno si fa condizionare nella vita, alla fine non conclude niente e che non decidere mai è peggio che sbagliare e io d’altra parte non volevo e non voglio stare a guardare il treno che passa. Project, se uno non si dà da fare, dopo non si può lamentare. Io di cose mezze mezze che si insabbiavano in un tira e molla che non finiva più non ne volevo più sapere. Se ci vuoi stare ok, altrimenti ognuno per la sua strada. Insomma lo vedo la prima volta, mi stava prendendo un coccolone, così sexy che uno così non l’avevo mai visto. Ragazzi, resto proprio imbambolato. Ci siamo conosciuti assolutamente per caso, io avevo frequentato chat e pure locali, ma lui l’ho conosciuto per caso a una cena di lavoro dell’impresa dove lavoro io. Stava con una ragazza ma non se la filava proprio e allora ho deciso di giocare il tutto per tutto e gli ho detto: “Sei bellissimo!” Mi ha sorriso e mi ha detto: “Pure tu!”. Oh, io non sono mica male, anzi, prima le ragazze non mi mollavano mai (le mollavo sempre io!) ma adesso che qualcuno sa di me trovo pure i ragazzi che mi fanno la corte, ma certi, poveretti, non per vantarmi, ma non mi ci metterei mai. Insomma, lui mi sorride. Ci appartiamo un po’, sai come vanno queste cose, vedi che lui ci sta e ti fai coraggio, ci siamo toccati un po’ (nel senso intimo) e lui ci stava eccome. Sono proprio esploso. Io allora ero single e non ero mai stato con un ragazzo, lui le sue esperienze le aveva fatte, ma alla fine a me non me ne importava niente. Insomma fatto sta che sono andato da lui la sera stessa ed è successo tutto quello che poteva succedere, io ero talmente partito che non avevo nemmeno pensato ai preservativi ma lui li aveva. La cosa mi ha fatto pensare che non era uno che si metteva a rischio facilmente. Insomma, dopo 15 giorni sono andato a vivere a casa sua. In pratica era proprio un sogno un ragazzo, cioè “quel ragazzo” tutto per me. Avevo una paura tremenda che mi potesse tradire, che si potesse stancare di me ma non sembrava proprio. Er un po’ più grande di me (31 anni) e aveva già una posizione invidiabile in azienda ma lui che poteva avere tutto quello che voleva stava con me. Insomma, va tutto bene per un paio di mesi, poi comincio a capire che c’è qualcosa che non va. Non vuole fare più sesso con me. Mi sento disperato, lo supplico ma non ne vuole sapere, mi dice che ha conosciuto una ragazza ma non ne vuole parlare. Lui con una ragazza? Mi sembra proprio assurdo. Un pomeriggio mi dice che deve andare in azienda e esce ma in azienda non ci va. Dove fosse andato non lo sapevo e non lo so nemmeno ora ma aveva cominciato a dirmi bugie e a tenermi fuori dalla sua vita. Facevamo sesso tutte le sere, almeno all’inizio, perché io all’inizio non avevo detto niente, poi gli ho chiesto come stessero le cose e si è arrabbiato molto, mi ha detto che non era il sevo di nessuno e che se non mi stava bene me ne potevo pure andare. Io non volevo andare via, mi sembrava che il mio sogno cadesse a pezzi e non capivo nemmeno il perché. Sono rimasto a casa sua quasi per sfida. Lui la faccia di buttarmi fuori non l’ha avuta ma ha cominciato a comportarsi proprio come se io non ci fossi. Veniva a casa con i suoi amici che si trattenevano fino a notte alta e io ci rosicavo un sacco, poi non ce l’ho fatta più e l’ho mandato solennemente a quel paese e me ne sono andato da casa sua. Dopo tre settimane sono finito in ospedale per un brutto incidente e lui non si è nemmeno degnato di venirmi a trovare. Niente! E che stavo in ospedale lo sapeva benissimo. Ecco questa è un po’ la sintesi della storia. È decisamente meglio stare da soli che con uno così, ma l’ho capito solo alla fine.”

Una ricerca di un equilibrio senza assunzioni pregiudiziali di modelli di coppia

Troppo spesso si adotta come modello di una relazione tra ragazzi gay un rapporto di cui la sessualità rappresenta il perfezionamento, oltre che la causa remota da entrambe le parti, cioè si dà per scontato che due ragazzi gay siano portati a stare insieme per soddisfare un’esigenza affettivo-sessuale primaria che, una volta verificate le condizioni di tipo affettivo che ne garantiscano la serietà, realizza pienamente il desiderio di coppia dei due. Questo modello, per quando attraente, in molti casi non è di fatto applicabile perché le motivazioni che spingono due ragazzi a stare insieme possono anche essere significativamente diverse da un interesse sessuale reciproco, cioè possono presentarsi sotto l’apparenza di una spinta sessuale ed essere in sostanza delle esigenze di tipo affettivo generale. L’educazione affettivo-sessuale dei ragazzi gay li spinge a sottolineare la dimensione strettamente sessuale come causa fondamentale se non esclusiva del loro rapporto, in altri termini l’accento è posto essenzialmente sulla dimensione sessuale e non su quella affettiva. La conseguenza di tutto ciò è una tendenziale sessualizzazione dell’affettività.
Riporto qui di seguito un brano di una mail di un ragazzo 23enne (che chiamerò in seguito Lorenzo) che chiarisce il concetto:

“Io gli volevo bene, cioè con lui stavo bene, ero contento quando c’era, quando non c’era la mancanza la sentivo forte, aspettavo le sue chiamate al cellulare o su msn, mi piaceva tanto quando veniva da me e parlavamo tanto, e si toglieva le scarpe e si stendeva sul mio letto, con me si sentiva libero e io con lui, lo so che se avessi bisogno di lui farebbe qualsiasi cosa per me, è un bel ragazzo ma non è il mio tipo, qualche pensiero sessuale su di lui ce lo facevo pure, in fondo perché no, ma non solo non è mai stata una fissazione ma diciamo che su di lui di fantasie di quel tipo ce ne facevo poche mentre mi capitava di più su qualche altro ragazzo magari di quelli impossibili che non avrei mai potuto avere, che però mi intrigavano di più. Gli volevo bene ma non mi sento veramente trasportato sessualmente verso di lui.”

La situazione che qui è descritta (il rapporto tra i due ragazzi), dal punto di vista dell’autore della mail ha una matrice primaria di carattere affettivo e non tipicamente sessuale, è, in altri termini, la situazione tipica che predispone ad una forte amicizia gay. Il punto di vista dell’altro ragazzo è così riassunto dell’autore della mail:

“Per lui è diverso, praticamente è sempre stato diverso fin dall’inizio, ha proprio il modo di fare tipico dell’innamorato, per me ha tante attenzioni, mi rispetta molto, sta attento al mio umore, mi coccola parecchio, abbracci, baci, stare a contatto fisico con me, però vedo che lui si frena, cioè lo capisco, si frena perché lui ci terrebbe proprio ad andare oltre ma lo fa solo quando pensa che sia io a volerlo (magari non è così), per il resto non ci prova nemmeno, mi dice che mi sogna, che sono il suo tipo, che quando non ci possiamo vedere si masturba pensando a me, che si porta la mia foto appresso, lo sento che è molto preso. Con lui io sto bene anche a fare sesso ma è una cosa diversa, a me sta bene come una forma di tenerezza, lui si frena e io invece un po’ lascio che sia lui a decidere e cerco di seguirlo come posso, come mi viene, ma la dissimmetria la sento e mi dispiace perché magari si potrebbe meritare qualcuno meglio di me. Stiamo insieme da più di due anni ma non possiamo convivere, non so nemmeno se sarebbe meglio. Io gli voglio bene, non lo tradirei mai, mi ci sentirei male io, abbiamo fatto tutti i controlli per l’hiv e sta tutto a posto però non è solo questo il motivo per cui non lo tradirei, ma è che uno come lui non se lo meriterebbe proprio. In questi ultimi mesi ho visto tanti ragazzi che fisicamente mi piacciono più di lui ma penso che con loro non sarebbe meglio che con lui, che alla fine mi attraggono dal punto di vista sessuale e basta, mentre con lui è diverso. Certo un amore travolgente non lo sento proprio, è un’altra cosa, una cosa importante, molto importante anche per me, ma è un’altra cosa.”

La funzione della sessualità in questi rapporti è una funzione di garanzia, nel senso che garantisce l’esclusività del rapporto affettivo proprio in quanto congiunto ad un rapporto anche sessuale. Su questa esclusività si innestano da una parte attese di un rapporto quasi matrimoniale e dall’altra dei tentativi, per altro blandi, di salvaguardare la propria autonomia.

“C’è poi un ulteriore problema, lui lavora e io no, secondo me sta cominciando a fare progetti sull’idea di comprare un piccolo appartamento. Non ne ha parlato esplicitamente ma da qualche minimo accenno ho capito che cerca occasioni sulle riviste delle agenzie immobiliari. Quando passiamo vicino ad un’agenzia immobiliare si ferma a dare un’occhiata e prima non lo faceva. Penso che non me ne parli perché ha paura che io veda la cosa come una trappola e un po’ è così ma non perché non voglio stare con lui ma perché ci vorrei stare su un piede di parità, a me starebbe bene anche un appartamento in affitto pagato al 50%, ma vivere in una casa sua, con le spese pagate solo da lui, mi metterebbe a disagio. Devo essere libero di andarmene se per caso con lui non sto più bene e in quel caso mi sentirei vincolato, per non dire che non potrei mai dire ai miei che vado a vivere con lui. Onestamente penso che potrebbe anche funzionare proprio perché una convivenza non è fatta di sesso ma anche e soprattutto di tante altre cose, non lo mollerei facilmente, come non l’ho mollato in questi due anni e magari potrebbe andare avanti per tanti anni, ma si dovrebbe stare insieme perché ci si sta veramente bene, e io adesso ci sto bene, e non per forza o perché non ho un posto mio dove andare a vivere.”

In queste situazioni la sessualità finisce per acquisire piano piano una dimensione recessiva, l’esigenza di non trasformarla in routine spinge a diradare le occasioni e a trasformare la spinta sessuale in una forma di tenerezza sessuale reciproca che può essere più facilmente condivisa. Questi rapporti hanno un’apparente fragilità ma tendono a consolidarsi col tempo e a diventare sostanzialmente resistenti anche di fonte a situazioni che all’inizio avrebbero potuto metterli in crisi.

“Tre mesi fa circa ho conosciuto, tramite il mio ex, un ragazzo che è molto simpatico e che mi piace molto, chiamiamolo Paolo. Non ti nascondo che la cosa mi ha messo in crisi e non poco. Paolo penso si sia innamorato di me anche se io non gli ho manifestato nessun entusiasmo. I primissimi tempi non ne ho parlato col mio ragazzo, mi vergognavo molto, poi gli ho detto tutto e lì ho capito il valore del mio ragazzo, abbiamo parlato tanto e in modo serio, anche se era evidente che ci stava male non ha cercato minimamente di farmi pesare la sua presenza e quasi ha cercato di mettermi a mio agio dicendomi che dovevo sentirmi libero perché mi vorrà bene comunque. Francamente io capivo benissimo che lui stava male e che per lui stare lontano da me sarebbe stato un sacrificio pesantissimo e lì ho capito fino a che punto mi vuole bene. Nel frattempo Paolo con me ci ha proprio provato, io la tentazione l’ho avuta ma sarebbe stato proprio come dare una pugnalata al mio ragazzo e ho lasciato perdere i discorsi di Paolo. Francamente non ho avuto nessun rimpianto nemmeno sul momento, poi sono tornato dal mio ragazzo e gli ho detto che gli volevo bene. Abbiamo fatto l’amore ed è stata una cosa molto bella. Fare l’amore con una ragazzo che ti vuole veramente bene è una cosa indescrivibile, non è nemmeno una questione di sesso, pensi soprattutto a lui, a fargli capire che gli vuoi bene, a farglielo capire anche attraverso il sesso e senti che lui è felice e allora ti senti felice anche tu”.

Un rapporto come quello descritto nella mail citata sopra non parte da una spinta eminentemente sessuale ma arriva gradualmente alla conquista di una sessualità affettiva diversa, che ha l’apparenza dell’incertezza e la solidità delle cose di cui si comprende per esperienza diretta la reale portata. Si tratta in sostanza di costruire piano piano il senso di un rapporto.
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